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Afghanistan. di A. Benzoni

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Nel 1975 gli americani scapparono da Saigon ben due anni dopo la firma degli accordi con i nord vietnamiti; ma, in tutta fretta, dal tetto dell’ambasciata, con in mano la bandiera e la valigetta diplomatica. In quanto ai vietnamiti del sud, che avevano combattuto, assieme agli americani, per circa quindici anni, sarebbero stati abbandonati alla loro sorte, tra la totale indifferenza degli americani, compensata, si fa per dire, dalle palinodie di Sartre e intellettuali affini.

Oggi i talebani sono entrati a Kabul senza sparare un colpo, così come è avvenuto in quasi tutte le grandi e piccole città del paese. E, attenzione, senza uscire da un quadro negoziale avviato da Trump più di un anno fa con lo scopo di fissare i rapporti reciproci, lasciando al tempo e alla buona volontà delle parti afgane di vedersela, per il resto, tra di loro.

Ed è ciò che puntualmente avvenuto in una serie continua di incontri tra ex nemici che hanno coinvolto talebani, potentati locali, eredi anzi figli di Massud, coalizione del Nord, con la sollecita assistenza di cinesi, russi, iraniani, pakistani e via discorrendo. Tutti interessati, attenzione, a che la transizione sia pacifica e quanto più possibile consensuale e che l’Afghanistan diventi uno stato “normale anche se con connotati islamici” e non sia più luogo o focolaio di tensioni, conflitti e, soprattutto, di tentazioni di tipo jhadista. Un obbiettivo condiviso anche dagli Stati uniti; e, oggettivamente, nell’interesse degli stessi talebani.

Prendiamone atto. Senza compiacimenti del tutto fuori luogo ma anche senza stracciarsi preventivamente le vesti. Come prendiamo atto che l’interventismo democratico cui tutti noi abbiamo creduto non è più proponibile come criterio per l’azione o anche solo come risorsa per la politica. E che il grande progetto lanciato dagli Stati uniti negli anni ottanta- sconfiggere Russia e Cina con il ricorso all’islam politico e militare, è nel giro di qualche decennio, totalmente fallito. Assieme alla pretesa di governare il mondo, spendendo meno di 5 dollari al giorno.

Ci sarà naturalmente chi, all’insegna dell'”armiamoci e partite”, griderà alla capitolazione di Biden e dell’occidente e proporrà nuove crociate: Boris Johnson, i repubblicani americani secondi a nessuno per faccia tosta, i nostalgici della guerra fredda e, in coda, la coppia Salvini/Meloni, intenta insieme a denunciare come un grave pericolo per l’occidente la vittoria dei talebani ma anche, l tanto per non farsi mancare nulla, l’arrivo dei profughi in fuga dall’Afghanistan.

E, allora, nervi a posto. Abbiamo gli americani che ci dicono che si trattava fin dall’inizio di una “mission impossible”; con il piccolo particolare che ce lo dicono con il senno del poi. Mentre, forse, erano in grado di saperlo sin dall’inizio.

Da noi, poi, solo due Cassandre. L’una- Gino Strada- morta di recente, con la tara irrimediabile di odiare tutte le guerre. L’altra- Massimo Fini, con quella di non credere nella democrazia a geometria variabile. Se qualcuno fosse disposto a chiedergli scusa, mi associo; ma non penso di averne l’opportunità.

Alberto Benzoni

Il dilemma di Biden il mazziniano. di F. Somaini

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Nel giugno del 1848, polemizzando con chi sperava in un intervento in Italia della Repubblica francese contro gli Austriaci, ormai in piena controffensiva, Giuseppe Mazzini scriveva senza mezzi termini che “la libertà non s’ottiene se non conquistandola col proprio sangue” (G. Mazzini, “Scritti editi ed inediti”, Imola, Galeati, 1906-1950, vol. 38 [1923], “Politica -XIII”, p. 73).

Pochi giorni fa (il 10 agosto) Joe Biden, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, nel confermare la propria decisione di tirarsi fuori dal teatro afghano nonostante l’impressionante avanzata dei Talebani, ha a sua volta dichiarato, a proposito degli Afghani, che “They’ve got to fight for themselves” (“Devono combattere da sé”) (BBC news, 11 agosto 2021).Sembrano quasi le stesse parole del Mazzini del ’48. E la consonanza non è del tutto casuale.

Nella storia del Partito Democratico Americano c’è infatti una tradizione in cui proprio il mazzinianesimo ha avuto indubbiamente un certo peso. Basti pensare al Woodrow Wilson del 1918-1919, e alla sua insistenza, dopo la fine della Grande Guerra, sull’idea di fondare il nuovo ordine europeo sul principio (decisamente mazziniano) di autodeterminazione dei popoli. In altre parole il richiamo a quella tradizione era stato in quel caso ben consapevole (anche se gli Americani, dopo le titubanze iniziali dello stesso Wilson, erano infine intervenuti ben massicciamente nel conflitto mondiale, con un apporto risolutivo e determinante, in quel caso giustificato ideologicamente con il richiamo al principio dell’interventismo democratico).Nel caso di Biden sembra dunque che ci si voglia almeno in parte richiamare a quella stessa linea di pensiero. Dopo le ipocrisie sulla “esportazione della democrazia” dell’età di Bush jr. e dei Teocon, dopo gli anni dell’interventismo a tratti un po’ sconclusionato dell’ultimo Obama (quando la politica estera americana fu diretta dalla Clinton) e dopo la stagione del disimpegno neo-isolazionista trumpiano, Biden sembra cioè quasi voler riprendere la linea del primo Obama: quello cioè del celebre discorso (in effetti molto “mazziniano”) pronunciato all’università del Cairo nel 2009 (al tempo delle cosiddette “primavere arabe”).

Certo pesa, in questa scelta di Biden, anche la constatazione che 20 anni di costosa presenza militare in Afghanistan non sembrano aver prodotto risultati apprezzabili. Il fatto è che quella parte del pianeta (in cui secondo i teorici della geopolitica “continentale”, come l’inglese Halford Mackinder, si troverebbe la “pivot area” del dominio mondiale) si rivela ancora una volta difficilmente gestibile dalle grandi potenze esterne.In tutto questo – ed è qui che si apre il dilemma – resta però da vedere se questa strategia “mazziniana” del “dovete conquistarvi da soli la vostra libertà” potrà funzionare.

Nell’Italia del 1848-1849 non funzionò. Nell’Afghanistan del 2021 si direbbe che stia andando egualmente male. L’Afghanistan laico – senza più la stampella degli USA e dei loro alleati – sta infatti rapidamente collassando. E già si parla di Kabul come della Saigon di Joe Biden.

Francesco Somaini