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Brevi riflessioni su la proposta di Pisapia, di S. Valentini

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A me pare che Pisapia ponga una questione giusta ma si rivolge all’uomo sbagliato, a Renzi.
C’è la necessità di ricostruire un campo largo delle forze democratiche e progressiste alternativo a tutti gli altri schieramenti. Il centro sinistra deve marciare almeno su due gambe, e su questo sono d’accordo.
Ma la strategia neocentrista di Renzi va in questa direzione? Mi pare di no. Il progetto di Pisapia passa quindi solo se la strategia neocentrista del Pd, oggi dominante, sarà sconfitta. Attenzione, il renzismo non è solo Renzi, al di la delle sue varianti è una strategia che ha molti sostenitori. E’ la vocazione del maggioritario, su cui il Pd è nato, dunque è in continuità con il veltronismo.
Per un Pd che guardi a sinistra occorre sperare nella forza di persuasione di altre figure, anche tra loro molto diverse, come Bersani e la Bindi, che dicono cose molto giuste, quasi di “rifondazione” del Pd. Saranno in grado di spostare l’area dorotea di Franceschini verso tale progetto, insomma di dar vita a una nuova maggioranza dentro il Pd? L’operazione è possibile ma non certa. Questi dovrebbero essere gli interlocutori del progettodi Pisapia dentro il Pd. 
Seconda interrogativo. Chi ricostruirà la gamba di sinistra di questo progetto?
Bersani? La Bindi, Cuperlo? A me pare che questi vedano solo come orizzonte il Pd, anche se Bersani mi pare molto attento affinché il partito tessa rapporti per costruire il campo largo. A meno di una iniziativa avventuristica (da non escludere di Renzi, ma Mattarella e Franceschini sono pronti a stopparla) non mi pare che la sinistra del Pd, nel suo insieme, sia proiettata ad abbandonare il Pd.
Infine, il dato più drammatico: la sinistra è divisa in tanti rivoli, non si muove unitariamente nella direzione che chiede Pisapia. Gli arroccamenti, le visioni identirarie, i piccoli interessi di bottega la spingono ancora una volta, nonostante il potenziale del bacino a due cifre offerto dal voto referendario sul No, sulle rive del minoritarismo. Occorre allora che si affermi nelle prossime settimane una leadership forte a sinistra, in grado di portare avanti il progetto di Pisapia e nel contempo favorire, dall’esterno, un ricollocamento del Pd sul versante che chiede Bersani. Per fare questo il ruolo di Pisapia è insufficiente. È importante ma troppo poco. Occorre altro!
E qui vado al punto. È necessario che scendano coraggiosamente in campo, come ha fatto Pisapia, altre figure, in particolare mi riferisco a De Magistris e a D’Alema con il sostengo in qualche misura riconoscibile della Cgil. Non è la mia una eresia o una burla da “scherzi a parte”. Se se vuole un nuovo soggetto politico della sinistra che incida, occorre unire e non dividere. Unire senza pregiudizi.
De Magistris è portatore di una visione fondamentale per la sinistra, una visione non politicistica. Egli è attento a tutto ciò che viene dai territori: le grandi lotte per la pace, il lavoro, i beni comuni e la tutela dell’ambiente. Insomma è portatore di una visione per cui la sinistra non è solo la sommatoria di ceti politici ma un movimento ampio capace di rappresentare i conflitti, di movimenti che partecipano da protagonisti al processo costituente di un nuovo e autonomo soggetto politico. Senza un robusto insediamento sociale non vi sarà mai un un uovo soggetto politico della sinistra convincente.
D’Alema, poiché in questa fase, come ha mostrato in tutta la campagna referendaria, è il dirigente più autorevole che la sinistra dispone; ha legami internazionali e rapporti forti con personalità del mondo della cultura. 
Qualcuno prenderà l’iniziativa di porsi sulla strada proposta da Pisapia ma aggiustando il tiro?
Non ne ho idea ma so che bisognerebbe fare qualcosa e subito.

Alessandro Valentini

Il Paese, questo sconosciuto, di C. Baldini

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La valanga di NO non è stata certamente sul merito della riforma renziana. Tanti NO lo sono stati, ma guardando la distribuzione per regioni non c’è dubbio che il No è stata una porta chiusa in faccia violentemente da parte delle popolazioni più disagiate e dai giovani che pure soltanto due anni fa nutrivano speranze di miglioramento delle condizioni di vita, al presidente del Consiglio

Del Paese che ha peggiorato il suo stato, il maggior partito di governo è molto responsabile, non può incolpare genericamente i predecessori. Per una ragione primaria:
il Pd è direttamente intervenuto con voucher e Jobs act a ledere diritti vitali del lavoratore, ad aggravare la precarietà, ad incoraggiare il nero. Non va poi messa in secondo piano, la cosiddetta Buona Scuola imposta ed attuata contro la stragrande maggioranza dei docenti e del personale della Scuola. Oggi la Scuola si trova in una situazione disastrosa. Non era accaduto nemmeno con la Gelmini che si raggiungessero livelli infimi di giustizia e di assurdità, in omaggio all’impossibile equiparazione della Scuola Pubblica, nostro vanto e patrimonio, ad un Apparato aziendale. Il presidente del Consiglio in carriera nel PD andava avanti a colpi di fiducia e di mance, come i dc del secolo scorso, che però ci sapevano fare e il rispetto dell’avversario sapevano gestirlo.

In questa sofferenza generale e profonda e non solo economica, a cui il partito di maggioranza e i suoi alleati di comodo non avevano fatto caso, si va ad innestare, senza alcuna necessità, se non l’obiettivo di potere del capo, una mega revisione costituzionale approssimata, confusa e contradditoria, conforme ai voleri dei poteri forti, sostenuta da banche e finanza, da imprenditori e Capi di Stato, costituita da un attacco combinato Costituzione-Legge elettorale alla democrazia parlamentare. Portato fino alla fine con protervia ed arroganza dal Principe dei servi, come un plebiscito popolare di investitura su se stesso. Ma si è accorto presto che il popolo non era disposto.

Naturalmente pensando che fosse un problema di comunicazione , si arruolano i guru migliori, si occupano le tv, si silurano i ribelli. Quanti dei nostri già pochi soldi questo personaggio ha speso per il suo potere? E’ una risposta che il Parlamento deve pretendere rendicontata
Meno male che il popolo stavolta ha fatto il suo dovere e abbiamo salvato la Costituzione. E se altre ragioni hanno deciso , significa che mancava solo l’occasione.
Del resto con Cgil messa all’angolo e rinunciataria, gli altri solita roba, la sinistra che non c’è perché è geneticamente diventata destra, quando mai, la gente che sta male in questo Paese per ragioni economiche e sociali avrebbe potuto dire la sua?

Ecco , ora viene il difficile per tre motivi:
il Bimbo arrabbiato dice :adesso voglio vedere come ve la cavate. Pesta i piedini , stizzito da lesa maestà. Non capisce nemmeno che è Presidente in carica per gli affari correnti. Poi c’è molta sceneggiata. Tornerà.
Ma il secondo motivo è l’immaturità e l’incapacità delle maggiori forze di opposizione. 5 stelle e Lega chiedono il voto subito e referendum sull’Europa.
Su quali programmi e con chi se non hanno il 51%? Ah ecco, viva l’Italicum, se vincono loro!
Esercizio del potere , non governo del Paese. Trovate la differenza tra prima e dopo. Con ciò, io ho simpatia per l’impegno di tanti pentastellati. Ce l’ho anche per quei piddini che si sono distinti dalla maggioranza e schierati per il NO. Ma né gli uni , né gli altri hanno legittimità per tenere ancora un Paese in stallo nelle campagne elettorali. Diano il benservito ai loro padroni, si organizzino democraticamente e smettano di considerarsi la settima meraviglia della politica. Perché non hanno ancora dimostrato nulla. Anzi.

Il terzo motivo siamo noi, inesistenti e scarsamente visibili per nostro grave ritardo rispetto alle esigenze del Paese. Noi di sinistra, noi delle 33 sigle diverse. Noi di Sinistra Italiana ancora lontani dal congresso e tra polemiche. Noi Civatiani poco inclini a sperimentare fuori dal recinto. Noi rifondaroli in lite continua con sel. Noi comunisti più o meno estremi con la pretesa di essere la verità stiamo perennemente al balcone a consolarci col Che o con Putin, nientemeno.
Siamo parecchi , alla fine siamo tanti, ma talmente separati e livorosi che ormai produciamo poli che si respingono. Noi che parliamo agli altri dei bisogni del Paese ed abbiamo ragione, parliamone al nostro interno e con i vicini di casa. E siamo così anche alla base, i vertici ne sono l’espressione. Altro che partire dal basso! Cambiare la testa per poter partire.

Non siamo mai pronti quando è ora.

Claudia Baldini.

Poche considerazioni sul referendum, di R. Achilli

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Questo voto ha una rilevanza sotto numerosi aspetti, ci consegna la lettura di un Paese che forse non conoscevamo granché. E’ evidentemente un voto di classe, il No è stato portato avanti, oltre che da una piccola élite intellettuale illuminata (penso ad esempio ai costituzionalisti schierati per il No, ai tanti appelli venuti dal mondo accademico) soprattutto da quel largo schieramento sociale che i “benefici” delle riforme renziane non lo hanno visti, o hanno addirittura visto peggiorare le loro condizioni: disoccupati di lungo periodo e giovani inoccupati ben lontani dagli illusori bricolage delle politiche per il lavoro fai-da-te: ti do’ un voucher e poi te la vedi tu come spendertelo in un mondo di squali come quello del sistema formativo; ceti medi che sprofondano verso la povertà e vivono l’assillo della minaccia quotidiana di perdere il lavoro, piccola borghesia in parziale proletarizzazione ed angariata da un carico fiscale tutt’altro che in riduzione, insegnanti deportati in puro stile titino in giro per l’Italia ed umiliati dal Rondolino di turno, dipendenti pubblici che non si sono accontentati della mancetta degli 85 euro, perché non vedono valorizzato il loro lavoro quotidiano e sono umiliati dalla retorica della burocrazia soffocante, precari sempre più precarizzati e partite IVA prese in giro con la modesta riformicchia a loro dedicata.

Non è un caso, ed è la cartina di tornasole del connotato di classe di questo voto, che i risultati più netti arrivino dal Mezzogiorno, dall’area territoriale, cioè, che più di tutte raccoglie la sofferenza sociale del nostro Paese. E che ci insegna una grande lezione di dignità e riscatto. Tutti noi pensavamo che il voto al Sud sarebbe stato manovrato ed inquinato dai feudatari del voto, quando non addirittura dalle organizzazioni criminali. Il 67% del No in Calabria, i risultati di province come Salerno e Napoli ci parlano di un Sud ben più autonomo ed arrabbiato di quanto pensassimo. I meccanismi consociativi affogano nella progressiva riduzione delle risorse finanziarie necessarie per ungere le ruote. La spending review diventa il killer di una classe politica notabiliare meridionale che da sempre garantiva di attaccare il ciuccio dove voleva il padrone. Abbandonato a sé stesso dal Governo Renzi, che prima ha svuotato il Fondo Sviluppo e Coesione per altri fini, e poi ha rivenduto banali riprogrammazioni dei fondi strutturali già assegnati come miracolistici Masterplan, il Sud lancia la sua voce di dolore, ma anche di dignità. E ricorda alla politica che niente, in questo Paese, può essere fatto senza dedicare sforzi e progettualità vera al grande malato.

Dentro questo voto soffiano molti venti: sicuramente il vento della stanchezza, di un Paese allo stremo, per otto anni di crisi alternata a stagnazione, e di assenza di prospettive di riscatto a breve. Questo Paese non ha accettato la retorica del cambiamento continuo, dell’innovazione per l’innovazione, proposta dai renziani. A Bagnoli, ad esempio, servono condizioni di abitabilità decenti, ambiente, lavoro e legalità, non le futuristiche strutture immaginate da Renzi per chiudere l’infinita storia della riconversione dell’ex polo siderurgico. E così in tutte le Bagnoli che ricoprono questo Paese, anche in un Nord che ha perso il suo connotato mitico di locomotiva economica, e che oggi lotta fra aziende che chiudono, condizioni lavorative sempre più disastrose, disgregazione di quel tessuto di coesione sociale che era garantito dal vecchio modello distrettuale, oggi preso letteralmente a mazzate dalla concorrenza dal lato dei costi esercitata dai Paesi emergenti (spesso operanti addirittura dentro la casa distrettuale, vedi Prato ed il distretto parallelo e clandestino dei cinesi) e dall’incapacità morale e progettuale dei rampolli odierni dell’imprenditoria settentrionale nel proporre un patto sociale e produttivo fatto di coesione, compartecipazione, innovazione e qualità. La disgregazione dell’impianto contrattuale, per inseguire un modello americano di competitività aziendale, non rilancia la produttività perché scarica semplicemente sul salario i mancati guadagni di redditività dell’azienda. La burocrazia confindustriale è fra i principali sconfitti di questo voto, perché ha creduto, attraverso la riforma costituzionale, di trasferire alle istituzioni pubbliche il modello padronale-efficientistico ed accentratore, oramai obsoleto, che rappresenta la base culturale della nostra borghesia. Questo modello di governance, che esclude la cogestione e il dialogo organizzativo interno, è il principale responsabile, insieme ad un sistema creditizio asfittico e politicizzato ed allo smantellamento della grande impresa pubblica che faceva innovazione radicale, della spoliazione industriale del Paese e dell’asfissia del nostro processo di accumulazione. Non è stato permesso, a questo modello perdente, di trasferirsi nella sfera costituzionale.

Se soffia il vento della stanchezza, soffia anche quello della rabbia e del rancore, e la nostra classe dirigente farebbe bene a stare molto attenta, perché gonfia le vele del populismo, e preannuncia rese dei conti ben più violente di quelle di un voto referendario. Nei tanti renziani che oggi sfogano la delusione per la sconfitta richiamando il modello-Renzi e prendendosela con un Paese che non lo avrebbe capito, o che non avrebbe il coraggio di seguirlo, è assente ogni consapevolezza razionale minima circa ciò che sta montando dentro il Paese reale. I sistemi politici ed ideologici che spingono popolazioni intere verso miti futuristici e mete gloriose, incuranti delle sofferenze sociali ed individuali che tale processo innesca, sono destinati al crollo. E’ vero per gli Khmer Rossi ed è vero anche per il renzismo.

L’unico modo per sconfiggere il populismo è quello di scendere al livello delle ansie, delle paure, delle frustrazioni, delle sofferenze che lo alimentano. Sapendo dare a queste la priorità rispetto al disegno generale ed agli obiettivi futuri. Dicendo che Ventotene, che il multiculturalismo dell’immigrazione, che il pareggio strutturale di bilancio, che la crescita della curva di produttività, sono meno importanti della cura del bene comune, della preoccupazione per dare lavoro al giovane di Polistena, della tutela dell’ospedale pubblico dal rischio di chiusura, della garanzia di condizioni di sicurezza pubblica per chi vive nelle tante Tor Bella Monaca delle nostre città devastate e “americanizzate”, dove i meno abbienti vengono ghettizzati in periferie sempre più lontane e squallide. Arroccarsi su una presunta superiorità del progetto sulle persone (quand’anche essa fosse reale, e non è il caso del renzismo) su una spinta ad andare avanti per andare avanti, a riformare per riformare (quale che sia il costo da pagare) e su una politica fatta di oscuro tecnicismo ed opacità nella gestione del potere (opacità che la deforma-Boschi, con le sue cervellotiche procedure legislative, avrebbe accresciuto) consegnerà il Paese a Grillo, forse ad un Grillo alleato con Salvini.

Per questo serve un progetto collettivo, che sia però basato sull’analisi delle condizioni di vita dei singoli, in grado di restituire speranze rispetto ai loro obiettivi esistenziali. Per tale progetto, il tecnicismo oligarchico renziano è chiaramente inadeguato. Il populismo lo è altrettanto. Solo la sinistra è in grado di recuperare, nella sua tradizione culturale che vede nel partito e nel sindacato gli aggregatori della domanda sociale, e i produttori di una élite politica in grado di produrre coscienza di classe (rimettendo insieme i pezzi di classe frammentati attorno ad un progetto di rinascita comune) e dare una indicazione sul “che fare”, una speranza per il futuro.

Riccardo Achilli

 

Considerazioni dalla parte dei vinti, di A. Castronovi

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Mi capita spesso di ripensare agli ideali della mia gioventù che sul finire degli banni ’60 animarono le passioni politiche e civili di una intera generazione. Passioni calde che infiammarono le piazze d’Italia e le grandi fabbriche della giovane classe operaia del Nord, in prevalenza meridionale emigrata a Milano e Torino, attratta dalla prospettiva di vincere la grande corsa infinita verso il progresso e il benessere. Dopo, nulla è stato come prima. Il mondo è cambiato davvero ma non nel senso da tanti di noi auspicato. È tramontata definitivamente la civiltà contadina, hanno vinto l’industrialismo prima e la finanziarizzazione e deindustrializzazione dell’economia poi. I valori del consumismo, dell’individualismo, dell’egoismo sociale, della competitività hanno trionfato su quelli della democrazia del lavoro, dell’uguaglianza e della solidarietà sociale, relegati nella pattumiera della storia.

Vincitori e vinti

Che fine hanno fatto i protagonisti di quella stagione? Ci sono quelli saliti sui carri dei vincitori e quelli rimasti fedeli e coerenti a quegli ideali di gioventù. I primi li ascoltiamo ancora quotidianamente dalle nostre TV nelle vesti di opinionisti e di politici. Dei secondi non parla nessuno, emarginati nella sconfitta e nella memoria collettiva. Sono quelli che non si sono mai arresi e che il mondo hanno provato a cambiarlo davvero mettendosi in gioco anche dentro le organizzazioni politiche e sociali in cui hanno militato. L’onda omologante ha livellato le increspature nel tessuto della storia sollevate dalle ansie e dai moti di rivoluzione sociale che avevano animato le grandi attese di cambiamento di quegli anni. Ha vinto e si è confermato il “trasformismo” italiano. La purezza e l’ingenuità rivoluzionarie che avevano animato la nostra generazione e quella dei nostri nonni che promossero l’organizzazione e le prime  lotte dei movimenti dei lavoratori all’inizio del ventesimo secolo – e che avevano generato figure e personaggi straordinari e generosi come Angelo Antonicelli, contadino “sovversivo” senza-terra  di Massafra, il mio paese d’origine – sono state sostituite dai valori opportunistici e omologanti dei vincitori assunti a modello. Il paese oggi si è assuefatto ai valori dell’individualismo proprietario e dell’egoismo sociale che hanno distrutto gli antichi legami comunitari della società contadina e delle prime leghe operaie. Siamo una generazione di sconfitti.

Ho fatto il sindacalista della Cgil a Roma per una vita intera. Ho toccato con mano le ingiustizie sociali e le sofferenze umane. Ho condiviso la disperazione di chi perde un lavoro vitale per un licenziamento ingiusto, ho conosciuto la generosità e la solidarietà operaia. Ho visto in faccia la viltà del potere verso i più deboli e i più umili insieme alla paura e all’angoscia della sconfitta. Ho conosciuto sindacalisti generosi e instancabili nella loro quotidiana opera di organizzatori e di difensori dei diritti dei lavoratori: ma ne ho conosciuti anche di profittatori, di furbetti e opportunisti, per non dire di disonesti. Mi sono sempre illuso che l’impegno quotidiano e la passione politica e civica che mi hanno guidato nella mia attività, fosse inserito in un processo storico di liberazione e di emancipazione del mondo del lavoro. Eravamo certi, allora, che il vento soffiasse alle nostre spalle. Anch’io pensavo che lo sviluppo industriale era la via per il riscatto del Sud e della mia terra d’origine. Oggi il Sud è purtroppo diventato la discarica di rifiuti inquinanti controllati dalle varie mafie, dopo aver subito le devastazioni provocate alla sua storia e alle sue bellezze naturali dalle servitù industriali delle produzioni chimiche e siderurgiche più inquinanti.

Noi” che ci siamo battuti per il Progresso, abbiamo identificato il “gigantismo” con la “modernità” e considerato il “piccolo” come sinonimo di arretratezza. Abbiamo così sostenuto la grande impresa agricola e industriale rispetto alla proprietà e alla civiltà contadina, alle piccole imprese e all’artigianato; le grandi opere rispetto alle piccole; le grandi banche d’affari a svantaggio delle banche territoriali; i mega-centri commerciali che costellano le nostre periferie urbane rispetto alla rete diffusa dei piccoli negozi di vicinato. Abbiamo privilegiato la metropoli rispetto ai piccoli centri, la città rispetto alla campagna e alla bellezza dei luoghi, e abbiamo contribuito allo spopolamento dei borghi e delle zone interne, oggi devastate dall’incuria umana e dalla forza oscura della natura. Abbiamo assunto la crescita come metro di misura del progresso e il “consumismo” è diventato un’ideologia, sinonimo di benessere, ed invece era una droga di cui avvertiamo i sintomi della dipendenza: è un moto complusivo, automatico, non possiamo farne a meno neanche in epoca di austerità come la nostra.

Perché da ex-sindacalista dico queste cose oggi? Perché sono un pentito dello sviluppo e del progresso? Perché sono “antimoderno” e “nostalgico” del passato”? Penso semplicemente che l’uomo per ritrovare la sua innocenza deve purificarsi degli errori che hanno generato gli orrori del nostro presente. Penso al passato come ad una forza potente che può irrompere nel presente e scuotere la terra e l’ordine ivi esistente.

In Ideologia e Poetica (Per Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, 1973 – Mondadori, Milano) Pasolini affermava: “Preferisco muovermi nel passato proprio perché ritengo il passato unica forza contestatrice del presente. Non c’è niente che possa far crollare il presente come il passato: è una forma aberrante ma tutti i valori che sono stati i valori in cui ci siamo formati, con tutte le loro atrocità, i loro lati negativi, sono quelli che possono mettere in crisi il presente”. Solo i vinti hanno interesse a rievocare le immagini degli sconfitti delle epoche storiche precedenti, mentre i vincitori, detentori del potere, rievocano soltanto la storia ufficiale, cioè la loro.

Le macerie dell’industrialismo

Quello che oggi mi preme è avanzare suggestioni che stimolino e aprano le menti e i cuori per ridare un futuro alle nostre terre più martoriate e alla nuove generazioni alla luce delle lezioni della storia e per non ripetere gli stessi errori.Ritrovare e riconnettere i fili spezzati di una storia che non è stata.

Il mio pensiero corre così al famoso discorso sull’austerità di Berlinguer all’Eliseo del 5 gennaio 1977 e a un Congresso della Cgil dei primi anni’70 e alle domande che ivi echeggiarono, rimaste senza risposta: dove, cosa, come e per chi produrre?Sono domande pertinenti ancora e soprattutto oggi. Produrre qualsiasi cosa in un qualsiasi luogo, togliendo diritti e dignità al lavoro e sfruttandolo in tutti i modi possibili, è cosa che contraddice, infatti, un cambio di paradigma del modello di sviluppo. L’industrialismo e il consumismo si sono rivelate la malattia e non il rimedio alle sofferenze, alle privazioni e alle ristrettezze di cui hanno patito per secoli le classi subalterne. A questo esito, per ironia della storia, hanno contribuito anche le organizzazioni del movimento operaio nate per riscattare i più umili e finite nella “trappola” del progresso. Del resto l’industrialismo è stato una vocazione della cultura sviluppista della sinistra politica e sindacale anche in una città come Roma. Il manifesto congressuale della Camera del Lavoro di Roma del 1977 raffigurava l’ombra di una fabbrica con ciminiera che si rifletteva su Castel S.Angelo! Quella immagine non fece scandalo alcuno. Era dopotutto il simbolo di una rivendicazione storica del movimento operaio romano: il sogno irrealizzato di Roma Capitale come grande città industriale.

Oggi, fortunatamente, simili suggestioni sono tramontate, ma nel passato non si avevano di questi scrupoli. Basti pensare che fino agli anni ’20- ’30 il Gazometro e la Pantanella a Roma erano ubicati nella area industriale del Circo Massimo, ai piedi del Palatino e dell’ Aventino! Chi pensasse e osasse fare una cosa del genere oggi sarebbe da ricovero immediato! Bisognerebbe  essere degli ottusi operaisti, infatti, per rimpiangere le fabbriche in città. Chi sopporterebbe, oggi, i fumi nocivi di una ciminiera a pochi metri dalla finestra di casa? Anche questo è lo scandalo vergognoso di cui è vittima una città ultra-millenaria come Taranto! L’industria chimica e siderurgica ha però già fatto il suo lavoro distruttivo;  negli oceani ci sono continenti di plastica, le nostre coste e pianure sono segnate da  un lunga catena di città e siti inquinati e inquinanti. Sono quarantaquattro le aree in Italia inquinate oltre ogni limite di legge: Trieste, Porto Marghera, Brescia, Mantova, Cengio, Falconara, Termoli, Terni, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Priolo, Gela, Milazzo, Napoli- Bagnoli, Litorale vesuviano, Fiume Sacco, Civitavecchia, Piombino, Casal Monferrato, Livorno, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, ecc..

Ora molte aziende hanno chiuso, e resta il disastro ambientale. L’Italia e le nostre città sono disseminate di siti industriali dismessi, colmi di rifiuti tossici abbandonati, che continuano a disperdere veleni nell’ambiente. Come uscire da uno sviluppo che ha inquinato e avvelenato le nostre città, l’aria, la terra, i mari e le acque insieme ai cuori e alle menti dell’umano, per orientarsi verso un’economia e uno sviluppo basato sulla bellezza e la cura dei luoghi, sulla gentilezza e sull’amore verso l’uomo e la natura, verso la madre-terra? L’illusione del progresso (il nostro) sopravvive purtroppo ancora nelle pratiche politiche e sindacali, sopravvive nelle guerre per le materie prime e nell’industria delle armi e nelle distruzioni che portano con loro. Sopravvive nelle servitù militari e industriali di cui è vittima una città altrimenti bellissima come Taranto con il suo magnifico entroterra e i suoi mari. Sopravvive nella rapina delle risorse naturali e di minerali preziosi dell’Africa da parte dei paesi occidentali e nelle sue terribili guerre tribali per accaparrarsi i dividendi della neo-colonizzazione. Sopravvive nei milioni di profughi ambientali e di quelli in fuga dalle guerre generate per il “nostro” benessere.

Quale speranza per il futuro del lavoro?

Dalla crisi emerge lo scheletro contadino della società italiana”, affermava il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita nel 45° Rapporto del 2011. Tanti giovani acculturati e laureati stanno riscoprendo la terra e la cultura contadina portando con sé innovazione e nuovi saperi. Una nuova cultura contadina innestata sul recupero dei piccoli centri spopolati e/o abbandonati delle zone interne e collinari, sulla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale e paesaggistico, sul turismo sostenibile, sull’eno-gastronomia e sulla agricoltura sostenibile e di qualità: questa può essere la strada per il riscatto del nostro passato e delle sue illusioni. Transitare da un modello concentrazionario – dove si centralizzano risorse, capitali, popolazione, forza-lavoro in un singolo spazio-luogo per ottimizzare le risorse produttive, privilegiando le zone costiere e le pianure – a un modello policentrico diffuso e basato sullo sviluppo localee puntando sulla valorizzazione dei territori e sulla decentralizzazione delle risorse; decongestionando le città e orientando lo spostamento della popolazione urbana, della forza-lavoro, verso le aree interne, le colline e i piccoli centri, dalla città verso la campagna. È un compito, questo, che spetta alla politica ma che tocca da vicino la progettualità sociale delle organizzazioni dei lavoratori. Il lavoro – che è oggi la vittima di uno sviluppo sfuggito al controllo dell’umano – e le organizzazioni dei lavoratori non  possono sottrarsi al dovere storico di riconciliarsi con l’ambiente e la natura, con la società e le comunità locali. Nondimeno in questa missione rimangono le possibilità di riscatto del lavoro da un destino che lo relega oggi alla emarginazione sociale e ad una povertà senza la dignità della povertà contadina e artigiana.

Il capitalismo industriale fordista aveva illuso sulle sue presunte infinite possibilità di ridistribuire ricchezza e prestigio sociale ai salariati. L’organizzazione taylorista del lavoro era stata scambiata come ineluttabile progresso tecnico. Ha invece contribuito potentemente alla sua alienazione e alla spoliazione delle sue qualità e del suo sapere. Oggi la globalizzazione ha distrutto le illusioni del lavoro salariato e delle sua aspirazioni “rivoluzionarie”. Rimangono un esercito di precari e di disoccupati e i cimiteri delle fabbriche dismesse nelle periferie delle nostre città, trasformate per amara ironia della storia – penso a Roma e all’ex Tiburtina Valley da santuari della rivoluzione proletaria a casinò del gioco d’azzardo. Il nucleo forte dei lavoratori stabili si è ridotto sempre di più ed è concentrato nei diversi settori pubblici, nelle imprese locali partecipate che gestiscono servizi pubblici, nelle grandi imprese private di servizi, e in quel poco che resta di imprese industriali ancora competitive sui mercati internazionali. Come ripartire dalle macerie che ci ha lasciato l’industrialismo per reinventare un futuro del lavoro e della società? Come conciliare le speranze di intere generazioni escluse dal cosiddetto “sviluppo” con gli interessi spesso corporativi dei lavoratori più protetti? Sono le domande a cui dovrebbe rispondere un moderno sindacalismo confederale. Il sindacato oggi è purtroppo lontano dal popolo dei precari e dei senza lavoro tanto cari a Giuseppe Di Vittorio e alle sue leghe edili e bracciantili. In tante sue pratiche il sindacato si comporta, specie nei settori forti e protetti dell’economia, come una propaggine dell’impresa e dei suoi interessi. Nei servizi pubblici prevale spesso l’interesse corporativo dei lavoratori sulla difesa e tutela dei diritti dei cittadini.

Il Piano del Lavoro della Cgil che fine ha fatto? Scomparso dall’agenda sociale e politica del paese! Migliaia di pagine scritte che non reggono il confronto con le due scarse e “misere” paginette del Piano di Di Vittorio che mobilitò, con gli scioperi a rovescio e l’occupazione delle terre, milioni di lavoratori edili e braccianti precari e disoccupati per la riforma agraria, per la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’elettrificazione delle campagne, e per un piano di investimenti pubblici per la ricostruzione del paese devastato dalla guerra. Il paragone con l’oggi è impietoso se pensiamo ai milioni di giovani precari e disoccupati senza speranza e senza rappresentanza sociale e politica. Dove sono le priorità strategiche di un moderno Piano del Lavoro? Anche questa la sento come una mia sconfitta.

Riconciliare lavoro e bene comune. Una funzione possibile degli intellettuali

I lavoratori non possono essere estranei, come le imprese globali, ai destini dei territori in cui vivono i popoli che li abitano. Questo non può farlo un sindacalismo corporativo che leghi il destino dei lavoratori solo a quello dell’impresa, estraniandosi così dalla società, dai cittadini e dal perseguimento del bene comune. Il lavoro potrebbe ritrovare la sua funzione emancipatrice se fosse non solo finalizzato alla sua riproduzione sociale ma anche per realizzare l’umanesimo del lavoro e  una nuova civiltà del bene comune.

Walter Benjamin, grande filosofo marxista tedesco del Novecento, è stato un severo critico di una concezione marxista-progressista della Storia e della società dei consumi. Nelle sue Tesidi filosofia e di storia, scriveva: “Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’opinione di nuotare con la corrente. Lo sviluppo tecnico era il filo della corrente con cui credeva di nuotare…”. Il Programma di Gohta ( Il manifesto della socialdemocrazia tedesca del 1875), denunciava Benjamin, definisce il lavoro come ”la fonte di ogni ricchezza e di ogni cultura… cosa che fece inorridire Marx”. E continuava: “Questo concetto della natura del lavoro, proprio del marxismo volgare, non si ferma troppo sulla questione dell’effetto che il prodotto del lavoro ha sui lavoratori finché essi non possono disporne. Esso non vuol vedere che i progressi del dominio della natura e non i regressi della società…Il lavoro, come è ormai concepito, si risolve nello sfruttamento della natura, che viene opposto – con ingenuo compiacimento – a quello del proletariato…”

Certamente è importante conquistare la libertà dalla sofferenza e dal bisogno. Aspiriamo per questo al denaro, al successo, ai beni materiali, alla sicurezza. Il lavoro è un mezzo per raggiungere questi scopi e il movimento sindacale ha svolto questa funzione per tutto il Novecento. Ma è proprio impossibile concepire il lavoro al servizio della società e del bene comune vivendo in armonia con la natura? È un’illusione pensarlo? Lo scetticismo è giustificato. L’idolatria del mercato e del consumismo dei “moderni” hanno sostituito,  nella civiltà industriale occidentale, la spiritualità e l’austerità naturale degli “antichi”. Le passioni “calde” della politica partecipata sono state sostituite da quelle “fredde” dell’economia e del business.Viviamo in una cultura aggressiva e fortemente competitiva che ha permeato anche il mondo del lavoro. L’ “io” ha sovrastato il “noi” e il bisogno di comunità. La democrazia ha smarrito i valori fondativi della Polis ed è degenerata nel mercato dei consumi. Il nostro sviluppo è nefasto perché incoraggia altri popoli a comportarsi come noi e ad adottare i nostri stili di vita e i nostri valori egocentrici e materialisti.

Come invertire questa tendenza a partire da noi? Il nostro sistema di vita può rivelarsi insostenibile per la specie umana e per l’ecologia del vivente. Siamo in grado di cambiare i nostri paradigmi e la nostra cultura per fondare una visione alternativa dello sviluppo e del progresso? È questa la sfida aperta per il pensiero democratico e solidaristico, e per gli intellettuali che dovrebbero essere i promotori e i custodi del bene comune. Nella visione gramsciana, ogni gruppo sociale crea una sua categoria specializzata di intellettuali, organici alla sua funzione storica e produttiva. Così Gramsci elaborò la figura dell’intellettuale organico alla classe operaia, ad una classe che si candidava ad essere egemone nella società industriale. Nell’epoca odierna della  decadenza delle classi che hanno fatto la storia della società industriale – la borghesia produttiva e la classe operaia – gli intellettuali, orfani di questo ruolo storico, sono diventati in gran parte “propagandisti” del pensiero unico e dell’ordine esistente assunto come senso comune, al servizio spesso dei politicanti di turno e dei poteri costituiti. Gli intellettuali che amano il progresso umano, invece – orfani di una “classe” ormai dispersa – non dovrebbero ridursi a essere partigiani sostenitori di partitini o di politici di sinistra autoreferenziali, ma divenire portatori di una visione critica del mondo e del potere, nuovi sacerdoti custodi del bene comune e della sacralità dei beni comuni sociali e naturali, educatori delle nuove generazioni, e severi vigilanti dei costumi e dei comportamenti di quanti li denigrano e li oltraggiano ogni giorno.

Il riscatto dei vinti e un sogno

La sconfitta della nostra generazione, che ha fallito nelle sue ambizioni di palingenesi sociale e che non ha saputo vedere i rischi dell’inseguire il benessere e il successo a tutti i costi, si è risolta nel crollo di tutti i suoi miti fondativi. Questa sconfitta sia di lezione per l’oggi affinché non si smarrisca la memoria degli errori di ieri e delle sue sofferenze. La Storia non è solo un susseguirsi di eventi lineari in cui il passato sia alle nostre spalle. Esso ci parla anche con il linguaggio e la memoria dei vinti e degli sconfitti redenti e non solo con quello dei vincitori, affinché quello che non fu possibile ieri diventi possibile oggi o domani. Per Benjamin la rivoluzione futura ci sarà soltanto se il passato sarà redento. Essa è il “balzo di tigre nel passato”.“Il soggetto della conoscenza” – scrive ancora W. Benjamin – “ è la classe stessa oppressa che combatte.., che porta a termine l’opera della liberazione in nome di generazioni di vinti”. Non so se un giorno il mondo cambierà in meglio. Ma se sarà così, lo sarà non grazie a quelli che sono saliti sul carro dei vincitori, ma grazie ai popoli vinti ma non domati, alle classi oppresse, ai sacrifici e alle testimonianze di tutti quelli che pur sconfitti ed emarginati, non si sono mai arresi. Per concludere. Che cosa posso dire oggi al mio paese e alle terre violentate da cui mi sono distaccato oltre quarant’anni fa, stravolte nella loro identità dalla modernità vincente? Ho un sogno per Taranto e i paesi viciniori, città-martiri vittime di questo industrialismo avvelenato: la chiusura dell’ILVA con una grande cintura verde attorno e un grande Museo da creare lungo la catena produttiva dell’acciaio per testimoniare e mostrare al mondo le brutture e le sofferenze umane dolorose di una certa civiltà industriale, che valga come monito per il futuro dell’umanità e delle nostre terre martoriate.

Antonio Castronovi

tratto dal sito: http://comune-info.net/2016/11/considerazioni-dalla-parte-dei-vinti/