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PASOLINI A VILLA GORDIANI, di M. Luciani

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Per il quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini nella mia borgata, Villa Gordiani, saranno realizzate alcune proiezioni del documentario “Un intellettuale in borgata”, per la regia del mio amico Enzo De Camillis. Un’opera in concorso per il David di Donatello. Si torna nei luoghi dove si ambientarono alcune tra le principali 11169956_992923324051014_5068736442894123616_nopere letterarie e cinematografiche di Pasolini per offrire ai protagonisti della vecchia e della nuova periferia, quarant’anni dopo, un’occasione di incontro per discutere dei disagi di ieri e di oggi, del ruolo della cinematografia nell’interpretazione della realtà mettendo in luce la lungimiranza del compianto maestro.
Il programma è il seguente:

 

Venerdì 24 aprile 2015 ore 18,30
c/o PRC Tor de’ Schiavi
Via Castel forte 4
Con: Giuseppe Spinillo (PRC Tor de’ schiavi), Valerio Strinati (Università Popolare Antonio Gramsci), Aldo Colonna (giornalista, autore di ”Borgata Gordiani”), Enzo De Camillis (regista).

 

Venerdì 8 maggio 2015 c/o PD Villa Gordiani
Via Venezia Giulia, 71/75
Con: Andrea Menichini (Giovani democratici), Valerio Strinati (Università Popolare Antonio Gramsci), David insaldi (PRC Tor de’ Schiavi) ), Aldo Colonna (giornalista, autore di ”Borgata Gordiani”), Enzo De Camillis (regista).

 

Organizzano: Casa del Popolo Giuseppe DiVittorio, Università Popolare Antonio Gramsci, Bottega dei Gordiani.

 

Massimo Luciani

 

Una analisi del DEF 2015, di R. Achilli

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Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme alPiano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governonazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva diquella inizialmente abbozzata).

Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di vera e propria ripresa,della crescita, che quest’anno dovrebbe attestarsi sullo 0,7%, per poi arrivare all’1,4% nel 2016 ed all’1,5% nel 2017. Tale ipotesisi bassa su una ripresa delle esportazioni, che dal +2,7% del 2014 dovrebbero crescere del 3,8% nel 2015 e del 4% in ciascuno dei due anni 2016 e 2017, degli investimenti privati (che dopo il calo di 3,3punti nel 2014 dovrebbero crescere di 1,1 punti nel 2015, e di 2,1punti nel 2016) e dei consumi interni, che dovrebbero crescere dello0,8% nel 2015 (dopo lo 0,3% del 2014) fino all’1,4% nel 2017.Completa questa rosea previsione una riduzione di spesa per interessisul debito pubblico pari a 0,3 punti di PIL (ovvero, per un risparmiopari a poco più di 4,9 miliardi).

Questo quadro macroeconomico a rose e fiori dovrebbe quindi contribuire agli obiettivi di finanza pubblica, ovviamente anch’essi visti in miglioramento. Il deficit nominale sul PIL , passerebbe dal 2,6% del2015 all’1,8% l’anno prossimo, fino ad azzerarsi nel 2018,portando ad un pazzesco avanzo di 0,4 punti nel 2019. Il rapporto fra debito pubblico e PIL scenderebbe, dunque, dal 132,5%, al 130,9% l’anno prossimo, fino al 127,4% nel 2017. Il pareggio strutturale di bilancio (al netto cioè degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum) verrebbe raggiunto nel 2017, scendendo di un puntodecimale fra 2015 e 2016 (da -0,5% a -0,4%).

Questo quadro surreale come un dipinto di Dalì (ma evidentemente privo della stessa qualità artistica) porta ad una prosa nella retorica governativa che sfocia nel dadaismo. Fondamentalmente, tutto ciò verrebbe ottenuto senza aumentare le tasse, ma anzi abbassandole in rapporto al PIL, senza incidere sulla spesa pubblica produttiva, che anzi aumenterà (la spesa pubblica in conto capitale dovrebbe aumentare di 3,5 miliardi fra 2015 e 2016) ed addirittura si sarebbe trovato un presunto bonus di spesa di 1,6 miliardi da destinare a un qualche provvedimento urgente di natura sociale o produttiva (sulla destinazione,l’impetuoso Renzi trova un istante di riflettività, anche perché,come meglio si dirà, non è affatto certo che il cosiddetto bonus,dopo il vaglio della Commissione europea, esisterà ancora). Il cittadino medio, che non ha una laurea in economia, e non sa la differenza fra un quadro tendenziale ed un quadro programmatico dovrebbe essere portato a credere, illudendosi, che il DEF stiaaprendo la strada ad una inversione radicale delle politiche economiche, in direzione di una illuminata espansione economica accompagnata da una armoniosa virtù nei conti pubblici. Ed addirittura, Renzi si spinge a dire che le stime del Def sono“prudenziali” (!) lasciando sottendere chissà quali prelibati frutti di una nuova stagione di sviluppo, che per modestia (!!) non ci vuole ancora disvelare, a noi poveri gufi abituati alla durezza della quotidianità ed al principio della realtà.

Ora, evidentemente, le cose stanno in modo diverso. Una ripresa economica trainata dalle esportazioni presuppone che lo sviluppo del commercio mondiale sia solido. Ora, su questo solido sviluppo pesano enormi incognite, dale cifre non proprio entusiasmanti della ripresa statunitense, che potrebbe arrestarsi improvvisamente quando quest’estate un Congresso molto meno accomodante del passato (anche perché ci avviciniamo alla lunghissima maratona presidenziale) dovrà discutere del nuovo “tetto del debito”, e già circolano ipotesi di politiche di austerità recessive, al rallentamento di quasi tutte leeconomie emergenti (Cina, sulla quale pesa addirittura una potenzialebolla immobiliare e finanziaria, Russia, Brasile) ad un profilo diripresa del Giappone non proprio entusiasmante. Senza contare che,sul mercato europeo, il crescente surplus commercial tedesco schiaccia gli spazi di crescita dei partner (per l’ovvio principio fisico secondo il quale se aumenti le quote di mercato si riducono quelle degli altri). Ed infine, l’effetto di svalutazione dell’euro sul dollaro è, per le stesse ipotesi di base del DEF, limitato alsolo 2015, sostanzialmente arrestandosi negli anni successivi.

D’altro canto, la prevista ripresa della domanda interna per consumi ha aspetti esoterici, atteso che la fase di declino del prezzo del petrolio sembra essersi arrestata, il deflatore dei consumi mostra tensioni inflattive di ritorno già da fine 2015, e la crescita dei redditi,che nelle ipotesi del DEF addirittura passerebbe da +1,3% nel 2015 al+2,4% nel 2016 (cioè raddoppiando la velocità di crescita) è una favoletta ridicola, in una stagione in cui il Jobs Act e l’indebolimento dei sindacati ha eliminato ogni possibilità di negoziare margini di aumento del salario. Stendiamo un velo pietoso sull’aumento previsto degli investimenti, che dovrebbe poggiare su un credito di imposta per le imprese che investono in R&S (ma conmercati ancora instabili le imprese non investiranno), su una aspettativa di ripresa del credito legata al QE della Bce (ma i primidati per il 2015 segnalano un ulteriore peggioramento del creditcrunch, come è evidente. Le banche se ne fottono della maggiore liquidità loro offerta se i loro coefficienti patrimoniali continuano ad essere precari, e se l’aspettativa è che la vigilanza europea unica inasprisca i criteri patrimoniali stessi) esulla partecipazione al modesto programma di investimenti pubblici messo a punto da Juncker, che dovrebbe portare fuori dal calcolo del patto di stabilità alcune voci di investimento, che però ancora nonsono specificate, poiché il regolamento è in redazione, quindi è assai arduo formulare previsioni macroeconomiche in merito). E percarità di Patria tacciamo sugli effetti espansivi delle riformestrutturali attuate dal Governo Renzi, che secondo il DEFporterebbero a 0,4 punti di PIL nel 2016 con una crescita del loropeso fino a 1,8 punti nel 2020. Va rilevato, infatti che, come esprime la tabella a pag. 48 della Sezione I, il grosso dell’impatto proviene dalla riforma del mercato del lavoro (ma evidentemente le imprese non assumono lavoratori solo perché viene abolito l’articolo 18, ma primariamente se ci sono i mercati per poter ampliare la base produttiva, quindi l’effetto espansivo del Jobs Act è una merafavola, come mostrano numerose ricerche sull’impatto della flessibilità lavorativa sulla crescita). Al secondo posto, come impatto, verrebbe la riforma della P.A. che però ha il piccolodifetto di non essere ancora attuata (e peraltro, la tenue speranza di chi scrive è che una simile riforma imbecille non venga attuata mai).

Evidentemente, quindi, poiché la manovra di stabilità per il 2016, al fine di scongiurare le clausole di salvaguardia (essenzialmente, per scongiurare il maxi-aumento dell’Iva, che sarebbe evidentemente la pietra tombale sulle già irreali aspettative di ripresa della domanda interna per consumi) dovrebbe poggiare per almeno 6,5 miliardi sul miglioramento atteso della crescita, è del tutto ovvio che, invece, possiamo aspettarci esattamente l’attivazione di tali clausole, con qualche mese di ritardo, quando la Commissione si sarà stancata del giochino delle tre carte che Renzi inscenerà, insieme ai suoi ciambellani.

Cosa succederà realmente nel 2016 e 2017 ? Succederà che il saldo primario (spese – entrate pubbliche al netto del pagamento degli interessi sul debito) dovrà,nel 2016, migliorare di circa 14 miliardi, rispetto ai 26 miliardi con cui si prevede di chiudere il 2015. Ciò si otterrà mediante un taglio delle spese per 4,1 miliardi, privatizzazioni di ciò che resta del patrimonio imprenditoriale pubblico per circa 8,2 miliardi,ed 1,8 miliardi di maggiori entrate. L’artifizio retorico di Renzi,per cui non vi saranno maggiori tasse, è smascherato dalla manovra che verrà fatta su deduzioni e detrazioni fiscali che, pur mantenendo formalmente inalterate le aliquote fiscali, aumenterà la pressione fiscale per riduzione dell’area dei benefici fiscali(producendo quindi, sul contribuente finale, lo stesso effetto di unaumento effettivo della tassazione). Si tratta cioè né più némeno che di una solenne presa in giro degli italiani, cui la comunicazione renziana ci ha abituati. Sul versante del taglio delle spese, esso sarà sostenuto mediante una nuova, ulteriore, tornata di spending review (che dovrà garantire ben 9,8 miliardi nel 2016, alfine di coprire l’aumento delle spese pubbliche di investimento ed altri aumenti di parte corrente), che sarà così concepita:

  • Per gli enti locali proseguirà il processo di efficientamento già avviato nella Legge di Stabilità 2015 attraverso l’utilizzo dei costi e fabbisogni standard per le singole amministrazioni e la pubblicazione di dati di performance e dei costi delle singole amministrazioni;
  • In tema di partecipate locali saranno attuati interventi di smantellamento (ai danni ovviamente del personale che ci lavora), con particolare attenzione ai settori del trasporto pubblico locale e alla raccolta rifiuti.
  • Numerose strutture periferiche dello Stato saranno chiuse, senza garanzie per il personale, come nel caso delle Province.
  • Immobili utilizzati dalle amministrazioni sanno venduti;
  • Sarà completato il processo di razionalizzazione delle stazioni appaltanti e delle centrali d’acquisto per gli acquisti della PA.

L’insieme di tale manovra sarà recessivo, e, in modo implicito, al di là delle facili ricamature comunicative, lo stesso DEF, nel differenziale fra PIL tendenziale e PIL programmatico, stima tale effetto in 0,3 punti diPIL persi per il 2016 come conseguenza della manovra di stabilità sopra descritta.

E ciò che è ancora più spaventoso è che tale scenario è il migliore possibile. E’infatti del tutto improbabile che la Commissione Europea faccia passare questa ipotesi, per la manovra di stabilità del 2016. Talei potesi, infatti, rinvia al 2017, anziché al 2016, come da impegni assunti, il pareggio strutturale di bilancio. E lo fa autoattribuendosi, del tutto arbitrariamente, la clausola diflessibilità per le riforme fatte e quelle previste nel PNR allegato1 ( sul quale occorrerebbe fare un approfondimento a parte). Ma non èaffatto detto che la Commissione accetti questa impostazione, e conceda effettivamente la flessibilità, anche perché è difficileche si approvi una manovra in cui il grosso è costituito da introitio risparmi di non immediata realizzabilità, come le privatizzazionie la spending review (che come visto in questi anni, comporta benefici diluiti nel tempo). E tra l’altro, la Commissione potrebbe non bersi le ottimistiche previsioni macroeconomiche del Governo (vedi sopra la discussione sulle previsioni). Abbassando l’asticella della crescita, l’entità della correzione di bilancio ovviamente cresce. Nell’ipotesi peggiore, in cui il pareggio di bilancio strutturale dovesse essere imposto per il 2016,infatti, la manovra dovrebbe portare ad un saldo primario di quasi 28 miliardi, in luogo dei 14 previsti, con una perdita di quasi un puntodi PIL.

(1) La clausola di flessibilità prevede infatti condizioni stringenti nella valutazione della fattibilità, efficacia di lungo periodo e rilevanza delle riforme proposte, prima di concedere il bonus.

P.S. sul cosiddetto “tesoretto” da 1,6 miliardi:in realtà, quella somma deriva dalladifferenza fra il deficit/PIL del quadro tendenziale (cioè delquadro delle finanze pubbliche in assenza degli interventi previstidal DEF), pari al 2,5%, e il rapporto che emerge dal quadro programmatico (cioè in presenza di interventi) pari al 2,6%. Queldecimale di differenza ammonta proprio a 1,6 miliardi, e secondo il Governo potrebbe essere concesso dai nuovi regolamenti Ue che interpretano la flessibilità dibilancio, in presenza di un output gap negativo e superiore a 3 punti(cioè in presenza di una crescita inferiore al potenziale massimo dicrescita, stimato mediante la quantificazione del PIL potenziale). Ma se la Commissione dovesse imporre un inasprimento della manovra per il 2016, anche questo tesoretto sparirebbe.

Riccardo Achilli

LA PRIMAVERA COMINCIA IL 28, di M. Luciani

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Il 28 marzo in piazza per una nuova primavera del lavoro, è un appuntamento importante e ci saremo. Come compagni del Movimento per il Partito del Lavoro ci saremo, certo. Con entusiasmo, per sostenere la piattaforma proposta dalla FIOM.
Una piattaforma che rilancia i principali temi della lunga mobilitazione condotta dalla CGIL contro tutti i provvedimenti improntati all’austerity imposti in questo primo scorcio del terzo millennio ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai giovani, alle donne, fino alle più recenti iniziative, appoggiate in parte anche dalla UIL, per contrastare il Jobs Act del governo Renzi.
I titoli sono chiari e chiaro è il segno di classe: contro la precarietà generalizzata e la disoccupazione giovanile non affrontata da un governo appiattito su Confindustria. Per migliorare le condizioni di lavoro, per costruire un sistema pensionistico più giusto che abbassi i requisiti per andare in pensione. Per contrastare l’evasione fiscale e la corruzione ormai dilagante. Per il diritto alla salute e allo studio, per il reddito minimo, per la riappropriazione del contratto di lavoro come strumento di tutela del salario e dei diritti. Non sarà facile: il Ministro Poletti ha pensato bene di stroncare le Proposte di Legge di SEL, M5S e “civatiani” con dichiarazione inappellabile alla vigilia della manifestazione, ma il clima della vigilia è di grande attesa e nessuno è sorpreso o si scoraggia. Non sarà facile ma è giusto.
Tutti in piazza per rivendicare degli obiettivi, ma anche per costruire la “coalizione sociale”. Una locuzione, questa, che molto ha fatto parlare e straparlare e su cui, certamente, molto c’è ancora da dire. Per la verità il termine inglese Unions scelto come titolo dell’evento dai promotori è evocativo di radici storiche antiche che esprimono il senso profondo del progetto: per difendere i propri interessi materiali immediati la forza dei lavoratori e delle classi subalterne è sempre quella dell’organizzazione, diretta, di massa, democratica. Il modello è quello anche di recente collaudato in vertenze sindacali che sono state affrontate su un terreno sociale ampio, non limitato al rapporto tra lavoratore e padrone, nella prospettiva più avanzata di ricomposizione di interessi e di unità di lotta. Solo per fare qualche esempio: le vertenze per l’istruzione pubblica che hanno visto studenti e famiglie scendere in campo con insegnanti e non docenti; quelle per la cultura che hanno visto intellettuali anche a livello internazionale, studenti, giovani, saldare i propri interessi con quelli dei tecnici, delle maestranze e del personale artistico del cinema e del teatro; quelle per il pluralismo e la libertà dell’informazione che hanno visto giuristi, intellettuali, comitati e associazioni di scopo costruire insieme ai poligrafici e ai giornalisti l’azione di lotta. Intere comunità locali hanno sviluppato momenti alti di unità di popolo attorno ai lavoratori in lotta quando si è trattato di difendere insediamenti produttivi o di intervenire per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni nocive. Non spetta a noi, né ad altri fare l’interpretazione autentica delle reali intenzioni semantiche dei promotori. Pensiamo, però, che riprodurre su scala più ampia questo modello puntando ad una coalizione sociale di interessi aggregati attorno al lavoro che si dia obiettivi più avanzati e più generali è possibile, ma, soprattutto, è necessario. E noi ci siamo e ci saremo. Sosterremo la Proposta di Legge per il Nuovo Statuto dei Lavoratori, il Referendum abrogativo del Jobs Act, come stiamo sostenendo la Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sugli appalti della Cgil e abbiamo sostenuto il Referendum e la Proposta di Legge contro il Fiscal Compact.
Pensiamo però che una coalizione sociale con forme permanenti di organizzazione e di unità d’azione e con un forte connotato di autonomia non sancirà l’autosufficienza del sociale. Al contrario: farà salire la domanda di rappresentanza politica delle istanze sociali. Ciò è evidente proprio alla luce della pratica esperienza della Cgil: avanzare proposte alla politica come ha fatto col Piano del Lavoro, la Rappresentanza, il Fisco, le Pensioni era necessario, ma non è stato sufficiente. Non sarà sufficiente fin tanto che la Cgil avrà come interlocutore un governo espressione di partiti asserviti alle politiche neo-liberiste della troika, al di la delle questioni di stile dei leader che stanno assumendo tratti sempre più inquietanti. C’è bisogno di una risposta politica adeguata alla domanda di rappresentanza delle istanze del lavoro sul terreno dei rapporti sociali in generale, come in Grecia. Adesso. Altrimenti sul COSA avremo tanto materiale per seminari interessanti eper dichiarazioni roboanti, ma al momento di indicare CHI fa COSA comincia il solito gioco a nascondersi. E chi fa le lotte, inesorabilmente, finirà col pestare acqua nel mortaio.

APPUNTAMENTO SABATO 28 MARZO ALLE 14,00 A PIAZZA ESEDRA.

Immigrazione: una conversazione con l’Associazione Dhuumcatu, di S. Macera

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L’Associazione Dhuumcatu, creata e composta da bengalesi, è da tempo una presenza significativa nella principale metropoli italiana: in prima fila in tutte le manifestazioni per i diritti degli immigrati che si sono svolte nello scorso decennio, offre anche assistenza per le pratiche relative al permesso di soggiorno. Negli ultimi anni ha inoltre sviluppato proficue collaborazioni con le Università La Sapienza e Roma 3, strettamente legate alla possibilità – per gli studenti – di conseguire Master sulle politiche migratorie e sulla convivenza tra etnie nei grandi agglomerati urbani. La sede di questa Associazione è in via Casilina 525, nel quartiere Tor Pignattara, cioè in un’area a forte connotazione multietnica, purtroppo segnata, negli ultimi mesi, da tensioni tra comunità e anche da episodi gravissimi e di cui è necessario ribadire la condanna, come l’omicidio del pachistano Shahzad ad opera di un minorenne romano. Rivolgendoci a Bachcu, che dell’Associazione è uno degli animatori, abbiamo cercato di mettere a fuoco alcuni contorni della situazione degli immigrati a Roma, con l’intento di fuoriuscire dai luoghi comuni veicolati dai media più diffusi.

La nostra conversazione è partita dai rapporti dell’Associazione con le forze del territorio, a partire dai Comitati di Quartiere. Qui ve ne sono almeno tre, di diversa collocazione politica: uno schiettamente di destra, uno di sinistra e un terzo dall’orientamento non chiaro. Esclusa ogni relazione col primo – dedito a speculare su una presunta “emergenza immigrati” – con il secondo vi sono state iniziative comuni, di carattere sociale e culturale, sui temi legati alla riqualificazione d’un territorio che l’amministrazione capitolina ha per molti versi abbandonato a sé stesso. In sostanza, parliamo di azioni volte a combattere il degrado che rifiutano quella retorica imperante che lo associa direttamente alla presenza di “forestieri”. Ma perché, oggi, nella capitale il clima risulta così impregnato d’intolleranza? Secondo Bachcu, una parte della responsabilità è anche del primo cittadino, Ignazio Marino, che in alcune occasioni ha avuto la mano pesante nei confronti di Rom e immigrati – effettuando sgomberi che, per le modalità adottate, sono stati criticati da Amnesty International – salvo esprimersi, in altre circostanze, in termini più consoni ad una cultura democratica. Così, il sindaco ha spianato la strada alle forze di destra e anche di estrema destra, che, su questo fronte, agiscono in modo più lineare ed organico, giungendo a muoversi addirittura nel senso d’una quotidiana istigazione all’odio razziale. Tale opera di sciacallaggio o, comunque, il successo di argomenti rozzamente semplificatori, a ben vedere, possono essere parzialmente spiegati anche alla luce di questioni irrisolte che riguardano l’Italia intera e che si caricano di valenze esplosive soprattutto nelle grandi città.

E’ vero, nel belpaese è sostanzialmente ridicolo parlare di un’invasione, sia perché la percentuale di immigrati (attorno all’8% della popolazione totale) è più contenuta che negli altri grandi Stati europei, sia in considerazione della cospicua flessione dei flussi migratori che si è registrata negli ultimissimi anni, dovuta alla consapevolezza delle difficoltà economiche dell’Italia attuale. Però, quando la classe dirigente nostrana ha cominciato a interessarsi agli immigrati – a partire dalla Legge Martelli (1990) – lo ha fatto considerandoli esclusivamente come manodopera, senza confrontarsi con il loro essere portatori di specifiche culture, tendenze religiose e modi di vita. Poco è stato fatto, insomma, per avviare un serio confronto/scambio con i nativi; anzi, si può dire che una peculiarità italiana è proprio la mancata scelta d’uno dei qualsiasi dei tanti modelli attraverso cui gli Stati cercano di far interagire, nello spazio pubblico, differenti identità culturali. Di più, si è lasciato che – a parte la programmazione dei flussi a seconda delle necessità delle imprese – tutto il resto si regolasse da sé. Il che ha portato le singole comunità s muoversi come meglio potevano: per dire, un nuovo arrivato dallo Sri Lanka in cerca di casa ha potuto trovarla solo in un uno specifico quartiere, attraverso persone della stessa provenienza precedentemente insediatesi nel posto. Si è creato così un fenomeno che i sociologi più attenti riconducono a una sorta di ghettizzazione e che, invece, una classe politica spregiudicata, impegnata nell’assecondare i più bassi istinti per ottenere successi elettorali, ha denominato invasione.

I demagoghi muovono dalla consapevolezza che la presenza di comunità, sia pur piccole, con cui non si comunica è già sentita da alcuni come molesta e che questa percezione può presentarsi in forme più pesanti in quelle aree metropolitane dove il processo spontaneo di cui sopra ha portato a concentrazioni più considerevoli. Dunque, il clima che si registra oggi in una grande città come Roma è, almeno in parte, figlio delle scelte d’una classe dirigente che, nella gestione del processo migratorio, si è disinteressa d’ogni questione legata alla convivenza con gli italiani. Una situazione che, attualmente, risulta complicarsi alla luce di fenomeni che interessano in particolare alcune comunità, come, appunto, quella bengalese. Proprio il difficile momento economico del nostro paese, spinge molti immigrati ad andarsene in Stati meno colpiti dalla crisi: si tratta spesso di quelli che si trovano qui da 12-15 anni e che hanno conseguito una posizione regolare sotto ogni aspetto.

Oggi, se sono bengalesi, si avviano verso paesi come, poniamo, l’Australia, dove ci sono ben altre possibilità occupazionali. E’ un fenomeno che, secondo Bachcu, investe la sua comunità almeno dal 2008 e che lo spinge ad una certa amarezza: “abbiamo perso 15 anni”, ci dice. Ciò perché le persone che se vanno sono proprio quelle che – in virtù della loro non breve permanenza in Italia – hanno sviluppato, qui, una maggiore rete di rapporti al di fuori della propria comunità di appartenenza. La progressiva perdita di queste figure, complica le cose in termini che – chi non vive la realtà quotidiana di certi quartieri romani – non può capire. Oggi, risulta ancor più evidente che, se dei nativi avranno un problema – anche di modeste proporzioni – con un immigrato bengalese, lo ingigantiranno parlandone esclusivamente con altri italiani, mentre, nel caso inverso, difficilmente i bengalesi cercheranno una interlocuzione nell’”altro campo” per risolvere le tensioni. Dunque, le già accennate carenze della politica statale e la fuga dall’Italia in crisi da parte di immigrati che vi risiedono da tanto tempo, creano una dinamica perversa, in cui le appartenenze diventano esclusive e tutto viene letto nell’ottica del “noi e loro”. Una situazione siffatta non può che agevolare quelle forze politiche che, scientemente, agiscono nelle periferie degradate per creare contrapposizioni e favorire una vera e propria guerra tra poveri.

Se dei soggetti vengono percepiti come estranei sarà più facile farne un capro espiatorio verso cui dirottare l’obiettivo malessere generato dalla crisi economica e assumeranno una certa plausibilità anche le frottole e le leggende metropolitane che vedono chi “viene da fuori” sempre avvantaggiato dalle istituzioni (nell’assegnazione degli alloggi popolari, nel sostegno economico e via mistificando). Ora, tale situazione, in realtà non sarebbe irrecuperabile, se le autorità politiche locali e nazionali si decidessero ad intervenire, magari mettendo stabilmente all’opera gli studiosi dei fenomeni sociali per definire politiche atte a favorire l’incontro fra le diversità. Per esempio, valorizzando la presenza degli immigrati di seconda generazione – che andrebbero considerati italiani a tutti gli effetti – e utilizzando il fitto calendario di ricorrenze pubbliche che contraddistingue questo paese per promuovere uno scambio che, sin qui, raramente ha avuto una copertura ufficiale. Per dire, il ricordo della tragedia dei minatori italiani a Marcinelle, nel 1958, potrebbe essere attualizzato con riferimenti anche alla condizione di chi è venuto a cercare fortuna qui da noi. Certo, questi sforzi, nel breve termine, non risolveranno tutti i problemi, ma potrebbero contribuire a limitare le tensioni e il diffondersi di fenomeni di autentico razzismo, orientando anche la stampa verso un atteggiamento più riflessivo e meno allarmista.

Inoltre, a ciò si dovrebbe affiancare una politica tesa a riqualificare quelle periferie urbane che – a Roma in particolare – risultano davvero disastrate e spesso prive di servizi essenziali. Naturalmente, l’Associazione Dhuumcatu pensa anche ad un’azione dal basso, da svolgere nei prossimi tempi assieme alle realtà sociali e politiche con cui ha maggiori rapporti. Un’azione che non si limiti a veicolare i messaggi del tradizionale antirazzismo, facendo riflettere tutti sul fatto che la crisi economica che questo paese sta vivendo non è certo addebitabile agli immigrati, che anzi hanno contribuito, in questi anni, a produrre ricchezza. Si tratta, in sostanza, anche di ribadire che le spese inutili, per un’Italia sempre in difficoltà, non sono quelle – al limite, da razionalizzare – destinate all’accoglienza, ma quelle relative alle cosiddette grandi opere, che si accaniscono su un territorio già sfibrato dalla cementificazione, o legate all’ulteriore rafforzamento dell’apparato bellico. Abbandonando la vena pessimistica da cui s’era fatto prendere prima, Bachcu ci ha assicurato, per il 2015, una grande profusione di energie della sua Associazione nell’organizzazione di iniziative di questo segno.

 Stefano  Macera
l’articolo + stato scritto per la rivista Cassandra

Il Centro socialista interno (1934-1939)- appunti per un dibattito su antifascismo ed unità di classe, di M. Zanier

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Se guardiamo alla  Resistenza come all’elemento centrale della riscossa di un popolo oppresso contro un regime dittatoriale e alla lotta di liberazione dal nazifascismo come  all’ultima fase di  una drammatica guerra civile portata avanti da comunisti, socialisti, e dalle altre forze democratiche, cattolici compresi,  per riconquistare la libertà perduta e ricostruire Paese migliore, allora dobbiamo domandarci come questo processo si sia generato, quali politiche lo abbiano determinato, quale lavoro clandestino lo abbia preparato.
Come i libri di testo di Storia in uso nelle scuole anche l’enciclopedia virtuale Wikipedia circoscrive la Resistenza partigiana italiana all’ “opposizione, militare o anche soltanto politica, condotta nell’ambito della seconda guerra mondiale – dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente invasione dell’Italia da parte della Germania nazista e la conseguente invasione dell’Italia da parte della Germania nazista – nei confronti degli occupanti e della Repubblica Sociale Italiana da parte di liberi individui, partiti e movimenti organizzati in formazioni partigiane, nonché delle ricostituite forze armate del Regno del Sud che combatterono a fianco degli Alleati

Il Fascismo storicamente inizia con la marcia su Roma nel 1922, la Resistenza partigiana inizia ufficialmente l’8 settembre 1943, il periodo compreso tra quelle due date è necessariamente da identificare con il lavoro politico clandestino degli antifascisti italiani che hanno preparato la lotta di liberazione.

La nascita e l’affermazione del Fascismo

Andiamo per gradi. Nel 1922 Mussolini marcia su Roma con decine di migliaia di squadristi pretendendo il potere politico del Regno d’Italia. Al suo arrivo a Roma il Re d’Italia Vittorio Emanuele III  gli dà l’incarico di formare un nuovo Governo. Solo in un secondo momento quel Governo ottiene il voto di fiducia da parte delle due Camere e quindi anche la  necessaria giustificazione formale della sua presa del potere. Nella descrizione del Ventennio, gli storici distinguono di solito due fasi.  

La prima fase del Fascismo comprende il periodo dal 1922 al 1924 e va sotto il nome di “Fascismo parlamentare”: nel 1922 il Governo Mussolini ottiene dal Parlamento i pieni poteri per le riforme amministrative e fiscali; quello stesso anno viene creato il Gran Consiglio del Fascismo, organo posto sotto la diretta dipendenza del Presidente del Consiglio (da quel momento cioè organi dello Stato con organi di un solo partito coincidono); nel 1923 le squadre d’azione (o Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) vengono assimilate all’esercito regolare e con la Legge Acerbo (Legge 18 novembre 1923 n° 2444) si stabilisce che devono essere attribuiti 2/3 dei seggi della Camera alla lista vincitrice (cioè un forte premio di maggioranza); nel 1924 le elezioni vengono  vinte dai fascisti dopo forti pressioni ed intimidazioni, quello stesso anno il deputato socialista Giacomo Matteotti  che ha denunciato i brogli viene brutalmente assassinato. Per protesta molti deputati abbandonano il Parlamento e si ritirano sull’Aventino.

La seconda fase del Fascismo  comprende il periodo che va dal 1925 al 1939 e si caratterizza per la  costruzione ed il rafforzamento del regime attraverso  leggi costituzionalmente rilevanti (“leggi fascistissime”): nel 1926 vengono  dichiarati decaduti i deputati che si erano ritirati sull’Aventino, inizia la soppressione del pluralismo politico. E’ il 1926 ll’anno da cui iniziare il nostro discorso. Perché se  prima, Mussolini aveva portato avanti  un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura è solo nel 1926 che scioglie il Parlamento, costringe al confino tutte le forze democratiche lasciando al Governo solo il Partito Fascista. Sempre quell’anno, sui luoghi di lavoro abolisce le rappresentanze dei dei sindacati liberi sostituendole coi sindacati fascisti (uno dei lavoratori e uno dei datori di lavoro per ogni settore) direttamente controllati dal regime, abolisce la libertà di stampa, sopprime i giornali antifascisti, istituisce la pena del confino, introduce la pena di morte, crea la polizia segreta (OVRA) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, col compito di reprimere i reati politici, cioè gli oppositori del Fascismo.
Senza la libertà di parola, senza rappresentanza parlamentare democratica e pluralista, senza organizzazioni sindacali libere con cui costruire percorsi coi lavoratori, ma soprattutto senza la direzione e l’organizzazione territoriale dei rispettivi partiti, i comunisti e i socialisti rimasti in Italia, dal 1926 si devono organizzare necessariamente in gruppi clandestini, controllati da vicino dalla polizia segreta e sotto la costante minaccia della prigionia.

Tutto questo mentre  il Fascismo continuava il suo terribile cammino: schiacciando i diritti e l’unità dei lavoratori in patria; muovendo guerra ai lavoratori che nel 1936 in Spagna erano insorti contro la dittatura franchista;  proclamando la nascita dell’Impero d’Italia dopo aver aggredito l’Etiopia e condotto contro di essa una guerra feroce; emanando nel 1938 le vergognose leggi razziali in cui vennero vietati ai cittadini italiani di religione ebraica i diritti elementari tra cui il divieto per i bambini frequentare le stesse scuole degli altri bambini italiani, per gli insegnanti di esercitare la professione nelle scuole del Regno. Leggi razziali che, è bene ricordarlo, spianarono la strada alle successive deportazioni di milioni di italiani di religione ebraica nei campi di sterminio hitleriani.

Oggi noi sappiamo che negli anni seguenti quel regime avrebbe maledettamente legato il destino italiano a quello tedesco, trascinando l’Italia in una guerra assurda e sanguinosa e gli italiani nella miseria più nera.    

                      Una nuova generazione di socialisti


Per i socialisti l’antifascismo si esprime in un primo momento con l’adesione alle posizioni di Giustizia e Libertà ovvero attraverso la condanna e il rifiuto di tutta la negatività del Fascismo e la difesa dei valori della democrazia che il Regime ha cancellato. Ma nonostante l’attivismo instancabile di quegli antifascisti, il Fascismo si afferma, si struttura, mette radici nella società e colpisce coi molti arresti chi vi si oppone, compresi molti coraggiosi compagni di quel movimento che a un certo momento entra in crisi. E’ la generazione di socialisti successiva, che ha visto sin da piccola la concreta affermazione del Fascismo e che non può semplicemente condannarlo ma vuole trovare il modo di capirne gli ingranaggi per farlo crollare dall’interno, ritrovare un rapporto con la classe operaia, elaborare una nuova strategia di lotta. I nuovi quadri sono maturati negli anni dal ’24 al ’26, cioè negli anni in cui il movimento operaio organizzato viene liquidato definitivamente, hanno voluto superare la lettura di Marx della generazione precedente e guardano al futuro, ossia alla maturazione del PCI e al modo in cui si radica nella società. Oltre a Marx hanno letto Kausky, la Luxemburg, O. Bauer, Lenin (e magari il “Che fare?” li ha portati a chiedersi come uscire da quel presente opprimente), collaborano alle riviste di politica e cultura come “Rivoluzione liberale”, “Quarto Stato”, “Pietre”.
Nel 1933 sulle pagine dei “Quaderni di Giustizia e Libertà” il giovane Lelio Basso, dietro uno pseudonimo, denuncia i limiti di quell’impostazione antifascista e ne propone a quello stesso gruppo il superamento: “La crisi continuata e le ultime manifestazioni di forza del regime- che attraversa oggi indubbiamente il suo momento più felice- ci impongono di seguire un’altra strada. Non possiamo illuderci fidando in rivoluzioni prossime e non possiamo lavorare per l’imprevedibile. Il fascismo durerà e noi dobbiamo compiere un’opera lunga e lenta di penetrazione di idee e di rieducazione morale soprattutto fra i giovanissimi.” Ma la sua proposta non viene raccolta. Lelio Basso contribuirà a dirigere prima il Centro socialista interno, poi il PSI poi il PSIUP.
D’altronde, già nel 1931  un altro giovane socialista di grande spessore e destinato ad avere un ruolo di primaria importanza sia nella formazione e nella gestione del Centro socialista interno che del  Partito Socialista Italiano del dopoguerra, Rodolfo Morandi, era uscito dal gruppo Giustizia e Libertà perché le condizioni materiali del tempo spingevano ad attuare un rivolgimento politico.
In effetti la situazione era cambiata rapidamente: in Germania nel 1933 Adolf Hitler, leader del partito Nazionalsocialista era stato eletto cancelliere e chiamato dal presidente Hindenburg a formare un governo di coalizione con altre forze della destra nazionalista. Nelle successive elezioni il Nazismo, manipolando i risultati con violenze e intimidazioni ancora maggiori rispetto a quelle fasciste, aveva ottenuto la maggioranza assoluta e il potere, sciogliendo qualsiasi partito d’opposizione e autodecretandosi unico partito ammesso in Parlamento. Il movimento operaio era stato diviso e sconfitto una seconda volta.


La svolta del 1934

Nell’antifascismo italiano la svolta arriva nel 1934. E’ l’anno dello sciopero degli operai parigini contro il tentato “putch” fascista e della feroce repressione della rivolta proletaria contro il tentativo autoritario dell’austriaco Dolfuss.
Ma è anche l’anno del riavvicinamento dell’Internazionale comunista all’Internazionale socialista. Le forze della Sinistra decidono di riunirsi: in Francia i socialisti della SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia) e il PCF (Partito Comunista Francese) stipulano un patto di unità d’azione, in Italia- dice Aldo Agosti nel suo saggio- “PSI e PCI siglano un patto analogo: nonostante persistano divergenze fondamentali di dottrina, di metodo e di tattica che impediscono una fusione organica, si stabilisce una linea comune tra i due partiti contro la minaccia della guerra, per strappare alle prigioni le vittime  del Tribunale speciale, per la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, per la libertà sindacale e la libertà di organizzazione, di stampa e di sciopero; e si impegnano a coordinare azioni comuni in vista di quegli obiettivi e a spianare la strada in ogni paese a una politica d’unità d’azione.”
L’inasprirsi del regime fascista, ora supportato da quello hitleriano in Germania, la maggiore debolezza del  movimento operaio internazionale, la ricerca dei socialisti e dei comunisti di un fronte comune antifascista, non ultimi lo sperpero del denaro pubblico in tempi di crisi con le guerre coloniali (l’invasione dell’Etiopia è del 1934) e l’affacciarsi alla scena politica di una generazione nuova di compagni che vogliono concretamente restituire la libertà al Paese, creano le condizioni materiali della svolta che si attua nel 1934.  Scrive Stefano Merli nel suo saggio: “il ’34 segna non solo un arresto dell’attività di GL, ma una vera e propria crisi dell’antifascismo aclassista e d’élite. La nuova generazione non riconosce più in GL quel movimento che aveva sperato capace di superare le tare della vecchia organizzazione, non vi vede soprattutto un nucleo di pensiero omogeneo e operante che sia sorto, come ambiva, dalla sintesi del pensiero marxista e di quello democratico, termine questo troppo generico e stanco nella significazione usuale”.

E’ così che una sera del 1934 a Milano, in via Telesio, in una riunione clandestina , un gruppo di compagni socialisti decide di dare vita ad un percorso nuovo in una struttura che si farà carico della crisi del movimento operaio e dei suoi partiti, superando i limiti degli schieramenti esistenti attraverso una precisa scelta strategica: creare una politica per il proletariato italiano. Era nato il Centro socialista interno.
I nomi erano quelli di vecchi organizzatori del Partito come Domenico Viotto e Umberto Recalcati, delle nuove leve intellettuali come Lucio Luzzatto, Lelio Basso, Rodolfo Morandi, accanto a una componente operaia.

                Dalla centralità operaia  all’unità di classe

Quello che urge oggi- scrive  Rodolfo Morandi nel 1935– è una riclassificazione delle premesse politiche della lotta socialista, che si attui sia nella rigenerazione dei suoi motivi fondamentali e perciò nella identificazione degli elementi che ne hanno determinato il temporaneo declino sia nella ricerca di un punto fermo verso il quale si possano orientare, con garanzie di concretezza, tutte le forze socialiste”.

Il punto da cui ripartire per questi compagni è il collegamento coi lavoratori, in particolare quelli delle fabbriche delle città industrializzate: la classe operaia acquista una centralità programmatica senza precedenti.

Come spiega molto bene Aldo Agosti nel suo saggio: “Per i militanti del Centro interno il rapporto partito-classe non è il rapporto fra  la classe come immediatezza sociale, come massa indifferenziata, e il partito come portatore all’esterno della coscienza: tra il partito avanguardia cosciente e la classe, alienata e dispersa, c’è l’organizzazione politica di massa che si dà autonomamente i propri obiettivi e autonomamente ne esprime i propri quadri dirigenti. In  questa prospettiva, il partito diventa strumento e non il solo con cui la massa esprime i propri interessi politici e attraverso cui si dirige.” Per esempio Eugenio Curiel, un compagno due volte coraggioso perché di famiglia ebrea, che in quegli anni oggettivamente pericolosi collabora prima con la direzione esiliata a Parigi del PCI, poi col Centro socialista interno, scrive nel suo “Lo Stato operaio” esattamente questo: al centro del suo lavoro politico non è preventivamente il partito ma  la massa la quale crea autonomamente i propri strumenti di espressione, compito della direzione politica è quello di aderire alla “lotta spontanea” delle masse per concretamente guidarlo ai fini che ha impliciti. Solo attraverso questa adesione sarà possibile ricostruire il legame partito-classe che era stato dissolto dalla crisi del dopoguerra e dal Fascismo.
In fondo, la strategia che mette a punto questo gruppo clandestino è quella più funzionale alla ricostruzione di una politica per i lavoratori in assenza della struttura del partito: ripartire da quello che c’è sul territorio, dalle condizioni che vivono i lavoratori, dalle loro proteste e dalla loro lotta, ricostruendo con loro un nuovo tessuto politico nelle organizzazioni sindacali esistenti, coi quadri che non intendono  più seguire le direttive del Regime. O agivano in questo modo o erano costretti ad aspettare inermi l’eventuale caduta del Regime ed il ritorno in patria dei partiti ora costretti all’estero. Partiti che inevitabilmente non avendo potuto seguire da vicino le sconfitte recenti della classe operaia non sarebbero stati in grado di articolare una politica efficace per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.  “Riclassificare” la politica socialista in Italia significava allora necessariamente stare vicini agli operai nelle fabbriche, collegarli agli altri lavoratori, con lo sguardo rivolto al movimento operaio internazionale e pronti a sfruttare ogni momento di debolezza  del Fascismo per organizzare una forma di lotta efficace. Anche perché in quegli anni non era possibile sprecare le occasioni.

Il dirigente del PSI che dalla sede emigrata di Parigi si accorge  dell’importanza del attività del gruppo clandestino milanese e ne sostiene, anzi addirittura ne sprona il lavoro è Giuseppe Faravelli che nel 1935 scrive loro di “trasformare i rapporti tra  avanguardie e masse da occasionali in costanti, da esterni in interni, moltiplicando le occasioni e le iniziative capaci di mettersi in movimento e ad esprimere esse medesime dei capi.” Ma entrare in contatto coi lavoratori nel 1934-1935 non è facile perché il regime vive in quegli anni un momento di forza e la sua rete di controlli è ancora impenetrabile.

Il terreno naturale di un gruppo di compagni operante a Milano negli anni Trenta che voleva ricostruire un rapporto politico importante coi lavoratori doveva necessariamente essere la  classe operaia dei grandi complessi industriali intorno alla città e degli altri stabilimenti nel Nord Italia. E’ in fabbrica infatti che grazie al lavoro costante della componente operaia del gruppo (come Marco Riccardi che paga  con la vita il suo coraggio) il Centro socialista interno riesce lentamente a superare i controlli, lavorando dentro il sindacato fascista con alcuni quadri giovani non ancora pienamente inseriti nell’apparato e soprattutto stando attento a cogliere i motivi di malcontento dei lavoratori per poi schierarsi al loro fianco quando si ribellavano al regime. Ma dietro l’impegno pratico del gruppo sta anche la forza organizzativa e la capacità analitica del suo massimo dirigente, Rodolfo Morandi, che in “Storia della grande industria moderna in Italia” aveva già capito il funzionamento del Capitalismo industriale italiano e che vedeva necessario anche nel nostro Paese sovvertire i rapporti di forza per creare una giusta redistribuzione della ricchezza.
Il salto di qualità avviene  tra l’estate del 1936 e la primavera del 1937: dai primi contatti con alcune élites intellettuali e operaie, il Centro socialista interno passa a mettere radici solide a Milano e in Lombardia, penetrando in modo capillare nelle spaccature dell’organizzazione fascista aperte dall’ insofferenza delle masse. Nello stesso periodo riesce a stabilire contatti organici e stabili con le altre correnti antifasciste, comunisti soprattutto ma anche repubblicani. Ma soprattutto accanto al centro milanese vengono alla luce tutta una serie di centri secondari (Gruppo Erba, Gruppo Rosso, Gruppo De Grada…) dotati di una certa autonomia di azione ma coordinati tra loro e diretti politicamente dalla sede centrale. Le carte rimaste dimostrano che nella strategia di Morandi era previsto che nel caso in cui la sede milanese fosse caduta in mano fascista, gli elementi migliori di questi centri, formati alla stessa scuola, con la stessa prospettiva e con lo stesso metodo di lotta, avrebbero potuto costruire un secondo Centro socialista interno e continuare il lavoro iniziato.

Cosa è successo?  La guerra coloniale in Etiopia del 1934 e la guerra di Spagna del 1936 hanno intaccato la fiducia del popolo italiano nelle scelte del Duce perché hanno imposto restrizioni e sacrifici per delle cose non necessarie. Scrive nel suo saggio Stefano Merli: ”Mentre fino a pochi mesi prima la lotta degli illegali era tutto quanto poteva vantare l’antifascismo il cui lavoro concreto nella realtà fascista doveva limitarsi all’aderenza minuta ai bisogni elementari delle masse; ora sono queste che con un’imponenza imprevista vengono in in primo piano superando gli argini delle parole d’ordine e anche la stessa organizzazione clandestina che è incapace di disciplinarle. Le cronache degli ultimi mesi del 1936 e dei primi del 1937 sono ricche di notizie su manifestazioni pubbliche e su arresti in seguito al malcontento collettivo per le imposte di guerra, le ritenute, l’insufficienza dei salari, ecc.”

 Agitazioni spontanee si sviluppano nelle fabbriche e nelle campagne e prendendo spesso il carattere di sollevazioni antifasciste mentre Radio Madrid e Radio Barcellona e eccitano gli animi dando notizia della sconfitta delle camicie nere in Spagna, nella battaglia di Guadalajara.

E’ in questa situazione che l’apparato repressivo fascista si mette in moto con l’obiettivo dichiarato di individuare e colpire i gruppi clandestini che potrebbero creare problemi al Regime.  Nella serie di arresti a catena che si susseguono in quel periodo, per la prima volta dopo più di tre anni cade anche il Centro socialista interno. E’ il 1937: tra gli arrestati c’é Lucio Luzzatto dei fondatori (verrà liberato nel 1942 si impegnerà di nuovo nella lotta antifascista e diventerà uno dirigenti del Movimento di unità proletaria, sarà nella Direzione del PSI nel 1943  dopo la Liberazione farà parte del Comitato centrale del PSI sino al 1957  poi sarà tra i fondatori del PSIUP) e Aligi Sassu del Gruppo Rosso ma soprattutto molti giovani. Al momento dell’arresto Rodolfo Morandi è fuori città per lavoro ma appena viene a conoscenza dell’accaduto torna rapidamente a Milano per farsi arrestare, per prendersi le responsabilità politiche davanti al gruppo e dare l’esempio ai giovani militanti. In prigione resterà fino al 1943 e pure tra mille privazioni e punizioni non smetterà di pensare alle condizioni della classe operaia e alla liberazione dal nazifascismo, insegnando il marxismo di nascosto ai detenuti e stringendo un’ amicizia fraterna coi comunisti imprigionati. Una volta libero, parteciperà attivamente alla Resistenza.

Se la repressione fascista era stata un duro colpo, per i socialisti milanesi che avevano teorizzato di porre la classe prima del partito e subordinato la ricostruzione del tessuto politico all’azione congiunta coi lavoratori, il fascino della mobilitazione spontanea delle masse cui avevano assistito lo era di più. E’ Eugenio Colorni, direttore del Centro socialista interno dopo l’arresto di Morandi, che per la prima volta dal 1926 scopre di essere “indietro rispetto alle masse” e in un articolo del Giugno 1937 pubblicato sul Nuovo Avanti! intitolato “La spontaneità è una forma di organizzazione” ragiona apertamente sulla maturazione delle masse e sui limiti dell’organizzazione dei partiti rivoluzionari, incapaci di creare una proficua collaborazione con esse quando siano in grado di sviluppare una lotta. E’ un passaggio importante: é il partito che guarda alle masse con  il rispetto di chi vuole capirne le istanze prima di comandarle (ma la lezione avrà scarsi echi nella politica italiana.

Eugenio Colorni, intelligente e coraggiosa guida dei compagni milanesi, verrà catturato l’anno dopo nelle persecuzioni razziali, perché appartenente a una famiglia ebrea, e inviato al confino a Ventotene dal 1939 al 1941. Verrà ucciso a Roma dalla milizia fascista poco prima della Liberazione. Aveva comunque avuto il tempo di contribuire a gettare le basi del PSIUP.

Lotta di classe e Resistenza

Leggere la storia del Centro socialista interno senza tenere conto della prospettiva di  lavoro di lunga durata che si prefiggevano per cambiare radicalmente la situazione italiana, sarebbe un grave errore. Nel momento stesso in cui prende corpo e si sviluppa la sua azione politica di opposizione radicale al Fascismo, la liberazione nazionale diventa non solo l’obiettivo per abbattere  il regime ma anche il processo di unificazione del proletariato industriale e contadino contro un sistema di produzione e contro una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

Lo dice chiaramente il massimo dirigente del gruppo, Rodolfo Morandi: “Il socialismo è anzitutto lotta di una classe, per la sua ascesa e la sua liberazione. La libertà proletaria sarà conquistata col radicale sovvertimento dei rapporti economici esistenti, su un piano d’estesa collettivizzazione. Le libertà proletarie saranno istituti che assicureranno una libertà non nominale ai lavoratori nel processo di produzione. Chiarire a noi stessi il senso, la concreta portata e figura di tutto questo, ecco precisamente quello che la nostra critica deve conseguire.” (Problemi di politica socialista”, 1935).

La concezione del socialismo di Rodolfo Morandi è quindi quella marxiana: una società divisa in classi in cui il cui cambiamento sostanziale, cioé la redistribuzione della ricchezza dai pochi sfruttatori alla moltitudine degli sfruttati può attuarsi solo attraverso l’unità della classe unica degli sfruttati e il rovesciamento dei rapporti di produzione. L’unità della classe, in un periodo profondamente segnato dall’isolamento dei lavoratori, dalla mancanza dei diritti essenziali, dall’impossibilità di far sentire la propria voce, diventa la condizione preliminare per dare vita ad un’Italia non solo libera dal Fascismo ma anche profondamente democratica e giusta. Il lavoro a stretto contatto con la classe operaia prima e le masse contadine poi, cogliendone i malumori e comprendendone i bisogni reali, il modo di realizzarla.


D’altronde, qualche anno prima, sempre Morandi aveva scritto: Il nostro compito è di definire precisamente il denominatore rivoluzionario sotto il quale si ha da operare quella unità, che ha da essere una formazione di lotta capace di una forza d’attrazione nuova nell’ambiente italiano. Perché tale realmente avvenga, l’unità auspicata non si dovrà acquistare a prezzo della chiarezza, della coerenza interiore, della rigorosa determinazione delle sue formule. Essa non si può risolvere nella semplice determinazione dei programmi, di vedute differenti, giacché non si tratta per noi di operare una semplice ‘concentrazione’ ancora tra i partiti di colore più acceso. Si tratta di dare al moto spontaneo delle più larghe masse della popolazione un orientamento chiaro e fattivo.” (Capisaldi di agitazione, 1932).

L’accadimento reale che permette al Centro socialista interno di penetrare attraverso le rigide maglie del controllo fascista e di istituire i collegamenti di classe tra il proletariato nazionale e quello internazionale è senza dubbio la Guerra di Spagna che – come si legge nel documento elaborato collettivamente: “ha messo finalmente in evidenza, chiari agli occhi di tutti, i termini della lotta di classe, come necessariamente si riduce al suo estremo”. Più avanti si legge “la necessità che vi è dovunque, per il proletariato di prepararsi all’urto, di forgiare le proprie armi rivoluzionarie” e che in Spagna in quel momento “si gettano le basi del prossimo avvento del socialismo spagnolo; si adottano successivi provvedimenti, si estende il controllo operaio, si limita l’impresa capitalistica, rendendo ormai  impossibile un ritorno dello sfruttamento capitalistico (…)” (“La guerra spagnola”, 1937).

Oggi sappiamo che le cose che non sarebbero andate così: i rivoluzionari che sostenevano la causa repubblicana furono sconfitti e nel 1939 iniziò la dittatura di Francisco Franco. Ma in quel momento, con quelle parole, il gruppo milanese aveva dato ai lavoratori italiani sfruttati la speranza del cambiamento e nella rivoluzione gli aveva indicato la strada per realizzarlo. Ma facciamo attenzione al metodo: se la Guerra civile spagnola è un esempio concreto di rivoluzione in atto da praticare anche in patria, questa si può realizzare solo partendo dalle contraddizioni materiali del Capitalismo italiano. Cioè non si può calare dall’alto la guida di un processo ma bisogna costruire la propria azione e il proprio ruolo a stretto contatto con le masse ed in relazione alla loro capacità di organizzare una forma matura di lotta. Cioè non si vuole limitare la rivoluzione alla conquista del potere, sostituendo “all’autorità della borghesia quella di un Comitato centrale socialista”, come diceva Rosa Luxemburg, ma si vuole tendere a fare della rivoluzione lo strumento per la liberazione totale della classe oppressa portandola a gestire direttamente gli strumenti della produzione.
Ma oltre che nel metodo, il loro scarto qualitativo sostanziale sta nella strategia rivoluzionaria rispetto a quella elaborata dal PCI di quegli stessi anni, fino a Gramsci compreso: ”Il problema gramsciano del tradurre nella esperienza italiana l’esperienza leninista era superato nel ’37 – scrive Stefano Merli nel suo saggio- e a questa constatazione vanno riportate le osservazioni identiche a quelle originarie; la classe operaia tentava esperienze in base alle quali il rapporto tra essa e il partito […] andava posto in altro modo e soprattutto non era più al centro della coscienza rivoluzionaria. Il programma centrista è giocoforza un programma di governo rivoluzionario che ha davanti non il partito ma la nuova società.”

Il Regime fascista aveva capito perfettamente la pericolosità di un lavoro clandestino impostato in questo modo. Lo dimostrano la cura estrema con cui vengono programmati ed eseguiti gli arresti del 1937 e gli atti del processo – li riporta Aldo Agosti nel suo saggio- in cui a Morandi, Luzzatto, Sassu e ad altri viene imputato di “aver promosso e organizzato una associazione avente il fine di compiere […] fatti diretti a mutare la forma del governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento dello Stato” e di aver partecipato nel territorio dello Stato ad associazione diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato.”

L’esperienza politica del Centro socialista interno però non finisce con gli arresti del 1937: continua a lavorare sotto la guida di Eugenio Colorni mentre il testimone di questa esperienza verrà raccolto dal Gruppo Rosso e dal Gruppo Erba, dai quali usciranno i quadri della Resistenza.

Ma anche il gruppo fondatore darà un contributo importante alla lotta di liberazione: nel 1942 Lucio Luzzatto si unirà alla Resistenza, di ritorno dal confino; un anno dopo  Lelio Basso, che era stato recluso in un campo di concentramento, poi Morandi, dopo sei anni di carcere, insieme a Eugenio Curiel e ad altri coraggiosi sopravvissuti.

Ci si potrebbe chiedere legittimamente come abbiano lavorato questi compagni in un clima così cambiato di insurrezione diffusa dopo l’Armistizio. Come abbiano interagito con la Resistenza e la politica di unità nazionale. Ebbene la risposta è: esattamente come avevano fatto prima, cioè guardando con gli occhi aperti la realtà, spingendo l’insurrezione partigiana verso un rivolgimento complessivo della società e dando centralità alle istanze dei lavoratori nel costruire una politica unitaria coi comunisti.      

Così mentre Curiel nel 1943 dirà ai partigiani che: “Conquistare l’indipendenza non significa quindi soltanto cacciare il tedesco ma spezzare le reni al fascismo e ai gruppi del grande capitale finanziario che esso rappresenta” (“Fronte Nazionale, Società Nazionale, Blocco Nazionale”); sarà ancora Morandi nel 1944 a intervenire nel dibattito del CLN dicendo: “A noi pare che socialisti e comunisti non debbano perdere la sensibilità di classe nel praticare la politica d’unità. D’altra parte ciò che i socialisti hanno in vista è semplicemente di rimettere alla classe lavoratrice i suoi diritti, garantendone la possibilità di far dal basso, attraverso forme rappresentative che essa stessa nel corso della lotta si dà” (“Politica di classe”).


                                  Prospettive attuali


Se  con metodo e serietà sapremo individuare i bisogni materiali dei lavoratori e costruire le politiche sociali in grado di risolvere i loro problemi, dandogli una nuova centralità nella elaborazione delle politiche per lo sviluppo, avremo gettato le basi della costruzione di una prospettiva di lunga durata: la trasformazione della società nella direzione del Socialismo. Se tutto questo lo hanno già fatto i nostri compagni col Centro socialista interno in anni molto più difficili dei nostri, certamente anche noi possiamo farlo oggi.

Marco Zanier

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Per la ricostruzione di quel periodo e di quella fase della politica socialista in Italia, mi sono avvalso essenzialmente di questi testi:


“Fronte antifascista e politica di classe- socialisti e comunisti in Italia 1923-1939” a cura di Stefano Merli, ed. De Donato, 1975 (fra i quali soprattutto il saggio di Stefano Merli  “Fronte antifascista e politica unitaria di classe nel dibattito e nel lavoro del Centro socialista interno”);

“La democrazia del socialismo” di Rodolfo Morandi, a cura di Stefano Merli, ed. Einaudi Reprints, 1975;

“Rodolfo Morandi- il pensiero e l’azione politica” di Aldo Agosti, ed. Laterza, 1971.

Il leninismo del Pci- Recensione a “Il problema di Lenin” di Luigi Vinci, ed. “Punto Rosso”, di S. Valentini

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Premessa.

Ho iniziato a leggere l’impegnativo volume di Luigi Vinci “Il problema di Lenin”, edito da Punto Rosso. A metà lettura confesso che  la curiosità di leggere la parte dedicata al comunismo italiano era molto forte e così non ho resistito alla tentazione di visitare subito questo capitolo. Avrò altre occasioni per soffermarmi sulla ricca riflessione di Vinci su Lenin e il leninismo, riflessione che in larga misura condivido, per quello che ho finora letto. Sono stato indotto a questa scelta anche poiché ricorre il 50° anniversario  della morte di Palmiro Togliatti e il 30° di quella di Enrico Berlinguer e dunque  il  lavoro di Vinci mi è apparso pure un’occasione per arricchire la discussione  in corso sulle due importanti figure del Pci; pertanto mi sono impegnato in una recensione su questo capitolo, che però ha preso la forma, man mano che scrivevo, di un saggio passando sopra al resto  del lavoro rigoroso di Vinci. Di ciò mi scuso con l’autore.

Il capitolo si sviluppa partendo dalla formazione culturale di Antonio Gramsci, formazione  avvenuta su testi di Antonio Labriola, Croce, Gentile, Sorel, Dorso, Salvemini  e infine Gobetti. A differenza di Lenin che si era  formato sulle opere di Engels, Kautshy  e Plehanov, oltre allo stesso Marx, Gramsci giunge “tardi”, rammenta Vinci,  ai classici del marxismo. Mi pare che egli abbia ragione a sostenere che la peculiarità e l’importanza del contributo di Gramsci al marxismo va rintracciata proprio in questa sua formazione, la sua capacità cioè di legare lo storicismo non solo a un’analisi marxista delle condizioni storiche dell’Italia, ma al Lenin della Rivoluzione d’Ottobre. La conclusione di Vinci non è dissimile da quella di Togliatti nella sua famosa lezione (preceduta dagli appunti) “Gramsci e il leninismo”, che svolse alla Scuola di partito di Frattocchie.

 Al centro della critica sia di Lenin sia di Gramsci vi è il determinismo, il “marxismo ortodosso” nella forma in cui era proposto dalla II Internazionale  di Kautsky, a cui lo stesso “revisionista” Bernstein si era con qualche ragione opposto, separandosi dalla stessa. Un marxismo ridotto a dogmi classisti e dottrinari, come quello sulla “teoria del crollo”; un pensiero perciò del tutto incapace di leggere la realtà e di compiere un’azione rivoluzionaria. Se Bernstein rappresenta la fuoriuscita da “destra” all’attesismo socialdemocratico, Lenin e Gramsci rappresentano invece una fuoriuscita da “sinistra”, cioè rivoluzionaria.  Il primo nel fare  i conti con i populisti russi (e i loro eredi, i “socialisti rivoluzionari”) mentre  Gramsci misurandosi con il “volontarismo spontaneista” e della  “volontà politica” di Sorel e quello “vitalista” di Gentile, ma soprattutto con quel fiume in piena che era lo storicismo italiano, di cui Croce è stato la massima espressione.. Si può perciò  affermare che nella concezione di Gramsci nella lotta al socialismo vi è Bernstein e Labriola nell’analisi delle classi (struttura) e Croce (come più tardi lo sarebbe stato Weber) sulla complessità della “società civile” (sovrastruttura) e il partito (“Che fare?”, di Lenin) come soggetto attivo della rivoluzione.

Lo storicismo di Croce e  quello di Gramsci.

Svolgo come premessa alcune considerazioni sullo storicismo per non essere frainteso, per essere più preciso.. È noto che lo storicismo ha origine – almeno nella forma moderna – ad opera di grandi pensatori borghesi, come Kant e Hegel. La storia è, per quest’ultimo, il progresso della coscienza e della libertà e attraverso di essa lo “spirito” si fa libero. Gli uomini sono, ad un tempo, gli attori e gli strumenti della trama della storia. Ma negli uomini ci sono contemporaneamente passione e ragione, ma è la prima l’elemento attivo. Nulla di grande, afferma Hegel, è stato fatto senza la passione. Ma nell’azione degli uomini subentra qualche altra cosa che modifica i loro stessi intendimenti e ciò che immediatamente sono e vogliono. Questa altra cosa è “l’astuzia della ragione” che trasforma le azioni e i fini particolari in momenti della universalità. Questa astuzia è per Hegel  “lo spirito della storia”. Da questa idea della storia discende il concetto per cui la realtà, tutta la realtà, è storia, cioè sviluppo in divenire. Ogni accadimento è quindi storicamente condizionato, cioè è possibile e valido solo nella determinata situazione storica che l’ha prodotto.

Questa impostazione è ripresa anche da Benedetto Croce con la sua polemica contro la trascendenza, contro la metafisica (anche religiosa), contro la filosofia dei “massimi problemi” e contro il razionalismo astratto che divide la realtà <<in soprastoria e storia, in un mondo di idee e di valori e in un basso mondo che riflette o li ha riflessi in modo imperfetto, al quale converrà una buona volta imporli, facendo succedere alla storia imperfetta, o alla storia senz’altro, una realtà razionale perfetta>>. Egli pertanto trae dall’incontro con Hegel una lezione immanentistica che vuol dire, in altre parole, lezione storicistica, giacché la realtà, tutta la realtà, come ho già ricordato, non è altro che lo sviluppo storico, ossia per Croce, come per Hegel, il divenire dello spirito.

Croce quindi coglie il senso profondo della dialettica hegeliana secondo cui il principio<< tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale>>, con il conseguente <<odio contro l’astratto e l’immobile, contro il dover essere che non è, contro l’ideale che non è reale>>. Ecco perché in Croce (“Etica e politica” e “Storia come pensiero e come azione”) la storia è pensiero ma anche conoscenza del passato e l’uomo, quando si rivolge ad essa per comprenderne il significato, ha il dovere di avere un approccio razionale, senza condanne né approvazione, cioè senza giustificarla o negarla attraverso un giudizio morale, ma accettando ciò che è stato e che non può essere modificato. Ma la storia non è solo pensiero ma anche azione e pertanto il giudizio storico – ecco il punto – è anche la premessa dell’ulteriore azione. E nell’agire ciò che si fa valere è l’ideale morale – razionale non meno del reale – che è espressione di ciò che la coscienza morale, nella circostanze date, comanda di fare. La storia perciò è sempre, come sottolinea Hegel, storia della libertà e diviene per Croce la più alta forma di religione (da qui la sua visione liberale) a cui si deve ispirare l’azione etico-politica. Questa è anche la ragione per cui egli tende a rappresentare la sua filosofia dello spirito come “storicismo assoluto” e a reinterpretare anche la categoria economica, a differenza di Marx, nell’ambito del principio di “vitalità” (“forza amorale”) che segna la complessa esistenza dell’uomo.

La lettura delle opere di Croce porterà Gramsci ad affermare, rovesciando con la filosofia della prassi la dialettica crociana e il suo storicismo assoluto, che lo studio della storia è sempre studio della storia contemporanea. Nel materialismo storico, ricorda Gramsci, non è vero che l’idea hegeliana sia stata sostituita con il concetto di struttura, come dice Croce. L’idea hegeliana è risolta tanto nella struttura quanto nelle sovrastrutture e tutto il modo di concepire la filosofia è stato storicizzato, cioè si è iniziato un nuovo modo di “fare filosofia”, più concreto di quello precedente. Dunque, nel materialismo storico di Marx ma anche di Lenin l’idea hegeliana è risolta nella “struttura” e la “sovrastruttura” è solo la sua emanazione, mentre  Gramsci pone nel rovesciamento dell’idea crociana il rapporto in quanto tale “struttura-sovrastruttura”.  Questo è il vero punto, tra l’altro, di distinzione del marxismo Occidentale da quello Orientale.

È evidente che il rovesciamento della dialettica hegeliana operata da Marx ed Engels, grazie a una intuizione di Feuerbach che suggerisce di invertire il rapporto spirito-natura facendo così dell’uomo il creatore dello spirito (di Dio), diede a loro la formidabile possibilità di inserire il materialismo degli hegeliani di sinistra nell’ambito del processo storico. È l’attività reale, cioè quella<< attività sensibile umana, come attività pratica, non soggettivamente>> (“Tesi su Feuerbach”). Quindi il rapporto tra uomo e mondo esteso, che l’idealismo hegeliano aveva risolto con la riduzione della realtà a spirito, è reimpostato da Marx con il concetto della prassi, dell’integrazione cioè dell’uomo nell’ambiente materiale e sociale. Per cui, come si afferma nell’ “Ideologia tedesca”, <<Hegel fa dell’uomo l’uomo della coscienza, invece di della coscienza, la coscienza dell’uomo reale vivente nel mondo reale>>. Cioè, in altri termini: <<Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma al contrario, il loro essere sociale che determina la coscienza>>, da “Per la critica dell’economia politica”.

Ma in questo rovesciamento operato da Marx della dialettica hegeliana e poi, come si è visto, di Gramsci di quella crociana nel porre contestualmente il rapporto “struttura-sovrastruttura”,  non vi è una critica allo storicismo in quanto tale. Tutt’altro. Il concetto storicista non è mai messo in dubbio, in discussione tanto che porterà  Engels a sostenere che  il movimento operaio è l’erede della filosofia classica tedesca. Lo storicismo pertanto è una componente essenziale del marxismo ed è presente, non a caso nel pensiero di Lenin e in quello degli italiani Labriola e Gramsci. E non a caso quest’ultimo, nel “fare i conti con Croce”,  allo storicismo assoluto del filosofo liberale contrappone  una visione della rivoluzione non solo come momento della rottura sul piano economico e sociale, ma anche culturale e ideale. Gramsci, insomma, sostituisce  lo storicismo idealista con uno storicismo radicale basato sulla filosofia della prassi. È  la storia risultante da una teoria etica rivoluzionaria organizzata in partito, cioè in un soggetto politico capace di forzare i limiti economici, culturali e  sociali entro cui il capitalismo vorrebbe racchiudere il suo sviluppo.

La formazione storica della borghesia in quanto forma dominante può oggi, per esempio con lo strutturalismo, l’esistenzialismo, il neopositivismo, il pragmatismo ed altre tendenze della filosofia contemporanea, mettere in discussione il momento speculativo di costruttori di sistemi filosofici come Kant, Fichte, Shelling e Hegel o gli Illuministi. La  loro esigenza  di esaminare e di analizzare criticamente il cammino percorso della filosofia era dettata non soltanto da necessità interiori, ma da una aspirazione alla compiutezza e alla sistemazione derivata dalle circostanze esterne, dallo stato di crisi prerivoluzionario di tutta la cultura spirituale. Il conflitto di idee in tutte le sfere della vita intellettuale, dalla politica alle scienze naturali, coinvolte nella lotta ideologica, stimolava sempre più la filosofia a scavare alle radici degli avvenimenti al fine di indicare una via di uscita alla situazione creatasi.

Lo sforzo di Hegel, quindi era quello di concepire lo spirito della storia nella sua autonomia e libertà, ma  questo tentativo è oggi superato dalla libertà acquisita di cui gode la borghesia; anzi, certe tendenze della filosofia contemporanea possono avere lo scopo, sia pur inconsapevole, di garantire appunto l’esistenza, nella “sovrastruttura ideologica”, della formazione storica della borghesia che può perire solo se si sviluppa “la formazione storica del socialismo” fino a superarla. Ma se il “pensiero socialista” rinuncia o rimuove lo storicismo, attraverso il quale ha acquistato contenuto realistico il concetto di progresso e di libertà, non è più in grado di esprimere, almeno per tutta una fase o un ciclo della storia, un soggettivismo rivoluzionario che assolva la funzione del superamento del capitalismo. Per questo è necessario tornare al metro della valutazione storiografica, allo storicismo. So bene che questo “ritorno” implica dei rischi, delle insidie. Per esempio di scivolare nell’idealismo o nell’etica.  Ma se per ricostruire una nuova soggettività rivoluzionaria bisogna correre questo pericolo: la posta in gioco fa sì che ne valga la pena, perché l’obiettivo oggi è “storcere il bastone da un lato per raddrizzarlo”.

Da più parti si sostiene che il pensiero di Croce oltre ad essere superato sia datato, ma a me pare decisiva la sua intuizione di sottolineare il ruolo appunto della “sovrastruttura” politica e ideologica nella determinazione dei processi storici, criticando dall’altro lato una certa interpretazione positivista, determinista ed economicista del marxismo allora  in voga,  presente anche nell’anziano Engels e non del tutto colta dallo stesso Marx  con l’assolutizzare la sola “struttura”,  ad eccezione che nei Grundrisse.  Quello di Croce è ancora oggi un contributo notevole al pensiero filosofico moderno. Non bisogna mai scordare, del resto, che egli fu allievo di Labriola e in gioventù fu attratto dal marxismo.

“Gramsci e il leninismo”.

Ovviamente ha ragione Vinci nel chiarire che lo storicismo di Gramsci  non è affatto in continuità con quello di Croce, come del resto anch’io ho tentato  di chiarire, ma lo supera  attraverso  una interpretazione del materialismo storico non esemplificata alla sola economia come elemento trainante e condizionante , ma neppure  al solo gioco politico, al volontarismo, prescindendo dai rapporti economici e di produzione. Quella di Gramsci è ancora oggi una lezione ancora di grande attualità. Il male della sinistra italiana contemporanea è il suo politicismo da un lato e l’economicismo dall’altro lato. Certi intellettuali e molti militanti rivalutano, sia pur inconsapevolmente, Croce – anche se solo all’idea di essere avvicinati a esso rabbrividiscono – scoprendo però poi il pensiero di Weber o del neocapitalismo o la politica come “scienza autonoma” che prescinde dall’economia.

Sono dunque d’accordo sul percorso politico e teorico che Vinci tratteggia di Gramsci, che lo porta prima, con il “biennio rosso” e il noto articolo “La rivoluzione contro il Capitale”, ad approdare al leninismo e successivamente, già con “Le tesi di Lione” del 26’ e il saggio del ’30 su “La questione agraria”,  a un’elaborazione che sarà formidabilmente sviluppata nei “Quaderni dal carcere”. Una elaborazione teorica insomma con importanti nuovi contributi di arricchimento del marxismo. Emerge quindi già nel Gramsci della metà degli anni venti l’analisi sulla struttura dualistica della società italiana, cioè dell’alleanza tra gli industriali del nord e gli agrari del sud nella formazione dello Stato unitario. Un compromesso che impedirà in Italia il compimento di una rivoluzione democratica-borghese (debolezza del partito giacobino) e di conseguenza con una borghesia su  una posizione più arretrata rispetto alle altre borghesie europee In questo compromesso svolgono una funzione decisiva i grandi intellettuali e il Vaticano nel dare forza politica  egemonica al compromesso. Le radici politiche, culturali e sociali del fascismo sono il prodotto di tale alleanza e compromesso.

Ma il capolavoro teorico di Gramsci sono  i “Quaderni dal carcere” in cui egli coglie pienamente la lezione di Croce sulla complessità della società occidentale e sul ruolo fondamentale della “sovrastruttura”, che deve sempre essere valutata nel misurarsi con l’azione politica (ecco, da qui emerge il suo leninismo, <<analisi concreta della situazione concreta>>) senza per questo prescindere dalla “struttura” economica.  Da qui la sua impostazione sul “blocco storico” e sulla “guerra di posizione”, cioè di una guerra per l’egemonia tramite la conquista di “casematte” che producono ideologia e consenso nell’Occidente capitalistico.  Insomma, una strategia rivoluzionaria all’altezza di  una società   non attraversata da conflitti  elementari, come in Russia, dove è stata sufficiente l’accumulazione di forze per dare una spallata e disgregare il fronte avversario e conquistare il potere. Per questa ragioni, che ho un po’ rozzamente riportato,  Gramsci è considerato il teorico del marxismo che si pone la questione delle questioni: quella della “rivoluzione in Occidente” dopo che tutti i tentativi europei degli anni venti di “fare  come la Russia” erano falliti e repressi nel sangue.

Gramsci, con il concetto di “guerra di posizione”, non ha in testa, come precisa Vinci, una visione gradualistica dei processi rivoluzionari  in Occidente. Anche in Gramsci è forte l’idea che la società capitalistica tende a momenti di crisi “organica”, generale, sicché in questi momenti di precipitazione della crisi (di una “situazione rivoluzionaria” avrebbe detto Lenin) comporta il passaggio a una “guerra di movimento”, decisiva per poter affermare un “Ordine nuovo” delle classi subalterne.

Torno più avanti su questo concetto. Ora mi preme precisare che vi è una particolare attenzione di Gramsci sulla “sovrastruttura”. Un pensiero forte, non frammentario rispetto a quello di Marx e di Lenin a proposito. Non a caso essi parlano più di “libertà” che di “democrazia”, osserva Vinci; e proprio perché sono fortemente condizionati da Hegel fanno della democrazia e dell’eguaglianza giuridica delle forme mistificatorie  del capitalismo. I loro obiettivi di emancipazione delle classi subalterne sono così ridotti ai minimi termini, sostanzialmente alla prospettiva liberatrice del socialismo. In Gramsci, come in Lukàcs e nel marxismo occidentale invece si dà un peso specifico ai valori delle democrazia e dell’eguaglianza, cioè a categorie politiche non strutturali, dovuto proprio a una più alta considerazione della “sovrastruttura”, che rende la società occidentale  molto più complessa a quella della Russia del ’17 (ma oggi si potrebbe anche dire della rivoluzione cinese o cubana).

Il nesso inscindibile tra democrazia-socialismo è dovuto proprio a questo approccio teorico gramsciano. Non è un caso che in Sud America, dove sono in atto processi rivoluzionari interessanti, Gramsci è il teorico marxista più letto e studiato. L’acquisizione piena del nesso democrazia-socialismo porta anche alla soluzione di un altro nodo teorico che Vinci rammenta ma che non  sviluppa adeguatamente: al superamento dell’antitesi tra lotta politica per affermare la democrazia diretta e partecipata e democrazia parlamentare. La contrapposizione era già emersa nell’Illuminismo con lo scontro tra Rousseau con gli altri illuministi, poi ripresa da Marx ne “La questione ebraica” e da Lenin in “Stato e rivoluzione”. In questo contesto si pone la questione non risolta dell’estinzione dello Stato man mano che avanza il socialismo, che Stalin  risolve capovolgendo Marx e Lenin  con la sua teoria del “rafforzamento” dello Stato con la “realizzazione del socialismo in un solo paese”, cioè la dittatura del “partito unico” e le sue “cinghie di trasmissione”. Occorrerà attendere Gramsci e poi soprattutto Togliatti per definire una teoria marxista dello Stato alternativa allo stalinismo . Non è questo un passaggio di poco conto che condurrà alla “democrazia progressiva” di Togliatti e Curiel e che trova un forte riscontro oggi nei processi rivoluzionari in corso nel mondo per riproporre la transizione al socialismo. Una tematica, inoltre, quella gramsciana che ancor di più deve valere per l’Europa. Sarebbe però errato affermare, superficialmente e frettolosamente come molti hanno fatto, trarre la conclusione che con queste intuizioni  Gramsci si allontana  dal leninismo. È invece vero l’inverso. Egli giunge a questo formidabile intuizione teorica proprio collegandosi strettamente a Lenin e al suo primato, come rammenta Vinci,  <<della politica sulla teoria>>, cioè sulla necessità di ricercare per l’Occidente in concreto una via rivoluzionaria di superamento del capitalismo.

Anche per queste ragioni le riflessioni gramsciane tolgono di mezzo, più dello stesso Lenin,  <<ogni possibilità, staliniana o trockista o luxenbughiana – dice Vinci – di fare del partito comunista, di fatto o su base teorica, una formazione operaista settaria, una formazione cioè che si considera avanguardia rivoluzionaria del proletariato semplicemente perché raccolta in partito comunista o perché ha a proprio riferimento la “centralità operaia” o la “contraddizione capitale-lavoro”>>. È senz’altro un’affermazione impegnativa questa, ma parziale. Il settarismo derivato da concezioni economiciste e deterministe è una componente quasi fisiologica della storia del movimento operaio. Nell’ Italia del secondo dopo guerra il settarismo all’inizio  è  vissuto molto ai margini della vita politica proprio per la diffusione di massa dell’impostazione gramsciana, sia pur rivisitata da Togliatti. Per altre vie negli anni ’60 ha ripreso una sua significativa diffusione: con l’operaismo di Panzieri e  con la crisi dello storicismo cattolico, manifestatosi in modo devastante in particolare nelle associazioni giovanili e studentesche. Rischio di andare un po’ fuori tema, ma la crisi dello storicismo italiano è in primo luogo il risultato dell’incontro tra questi due filoni politici e culturali che nel Pci e soprattutto nel Psiup potevano contare su complicità e  simpatie. Si forma pertanto negli anni ’60 un nuovo gruppo dirigente attorno a riviste come i “Quaderni Rossi”e  i “Quaderni Piacentini” che non era cresciuto nel Pci (ma che entrerà in  buona parte  nel Pci  dagli anni ’70 in poi) composto da universitari e da giovani intellettuali di cultura non storicista. La Cina di Mao e la “rivoluzione culturale”, lo “cheguevarismo”, le critiche della sinistra comunista m.l. al Pci e altri fenomeni politici saranno presenze marginali e di corto respiro, del tutto contingenti, utili solo ad aumentare la “massa critica” delle nuove generazioni verso il Pci. Non è un caso che le due formazioni con una certa diffusione di massa furono “Potere Operaio” e “Lotta Continua” riconducibili appunto all’operaismo e alla crisi del mondo cattolico.

A oltre 50 anni da quegli avvenimenti sarebbe cosa utile  rivisitarli alla luce degli sviluppi del percorso drammatico compiuto dalla sinistra italiana in questi anni per comprendere il fenomeno della diffusione di posizione settarie che avvenne sostanzialmente fuori dallo schema proposto da Vinci; e le responsabilità di questa crisi  non posso essere accollate storicamente al solo gruppo dirigente del Pci, che non avrebbe saputo leggere la situazione che si andava determinando.

Torno più avanti su questo punto, cioè sulla crisi dello storicismo e alla discussione apertasi nel Pci dopo la morte di Togliatti. Ora mi preme sottolineare, per concludere su Gramsci, che egli includa, nel suo pensiero alto e robusto, molti contenuti del  “marxismo antidogmatico” di Labriola, del “rivoluzionario liberale” di Gobetti, dell’azionismo e della “volontà politica” di un Sorel, ma anche il pensiero variegato del socialismo riformista: le intuizioni autonomiste e meridionaliste di Salvemini, il revisionismo teso al gradualismo  sociale di Bissolati, il marxismo politico di Turati. A proposito bisognerebbe  interrogarsi di più come mai nel Psi, fin dalla sua nascita a Genova, le componenti del socialismo riformista, spesso divise e in lotta tra loro, non furono mai effettivamente egemoni nel partito e non ebbero la capacità di contrastare il settarismo delle posizioni massimaliste, anarco-sindacaliste e successivamente della sinistra comunista bordighiana. Compito invece che riuscì al Pci di Gramsci e di Togliatti poiché la formazione del partito e dei suoi gruppo dirigente fu il risultato di un processo nato sulla spinta della III Internazionale che però si sviluppò lungo un percorso democratico e antifascista di essere a pieno titolo nel campo fecondo dello storicismo. La grandezza di Gramsci è anche questa: di aver compiuto una sintesi teorica tra leninismo e storicismo elaborando una teoria rivoluzionaria in larga misura ancora oggi attuale, non solo per l’Italia.

Togliatti.

Passo ora a Togliatti.

Sono molto d’accordo con Vinci che riprende una riflessione sia di Prestipino sia di Macri:<<La continuità di Togliatti con Gramsci è più significativa di quanto di solito non si dice>>.  Non ho molte considerazioni diverse da svolgere rispetto dunque a quelle fatte da Vinci. Trovo, tra l’altro, puntuale e persuasiva la spiegazione che egli dà sull’operazione di Togliatti di diffusione dei “Quaderni”, sia nel modo in cui raccolse le note (per una più facile lettura per un pubblico di masssa) sia sui loro tempi di stampa (teneva conto che il grosso del Pci non conosceva gli scritti di Gramsci).

Ho da fare una sola obiezione e una critica a questa parte del lavoro di Vinci.

L’obiezione. Si è visto che in Gramsci la visione della “guerra di posizione” non comporta una scelta definitiva di indicare la via della sola scelta gradualistica nella lotta per il socialismo. In Togliatti invece e nel Pci post-bellico la scelta gradualistica, sostiene Vinci, diviene compiuta, strategica; anzi, addirittura si giunge a considerare la scelta evolutiva l’unica possibile, in contrapposizione ai “momenti di rottura”, fino al punto di giustificare con lo storicismo sempre una posizione politica gradualistica ,<< conservatrice e continuazionista e giustificatrice>>..

A me pare che le cose non siano proprio andate così o solo in parte siano andate in questo modo. Scrive Longo, nel ’63, un  dirigente del Pci troppo spesso sottovalutato e dimenticato, in un articolo apparso su “L’Unità” dal titolo significativo “Rivoluzione e riforme”: <<Pur mancando una crisi rivoluzionaria acuta, si può e si deve lottare per far avanzare la classe operaia ed i lavoratori verso il potere e il socialismo, attraverso una serie di conquiste di carattere economico e di carattere politico, che si pongano in una prospettiva rivoluzionaria, cioè nella prospettiva di una radicale trasformazione della natura dello Stato  e dei rapporti produttivi>>. E più a vanti avverte:<<Noi diciamo che per questa via democratica e relativamente pacifica, possiamo progredire, in Italia, verso il socialismo. Ma diciamo anche: non facciamoci illusioni! Non solo perché non ignoriamo che i gruppi reazionari borghesi sono sempre disposti a fare ricorso alla violenza per sbarrare la strada al progresso politico e sociale, come dicono le Tesi approvate al X Congresso, ma anche perché, per quanto possa essere relativamente pacifica, quella che noi chiamiamo via italiana al socialismo risulterà sempre da una serie ininterrotta di lotte accanite di classe, nel corso delle quali grandi saranno gli sforzi ed anche i sacrifici che le masse dovranno fare per portare l’Italia su un nuovo cammino, per conquistare gradualmente il potere e costruire il socialismo>>.

Questo straordinario articolo di Longo, scritto ancora vivo Togliatti e all’indomani del X Congresso, mi pare che ridimensioni molto la tesi che il Pci imboccò in quegli anni la via evolutiva al socialismo senza per altro interrogarsi su eventuali e possibili momenti cruenti di rottura. Sposterei molto più avanti, alla Segreteria di Berlinguer, dopo la morte di dirigenti appunto come Longo e la liquidazione di Cossutta dalla Segreteria nazionale del partito, il passaggio definitivo del Pci all’evoluzionismo. Quasi tutta la storiografia sul Pci passa, con un balzo, dal confronto Amendola-Ingrao, che si sviluppa dopo la morte di Togliatti, a Berlinguer e alla politica del “compromesso storico”. Questa impostazione è limitativa sia sul piano storico sia  su quello della elaborazione teorico-politica del Pci. Infatti, non tiene nel dovuto conto del contributo di Longo.

Le posizioni della sinistra comunista (occorre dire sia ingraiana sia secchiana) e delle culture radicali, estremiste e settarie, che si diffondevano con la contestazione giovanile e il movimento studentesco del ‘68, furono battute  proprio dalla costante e incisiva azione di direzione politica di Longo. Sapeva  praticare con grande maestria la lotta sui due fronti. Si legga uno stralcio della la sua relazione al XII Congresso (1969).<< Mai si è affievolito il nostro sforzo e quello di centinaia e centinaia di migliaia di militanti comunisti per organizzare e guidare la lotta rinnovatrice e liberatrice. Altrettanto non si può dire per quella parte del Partito socialista che, sotto la guida dei socialdemocratici e di Nenni, ha ceduto alla pressione delle forze della conservazione sociale. Questo non si può dire neppure per coloro che quando, negli anni ‘50, vennero avanti nelle fabbriche massicci cambiamenti tecnologici e nuove forme di sfruttamento, si affrettarono, vantandosi magari di essere portatori di posizioni di sinistra, a decretare che l’inizio del ‘neocapitalismo’ segnava la fine del marxismo e della lotta delle classi. Così ancora più tardi, – prosegue Longo – mentre tanti, di fronte all’espansione monopolistica degli anni sessanta, caddero nelle illusioni riformistiche e in quello di tipo tecnocratico e dirigistico, altri si affrettarono ad annunciare l’ineluttabilità dell’integrazione della classe operaia nel sistema capitalistico e di conseguenza la solidità del centro-sinistra (…) E così ancora, mentre più tardi di tre, quattro anni fa, i soliti critici da ‘sinistra’ teorizzavano sulla morte delle ideologie fra le nuove generazioni, noi abbiamo respinto queste argomentazioni e abbiamo avuto fiducia nelle nostre idee generali e nella gioventù>>.

Dopo queste lunghe citazioni, di cui mi scuso, ma a volte sono decisivi per precisare meglio un’opinione, non mi sottraggo a dare una risposta alla questione posta da Vinci anche perché è evidente che una certa discontinuità tra Gramsci e Togliatti c’è e dunque nella sostanza qualche ragione Vinci ce l’ha.

Credo  che il confronto su questo punto tra Gramsci e Togliatti sia astratto perché non si tiene conto del contesto storico. Gramsci scrive le sue note negli anni ’30, quando era in prigione e sotto il tallone di ferro del fascismo. Togliatti elabora la sua strategia di avanzata al socialismo molto tempo dopo, in un Paese, una Europa e un mondo profondamente mutasti con la sconfitta del nazismo e la divisione del mondo a Yalta in due sfere di influenza, quella Usa, quella Sovietica. Dunque, il confronto storico di Togliatti con Gramsci va fatto  con il Togliatti degli anni ’30, cioè tra due contemporanei e che io sappia non mi pare che egli avesse all’epoca una posizione molto diversa da Gramsci e a nessuno è dato di sapere come quest’ultimo l’avrebbe pensata se fosse vissuto ai tempi in cui il Pci elaborava la sua strategia nazionale di avanzata al socialismo. Se si forza nel voler  fare questo confronto – e Vinci non è né il primo né l’ultimo a farlo –  non si ricostruisce obiettivamente la storia del Pci, soprattutto  del Pci dal VI Congresso fino al suo scioglimento, ma si costruiscono solo “opinioni” di parte e propagandistiche, per ultima come quella di Veltroni con il film su Berlinguer.

La verità è invece di una semplicità disarmante: Togliatti giunge all’approdo teorico che conosciamo, così ben illustrato anche da Vinci, non perché le sue idee fossero contenute, sia pur in embrione, nei “Quaderni” , ma perché in esse vi sono riflessioni teoriche nuove che gli hanno permesso di elaborare una strategia rivoluzionaria originale di avanzata al socialismo. In ciò sta la discontinuità tra Gramsci e Togliatti, cioè nel riconoscimento che anche il secondo è stato un teorico e dirigente rivoluzionario. Ma vi è una forte continuità tra i due proprio perché entrambi formatisi nell’incontro del leninismo con lo storicismo italiano. D’altronde valorizzare la continuità non significa negare le differenze. Solo Stalin con il suo “marxismo-leninismo” è riuscito a costruire un “corpo dottrinario” in perfetta continuità con Marx e Lenin. Ma ora sappiamo che le cose non stanno così, che la ricerca per una “teoria della rivoluzione” non avviene in questo modo. Anche per questo in Togliatti prevale un certo Gramsci e non quello dell’esperienze consiliari del ’20 (di cui tra l’altro spesso si dimentica che anche Togliatti fu un protagonista) o di quello del “fordismo”. Non trovo in ciò nulla di scandaloso, anche Lenin mise più in risalto certi aspetti di Marx  invece di altri per teorizzare e attuare la rivoluzione in Russia. Dopo di che non è una colpa di Togliatti se un certo Gramsci non al centro delle sue riflessioni, non sia stato adeguatamente ripreso da altri e non abbia avuto lo stesso imponente sviluppo politico e teorico.

Sul presunto “marxismo-leninismo” di Togliatti.

Passo ora al punto in cui dissento da Vinci, cioè sul presunto “marxismo-leninismo” di Togliatti. Sarebbe intanto utile porsi una domanda: Togliatti era stalinista? Ovviamente si intende  qui per stalinismo  l’insieme del “corpo dottrinario” di Stalin.  Se si spuntano dai tratti distintivi di Togliatti certe modalità comuni un po’ a tutti i dirigenti della III Internazionale (una sorta di giacobinismo) , cioè l’attitudine al comando fondata sul principio di un partito fortemente gerarchizzato e centralizzato, allora Togliatti era uno stalinista come lo erano  tutti gli altri dirigenti comunisti, compresi gli oppositori di Stalin da lui liquidati. Ma se per stalinismo s’intende il “corpo dottrinario” messo su da Stalin, il “marxismo-leninismo”  allora mi pare di poter affermare che Togliatti non era uno stalinista, o lo  era come lo erano molti altri  nei “terribili anni ’30: lo subiva!

D’altronde già il Togliatti della guerra di civile di Spagna si era differenziato non poco da Stalin avviando una sua autonoma riflessione e dopo l’esito drammatico dell’esperienza spagnola fu arrestato e tenuto agli resti per una  settimana a Mosca dalla polizia politica in quanto aveva manifestato, partendo proprio dalla lezione spagnola, la sua contrarietà alla politica del socialfascismo. Sono gli anni in cui Togliatti, insieme a Dimitrov,  avvia una profonda riflessione che lo porterà alla svolta dei fronti popolare. Questa linea sarà in un primo momento osteggiata da Stalin che poi la  farà successivamente sua, come era nella natura politica dell’uomo. Infatti, se vedeva un vantaggio tattico da utilizzare per continuare ad esercitare il controllo indiscusso sul partito faceva  sua una certa determinata strategia e l’attuava in prima persona anche con un cambio repentino di linea. Da qui la svolta dei fronti popolari di cui, come è dimostrato in sede storica, Togliatti  fu uno dei principali protagonisti. Una linea che porterà qualche anno dopo lo stesso Togliatti a concepire la Resistenza come un momento democratico unitario, addirittura come compimento, come più di qualcuno ha sostenuto o sostiene, della rivoluzione democratica-borghese e porre contestualmente le premesse, con la Costituzione repubblicana, della democrazia progressiva. 

Resta pertanto difficile ricondurre  Togliatti al “marxistsa-leninista” di Stalin se si considerano tutti i suoi più significativi passaggi teorici e politici: l’Assemblea costituente (a riguardo di grande attualità sono i suoi discorsi alla Costituente in un clima politico di attacco frontale alla Costituzione), la ”svolta di Salerno”, il “partito nuovo” e l’apertura al mondo cattolico, che lo porterà a pronunciare nel ’63 a Bergamo il famoso discorso su “Il destino dell’uomo”, l’intervista a “Nuovi Argomenti” e il “Memoriale di Yalta”, che Longo con determinazione volle che fosse pubblicato.  Per non parlare delle Tesi del VI Congresso, quello della definizione della strategia della “via italiana al socialismo”. Non mi pare che Togliatti e il gruppo dirigente del Pci si attardassero su una impostazione ideologica e teorica “marxista-leninista”, nonostante la totale riaffermazione della “scelta di campo” con l’Urss.

Chiedo perciò a Vinci su quali basi giustifica la tesi secondo cui il <<Pci sin dal primo momento, cioè dal 1944-45, si era collocato in una sorta di intercapedine tra marxismo-leninismo e storicismo>>, oltre al fatto che tale tesi l’ha tratta da Luporini? Certamente il “marxismo-leninismo” era la dottrina della III Internazionale, fatta propria dal Pcus, dai paesi a democrazia popolare, dalla quasi totalità dei partiti comunisti. Inoltre, che in Italia vi fosse una parte del gruppo dirigente fortemente legato a Stalin e allo stalinismo, a iniziare da Secchia, è altrettanto vero. Ma in Italia era anche cresciuto, proprio tramite l’incontro del leninismo con lo storicismo e attraverso la dura selezione della lotta antifascista e l’occupazione nazista, un nuovo gruppo dirigente la cui formazione teorica era tutt’altro che riconducibile al dogmatismo del “marxismo-leninismo”. Non a caso concetti come quello della “dittatura del proletariato”,  “dell’internazionalismo proletario” (soppiantato da quello della “solidarietà internazionalista”), del “partito guida”, erano già da tempo in disuso o stavano per essere superati. Si poteva andare con maggiore rapidità verso le innovazioni teoriche? Il processo non poteva prescindere dalla lotta per il rinnovamento dei gruppi dirigenti del partito, che fu molto aspra, in particolare in alcune città, come a Milano.

La tesi di Luporini mi pare costruita più per attaccare lo storicismo che per fare i conti con il “marxismo-leninismo –, conti con questo sostanzialmente allora già fatti dal gruppo dirigente del Pci, anche se perdurerà nelle Sezioni una diffusa nostalgia di Stalin, a decrescere, ma che subirà una certa ripresa,  in epoca a noi più recente,  con il ’68 e i gruppi m.l. della “nuova sinistra”. Mi sembra più corretto  quindi sostenere che in quel intercapedine più che il “marxismo-leninismo” vi fosse il leninismo di Gramsci e di Togliatti. Può sembrare, per chi non ha dimestichezza di certi concetti cari ai comunisti di una “volta”, questo un gioco di parole, ma non è così perché il significato politico, teorico e ideologico cambia di molto, cambia profondamente.

Il Pci dopo la scomparsa di Togliatti.

La storia del leninismo s’intreccia in Italia con quello dello storicismo. Questo è un dato storico non confutabile. Non nego che vi siano state altre esperienze leniniste ma nessuna ha avuto lo sviluppo e la diffusione di quella che ha ruotato attorno all’asse Gramsci-Togliatti. Cadere nella trappola di un “marxismo-leninismo” del Pci che persisteva anche in piena epoca togliattiana,  magari con il pretesto di tornare a Gramsci, a Lenin, a Marx, ha solo un significato: accettare, consapevolmente o no, la messa in discussione del leninismo italiano così come si è formato e sviluppato nel campo originale dello  storicismo. Ed è proprio questo che si è inteso liquidare, non solo con il “revisionismo storico” oggi dilagante, ma anche con un atteggiamento antistoricista portato avanti da significative e consistenti componenti della sinistra, interne ed esterne al Pci.

Ho già detto che la storia del Pci, dalla morte di Togliatti fino al suo scioglimento, deve essere ancora in gran parte scritta. Del Pci si sa di più del suo lontano passato che sul dibattito e il confronto che si sviluppò negli anni ’60. Fiume di inchiostro è stato versato sulla sua “destra storica”, di Amendola, Pajetta, Bufalini, Alicata (assolutamente da non confondere con il “migliorismo” di Napolitano), che sarebbe stata responsabile nel trasformare lo storicismo in una sorta di conservatorismo che impedì l’apertura del partito verso i nuovi movimenti del ’68. Intanto ci si metta d’accordo su un punto: quella della “destra storica” era una posizione “marxista-leninista”? Anche i più accaniti detrattori di Amendola credo facciano fatica ad annoverarlo tra i “marxisti-leninisti”! Allora? Stiamo nel merito delle posizioni.

Vinci cita il Macri del  “Il sarto di Ulm” per dare maggiore forza alla sua  valutazione  critica sulla “destra storica” del Pci e sul suo giudizio sugli orientamenti del capitalismo italiano, considerato debole e arretrato. Fu questo un punto alto dello scontro tra questa  e la “sinistra” di impostazione ingraiana, che riteneva avviata  con l’avvento del centro-sinistra  una fase di modernizzazione e riorganizzazione capitalistica del Paese. Ma a me sembra che Macri, schierato con Ingrao allora, compie nel suo ultimo lavoro un interessante ripensamento fino a  dare, nella sostanza, ragione ad Amendola. Del resto se si considerano gli sviluppi del quadro politico italiano in questi anni non mi pare che il nostro capitalismo, che tra l’altro ha smantellato l’intero comparto industriale e ha espresso fenomeni  politici di lungo periodo, come il berlusconismo e diverse modalità di populismo di massa, si sia messo al pari con altri capitalismi europei, a iniziare da quello tedesco o che la questione meridionale sia stata risolta o avviata a soluzione.

Ma il giudizio sugli orientamenti del capitalismo italiano fu un confronto duro non solo dentro il Pci, coinvolse l’intera sinistra, che si schierò, gran parte, più o meno in sintonia con la critica ingraiana. Vinci ha fatto  una considerazione che condivido molto, ma   merita d’essere approfondita e non letta  con la leggerezza con cui lui l’ha espressa, cioè nell’ambito di un inciso, tra parentesi. Dice Vinci: <<Dopo la scomparsa di Togliatti, nel 1964, dall’altro, a un lungo processo di indebolimento egemonico (il primo episodio fondamentale di questo indebolimento sarà l’allentamento e poi la dissoluzione dei rapporti di “unità d’azione” con il Psi)>>.

Il confronto Amendola-Ingrao assume carattere pubblico quindi clamoroso con l’ XI Congresso, che si svolse subito dopo la scomparsa di Togliatti. Il primo sosteneva che lo sviluppo dell’economia italiana e l’industrializzazione convivevano con antichi squilibri territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno, e che sarebbe stato pericoloso protrarre questa situazione a lungo, senza interventi politici che introducessero correttivi. Occorrevano, pertanto, trasformazioni sociali ed economiche del Paese, come indicate dalla linea delle riforme di struttura dell’VIII Congresso del Pci; ma per fare questo era necessaria una  svolta politica, una nuova maggioranza. Per questo egli  considerava la proposta di un nuovo modello di sviluppo di Ingrao, che si basava sul ragionamento della costruzione di un’alternativa socialista al capitalismo italiano, non  adeguata e non  corrispondente alla realtà, allo scontro politico e sociale in atto. Si andavano così definendo due linee: la prima, ribadiva, sia pur aggiornandola, l’impostazione strategica dell’VIII Congresso, che faceva perno sull’unità della sinistra, Pci e Psi, senza rinunciare al dialogo con il mondo cristiano; la seconda, puntava a costruire  un’alternativa attraverso il coinvolgimento dei movimenti sociali e dei sindacati e  la costruzione di un rapporto nuovo con il mondo cattolico.      

Non sono queste questioni secondarie, marginali, ma d’importanza strategica. E sono decise per una interpretazione corretta della storia del Pci. Il giudizio sul capitalismo, sulla sua più o meno capacità riformatrice tramite il centro-sinistra, sulla funzione del  Psi e sulle prospettive dell’interclassismo della Dc, erano i veri temi al centro della discussione nel Pci. Vi fu invece una sostanziale unità del gruppo dirigente sui fatti di Ungheria e anche sul nuovo corso krusciovano (ho ricordato il coraggio e la determinazione di Longo nel pubblicare immediatamente il “Memoriale di Yalta”, fino alla condanna dell’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia e il diverso approccio, rispetto al Pcus, sui rapporti con i comunisti  cinesi. Dunque, non era su queste vicende il punto alto dello scontro. Certamente la componente di Secchia di matrice terzointernazionalista e legata al “marxismo-leninismo” aveva una ben altra visione degli avvenimenti internazionali, ma con il processo ormai compiuto di rinnovamento del gruppo dirigente questa area non aveva più la forza di ribaltare i rapporti di forza. Non è un caso che una serie di dirigenti e di quadri “secchiani” conclusero la loro vita politica nelle file dei gruppi m.l. anche se il maoismo stava a loro un po’ stretto. Quello d’altronde di una fuoriuscita di dirigenti e di quadri dal Pci verso la costellazione della “nuova sinistra” non fu solo un fenomeno della “sinistra secchiana”, ma anche dell’articolata area ingraiana, e non mi riferisco solo al gruppo de “Il Manifesto”.

Chi lavorò nel Pci per rompere l’unità d’azione con il Psi, considerato ormai organico ai processi di modernizzazione capitalistica? Longo? Amendola e la “destra storica”? Non furono invece proprio gli “ingraiani” (in ciò in sintonia con i “secchiani”) i principali protagonisti di questa battaglia? Area che tra l’altro aveva una  sponda con la  “massa critica” giovanile e studentesche fuori dal Pc organizzata dalla “nuova sinistra”; e  poteva inoltre contare su nuclei operai  metalmeccanici  e l’alleanza di componenti sindacali di una certa consistenza, come quella  socialista ex Psiup o come quella della sinistra cattolica che andava assumendo orientamenti antistoricisti. Non si può citare ed esaltare un Ingrao da contrapporre alla “destra storica” senza però vederne le responsabilità.

La Segreteria di Longo procedette quindi lungo la strada dell’adeguamento della linea togliattiana rispetto gli accadimenti che stavano maturando ed esplodendo, sia in Italia che nel mondo. Ho già detto del suo atteggiamento su il “Memoriale di Yalta” o della durissima condanna che espresse sull’invasione militare sovietica in Cecoslovacchia. E fu sempre il “comandante Gallo” a portare con coraggio il Pci a prendere le distanze dal Pcus. Alla “Conferenza internazionale dei partiti comunisti e operai”, che si tenne a Mosca nel ‘69, fu Longo a decidere che il Pci doveva  tenere una  posizione di dissenso, che fu espressa con il voto sul documento conclusivo, con cui si respingeva il “pacchetto” delle proposte sovietiche: la riproposizione del  “partito guida”,  la condanna dei comunisti cinesi (che non parteciparono alla Conferenza), il sostegno all’intervento militare in Cecoslovacchia. Il Pci, guidato dal Vice Segretario Berlinguer e da Cossutta, votò solo la parte del documento relativa alla lotta per la pace e contro l’imperialismo.

Come fece molto  rumore l’apertura di Longo nel ’68 al movimento degli studenti, ricevendo una delegazione studentesca guidata da Scalzone, nonostante le non poche resistenze di alcuni dirigenti del Pci, tra cui  Amendola. Disponibilità al dialogo che lo portò fino all’errore di avallare la decisione di Occhetto e Petruccioli di sciogliere la Fgci  e far confluire i giovani comunisti nel movimento studentesco. È giusto rammentare gli errori compiuti dal Pci in quella fase tumultuosa di contestazione delle nuove generazioni, ma sarebbe anche importante accennare, a distanza di tanti anni, pure ai limiti di quel movimento e agli errori di settarismo dei suoi gruppi dirigenti, molti dei quali giudicarono la mossa di Scalzone una scelta di subalternità al Pci, il quale secondo loro di fatto ostacolava  il processo di formazione di un nuovo soggetto comunista rivoluzionario in quanto  ormai approdato al revisionismo socialdemocratico e all’alleanza con i socialimperialisti sovietici. Se l’incontro tra Longo e Scalzone non fecondò in un rapporto propositivo tra movimento studentesco e il Pci, al di là della questione contingente della scadenza elettorale per le politiche (Scalzone indicò al movimento “di votare scheda rossa”), le responsabilità vanno almeno equamente distribuite. Mi pare  pertanto ingeneroso continuare a presentare ancora oggi un Pci chiuso e arroccato sulle sue posizioni.

Il tentativo più corposo e importante, di rilanciare, dopo le prime avvisaglie di crisi della strategia elaborata dal Pci negli anni ’50, una via nazionale al socialismo viene però da Amendola. Nel ’64, dopo pochi mesi dalla  morte di Togliatti. avanza la  proposta di riunificazione con il Psi per dar vita a un “partito nuovo”. La proposta è lanciata con un  articolo su “Rinascita”, Il dibattito da subito ha un tono aspro e assume la forma della polemica,. tant’è che Amendola replica con un secondo articolo, con un intervento al Comitato Centrale del Pci e un articolo su “L’Astrolabio” di risposta al socialista Sarti, Segretario della Cgil, che aveva difeso Ingrao con il quale Amendola aveva vivacemente polemizzato nel corso del C.c.

<<Ora l’esigenza di un partito unico della classe operaia italiana – scrive Amendola in “Ipotesi di riunificazione” – nasce da una constatazione critica: nessuna delle due soluzioni prospettate alla classe operaia dei paesi capitalistici dell’Europa occidentale negli ultimi 50 anni, la soluzione socialdemocratica e la soluzione comunista, si è rivelata fino ad ora valida al  fine di realizzare una trasformazione socialista della società, un mutamento del sistema. Se non si parte – continua – da questo riconoscimento, che è critico ed autocritico assieme non si può riuscire a comprendere l’esigenza di una svolta radicale che permetta di superare le cause che da cinquant’anni hanno impedito al movimento operaio dei paesi capitalistici avanzati di dare un suo determinante contributo all’avanzata del socialismo nel mondo>>.

Questa di Amendola è  una riflessione, a distanza di 50 anni,  attuale più che mai alla luce del dibattito che ha investito nell’ultimo ventennio la sinistra europea. Se è vero, come afferma Francois Furet, che <<il leninismo non ha lasciato eredità>, non lo credo, ma anche se fosse vero come a sinistra  – anche di quella radicale – più di qualcuno crede, allora perché scandalizzarsi più di tanto nel voler superare le cause che portarono alla scissione di Livorno? Anzi, si dovrebbe ammettere che Amendola fu lungimirante. Del resto, non proponeva la formazione di un partito socialdemocratico un po’ più spostato a sinistra, ma l’unificazione tra due partiti marxisti per dare più forza  alla lotta per il socialismo. Che sinistra avremmo oggi in Italia e in Europa se tale strada fosse stata sul serio percorsa?

Molti vedono nel superamento storico dei partiti comunisti e la formazione di un nuovo soggetto rivoluzionario di una nuova sinistra per il XX secolo (per dirla con Gramsci della riproposizione della questione della “rivoluzione in Occidente”, cioè della transizione dal capitalismo a una società superiore) il superamento dello stesso leninismo, in quanto teoria di una peculiare  forma-partito: dei partiti comunisti. Non sono per nulla d’accordo con una tale affrettata conclusione. È senz’altro vero che il movimento comunista è il prodotto teorico del leninismo, ma l’insegnamento di Lenin va ben oltre al periodo storico caratterizzato dalla rivoluzione d’Ottobre fino al crollo del Muro di Berlino e al disfacimento dell’Urss e del campo del “socialismo realizzato”. Il suo pensiero mantiene infatti una formidabile attualità poiché in Lenin (come d’altronde in Gramsci) vi è la continua ricerca di una “teoria della rivoluzione”, magari mettendo in discussione idee e concetti del marxismo che non reggono alla prova della verifica concreta, con un’azione  costante “pratico-politica” e “pratico-teorica”. Insomma, un dirigente e un teorico rivoluzionario  “che fa” la rivoluzione e non l’ annuncia o le descrive; che mai prescinde dai rapporti di forza in campo per farsi condizionare da visioni idealistiche e volontaristiche del “dover essere”. In misura minore il ragionamento calza anche per Amendola portatore di una forma originale di leninismo. Per questo sarebbe ora d’abbandonare quello stereotipo che egli fosse un dirigente moderato del Pci, tutt’al più socialdemocratico, influenzato culturalmente soprattutto dal pensiero liberale del padre Giovanni e di Croce.

Longo riprende la proposta di Amendola inquadrandola però all’XI Congresso del Pci come prospettiva su cui lavorare. E ancora, al XII Congresso (1969) offre nuovamente ad Amendola una forte sponda. Nella relazione infatti afferma: <<È andato avanti  un processo di avvicinamento, di intesa, di alleanza tra le forze della sinistra operaia e democratica avanzata che vogliono battersi per il socialismo (…) Pure le forze di sinistra che esistono anche all’interno dei partiti di maggioranza, o estranee ai partiti, guardano con interesse, con speranza, la possibilità che un tale sviluppo unitario vada avanti, ed anche alla proposta, da noi avanzata, di lavorare e lottare per la creazione di un grande partito nuovo di lotta per il socialismo. Tale proposta abbiamo confermato nelle Tesi, e intendiamo riconfermare qui>>. E più avanti chiarisce: <<Tale obiettivo non è affatto in contraddizione o alternativo rispetto al compito politico urgente di una più larga unità di forze democratiche, laiche e cattoliche (…) Non c’è affatto contraddizione – dicevo – tra questa politica, che per brevità chiamiamo politica di unità democratica, e il nostro obiettivo di lavorare e lottare per la creazione di una formazione politica nuova di lotta per il socialismo>>.  E nelle conclusioni chiarisce: <<A questa politica noi opponiamo la costruzione di una nuova maggioranza, non come una astratta e lontana alternativa ma come un processo già avviato che ha nei problemi attuali le sue ragioni di essere e nelle lotte in corso le leve per la sua affermazione”; avanza cioè una proposta di governo che non è l’alternativa ingraiana.

Le resistenze  e le contrarietà e le tiepidezze all’ipotesi dell’unificazione tra Pci e Psi non vennero solo da dentro il Pci, dalla “sinistra”, ma anche da una parte del “centro” sempre più composto da giovani dirigenti periferici giunti al vertice del  partito attraverso la lotta per il suo rinnovamento. L’alzata di scudi avvenne anche da dentro il Psi, dove una parte del gruppo dirigente era ormai proiettato verso l’unificazione socialista, con il Psdi di Saragat, per rafforzare l’area socialista nel centro-sinistra. Infatti, soprattutto la corrente autonomista di Nenni interpreta la proposta di Amendola come un tentativo di contrastare l’imminente  unificazione socialista.

Dunque, il gruppo dirigente del Pci era consapevole che occorreva andare oltre alle vecchie posizioni, di dover puntare a strategie nuove, ma è diviso, emergono in modo sempre più evidente e acuto le differenze . La strada per uscirne poteva forse essere una “riforma democratica del partito” e su questo sono d’accordo con Vinci -ma si ebbe paura di superare la regola del “centralismo democratico”, soprattutto da parte del nuovo “centro”, che andava costituendosi e che avrebbe avuto Berlinguer come punto di riferimento. Macaluso racconta, in un suo recente libro, che il primo dirigente che pose a Togliatti la questione di una maggiore democrazia nel partito fu Amendola in una riunione della Direzione. Pare che Togliatti gli rispose:<<Volete fare la vostra corrente? Vorrà dire che io farò la mia, poi vedremo chi vince il Congresso!>>. A quel punto Amendola si ritrasse. In seguito la questione fu riproposta da Ingrao all’XI e successivamente, molti anni dopo, da Cossutta. L’occasione vera però, per una riforma democratica del partito, la si ebbe con la questione de “Il Manifesto”, ma si ebbe il timore di legittimarlo come corrente organizzata, anche perché i filo-sovietici, con in testa Secchia, D’Onofrio e Donini (che disponevano ancora di una nutrita delegazione nel C.c.) minacciarono, se non si fossero presi provvedimenti disciplinari sul gruppo de “Il Manifesto”, di fare anche loro una rivista “marxista-leninista”sostenuta dall’Urss  e di organizzarsi in corrente. Più semplice, meno rischiosa apparve allora la strada della radiazione del gruppo de “Il Manifesto”, riproponendo senza nessuna riflessione critica il “centralismo democratico”. L’espulsione fu accompagnata da una manovra che imbrigliò il dissenso di Ingrao e contestualmente garantisse al nuovo gruppo dirigente che si andava formando una  autorevolezza tale dal porlo al riparo dalle pesanti incursioni politiche di Amendola.

Una volta che Longo, gravemente malato, è costretto a dimettersi da Segretario si apre nel Pci una fase nuova. Ed è in questa fase che devono essere collocate le osservazioni critiche di Vinci,  di un Pci sempre più esposto a ragionamenti strategici da prima esitanti, poi di sostanziale resa, infine di crisi e di liquidazione del partito stesso.

Da Berlinguer allo scioglimento del Pci. Crisi e liquidazione dello storicismo.

Per obiettività storica la elezione di Berlinguer a Segretario avviene nella continuità della linea della maggioranza che aveva governato fino allora il Pci: la “destra storica” e il “centro togliattiano”, rappresentato in primo luogo da Longo. Non è un caso pertanto che le consultazioni nel C.c. sul Segretario fossero svolte da due esponenti di quella maggioranza: da Cossutta e Novella. La elezione di Berlinguer avviene con il sostegno pieno di Amendola (che ritira la sua candidatura) avendo l’assoluta garanzia che Berlinguer avrebbe diretto il partito in continuità con la linea espressa tra l’XI e il XII Congresso. Ma con il XIV Congresso (1975), in cui Cossutta fu defenestrato dalla Segreteria, vi è di fatto, un ribaltamento della maggioranza, il recupero della “progettualità ingraiana” allora si disse. Ma con quel ribaltamento per la prima volta i dirigenti del Pci che venivano da una formazione leninista intrecciata allo storicismo non erano più ai vertici del partito, non lo governavano, tra l’altro alcuni erano anziani o malati, altri erano scomparsi. So che la mia è un’affermazione impegnativa, per alcuni versi pesante, ma indico in  queste linee la ricerca per una storia, non falsata dai miti e dai luoghi comuni, sull’ultimo Pci.

L’idea che in Europa i comunisti potessero governare attraverso le grandi intese non era né di Longo e neppure di Amendola, bensì di Berlinguer. L’idea che era possibile la nascita di un governo democratico assieme alla Dc fu  in particolare da quest’ultimo teorizzata. Da qui “L’eurocomunismo” (con la contrarietà di Amendola), il “compromesso storico” (con vivo disappunto di Longo), lo “strappo” dall’Urss (con la netta opposizione di Cossutta). Tutte scelte di Berlinguer compiute nel tempo con il sostegno se non sempre convinto tatticamente sempre dato però dall’area ingraiana, che iniziò ad avere un timido imbarazzo solo con il Berlinguer che si sentiva protetto “dall’ombrello della Nato”. Ma quel Berlinguer poteva contare però anche su un altro “forno”, quello “migliorista”, la corrente di “destra”, che si era formata dopo la scomparsa di Amendola, con a capo Napolitano e Lama, Segretario Nazionale della Cgil. Era una corrente legata al Psi di Craxi che guardava favorevolmente a ogni eventuale processo di trasformazione del Pci in partito socialdemocratico moderato e al suo riposizionamento nella famiglia socialista europea.  

Con “il compromesso storico” (molto allora si discusse se prevalentemente era una via di ricerca del dialogo con il mondo cattolico o una proposta politica, e alla fine così fu interpretata e di fatto attuata, cioè come apertura di credito alla Dc) il Pci di Berlinguer avvia un processo di allentamento e di dissoluzione dell’unità a sinistra. Per la prima volta nella storia della Repubblica si determinava una rottura profonda con il Psi che era stata faticosamente costruita in tante battaglie comuni e  attivamente mantenuta nella Cgil,  nelle associazioni unitarie e nelle amministrazioni locali, nonostante il quadro di riferimento nazionale di centro-sinistra. “Il compromesso storico” e la politica della grandi intesa non poteva che essere considerata dal Psi come un attacco frontale dei comunisti al partito. Un Psi, tra l’altro, in profonda crisi: che si sentiva prigioniero del centro-sinistra e per questo era alla ricerca con De Martino “di equilibri più avanzati a sinistra”; che aveva subito una scissione a sinistra con il Psiup per unificarsi con il Psdi, con il quale si era  miseramente separato dopo pochi anni di Psu (Partito unitario tra Psi e Psdi). Un Psi, infine, ridotto elettoralmente ai minimi termini, al 9%, anche a seguito di una politica del Pci che tentava di scavalcarlo nei rapporti con la Dc. Da qui il “Midas” (il nome è quello di un famoso hotel romano in cui si svolse la drammatica Direzione del Psi) che destituì De Martino da Segretario. Un accordo della destra “autonomista” di Nenni e della “sinistra lombardiana” portò alla elezione di Craxi (giovane autonomista) a Segretario. Tutti gli anziani leader del partito si illusero che il “giovane” sarebbe stato facilmente controllabile, addirittura Mancini era certo che non sarebbe durato molto come Segretario. Sappiamo che le cose non andarono così. Il “Midas” fu l’atto di nascita del “craxismo”, che si presentò da subito come una  orgogliosa reazione socialista alla politica antiunitaria di Berlinguer. A distanza di molti anni su alcuni passaggi della storia del Pase bisognerebbe ricostruirli con maggiore rigore e obiettività. Berlinguer poté attuare questa linea antisocialista proprio perché la linea del Pci era mutata e cambiata era la maggioranza che la sosteneva.

La rottura tra il Pci e il Psi non ebbe solo conseguenze di ordine politico, in alcuni casi devastanti, ma fu anche una rottura culturale con una sinistra, a prescindere dai due partiti, che si era formata su un marxismo fortemente intrecciato con lo storicismo . Né il nuovo gruppo dirigente del Psi né una parte (sempre più ampia e maggioritaria) del gruppo dirigente del Pci veniva da quell’esperienza o solo da quella esperienza. La frase che Vinci riporta di Luporini: <<Sono diventato… un nemico dello stoicismo>>è emblematica di questo passaggio. E trovo un po’ giustificatoria l’affermazione  <<che lo storicismo del Pci, come afferma anche Magri, non fu esattamente quello gramsciano, bensì una sorta di “campo” teorico-filosofico nel quale certamente il pensiero di Gramsci risultava presente, e però era anche posto, deformandolo sottilmente proprio in tema di storicismo, in significativa continuità allo storicismo dell’idealismo italiano, da De Sanctis in avanti, e soprattutto in significativa continuità con il Croce>>. Mi pare questa una astrazione che non tiene nel dovuto conto dei processi storici. Il marxismo italiano e poi il leninismo (non “il marxismo-leninismo”) sono stati così fecondi, portando contributi e idee alla teoria rivoluzionaria, proprio perché hanno colto dall’idealismo, capovolgendolo, l’attenzione critica alla “sovrastruttura” e alla funzione del “volontà politica” del soggetto rivoluzionario. Un punto di arrivo del marxismo occidentale che gli ha permesso di fare – come lo stesso Vinci  riconosce – un salto di qualità rispetto anche alle  poderose intuizioni leniniane. Cosa resta di Gramsci se lo si scinde dallo storicismo? Quello consiliare che non ha avuto grande fortuna politica?

Vorrei inoltre precisare, per non essere frainteso, che Berlinguer nonostante  limiti ed errori, resta l’ultimo grande Segretario del Pci che si pone la questione della transizione. La necessità di introdurre nella società italiana “elementi di socialismo” per “fuoriuscire dal capitalismo” non era una frase propagandistica, bensì una strategia. Lo stesso tentativo de “l’eurocomunismo”, che tra l’altro ebbe una breve stagione, fu un goffo tentativo per indicare una “terza via”,  in quanto partiva dalla necessità di respingere  nettamente la via sovietica, ma  anche e altrettanto  quella socialdemocratica. Sono evidenti in questi concetti temi cari ad Ingrao, sostanzialmente di abbandono della strategia togliattiana.

Con la sconfitta della strategia di Berlinguer, che avviene prima della sua morte (per questo si parla oggi tanto dell’ultimo Berlinguer), tutti i nodi politici e teorici che avevano profondamente diviso il gruppo dirigente del Pci vengono al pettine. Ma le vecchie “sensibilità” sono ormai liquidate. Non vi è più una “destra storica”, un “centro togliattiano”, una “sinistra ingraiana” e una sinistra di matrice “marxista-leninista”; nuove aree e correnti si formano e soppiantano le vecchie: i “miglioristi” i “berlingueriani”  (tra l’altro divisi  in laburisti di sinistra e in prosecutori della politica dell’ultimo Berlinguer, quello del referendum sulla scala mobile),i “liberaldemocratici”, gli “ingraiani di stretta osservanza” e i “filo-sovietici”, che non sono più la vecchia area “marxista-leninista” ma un composto di amendoliani, ex berlingueriani, secchiani, operaisti ed ex psiuppini. Con questo  schieramento interno, che poco  o nulla si richiama alla storia del Pci, si giunse alla “svolta della Bolognina”, al XIX Congresso, quello della “cosa” e poi, dopo un anno, al XX Congresso, quello dello scioglimento, con la nascita di due distinti partiti: il Pds e il Prc.

La datazione per meglio interpretare svolte e rotture è dunque decisiva. Per questo non sono affatto d’accordo con quella “critica di sinistra” che individua già nella politica di Togliatti i germi del futuro dissolvimento del Pci, operando così strumentalmente una cesura tra Gramsci e lo stesso Togliatti. O che l’avvio del processo della crisi del Pci ha inizio con le profonde mutazioni internazionali, con il varo del centro-sinistra e il ’68.

Fino al XII Congresso vi è un Pci in grado di rispondere, anche sul terreno teorico, alle tumultuose mutazioni della società italiana e mondiale. Non solo l’ultimo Togliatti, come ricorda Vinci <<stava pensando da tempo a un percorso del Pci più libero da impacci ideologici, tattici e di schieramento>>e stava rivisitando, aggiungo io, anche la nozione della “scelta di campo”. Questa esigenza era già un patrimonio politico-teorico condiviso dall’insieme del gruppo dirigente, almeno dall’asse che governava il partito: Longo-Amendola. Si trattava di dare una rotta nuova alla nave però utilizzando  gli strumenti teorici e culturali con i quali il Pci in poco meno di 50 anni  era divenuto il più grande partito comunista occidentale, come allora si diceva.

La scomparsa prematura di Togliatti, l’ictus di Longo che lo fece ritirare dalla politica attiva in un momento delicato della vita del partito e del Paese, furono dei duri colpi. Il formarsi di nuove tendenze politiche e culturali, dentro e fuori il Pci, da Berlinguer  non adeguatamente contrastate, anzi a volte favorite, che richiedevano non  misure organizzative o repressive ma una rinnovata capacità di esercitare una funzione egemonica, depurarono il Pci della sua formazione leninista e storicista. Avvenne, insomma, esattamente il contrario, rispetto a quello che Vinci sostiene se Togliatti fosse stato vivo. <<Se la sua esistenza fosse proseguita forse il suo tentativo di una linea gramsciana del Pci sarebbe riuscito a depurarsi degli elementi incongrui>>. Le contraddizioni nuove della società italiana emerse con le conquiste sociali ottenute dalla sinistra negli anni ’50, che portarono a uno spostamento verso sinistra del quadro politico con la nascita dei governi di centro-sinistra e poi il ’68 e gli anni ’70, videro un Pci in parte impreparato a raccogliere la sfida che veniva dalla società per riconfermare la sua egemonia culturale prima ancora che politica. Non era in grado non perché non fosse capace ad aprirsi al nuovo (anzi, forse lo era troppo, almeno in alcune circostanze), bensì perché non era sufficientemente attrezzato poiché il suo gruppo dirigente era sempre più diviso e privo di un leader autorevole riconosciuto in quanto tale, come lo furono Togliatti e Longo, sicché era nel più totale immobilismo. E non si dica che torno così all’idealismo, al ruolo del soggetto politico. D’altronde anche Vinci afferma nel concludere il suo paragrafo su Togliatti che <<forse la sua straordinaria intelligenza politica e questa ripulitura (dagli impacci ideologici) ci avrebbero risparmiato il crollo catastrofico del movimento operaio italiano>>. Bene, si caccia lo storicismo dalla porta ma ti fa “capolino” dalla finestra!

Sandro Valentini

Renzi, Tsipras e il futuro della sinistra, di P. Ciofi

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Renzidi Paolo Ciofi

Con la vittoria sonante di Renzi cambiano radicalmente non solo i rapporti di forza tra i partiti ma anche i modi di intendere e di praticare la politica, in particolare nella distinzione dei ruoli tra destra e sinistra. È sconvolto il sistema politico che ha attraversato il ventennio berlusconiano, e il cambiamento in atto deve essere attentamente valutato. Non si tratta solo della crisi evidente dell’assetto bipolare, bensì di un processo più ampio e profondo, sebbene non consolidato, che attiene alle forme e ai contenuti della democrazia, alla funzione dei partiti e dei corpi intermedi, e quindi alla concreta possibilità di esercitare i diritti individuali e sociali costituzionalmente garantiti. A cominciare dal diritto al lavoro, che in Italia e in Europa ha segnato un passaggio storico.

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Con i lavoratori dei Call Center in sciopero, di M. Luciani

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Call centerdi Massimo Luciani

Roma, 30 maggio 2014 – Mercoledì prossimo, 4 giugno, Roma sarà invasa da migliaia di lavoratori dei Call Center in sciopero provenienti da tutta Italia per manifestare in difesa del lavoro, dei diritti e del salario.

Solo 7 anni sono passati da quando furono  effettuate 26.000 stabilizzazioni di lavoratori dei Call Center outsourcer in esito ad una lunga e dura vertenza contro il dilagante lavoro precario ed irregolare. Da allora i servizi telefonici conto terzi sono diventati l’approdo, provvisorio o definitivo, per chi era in cerca di prima occupazione o aveva perso il lavoro.

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Costituzione, democrazia, riforme, di G. Rodano

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Giulia RodanoRelazione  di  Giulia Rodano all’Assemblea del 13 maggio 2014 per la costruzione delle Case per la Sinistra unita

Anche a quanti, come me, non sono costituzionalisti non sarà difficile vedere come il tema della costituzione, della sua modifica o della sua difesa e applicazione sia tornato prepotentemente all’ordine del giorno.

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Sabina Guzzanti: “Voterò L’Altra Europa con Tsipras”

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Sabina GuzzantiQuando dico che voterò L’Altra Europa con Tsipras molti obbiettano che si tratta di un voto inutile, buttato via.
Vorrei far presente a chi la pensa così, che in questa fase di svuotamento di senso della democrazia, tutti i voti sono inutili perché saranno sempre utilizzati contro i nostri interessi, non solo economici ma soprattutto contro i nostri interessi di esseri umani.

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