co-evoluzione

Uomo e Natura di D. Lamacchia

Postato il

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona

“Gli esseri viventi infatti rappresentano un sistema chiuso: essi sono caratterizzati dall'”invarianza” e dalla “teleonomia” cioè dalla capacità di trasmettere la propria struttura genetica alle generazioni successive. Quando si verifica una mutazione questa è da ascrivere non ad un’impossibile interazione con l’ambiente ma piuttosto con eventi casuali verificatisi al suo interno:
«Gli eventi iniziali elementari, che schiudono la via dell’evoluzione ai sistemi profondamente conservatori rappresentati dagli esseri viventi sono microscopici, fortuiti e senza alcun rapporto con gli effetti che possono produrre nelle funzioni teleonomiche.»

Tuttavia, dal momento in cui la modifica nella struttura del DNA si è verificata, una volta avvenuta la mutazione «l’avvenimento singolare, e in quanto tale essenzialmente imprevedibile, verrà automaticamente e fedelmente replicato e tradotto, cioè contemporaneamente moltiplicato e trasposto in milioni o miliardi di esemplari. Uscito dall’ambito del puro caso, esso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni. La selezione opera in effetti in scala macroscopica, cioè a livello dell’organismo.» “Citazione da “Caso e Necessità” di J. Monod.

La Natura non è altro che un sistema in evoluzione sottoposto alla legge della dialettica fra “caso” e “necessità”. Cioè un evento si verifica per caso (si verifica però in quanto ci sono le condizioni perchè si possa verificare) e poi procede per via “necessaria” cioè condizionato dall’ambiente in direzione determinata. Se ci sono le condizioni esso si replica e si diffonde. Così si spiega la selezione darwiniana e il perchè delle estinzioni di alcune specie e della evoluzione di alcune altre.

Non così per l’uomo! L’uomo possiede quella particolare proprietà che è la coscienza e con essa il pensiero. Il pensiero ha generato il linguaggio. Il linguaggio serve a decrivere e comunicare il pensiero. Il pensiero e il linguaggio altro non sono che astrazioni, cioè modelli rappresentativi della realtà che egli intente comunicare…e trasformare. In quanto modelli essi non sono perfetti, non possono mai totalmente rappresentare la realtà. L’idea di bicchiere non rappresenta ogni tipo di bicchiere ma è un’idea approssimata. Sono necessarie altre specificazioni se sivuole indicare uno specifico bicchiere: da acqua, a calice, di vetro o plastica, ecc.

Una mappa stradale non può essere perfetta, se fosse perfetta sarebbe in scala 1:1. Ma una mappa sì fatta non sarebbe nè pratica nè utile, infatti non si potrebbe maneggiarla…! Una a scala minore sarebbe più utile ma non perfetta perché perderebbe in dettaglio. Più il modello è perfetto meno è utile. Meno è pefetto più è utile (principio di indeterminazione). Data la loro imperfezione i modelli richiedono continui aggiornamenti a seconda della realtà che si intende rappresentare o del dettaglio che è richiesto. Cioè il modello è al servizio della realtà,  cambia a seconda della realtà da rappresentare e non viceversa. Non sono i modelli a far mutare la realtà, essi però, sono usati dall’uomo come strumenti ai fini della trasformazione della natura e del mondo, per vivere il mondo. Essi sono i linguaggi parlati e scritti: la matematica, le leggi della fisica e delle scienze in generale ma anche i modelli comportamentali singoli e di gruppo. Essi sono “cultura” .L’uomo con la cultura è in grado di determinare il corso della dialettica “caso-necesità”. I dinosauri si estinsero perchè non ci furono più le condizioni (perse per caso) per la loro esitenza. Nessuno lo ha programmato! L’evoluzione delle forze produttive nel medioevo determinarono l’avvento della borghesia. In questo caso qualcono prese coscienza della “situazione” e ne diresse il processo fino a determinarne l’egemonia sociale e politica. Il cancro si sviluppa per caso (date certe condizioni) ma i medici usando i loro modelli sono in grado di intervenire per cambiare il destino della sua evoluzione. I medici però sono tali perchè hanno appreso i linguggi e i modelli della medicina che altri hanno trasmesso loro. Il resto della natura non fa così. L’uomo con la cultura domina la natura! Non è pari ad essa. Cartesio e Newton sono tra coloro che più hanno determinato l’evoluzione del linguaggio umano, non hanno violato la natura ma inventato uno strumento per meglio descriverla. L’uomo però non può sostituirsi totalmente alla natura, non può sostituire se stesso in quanto ne è parte. Non può diventare puro pensiero! Il pensiero e i linguaggi possono evolvere ma non possono cancellare la natura! Il contrasto uomo-natura di  un certo pensiero “ambientalista” perciò è sbagliato. Non esiste alcun limite nel rapporto uomo-natura tra pensiero e natura. Ovvio che l’uomo nella continua ricerca di adattare la natura a sé stesso non può mancare di salvaguardarla. Il processo dialettico uomo-natura è di co-evoluzione, è infinito e perciò stesso indirizzabile. L’idea che questa co-evoluzione possa avere un limite risulta quindi completamente errata. L’idea che “l’uomo” attraverso la sua evoluzione possa necessariamente distruggere la natura è errata! Certi uomini magari si. Politiche errate finalizzate allo spreco, alla poca attenzione, cioè al mancato rispetto, si, non l’uomo in generale. E’ nei programmi che si deve guardare per evitare che il rispetto manchi, non agli oggetti. Non sono gli oggetti in sè ad essere sbagliati, contro la natura ma le loro finalità e/o caratteristiche. La co-evoluzione non può essere che una continua ricerca di armonia tra uomo e natura. La “modernità” può quindi essere definita come la attualizzazione, diffusione, condivisione dei risultati della co-evoluzione.

Per questi ragionamenti l’affermazione secondo cui “non si può avere uno sviluppo infinito in un mondo finito” risulta falsa! Per sviluppo non si deve intendere “accumulo di beni, specie se di consumo” ma evoluzione del rapporto uomo-natura finalizzato alla creazione di benessere sempre più elevato e diffuso. Se il mondo è limitato per chi deve essere riservato?

In età moderna e contemporanea si sono avuti principalmente due diversi sistemi di approccio nel rapporto uomo-natura. Quello di tipo capitalistico e quello di tipo socialista. Nel primo caso l’attività di trasformazione è finalizzata alla produzione di profitto attraverso la produzione di beni di consumo,

beni che intendono soddisfare bisogni, che si possono distinguere in primari ed “evoluti”.

I primari sono generalmente individuati nei bisogni di alimentazione, salute, istruzione, abitazione, ecc.e generalmente definibili come bisogni connaturati da un criterio di “quantità”. E’  sufficiente che i beni atti a soddisfarli si posseggano o no. Sono questi i bisogni che caratterizzano i ceti meno protetti, poveri, emarginati. I bisogni evoluti sono quelli che in genere sono caratterizzati da un connotato di “qualità”. Una volta liberi dai bisogni primari è facile lasciarsi “trascinare” da bisogno di “qualità”: una casa più grande, un vestito più ricercato, una vacanza, un consumo “culturale”, un ambiente più pulito, una politica meno corrotta, infrastutture e servizi più evoluti, ecc. Questi in genere sono bisogni espressi da ceti più abbienti, ceto medio-alto, ecc, ceti che hanno avuto occasione di accantonare risparmio. Nelle società a regime capitalistico molta parte delle produzioni sono finalizzate alla soddisfazione di questi bisogni. Anzi, attraverso i sistemi di comunicazione viene esercitata un’azione (attraverso la pubblicità esplicita o occulta) atta a stimolare, a indurre alcuni di essi per creare domanda di consumo e quindi di produzione e conseguenti ricavi per il produttore/venditore. Fenomeno che va, come noto, sotto il nome di società dei consumi.  Consumi che finiscono col rappresentare, sulla base del loro grado di diffusione, un indice di “ricchezza” della collettività che ne è protagonista. La competitività è motore dell’ economia e ragione di continua innovazione nella produzione di merci.

Nell’ambito delle economie socialiste l’assenza di competitività rendeva quelle economie e società, stagnanti. Perquanto in grado di soddisfare alcuni bisogni primari esse erano lente nel soddisfare bisogni evoluti. Il carattere di “chiusura” delle società impediva lo stimolo ad innovare o a determinare nuovi bisogni, o a reprimerli se essi venivano stimolati dal confronto con le società capitalistiche, “aperte”.

La condizione poteva riassumersi nel seguente modo: “tutti uguali ma tutti poveri”. Per contrapposizione la società capitalistica non sapeva e non sa  contrapporre la condizione “tutti uguali ma tutti ricchi” inquanto l’accesso alla ricchezza è riservata solo ai ceti protetti o “garantiti”.

Un altro modo di distinguere i due sistemi è nel fare le seguenti considerazioni. Nelle società socialiste si sapeva bene per chi produrre o lavorare ma meno per cosa produrre o lavorare. Gli obiettivi sociali erano abbastanza chiari come le sue finalità. Non altrettanto chiaro era cosa produrre per soddisfare quali bisogni attraverso la produzione di quali beni se non quelli strettamente primari (sebbene questi ultimi spesso caratterizzati da penuria causata da burocrazia, ritardi, inefficenze).

Nelle società capitalistiche è abbastanza chiaro per cosa lavorare o produrre: i beni di consumo (presenti in abbondanza). Non altrettanto chiaro è per chi. Infatti essi non sono a disposizione di tutti. Il prezzo dei beni (e i salari) discrimina chi può o non può accedere al loro uso e consumo.

Una contrapposizione si determina tra chi esprime bisogni primari e chi bisogni evoluti. Una fabbrica può soddisfare bisogni primari come il lavoro ma può andare contro chi esprime il bisogno di un’ambiente non inquinato. Contrapposizione si determina tra competitività, motore di sviluppo, di abbondanza ed efficienza ed equità sociale. Contrapposizione si determina tra gli stimoli alla creazione propri della competitività e i processi di formazione di desideri, bisogni collettivi, modelli identitari. Si pensi alle mode, al prevalere di valori collettivi o egemoni, tutti legati ai sistemi di comunicazione di massa in legame diretto col sistema delle produzioni.

Una nuova “utopia” può identificarsi con una società in cui è molto più chiaro per chi produrre, cosa produrre, perchè produrre, come produrre. Una società in cui il meccanismo della formazione dei bisogni e desideri non è vincolato nè a ideologie nè asservito a ragioni economiche che producono feticismo o alienazione. Può la sinistra oggi farsi interpetre di questa “utopia”? Quali modelli culturali è capace di elaborare per superare la contrapposizione tra bisogni primari e bisogni evoluti, tra garantiti e non garantiti, tra esigenza di libertà ed equità sociale, in generale, che garantiscano uno sviluppo armonioso della relazione di co-evoluzione uomo-natura e della sua attualizazione come cultura della modernità?

Donato Lamacchia