futuro
Afghanistan. di A. Benzoni

Nel 1975 gli americani scapparono da Saigon ben due anni dopo la firma degli accordi con i nord vietnamiti; ma, in tutta fretta, dal tetto dell’ambasciata, con in mano la bandiera e la valigetta diplomatica. In quanto ai vietnamiti del sud, che avevano combattuto, assieme agli americani, per circa quindici anni, sarebbero stati abbandonati alla loro sorte, tra la totale indifferenza degli americani, compensata, si fa per dire, dalle palinodie di Sartre e intellettuali affini.
Oggi i talebani sono entrati a Kabul senza sparare un colpo, così come è avvenuto in quasi tutte le grandi e piccole città del paese. E, attenzione, senza uscire da un quadro negoziale avviato da Trump più di un anno fa con lo scopo di fissare i rapporti reciproci, lasciando al tempo e alla buona volontà delle parti afgane di vedersela, per il resto, tra di loro.
Ed è ciò che puntualmente avvenuto in una serie continua di incontri tra ex nemici che hanno coinvolto talebani, potentati locali, eredi anzi figli di Massud, coalizione del Nord, con la sollecita assistenza di cinesi, russi, iraniani, pakistani e via discorrendo. Tutti interessati, attenzione, a che la transizione sia pacifica e quanto più possibile consensuale e che l’Afghanistan diventi uno stato “normale anche se con connotati islamici” e non sia più luogo o focolaio di tensioni, conflitti e, soprattutto, di tentazioni di tipo jhadista. Un obbiettivo condiviso anche dagli Stati uniti; e, oggettivamente, nell’interesse degli stessi talebani.
Prendiamone atto. Senza compiacimenti del tutto fuori luogo ma anche senza stracciarsi preventivamente le vesti. Come prendiamo atto che l’interventismo democratico cui tutti noi abbiamo creduto non è più proponibile come criterio per l’azione o anche solo come risorsa per la politica. E che il grande progetto lanciato dagli Stati uniti negli anni ottanta- sconfiggere Russia e Cina con il ricorso all’islam politico e militare, è nel giro di qualche decennio, totalmente fallito. Assieme alla pretesa di governare il mondo, spendendo meno di 5 dollari al giorno.
Ci sarà naturalmente chi, all’insegna dell'”armiamoci e partite”, griderà alla capitolazione di Biden e dell’occidente e proporrà nuove crociate: Boris Johnson, i repubblicani americani secondi a nessuno per faccia tosta, i nostalgici della guerra fredda e, in coda, la coppia Salvini/Meloni, intenta insieme a denunciare come un grave pericolo per l’occidente la vittoria dei talebani ma anche, l tanto per non farsi mancare nulla, l’arrivo dei profughi in fuga dall’Afghanistan.
E, allora, nervi a posto. Abbiamo gli americani che ci dicono che si trattava fin dall’inizio di una “mission impossible”; con il piccolo particolare che ce lo dicono con il senno del poi. Mentre, forse, erano in grado di saperlo sin dall’inizio.
Da noi, poi, solo due Cassandre. L’una- Gino Strada- morta di recente, con la tara irrimediabile di odiare tutte le guerre. L’altra- Massimo Fini, con quella di non credere nella democrazia a geometria variabile. Se qualcuno fosse disposto a chiedergli scusa, mi associo; ma non penso di averne l’opportunità.
Alberto Benzoni
La caduta di Kabul. di A. Angeli

La tragedia dell’Afghanistan è ben resa dalla foto che riproduce i combattenti talebani armati dietro la scrivania di legno decorata del presidente Ashraf Ghani, e non è un set cinematografico ma il palazzo presidenziale afghano ora sotto il loro controllo. Essa ci dà la conferma visiva che il potere nel paese è ora completamente passato di mano. Si potesse tornare indietro nel tempo, mettiamo uno di noi e immaginare cosa sarebbe accaduto venti anni dopo, cioè oggi, troverebbe assurdo quanto accaduto, e cioè che il palazzo più fortemente difeso di una capitale tra le più fortemente difese sarebbe caduto così rapidamente. Solo alcuni giorni fa, il Presidente Ghani si era rivolto alla nazione da dietro la stessa scrivania, davanti allo stesso dipinto per rassicurare che non sarebbe fuggito e avrebbe cercato un’intesa coi capi dei Talebani. Quanto della tragedia possiamo dire oggi, dopo venti anni, è soprattutto la rapidità con cui i talebani hanno riconquistato la capitale, Kabul dopo, appunto, due decenni di sforzi sanguinosi e incredibilmente costosi per stabilire un governo laico con forze di sicurezza funzionanti in Afghanistan è, soprattutto, indescrivibilmente drammatico. Dietro a tutto ciò c’è una vera tragedia Shakespeareniana di una nazione, gli USA, e dei suoi alleati, che si era definita la “nazione indispensabile” per dare forma a un sogno di un mondo in cui regnano i valori dei diritti civili, dell’emancipazione femminile e della tolleranza religiosa, e che la forza delle cose ha svelato essere proprio questo: un sogno.
Se ripercorriamo a ritroso la fase storica di questa lunga guerra condotta dagli americani e dai suoi alleati, tra cui anche l’Italia, ci ricorderemo come fin dall’inizio fu chiamata la prima: Operazione Enduring Freedom e poi Operazione Freedom’s Sentinel. Tuttavia, dopo 1000 miliardi di dollari e almeno 2.448 vite di membri del servizio militare americano persi in Afghanistan oltre a 4000 feriti, numeri sottostimati poiché mancano quelli degli altri paesi, ad esempio quelli dell’Italia, è difficile trovare oggi una giustificazione e riflettere su cosa sia stato raggiunto di significato duraturo che possa ritornarci come gratificazione. Non meno rilevante è poi la responsabilità che i Paesi coinvolti, e quindi una nuova tragedia, si caricano sulle proprie spalle riguardo ai molti afgani che hanno lavorato con le forze americane e gli alleati, condividendone il sogno e, particolarmente, delle ragazze e delle donne che avevano abbracciato una speranza di raggiunta uguaglianza nello stile di vita, rischiano di essere lasciati alla mercé di uno spietato nemico, poiché è inimmaginabile che gli americani e i suoi alleati si fermino a guardare indietro a difendere quel poco di buono del sogno spezzato dai talebani, magari recuperando qualche migliaio di collaboratori, ma lasciando il resto di quel sogno alla mercè dei giovani indottrinati.
Eppure, solo per onestà intellettuale, bisogna ammettere che il Presidente Biden , con il placet dei suoi alleati, avesse ragione di porre fine alla guerra. E tuttavia, non c’è alcuna accettabile giustificazione strategica alla quale riferirsi perché questa fuga finisse in un tale caos, con così poca provvidenza per tutti coloro che hanno sacrificato così tanto nella speranza di un Afghanistan migliore. Insomma, nel volgere di poche ore, molti afgani che avevano lavorato per anni al fianco di truppe americane e alleate, gruppi della società civile, organizzazioni umanitarie e giornalisti, domenica si sono trovati improvvisamente in pericolo di vita quando i talebani hanno fatto irruzione a Kabul, mentre i leaders del governo afghano, compreso il presidente Ashraf Ghani, si sono diretti verso l’aeroporto per la fuga. Le notizie che ci arrivano dall’Afghanistan dimostrano una velocità inarrestabile del crollo delle istituzioni rappresentative dello stato, del governo, dell’esercito, della polizia, tanto da risultare scioccante. Anche se, invero, il risultato non dovrebbe essere una sorpresa. I talebani si sono già rivolti verso la Cina e la Russia Putiniana, ricevendo speciali considerazioni accompagnate, come da protocollo internazionale sotto cui gli equivoci sono ben protetti, inviti a dare corso alla ricostruzione delle istituzioni e a un processo di pacificazione indispensabile al paese e evitare una guerra civile.
La lezione è stata comunque durissima per tutti gli attori che lungo l’arco di questi venti anni sono stati gli artefici di un esperimento naufragato tragicamente. Gli errori commessi sono stati tanti, in ogni senso, in specie quelli dovuti all’idea di poter esportare il pensiero, un sistema democratico/illuminista, un modus di vita consumistico all’occidentale, ma fondamentale è stato l’errore di poter superare una tradizione millenaria in cui religione e stato si confondono così intimamente da rendere inaccessibile il virus della modernità occidentale. Epperò di questa lezione il nostro Ministro degli Esteri non sembra avere appreso granché, coma si rileva seguendo la sua recente intervista su questa tragedia. Non sarebbe male che da parte del Parlamento si aprisse una seria inchiesta e un dibattito su questa triste esperienza, per una riflessione sulla nostra idea della geopolitica e per ridefinire il ruolo dell’Italia -, cogliendo dall’Afghanistan il giusto ammaestramento per il presente futuro riguardo al ruolo della NATO e in essa del nostro Paese.
Alberto Angeli
Il dilemma di Biden il mazziniano. di F. Somaini

Nel giugno del 1848, polemizzando con chi sperava in un intervento in Italia della Repubblica francese contro gli Austriaci, ormai in piena controffensiva, Giuseppe Mazzini scriveva senza mezzi termini che “la libertà non s’ottiene se non conquistandola col proprio sangue” (G. Mazzini, “Scritti editi ed inediti”, Imola, Galeati, 1906-1950, vol. 38 [1923], “Politica -XIII”, p. 73).
Pochi giorni fa (il 10 agosto) Joe Biden, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, nel confermare la propria decisione di tirarsi fuori dal teatro afghano nonostante l’impressionante avanzata dei Talebani, ha a sua volta dichiarato, a proposito degli Afghani, che “They’ve got to fight for themselves” (“Devono combattere da sé”) (BBC news, 11 agosto 2021).Sembrano quasi le stesse parole del Mazzini del ’48. E la consonanza non è del tutto casuale.
Nella storia del Partito Democratico Americano c’è infatti una tradizione in cui proprio il mazzinianesimo ha avuto indubbiamente un certo peso. Basti pensare al Woodrow Wilson del 1918-1919, e alla sua insistenza, dopo la fine della Grande Guerra, sull’idea di fondare il nuovo ordine europeo sul principio (decisamente mazziniano) di autodeterminazione dei popoli. In altre parole il richiamo a quella tradizione era stato in quel caso ben consapevole (anche se gli Americani, dopo le titubanze iniziali dello stesso Wilson, erano infine intervenuti ben massicciamente nel conflitto mondiale, con un apporto risolutivo e determinante, in quel caso giustificato ideologicamente con il richiamo al principio dell’interventismo democratico).Nel caso di Biden sembra dunque che ci si voglia almeno in parte richiamare a quella stessa linea di pensiero. Dopo le ipocrisie sulla “esportazione della democrazia” dell’età di Bush jr. e dei Teocon, dopo gli anni dell’interventismo a tratti un po’ sconclusionato dell’ultimo Obama (quando la politica estera americana fu diretta dalla Clinton) e dopo la stagione del disimpegno neo-isolazionista trumpiano, Biden sembra cioè quasi voler riprendere la linea del primo Obama: quello cioè del celebre discorso (in effetti molto “mazziniano”) pronunciato all’università del Cairo nel 2009 (al tempo delle cosiddette “primavere arabe”).
Certo pesa, in questa scelta di Biden, anche la constatazione che 20 anni di costosa presenza militare in Afghanistan non sembrano aver prodotto risultati apprezzabili. Il fatto è che quella parte del pianeta (in cui secondo i teorici della geopolitica “continentale”, come l’inglese Halford Mackinder, si troverebbe la “pivot area” del dominio mondiale) si rivela ancora una volta difficilmente gestibile dalle grandi potenze esterne.In tutto questo – ed è qui che si apre il dilemma – resta però da vedere se questa strategia “mazziniana” del “dovete conquistarvi da soli la vostra libertà” potrà funzionare.
Nell’Italia del 1848-1849 non funzionò. Nell’Afghanistan del 2021 si direbbe che stia andando egualmente male. L’Afghanistan laico – senza più la stampella degli USA e dei loro alleati – sta infatti rapidamente collassando. E già si parla di Kabul come della Saigon di Joe Biden.
Francesco Somaini
La preoccupante metamorfosi della Lega. di A. Potenza

Con tutti i limiti e i difetti della Lega di Bossi (che l’ex ideologo Gianfranco Miglio, nel 1994 pubblicando il diario dell’esperienza condotta nella lega, sostenne che “dal punto di vista culturale il livello era vicino allo zero”) c’era però l’avversione senza riserve al fascismo che veniva evocato con disprezzo.
La lega a quel tempo, ma a mio avviso anche oggi, (cito ancora Miglio) era intrisa di una “dottrina politica piuttosto primitiva”, però con il discorso pronunciato a Pontida (1991), Bossi per esprimere il suo profondo dissenso verso la politica italiana di quel tempo si espresse usando l’espressione fascista. Insomma la Lega aveva un orientamento assolutamente antifascista si può affermare che la Lega di Salvini oggi abbia conservato questo orientamento? Io credo di no.
Se qualcuno ha dei dubbi allora dovrebbe spiegare come sia possibile che il sottosegretario leghista Durigon possa impunemente chiedere che a Latina il parco dedicato a Falcone e Borsellino sia rinominato per ricordare il fascista Arnaldo Mussolini e come l’ex consigliere comunale leghista di Colleferro, Andrea Santucci, proponga che a Roma Ostiense la piazza dei Partigiani sia intitolata addirittura a Hitler!!!!!Purtroppo non sono le conseguenze di un colpo di sole dovuto alla canicola ferragostana, ma il frutto di una metamorfosi salviniana davvero preoccupante.
Sottovalutare queste iniziative è profondamente sbagliato sono, assieme ad alcune figure istituzionali di FdI, la dimostrazione della pericolosità di un centro destra sempre più nostalgico della camicia nera.
Aldo Potenza
2 Giugno 1946: dalla Monarchia costituzionale alla Repubblica. di U. Signorelli

Il 2 Giugno è la festa della Repubblica, l’atto fondativo, che lo stesso popolo italiano ha decretato con il proprio voto nel referendum istituzionale del 1946.
Il vero dramma è che molti lo ignorino e che non si senta in maniera diffusa e unitaria il desiderio di festeggiare.
Osservo solo l’accettazione fredda di una festa del tutto svuotata di senso, snaturata dai soliti rituali ufficiali: parate militari, evoluzioni di frecce tricolori alla presenza delle massime autorità dello Stato.
Una Repubblica nata dalla Resistenza, fondata su una Costituzione che “ripudia” la guerra noi non la festeggiamo con i fuochi pirotecnici, i balli in piazza e i pranzi collettivi come fanno gli americani il 4 Luglio e i francesi il 14.
Assistiamo ai tentativi costanti di tutte le destre di cancellare il 25 Aprile, che ci ricorda la vittoria sul nazifascismo, come la festa intestata all’Anpi, così come il Primo Maggio sarebbe appannaggio dei sindacati, ma perché il 2 Giugno non è sentito come la festa della libertà e della democrazia?
La Repubblica è nata dopo una guerra anche civile, in cui gli italiani si sono venuti a trovare su due fronti contrapposti e la barricata non è stata abbattuta del tutto.
La nascita di una nazione è importante per il suo sviluppo successivo come quella di un bambino. Il 2 Giugno 1946 è nata la Repubblica italiana, un po’ “in sordina, senza gesti giacobini, senza rappresaglie e senza comitati di salute pubblica: Repubblica in prosa e a lumi spenti”, così Calamandrei; gli italiani hanno dato “scacco al re”in modo civile e composto: una grande prova di maturità politica e di resistenza morale, dopo 20 anni di fascismo e 3 di guerra; la penisola trasformata in un enorme campo di battaglia in cui tutta la popolazione venne coinvolta, con sofferenze e patimenti, mai prima di allora conosciuti. Una situazione che ha messo a rischio la stessa unità nazionale. Unità che la Resistenza riesce a ricomporre solo in parte, maggiormente dove spira il “vento del nord”, mentre il “regno del Sud”, liberato dagli alleati vede il riorganizzarsi dei tradizionali gruppi dominanti, fermi al potere con il beneplacito degli alleati. Un’Italia divisa geograficamente, che rischia di sfasciarsi insieme alla sconfitta della guerra fascista e che dal giugno del ’45 è guidata da un uomo integerrimo: Ferruccio Parri, messo però nella più assoluta impossibilità di agire dal ferreo controllo alleato che è responsabile in primis della mancata epurazione delle più alte sfere dello Stato e della burocrazia. Per i partiti antifascisti una reale possibilità di rinnovamento è la Costituente e la vittoria della Repubblica al Referendum istituzionale.
Anche i cattolici votano per la Repubblica, ma ben 6 degli 8 milioni di voti democristiani vanno alla monarchia; certo l’atteggiamento di De Gasperi non è adamantino, da politico avveduto lascia libertà di coscienza al proprio elettorato, ben consapevole che se la Chiesa non prende una posizione pubblica netta, è però filomonarchica tanto da ritardare il rientro in Italia di don Sturzo, sincero repubblicano. La Dc è inoltre una convinta sostenitrice del voto alle donne, in quanto le reputa maggiormente influenzabili dalla Chiesa. La monarchia sabauda, anche in questo frangente, gioca sporco, ben salda sul trono, cerca di rimandare la prova elettorale per riconquistare consenso, ben sostenuta dai partiti di destra: liberali, monarchici e fascisti, che rifanno capolino e in seguito ingrossano le fila de L’uomo qualunque di Giannini.
Anche Togliatti con la solita ambiguità e doppiezza, lascia la libertà di coscienza al proprio elettorato nella paura di perdere parte del proprio elettorato popolare, seguendo anche le direttive di Mosca che in accordo con gli alleati lasciano indeterminata la questione della monarchia.
I Socialisti sono gli unici che fanno una fortissima campagna elettorale per la Repubblica, senza se e senza ma, e Pietro Nenni con lo slogan “La Repubblica o il caos” ne è l’emblema, il vero Padre della Repubblica che si riallaccia al filo rosso socialista del Risorgimento e della Resistenza.
La fotografia lo coglie nell’ultimo infiammato appello radio per la Repubblica.
Il profilo severo di donna turrita, inserito nella scheda del referendum sulla forma istituzionale dello Stato dai fautori della Repubblica, è un’immagine classica, l’unica immagine che riescono a proporre i partiti che portano avanti la battaglia per la Repubblica.
Casa Savoia ripropone lo stemma monarchico. Una monarchia che ricorre al ridicolo del re di Maggio, ultima carta da giocare visto che ormai non si può più rimandare, mentre avrebbero dovuto, con dignità, allontanarsi dall’Italia, che hanno loro sì portato nel baratro del fascismo, della guerra e della distruzione, non solo non fanno alcun passo indietro, ma con il supporto delle gerarchie cattoliche, conducono una campagna referendaria serrata, accusando poi i fautori della Repubblica di “brogli”elettorali.
La Repubblica si e’ poi presa la sua rivincita e l’immagine di una donna giovane e bella ne è diventata la rappresentazione.
La giovane donna sorridente che alza sulla propria testa la prima pagina del Corriere della Sera in cui campeggia la scritta “è nata la Repubblica italiana” e’ pubblicata dal settimanale Il Tempo il giorno della proclamazione della Repubblica. Una foto scattata da Federico Patellani.
L’avere ignorato per 70 anni l’identità di questa donna ha reso più facile farla diventare l’icona di tutte le donne e delle loro lotte, ma, grazie ad un “crowdsourcing intorno a un sorriso”, quel bellissimo volto ha un nome e un cognome: Anna Iberti, che all’epoca aveva 24 anni e lavorava al giornale Socialista l’Avanti.
La nostra Repubblica nasce tra luci ed ombre, per questo dovremmo festeggiarla tutti nel segno dell’unità, della democrazia e della libertà.
Buon settantacinquesimo anno Repubblica Italiana!
Ulisse Signorelli
Uomo e Natura di D. Lamacchia

“Gli esseri viventi infatti rappresentano un sistema chiuso: essi sono caratterizzati dall'”invarianza” e dalla “teleonomia” cioè dalla capacità di trasmettere la propria struttura genetica alle generazioni successive. Quando si verifica una mutazione questa è da ascrivere non ad un’impossibile interazione con l’ambiente ma piuttosto con eventi casuali verificatisi al suo interno:
«Gli eventi iniziali elementari, che schiudono la via dell’evoluzione ai sistemi profondamente conservatori rappresentati dagli esseri viventi sono microscopici, fortuiti e senza alcun rapporto con gli effetti che possono produrre nelle funzioni teleonomiche.»
Tuttavia, dal momento in cui la modifica nella struttura del DNA si è verificata, una volta avvenuta la mutazione «l’avvenimento singolare, e in quanto tale essenzialmente imprevedibile, verrà automaticamente e fedelmente replicato e tradotto, cioè contemporaneamente moltiplicato e trasposto in milioni o miliardi di esemplari. Uscito dall’ambito del puro caso, esso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni. La selezione opera in effetti in scala macroscopica, cioè a livello dell’organismo.» “Citazione da “Caso e Necessità” di J. Monod.
La Natura non è altro che un sistema in evoluzione sottoposto alla legge della dialettica fra “caso” e “necessità”. Cioè un evento si verifica per caso (si verifica però in quanto ci sono le condizioni perchè si possa verificare) e poi procede per via “necessaria” cioè condizionato dall’ambiente in direzione determinata. Se ci sono le condizioni esso si replica e si diffonde. Così si spiega la selezione darwiniana e il perchè delle estinzioni di alcune specie e della evoluzione di alcune altre.
Non così per l’uomo! L’uomo possiede quella particolare proprietà che è la coscienza e con essa il pensiero. Il pensiero ha generato il linguaggio. Il linguaggio serve a decrivere e comunicare il pensiero. Il pensiero e il linguaggio altro non sono che astrazioni, cioè modelli rappresentativi della realtà che egli intente comunicare…e trasformare. In quanto modelli essi non sono perfetti, non possono mai totalmente rappresentare la realtà. L’idea di bicchiere non rappresenta ogni tipo di bicchiere ma è un’idea approssimata. Sono necessarie altre specificazioni se sivuole indicare uno specifico bicchiere: da acqua, a calice, di vetro o plastica, ecc.
Una mappa stradale non può essere perfetta, se fosse perfetta sarebbe in scala 1:1. Ma una mappa sì fatta non sarebbe nè pratica nè utile, infatti non si potrebbe maneggiarla…! Una a scala minore sarebbe più utile ma non perfetta perché perderebbe in dettaglio. Più il modello è perfetto meno è utile. Meno è pefetto più è utile (principio di indeterminazione). Data la loro imperfezione i modelli richiedono continui aggiornamenti a seconda della realtà che si intende rappresentare o del dettaglio che è richiesto. Cioè il modello è al servizio della realtà, cambia a seconda della realtà da rappresentare e non viceversa. Non sono i modelli a far mutare la realtà, essi però, sono usati dall’uomo come strumenti ai fini della trasformazione della natura e del mondo, per vivere il mondo. Essi sono i linguaggi parlati e scritti: la matematica, le leggi della fisica e delle scienze in generale ma anche i modelli comportamentali singoli e di gruppo. Essi sono “cultura” .L’uomo con la cultura è in grado di determinare il corso della dialettica “caso-necesità”. I dinosauri si estinsero perchè non ci furono più le condizioni (perse per caso) per la loro esitenza. Nessuno lo ha programmato! L’evoluzione delle forze produttive nel medioevo determinarono l’avvento della borghesia. In questo caso qualcono prese coscienza della “situazione” e ne diresse il processo fino a determinarne l’egemonia sociale e politica. Il cancro si sviluppa per caso (date certe condizioni) ma i medici usando i loro modelli sono in grado di intervenire per cambiare il destino della sua evoluzione. I medici però sono tali perchè hanno appreso i linguggi e i modelli della medicina che altri hanno trasmesso loro. Il resto della natura non fa così. L’uomo con la cultura domina la natura! Non è pari ad essa. Cartesio e Newton sono tra coloro che più hanno determinato l’evoluzione del linguaggio umano, non hanno violato la natura ma inventato uno strumento per meglio descriverla. L’uomo però non può sostituirsi totalmente alla natura, non può sostituire se stesso in quanto ne è parte. Non può diventare puro pensiero! Il pensiero e i linguaggi possono evolvere ma non possono cancellare la natura! Il contrasto uomo-natura di un certo pensiero “ambientalista” perciò è sbagliato. Non esiste alcun limite nel rapporto uomo-natura tra pensiero e natura. Ovvio che l’uomo nella continua ricerca di adattare la natura a sé stesso non può mancare di salvaguardarla. Il processo dialettico uomo-natura è di co-evoluzione, è infinito e perciò stesso indirizzabile. L’idea che questa co-evoluzione possa avere un limite risulta quindi completamente errata. L’idea che “l’uomo” attraverso la sua evoluzione possa necessariamente distruggere la natura è errata! Certi uomini magari si. Politiche errate finalizzate allo spreco, alla poca attenzione, cioè al mancato rispetto, si, non l’uomo in generale. E’ nei programmi che si deve guardare per evitare che il rispetto manchi, non agli oggetti. Non sono gli oggetti in sè ad essere sbagliati, contro la natura ma le loro finalità e/o caratteristiche. La co-evoluzione non può essere che una continua ricerca di armonia tra uomo e natura. La “modernità” può quindi essere definita come la attualizzazione, diffusione, condivisione dei risultati della co-evoluzione.
Per questi ragionamenti l’affermazione secondo cui “non si può avere uno sviluppo infinito in un mondo finito” risulta falsa! Per sviluppo non si deve intendere “accumulo di beni, specie se di consumo” ma evoluzione del rapporto uomo-natura finalizzato alla creazione di benessere sempre più elevato e diffuso. Se il mondo è limitato per chi deve essere riservato?
In età moderna e contemporanea si sono avuti principalmente due diversi sistemi di approccio nel rapporto uomo-natura. Quello di tipo capitalistico e quello di tipo socialista. Nel primo caso l’attività di trasformazione è finalizzata alla produzione di profitto attraverso la produzione di beni di consumo,
beni che intendono soddisfare bisogni, che si possono distinguere in primari ed “evoluti”.
I primari sono generalmente individuati nei bisogni di alimentazione, salute, istruzione, abitazione, ecc.e generalmente definibili come bisogni connaturati da un criterio di “quantità”. E’ sufficiente che i beni atti a soddisfarli si posseggano o no. Sono questi i bisogni che caratterizzano i ceti meno protetti, poveri, emarginati. I bisogni evoluti sono quelli che in genere sono caratterizzati da un connotato di “qualità”. Una volta liberi dai bisogni primari è facile lasciarsi “trascinare” da bisogno di “qualità”: una casa più grande, un vestito più ricercato, una vacanza, un consumo “culturale”, un ambiente più pulito, una politica meno corrotta, infrastutture e servizi più evoluti, ecc. Questi in genere sono bisogni espressi da ceti più abbienti, ceto medio-alto, ecc, ceti che hanno avuto occasione di accantonare risparmio. Nelle società a regime capitalistico molta parte delle produzioni sono finalizzate alla soddisfazione di questi bisogni. Anzi, attraverso i sistemi di comunicazione viene esercitata un’azione (attraverso la pubblicità esplicita o occulta) atta a stimolare, a indurre alcuni di essi per creare domanda di consumo e quindi di produzione e conseguenti ricavi per il produttore/venditore. Fenomeno che va, come noto, sotto il nome di società dei consumi. Consumi che finiscono col rappresentare, sulla base del loro grado di diffusione, un indice di “ricchezza” della collettività che ne è protagonista. La competitività è motore dell’ economia e ragione di continua innovazione nella produzione di merci.
Nell’ambito delle economie socialiste l’assenza di competitività rendeva quelle economie e società, stagnanti. Perquanto in grado di soddisfare alcuni bisogni primari esse erano lente nel soddisfare bisogni evoluti. Il carattere di “chiusura” delle società impediva lo stimolo ad innovare o a determinare nuovi bisogni, o a reprimerli se essi venivano stimolati dal confronto con le società capitalistiche, “aperte”.
La condizione poteva riassumersi nel seguente modo: “tutti uguali ma tutti poveri”. Per contrapposizione la società capitalistica non sapeva e non sa contrapporre la condizione “tutti uguali ma tutti ricchi” inquanto l’accesso alla ricchezza è riservata solo ai ceti protetti o “garantiti”.
Un altro modo di distinguere i due sistemi è nel fare le seguenti considerazioni. Nelle società socialiste si sapeva bene per chi produrre o lavorare ma meno per cosa produrre o lavorare. Gli obiettivi sociali erano abbastanza chiari come le sue finalità. Non altrettanto chiaro era cosa produrre per soddisfare quali bisogni attraverso la produzione di quali beni se non quelli strettamente primari (sebbene questi ultimi spesso caratterizzati da penuria causata da burocrazia, ritardi, inefficenze).
Nelle società capitalistiche è abbastanza chiaro per cosa lavorare o produrre: i beni di consumo (presenti in abbondanza). Non altrettanto chiaro è per chi. Infatti essi non sono a disposizione di tutti. Il prezzo dei beni (e i salari) discrimina chi può o non può accedere al loro uso e consumo.
Una contrapposizione si determina tra chi esprime bisogni primari e chi bisogni evoluti. Una fabbrica può soddisfare bisogni primari come il lavoro ma può andare contro chi esprime il bisogno di un’ambiente non inquinato. Contrapposizione si determina tra competitività, motore di sviluppo, di abbondanza ed efficienza ed equità sociale. Contrapposizione si determina tra gli stimoli alla creazione propri della competitività e i processi di formazione di desideri, bisogni collettivi, modelli identitari. Si pensi alle mode, al prevalere di valori collettivi o egemoni, tutti legati ai sistemi di comunicazione di massa in legame diretto col sistema delle produzioni.
Una nuova “utopia” può identificarsi con una società in cui è molto più chiaro per chi produrre, cosa produrre, perchè produrre, come produrre. Una società in cui il meccanismo della formazione dei bisogni e desideri non è vincolato nè a ideologie nè asservito a ragioni economiche che producono feticismo o alienazione. Può la sinistra oggi farsi interpetre di questa “utopia”? Quali modelli culturali è capace di elaborare per superare la contrapposizione tra bisogni primari e bisogni evoluti, tra garantiti e non garantiti, tra esigenza di libertà ed equità sociale, in generale, che garantiscano uno sviluppo armonioso della relazione di co-evoluzione uomo-natura e della sua attualizazione come cultura della modernità?
Donato Lamacchia
Israele – Palestina: due popoli due stati. Per raggiungere la pace l’Europa esca dal sogno dell’equidistanza. di A. Angeli

Nonostante il rinvio della Corte Suprema Israeliana, l’imminente sfratto di sei famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme est, ha inizialmente scatenato duri scontri tra israeliani e palestinesi , fino a trasformarsi in un vero conflitto armato con Hamas, dando vita ad una spirale verso l’ennesima guerra. La causa del confitto sembra doversi attribuire ad una parola, che nella comunità ebraica americana, europea e del resto del mondo è sconosciuta, anche se si ratta di un termine evocativo poiché la parola “la Nakba, o “catastrofe” in arabo, riassume gli oltre 700.000 palestinesi che sono stati espulsi o sono fuggiti terrorizzati durante la fondazione di Israele. Nakba evoca le espulsioni che si sono susseguite da allora: i circa 300.000 palestinesi che Israele ha sfollato quando ha conquistato la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nel 1967; i circa 250.000 palestinesi che non potevano tornare in Cisgiordania e a Gaza dopo che Israele aveva revocato i loro diritti di residenza tra il 1967 e il 1994; le centinaia di palestinesi scacciati e le cui case Israele ha demolito solo nel 2020. Gli sfratti di Gerusalemme est sono stati quindi il combustibile che ha portato all’esasperazione la popolazione palestinese contro un modello autoritario di espulsione vecchio quanto Israele stesso.
Evidentemente, la parola : Nakba, diffusa tra i palestinesi che ne conoscono il significato terribile per il loro popolo, non è così terribile per gli ebrei per i quali questa parola: “la Nakba” è legata indissolubilmente alla creazione dello Stato di Israele. Dalle dodici tribù alla nascita del sionismo 1897, dal 1929 sotto l’influenza Inglese e fino al 1947 anno della deliberazione dell’ONU a favore della creazione di uno Stato Ebraico, storicamente il problema della convivenza di questi due popoli costituisce una ignominia della incapacità delle potenze mondiali a dare una soluzione definitiva al problema di due popoli due stati. Il nodo del problema che rende problematica e difficile la soluzione è dato dal peso demografico che vede i palestinesi prevalere, senza ovviamente ignorare un’altra verità, anch’essa di impedimento a trovare una soluzione: gli interessi geopolitici ( e petroliferi ) in cui il ruolo di Israele è fondamentale per i giochi in atto tra le grandi potenze America, Russia, Cina e i Principati arabi come contorno. Infatti, senza l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948, i leader sionisti non avrebbero avuto né la terra né la capacità di accogliere gli ebrei sparsi per il mondo nella misura necessaria a creare uno stato ebraico forte e autorevole come lo conosciamo.
Per disinnescare questa miccia, che rimane sempre accesa e pronta a trasmettere l’input all’esplosione, è necessario immaginare e mettere in calendario un altro tipo di politica da parte di Israele, in cui centrale diventi una disponibilità a ragionare su un programma in cui prevalente diventi l’idea di considerare i palestinesi cittadini uguali, con pari diritti e doveri, quindi non più una minaccia demografica che, per molte ragioni ormai, costituisce oggi solo un pretesto utile alla destra Israeliana e alla parte retrograda dei Rabbini , per mantenere uno stato di tensione e di continua attesa di una guerra ( non più solo di Jhavè ebraico ). Una parte considerevole di Ebrei, e con essi molti intellettuali, sono dell’avviso che occorra trovare una soluzione rapida al problema della convivenza e disporsi anche alla creazione di due stai e due popoli. Infatti, molti di essi trovano al quanto ironico che da parte della destra Israeliana e rabbinica si insista sull’aspettativa che i palestinesi abbandonino l’idea o la speranza di tornare in patria, questo perché nessuno popolo nella storia umana ha dimostrato tanto attaccamento e ostinazione per un ritorno alla propria terra quanto lo sono stati gli Ebrei. E questo desiderio va avanti da oltre 2000 anni. Per cui non si può chiedere ad un altro popolo, che possiede gli stessi diritti di abbandonare ogni speranza o pretesa a insediarsi sulla terra dei suoi avi. “Dopo essere stato esiliato con la forza dalla loro terra”, proclama la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele , “il popolo ha mantenuto fede ad essa per tutta la sua dispersione”. Se l’impegno a superare l’esilio è sacro per gli ebrei, come possiamo condannare i palestinesi perché si battono per realizzare la stessa cosa?
Non dobbiamo esser sprovveduti, non significa che l’eventuale ritorno dei rifugiati sarebbe un processo semplice, sappiamo quanto è lungo il procedere della giustizia. Insomma, Israele non deve portare avanti il proposito di fare di Gerusalemme una città ebraica; rifiutandosi di affrontare la Nakba del 1948, il governo israeliano e i suoi alleati, USA,UE, ma anche l’ONU, si assumono la grave responsabilità della continuità che la Nakba continui. C’è al proposito un bellissimo fatto riguardo al modo diverso con cui i cittadini guardano al problema, lo ha scritto George Bisharat, un professore di diritto palestinese-americano, a proposito della casa a Gerusalemme che suo nonno aveva costruito e di cui era stato derubato dagli Israeliani. Infatti, un ex soldato israeliano che lì aveva vissuto lo contattò inaspettatamente. “Mi dispiace, ero cieco. Quello che abbiamo fatto è sbagliato, ma io vi ho partecipato e non posso negarlo”, ha detto l’ex soldato quando si sono incontrati, e poi ha aggiunto: “Devo alla tua famiglia diversi mesi di affitto”. Bisharat in seguito scrisse che sentiva di doversi ispirare nei suoi comportamenti all’umanità israeliana. “Proprio quella risposta, scritta con il cuore e la speranza, è ciò che Israele deve mettere in atto per riunirsi con i palestinesi”, così da recuperare la grande saggezza dei palestinesi e la loro buona volontà per trasformare le relazioni tra i due popoli”. Due popoli, due stati. Da qui passa la pace e la forza della ragione per una convivenza che possa essere esempio per tutti.
Alberto Angeli
Pacatamente, serenamente, addio CGIL. di C. Baldini

“Complimenti sinceri a Enrico Letta per le idee e il programma alla base della sua elezione a segretario del Partito democratico”. Lo dichiara il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.
“La Cgil, aggiunge il segretario del sindacato di Corso Italia, è interessata ad un confronto programmatico e considera necessario un nuovo modello sociale e di sviluppo sostenibile, fondato sul lavoro dì qualità e non precario”. “Questo è il modo, prosegue Landini, per dare speranze e futuro ai giovani, e affermare una nuova cultura inclusiva e solidale che assume la parità e la differenza di genere. Ed è molto importante che nel quadro politico si apra una nuova fase capace di ricostruire un rapporto profondo tra la politica, il mondo del lavoro e il Paese, con tutte le forze sociali”. “E’ questo il modo migliore, conclude il numero uno della Cgil, per affermare i valori e i principi della nostra Carta costituzionale e costruire una vera Europa sociale e del lavoro”.
Occorre capire che la Cgil è profondamente mutata seguendo la politica. Molti di noi pensavano che Maurizio Landini continuasse il ruolo che aveva mantenuto in Fiom. Ma non era possibile. Cgil non è più il sindacato dei militanti della sinistra, semplicemente perché la sinistra è poca e quindi non fa tessere. Nel complesso, viene fuori dall’Istat, che tra i cigiellini, il Pd, soprattutto nello SPI, che ha ancora qualcuno di sinistra radicale, che resta per agevolazioni nelle dichiarazioni dei redditi, mantiene la maggioranza col 58%, ma il 38,4% dei tesserati all’ultima tornata elettorale europea si è diviso tra il Carroccio (18,5%) e i Cinque Stelle (19,9%), facendo registrare un travaso dai grillini alla Lega rispetto alle ultime politiche. Prima i pentastellati tra gli iscritti al sindacato rosso avevano raggiunto il 33%, mentre la Lega si era fermata al 10. In questo puzzle ci sta tutta la fiducia che dava Camusso al PD e che entusiasticamente offre Landini al potere liberista che governa. Va anche sottolineato come Cgil sia un grande sindacato che, come il PD, gode di una eredità che viene da lontano e che viene sventolata nelle celebrazioni.
Intendiamoci, non c’è paragone con gli altri due in onestà, capacità, organizzazione. Sempre più lontana però dai conflitti del reale : ex ILVA, Whirlpool, Texprint, ecc.. dalle lotte per l’ambiente, ma anche Cgil non parla più di sfruttamento, di salari da fame, ha firmato un contratto metalmeccanici ridicolo, se non fosse tragico. Però Cgil ha una forza nel volontariato dello SPI. Un capillare volontariato di assistenza sul territorio, per caf, consulenze, badanti ecc… Dove, se sei tesserato, spendi poco e sei seguito bene. Se non sei del club, ovviamente, spendi di più. Certo, si potrebbe dare lavoro a qualche disoccupato, ma ciò vale per molto volontariato in Italia.
E niente, il mondo è questo, o ti adegui e lo servi o fai la fine di Cristo, la gente continua a preferire il mondo dei Barabba,forse perché assomiglia ai Barabba. 71 anni di responsabilità e militanza faticose che non rinnego, ma non servono più, roba da vecchi.
Dal coordinamento chimici della Brianza, a segretario Sgs Fairchild, già dirigente Ricerca&Sviluppo, persino negli anni americani al MIT a Boston non lasciavo cadere occasione di discussione. Non è stata una passeggiata sostenere questo sindacato, quando i dirigenti erano Snals. Caro Landini ti avrebbe fatto bene capire chi sono questi a cui tu elargisci endorsment. Poi a scuola sempre in trincea, collaborando con Roberta e contro i parafascisti dell’università. Altro che le sardine dall’università al PD.
Una tessera è un impegno per chi la tiene in borsa e per chi la firma. Io ho cambiato modi, metodi di militanza. Voi avete cambiato valori. La mia amarezza è senza fine, mi censurano pure nel gruppo fb ‘Io sto con la Cgil’. Pure da questo uscirò, perché io non sto in un gruppo organo di propaganda PD e frammenti. Penso che l’anno prossimo manterrò la tessera del club per le agevolazioni, ma cercherò intanto un sindacato che difenda i deboli e che conosca ancora il valore delle parole anticapitalismo, antisfruttamento, lotta di classe.
Addio Di Vittorio, ciao babbo Fiom, ti ricorderò sempre, ma non tra chi ti ha tradito.
Claudia Baldini
- ← Precedente
- 1
- …
- 3
- 4
- 5
- …
- 10
- Successivo →

