PD, il primato dell’economia sulla politica, di G. N. Marras

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Nello spazio politico che dovrebbe essere occupato dalla sinistra, la candidatura di Tsipras rappresenta un importante segnale per uno specifico motivo: conferire centralità e importanza ad un paese come la Grecia, regione periferica dell’eurozona e vittima sacrificale delle politiche di austerity decise sull’asse Bruxelles-Berlino. Tutti sappiamo che la crescita esponenziale dell’intelaiatura burocratico-amministrativa degli organi di governo dell’Europa non si è tradotta in una crescita della coesione sociale dell’Europa, (o nel concetto filosofico-politico dell’Europa dei popoli) bensì in politiche di rigore fiscale e austerity. Bisogna invertire questa tendenza e i paesi del Mediterraneo sono chiamati per raccogliere questa sfida. L’Altra Europa con Tsipras si presenta quindi come foriera di opportunità, il movimento che si sta costituendo in queste settimane potrebbe innescare quella scintilla necessaria per avviare una discussione necessaria in Italia: offrendo la storica occasione di elaborare un nuovo soggetto politico a sinistra, aperto e plurale. Una forza rappresentativa in grado di condannare le conseguenze sociali di un capitalismo finanziario predatorio, talvolta, perpetuato nella sua forma edulcorata del liberismo di sinistra. Forze politiche come il PD hanno perpetuato, e tuttora continuano a confermare, un modus operandi attendista in materia di gestione e programmazione della linea politico-economica abbracciando totalmente dettami conformi alla dottrina liberista laissez-faire. La proposta politico economica di un partito che si dice di sinistra deve andare in direzione di un monitoraggio delle attività dei mercati al fine di favorire un direzionamento delle risorse finanziarie verso attività realmente produttive piuttosto che verso quelle speculative. Difesa del Welfare e valorizzazione il capitale umano per la creazione di vero lavoro, le regole d’azione per un partito che si proclama “di sinistra”. Partiti come il PD hanno invece favorito una progressiva infiltrazione di oligarchie finanziarie all’interno dei loro organi di potere, una scelta che rischia di innescare un processo distruttivo per lo stato sociale e i diritti dei cittadini europei svantaggiati che vivono nella periferia dell’eurozona. La disoccupazione di massa, l’incremento statistico dei rapporti di lavoro precari e degli junk jobs, riduzione forzata dei salari (si veda il caso Electrolux), distruzione di migliaia di posti di vero lavoro, sono fenomeni accentuati dalle politiche di austerity e fanno ricadere sulle famiglie il peso della recessione economica. Nel frattempo ad essere in pericolo è la stessa democrazia, in tutta Europa si riaccendono pericolosi focolai populisti e xenofobi, l’euroscetticismo (sia di destra che di sinistra) impazza dalla Bretagna fino all’Attica. È necessario rivedere i trattati europei come il fiscal compact, il patto di stabilità, e il piano europeo per il lavoro, riformare il sistema bancario, (separando definitivamente le banche di risparmio e credito dalle banche speculative d’investimento) , favorire un “New Deal” che garantisca un forte intervento pubblico nell’economia. Permane in numerose orientamenti politici del centrosinistra italiano, l’illusoria convinzione dell’attuabilità di un progetto riformista della politica che trascuri totalmente l’analisi sugli aspetti finanziari e lobbistici che muovono la stessa politica nel mondo globale. L’attuale crisi è la conseguenza di sconsiderate scelte dei governi sul piano finanziario globale. Le scelte del PD dimostrano come il partito confidi in una sorta di autoregolazione del mercato economico, demandando il ruolo di monitoraggio del mercato al potere finanzcapitalistico personificato dalla finanza globale. Nulla di più assurdo, un mercato autoregolato è mera utopia. In questo senso giungono straordinarie analisi e considerazioni elaborate con magistrale lucidità da autori classici come Marx, Polanyi, Keynes, Schumpeter, Federico Caffè, Hyman Minsky, e più recentemente anche da autori “liberals” come Krugman e Stiglitz. L’egemonia neoliberista corre (anche e soprattutto) sul filo dell’informazione: idee liberiste ammantano le narrazioni dei media generalisti e col tempo hanno imposto un nuovo registro di valori dominanti per la sinistra, cementando nella coscienza dei cittadini che si dicono orientati a sinistra, teorie che promuovono le privatizzazioni come lecite e giuste. L’appiattimento dell’orizzonte critico e analitico della sinistra europea non consente di affrontare con autorevolezza e serietà il complesso fenomeno della globalizzazione economica e culturale in corso: la delocalizzazione della produzione (transplant), la finanziarizzazione dei sistemi industriali, sono evidenti segnali di un ridimensionamento dell’economia reale oggi ridottasi a giochi borsistici gestiti da holding transazionali. La distruzione creatrice del capitalismo magistralmente descritta da Schumpeter. Tornando alla politica, all’interno dello scenario italiano, numerosi militanti del centro-sinistra perpetuano l’illusoria e utopica convinzione che un PSE condizionato dall’interno possa essere un autorevole propugnatore di valide soluzioni per la crisi e le problematiche strutturali dei paesi euromediterranei. La lista Tsipras si pone in rottura totale con questi orientamenti liberisti che hanno preso piede nella sinistra politica. I detrattori del progetto consci della potenziale erosione del consenso dei partiti a cui sono legati fanno piovere le prime critiche. La maggior parte delle critiche mosse da sinistra giungono da tutti gli individui protagonisti della oramai solida tradizione della sinistra frazionista italiana. Questi non si stancano di contestare il progetto, e, comodamente imbracciati alla loro tastiera, scrivono articoli al vetriolo, dove la lista Tsipras viene sempre dipinta con giudizi complessivi apocalittici e negativi. L’artificio retorico e dialettico è il miglior strumento per mascherare il rancore per l’assenza “iconoclastica” di un simbolo di riferimento, gelosie pregresse, pregiudizi diffusi e revanchismi correntizi di partiti in via di dissoluzione ora divenuti fortemente ridimensionati in termini di consenso elettorale. Da destra i liberisti di sinistra distribuiti tra varie forze politiche, gettano facilmente discredito evidenziando –le peraltro lecite- riserve sul ruolo degli intellettuali nella costituzione della lista, altri ancora forti dell’egemonia neo-liberista dei media, hanno prontamente bollato il progetto “L’altra Europa con Tsipras” affiancando nelle narrazioni giornalistiche che lo riguardano, aggettivi come “comunisti”, “radicale” al fine di affibbiare un’etichetta estremistica per delegittimare agli occhi dell’opinione pubblica europea la valenza della proposta. In questo orientamento culturale rientrano a pieno titolo anche sia i fassiniani e i civatiani che, nonostante la loro debacle politica all’interno del PD, si sono sentiti chiamati in causa (chissà perché) e hanno seguito gli sviluppi del processo di costruzione della lista Tsipras, volgendo timidissimi encomi per il progetto. Interessante oggetto di discussione è l’indiscutibile movimento d’opinione messo in moto all’interno del PD dal “disobbediente democratico” Civati. Il suo operato politico non è da considerarsi come insignificante: la passione politica e la compilazione tematica messa in moto dal suo movimento d’opinione, risulta essere uno dei principali indicatori di un desiderio politico, quello di immaginare una realtà alternativa all’attuale panorama politico e culturale del PD. Impossibile sminuire il lavoro e la passione politica che ha animato la chimerica illusione civatiana di un PD di sinistra. La gratuità e la spontaneità di tanti (non troppi) militanti che animano la base di quel partito, non serve però a garantire un’alternativa praticabile, nonostante tanti di loro continuino a dedicarsi all’attività politica nelle sedi e nei circoli con passione e speranza. È la buona faccia del partito, quella delle timide buone pratiche. Ottimi propositi che certo non bastano per invertire la tendenza dominante che anima il PD, quella forma mentis affaristico-lobbistica che ha contaminato anche parte consistente della base, un agire sociale strumentale mosso dalla convenienza immediata estranea alla logica della gratuità delle idee. Ergo il problema nel caso di Civati è la prassi, la strategia pragmatica per la realizzazione politica delle proposte avanzate. I civatiani si configurano quindi come incapaci di guardare a sinistra, forse intimoriti dall’idea di superare un qualche tipo di invisibile limes dell’ortodossia socialista. Chissà. Allora mi rivolgo anche ai civatiani ricordando loro che è dalla società civile che dovrebbe emergere la politica. Con questo intendo dire che un politico di sinistra che desidera maturare una profonda conoscenza riguardo la composizione sociale del suo potenziale elettorato, o quello cui sostiene di volersi rivolgere, deve necessariamente avvicinarsi alle esigenze e ai bisogni di quei gruppi sociali esclusi dalla rappresentanza. Un progressivo processo di “insalottimento” (più che imborghesimento) ha allontanato quel partito dal paese reale. Quindi è dal magma sociale che dovrebbe emergere la politica, l’alternativa dovrebbe crearla lo stesso Civati se solo avesse il coraggio di maturare una scelta: mettere al servizio di tutte le persone della sinistra cui desidera rivolgersi, i contributi e le analisi elaborate nei suoi mesi di lavoro, maturare un progressivo dialogo con le realtà escluse dalla rappresentanza politica di sinistra (e sono tante) occupando finalmente uno spazio a sinistra in grado di coagulare sempre nuovi consensi e perché no partecipando attivamente alla costruzione della lista Tsipras. Tanti sono i cittadini che rimasti delusi dalla politica hanno rimpinguato le percentuali elettorali del M5S, perché esausti dalla oramai innegabile prassi affaristico-clientelare che avvolge parte consistente del PD. Altri continuano a vedere nell’astensionismo l’unica soluzione, altri ancora ripiegano sul tradizionale voto di scambio poiché proletarizzati dalla crisi economica. Se Civati e i suoi avranno il coraggio e l’intenzione di rivolgersi a questi gruppi sociali, piuttosto che al salotto di Montecitorio, avranno la possibilità di mostrare ai potenziali elettori se la loro è una “disobbedienza democratica” è fine a se stessa o è una convinzione ideologica indirizzata verso il desiderio di un’altra politica. Personalmente non credo che il personaggio Civati abbia il coraggio di mettere al servizio della comunità della sinistra extrapolitica i contributi sopra descritti, però non si può richiedere uno sforzo più alto: sganciarsi dal PD per lui e i suoi seguaci significherebbe abbandonare quella visione incantata, quella granitica illusione della scelta del percorso più comodo quando ci si trova davanti ad un bivio. Egli in quanto esponente del PD, è orientato verso un’idea di partito a vocazione maggioritaria, difficile che possa scegliere di mettere a disposizione il suo lavoro, le competenze e il consenso raccolto in questi anni da lui e dal suo staff a vantaggio di un partito minoritario (elettoralmente parlando) come SEL che per giunta ha scelto di avviare un processo costituente interessante per la lista Tsipras, quindi il dialogo e il confronto con altre realtà sociali della sinistra. Amici civatiani del PD abbiate il coraggio di ammetterlo: la poltrona è comoda e ci vuole un coraggio da leoni per abbandonarla a vantaggio di un cantiere incognita a sinistra del PD. L’errore storico dei partiti tradizionali è quello di essersi rinchiusi in una metodologia di valutazione complessiva degli individui calibrata solo esclusivamente sull’appartenenza politica e sulla loro capacità di “muovere voti”. Certo siamo in democrazia rappresentativa e i voti sono quello che conta, ma bisogna avere la lucidità di realizzare che viviamo in una società del lavoro in cui numerose persone operano e lavorano nell’associazionismo, nei movimenti e nelle battaglie civili, nella maggior parte dei casi le persone che si dedicano a queste battaglie acquisiscono competenze trasversali (organizzazione, gestione, amministrazione) ben più edificanti e costruttive della maggior parte delle pratiche politiche tradizionali. Non è proficuo ignorare completamente che il processo in atto di disaffezione e allontanamento dalla politica ridimensiona fortemente a livello elettorale ogni finalità diretta al cambiamento e alla gestione e valorizzazione dei nuovi fermenti sociali. Rinnovo ai critici e ai detrattori naif della sinistra extraparlamentare il suggerimento di non essere troppo “choosy” (usando una celebre espressione in voga nei tempi dei governi commissariati dalla BCE) perché le opportunità di ricostruzione della sinistra prima o poi cesseranno definitivamente. Non vorrei che proprio gli attuali detrattori della lista cadano dalle nuvole, come accadde in occasione delle politiche nazionali italiane del febbraio del 2013, quando il M5S sbancò alle urne. Ricordo quindi che il M5S sarà presente alle europee, non stupitevi se il populismo e la demagogia diverranno di casa nel parlamento europeo (o forse lo sono già vista la presenza di deputati leghisti?). L’importante è che questo promemoria arrivi alla sinistra radical-naif. Affinché la sinistra italiana non rimanga la sinistra del “qualcun altro avrebbe dovuto”. Dipende tutto da noi, anche questa volta.

Gian Nicola Marras

giornalista dell’edizione sarda de “Il manifesto”

 

Articolo pubblicato il 16 marzo 2014  dal sito: http://www.manifestosardo.org/pd-il-primato-delleconomia-sulla-politica/

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