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Non basta dire Europa, di V. F. Russo

Enrico Rossi, Non basta dire Europa, a cura di Antonio Pollio Salimbeni, Prefazione di Frans Timmermans, con un appello di Sting, Castelvecchi, maggio 2019. Si tratta di un libro intervista scritto in occasione delle elezioni europee. Attraverso domande e risposte, si occupa della sfida populista e sovranista in corso in Europa a cui i socialisti in declino nei maggiori Paesi membri (PM) devono rispondere con fermezza se non vogliono abbandonare il campo. Lo potranno fare se essi riusciranno in parte a rispolverare i vecchi ideali socialisti, in parte, ad elaborare un piano strategico per affrontare i complessi problemi della grande trasformazione dell’economia e della società, della digitalizzazione, dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, della migliore formazione permanente del lavoro, delle crescenti diseguaglianze che questi fenomeni producono. Quindi non è un semplice pamphlet elettorale come si scrivevano una volta ma un libro che affronta i problemi strutturali della politica italiana ed europea e, quindi, la sua valenza non è di breve ma di lungo termine sapendo che le riforme strutturali non sono solo quelle che i politici dalla veduta corta ritengono di fare strappando al Parlamento una generica legge delega e diluendo nel tempo la sua attuazione con decreti legislativi che poi non vengono controllati da nessuno nella loro fase attuativa o non vengono emanati per niente. Non si può continuare andare avanti a piccoli passi.
Serve un salto di qualità tanto facile a dirsi quanto difficile a farsi se uno considera la bassa qualità della classe dirigente europea ed in particolare di quella italiana, entrambe caratterizzate dalla veduta corta il cui interesse prevalente è quello di confermarsi al potere. Vuole cogliere ogni opportunità per massimizzare il suo consenso elettorale a prescindere dalle politiche che porta avanti. Utilizza le fake news, ciancica di democrazie diretta, propone referendum su questioni molto complesse di cui essa stessa ignora le conseguenze ultime. Vedi il caso emblematico della Brexit.
Vorrei subito riprendere un’affermazione del Presidente Rossi quando, a difesa delle cose buone che l’Europa fa, parla di una serie lunga di beni pubblici europei. In realtà, se distinguiamo correttamente tra beni pubblici europei ci accorgiamo che mancano alcuni di quelli classici (la spada, la bilancia) e abbiamo solo una Unione economica e monetaria incompleta. Abbiamo solo l’euro che indubbiamente nel tempo ha prodotto il bene pubblico della stabilità finanziaria comune ma che non è apprezzata da tutti i PM allo stesso modo e, in nome della quale, in alcuni casi, è stato prescritto e rigorosamente applicato il consolidamento dei conti pubblici come valore in sé. Non abbiamo un appropriato sistema giudiziario europeo che distingua tra reati penali e civili europei e quelli dei PM; non abbiamo una difesa comune. E meno che mai abbiamo a livello centrale i tre pilastri fondamentali del welfare state: sanità, istruzione e previdenza che restano tuttora di competenza dei PM. E del resto come potremmo avere beni pubblici europei con un bilancio striminzito come quello attuale pari all’1,14% del PIL dei PM quando sappiamo che negli Stati federali più snelli il bilancio federale si colloca ben al disopra del 20% del PIL. Quindi parlare di attuazione del pilastro sociale a me sembra alquanto velleitario. In questo senso, è realistica la proposta di Rossi che non è solo sua di alzare il bilancio al 4% il minimo indispensabile per poter fare all’occorrenza qualche manovrina di politica economica per rispondere a shock simmetrici o asimmetrici in PM in crisi.
Con un bilancio dell’1,14%, al di là della volontà politica, non si possono affrontare le tre fratture che secondo Rossi caratterizzano lo stato dell’Unione: 1) il divario Nord-Sud; 2) quello Est-Ovest; 3) le crescenti diseguaglianze economiche e sociali. E’ un fatto che non c’è sufficiente convergenza tra le regioni periferiche del Sud e dell’Est con quelle centrali per via anche delle insufficienti risorse che direttamente o indirettamente sono destinate allo scopo. Né si può ritenere realisticamente che il “problema possa essere risolto con il completamento dell’eurozona con il pilastro sociale” (citazione dal libro di G. Provenzano). Semmai ci fossero le risorse per il primo obiettivo questo comporterebbe che i PM dovrebbero prevedere compensazioni per i lavoratori della zonaeuro che rimangono senza lavoro per via delle imprese che delocalizzano nelle regioni dell’Est dove i salari e la protezione sociale sono più bassi. E ancora non mi sembra adeguata la proposta di porre vincoli sociali alle imprese che delocalizzano nelle regioni periferiche più convenienti perché se vincoli del genere fossero seriamente applicati finirebbero col neutralizzare la libertà di stabilimento delle imprese. Vedi al riguardo la proposta sulle compensazioni di Rodrick, Dirla tutta sul mercato globale, 2019. In fatto, c’è una forte analogia tra quello che avviene all’interno della UE e quello che avviene a livello planetario in termini di concorrenza economica, concorrenza fiscale e dumping sociale.
Il libro contiene anche una radiografia delle forze reazionarie all’interno della UE. Anche se il loro “assalto” al PE è sostanzialmente fallito, il fenomeno non va sottovalutato. Bisogna continuare a combatterle perché in alcuni PM, a partire dall’Italia, esse sono vive e vegete. Rossi chiarisce bene l’accrocco istituzionale del Trattato di Lisbona per cui la Commissione riassume in sé tutti i tre classici poteri: di iniziativa legislativa, di esecuzione di regolamenti e direttive, di sanzione delle violazioni delle regole europee comprese quelle relative allo Stato di diritto all’interno dei PM. Per respingere le critiche al riguardo dei populisti e sovranisti Rossi cita la bella frase di Draghi letta a Bologna secondo cui “la vera sovranità consiste nel miglior controllo degli eventi per rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini. E oggi nella globalizzazione è impresa molto difficile”. Come dargli torto! Solo se prevale il buon senso i PM potranno valorizzare la loro residua sovranità conferendola all’Unione.
Vincenzo F. Russo
tratto dal Blog personale dell’autore enzorusso.blog/2019/06/13/non-basta-dire-europa/?fbclid=IwAR0OVj8HhYnQSvk_BQSFLML1hXCXDIOqn-HOOun2_rcfXvNOWna_wdCmeDc
Breve scritto sulla povertà. di A. Angeli

Il pensiero o la corrente appartenente alla cosiddetta “arte sociologica” che considera la povertà una “ mera qualità”, per usare una espressione di Heidegger, alla cura della quale ci si rivolge come attendere ad un esercizio di sinecura compassionevole, ignora il dolore profondo del povero e chi dalla povertà è posseduto. “Cosa significa ‘povero’? In che cosa consiste l’essenza della povertà?” è la domanda che sempre Martin Heidegger pose in una conferenza del 27 giugno 1945. Nella presente post-modernità non si è pervenuti a dare a questa condizione sociale una risposta: “Un terribile immiserimento si sta diffondendo. L’esercito dei poveri continua a crescere. Eppure l’essenza della povertà si cela”,
La domanda sulla povertà è, per questo inesplorato domandare, riconducibile all’accezione del termine “povertà”; per questo si deve ritenere che l’unica domanda interessante è “quando si è poveri?”, e continuare nelle domande analoghe del tipo “quanti sono i poveri?”, “chi è più povero?”. La domanda del domandare che coniuga quelle fin qui formulate può porsi in questi termini: cos’è dunque essere povero? Nel nostro tempo, per esempio, viene in mente immediatamente la povertà di chi si avventura con il gommone nelle acque del Mediterraneo e sfida le tempeste e quando riesce a raggiungere la terra è sfinito, bruciato dal sole, malato. Privo di ogni cognizione culturale, linguistica e dei costumi ( anche religiosi )del paese raggiunto, la sua povertà diviene nudità. Quest’essere è quindi sottoposto ad una estrema tensione fisica, corporea e intellettuale. Ed è sotto il peso di questa tensione, alla quale si associa una mendicata richiesta di vita, di un sostegno che lo tragga dalla condizione disperata in cui si trova…, ecco, qui si scatena una forza costruttiva assolutamente decisiva. È questo «lo spazio» in cui dobbiamo cercare per comprendere cos’è la povertà.
Non è quindi una semplificazione semantica se consideriamo la povertà una riduzione alla nudità, da cui è necessario partire per comprendere che si tratta di una tensione di vita, un desiderio, una richiesta di conoscenza, un’apertura che si rivolge al prossimo. Non si colga questo assunto come un paradosso logico, poiché quando si parla di povertà e se ne amplifica il concetto oltre il limite lessicale, dobbiamo cercare di recuperarne il significato e l’intrinsecità della potenza sociale che essa trasmette. E questo modo di procedere nell’analisi non ci porta al ritrovamento di un concetto, ma alla identificazione di una forza: questo ci fa intendere come la povertà sia, da questo punto di vista, tanto miseria assoluta quanto una forza.
Nel Simposio la povertà è introdotta come una mendicante che chiede l’elemosina fuori dalla porta della sala in cui si tiene la festa organizzata per la nascita di Afrodite. Il racconto prosegue in modo imprevisto mostrando i meriti di Povertà e la sua specifica importanza per gli uomini. Dal racconto del Simposio si apprende dunque che Povertà ha avuto un ruolo centrale per gli uomini, anche se nella forma descrittiva di un pensiero della povertà radicalmente diverso da quello oggi vigente. Questo richiamo al presente suscita quindi un comune sentire che pertiene ad un diverso percorso rispetto alla domanda posta fin dall’inizio: se è possibile ripensare la povertà in modo adeguato ai tempi, quindi fuori dagli schemi metafisici per deconcettualizzare la povertà ed affrontarla in termini di un pensiero materialista. Questa strada ci riporta quindi a scoprire che, quando si arriva alla nudità, non ci si trova di fronte a una inattività, ma si è sempre di fronte a un momento creativo che riposa sul pensiero di maestri della ragione e dell’ethos che vanno da Democrito a Epicuro da Lucrezio a Bruno, da Spinoza a Nietzsche, da Leopardi a Deleuze e a Hölderlin, fino a giungere all’immaginifica figura della ginestra leopardiana che è, appunto, segno di attività, mai semplicemente una differenza.
Per qualificare meglio questa figura della povertà biopolitica ( nel termine in cui scrive Foucault nel saggio nascita della biopolitica ) occorre partire dalla nascita della modernità, ritornare all’«accumulazione originaria», come Marx l’ha descritta [ ancora dal Grundrisse – il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione]. E’ in questo tempo che avviene la trasformazione dell’individuo naturale che vive nella comunità e ai confini del sociale con i suoi simili, quando non è assoggettato, schiavizzato, ridotto a nudità, dai rapporti produttivi. Ecco che, ridotto alla povertà estrema, il proletario chiede lavoro, diritti, giustizia e la libertà dal bisogno. Nel persistere di questo stato di privazione la nudità viene messa in produzione; la trasformazione del povero in proletario è così data. Il povero, nella forma antica, non esiste più, è il proletario che assume su di sé l’intera pesantezza della condizione umana, nella sua nudità. Questo povero che, introdotto in un nuovo mondo di ricchezza, viene ridotto a una nuova povertà: è la povertà del mettersi sul mercato, da cui prende vita una tensione che trascende il concetto di povero per incorporare quello del proletario sfruttato.
Questo essere proletario diviene allora consustanziale al povero che si scopre come miseria assoluta nel mercato, dice Marx nei Grundrisse ( pag. 412-415 ). Miseria assoluta che può mutare condizione, una nudità che ha già una implicita, costitutiva possibilità di essere altro. Qui, la potenza del pensiero si spinge a favorire un grado più alto, se si vuole, nella considerazione della povertà. Non c’è più la dialettica chiedere-produrre, c’è semplicemente il fatto di essere lì e di essere preso dentro al meccanismo produttivo. Nel proletario c’è già una potenza qualificata. Allora, procedendo, ci troviamo di fronte a una potenza che non è semplicemente qualificata, ma è addirittura appropriante.
Certamente, le figure della povertà non hanno unicità, poichè possono distinguersi in varie forme: c’è la povertà dello schiavo, nell’età antica; c’è la servitù come descritta da Étienne de La Boétie; c’è la povertà del proletario, dell’età industriale: una miseria assoluta, incardinata dentro un sistema di produzione e di sfruttamento. In questo povero, nel proletario, c’è già una potenza qualificata. Proseguendo nel tempo, ci troviamo di fronte a una potenza che non è più semplicemente qualificata, consapevole, ma è addirittura appropriante. Ecco, allora, che raggiunta questa statura, la consapevolezza e la sofferenza di essere poveri, probabilmente, diventa ancora più grande, perché più alta è la capacità di arricchimento. Di nuovo, questa statura deve comprendersi come biopolitica del povero che si muove con la storia, poichè senza storia non vi è biopolitica, nonostante non sia infrequente cogliere tentativi, nell’orizzonte del presente, che ne disconoscono la fondatezza, magari muovendosi in una direzione in cui determinismo e casualità della storia sono assunti come parametri validativi. Mentre, assumendo come fondata la linea storica, da essa ricaviamo che si è poveri principalmente nella relazione con gli altri e che la povertà diviene isolamento e alienazione. Questo status, nella società contemporanea, rende la povertà una sofferenza interiore da cui originano pulsioni di inappagamento sociale per il fatto che il povero si sente condizionato nella sua libertà ed escluso o limitato nella partecipazione alla vita politica.
E’ quindi fuori dubbio che la povertà vissuta nell’ambito di un ordinamento schiavista è tanto diversa se vissuta all’interno di un sistema industriale; ma essere poveri in un sistema industriale è totalmente diverso dall’esserlo in un ordine postindustriale e globalizzato in cui le qualità biopolitiche subiscono profondi cambiamenti fino a trasformare il significato della povertà che, spesso, si trasforma in miseria e quindi in una forma di isolamento e nudità dell’individuo totale e assoluta. E’ d’altro canto in questa post-diversità che la povertà modifica la sua forma e la sua natura e ciò avviene perché il modo di produzione (quindi della riproduzione, scrive Marx ) e del consumismo nel quale viviamo, si trasforma e diviene essenzialmente immateriale, cognitivo, relazionale.
Tutto si ridefinisce riguardo al nuovo contesto, una metamorfosi , un processo fenomenico che opera nel profondo della società e che spinge il cambiamento verso una direzione che supera l’età industriale fin qui conosciuta. Nel processo dei cambiamenti che avvengono dentro una società postindustriale, che si caratterizzano per novità di linguaggio e di comunicazione ( digitalizzazione, big data ), essere poveri lo si patisce nella sua crudezza non semplicemente per l’assenza di coinvolgimento nella società, ma per l’esclusione che ne subisce il povero e che deriva da un atto razionale specifico, precipuo del cambiamento che la globalizzazione determina nei rapporti produttivi. Una esclusione che si evince provenire dal comando, dalla volontà di estromettere perché al povero non è data possibilità di scegliere, quindi di essere libero e di costruire un sé aperto ad ogni relazione. Tutti debbono filosofare, rileva Aristotele nel Protreptico, perché questo consente di stare dentro ad una forma di relazione comunicativa ed acquisire cognizione della realtà su cui costruire processi di partecipazione, altrimenti ci si isola e non si è compartecipi della filosofia. Mentre in Platone la povertà è mediata dall’amore, “l’amore è sempre povero ed è tutt’altro che bello e delicato….è duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza coperte, e dorme all’aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada […], sempre accompagnato dal bisogno”, dunque la povertà è pensata in termini apparentemente contraddittori: da un lato è sofferenza, nudità; dall’altro è madre di Eros, amore. E’ dunque la povertà una tematica che ha attraversato culture e civiltà diverse, che a noi possono risultare sconosciute, nelle quali l’attenzione a questo fenomeno è stata prevalentemente di natura compassionevole, che si identificava con la virtù del filantropo, quindi in una visione di umanità in cui la miseria veniva assunta come un fatto naturale verso cui dimostrare benevolenza, ma senza condivisione del patimento.
Ne risulta quindi che la contraddizione è apparente in quanto è una contraddizione portatrice di significato, poiché alimenta una dialettica dalla quale possiamo ricavarne l’assunto che se non si individuano spazi in cui progettare forme di vita coinvolgenti il senso della comunità non sarà possibile progettare forme di vita nuove e tali da superare la miseria. Di fronte a questo vuoto il povero deve attivarsi a resistere contro la metamorfosi che il sistema capitalistico successivo al secolo breve ( citando Eric Hobsbawm ) ha adottato, modificando la sua natura e traslato nel processo produttivo/consumistico la nuova condizione della povertà. In questa nuova realtà il povero non è il semplice prodotto della violenza economica, ma il dominato dalla totalizzazione del possesso capitalistico del mondo.
“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”. Questo verso di Hölderlin non sta solo a significare la mendicità dell’esistenza umana, ma l’abito dell’uomo quando riflette, cioè quando è filosofo.
In questo risiede la potenza della povertà, che ritroviamo nelle parole di Negri: “Il povero, nella figura della resistenza e dell’affermazione di singolarità, si apre alla potenza di dar senso al comune”. Dentro la povertà, continua Negri, “ quando la si intenda come espressione di tensione biopolitica, si può costruire comune. L’usus pauper, – l’uso dei poveri -senza dubbio, è una fondamentale allusione al comune. In tale prospettiva anche l’abdicatio iuris può diventare significativa: può permettere di rilanciare il progetto comunista dell’estinzione dello Stato e del diritto, proponendolo come costruzione che si fa dal basso. Quest’ultimo mi pare un nodo sul quale insistere. E farlo proprio oggi, perché ci troviamo in una società nella quale il lavoro è diventato precario, dove la povertà è diffusa, e nella quale la proprietà non può più essere considerata motore di produzione della ricchezza ma è piuttosto distruzione della ricchezza comune. Se non si è poveri, non si può filosofare; se non si è poveri e non si distrugge la proprietà, non si può far politica, politica attiva che serva agli altri uomini. (in Comune Rizzoli 2010 )
Questa piana rivisitazione della povertà vuole essere un discorso sul presente e al futuro, all’a-venire, per porci di nuovo la domanda, quale speranza in noi stessi di una trasformazione? Quello esaminato è un fenomeno spaventoso, poiché è la realtà della miseria, dell’alienazione, dell’esclusione, della solitudine che determina uno stato di sofferenza e trasmette una forma di vita carica di esclusioni e rende la povertà una
Inaccettabile negazione dell’essere parte della comunità. L’idea di povertà è un rifiuto della identità, un dispositivo politico/mercificante contro il quale possiamo lottare per sconfiggerne le cause costruendo uno stato di tensione che trasformi l’idea di povertà in un dispositivo di lotta , un terreno di conflitto. E’ qui, su questo terreno, che la solidarietà può diventare attiva e trasformarsi un una potenza di lotta contro ogni forma di sfruttamento e le diseguaglianze economiche e sociali.
Alberto Angeli
Poveri e in declino storico senza un ravvedimento operoso dei governanti. di V. F. Russo

Alcuni giornali aprono stamani con il titolo “L’Italia più povera senza l’Europa” sintetizzando le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia di ieri. È vero, ma vediamo perché. Intanto bisogna partire dalla constatazione che l’economia italiana ha un forte grado di interdipendenza con tutti gli altri paesi membri (PM) dell’UE. Al riguardo Visco ci ricorda che il 60% delle nostre importazioni provengono dagli altri PM della UE, il 56% delle nostre esportazioni trova sbocco in detti paesi. Stiamo parlando di un flusso di scambi pari al 18% del PIL. Per chiarire basti ricordare che noi abbiamo un interscambio con la Germania pari al 126 miliardi di euro e altrettanti con la Francia e Spagna sommati. Bastano questi dati assoluti per dire che una via autarchica non è percorribile per l’Italia – come dimostra anche il fallimento del tentativo del governo inglese di portare a termine la Brexit quando pretende di uscire dalle istituzioni europee ma, allo stesso tempo, di rimanere all’interno della Unione doganale. Il titolo è vero perché a un paese trasformatore serve il mercato unico europeo e perché senza l’UE è illusorio pensare che da soli, senza le istituzioni europee, si possa incidere in maniera apprezzabile nel complesso processo della globalizzazione.
Oggi, in una fase molto avanzata della globalizzazione, l’interdipendenza non si limita ai PM dell’UE; è diventata planetaria e, quindi, diventano ancora più stringenti i vincoli esteri che condizionano la crescita e lo sviluppo dell’economia italiana. Dico subito che questa non è condizionata solo dai vincoli esterni ma anche dai vincoli strutturali interni non meno stringenti di cui dirò più avanti. La globalizzazione dei mercati – come ci ricorda Visco – porta con sé la concorrenza di prezzo dei paesi emergenti che è determinata dal più basso costo del lavoro e dalla minore protezione sociale o maggiore sfruttamento dei lavoratori che si registra in quei Paesi. Il che non è senza conseguenze anche nei paesi più avanzati attraverso la chiusura di imprese non competitive e il c.d. dumping sociale che porta alla riduzione dei livelli di protezione sociale dei lavoratori. Se si aggiunge che i governi dei paesi emergenti fanno di tutto per attirare investimenti dall’estero si determina anche una concorrenza fiscale ed una corsa al ribasso che “costringe” anche molti paesi avanzati a fare altrettanto. Fin qui inutili sono stati i tentativi di stabilire delle regole a livello planetario da parte delle organizzazioni informali come il G20, G8, ecc… Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: a livello globale si sono ridotte le distanze tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo ma, all’interno dei due blocchi, sono aumentate le diseguaglianze tra i ricchi e i poveri. In particolare nei paesi ricchi si è impoverita la classe media che, in condizioni normali, ha svolto spesso una funzione di stabilizzazione dei sistemi politici. Politici demagoghi, populisti e sovranisti sfruttano questi elementi oggettivi di crisi per costruirci sopra le loro fortune politiche.
Stiamo vivendo in una congiuntura molto speciale dopo una crisi mondiale di straordinaria portata anche per via della digitalizzazione dell’economia, dell’utilizzo della intelligenza artificiale che impongono una grande trasformazione ed in una fase di ulteriore accelerazione della globalizzazione non solo non governata ma addirittura travagliata da guerre commerciali senza quartiere. Purtroppo, negli ultimi 30 anni, la concorrenza fiscale ha preso piede anche all’interno della UE tra i suoi PM e, fin qui, non si intravede alcun consenso emergente su come porvi rimedio. In queste condizioni, l’invito di Visco a considerare per l’Italia una riforma tributaria di ampio respiro è in teoria opportuno ma ho paura che, senza un preliminare accordo a livello europeo per abbandonare la concorrenza fiscale interna e passare all’armonizzazione fiscale, sia destinato a rimanere un pio desiderio. E questo perché l’invito resta opportuno per cercare di frenare le proposte insensate e irresponsabili del Capo della Lega, e in parte anche del Capo del M5S in materia fiscale ma, a ben riflettere, è chiaro che esse si inseriscono pienamente nel solco della concorrenza fiscale, ossia, della corsa verso il livello più basso della pressione tributaria che evidentemente i due leader della maggioranza del governo giallo-verde ritengono appropriata e utile ai loro fini politici. Né l’uno né l’altro spiegano come sia possibile andare avanti finanziando in deficit spesa corrente (reddito di cittadinanza, anticipazione del pensionamento, riduzione del cuneo fiscale, riduzione di imposte ai forfettari, alle famiglie e alle imprese) senza aumentare il debito pubblico di un paese che ha già un alto debito pubblico (per un 30% in mano a non residenti), di un paese che non investe abbastanza per rimettere in moto un processo di crescita del PIL e dell’occupazione.
Un paese che da oltre 25 anni sta nella c.d. stagnazione secolare perché non riesce a far aumentare la produttività e che ha dei tassi di attività inferiori a quelli medi della UE; un paese che nei prossimi 25 anni vedrebbe ridursi le persone in età lavorativa di 6 milioni di unità nonostante una ipotesi di afflusso netto di 4 milioni di immigrati e che, per contro, vedrà aumentare quelle con età superiore ai 65 anni al 33% della popolazione rispetto al 28% degli altri PM. Eppure il rimedio interno – che non dipende direttamente dalle regole europee – resta quello di spingere l’economia verso il pieno impiego e far aumentare la produttività ma i nostri governanti passati e presenti non riescono a farlo.
Passando a scenari più o meno ravvicinati Visco dice che: “Da qui al 2030, senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, calerebbe di ulteriori 7 nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Queste prospettive sono rese più preoccupanti dall’incapacità del Paese di attrarre forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche.”
Un Paese altrettanto incapace di attirare investimenti dall’estero e che per altro verso non trova 250 mila lavoratori altamente qualificati.
Nelle sue considerazioni finali Visco cita una massa ingente di dati che, da un lato, consentono di valutare i passi fatti nel decennio del dopo crisi mondiale e, dall’altro, delinea scenari di medio e lungo termine da cui emerge una lezione importante: “è un errore addossare all’Europa le colpe del nostro disagio – direi della nostra crisi profonda; non porta alcun vantaggio e distrae dai problemi reali”. Un’ampia parte delle sue Considerazioni finali è dedicata all’Europa e agli strumenti che si è data e a quelli che dovrebbe darsi per completare l’unione bancaria, per avviare l’integrazione dei mercati dei capitali e, soprattutto, l’Unione di bilancio strumento fondamentale per potere condurre una politica economica idonea almeno ai fini della stabilizzazione macro-economica dei PM che ne hanno bisogno. C’è materia su cui riflettere attentamente ma i nostri due ineffabili Vicepresidenti del Consiglio dalla veduta corta sapranno finirla di sproloquiare individualmente e chiudersi in un seminario riservato con i loro ministri tecnici, confrontarsi seriamente tra di loro per decidere cosa fare dopo le recenti elezioni europee? Lo vedremo nelle prossime settimane.
Vincenzo F. Russo
Perché non intendo votare PD. di F. Somaini

Permettetemi qualche breve considerazione sulle prossime elezioni.
La situazione in cui ci troviamo in Italia é pessima, inquietante e pericolosa. L’azione del governo (soprattutto nella componente CInque Stelle) appare il piú delle volte contraddittoria, maldestra e fanfarona, e nella componente dei ministri leghisti quasi sempre odiosa, quando non del tutto raccapricciante. Un quadro fosco dunque, dal quale si stenta oltre tutto a vedere una via d’uscita. Ma, occorrerà pur dire che se ci troviamo in questa pozza di fango, la responsabilità in termini politici ricade in larga misura su chi c’era prima. É stato infatti il PD che, con le sue politiche, ha portato, nel 2018, alla reazione di larga parte degli elettori che ci hanno consegnato a questa strana maggioranza. Ed é stato sempre il PD, con la sua scelta dello stare in disparte con i «pop corn» a costringerci a questo pessimo film, con Salvini nella parte del protagonista. Per certi versi é del tutto comprensibile che sia andata cosí: se infatti un partito che si dice di Sinistra (e che anzi pretende di essere la sola forza di Sinistra) si distingue per mettere in atto politiche di Destra, é chiaro che poi l’elettore non si sa piú raccapezzare, perde i punti di riferimento e reagisce in modo confuso, affidandosi a chi magari promette grandi cambiamenti. Ora, si dirá che oggi il PD non é piú quello di prima, che non c’è piú lo stesso segretario dello scorso anno, e che tutto oggi é diverso. Ma in realtà il «nuovo» PD non ha sconfessato nulla delle scelte della passata stagione. Né ha cambiato atteggiamento rispetto all’insulsa strategia para-aventiniana dei «pop-corn». Tant’é che siamo all’assurdo di avere l’impressione che la piú seria opposizione a questo governo venga in vero… …dal governo stesso. E allora io mi domando: ma se le cose stanno cosí, che senso puó avere un voto al PD se non quello di prolungare questo insensato stato di cose? La verità é che per sperare in uno sblocco del sistema politico italiano, bisogna augurarsi la fine e la disaggregazione del PD: un partito nato male, cresciuto peggio, e che ora ci ha messo tutti quanti nei guai, e promette di fatto di lasciarcici ancora a lungo. Se a Sinistra non nasce qualcosa di nuovo, di credibile e di serio (io oserei dire qualcosa di socialista) da questa situazione non si esce. Ecco perché un voto al PD oggi piú che mai sarebbe un voto mal dato. Mi si dirá: ma che c’entra questo discorso? Queste sono elezioni europee, e qui votando PD si vota di fatto PSE, cioé per i socialisti europei… Giá. Solo che se penso a cosa é oggi il PSE, per certi versi peggio mi sento.
Francesco Somaini
Impedire al fascismo di avere un futuro! di A. Angeli

“Or la vita degli italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente … Or da ciò nasce ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita, sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale.” (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani – di Giacomo Leopardi del marzo 1824 )
L’analisi leopardiana dell’Italia è spietatamente realistica ( e attuale ), con chiarezza e lucidità descrive il carattere del popolo e dei suoi costumi. L’Italia che viene descritta, con tutte le sue illusioni, è un paese dove non si dialoga o si discute pacatamente, ma si esercita nello scherno dell’interlocutore; un paese in cui non si gareggia per l’onestà ( l’etica, la morale !), e da uomini di onore, ma ci si combatte all’ultimo sangue. L’Italia è una terra dove non c’è convivenza civile, ma rivalità incivile; una società in cui si preferisce l’individualità anziché collaborare al bene comune; un paese senza amor patrio, ( che per Leopardi è un concetto di elevata cultura politica ), dove lo scherno dell’avversario prevale su tutto. Il poeta approfondisce la sua analisi ben al di là dei facili patriottismi ( o sovranismi ) e delle interessate euforie risorgimentali, fino a cogliere l’assenza di quei legami interpersonali che fanno di una collettività una «società stretta» e una «società buona», cioè un popolo di «fratelli», (un luogo sociale, citando Gilles Deleuze ), in cui sarebbe possibile una morale universalmente valida, fondata non sulla legge (perché è una base poco solida la paura delle pene minacciate da un codice), ma sul senso dell’onore che indurrebbe a fare il bene per meritare il plauso e a fuggire il male per non incorrere nel disonore.
Questo è il paese di cui parla Leopardi, che al presente ci pone di fronte alla terribile verità di cui prendere coscienza e che rende attuale questo Discorso sui costumi degli italiani, a due secoli dalla nascita del Poeta. Eppure, diceva, oltre 500 anni orsono, Macchiavelli: «in Italia non manca la materia a cui dare forma: c’è un grande valore del popolo, anche se manca il valore dei capi, tutto dipende dalla debolezza dei capi». «Ognuno crede di saper comandare, non essendoci stato finora nessuno in grado di distinguersi grazie alla capacità politica ed alla fortuna». Macchiavelli è vissuto in un’altra epoca, e tuttavia il suo pensiero è patrimonio della cultura dell’Europa e dell’età moderna ed è stato fatto proprio anche da Lenin e Gramsci, E nondimeno, al di là delle varie interpretazioni che si possono raccogliere attorno al pensiero di Macchiavelli, vale quanto dallo stesso auspicato, confidare «per l’Italia, un governo capace di sanare le ferite e porre fine ai mali che ricadono sul popolo». Ma ciò che la storia culturale ci ha trasmesso non è divenuto, nell’epoca presente, attualità e rielaborazione politica di tale pensiero. Infatti, durante tutto questo spazio temporale, che ci separa da quei Poeti, l’Italia ed il mondo hanno vissuto imponenti sconvolgimenti, terribili tragedie: nazismo, fascismo e le guerre con milioni di morti. Non dobbiamo, non possiamo, né vogliamo dimenticare, soprattutto in questo presente difficile per il nostro Paese, per il riaffacciarsi sulla scena sociale e politica di movimenti nazisti e di politici con responsabilità di Governo, che affabulano il popolo ravvivando politiche, simboli e linguaggio che sono caratteristiche del fascismo.
“Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare… il ‘fascismo eterno. È ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!’. Ahimè, la vita non è così facile. …Il fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo” E’ un brano tratto da un libretto che risale a 23 anni fa scritto da Umberto Eco, edito da La Nave di Teseo, con una prolusione fatta da Eco durante un seminario rivolto, il 25 aprile 1995, agli studenti americani della Columbia University. Eco ha indicato una direttrice di impegno politico, “il nostro dovere”, precisa nel testo, perché avvertiva come due fenomeni stessero per combinarsi: da una parte l’avanzare di un fascismo non ancora identificabile nel suo spessore e forza organizzativa, che profittava della crisi economica e sociale per occupare spazi e posizioni nelle periferie e nel mondo del precariato; dall’altra, la crisi dei partiti della sinistra e dell’area riformista, la loro disarticolazione e allontanamento dal mondo del lavoro e dalle periferie, con la messa in atto di politiche insufficienti a fronte della crisi economica che distruggeva redditi e posti di lavoro.
La situazione, oggi, è decisamente più critica rispetto al 1995. Questo perchè le forze dell’antifascismo non paiono nella condizione di fronteggiare con la necessaria determinazione e opposizione le politiche e le manifestazioni teatrali inscenate da un Ministro e sostenute dal governo, che costituiscono un vero attacco alla democrazia, al Parlamento, alle libertà dei più deboli ed esclusi, come avvenuto a Casal Bruciato, periferia della Capitale, o accade a quanti tentano di fuggire dalla guerra per una vita migliore e a cui viene negato ogni aiuto, lasciando mano libera ai nazisti di Casa Pound. Non sono segnali, ma concrete, corpose azioni politiche contro cui la sinistra, le forze progressiste e democratiche si devono mobilitare, per rioccupare le periferie dove costruire casematte ( Gramsci ) cioè presidi, sezioni, circoli, per riannodare e ricostruire rapporti con le fasce dei disoccupati, dei precari, degli esclusi; riprendere in mano la politica per la costruzione di un progetto di società in cui l’accoglienza, il lavoro, i giovani, la scuola, l’attenzione verso il mondo dei pensionati siano “il” progetto centrale, portante e il terreno su cui costruire basi più solide per la democrazia e una forza capace di respingere qualsiasi tentazione autoritaria.
Alberto Angeli
“Carta vince carta perde” di M. Zanier

Vi è mai capitato di vedere quei banchetti ai mercatini con uno che da’ le carte, le gira velocemente e vi chiede di partecipare? Il gioco delle 3 carte appunto. In cui chi aspetta di giocare sono i compari sotto falso nome e il giocatore con tre carte in mano è un abilissimo prestigiatore. Mia madre mi diceva di non fermarmi mai a quei banchetti perché avrei perso sicuramente, perché erano già tutti d’accordo in partenza.
Mio padre una volta a Porta Portese mi diede un ceffone perché avevo rallentato il passo per fermarmi a guardare, ed aveva davvero ragione. Mai fermarsi a guardare un gioco in cui le regole non sono chiare, amici miei. Mai partecipare ad un Congresso di partito in cui colui che ha dato le carte fino ad un minuto prima fa finta di essere uno spettatore per lasciarvi partecipare e puntare allegramente.
Può capitare di perdere la testa troppo facilmente per poi ritrovarsi fregati, come nel gioco delle 3 carte. O come in questo nuovo vecchio nuovo, pardon vecchio PSI, in cui come d’incanto lo spettatore Nencini è tornato giocatore ed ha incastrato gli sprovveduti di turno che ancora credevano che senza lottare davvero all’interno le cose si sarebbero messe a posto da sole. Che avremmo avuto di nuovo un partito degno di questo nome ed un programma degno della tradizione socialista. Non può essere così semplice cari compagni, non può essere così scontato. Ed infatti non lo è.
I grandi oppositori di Nencini sono stati messi a tacere con un trucco, la corrente interna maggiormente rappresentativa è stata messa da parte e non ammessa di fatto al Congresso, e carta vince carta perde, eccolo lì di nuovo, fresco a agguerrito come prima: Riccardo Nencini nelle vesti di presidente del “rinnovato” PSI. Colui che ha votato il Jobs Act, tradendo la storia socialista, occultato il simbolo del PSI in ogni sacrosanta elezione e ignorato ogni parere discordante che venisse dalla base degli iscritti. “Venghino venghino signori e signori il vostro nuovo partito vecchio è servito”.
Marco Zanier.
Il partito dell’amore. di A. Benzoni

Ovvero, lo zingarettismo come fase suprema del veltronismo.
Dal Pd, come si sa, c’è da aspettarsi di tutto; o, detto in altro modo “di nulla”. Ciò premesso, occorre prendere atto che, nella versione zingarettiana, il Nostro si è superato.
Come arco di forze di riferimento il “da Macron a Tsipras”. Un vero e proprio falso in atto pubblico che mette insieme in una gioiosa macchina di pace il boia e l’impiccato. Come candidati , gli scarti dell’Ulivo ( vedi Pisapia) e gli aspiranti macronisti ( vedi Calenda). Come ideologi di punta, gli esponenti della “via laziale”( vedi Smeriglio). Come segnale dei tempi nuovi, il pellegrinaggio a santa Tav. Sull’Europa, la constatazione, propriamente sconvolgente, del “siamo europei”. Sul resto, nebbia: che è la migliore condizione atmosferica per chi non sa vedere al di là del proprio naso.
Ma tutto questo, ci si dirà, appartiene al mondo materiale, sordido, irrazionale e, per sua natura, limitato e volgare. E, allora, basterà scrollarselo dalle spalle per librarsi nel mondo delle Idee, dei Sentimenti, dei Valori; così da restituire al Pd vocazione e ruolo.
Parlo di quello che risplende dai manifesti a miracol mostrare: che dà lavoro, istruzione e quant’altro fino a identificarsi con la salvezza del pianeta ( come ? con chi ? o, magari, tutto da solo ?) contrapponendosi, gigante solitario, come nei film di fantascienza made in Usa, a chi vuole distruggerlo seminando odio e paura ( Trump ? gli islamisti ? i capitalisti ? la Spectre ? il Governo ? Salvini ? Casaleggio e i 5 Stelle ? ).
Molti i possibili Cattivi. A partire, naturalmente, da quelli più vicini. Quello che è certo che il Pd è, per definizione, il Buono. Ma in un mondo che non esiste.
E qui viene da pensare a Berlusconi e al suo partito dell’Amore. Ma per marcare la profonda differenza tra i due modelli. Il Cavaliere era un pataccaro impenitente spinto dai suoi interessi ma anche dal suo temperamento a ricercare l’amore del suo pubblico e a ricambiarlo. Il Pd porta l’amore, nella sua ventiquattrore, di più nella sua carta d’identità, come certificazione della sua naturale superiorità morale.
Siamo, forse, alla penultima manifestazione del veltronismo. Di quella vera e propria rivoluzione copernicana che, a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, ha portato i comunisti da avanguardia del socialismo a retroguardia del liberismo , sostituendo l’intelligenza con la sensibilità, la realtà con il politicamente corretto e la critica dell’ordine costituito con l’identificazione con il medesimo. Traducendosi, nel concreto e nel corso di decenni in una vera e propria coazione a ripetere che non ammette autocritiche e ripensamenti.
La prossima sarà… Meglio non pensarci.
Alberto Benzoni
L’indifferenza. di A. Angeli

L’indifferenza, ci svela David Grossman , “ è il male che si coglie nel comportamento dell’uomo moderno. “La realtà è troppo carica di cose, di tensioni”, afferma lo scrittore. “Occorre fare ordine e ribellarsi, chiamando le cose con il proprio nome. Per questo uno strumento fondamentale è il linguaggio e la sua trasmissione con lo scritto: più una lingua è ricca di vocaboli e definizioni e l’uomo ne valorizza lo scambio, più la società ne guadagna”. Nel mondo di oggi, secondo Grossman, sono pochi coloro che vivono all’insegna del bene, decidendo di condividere i sentimenti e gli stati d’animo degli altri, mentre molti trovano piacere nel male. “Il male oggi è l’indifferenza, voltare le spalle nei confronti del prossimo. Ritengo – afferma – che non possiamo restare indifferenti di fronte alle tragedie che avvengono nel mondo, come ad esempio ciò che sta succedendo in Siria e Libia. E’ difficile scegliere di soffrire.” C’è un male che molti di noi tollerano e di cui sono persino colpevoli: l’indifferenza al male, scrive Abraham Joshua Hesche filosofo Polacco. “Noi restiamo neutrali, imparziali e non siamo facilmente scossi dal male inferto ad altre persone. L’indifferenza al male è più insidiosa del male stesso; è più universale, più contagiosa e più pericolosa. Si tratta di una giustificazione silenziosa che rende possibile un male che erompe come un’eccezione e lo fa diventare la regola, rendendolo così accetto”. Sempre per quanto riguarda la nostra problematica sull’indifferenza, dall’opera Ethica si evince quanto scrive Spinoza ovvero, che l’indifferenza è in sé ignoranza e non può pertanto essere associata alla libertà la quale, come è risaputo, nel sistema spinoziano, coincide essenzialmente con la conoscenza. Ma si potrebbe continuare con Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Schopenhauer ed altri filosofi dai cui testi si apprende come l’indifferenza al male, alla giustizia e alla morale etica, costituisca un comportamento indegno per l’uomo.
Allora: contro la foto postata dal suo portavoce Morisi sul social in cui il Ministro dell’Interno Salvini impugna un mitra , accompagnata dalla scritta:” i seguaci del Capitano, sono armati”, con un intento subliminale, dobbiamo essere indifferenti o indignarci? Anche riguardo al provvedimento sblocca cantieri, definito da Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), norma pericolosa, dobbiamo preoccuparci o essere indifferenti; di fronte ai vari movimenti nazisti, alle continue manifestazioni fasciste di Sindaci, amministratori comunali contro l’ANPI nelle scuole o con prese di posizione contro il 25 aprile, definito un Derby tra fascisti e antifascisti, ecco, su questi accadimenti e su tanto altro che ci viene rivelato dai media, i sindacati CGIL,CISL e UIL, il PD e la sinistra – sinistra non dovrebbero scendere in Piazza a manifestare, a chiedere le dimissioni del Ministro e di tutta la sua accozzaglia? Non dovrebbe intervenire anche il Presidente della Repubblica? quale simbolo unitario dell’antifascismo e depositario dell’eredità antifascista del Paese e della Repubblica Parlamentare, per difendere la quale oggi dovremmo essere in allarme ed occupare tutte le Piazze del Paese.
Questa indifferenza è il male che dobbiamo combattere, mentre intorno a noi il mondo scivola verso il pericolo di nuove guerre disastrose, e se non le guerre sarà il clima che stiamo distruggendo nell’indifferenza dei governanti dei Paesi più inquinanti, mentre una ragazzina, Greta Thunberg, è stata capace di mobilitare milioni di giovani; indifferenza verso il fenomeno migratorio, dramma delle guerre e del cambiamento climatico, che gli esperti catalogano come un vento catastrofico se non affrontato con politiche di disponibilità all’accoglienza, all’integrazione, ma guardato con indifferenza dai Paesi Europei, e da quelli più ricchi dell’occidente opulento e sfruttatore delle risorse di quelle aree da cui prende corpo il fenomeno.
Una presa di posizione, una manifestazione di questa reazione all’indifferenza scrivendo ad una amica, ad un amico, un passa parola, insomma, è sufficiente a dimostrare che non si è indifferenti, che vogliamo, intendiamo essere presenti, pretendendo che le Istituzioni, i Partiti e le OOS si muovano ora, perché è ora il momento!
Alberto Angeli
Ieri partigiani, oggi antifascisti. di M. Spagnoli

Sto partecipando al corteo romano che ogni anno viene organizzato per la Festa della Liberazione e che si concluderà a Porta San Paolo, luogo simbolo della Resistenza cittadina. Le manifestazioni che oggi si terranno in tutta Italia assumono o dovrebbero assumere non solo la forma di celebrazioni di un evento passato, ma anche quella di monito per il presente e per il futuro. Il fascismo come esperienza storica è morto nel 1945, ma le idee alla base di quel fenomeno politico sono sopravvissute e, in un certo senso, si sono evolute. Uno dei caratteri fondamentali della teoria e della pratica del fascismo era la sopraffazione dell’altro, di un nemico che subiva un processo di disumanizzazione.
Anche oggi possiamo purtroppo assistere a dinamiche molto simili. Ad essere disumanizzate sono quelle persone che non fanno parte del branco; quei disperati che, dopo aver subito persecuzioni e violenze ed aver raggiunto una parvenza di salvezza, diventano inconsapevoli e impotenti destinatari di una presunzione di colpevolezza, ritrovandosi con un marchio di criminali difficile da togliere. Il volto istituzionale di questa riedizione del fascismo, abile nella comunicazione, è stato in grado di presentare questa ferocia come “buonsenso”. Contestualmente, quello che di fatto è il buonsenso, nella narrazione oggi di moda, è bollato come “buonismo”, come un modo di pensare ed agire fuori dalla realtà. Si fa finta di non capire che la tanto agognata sicurezza si può raggiungere solo estendendo i diritti, non certo limitandoli. L’attacco al concetto e alla pratica dell’accoglienza è strumentale alla creazione di instabilità sociale. È sullo scontro di tutti contro tutti che le moderne forme di populismo proliferano e si ingrassano.
Chi oggi si vanta di non celebrare la ricorrenza del 25 aprile, chi oggi si può permettere di inneggiare al fascismo, chi oggi può esprimere la sua opinione dissidente sulla Festa della Liberazione, chi può permettersi di compiere una scelta, una qualsiasi scelta, deve ringraziare chi qualche anno fa si è battuto e ha dato la vita per liberare il nostro Paese dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Il carattere divisivo della giornata odierna va sottolineato con forza. Buonista sarebbe fare il contrario. Deve essere segnato un solco profondo tra chi sta dalla parte dei diritti e chi vuole una società che discrimina e opprimente.
L’antifascismo di ogni ordine e grado deve urgentemente contrapporre una propria narrazione della società a quella che attualmente si sta rivelando vincente anche se, mi auguro, non maggioritaria.
Sarà forse colpa della mia indole pessimista, ma temo che l’impresa sia molto difficile. A “maltrattare” il ricordo della Resistenza è spesso chi dovrebbe farsene custode. Gli ideali di giustizia e libertà alla base della lotta partigiana sono secondo me a volte usati come scudo per nascondere interessi molto poco nobili. L’utilizzo del “marchio” della Resistenza è insomma in certe occasioni un modo per pulire la propria coscienza, per rifarsi una verginità politica. L’antifascismo, per avere una credibilità nella società, deve guarire dai suoi piccoli grandi mali: ci sono piedistalli da cui scendere e un’etica da ritrovare.
Michele Spagnoli
Gli intellettuali organici, di R. Caputo
Tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, Gramsci sviluppa un’interpretazione originale del marxismo, il cui perno è la funzione centrale degli intellettuali. A suo parere, infatti, per conquistare il potere politico nel mondo occidentale è necessario esercitare l’egemonia culturale all’interno della società civile. Perciò il partito rivoluzionario deve divenire un intellettuale collettivo.
Come è noto, secondo Gramsci, la rivoluzione in occidente può aver successo solo se i subalterni hanno conquistato l’egemonia sulla società civile. D’altra parte, visto che l’ideologia dominante non può che essere quella della classe dominante, conquistare l’egemonia su subalterni e ceti medi a uno a uno rischia di divenire una fatica di Sisifo. Perciò Gramsci, seguendo la tattica dei gesuiti, ritiene indispensabile – per portare a termine vittoriosamente il conflitto delle idee sul piano delle sovrastrutture – mirare a conquistare alla propria causa, in primo luogo, il supporto dei lavoratori della mente, degli intellettuali. In quanto, a causa della ormai millenaria divisione del lavoro, le masse di lavoratori manuali tenderanno a orientarsi sul piano politico e, ancora più, sul piano ideale sulla base delle posizioni e delle indicazioni ricevute dagli intellettuali di riferimento. Una volta, dunque, che si conquisterà l’egemonia sui dirigenti, sarà decisamente più facile portarsi dietro le masse. Questa è, dunque, la via più semplice e rapida per chi intende portare avanti la guerra di logoramento in funzione della conquista dell’egemonia sulla società civile. Proprio perciò, nelle differenti tematiche affrontare da Gramsci nei Quaderni del carcere, centrale e costantemente ricorrente è proprio la riflessione sulla questione degli intellettuali, sul loro ruolo, sulla loro funzione storica e sociale etc.
Gli intellettuali organici
Per Gramsci vi sono due tipologie fondamentali di intellettuali, quelli preposti a dirigere direttamente i lavoratori manuali, che vengono perciò definiti intellettuali organici e quelli che tendono a svolgere una funzione di direzione indiretta, che sono perciò definiti intellettuali tradizionali, ossia nel senso tradizionale del termine fondato sulla contrapposizione fra lavoratori della mente e lavoratori manuali.
Gli intellettuali, evidentemente, non possono essere considerati, a prescindere dal loro modo di immaginarsi, come un gruppo sociale assestante o come un insieme di individui che si pongono al di fuori o al di sopra dei conflitti fra classi sociali con interessi necessariamente antagonisti. Sostanzialmente gli intellettuali tradizionali sono in generale espressione della classe dominante in quanto, in primo luogo, possono permettersi un livello e una durata di formazione tale da divenire intellettuali professionisti solo coloro che hanno generalmente alle spalle una famiglia che gli consente di conseguire questo elevato livello di specializzazione della propria forza-lavoro. Gli intellettuali provengono, quindi, generalmente dal blocco sociale dominante, anche se possono essere selezionati fra i membri migliori e più promettenti dei ceti subalterni, essenzialmente se si dimostrano disponibili a rompere i ponti con la propria classe di provenienza per divenire funzionali agli obiettivi conservatori della classe dominante. Per questo motivo non è certo facile conquistare gli intellettuali alla causa dei subalterni. I primi, provenienti dalla borghesia, tradendo la loro classe, dovrebbero operare in contrasto con il mantenimento dei propri privilegi, cosa alquanto rara, mentre i secondi – proveniente dai ceti subalterni – dovrebbero rinunciare generalmente alla carriera di lavoratori della mente, ossia a divenire intellettuali a tempo pieno, di professione.
Dunque, le avanguardie dei subalterni sono generalmente in grado di conquistare alla loro causa quella componente degli intellettuali tradizionali che non riesce ad affermarsi, a far carriera, che spesso vive una condizione di precarietà. Costoro più facilmente accettano di passare a svolgere un ruolo dirigenziale nei sindacati e nei partiti della sinistra. In tal modo, visto che generalmente i subalterni non hanno modo di divenire intellettuali, i loro partiti e sindacati sono solitamente diretti da intellettuali tradizionali transfughi dalle classi dominanti. Dunque, costoro, cui generalmente non è pienamente riconosciuto il ruolo di intellettuale dalle classi dominanti, cercano di emergere divenendo dirigenti delle classi subalterne.
D’altra parte, però, come non si stanca di denunciare Gramsci, ogni volta che storicamente lo scontro di classe si è acutizzato, ogni volta che si tratta di uscire dalle trincee della battaglia delle idee e rischiare la vita in uno scontro in campo aperto cosa hanno fatto la massima parte di questi intellettuali? In primo luogo hanno fatto di tutto per posticipare il momento dello scontro in campo aperto, facendo così generalmente perdere ai subalterni il momento decisivo in cui era possibile rovesciare le sorti del conflitto, consentendo alle classi dominanti di riorganizzarsi, superando i momenti di crisi. Quando sono stati, comunque, costretti dagli eventi a doversi battere in una guerra di movimento gli intellettuali tradizionali, divenuti dirigenti delle organizzazioni dei subalterni, per paura di perdere i propri privilegi sono generalmente ritornati nelle fila della classe di provenienza, ovvero hanno tradito i subalterni lasciandoli, nel momento decisivo dello scontro, privi di una direzione consapevole.
Questo fenomeno – per cui così spesso nel corso della storia i dirigenti delle organizzazioni dei subalterni tendono a passare, quando lo scontro si fa duro, dalla parte dei ceti dominanti, da cui in massima parte provengono – è un aspetto particolare, per quanto importante, del più generale fenomeno del trasformismo tipico dei regimi parlamentari liberal-democratici fondati sulla delega della sovranità, della funzione politica a una casta più o meno chiusa di politicanti di professione o aspiranti a divenirlo. Tale fenomeno è particolarmente diffuso nella politica parlamentare italiana.
Quindi, nelle fasi decisive del conflitto sociale, la classe dominante riuscirà generalmente a corrompere e a portare a fare i propri interessi i dirigenti delle classi subalterne, ossia quelli che vengono generalmente definiti gli intellettuali di sinistra. Per tale motivo, mostra Gramsci, l’unico modo per non ripetere gli errori del passato, che hanno condotto a catastrofiche sconfitte le classi subalterne – nel momento cruciale improvvisamente private della indispensabile direzione consapevole – è indispensabile aver formato degli intellettuali di nuovo tipo, organici alle classi subalterne. Anche perché negli intellettuali tradizionali di sinistra, che occupano ruoli dirigenziali nelle classi subalterne, è generalmente presente ab origine un elemento opportunista, che facilita nel momento decisivo il fare il voltagabbana.
Gli intellettuali tradizionali che si convincono a dirigere i subalterni, come abbiamo visto, sono generalmente quelli intellettuali che non hanno avuto successo, che non sono riusciti ad affermarsi, quando avevano tentato di svolgere la funzione di intellettuale nel modo tradizionale. Al contrario, gli intellettuali organici al proletariato sono per definizione proletari essi stessi, anche se svolgono ruoli direttivi fra i subalterni. Si tratta, quindi, in massima parte, di intellettuali provenienti delle fila dei ceti subalterni, che spesso come Gramsci hanno rinunciato a essere molecolarmente cooptati come intellettuali tradizionali nella classe dominante. Come è noto, infatti, Gramsci pur essendo molto povero, grazie a uno straordinario sforzo di volontà era divenuto uno studente geniale, tanto che il suo professore universitario intendeva cooptarlo nella carriera universitaria. Ciò nonostante Gramsci, nel momento in cui comprende di poter operare come intellettuale organico alle classi subalterne, non ha esitazioni, abbandona per sempre l’università, senza nemmeno laurearsi, e rinuncia spontaneamente a divenire, come aveva sempre sognato – dopo aver fatto un lavoro enorme per rendere reale tale obiettivo – un intellettuale nel senso tradizionale del termine, con un posto fisso di rilievo nelle istituzioni culturali dello Stato borghese.
Qual è, infine, la differenza fra l’intellettuale organico alla borghesia e l’intellettuale organico al proletariato? Il primo è, ad esempio, l’ingegnere, il manager che svolge una funzione dirigenziale nella società civile al servizio del capitale, generalmente operando per massimizzare lo sfruttamento della forza-lavoro. Al contrario l’intellettuale organico alla classi proletarie è o il proletario, generalmente autodidatta, che comincia ad assumere ruoli dirigenziale nella propria classe nel corso delle lotte, oppure, come nel caso di Gramsci – secondo il modello ideato e praticato dalla componente bolscevica del partito operaio socialdemocratico russo capeggiato da Lenin – è il rivoluzionario di professione. Quest’ultimo è l’intellettuale che, rinunciando spontaneamente per sempre a fare carriera come intellettuale organico alla borghesia o intellettuale tradizionale, si afferma come intellettuale organico al proletariato mediante la sua capacità di dare direzione consapevole alla lotta di classe condotta spontaneamente, in primis, dalla classe operaia.
Il moderno principe
Anche questo nuovo tipo di intellettuale che ha in mente Gramsci – sempre sulla scia di Lenin – non può mai ragionare od operare in modo individualistico, in quanto per definizione deve essere organico al proletariato, ovvero deve essere un’avanguardia riconosciuta almeno dalla componente più consapevole del proletariato. Inoltre, non potrà fare una tranquilla carriera come intellettuale di professione. Il nemico di classe, pur di salvaguardare i propri profitti, infatti, farà di tutto per toglierlo di mezzo o per metterlo in condizione di non nuocere. Proprio per questo l’intellettuale organico – inteso nella sua forma più alta come rivoluzionario di professione – deve avere un solo obiettivo, deve essere animato, sostiene Gramsci, da un’unica grande ambizione: la conquista del potere. Questo è l’obiettivo fondamentale, il fine ultimo dell’intellettuale organico rivoluzionario. Per realizzare questa grande ambizione c’è bisogno, evidentemente, di uno strumento adeguato.
Per comprendere tale strumento Gramsci sente il bisogno di risalire all’origine filosofica di questa decisiva questione, confrontandosi con il più grande esponente della filosofia politica italiana: Niccolò Machiavelli. Quest’ultimo è stato anche il primo a indagare scientificamente l’obiettivo che più premeva a Gramsci, ossia la questione della conquista del potere per fondare un nuovo tipo di Stato, più moderno e giusto. Gramsci, dunque, si confronta con quel capolavoro di filosofia politica, che è anche considerato il testo fondativo della scienza politica, quanto meno moderna, ovvero Il Principe.
Lo sforzo di Gramsci è naturalmente quello di ripensare nel contesto a lui attuale e, più in generale, in relazione alla Rivoluzione in occidente, quanto aveva teorizzato Machiavelli in relazione alla necessità di conquistare il potere politico nel Cinquecento per unificare il paese, liberarlo dal dominio dello straniero e farne uno Stato moderno in prospettiva repubblicano, democratico diremmo noi oggi. Proprio perciò, Gramsci intitola le sue riflessioni sul soggetto necessario a portare a termine la Rivoluzione in occidente Il moderno Principe.
Nel mondo moderno in cui, come abbiamo visto, si è sviluppata un’ampia società civile – un mondo, quindi, decisamente più complesso di quello che aveva dinanzi Machiavelli – il protagonista della conquista del potere non può più essere, come nel caso de Il Principe, un soggetto individuale, un grande condottiero, ma deve necessariamente divenire un soggetto collettivo, un partito, un collettivo politico. Questo partito o collettivo politico deve essere anche un intellettuale collettivo, in quanto deve essere in grado di elaborare, certo sulla base dei classici, una visione complessiva del mondo autonoma e antagonista a quella dominante, generalmente espressione del blocco sociale dominante. Tale obiettivo è indispensabile anche perché, in mancanza di questa visione del mondo autonoma e rivoluzionaria, non sarà nemmeno possibile formare gli intellettuali di nuovo tipo, organici al proletariato, i rivoluzionari di professione che dovranno costituire il gruppo dirigente del moderno principe.
Renato Caputo
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L’articolo è stato pubblicato da La Città Futura col link
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