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Un nuovo presidente democratico per una nuova politica transatlantica. di A. Angeli

E’ stato interessante seguire la Convetion dei democratici fino alla nomina della vice presidente Kamala Harris a candidata alla Presidenza degli USA, una sensazione di forte passione che ci ha coinvolto fino a pensare che anche a noi dovrebbe essere concesso di votare. Beh, qualcuno potrebbe trovare bislacca questa illusione, ma d’altro canto chi occupa lo Studio Ovale da Presidente degli USA è giustamente visto da molti come un ruolo di importanza esistenziale per il benessere e la sicurezza del mondo, in particolare per noi Europei.
E questa non sia colta come un’esagerazione, in specie in questa fase della storia con una guerra che infuria ai confini dell’Europa, promossa dalla Russia con l’occupazione dell’Ucraina, su cui aleggiano le continue minacce nucleari del Cremlino, al momento solo verbali dovendo tenere di conto, appunto, del ruolo e della forza militare statunitense, fatti che, data la loro intensità e serietà, hanno richiamato l’attenzione di tutta la stampa Europea.
Questa situazione ci induce a prendere in considerazione, data la guerra in Ucraina, i rischi di una guerra più grande in Medio Oriente e la sfida sempre più critica della Cina al primato americano. Eventi che suggeriscono a molti esperti di politica internazionale di affermare che proprio l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, più di quanto non ne abbia avuto dalla fine della Guerra Fredda. Ma è proprio in questa situazione, in cui l’America deve fronteggiare molti rivali, una lista che va crescendo, rimane preziosa e insostituibile l’alleanza con partner affidabili come gli Europei e l’importanza di mantenere operativamente efficace e forte l’Alleanza atlantica che si configura nella NATO.
Come si comprende al centro della sicurezza internazionale, sulla quale l’America sarà chiamata ad affrontare sfide strategiche, il ruolo che l’ Europa sarà chiamata svolgere dipende inevitabilmente e assurdamente da chi vincerà le elezioni americane a novembre. Anche se invero non dobbiamo sottovalutare il modo in cui saranno affrontate le tante questioni sospese: dai dazi alle politiche dell’interscambio commerciale, dai rapporti commerciali di alcuni Paesi dell’Europa con la Cina, fino al rispetto del punto cruciale del 2% per sostenere il riarmo dei paesi NATO, poiché molto dipenderà dalla nuova amministrazione e quindi dal ruolo che gli USA del dopo voto, a cui spetterà stabilire se l’alleanza transatlantica continui con la partnership unita che abbiamo conosciuto negli ultimi 75 anni o se si sgretolerà.
Una particolare attenzione sarà dedicata alla Cina. A differenza dell’Unione Europea, che definisce la Cina come partner, concorrente e rivale sistemico, l’America sembra aver concluso, in una rara dimostrazione di accordo bipartisan, che la Cina non è ora solo il suo principale rivale, ma anche il suo principale avversario in una nuova dimensione di potere e influenza politica e militare globale. Fatti recenti ci mettono in guardia sulla diversa lettura della politica transatlantica, in specie su come trattare con la Cina, dato che è già visibile e sembra destinata a peggiorare il livello dei rapporti diplomatici.
Quando si tratta di gestire i rapporti con la Russia, Europa e Stati Uniti hanno avuto un elaborato centro di consultazione e coordinamento negli ultimi sette decenni nella NATO. Con la Cina, non c’è niente di paragonabile. Perché l’Europa non è stata consultata quando gli Stati Uniti hanno deciso di negare l’esportazione di alcuni chip semiconduttori in Cina? Esiste una strategia concordata su Taiwan? Come da molti europei viene interpretata e criticata, l’idea sempre più popolare a Washington che l’America dovrebbe concentrarsi sulla Cina e lasciare che siano gli europei a occuparsene è decisamente pericolosa. Molti europei ritengono che la Cina potrebbe benissimo interpretare il calo del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina come un segno di debolezza. Ricordiamo le numerose esperienze in merito alle politiche di esportazione della democrazia da parte dell’America.
La creazione di un organismo con personale completo incentrato sul coordinamento sulla Cina e sulla regione Asia-Pacifico dovrebbe essere in cima all’agenda dell’UE. Un Gruppo allargato dei 7 che includa Australia, Corea del Sud e potenzialmente altre potenze regionali potrebbe essere un’opzione, anche se forse non sufficiente.
Poi, l’Europa dovrà iniziare a parlare da adulta di come pagare le bollette della difesa. Il più grande, appunto il 2%, fastidio a lungo termine nella NATO è quasi scomparso: gli europei non si rifiutano più di sostenere una giusta quota del comune onere della difesa. I bilanci della difesa sono cresciuti ovunque; la promessa dei membri dell’alleanza del 2014 di spendere il 2 percento del PIL nazionale è stata rispettata dalla maggior parte. Quindi qual è il problema? In breve, noi in Europa spendiamo i nostri euro per la difesa in modo incredibilmente inefficiente perché non riusciamo a metterci d’accordo su dove e come produrre le nostre armi o cosa acquistare. A partire dal 2016, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 30 importanti sistemi militari, dagli aerei alle fregate, rispetto ai circa 180 sistemi degli alleati europei.
Peggio ancora, gli europei realizzano più di due terzi dei loro acquisti militari negli Stati Uniti, privando le aziende europee di investimenti tanto necessari. Questa è una grande notizia per l’industria della difesa americana, ma è politicamente e economicamente insostenibile in Europa nel lungo termine. I senatori di Washington sono contenti quando nel loro stato si verifica un sacco di occupazione nella produzione di difesa. I politici europei non sono diversi.
Se l’America vuole davvero che l’Europa sia più responsabile della sicurezza del suo continente, Washington dovrebbe incoraggiare i partner europei a sviluppare e acquistare più armi in Europa e a farlo in modo coordinato., o sia la stessa Europa ad intraprendere autonomamente questa strada. Se gli europei si mettessero d’accordo e facessero più pooling e condivisione tra i partner UE e NATO europei, potrebbero risparmiare circa 15 miliardi in più ogni anno e spenderli in sistemi più numerosi e migliori, così come in più munizioni.
Infine, è venuto il momento di parlare e chiarire i comuni valori che ci legano come occidentali. La principale differenza tra noi e i regimi autoritari o dittatoriali non è forse il nostro impegno per i diritti umani, per lo stato di diritto, per la decenza in quest’epoca di impunità. Gli Europei devono essere orgogliosi di questo impegno. Il problema è che il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, viene accusato di applicare doppi standard nell’affrontare guerre, conflitti e violazioni dei diritti umani.
Questo, naturalmente, non è un nuovo punto di contesa. (Durante la recente pandemia, molti paesi in via di sviluppo pensavano che fossero stati promessi loro i vaccini non appena fossero stati disponibili. In realtà, molti hanno dovuto aspettare che tutti a Bruxelles o Miami fossero stati vaccinati.) Ma le guerre simultanee in Ucraina e Gaza hanno reso il problema molto peggiore, e praticamente ingestibile. Le nazioni occidentali si aspettano che il mondo sostenga le risoluzioni che condannano il comportamento russo in Ucraina, ma poi vediamo ingiustificate difficoltà che rendono difficile ricambiare per quanto riguarda la condotta della guerra a Gaza.
Di conseguenza, la credibilità collettiva dell’occidente ha subito un colpo. È un colpo alla sua identità, ma riduce anche la sua capacità collettiva di contrastare i crescenti progressi dell’autoritarismo e l’aperta e crescente indifferenza al diritto internazionale. Esiste una ricetta facile per eliminare questo divario di credibilità? No, ma impegnarci nuovamente collettivamente e solennemente allo stato di diritto e alla Carta delle Nazioni Unite nel nostro approccio ai conflitti e alle crisi internazionali potrebbe essere un primo passo.
Alberto Angeli
L’opposizione al green pass non può e non deve diventare la madre di tutte le battaglie. di P. P. Caserta

Così proprio non va. Sono del parere che le modalità applicative del green pass e in generale la gestione politica della crisi pandemica siano criticabili da molti punti di vista. Considero deprecabile, come ho detto più volte, il modo in cui il sistema informativo criminalizza i non vaccinati in assenza di obbligo vaccinale e sono disgustato dall’autorizzazione pubblica a riversare disprezzo sui non vaccinati, insensatamente e strumentalmente equiparati a “no-vax”, in assenza di obbligo vaccinale.
Detto e ribadito ciò, sono convinto che non sia e non debba diventare, quella contro il green pass, la madre di tutte le battaglie. Occorre, questo sì, vigilare per arginare nuovi arretramenti sui diritti del Lavoro e dei lavoratori. Il rischio che l’emergenza diventi il piano inclinato per normalizzare una sottrazione di diritti esiste sempre. Ma occorre, soprattutto, guardare oltre il contingente. Bisogna occuparsi dei nodi strutturali e, nella misura in cui mancano massa critica e capacità organizzativa, porsi il problema di come intraprendere un percorso efficace per poterle riottenere. Occorre porsi in relazione con la crisi pandemica, con i cambiamenti complessi che ha prodotto e con gli interessi che ha promosso. Altrimenti ci si condanna ad una visione di cortissimo respiro e si finisce per essere risucchiati in una agenda setting incardinata intorno a falsi problemi. e false opposizioni. Anche sul fronte del lavoro, non è chiaro che i pericoli maggiori vengano oggi da una misura probabilmente limitata nel tempo come il green-pass (e se dovesse essere proseguita, allora ci si dovrà attivare seriamente).
Chissà che i pericoli più gravi per i lavoratori non vengano dai lavoratori stessi. Qualche giorno fa ho letto un sondaggio secondo il quale una percentuale elevata di lavoratori (non ho conservato traccia e non sono dunque in grado di citare con esattezza) sarebbe oggi disposta a rinunciare a una quota della propria retribuzione per non tornare in ufficio e continuare a lavorare da casa. Ho incrociato diverse notizie e sondaggi di questo tipo. Mi sembra chiaro che, quando sono commissionate proprio da alcune grandi aziende, queste indagini servono non a raccogliere opinioni ma a preparare il terreno. Anche nel mondo della scuola, nel quale lavoro, non sono pochi i docenti che sarebbero disposti a continuare a svolgere a distanza gli incontri collegiali oltre la data del 31 dicembre ad oggi fissata per la fine dello stato di emergenza. Questa disposizione mi sembra più pericolosa del green pass. La pandemia ha cambiato le carte in tavola e molti lavoratori sembrano disposti a cedere spontaneamente diritti e sottrarre spazio alla relazione pur di poter stare più “comodi”. Il lavoro a distanza, smart per alcuni, ha conquistato durante la pandemia un vasto terreno sul quale è cresciuto a dismisura il radicamento degli interessi delle grandi multinazionali digitali, che non potranno essere ricacciati indietro da un giorno all’altro. Quali strumenti e quale visione abbiamo per combattere su questo terreno? Quali risposte sappiamo mettere in campo? L’atteggiamento migliore è opporsi frontalmente al lavoro a distanza o entrare nella logica della sua inevitabilità per ridefinire i termini della tutela dei diritti? Sono domande alla quali occorre rispondere evidentemente a partire da una analisi articolata dei cambiamenti intervenuti.
I rischi maggiori per il lavoro provengono dal green pass o dall’egemonia del Capitalismo digitale, che la pandemia non ha inventato ma ha ulteriormente accresciuto? E non è forse vero che questa egemonia raccoglie il suo frutto più pieno nel momento in cui sono proprio i lavoratori ad essere pronti a rinunciare a una parte del loro stipendio, alla socializzazione in ambiente di lavoro, ai diritti? Non sarebbe, forse, qualora venisse tradotto in atto in modo sistematico, stato raggiunto il risultato più compiuto dell’alienazione, se questa viene ricercata dai lavoratori stessi? Sono stato fortemente contrario alla schiaffo che il governo volle rifilare al personale scolastico, categoria vaccinata quasi al 90% prima della campanella di inizio anno scolastico, imponendo un obbligo vaccinale obliquo, dal momento che né il governo né le multinazionali farmaceutiche intendono farsi carico degli eventuali effetti gravi imprevisti. È alla scuola che il ceto politico si rivolge per raccogliere consenso spicciolo e, in questo caso, anzitutto per distogliere l’attenzione dal nulla assoluto fatto da governo e ministero in un anno e mezzo di pandemia per affrontare i problemi strutturali (trasporti pubblici locali, classi sovraffollate, ricerca di nuove aule e nuovi spazi), una cui soluzione anche parziale avrebbe al contempo rappresentato, guarda caso, anche un efficace fattore di contenimento del contagio.
Tuttavia, non credo che il green pass sia la linea del fronte. Oltretutto, e viepiù in assenza, in Italia, di un grande partito del Lavoro e dei lavoratori che sappia interpretare, aggregare ma anche quando necessario riorientare le istanze di malessere e di cambiamento, bisogna realisticamente prendere atto che concentrandosi troppo sul green pass si rischia in concreto una insostenibile coabitazione con le forze reazionarie che si sono messe alla guida della protesta. Credo, dunque, che su questo terreno si esca orrmai sicuramente perdenti.
Per concentrarsi sui nodi strutturali, bisogna guardare direttamente agli interessi che la pandemia ha promosso e rafforzato e che l’attuale governo Draghi compiutamente esprime. E pertanto, dopo la corale manifestazione antifascista, che solleva anch’essa un problema di coabitazione con chi ha con l’antifascismo un rapporto per ben che vada nominalistico (ma per meglio dire strumentale e conveniente, avendolo usato per rilanciarsi), occorre porsi il problema di essere concretamente ed efficacemente antagonisti al governo Draghi e agli interessi di cui esso è la diretta traduzione politica. Mi fermo qui perché mi sono già molto dilungato, ma è un ragionamento aperto che conto di proseguire.
Pier Paolo Caserta
Il modello cinese. di S. Bagnasco
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Oggi, in tanti considerano il “modello cinese” come vincente per affrontare l’emergenza sanitaria.
Fino a poche settimane fa, la Cina era un lontano paese asiatico saldamente ancorato agli stereotipi di noi europei che non sappiamo guardare alle trasformazioni della Cina avvenute in soli sette decenni.
Poche settimane fa consideravamo il COVID19, come adesso lo chiamiamo perché “coronavirus” sa poco di scientifico, un problema cinese e del lontano mondo asiatico dove si mangiano topi vivi e vi invito a non considerarla una battuta da uno Zaia qualsiasi, perché riflette un diffuso atteggiamento mentale.
Sia come sia, la Cina è passata in sette decenni dalla fame e da un’aspettativa di vita intorno ai 40 anni ai 76 attuali; oggi la Cina è il secondo Paese per PIL al mondo e sta combattendo una battaglia formidabile per salire la classifica del PIL pro capite, dove occupa tuttora l’85° posto.
Ma cos’è il modello cinese?
E’ la capacità di costruire in pochi giorni un ospedale? E’ la capacità di prendere decisioni rigorose in poco tempo? NO! Tutto ciò è il prodotto del modello cinese, non è il modello cinese. Il modello cinese si basa su un’economia pianificata, su un forte controllo sociale, su una formidabile attualizzazione dell’antico mercantilismo cinese che porta la Cina a essere protagonista di un sistema di “cooperazione” in Africa (di cui il mondo si disinteressa, nonostante gli evidenti aspetti negativi di questa moderna colonizzazione), a modellare una nuova geopolitica mondiale con la Via della Seta, a essere protagonista nelle politiche spaziali internazionali sbarcando non sulla luna ma sulla “faccia nascosta” della luna, quella che non vediamo mai.
E’ da qui che deve partire il confronto tra modelli.
La Cina, a differenza dell’Occidente, vale a dire di USA, Canada, UK e UE, può prendere decisioni importanti e drastiche senza scatenare il panico nei mercati e senza scatenare la guerra tra fazioni politiche sull’entità degli interventi economici, sugli scenari recessivi, sulle responsabilità dell’UE, su aperte e violente critiche nei confronti di Lagarde, Macron, Boris Johnson, Trump …
Inutile guardare al “modello cinese” se ci tappiamo gli occhi per non vedere le differenze tra Europa e Cina. Differenze che mai ci consentiranno di adottare il modello cinese.
Allora? Allora serve intelligenza e orgoglio per la nostra storia e le nostre specificità.
Il nostro modello dovrebbe farci comprendere che quando siamo sereni e ci dedichiamo agli apericena … dovremmo approntare protocolli e piani minuziosi per affrontare le emergenze sanitarie … che non esistono giacché sappiamo che arriveranno, mentre ignoriamo quando arriveranno e che sembianze avranno, ma possiamo intuire le criticità che possono determinare agli organi vitali. Se avessimo questi piani e la popolazione fosse educata a queste emergenze, come dovrebbe avvenire per gli incendi, le catastrofi naturali, gli incidenti nucleari, i disastri chimici … allora ci sottrarremmo alle polemiche politiche, agli indugi per paura di perdere il consenso, alla stupida mediazione tra posizioni politiche … come se l’emergenza sanitaria fosse una causa civile.
Noi abbiamo strumenti e mezzi di gran lunga superiori a quelli cinesi, ma non ne siamo consapevoli perché disprezziamo la grandezza delle nostre malconce democrazie, che affossiamo invece di solidificarle.
Il modello italiano e europeo ha potenzialità formidabili: spetta a noi decidere di attuarle … e per farlo dobbiamo pensarci in tempi di bonaccia.
In Europa abbiamo una diffusa cultura solidaristica, estranea alla cultura americana, questo ci offre condizioni di partenza ottimali per attrezzarci per tempo a fronteggiare le emergenze sanitarie.
Saremo capaci di comprenderlo? Impareremo qualcosa da questa situazione che viviamo con apprensione o ci limiteremo a un brindisi e a una collettivo “l’abbiamo sfangata anche questa volta”?
La decisione spetta a noi.
Sergio Bagnasco
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