Ultimi Aggiornamenti degli Eventi
Ultimo sprint per la campagna DELIBERIAMO ROMA, di M. Luciani
Siamo ormai agli ultimi giorni utili per raccogliere le firme a sostegno delle Delibere di Iniziativa Popolare della campagna cittadina DELIBERIAMO ROMA.
L’istituto della Delibera d’Iniziativa Popolare è previsto dallo Statuto di Roma Capitale ed è un atto con il quale almeno 5000 cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune di Roma, le cui firme devono essere autenticate dal Comitato Promotore e certificate dal Sindaco, presentano un progetto di deliberazione all’Assemblea Capitolina o alla Giunta (nel nostro caso all’Assemblea Capitolina).
Le delibere proposte dai promotori sono quattro: 1)Acqua Pubblica, 2) Uso sociale del patrimonio abbandonato, 3) Sostegno alla Scuola Pubblica per l’Infanzia, 4) Finanza sociale.
Attraverso i contenuti delle quattro delibere i promotori intendono indicare su alcuni temi qualificanti una prospettiva alternativa a quella definita dal decreto Salva-Roma e caratterizzata da piani di austerità, dismissioni e privatizzazioni.
- ACEA ATO 2 S.p.a. va ri-pubblicizzata e va assicurata la gestione pubblica per migliorare la qualità del servizio idrico e garantire la partecipazione delle comunità locali e la dignità dei lavoratori, in coerenza con l’esito del referendum del 2011 promosso da Acqua Bene Comune che ebbe uno schiacciante successo col pronunciamento di 27 milioni di cittadini italiani un milione dei quali erano romani.
- Acquisizione a Patrimonio Comune anche attraverso espropri e requisizioni, in alternativa alle svendite degli edifici sfitti ed invenduti, delle ex aree militari, le fabbriche, i cinema e i teatri dismessi, delle terre incolte e i casali abbandonati, per trasformarli in case, servizi, centri culturali, verde pubblico, laboratori, sedi di amministrazioni a canone zero.
- Spostare i finanziamenti alle scuole d’infanzia private verso le scuole d’infanzia comunali con l’obiettivo di soddisfare la domanda inevasa quantificabile in 4600 bambini di famiglie che ogni anno a Roma vedono respinte le domande per raggiunti limiti di capienza delle graduatorie.
- Il Consiglio Comunale deve fare formale richiesta alla Cassa Depositi e Prestiti di modificare status giuridico e funzione al fine di sostenere con finanziamenti a tasso agevolato gli investimenti degli Enti Locali riguardanti Beni Comuni e Welfare Locale, affrancandoli dai vincoli del Patto di stabilità.
La campagna è stata promossa dal Coordinamento Romano per l’Acqua Pubblica, la Rete Patrimonio Comune, Il Comitato Articolo 33 e il Forum per una Nuova Finanza Pubblica e Sociale di Roma.
I contatti per dare una mano alla campagna in questi ultimi e decisivi giorni o, semplicemente, per sapere dove si può andare a firmare sono:
http://www.art.33.roma@gmail.com
www.perunanuovafinanzapubblica.it
Le Case per la Sinistra Unita sono un luogo aperto dove la campagna può trovare consenso e appoggio.
Massimo Luciani
Renzi, le riforme e la Costituzione, di M. Ferro
Renzi dovrebbe smettere di turlupinare gli italiani con bugie e falsità sul problema delle riforme istituzionali.
Non è vero che le riforme istituzionali le ha chieste l’Europa. Anzi sarebbe gravissimo se così fosse. I Paesi europei non possono permettersi di interferire sulle modalità che ciascun Paese ha scelto per organizzare, secondo la propria storia e le proprie tradizioni, il sistema di democrazia interna, purché questo sistema rispetti i principi fondamentali della democrazia parlamentare.
L’Europa ha chiesto di riformare il nostro sistema economico perché esso sia confacente con le regole economiche che regolano l’Unione. (ed anche su questo ci sarebbe da obiettare che il nostro sistema economico deve rispondere, non solo alle esigenze dell’Europa, ma prioritariamente alle esigenze irrinunziabili del nostro Paese, soprattutto in materia di lavoro e di occupazione, ma anche di sviluppo e di protezione internazionale del nostro sistema industriale).
L’obiettivo di Renzi è quello di costruire un sistema parlamentare che sia il più controllabile possibile da parte del Governo. La riforma del Senato con un sistema elettorale indiretto che rischia di creare un Senato quasi monocolore, un sistema elettorale maggioritario che cancella totalmente il principio costituzionale della rappresentatività e che consente ai Capi dei Partiti di scegliere i deputati secondo il loro grado di sudditanza, costituiscono il più grave e subdolo tentativo nella storia della Repubblica di attentato alla nostra Democrazia.
Tenuto fermo il principio dell’intoccabilità della prima parte della Costituzione, la seconda Parte, l’Ordinamento della Repubblica, può avere, nel corso del tempo, necessità di adeguamento alle mutate situazioni politiche e sociali, ma tali interventi debbono tener conto degli equilibri e dei contrappesi che i Nostri Padri costituenti riuscirono ad introdurre nella Carta costituzionale. E’ perciò senz’altro possibile rivedere i poteri e le competenze del Senato tenendo conto che comunque questo deve esercitare un potere di controllo e di seconda lettura su alcune importanti materie rilevanti per l’intero sistema democratico.
Per quanto riguarda la Legge elettorale Renzi sa perfettamente che l’attuale proposta dell’italicum presenta notevoli aspetti di incostituzionalità e quindi è soggetta ad essere respinta dalla Corte costituzionale, ma sa anche che i tempi che la Corte impiegherà per farlo sono talmente lunghi che comunque la nuova legge può essere utilizzata per almeno due legislature e questo gli permetterebbe comunque, per questo periodo, di governare con un Parlamento costituito a sua immagine e somiglianza.
I più rilevanti aspetti di incostituzionalità della legge elettorale riguardano il premio di maggioranza che potrebbe consentire ad un Partito che ottenesse il 37% dei voti di impossessarsi del Governo del Paese a scapito del rimanente 63% dei cittadini che non lo hanno votato, e le soglie di sbarramento che impedirebbero a organizzazioni politiche che pur ottenendo un rilevante numero di voti (4% o perfino l’8%) di essere rappresentati in Parlamento (in tutte e due i casi il principio di rappresentatività verrebbe disatteso).
L’unica speranza per evitare questa deriva è che i Parlamentari (Deputati e Senatori) che hanno a cuore le sorti della Democrazia e il rispetto della Costituzione, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, votino secondo la propria coscienza e non secondo le indicazioni dei propri Capi – partito.
Michele Ferro
Costruire le Case per la Sinistra Unita obiettivo della Lega dei Socialisti, di F. Bartolomei
Cari Compagni, questo risultato del PD di Renzi al 40% sancisce il punto di arrivo di una svolta centrista del baricentro politico del paese che caratterizzera’ per un lunghissimo il quadro di governo del paese . E’ un risultato che , unico caso in Europa, riassume in un solo partito ( con la sola appendice del NCD e dei minuscoli reduci Montiani) uno spazio elettorale pressoche’ coincidente con quello che sottende l’accordo del resto d’europa tra i Popolari , i Liberali , ed i Socialdemocratici . E’ un risultato che sancisce… la fine del bipolarismo imperfetto della II Republica , la fine della sinistra come componente di massa del nostro sistema politico , e la nascita di un sistema politico, garantito dalla riforma elettorale in cantiere , nuovamente imperniato su un blocco centrale di governo pressoche’ inamovibile . E’ un risultato che blinda la direzione politica del PD Renziano verso la ricostituzione di un blocco elettorale di natura tendenzialmente centrista- democratico , all’interno del quale si porta definitivamente a compimento la logica trasformazione dei vecchi diessini in una sua subalterna componente di ispirazione simil – blairiana , priva di autonomia politica e culturale. Questo nuovo blocco di governo si muovera’ nel solco di una gestione moderata del paese secondo i dettami della nuova gestione dell’economia occidentale , impostata in modo probabilmente piu’ flessibile dalle nuove autorita’ monetarie europee ed internazionali , in cui Draghi rappresenta il piu’ intelligente punto di congiunzione tra le necessita’ del sistema bancario internazionale e le esigenze di governo delle economie avanzate . I Socialisti Italiani in tutto cio’ cesseranno di esistere come soggetto autonomo, rendendo esplicita quella loro attitudine alla collateralita’ che ne ha caratterizzato il ruolo in tutta la II repubblica , purtroppo da ben prima che Nencini facesse di necessita’ virtu’ coprendosi con la copertina , per la verita ‘ sempre piu’ logora , della nostra appartenenza al PSE . Non a caso Il risultato dei candidati Socialisti nella lista del PD e’ stato disastroso , come prevedibile . L’unica nota lieta e’ il raggiungimento del quorum della lista Tsipras, alla quale questo risultato elettorale complessivo affida compiti molto piu’ grandi delle sue attuali spalle . Per noi della Sinistra Socialista questo risultato costituisce uno stimolo in piu’ a continuare nel nostro disegno di costruire una nuova forza Socialista alternativa al PD , riunendo a partire dai territori i Socialisti e tutte le forze che hanno contribuito al buon risultato della lista Tsipras . Le” Case per la Sinistra Unita “, trasformate in un progetto di aggregazione nazionale e non piu’ solo un esperimento romano , allo stato attuale sono lo strumento concreto che possiamo attivare per tentare di arrivare alla costituente della nuova forza della sinistra . La costituzione di una nuova sogettivita’ politica a sinistra del PD e’ in effetti un processo molto complesso che necessita’ di una omogeneita’ politica ancora tutta da costruire , e che non puo’ essere affidato solo ai diversi e conflittuali gruppi dirigenti sopravvissuti alla sconfitta della vecchia Rifondazione , ma necessita’ della presenza primaria e centrale di una forte componente Socialista . Inoltre SeL, come gia’ fatto altre volte , con la posizione di ieri di fatto si e’ sottratta per ora , per salvaguardare la sua unita’ interna , al processo costituente , le forze della ex rifondazione da sole non bastano a far decollare un progetto del genere, e lo stesso Tsipras , ovviamente , non potra’ entrare nei processi di politica interna italiana , e sopratutto avra’ bisogno di un buon accordo con Renzi, utile alla sua politica di avvicinamento al governo greco . Un processo costituente a sinistra fondato su un rapporto esclusivo tra Rifondazione e Sel, oltre a rischiare di non nascere nell’immediato , darebbe comunque un respiro corto ad una operazione di ricostruzione della sinistra italiana che dovrebbe avere una ben piu’ ampia portata, per cui noi Socialisti se non assumiamo una forte iniziativa per condizionare la qualita’ e la pluralita’ di tutto questo processo rischieremmo seriamente di rimanere in mezzo ad un guado , tra una sinistra ufficiale fagocitata in toto da Renzi , ed una riedizione in piccolo della originaria Rifondazione , riproducendo quella stessa situazione che si sarebbe creata se avessimo aderito alle scorse elezioni politiche alla lista Ingroia , che riuscimmo ad evitare a caro prezzo interno solo utilizzando una nostra candidatura Socialista alle regionali del Lazio , ed azzeccando le previsioni politiche sulla sconfitta di Bersani . Le “Case per la Sinistra Unita’” costituiscono in questo senso un momento di aggregazione dalla base , aperta ed unitaria , tra i compagni appartenenti a diverse componenti politiche della sinistra che si riconoscono in questo disegno di fondo, che si pone l’obiettivo di costruire un tessuto nuovo di rapporti politici ed organizzativi su cui innestare il futuro processo costituente nazionale , anticipandone dal basso il lavoro di elaborazione politica e di costruzione organizzativa diffusa sul territorio. Tutto questo mentre nel PSI , di fatto ormai morto come soggetto politico reale , ci sara’ poco da fare in questi prossimi tre anni , in cui Nencini ,come fatto gia’ in passato, simulera’ una ripresa di autonomia fasulla , che cancellera’ alle prossime politiche tornando nelle liste PD ( ora divenuto PSE ) , se non addirittura fin dalle prossime regionali laddove il Partito e’ troppo debole per fare la lista da solo. Purtroppo per noi oggi un margine per ricostruire un quadro come quello del congresso di Venezia ,migliorando le nostre posizioni interne nel Partito , non c’e piu’ , perche’ l’adesione al PSE di Renzi , ed il suo successivo successo elettorale ,consolidano la posizione di Nencini , in un partito retto da amministratori , politici professionisti , molto furbi nella tutela del loro staus , nel quale la passione vera per l’autonomia e l’identita’ socialista e’ solo un giocattolino buono per i pochi militanti in buona fede rimasti , che si fanno gabbare da Nencini ad ogni suo alito minuscolo di iniziativa politica. Inoltre il vecchio e radicato sub strato culturale dell’anticomunismo Craxiano permane duro a morire bloccando ogni nostro tentativo di forzare sulla costituente a sinistra , per cui l’unico nostro attacco che potrebbe trovare consensi puo’ avvenire solo su una posizione rigorosamente identitaria , come avvenuto all’ultimo CN , che in ogni caso non e’ la nostra , e che comunque ci porterebbe fuori dal nostro progetto di fondo . La linea della autonomia Socialista infatti , ancor piu’ alla luce della vittoria elettorale di Renzi , finirebbe alla prova dei fatti per riportare il Partito , per stato di necessita’ , come gia’ avvenuto alle politiche ed alle primarie del 2012/ 2013 con la non presentazione di un socialista , ad un nuovo ingresso nelle liste del PD alle prossime elezioni politiche. Tra l’altro in Direzione tutti i compagni tradizionalmente sostenitori di posizionifortemente identitarie si sono astenuti proprio perche’ non hanno ragioni frontali di opposizione al rapporto con il PD, ritenendo la sua adesione finale al PSE un passo determinante sul terreno di una appartenenza che ritengono condizione prima per qualsiasi atto politico . Questo e’ il quadro esistente, e questo spiega la mia personale volonta’ smettere di inseguire Nencini in una marcatura defatigante sul suo terreno ,che qualche denigratore, per ritagliare scientificamente per se ‘ , o per la sua organizzazione , uno spazio sulla nostra pelle, scambia in modo interessato per cedimento nella contrapposizione interna alla linea della segreteria Nencini , figuriamoci poi di fronte ad una proposta come quella di estendere il patto federativo con il PD alle realta’ territoriali , che riproduce su tutta Italia l’esempio autodistruttivo delle regionali Piemontesi e del risultato debolissimo dei 4 socialisti nella lista del PD alle europee. Pur di fronte alla confusione del quadro di riferimento nel quale siamo costretti ad agire restiamo ,comunque ,sempre piu’ convinti di due cose : 1) Che Lo schema dei riferimenti politici europei non puo’ essere risolto per i Socialisti nella dialettica PSE -PPE , a maggior ragione dopo il voto di Francia Italia e Grecia , ed il compito della Sinistra Socialista deve essere quello di costruire con tutta la Sinistra Socialista Europea, ormai parimente appartenente ad entrambi gli schieramenti esistenti , PSE e GUE , un tessuto unitario attorno ad una comune progetto di riforma degli assetti economici ed istituzionali dell’Unione . 2) Che solo da una ridefinizione del rapporto tra Comunisti e Socialisti , che porti ad una loro nuova comune soggettivita’ politica sulla base di un ripensamento critico delle loro rispettive esperienze , puo’ rinascere la sinistra nel nostro paese , ne’ piu’ ne’ meno come gia’ avvenuto in Francia , Grecia , e Germania, sulla base di una acquisizione chiara della consapevolezza che solo un impostazione fondata sull’impianto politico e teorico del Socialismo di Sinistra , italiano ed europeo , puo’ consentire la ricostruzione di una nuova forza politica a sinistra del PD sufficentemente rappresentativa e credibile . Per questo riteniamo che le ” Case per la Sinistra unita ” possano essere un primo progetto concreto , e realizzabile nell’immediato , per lavorare a questo grande disegno di rinascita della Sinistra , in Italia ed in Europa , ed alla luce delle difficolta’ esistenti siano , di fatto , l’unico tentativo serio di far vivere un progetto del genere attraverso un rapporto unitario , diretto e nuovo, tra diverse componenti di provenienza Socialista e Comunista.
Franco Bartolomei
PD, il primato dell’economia sulla politica, di G. N. Marras
Nello spazio politico che dovrebbe essere occupato dalla sinistra, la candidatura di Tsipras rappresenta un importante segnale per uno specifico motivo: conferire centralità e importanza ad un paese come la Grecia, regione periferica dell’eurozona e vittima sacrificale delle politiche di austerity decise sull’asse Bruxelles-Berlino. Tutti sappiamo che la crescita esponenziale dell’intelaiatura burocratico-amministrativa degli organi di governo dell’Europa non si è tradotta in una crescita della coesione sociale dell’Europa, (o nel concetto filosofico-politico dell’Europa dei popoli) bensì in politiche di rigore fiscale e austerity. Bisogna invertire questa tendenza e i paesi del Mediterraneo sono chiamati per raccogliere questa sfida. L’Altra Europa con Tsipras si presenta quindi come foriera di opportunità, il movimento che si sta costituendo in queste settimane potrebbe innescare quella scintilla necessaria per avviare una discussione necessaria in Italia: offrendo la storica occasione di elaborare un nuovo soggetto politico a sinistra, aperto e plurale. Una forza rappresentativa in grado di condannare le conseguenze sociali di un capitalismo finanziario predatorio, talvolta, perpetuato nella sua forma edulcorata del liberismo di sinistra. Forze politiche come il PD hanno perpetuato, e tuttora continuano a confermare, un modus operandi attendista in materia di gestione e programmazione della linea politico-economica abbracciando totalmente dettami conformi alla dottrina liberista laissez-faire. La proposta politico economica di un partito che si dice di sinistra deve andare in direzione di un monitoraggio delle attività dei mercati al fine di favorire un direzionamento delle risorse finanziarie verso attività realmente produttive piuttosto che verso quelle speculative. Difesa del Welfare e valorizzazione il capitale umano per la creazione di vero lavoro, le regole d’azione per un partito che si proclama “di sinistra”. Partiti come il PD hanno invece favorito una progressiva infiltrazione di oligarchie finanziarie all’interno dei loro organi di potere, una scelta che rischia di innescare un processo distruttivo per lo stato sociale e i diritti dei cittadini europei svantaggiati che vivono nella periferia dell’eurozona. La disoccupazione di massa, l’incremento statistico dei rapporti di lavoro precari e degli junk jobs, riduzione forzata dei salari (si veda il caso Electrolux), distruzione di migliaia di posti di vero lavoro, sono fenomeni accentuati dalle politiche di austerity e fanno ricadere sulle famiglie il peso della recessione economica. Nel frattempo ad essere in pericolo è la stessa democrazia, in tutta Europa si riaccendono pericolosi focolai populisti e xenofobi, l’euroscetticismo (sia di destra che di sinistra) impazza dalla Bretagna fino all’Attica. È necessario rivedere i trattati europei come il fiscal compact, il patto di stabilità, e il piano europeo per il lavoro, riformare il sistema bancario, (separando definitivamente le banche di risparmio e credito dalle banche speculative d’investimento) , favorire un “New Deal” che garantisca un forte intervento pubblico nell’economia. Permane in numerose orientamenti politici del centrosinistra italiano, l’illusoria convinzione dell’attuabilità di un progetto riformista della politica che trascuri totalmente l’analisi sugli aspetti finanziari e lobbistici che muovono la stessa politica nel mondo globale. L’attuale crisi è la conseguenza di sconsiderate scelte dei governi sul piano finanziario globale. Le scelte del PD dimostrano come il partito confidi in una sorta di autoregolazione del mercato economico, demandando il ruolo di monitoraggio del mercato al potere finanzcapitalistico personificato dalla finanza globale. Nulla di più assurdo, un mercato autoregolato è mera utopia. In questo senso giungono straordinarie analisi e considerazioni elaborate con magistrale lucidità da autori classici come Marx, Polanyi, Keynes, Schumpeter, Federico Caffè, Hyman Minsky, e più recentemente anche da autori “liberals” come Krugman e Stiglitz. L’egemonia neoliberista corre (anche e soprattutto) sul filo dell’informazione: idee liberiste ammantano le narrazioni dei media generalisti e col tempo hanno imposto un nuovo registro di valori dominanti per la sinistra, cementando nella coscienza dei cittadini che si dicono orientati a sinistra, teorie che promuovono le privatizzazioni come lecite e giuste. L’appiattimento dell’orizzonte critico e analitico della sinistra europea non consente di affrontare con autorevolezza e serietà il complesso fenomeno della globalizzazione economica e culturale in corso: la delocalizzazione della produzione (transplant), la finanziarizzazione dei sistemi industriali, sono evidenti segnali di un ridimensionamento dell’economia reale oggi ridottasi a giochi borsistici gestiti da holding transazionali. La distruzione creatrice del capitalismo magistralmente descritta da Schumpeter. Tornando alla politica, all’interno dello scenario italiano, numerosi militanti del centro-sinistra perpetuano l’illusoria e utopica convinzione che un PSE condizionato dall’interno possa essere un autorevole propugnatore di valide soluzioni per la crisi e le problematiche strutturali dei paesi euromediterranei. La lista Tsipras si pone in rottura totale con questi orientamenti liberisti che hanno preso piede nella sinistra politica. I detrattori del progetto consci della potenziale erosione del consenso dei partiti a cui sono legati fanno piovere le prime critiche. La maggior parte delle critiche mosse da sinistra giungono da tutti gli individui protagonisti della oramai solida tradizione della sinistra frazionista italiana. Questi non si stancano di contestare il progetto, e, comodamente imbracciati alla loro tastiera, scrivono articoli al vetriolo, dove la lista Tsipras viene sempre dipinta con giudizi complessivi apocalittici e negativi. L’artificio retorico e dialettico è il miglior strumento per mascherare il rancore per l’assenza “iconoclastica” di un simbolo di riferimento, gelosie pregresse, pregiudizi diffusi e revanchismi correntizi di partiti in via di dissoluzione ora divenuti fortemente ridimensionati in termini di consenso elettorale. Da destra i liberisti di sinistra distribuiti tra varie forze politiche, gettano facilmente discredito evidenziando –le peraltro lecite- riserve sul ruolo degli intellettuali nella costituzione della lista, altri ancora forti dell’egemonia neo-liberista dei media, hanno prontamente bollato il progetto “L’altra Europa con Tsipras” affiancando nelle narrazioni giornalistiche che lo riguardano, aggettivi come “comunisti”, “radicale” al fine di affibbiare un’etichetta estremistica per delegittimare agli occhi dell’opinione pubblica europea la valenza della proposta. In questo orientamento culturale rientrano a pieno titolo anche sia i fassiniani e i civatiani che, nonostante la loro debacle politica all’interno del PD, si sono sentiti chiamati in causa (chissà perché) e hanno seguito gli sviluppi del processo di costruzione della lista Tsipras, volgendo timidissimi encomi per il progetto. Interessante oggetto di discussione è l’indiscutibile movimento d’opinione messo in moto all’interno del PD dal “disobbediente democratico” Civati. Il suo operato politico non è da considerarsi come insignificante: la passione politica e la compilazione tematica messa in moto dal suo movimento d’opinione, risulta essere uno dei principali indicatori di un desiderio politico, quello di immaginare una realtà alternativa all’attuale panorama politico e culturale del PD. Impossibile sminuire il lavoro e la passione politica che ha animato la chimerica illusione civatiana di un PD di sinistra. La gratuità e la spontaneità di tanti (non troppi) militanti che animano la base di quel partito, non serve però a garantire un’alternativa praticabile, nonostante tanti di loro continuino a dedicarsi all’attività politica nelle sedi e nei circoli con passione e speranza. È la buona faccia del partito, quella delle timide buone pratiche. Ottimi propositi che certo non bastano per invertire la tendenza dominante che anima il PD, quella forma mentis affaristico-lobbistica che ha contaminato anche parte consistente della base, un agire sociale strumentale mosso dalla convenienza immediata estranea alla logica della gratuità delle idee. Ergo il problema nel caso di Civati è la prassi, la strategia pragmatica per la realizzazione politica delle proposte avanzate. I civatiani si configurano quindi come incapaci di guardare a sinistra, forse intimoriti dall’idea di superare un qualche tipo di invisibile limes dell’ortodossia socialista. Chissà. Allora mi rivolgo anche ai civatiani ricordando loro che è dalla società civile che dovrebbe emergere la politica. Con questo intendo dire che un politico di sinistra che desidera maturare una profonda conoscenza riguardo la composizione sociale del suo potenziale elettorato, o quello cui sostiene di volersi rivolgere, deve necessariamente avvicinarsi alle esigenze e ai bisogni di quei gruppi sociali esclusi dalla rappresentanza. Un progressivo processo di “insalottimento” (più che imborghesimento) ha allontanato quel partito dal paese reale. Quindi è dal magma sociale che dovrebbe emergere la politica, l’alternativa dovrebbe crearla lo stesso Civati se solo avesse il coraggio di maturare una scelta: mettere al servizio di tutte le persone della sinistra cui desidera rivolgersi, i contributi e le analisi elaborate nei suoi mesi di lavoro, maturare un progressivo dialogo con le realtà escluse dalla rappresentanza politica di sinistra (e sono tante) occupando finalmente uno spazio a sinistra in grado di coagulare sempre nuovi consensi e perché no partecipando attivamente alla costruzione della lista Tsipras. Tanti sono i cittadini che rimasti delusi dalla politica hanno rimpinguato le percentuali elettorali del M5S, perché esausti dalla oramai innegabile prassi affaristico-clientelare che avvolge parte consistente del PD. Altri continuano a vedere nell’astensionismo l’unica soluzione, altri ancora ripiegano sul tradizionale voto di scambio poiché proletarizzati dalla crisi economica. Se Civati e i suoi avranno il coraggio e l’intenzione di rivolgersi a questi gruppi sociali, piuttosto che al salotto di Montecitorio, avranno la possibilità di mostrare ai potenziali elettori se la loro è una “disobbedienza democratica” è fine a se stessa o è una convinzione ideologica indirizzata verso il desiderio di un’altra politica. Personalmente non credo che il personaggio Civati abbia il coraggio di mettere al servizio della comunità della sinistra extrapolitica i contributi sopra descritti, però non si può richiedere uno sforzo più alto: sganciarsi dal PD per lui e i suoi seguaci significherebbe abbandonare quella visione incantata, quella granitica illusione della scelta del percorso più comodo quando ci si trova davanti ad un bivio. Egli in quanto esponente del PD, è orientato verso un’idea di partito a vocazione maggioritaria, difficile che possa scegliere di mettere a disposizione il suo lavoro, le competenze e il consenso raccolto in questi anni da lui e dal suo staff a vantaggio di un partito minoritario (elettoralmente parlando) come SEL che per giunta ha scelto di avviare un processo costituente interessante per la lista Tsipras, quindi il dialogo e il confronto con altre realtà sociali della sinistra. Amici civatiani del PD abbiate il coraggio di ammetterlo: la poltrona è comoda e ci vuole un coraggio da leoni per abbandonarla a vantaggio di un cantiere incognita a sinistra del PD. L’errore storico dei partiti tradizionali è quello di essersi rinchiusi in una metodologia di valutazione complessiva degli individui calibrata solo esclusivamente sull’appartenenza politica e sulla loro capacità di “muovere voti”. Certo siamo in democrazia rappresentativa e i voti sono quello che conta, ma bisogna avere la lucidità di realizzare che viviamo in una società del lavoro in cui numerose persone operano e lavorano nell’associazionismo, nei movimenti e nelle battaglie civili, nella maggior parte dei casi le persone che si dedicano a queste battaglie acquisiscono competenze trasversali (organizzazione, gestione, amministrazione) ben più edificanti e costruttive della maggior parte delle pratiche politiche tradizionali. Non è proficuo ignorare completamente che il processo in atto di disaffezione e allontanamento dalla politica ridimensiona fortemente a livello elettorale ogni finalità diretta al cambiamento e alla gestione e valorizzazione dei nuovi fermenti sociali. Rinnovo ai critici e ai detrattori naif della sinistra extraparlamentare il suggerimento di non essere troppo “choosy” (usando una celebre espressione in voga nei tempi dei governi commissariati dalla BCE) perché le opportunità di ricostruzione della sinistra prima o poi cesseranno definitivamente. Non vorrei che proprio gli attuali detrattori della lista cadano dalle nuvole, come accadde in occasione delle politiche nazionali italiane del febbraio del 2013, quando il M5S sbancò alle urne. Ricordo quindi che il M5S sarà presente alle europee, non stupitevi se il populismo e la demagogia diverranno di casa nel parlamento europeo (o forse lo sono già vista la presenza di deputati leghisti?). L’importante è che questo promemoria arrivi alla sinistra radical-naif. Affinché la sinistra italiana non rimanga la sinistra del “qualcun altro avrebbe dovuto”. Dipende tutto da noi, anche questa volta.
Gian Nicola Marras
giornalista dell’edizione sarda de “Il manifesto”
Articolo pubblicato il 16 marzo 2014 dal sito: http://www.manifestosardo.org/pd-il-primato-delleconomia-sulla-politica/
Comitato promotore referendum “Stop all’austerità” NOTA SUI REFERENDUM PROPOSTI SULLA LEGGE 243/2012
1. Premessa
L’Italia, sia per il tramite dell’Unione europea che mediante il Fiscal Compact (vale a dire il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’unione economica e monetaria), ha assunto alcuni obblighi che incidono sulle procedure e sui contenuti delle decisioni di finanza pubblica che per Costituzione spettano invece agli organi di indirizzo politico della collettività: Governo e Parlamento.
In particolare va ricordato che, procedendosi a una rigorosa applicazione di un obbligo di carattere “promozionale” assunto con il Fiscal compact, la Costituzione è stata modificata nel 2012 mediante l’approvazione della legge costituzionale n. 1 del 2012, recante la “introduzione del principio di pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”. Per dare attuazione al nuovo principio costituzionale è stata dunque approvata la legge n. 243 del 2012, che è oggetto dei quattro referendum abrogativi che il Comitato Promotore (vedi nomi in calce) ha presentato oggi depositandoli in Cassazione per la raccolta delle firme.
L’obiettivo che il Comitato Promotore intende perseguire è quello di abrogare alcune disposizioni della legge n. 243 del 2012, che consentono un’applicazione del principio costituzionale di equilibrio di bilancio attraverso modalità e condizioni eccessivamente rigorose, oltre quanto previsto nel Fiscal Compact stesso, che renderanno necessarie politiche di austerità eccessive, solo dannose per il Paese, e in particolare per lo sviluppo, il lavoro e la stessa stabilità dei conti pubblici.
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Ecco le conseguenze dell’ottusa austerità, dal 2007 al 2013:
Aumento del tasso di disoccupazione da a 6.1% al 12.7%
Aumento del tasso di disoccupazione giovanile (15-24) da 20,3% a 43,3%%
Diminuzione dell’occupazione da 23.222.000 a 22.408.000 unità
Diminuzione del PIL reale di: 8.5%
Aumento del debito-PIL da 103.3% a 132.7%
Aumento del deficit-PIL 1.6% a 2.8%
Imprese cessate: 2880601
Un progetto così importante come quello europeo, rafforzato da una moneta comune che spinge al dialogo tra stati membri e che ci fa trovare uniti al tavolo geopolitico delle negoziazioni mondiali, è messo in crisi da politiche ottusamente austere che, come già ampiamente dimostrato dai numeri, non solo non rimettono in ordine le finanze pubbliche dei Paesi membri, ma impediscono di generare un clima favorevole alle necessarie riforme e creano scoramento, scetticismo e disillusione – specie tra i più giovani – sul senso di un progetto in comune.
E’ quanto mai urgente in Europa ripristinare la possibilità di politiche economiche favorevoli alla ripresa degli investimenti, pubblici e privati, e della domanda interna all’area dell’euro.
2. Obiettivo generale delle richieste referendarie
L’obiettivo complessivo dei quesiti è modificare la legge n. 243 del 2012, abrogando quelle disposizioni che impongono ovvero consentono un’applicazione del principio costituzionale di equilibrio di bilancio secondo modalità e condizioni eccessivamente rigorose, addirittura oltre quanto è previsto nel Trattato cd. “Fiscal Compact”. Si tratta di norme che comportano politiche di austerità dannose per il Paese, e in particolare per lo sviluppo, il lavoro e la stessa stabilità dei conti pubblici.
In definitiva, l’obiettivo complessivo dei quesiti è modificare in più punti la legge n. 243 del 2012, abrogando quelle parti che prescrivono un’applicazione nazionale esasperata e pertanto ingiusta degli obblighi di bilancio assunti in sede europea.
Sinteticamente, si invitano i votanti a esprimere sulle scheda referendarie il loro “SI” ad una corretta applicazione dei vincoli europei sul bilancio, in breve a dire “SI alla fine dell’ottusa austerità, sì all’Europa del lavoro e dello sviluppo”.
3. I singoli quesiti.
– Quesito n. 1
Il primo quesito riguarda l’art. 3, in quelle parti in cui sia nel comma 3, che nel comma 5, lett. a, si è specificato che si considera rispettato il principio costituzionale di equilibrio dei bilanci quando in sede di programmazione finanziaria e di bilancio si assicura “almeno” il conseguimento dell’obiettivo a medio termine (OMT) (ovvero il rispetto del percorso di avvicinamento all’OMT), così come quando, in sede di verifica effettuata nel primo dell’esercizio successivo a quello di riferimento, sia accertato che, in una delle due alternative previste, il saldo strutturale risulti “almeno pari” all’OMT.
Con questi due “almeno” si prescrive che il principio costituzionale di equilibrio dei bilanci si intende rispettato non solo quando si persegue una politica di bilancio rispettosa dei vincoli assunti in sede europea, ma anche quando, sia nella programmazione finanziaria che nella valutazione delle politiche di bilancio in base ai dati di consuntivo, si intenda riferirsi a obiettivi di bilancio – cioè, più esattamente, ad un saldo strutturale di bilancio – ancora più impegnativo rispetto al conseguimento dell’obiettivo a medio termine come stabilito in sede europea.
In particolare, nell’art. 3, comma 3, si prescrive quanto segue:
“3. I documenti di programmazione finanziaria e di bilancio stabiliscono, per ciascuna annualita’ del periodo di programmazione, obiettivi del saldo del conto consolidato, articolati per sottosettori, tali da assicurare almeno il conseguimento dell’obiettivo di medio termine ovvero il rispetto del percorso di avvicinamento a tale obiettivo nei casi previsti dagli articoli 6 e 8. Nei medesimi documenti sono indicate le misure da adottare per conseguire gli obiettivi del saldo del conto consolidato.” (grassetto e sottolineato nostri)
Nel comma 5 si prescrive quanto segue:
“5. L’equilibrio dei bilanci si considera conseguito quando il saldo strutturale, calcolato nel primo semestre dell’esercizio successivo a quello al quale si riferisce, soddisfa almeno una delle seguenti condizioni:
a) risulta almeno pari all’obiettivo di medio termine ovvero evidenzia uno scostamento dal medesimo obiettivo inferiore a quello indicato dall’articolo 8, comma 1;
b) assicura il rispetto del percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine nei casi previsti dagli articoli 6 e 8 ovvero evidenzia uno scostamento dal medesimo percorso inferiore a quello indicato dall’articolo 8, comma 1.” (grassetto e sottolineato nostri)
L’abrogazione di entrambi gli “almeno” dai due articoli produce quindi la conseguenza che, nell’applicazione del principio costituzionale di equilibrio dei bilanci, quest’ultimo si consideri rispettato nel corso dell’approvazione delle decisioni nazionali di bilancio e nel corso della successiva valutazione in base ai dati di consuntivo allorché ci si riferisca all’obiettivo a medio termine come definito in conformità agli impegni assunti in sede europea, senza quindi poter aggravare gli obiettivi di bilancio così imposti.
In sostanza, questo quesito – relativo ai due predetti “almeno” – tende a eliminare quelle disposizioni che, agendo nel medesimo senso, consentono che nella definizione delle politiche di bilancio si assumano obiettivi più stringenti di quelli provenienti dall’Europa.
– Quesito n. 2:
Il secondo quesito riguarda l’art. 3, comma 2, relativamente alla rigida identificazione del principio costituzionale sull’equilibrio dei bilanci con l’obiettivo a medio termine stabilito in sede europea.
L’art. 3, comma 2, prescrive quanto segue:
“2. L’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo a medio termine.”
Tale regola impone l’esatta ed assoluta coincidenza tra il canone costituzionale relativo all’equilibrio di bilancio e l’obiettivo a medio termine (OMT) stabilito in sede europea. Tale identificazione non è imposta dalla Costituzione che, ben diversamente, prevede che le pubbliche amministrazioni assicurano l’equilibrio dei bilanci “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”. Inoltre, tale identificazione non è prevista in termini così stringenti ed automatici dal Fiscal compact, il quale, infatti, prevede l’impegno delle parti contraenti di assicurare la “rapida convergenza” verso il rispettivo OMT, e tenendo conto dei “rischi specifici del paese sul piano della sostenibilità”, così come del fatto che i “progressi verso l’obiettivo di medio termine e il rispetto di tale obiettivo sono valutati globalmente”. Tutti questi aspetti di applicazione progressiva, flessibile e per l’appunto “equilibrata” dell’obiettivo a medio termine non sono considerati dall’art. 3, comma 2, della legge n. 243 del 2012, che stabilisce invece un principio di meccanica ed assoluta coincidenza tra il principio costituzionale di equilibrio del bilancio (che, va sottolineato, non coincide con il “pareggio”), e il saldo strutturale di bilancio stabilito in sede europea quale obiettivo a medio termine.
– Quesito n. 3.
Il terzo quesito concerne l’art. 4, comma 4, in relazione alle finalità per le quali la legge consente il ricorso all’indebitamento.
L’art. 4, comma 4, prescrive quanto segue:
“4. Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 6, comma 6, non è consentito il ricorso all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie”.
Questa disposizione consente dunque di ricorrere all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie soltanto per fronteggiare gli eventi straordinari di cui al comma 2, lett. b dell’art. 6 (“eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria del Paese”), ma non qualora si intenda procedere a tali operazioni per altre ragioni di politica economica.
Tale limite alle condizioni di ricorso all’indebitamento non risulta dalla Costituzione, né scaturisce dagli impegni assunti in sede europea né con vigenti trattati internazionali (ad esempio, con lo stesso Fiscal Compact).
Si tratta di una limitazione degli strumenti di azione pubblica in materia di politica economica, che non solo non trova copertura alcuna nella Costituzione, ma si pone anche in contraddizione con il dettato costituzionale. La Costituzione, infatti, consente l’indebitamento non soltanto se si verificano eventi eccezionali, ma anche “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico” (cfr. art. 81, comma 2, Cost.). Rispetto a tale ben più ampio campo di interventi di politica economica, dunque, l’indebitamento anche mediante operazioni relative alle partite finanziarie è costituzionalmente consentito.
– Quesito n. 4
Il quarto quesito riguarda l’art. 8, comma 1, in relazione al meccanismo di correzione degli scostamenti.
L’art. 8, comma 1, prescrive quanto segue:
“1. Il Governo, nei documenti di programmazione finanziaria e di bilancio, in base ai dati di consuntivo, verifica se, rispetto all’obiettivo programmatico, si registri uno scostamento negativo del saldo strutturale, con riferimento al risultato dell’esercizio precedente ovvero, in termini cumulati, ai risultati dei due esercizi precedenti, pari o superiore allo scostamento considerato significativo dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli accordi internazionali in materia, ad esclusione degli scostamenti autorizzati ai sensi dell’articolo 6. Il Governo, qualora stimi che tale scostamento si rifletta sui risultati previsti per gli anni compresi nel periodo di programmazione, ne evidenzia l’entità e le cause e indica contestualmente misure tali da assicurare, almeno a decorrere dall’esercizio finanziario successivo a quello in cui è stato accertato lo scostamento, il conseguimento dell’obiettivo programmatico strutturale.” (grassetto e sottolineato nostri).
Nella parte in cui si fa riferimento allo scostamento considerato significativo dagli accordi internazionali in materia si va al di là di quanto previsto dagli impegni assunti in sede europea – che non rinviano ad ulteriori accordi internazionali -, e al di là di quanto risulta dal Fiscal Compact, ove non si determina in alcun modo la “significatività” degli scostamenti, così implicitamente rinviando alla normativa di diritto europeo (v. art. 3, comma 1, lett. e), ma tale “significatività” è richiamata soltanto come il presupposto per l’attivazione automatica del meccanismo di correzione.
Con l’abrogazione di tale parte della disposizione si delimita l’attivazione del meccanismo automatico di correzione al solo verificarsi dei presupposti come definiti dall’ordinamento dell’Unione europea, così evitando anche un’interpretazione potenzialmente estensiva della vincolatività del Fiscal Compact rispetto alle decisioni nazionali di finanza pubblica connesse all’attivazione automatica del meccanismo di correzione.
Tra l’altro, il giudizio di ammissibilità di tale quesito potrebbe essere la sede per sottoporre alla Corte costituzionale una questione interpretativa di più ampio respiro relativa alla posizione del Fiscal Compact nel quadro degli obblighi assunti in sede europea e nei rapporti con i principi costituzionali, in particolare con l’art. 97, comma 1, Cost. ove si precisa che l’equilibrio dei bilanci è assicurato dalle pubbliche amministrazioni soltanto “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”, e non in relazione all’osservanza di obblighi assunti mediante trattati internazionali.
4. Il testo dei quesiti.
Quesito n. 1:
«Volete voi che siano abrogati l’art. 3, comma 3, limitatamente alla parola: “almeno”, e l’art. 3, comma 5, lettera a), limitatamente alla parola: “almeno”, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»
Quesito n. 2:
«Volete voi che sia abrogato l’art. 3, comma 2 (“L’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo a medio termine.”) della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»
Quesito n. 3:
«Volete voi che sia abrogato l’art. 8, comma 1, limitatamente alle seguenti parole: “e dagli accordi internazionali in materia”, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»
Quesito n. 4:
«Volete voi che sia abrogato l’art. 4, comma 4 (“Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 6, comma 6, non è consentito il ricorso all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie.”) della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»
5. La “normativa di risulta”
La normativa risultante dall’abrogazione conseguente all’approvazione dei quesiti proposti, è per ciascun quesito la seguente:
Quesito 1): nell’applicazione del principio costituzionale di equilibrio dei bilanci, quest’ultimo si considera rispettato anche quando è riferito al solo perseguimento dell’obiettivo stabilito in sede europea: non sarà più consentito il perseguimento di obiettivi di bilancio più gravosi di quelli definiti in sede europea.
Quesito 2): viene soppressa l’automatica e rigida identificazione del principio costituzionale di equilibrio dei bilancio con l’obiettivo stabilito in sede europea.
Quesito 3): si elimina il vincolo che impone di ricorrere all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie soltanto quando ricorrono gli eventi straordinari definiti dalla legge.
Quesito 4): l’attivazione automatica del cd. “meccanismo di correzione” rispetto ad eventuali scostamenti di bilancio, avverrà soltanto quando previsto dall’Unione europea e non anche quando ciò è previsto da trattati internazionali.
6. Denominazioni dei quesiti
Le cd. denominazioni dei quesiti – che, al fine di rendere più esplicito l’oggetto della consultazione, appariranno sulle schede insieme ai quesiti stessi (ai sensi dell’art. 32, ultimo comma, legge n. 352/1970) – saranno poi definite dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione, sentito il Comitato promotore.
In via del tutto preliminare, si possono ipotizzare le seguenti denominazioni, utilizzabili, ad esempio, anche durante la campagna referendaria:
Quesito n. 1:
Abrogare le norme che consentono di stabilire obiettivi di bilancio più gravosi di quelli definiti dall’Unione europea.
Quesito n. 2:
Abrogare la norma che limita ai soli casi straordinari previsti dalla legge il ricorso all’indebitamento pubblico per operazioni finanziarie.
Quesito n. 3:
Abrogare la norma che impone manovre correttive di bilancio anche quando imposto da trattati internazionali.
Quesito n. 4:
Abrogare la norma che identifica rigidamente e tassativamente il principio costituzionale di equilibrio dei bilanci pubblici con un obiettivo di bilancio stabilito in sede europea.
IL COMITATO PROMOTORE
1) Mario Baldassarri, professore universitario di economia politica
2) Danilo Barbi, CGIL nazionale
3) Leonardo Becchetti, professore universitario di economia politica
4) Mario Bertolissi, professore universitario di diritto costituzionale
5) Melania Boni, dirigente pubblico
6) Flaviano Bruno, consulente
7) Rosella Castellano, professore universitario di finanza matematica
8) Massimo D’Antoni, professore universitario di scienza delle finanze
9) Paolo De Ioanna, consigliere di Stato
10) Antonio Pedone, professore universitario di scienza delle finanze
11) Laura Pennacchi, responsabile Forum Economia CGIL
12) Nicola Piepoli, presidente Istituto Piepoli
13) Gustavo Piga, professore universitario di economia politica
14) Riccardo Realfonzo, professore universitario di economia politica
15) Giulio Salerno, professore universitario di diritto pubblico
16) Cesare Salvi, professore universitario di diritto civile.
Email del Comitato: referendumstopausterita@gmail.com
Stop austerità! Partita la raccolta firme per il Referendum contro il Fiscal Compact, di M. Luciani
Come è noto il Referendum Abrogativo sull’autorizzazione dei trattati internazionali in Italia, diversamente che in altri paesi europei, è incostituzionale.
Al solo fine di garantire il rigido rispetto del Fiscal Compact, però, in Italia è stata modificata la Carta Costituzionale e tale modifica secondo la Corte di Cassazione può essere sottoposta a Referendum Popolare. Sarà la Corte Costituzionale a pronunciarsi in via definitiva quando verranno consegnate almeno 500.000 firme valide.
Con la legge 243 del 2012 la maggioranza delle larghissime intese del governo Monti introdusse per deliberata scelta, non essendo in alcun modo obbligata, un vincolo di subalternità del nostro paese alle volontà della Commissione Europea e della BCE.
Il provvedimento fu approvato con maggioranza superiore ai due terzi del Parlamento e, perciò, non fu necessario il Referendum Confermativo.
La nuova norma, modificando l’articolo 81 della Costituzione italiana, stabilisce l’obbligo del pareggio di bilancio rendendo, nei fatti, incostituzionale la dottrina keynesiana del finanziamento in deficit (il “deficit spending”).
In forza di tale nuova norma i cittadini non hanno più facoltà di dare mandato ai loro rappresentanti di decidere una politica economica diversa da quella neo-liberista.
Gli effetti del neo-liberismo nella crisi economica e finanziaria sono sotto gli occhi di tutti: dal 2007 al 2013 le misure di austerità introdotte nel nostro paese hanno raddoppiato il tasso di disoccupazione, non solo riducendo il numero totale degli occupati, ma impedendo anche agli anziani di andare in pensione per far posto ai giovani; hanno ridotto il PIL reale del 9% e hanno aumentato il peso del debito sul PIL dal 103,3% al 132,7%. Un ulteriore stock di debito di 70-80 miliardi è in arrivo e deriva dal ritardo dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni verso terzi. E per fortuna che lo spread è diminuito…
Il quadro appena descritto smentisce in modo categorico le teorie secondo le quali per ridurre il debito bisogna ridurre la spesa perché invece, così facendo, si innesca una spirale recessiva senza fine che, nel tempo, aggrava sempre di più il debito sovrano invece di ridurlo.
Sulla strada della continuità con questa politica neo-liberista si sta muovendo il governo Renzi che ha confermato nel Documento Economico e Finanziario (DEF) gli impegni del patto di bilancio europeo (Fiscal Compact), salvo poi promettere una flessibilità sugli impegni immediati che, oltre a dover essere compatibile con l’articolo 81 della Costituzione modificato, in un quadro siffatto, rinvia i problemi a tempi successivi, ma, rinviandoli in questa prospettiva, inevitabilmente li aggrava.
Sarà compito dei candidati della Lista Tsipras e del GUE prendere le iniziative atte a cambiare gli accordi vigenti nell’Unione Europea che stringono il cappio al collo delle economie più deboli: dal Fiscal Compact al Fondo Salva Stati ai regolamenti six pack e two pack che mettono sotto tutela gli stati membri in quanto prima di varare la legge di bilancio devono farsi approvare il progetto di bilancio. “Avete fatto i compiti?” non è una battuta!
Intanto però occorre sviluppare nel nostro paese, qui ed ora, la mobilitazione politica e sociale per raggiungere l’obiettivo ancorché parziale di rendere di nuovo possibile, almeno di diritto se non di fatto, l’investimento pubblico senza il quale non ci sono né sostegno alla domanda interna, né programmazione economica.
Con i 4 quesiti del Referendum abrogativo della legge 243 i cittadini possono cancellare le limitazioni introdotte in senso restrittivo e rendere possibili sostanziali cambiamenti di segno della politica economica e sociale del nostro paese.
La mobilitazione referendaria deve perciò concentrare al massimo le forze di un vasto campo di soggettività politiche e sociali che comprenda almeno tutte le organizzazioni e gli organismi che hanno animato l’esperienza della Lista Tsipras, settori del PD, la CGIL, la sinistra sociale e diffusa, sapendo che superare il mezzo milione di firme e raggiungere la soglia di sicurezza entro settembre, dovendo attraversare agosto, è un obiettivo ambizioso, raggiungibile solo a condizione di uno straordinario impegno pratico la cui responsabilità ognuno deve assumere su se stesso.
Le Case per la Sinistra Unita a Roma sono a disposizione per partecipare alla raccolta delle firme e all’organizzazione dei tavoli.
CONTATTATECI!
Massimo Luciani
8 Luglio a Roma Assemblea cittadina della Scuola
Assemblea cittadina della scuola
contro il terribile piano del governo – mobilitiamoci in fretta!
Di fronte all’ennesimo e terribile attacco alla scuola pubblica e ai lavoratori della scuola che sta preparando il governo e che, secondo le anticipazioni, comporterà:
– la liberalizzazione e la flessibilità dell’orario di lavoro (fino a 36 ore);
– la gerarchizzazione del corpo docente e maggiori poteri al Dirigente scolastico (deputato a premiare gli insegnanti “più meritevoli”);
– l’eliminazione delle graduatorie d’istituto (ciò comporterà il licenziamento di 130.000 precari della scuola);
– Il taglio di un anno di scuola e la revisione dei cicli.
Organizziamoci e discutiamo insieme quanto prima per esprimere nettamente il nostro dissenso attraverso una grande mobilitazione
Martedì 8 Luglio ore 17,00
Assemblea cittadina della scuola
presso “Il cielo sopra l’Esquilino”, via galilei 57 (metro A Manzoni)
Partecipate numerosi e diffondete!
Coordinamento Scuole Roma
Un salto di qualità per la Sinistra Unita, di C. Grassi
Relazione assemblea nazionale Essere Comunisti ed emendatari
Il nostro incontro di oggi e domani è molto importante poiché si tiene in un momento particolarmente difficile per tutte le forze politiche che si collocano a sinistra del Pd. Allo stesso tempo la lista che ha visto queste forze unite presentarsi alle elezioni europee ha ottenuto un risultato positivo, superando, per la prima volta dopo il 2008, lo sbarramento del 4%. Abbiamo già avuto modo di confrontarci nei mesi scorsi sull’esito dell’ultimo Congresso del Prc, svoltosi a Perugia, e sul risultato degli emendamenti presentati dalla nostra area. Non tornerò quindi ora su quella discussione. Mi limito a sottolineare che la proposta principale contenuta negli emendamenti – e cioè la costruzione di una sinistra unita che comprendesse anche SEL – proposta non condivisa dalla maggioranza del partito (basti pensare ai fischi riservati a Fratoianni al Congresso ), si è concretizzata nella Lista Tsipras.
Le elezioni del 25 maggio
Nella riunione di oggi, quindi, l’elemento nuovo del quale discutere e che deve indurci ad aprire una riflessione sul che fare è quello che ci viene proposto dal dato delle elezioni del 25 maggio.
Parlo del dato delle elezioni del 25 maggio e non delle sole elezioni europee perché – nonostante se ne sia parlato poco – vi è stato nello stesso giorno anche un importante test amministrativo ed io ritengo indispensabile, per una valutazione corretta sulla prospettiva, ragionare di entrambe le cose e, soprattutto, confrontarle.
Prima di parlare del risultato nostro e della sinistra di alternativa vorrei fare una breve riflessione sul consenso registrato delle altre forze politiche. Sottolineerei in particolare quattro elementi che ritengo significativi.
1) Lo scontro tra Pd e M5S si è risolto con un clamoroso successo di Renzi. Il segretario del Pd ha vinto poiché è riuscito a competere con Grillo sul suo terreno e contemporaneamente ad apparire più credibile. Ritengo che in questo voto al Pd (oltre il 40%, il massimo storico da sempre) vada colto anche un elemento derivato dalla grave crisi economica che il Paese sta attraversando.
Una crisi che ha messo e sta mettendo in grave difficoltà milioni di lavoratori e di famiglie e che ha gettato nell’incertezza un’intera generazione. Nel voto a Renzi ci sono paradossalmente tante di queste persone in difficoltà, che hanno pensato: “forse lui ce la può fare”, “è l’ultima speranza che abbiamo”. Un voto di affidamento. Certo, non vi è solo questo. Vi è, per esempio, anche il suo sfondamento al Centro con lo svuotamento di Scelta Civica. Il Pd ha quindi ottenuto un risultato importante ma, per le modalità con cui è stato conseguito, si caratterizza come un voto mobile e fluido che così come è velocemente arrivato, altrettanto velocemente potrebbe essere perso.
2) Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un buon risultato, oltre il 20% dei consensi, attestandosi come seconda forza politica. Ma avendo impostato la campagna elettorale con la parola d’ordine del “vinciamo noi”, è risultato perdente. Ha inoltre condotto una campagna elettorale troppo aggressiva. Molti elettori si sono spaventati e alla fine hanno scelto il Pd. Sta di fatto che oggi il M5S vive una fase di difficoltà. La scelta di allearsi con il razzista Farage in Europa ha determinato un forte disagio in quella parte di attivisti e di elettori che provengono dal mondo della sinistra. L’apertura di credito al Pd, dopo averlo dileggiato per mesi, ha evidenziato infine uno sbandamento politico.
3) Si conferma e si consolida la crisi del centrodestra e di Berlusconi. La sempre minore credibilità di Berlusconi stesso – collante indispensabile per la sua coalizione – apre scenari molto incerti.
4) Il successo della Lega Nord – per certi versi incredibile, visti gli scandali che avevano travolto quella forza politica – è sicuramente determinato dalla crisi del Centrodestra e di Berlusconi, ma è in larga parte dovuto alla svolta praticata da Salvini, abilissimo nell’abbandonare il tema della secessione per assumere quello ben più popolare della contrarietà all’euro e all’immigrazione. Proprio su questo terreno si è prodottol’avvicinamento con Marine Le Pen.
Il risultato della Lista Tsipras
Fatte queste considerazioni generali, è però il risultato della Lista Tsipras quello che ci interessa analizzare più da vicino. Sia per il dato in sé, sia per le prospettive.
Qui le riflessioni da svolgere sono molteplici:
1) il dato meramente numerico, rispetto alle precedenti elezioni europee, indica un ulteriore arretramento del complesso delle forze coinvolte: Sel e la Fds nel 2009 raccoglievano il 6,5%, la Lista Tsipras oggi si attesta sul 4%. Penso tuttavia che questo raffronto non sia così significativo poiché mette in rapporto dati troppo lontani nel tempo. Credo sia più utile, poiché il fatto ci aiuta a confrontarlo con il consenso reale del Prc e di Sel di oggi, l’accostamento con il dato amministrativo ottenuto sempre il 25 maggio.
Il paragone è molto interessante. Se prendiamo i 25 capoluoghi di provincia dove si è votato si possono rilevare varie cose: Rifondazione non elegge nessun consigliere e raccoglie un consenso che oscilla tra l’1 e l’1,5%. Sel in alcuni casi elegge, ma riduce complessivamente il numero degli eletti e registra un voto tra il 2 e il 2,5%. La Lista Tsipras, negli stessi comuni, si colloca attorno al 6%: un risultato nettamente superiore alla somma dei consensi ai due partiti.
Questa circostanza è d’altra parte confermata dallo studio dei flussi elettorali, effettuato sia dalla Swg che dall’Istituto Cattaneo. Entrambi i centri suddividono i voti della Lista Tsipras secondo questa ripartizione: 400.000 voti provenienti da Sel, 200.000 dal Prc, 200.000 da Pd, 150.000 dal M5S, 150.000 dall’astensione.
Il dato saliente che si ricava da questi numeri è che la Lista Tsipras riesce a raccogliere un voto di opinione -cosa che non era assolutamente riuscita a fare Rivoluzione Civile – consentendoci di superare lo sbarramento.
2) Il superamento della soglia del 4% ha fatto riapparire per la prima volta dal 2008 la presenza di una sinistra non perdente. Si tratta ovviamente di un fatto simbolico e psicologico, ma sarebbe un errore non coglierne l’importanza.
3) La lista raggiunge questo risultato nonostante un oscuramento pressoché totale dei grandi mezzi di comunicazione, potendo contare su scarsissimi mezzi economici e in un contesto di voto utile determinato da una sorta di gara all’ultimo voto, alimentata dai media, tra Pd e M5S. Ciò significa che ne va valutata in prospettiva la possibilità espansiva, sia verso l’elettorato del M5S per le difficoltà di cui prima si parlava, sia verso l’elettorato Pd, qualora le promesse avanzate da Renzi si dovessero dimostrare illusorie.
4) Il risultato è stato ottenuto in assenza di conflitto. L’Italia è l’unico Paese dell’Europa del Sud dove in questi anni di crisi – a parte le lotte promosse dalla FIOM, dalla sinistra sindacale e dai sindacati di base – è mancata la reazione dei sindacati e si è dovuto registrare una sostanziale assenza di conflitto. Tutti i provvedimenti, anche quelli più ferocemente antipopolari come la riforma Fornero, sono passati senza lotte significative. Da questo punto di vista le responsabilità della maggioranza della CGIL sono pesanti. Anche per questo va considerato favorevolmente il processo che si è avviato, subito dopo il congresso, di costituzione di una sinistra sindacale in CGIL.
5) Vanno poi considerati anche i molti limiti della Lista Tsipras. Limiti che vanno individuati, ma con la consapevolezza che l’obiettivo deve essere quello di migliorare le cose, non demolire quanto si è riuscito a fare. Il primo limite lo vediamo nella stessa composizione sociale dell’elettorato della Lista Tsipras. Esso è formato in larga misura da giovani e da un ceto medio acculturato. E’ positivo che ciò sia avvenuto, soprattutto che la lista sia risultata attrattiva per i più giovani, tuttavia va considerato criticamente il fatto che la proposta non sia risultata altrettanto attrattiva per il mondo del lavoro. Da questo punto di vista si può e si deve migliorare. Così come non ha aiutato a conseguire un buon risultato la modalità con cui è stato deciso il simbolo e la scelta non discussa di eliminare da esso un riferimento alla Sinistra. Ancora, l’esclusione dalle liste del Pdci è stata un errore privo di alcuna giustificazione. Infine la scelta di Barbara Spinelli di non mantenere l’impegno assunto in campagna elettorale di dimettersi (una scelta che peraltro era apparsa subito alquanto discutibile) e il modo con cui questa scelta è avvenuta (non discussa in nessun luogo) ha contribuito a rendere il tutto più complicato.
Ma, come dicevo, e su questo mi soffermerò nella parte conclusiva dell’intervento, occorre adesso impegnarsi affinché queste criticità vengano superate, poiché se anche l’esperienza unitaria della lista Tsipras dovesse fallire, sono convinto che tutto diventerebbe più complicato.
La sinistra di alternativa in Europa
Vorrei concludere queste considerazioni sulle elezioni europee con un breve cenno su quanto è avvenuto nel campo della sinistra di alternativa nel resto d’Europa.
Anche qui procedo per punti:
1) si conferma una forte astensione, che denota uno scarso interesse da parte di circa la metà della popolazione europea per questo tipo di consultazione, anche se non vi è un significativo incremento sulla tornata del 2009
2) Crescono – in alcuni paesi pericolosamente, come in Francia e Inghilterra – forze razziste e xenofobe.
3) I popolari, i socialisti e i liberali diminuiscono i propri consensi, ma non crollano.
4) Va bene la sinistra di alternativa, che passa da 35 a 52 europarlamentari, ma non cresce quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Il disagio provocato dalla crisi e dalle politiche europee viene intercettato in buona parte dall’estrema destra.
5) Più nel dettaglio, per quanto riguarda la sinistra di alternativa: ci sono alcuni paesi con risultati ottimi, come la Grecia e la Spagna, ma abbiamo anche, per esempio, i tre stati principali dell’Europa (Germania, Francia e Italia) in bilico tra un risultato di tenuta (come la Germania), un lieve calo (in Francia dove, tra l’altro, si è accentuato il dibattito non semplice, già apertosi con le amministrative, tra PdG e Pcf) e una condizione di incertezza e precarietà (è il caso dell’Italia). In sintesi, il dato europeo ci conferma che vi è uno spazio a sinistra che può crescere, ma si tratta di una circostanza non ancora né stabile né acquisita. Si può affermare inoltre che nel continente europeo vi è una sinistra di alternativa con un consenso non marginale che sta attraversando un processo di ricostruzione/ridefinizione organizzativa, politica e culturale. Il successo rapidissimo di Podemos in Spagna – si tratterà di vedere se reggerà nel tempo – ci dice del fatto che nuove modalità politiche e organizzative possono rapidamente emergere e che quindi con le loro sollecitazioni bisogna fare i conti.
La situazione nella sinistra di alternativa in Italia
E veniamo ora alla situazione italiana. Del risultato della Lista Tsipras ho già detto. Si tratta adesso di capire se, pur con tutti i suoi limiti, quell’esperienza potrà trasformarsi in qualcosa di più strutturato o se ciascuna delle forze che hanno partecipato alla sua costruzione ripiegherà sul proprio percorso. Da questo punto di vista sarà importante verificare quanto accadrà nella riunione del 19 luglio.
La situazione è molto problematica. Tutti a parole dicono di voler proseguire, ma l’interesse particolare di ciascuno rischia di vincere. Sullo sfondo abbiamo anche la partita delle elezioni regionali (12 regioni nella prossima primavera, la Calabria già in autunno) dove potrebbe riproporsi quanto accaduto in Piemonte e in Abruzzo il 25 maggio: il Prc fuori dalla coalizione e Sel dentro. Se questa situazione dovesse ripetersi in tutte le regioni dove si voterà, anche un bambino capisce che l’esperienza Tsipras si chiuderebbe. Forse sarebbe il caso di ripristinare il metodo che è stato usato da Rifondazione almeno fino al 2006: nelle coalizioni non si sta dentro o fuori a prescindere, si fa piuttosto il confronto programmatico, aperti a qualsiasi esito: se ci sono contenuti condivisi si sta in alleanza, se non ci sono si sta fuori. La scelta viene presa alla fine del confronto, non prima di iniziarlo. Né in un senso, né in un altro. È un tema questo che va discusso rapidamente altrimenti il rischio che quanto avvenuto alle regionali del Piemonte si ripeta in tutta Italia è molto concreto. Dobbiamo lavorare per evitare che ciò accada.
Anche perché a me pare evidente che le forze organizzate a sinistra del Pd (Sel, Prc, Pdci), seppure in forme e con una consistenza diversa e con tempi diversi, abbiano esaurito o stiano esaurendo la loro funzione. Per “funzione” intendo la capacità/credibilità di costruire sulle proprie forze residue un partito politico di una certa consistenza, credibile e in grado di essere punto di riferimento così come lo sono diventate le aggregazioni della sinistra di alternativa in Europa.
Per quanto riguarda il Prc la difficoltà persiste ininterrottamente dal 2008, e cioè dalla disfatta prodotta dalla micidiale accoppiata Sinistra Arcobaleno/Congresso di Chianciano.
Da allora ad oggi tutti i tentativi messi in campo per ripartire non hanno funzionato: rilancio del Prc, Federazione della Sinistra, Rivoluzione Civile. E tutti gli indicatori sono in costante calo: iscritti, consenso elettorale, presenza territoriale, feste, percezione di esistenza nel popolo della sinistra. Cito tutti questi elementi non a caso poiché, per esempio, potrebbe esserci un calo degli iscritti o del radicamento territoriale (questo è un aspetto che riguarda tutti i partiti) ma, come è avvenuto per Lega e Pd, una ripresa del consenso elettorale. Per noi, purtroppo, non è così: tutti gli indicatori sono in calo costante e continuo da sei anni.
Dobbiamo riconoscere che anche i nostri tentativi come Area, prima in maggioranza, poi all’opposizione all’interno del partito, non sono riusciti a modificare la situazione. Per la verità un allarme lo avevo già lanciato nel mio intervento al congresso di Chianciano quando dissi che se Rifondazione si spaccava in due difficilmente sarebbe riuscita a riprendersi: è ciò che, drammaticamente, a distanza di sei anni, è avvenuto.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anche il progetto politico di Sel infatti è fallito.
L’obiettivo per cui Sel era nata – e cioè costruire un nuovo partito della sinistra agendo sulle contraddizioni del Pd, spaccandolo anche attraverso le primarie – si è risolto nel suo contrario. È il Pd che è entrato in Sel e l’ha spaccata. La conferma di ciò l’abbiamo dalle vicende di queste ultime settimane, che oltre ad essere la rappresentazione plastica della sconfitta di un progetto politico, stanno indebolendo la forza organizzata e la credibilità residua di Sel.
Ciò che va messo a valore, pur in questo quadro, è la scelta del gruppo dirigente rimasto di sostenere la Lista Tsipras. Vedremo come evolverà la situazione, ciò che è importante è che questa scelta venga confermata e che la annunciata conferenza programmatica del prossimo autunno non sia un ripiegamento, ma una apertura vera a tutte le forze che con questa Sel vogliono avere una interlocuzione.
Infine, anche per il Pdci la situazione appare molto compromessa. Non solo perché dal punto di vista della consistenza i ranghi sono più ridotti rispetto a quelli di Sel e del Prc, ma perché anche quel partito, all’indomani dell’insuccesso di Rivoluzione Civile e delle conseguenti dimissioni di Diliberto, è entrato in un processo ulteriormente disgregativo. Lo confermano la fuoriuscita di un gruppo di compagni di Roma (Nobile) e di Milano (Rizzati) e soprattutto la divaricazione che si è creata nell’ultimo Comitato Centrale tra il neosegretario Procaccini e Diliberto.
Al fondo di questa crisi mi pare vi sia – come per Sel e per il Prc – il fallimento della propria ragione originaria. Il Pdci, dopo la scissione del 1998, aveva cercato di ritagliarsi uno spazio, distinguendosi in ciò dal Prc, attraverso il binomio internità al centrosinistra e eredità della tradizione comunista. Come è evidente questo progetto non ha funzionato e i recenti tentativi di ridefinire un nuovo impianto politico non trovano più la massa critica sufficiente per procedere.
Se queste considerazioni hanno un fondamento, sarebbero già esse più che sufficienti per indurci a insistere nel sostegno alla Lista Tsipras, cercando naturalmente di correggerne i limiti.
All’interno di quella esperienza le tre forze (Prc, Sel, Pdci) potrebbero mettere a valore le risorse politiche, umane e organizzative che ancora hanno e che sono importanti. Viceversa, in un processo di autonomizzazione di Sel, Prc e Pdci, e con i movimenti, i comitati ed Alba che procedono per conto proprio, il fallimento generale diventerebbe assai probabile. Concretamente, se la Lista Tsipras dovesse naufragare ci troveremmo di fronte ad una situazione come quella che si è determinata in Piemonte alle elezioni regionali che, probabilmente si estenderebbe in tutto il Paese.
La questione comunista
E’ in questo contesto concreto che dobbiamo collocare la nostra discussione sulla questione comunista. Voglio soffermarmi su questo tema perché lo considero importante. Personalmente non ritengo che sia una questione da archiviare, al contrario. Penso che occorra capire come farla vivere nel contesto dato, concretamente. La nostra area è quella che in Rifondazione e non solo più si è spesa per l’unificazione con il Pdci. Hanno iniziato i Giovani Comunisti, da noi guidati, con la unificazione delle due giovanili e la realizzazione dei campeggi comuni. Abbiamo proseguito all’interno della Fds con un nostro intervento al congresso fondativo molto netto. Purtroppo, dopo pochi giorni da quel congresso, si è prodotta una scissione dal Prc verso il Pdci che, di sicuro, non ha aiutato a raggiungere l’obiettivo dell’unificazione tra i due partiti che, mai con in quel momento, era vicino. Infine, all’ultimo congresso del Prc, abbiamo proposto il tema dell’unificazione con il PDCI con uno dei nostri emendamenti, ottenendo circa il trenta per cento dei consensi.
Detto questo ci sono dei fatti da cui occorre partire se si vuole seriamente tenere aperta la questione comunista:
1) la maggioranza di Rifondazione è contraria ad un processo di unificazione col Pdci e sostiene che l’unità dei comunisti si fa nel Prc. D’altra parte questa è una interpretazione corretta delle conclusioni del congresso di Perugia che ha respinto l’emendamento che proponeva l’unificazione tra Prc e Pdci.
2) visto che questa strada dell’unificazione tra Prc e Pdci per il momento è preclusa, è credibile che per fare l’unità dei comunisti una minoranza di Rifondazione esca per unirsi al Pdci? Che senso avrebbe avviare un progetto che si definisce unitario, ma che per realizzarsi inizia con una scissione? Che consistenza e capacità attrattiva avrebbe una impresa simile? Secondo me nessuna, e sarebbe un’ulteriore scelta che contribuirebbe a rendere ancor meno credibile la questione comunista mettendo in campo il quinto o sesto inutile partito cosiddetto comunista.
Se non vogliamo contribuire anche noi a rendere inerte la questione comunista dobbiamo, quindi, seguire un’altra strada.
Intanto occorre essere consapevoli che la situazione odierna non ha nulla a che spartire con il 1991 quando venne sciolto il Pci e nacque Rifondazione Comunista. Allora, nel Paese, vi fu una reazione di popolo al tentativo di cancellare simbolo e nome di una storia gloriosa, quella del Pci. Bastava presentare il simbolo sulla scheda e attaccare un’insegna fuori dalla sede ed arrivavano voti ed iscritti. Purtroppo quella spinta iniziale, che non poteva durare all’infinito, non abbiamo saputo riconvertirla in un nuovo progetto politico comunista e quello che abbiamo realizzato non è stata la rifondazione comunista, ma la divisione comunista con i risultati che abbiamo sotto i nostri occhi. Oggi, nel 2014, dopo 23 anni e dopo tutto quello che è successo, pensare di ripartire partendo prevalentemente da li, e cioè da un nome e da un simbolo, non è sufficiente. Potrei portare tanti esempi per suffragare questa valutazione, ma i risultati delle elezioni a Roma riassumono in modo plastico ciò che voglio dire: alle elezioni comunali di meno di un anno la lista unitaria Prc-Pdci, con un simbolo comunista, ottiene 11.000 voti, cioè l’1%. Meno di un anno dopo la Lista Tsipras 80.000 voti. Questa è la realtà, dunque occorre partire dai contenuti e dalla costruzione di una sinistra di alternativa ampia e plurale. Una aggregazione dove ci sia l’acqua sufficiente affinché il pesce possa nuotare e – se saremo capaci di farlo – al suo interno si possa rigenerare la questione comunista, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista organizzativo. La nostra area di Essere Comunisti, che intende proseguire la sua esperienza, può dare un contributo fattivo in questo senso portando il suo contributo per la costruzione della sinistra di alternativa e, contemporaneamente, organizzando seminari, pubblicazioni, iniziative politiche (possibilmente in collaborazione con tutti coloro i quali sono interessati a questo argomento), per dare nuovo slancio alla questione comunista. Costruire la sinistra di alternativa è dunque l’anello principale della catena, trascinando il quale possiamo pensare di trascinare anche gli altri.
Ma per fare tutto questo – e cioè utilizzare al massimo le nostre energie affinché anche in Italia si determini uno spazio della sinistra all’interno del quale possano operare i comunisti – la nostra Area deve impegnarsi in due direzioni:
1) un salto di qualità rispetto a come ha operato in tutti questi anni
2) avanzare una proposta politico-organizzativa
Il salto di qualità
Si tratta di iniziare ad agire non solo come componente di Rifondazione, come minoranza di un partito, ma anche come aggregazione politica autonoma. Non proponiamo nessuna scissione, sarebbe non solo una scelta sbagliata, ma una proposta priva di senso politico. Ci si scinde quando si dà vita ad nuovo partito o quando ce n’è un altro in cui si ritiene di poter confluire e noi non condividiamo né la prima, né la seconda ipotesi. Ai nostri compagni e compagne che in molte realtà territoriali gestiscono il partito diciamo di continuare questo loro importante lavoro. D’altra parte non possiamo non tenere in considerazione i molti compagni che non si riconoscono più in Rifondazione, che l’hanno abbandonata negli anni passati, che non la ritengono più un luogo dove valga la pena dedicare il proprio impegno politico. Compagne e compagni che non hanno tessere in tasca, ma che vogliono continuare a fare politica.
Qui sta il salto di qualità. Avanzare una proposta politica e organizzativa che, in questa fase, tenga dentro gli uni e gli altri. Un po’ come negli anni ’80, quando la battaglia solo nel Pci non era più sufficiente e si diede vita all’Associazione Culturale Marxista e ai centri culturali. Il contesto è completamente diverso, ma l’obiettivo era lo stesso. Anche allora quelle aggregazioni servivano per tenere tutti i compagni uniti, per fare iniziativa politica e per costruire luoghi comuni per chi era rimasto nel Pci, per chi ne era uscito, per chi non era di nessun partito, per chi era di Dp, etc.
La proposta politica
L’area Essere comunisti, gli emendatari che condividono questa scelta, altri compagni e compagne di differenti aree politiche, propongono di dare vita ad una associazione il cui obiettivo sia quello di contribuire a costruire la sinistra di alternativa. L’associazione si doterà di uno statuto e di un programma. Come per altre associazioni, ANPI, Arci, Ross@, etc., l’adesione sarà compatibile con la iscrizioni a partiti politici.
Ovviamente questa è una proposta che non vogliamo praticare da soli, anzi che pensiamo vada condivisa con tutti coloro che sono interessati, così da poter costruire assieme il profilo politico e organizzativo dell’associazione. Ci rivolgiamo a singoli e associazioni, a iscritti a partiti della sinistra e a non iscritti. Ci rivolgiamo prioritariamente a tutte le realtà territoriali che in questi anni si sono costituite (case della sinistra, centri culturali, associazioni, case del popolo), alla sinistra sindacale e a quelle esperienze che hanno cercato di dare rappresentanza politica al mondo del lavoro.
A loro proponiamo un primo incontro nel mese di luglio per condividere assieme proposta politica e percorso organizzativo.
Claudio Grassi
Potenzialità e possibilità, di S. Valentini
Di certo dopo il voto alle europee la Lista Tsipras non ha dato ai suoi elettori una bella immagine. Prima la vicenda su quale seggio doveva optare Barbara Spinelli e la brutta lettera da lei inviata, poi la scissione a freddo ma lungamente preparata di Gennaro Migliore e una parte del gruppo parlamentare di Sel, hanno dato la ne…tta sensazione di una sinistra cronicamente malata, divisa e incapace di stare insieme.
La negatività di questi avvenimenti però almeno a me non hanno sorpreso. Ero convinto e oggi sono più di ieri ancora più convinto che la Lista Tsipras era soltanto un cartello elettorale e dopo il voto “si sarebbe squagliata come neve al sole” proprio perché nata con l’incapacità di indicare un progetto politico per la sinistra. Troppo diversi, per cultura e politica erano i soggetti che l’hanno sostenuta e nonostante i buoni propositi unitari i nodi politici dopo il voto inevitabilmente sono venuti fuori in modo dirompente.
Così è stato!
Non siamo ancora all’acqua di neve sciolta ma ci stiamo rapidamente arrivando nonostante il tentativo disperato di far vivere il Comitato elettorale della Lista, su quali basi politiche però non è dato sapere.
La ricerca dell’unità, vero e proprio valore strategico, non può avvenire saltando a piedi pari le questioni politiche e di contenuto o lasciando al solo gruppo di Migliore il compito di sventolare in modo un po’ opportunistico la bandiera della cultura di governo.
No, la questione è oggi decisiva a sinistra.
La ricerca per affermare una cultura per governare la trasformazione è e deve essere alla base di qualsiasi ragionamento sulla sinistra e sulla possibilità di costruire un soggetto politico in grado di portarla avanti. Non abbiamo bisogno né di roboanti radicalismi che conducono al settarismo, ma neppure di essere catturati dal “partito contenitore o della Nazione” di Renzi. L’autonomia è un bene prezioso che si misura proprio sulla capacità di condurre una lotta su due fronti: contro il settarismo minoritario, contro la subalternità opportunistica al Pd.
Il rischio pertanto di restare con i piedi a bagno nelle pozzanghere fangose lasciate dalla neve è reale, ma è anche vero che vi sono, nonostante tutto ciò, potenzialità e possibilità interessanti che possono determinare, dopo un brutto e fallimentare decennio, una svolta.
Non sono un inguaribile ottimista, anzi per natura sono un pessimista, ma non mi sfugge che la situazione a sinistra è tutt’altro che statica, al contrario paradossalmente è, pur tra rotture e scissioni, in movimento; un movimento che può dischiudere processi nuovi e positivi.
Tento di mettere a fuoco ciò che sta accadendo.
1) È in atto nella Cgil un faticoso lavoro di costruzione di una sinistra sindacale che ha nella Fiom il fulcro per contrastare l’arrendevole politica sindacale della Camusso. Il risultato delle votazioni sulla Segreteria nazionale, composta per la prima volta nella storia del sindacato solo dalla maggioranza, evidenzia la forte caduta di credibilità della leadership della Camusso. Siamo dunque in presenza di una sinistra sindacale che si sta riorganizzando e in crescita, nonostante il tentativo della maggioranza di blindarsi.
2) Dopo il terremoto della elezione di Renzi a Segretario del Pd e a Presidente del Consiglio quella parte della sinistra interna che non è salita sul carro del vincitore prova a rialzare la testa su una questione non di poco conto, decisiva: l’eliminazione dalla Costituzione del vincolo di pareggio di bilancio. Il fatto che tutta la sinistra, da Cuperlo a Civati, si pronunci a sostegno di un referendum su questa materia è da valorizzare, è segno di una riflessione interna e di una volontà di stare in campo. Per queste ragioni la sinistra del Pd è fortemente irritata dalla scissione di Migliore e dei suoi che hanno ricercato, senza porsi troppi problemi, un accordo con Renzi proprio nel momento in cui tenta di riprendersi.
3) Cresce in Cinque Stelle il malessere interno. Sono ormai non pochi i parlamentari fuoriusciti dal Movimento che guardano a sinistra o che vi restano su posizioni critiche e con questi “pezzi” del grillismo occorre dialogare.
4) È in atto nel mondo socialista, dentro e fuori dal Psi, per la prima volta una impegnativa riflessione che non pone al centro del progetto l’unità socialista o l’appartenenza al Pse, ma quello della costruzione di un nuovo soggetto politico. Questa riflessione è favorita dal processo di mutazione del Gue, sempre meno un Gruppo confederale di partiti comunisti, sempre più, con le esperienze greche, tedesche, francesi, spagnole, portoghesi, irlandesi e dei paesi scandinavi, un Gruppo unitario del Partito della Sinistra europea che lancia alle socialdemocrazie una sfida politica basata sul confronto programmatico e sull’unità possibile. La fuoriuscita dei Comunisti greci da Gue e la loro collocazione nel Gruppo misto, è la conferma che la linea di Tsipras di rilanciare la Sinistra Europea su nuove basi rispetto anche al recente passato ha ottenuto già dei risultati significativi, sia sul piano politico che su quello elettorale.
5) Le scelte della Spinelli e soprattutto la scissione di Migliore non ha determinato – come si temeva – la crisi e il dissolvimento di Sel, anche se non vanno sottovalutati alcuni aspetti, come il disegno di costituire insieme con la maggioranza del Psi e i moderati centristi un campo ampio egemonizzato dal Pd. L’Assemblea nazionale del partito ha riproposto con forza una linea unitaria di apertura a sinistra verso tutte quelle sensibilità che hanno una cultura politica simile a quella di Sel. Di avviare, insomma, con l’insieme di queste aree un processo unitario, di costruzione di un campo di sinistra specchio di quello del Pd.
6) È in caduta libera la proposta dell’unità dei comunisti. Perde di ulteriore credibilità non solo per il suo carattere residuale e testimoniale, ma anche per via dei processi in corso in Europa. Il Pdci è spaccato in tre parti ed è alla vigilia di nuove rotture. C’è chi ritiene matura la confluenza nel Prc, c’è chi vorrebbe, come Diliberto, collegarsi al processo unitario a sinistra e chi, invece come Sorini, punta decisamente a una “emmellizzazione” di ciò che resta del Pdci, spazzando via gli ultimi residui di cossuttismo e di collegamento, sia pur formale, con la storia del Pci. Inoltre il Congresso del Prc ha nettamente bocciato la proposta dell’unità comunista determinando così un’ulteriore riduzione di consenso tra i suoi quadri di un progetto senza nessuna forza, pur minima.. Non a caso chi nel Pdci vuole confluire nel Prc guarda soprattutto a Ferrero e alla sua politica e non all’area di Essere Comunisti di Grassi.
7) Anche nella minoranza del Prc, quella appunto di Grassi, è in corso una discussione impegnativa. Si parte dalla considerazione che si è esaurita la spinta propulsiva di tutti i partiti formatisi alla sinistra del Pd in questi anni, Prc incluso. Non siamo ancora alla rottura con la maggioranza di Ferrero, ma indubbiamente la presa d’atto della necessità di indicare un nuovo disegno strategico non è un fatto di poco conto; la componente non dovrà più dedicare più di tanto i suoi sforzi organizzativi alla battaglia interna per il rilancio del Prc su una posizione non minoritaria, ma guardare invece molto al lavoro esterno, cioè di costruzione di momenti politici unitari con tutte quelle aree e militanti interessati a un progetto di ricostruzione di un soggetto unitario e plurale della sinistra in Italia, in sintonia con la Sinistra Europea.
8) Ma l’aspetto decisivo della fase è la presenza di movimenti politici e sociali dal basso con l’acutizzarsi della crisi sociale. Il Movimento delle Rsu contro la “riforma delle pensioni della Fornero” e degli esodati, il Movimento degli studenti, in particolare le importanti iniziative portate avanti da Act, il Movimento sui beni comuni, mai sopito e che resiste ai trasformismi del Pd, il rinnovato impegno dell’associazionismo di sinistra soprattutto in grandi città metropolitane; ma soprattutto la nascita un po’ in tutto il Paese, partendo dai territori, di strutture unitarie a sinistra (case, associazioni, circoli, ect.) anche attraverso il tentativo di trasformare molti Comitati elettorali per Tsipras in centri di iniziativa politica, sono ormai una realtà che sfugge al “controllo” delle Segreterie dei partiti, ai diversi disegni politici.
È ora necessario dare una visione nazionale all’insieme di queste strutture determinando un rapporto nuovo, profondamente diverso tra gruppi dirigenti ed esperienze di movimento.
Non serve né fare il basista o il movimentista, ma neppure credere che un nuovo gruppo dirigente della sinistra si forma con il vecchio metodo della cooptazione. Occorre perciò intrecciare il dibattitto e il confronto tra i gruppi dirigenti dei partiti – che dirigono sempre meno – e le esperienze nuove e unitarie, spesso molto più avanti dei partiti stessi – nate sui territori, ma che non dispongono, per mancanza spesso di conoscenza, di una visione nazionale.
Si tratta di individuare luoghi e spazi per avviare una discussione feconda. Intrecciare quindi e non contrapporre questi due momenti. È questo un compito ugualmente decisivo sia di chi fino ad oggi ha svolto nei partiti una funzione di direzione, ma anche di chi è diventato protagonista di queste esperienze raccogliendo la domanda politica che viene dai territori.
Siamo in piena fase di transizione dove s’intravvedono appunto potenzialità e possibilità fino a ieri impensabili. A sinistra non vi è nessun soggetto o partito che può oggi rivendicare di essere il perno su cui ragionare per lo sviluppo di un processo unitario. Non lo è il Comitato per Tsipras che mostra tutti i suoi limiti, non lo è Sel, che è consapevole di essersi indebolita, o la sinistra del Pd, la cui capacità d’attrazione resta scarsa, e men che mai gli altri. Ma paradossalmente proprio questa debolezza determina una condizione fino a ieri isperata. Sempre più diffusa è tra i militanti la convinzione che nessun soggetto politico è autosufficiente per intraprendere da solo un percorso, tutto in salito e irto di ostacoli. Occorre unire le forze, non sommandole, ma possibilmente moltiplicarle. Evitare insomma di restare impantanati in un terreno fangoso per porre da subito le basi di un processo in cui si possa guardare al futuro con un po’ di ottimismo.
Le Case per la sinistra unita di Roma come altre esperienze unitarie faranno sicuramente la loro parte, con spirito unitario e propositivo. Che i partiti, consapevoli di essere in una crisi profonda e irreversibile, facciano altrettanto.
Sandro Valentini
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