Ultimi Aggiornamenti degli Eventi
PER UN VENTICINQUE APRILE DI LOTTA DEMOCRATICA, della Rete per la Costituzione.
A 70 anni dalla libertà, per un 25 aprile di lotta democratica
Quest’anno, che coincide con il settantesimo anniversario della Liberazione, la ricorrenza del 25 aprile assume un significato particolarmente importante. Soprattutto perché le cittadine e i cittadini italiani assistono sgomenti al tentativo di rimettere in discussione proprio i valori di democrazia, solidarietà e giustizia che furono alla base della Resistenza al fascismo e costituiscono i fondamenti della Costituzione repubblicana del 1948.
Nel giorno che dovrebbe celebrare l’orgoglio della riconquistata dignità dopo venti anni di dittatura, con il coinvolgimento in una guerra tragica e nel peggior genocidio della storia, la Rete per la Costituzione non può che confermare l’appello ai Parlamentari e ai cittadini democratici affinché vengano respinti ancora oggi, come già nel 2006, i tentativi di trasformare in senso presidenzialistico, accentrato e autoritario l’assetto della nostra Repubblica.
Il 25 aprile costituisce la migliore occasione per confermare, oggi come allora, la volontà di proseguire nella costruzione di una società più equa e solidale, che garantisca pace e vita dignitosa a tutti, respingendo la riproposizione di vecchi modelli basati sulla competizione senza regole e costruiti solo per l’arricchimento di pochi. Le difficoltà economiche e sociali che il Paese attraversa non possono essere risolte a colpi di proclami continuamente smentiti dai fatti, e violando quasi quotidianamente le regole del confronto nelle sedi istituzionali.
Un Parlamento frutto di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, sulla cui legittimità esistono quindi molti dubbi, da nessuno delegato a cambiare il nostro sistema istituzionale, non deve e non può cancellare il principio fondamentale della centralità della rappresentanza, con il combinato disposto di una legge elettorale che non rispetterebbe la volontà del popolo sovrano e una riforma costituzionale che assegna a una persona sola poteri che non trovano corrispondenza in nessun regime democratico.
Il 25 aprile celebra quanti, guardando al futuro, decisero di dire NO al fascismo; conserviamone intatto il significato e il valore, rifiutando l’ipocrisia e ripetendo anche in questa occasione la richiesta di sempre maggiori spazi di confronto e di partecipazione, e l’impegno a impedire che la Costituzione, che della lotta di Liberazione fu l’opera più importante, venga stravolta senza che gli Italiani e le Italiane possano esprimere la loro opinione e la loro volontà.
Rete per la Costituzione – reteperlaCostituzione@email.it- Facebook: Rete per la Costituzione
APPUNTAMENTO ALLE 10,30 A PIAZZA DEI PARTIGIANI (PIRAMIDE).
UN’ALTRA GIORNATA DI LOTTA, di Lavoratori di Cinecittà.
Riceviamo in redazione e volentieri pubblichiamo il contributo di idee e di immagini dai lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà in lotta.
L’azienda continua la sua politica di distruzione del tessuto produttivo
-38 lavoratori del settore sviluppo e stampa in cassa integrazione saranno licenziati al termine delle procedure, già avviate, il 28 aprile p.v.
-50 lavoratori del settore DIGITALE E AUDIO affittati dal 2012 alla multinazionale Deluxe saranno riconsegnati a Cinecittà per poi essere messi in cassa integrazione e licenziati.
Nonostante il rilancio SBANDIERATO da giornali e televisioni, il gruppo che controlla Cinecittà invece di investire i propri soldi in un settore di sviluppo come il Digitale e Audio continua a sfruttare i soldi dello STATO dichiarando di voler mettere i lavoratori in cassa integrazione.
-110 lavoratori della produzione (costruzione scene-manutentori-amministrativi) sono da gennaio 2013 in solidarietà e per questo gruppo di lavoratori e’ stato dichiarato dall’azienda un problema di esuberi strutturali di 50 unità.
Tutto questo accade nonostante il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) si sia impegnato:
– a rateizzare in 8 anni il debito di 5 milioni di euro contratto da Cinecittà studios nei confronti dell’Istituto Luce
– ad investire 7 milioni di euro sul sito produttivo di Cinecittà
– ad inserire 110 dipendenti nel programma di contratti di solidarietà per 2 anni abbattendo il costo del lavoro per Cinecittà di centinaia di migliaia di euro ogni anno
– a ridurre il canone di affitto che Cinecittà deve corrispondere al Mibact per centinaia di migliaia di euro l’anno in cambio della restituzione di 4 teatri di posa.
E nonostante varie produzioni nazionali e alcune produzioni internazionali (Ben Hur e Zoolander2) siano tornate a lavorare a Cinecittà grazie alle agevolazioni fiscali del Tax Credit.
Ad aggravare la situazione ci sono le dichiarazioni dell’azienda al tavolo del Mibact sulla volontà di procedere alla realizzazione del progetto che prevede la costruzione di un albergo, ristoranti, palestre, progetto contro il quale nel 2012 i lavoratori hanno occupato Cinecittà con 3 mesi di sciopero.
Risulta evidente l’incompatibilità tra gli indirizzi di sviluppo produttivo , legati al core-business, tracciati dal Mibact e quelli perseguiti dalla società IEG (Luigi Abete-Diego DellaValle-Haggiag-DeLaurentis che detengono l’80% di Cinecittà studios) che punta alla dismissione delle attività di core e di tutta la forza lavoro.
PASOLINI A VILLA GORDIANI, di M. Luciani
opere letterarie e cinematografiche di Pasolini per offrire ai protagonisti della vecchia e della nuova periferia, quarant’anni dopo, un’occasione di incontro per discutere dei disagi di ieri e di oggi, del ruolo della cinematografia nell’interpretazione della realtà mettendo in luce la lungimiranza del compianto maestro.
Una analisi del DEF 2015, di R. Achilli
Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme alPiano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governonazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva diquella inizialmente abbozzata).
Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di vera e propria ripresa,della crescita, che quest’anno dovrebbe attestarsi sullo 0,7%, per poi arrivare all’1,4% nel 2016 ed all’1,5% nel 2017. Tale ipotesisi bassa su una ripresa delle esportazioni, che dal +2,7% del 2014 dovrebbero crescere del 3,8% nel 2015 e del 4% in ciascuno dei due anni 2016 e 2017, degli investimenti privati (che dopo il calo di 3,3punti nel 2014 dovrebbero crescere di 1,1 punti nel 2015, e di 2,1punti nel 2016) e dei consumi interni, che dovrebbero crescere dello0,8% nel 2015 (dopo lo 0,3% del 2014) fino all’1,4% nel 2017.Completa questa rosea previsione una riduzione di spesa per interessisul debito pubblico pari a 0,3 punti di PIL (ovvero, per un risparmiopari a poco più di 4,9 miliardi).
Questo quadro macroeconomico a rose e fiori dovrebbe quindi contribuire agli obiettivi di finanza pubblica, ovviamente anch’essi visti in miglioramento. Il deficit nominale sul PIL , passerebbe dal 2,6% del2015 all’1,8% l’anno prossimo, fino ad azzerarsi nel 2018,portando ad un pazzesco avanzo di 0,4 punti nel 2019. Il rapporto fra debito pubblico e PIL scenderebbe, dunque, dal 132,5%, al 130,9% l’anno prossimo, fino al 127,4% nel 2017. Il pareggio strutturale di bilancio (al netto cioè degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum) verrebbe raggiunto nel 2017, scendendo di un puntodecimale fra 2015 e 2016 (da -0,5% a -0,4%).
Questo quadro surreale come un dipinto di Dalì (ma evidentemente privo della stessa qualità artistica) porta ad una prosa nella retorica governativa che sfocia nel dadaismo. Fondamentalmente, tutto ciò verrebbe ottenuto senza aumentare le tasse, ma anzi abbassandole in rapporto al PIL, senza incidere sulla spesa pubblica produttiva, che anzi aumenterà (la spesa pubblica in conto capitale dovrebbe aumentare di 3,5 miliardi fra 2015 e 2016) ed addirittura si sarebbe trovato un presunto bonus di spesa di 1,6 miliardi da destinare a un qualche provvedimento urgente di natura sociale o produttiva (sulla destinazione,l’impetuoso Renzi trova un istante di riflettività, anche perché,come meglio si dirà, non è affatto certo che il cosiddetto bonus,dopo il vaglio della Commissione europea, esisterà ancora). Il cittadino medio, che non ha una laurea in economia, e non sa la differenza fra un quadro tendenziale ed un quadro programmatico dovrebbe essere portato a credere, illudendosi, che il DEF stiaaprendo la strada ad una inversione radicale delle politiche economiche, in direzione di una illuminata espansione economica accompagnata da una armoniosa virtù nei conti pubblici. Ed addirittura, Renzi si spinge a dire che le stime del Def sono“prudenziali” (!) lasciando sottendere chissà quali prelibati frutti di una nuova stagione di sviluppo, che per modestia (!!) non ci vuole ancora disvelare, a noi poveri gufi abituati alla durezza della quotidianità ed al principio della realtà.
Ora, evidentemente, le cose stanno in modo diverso. Una ripresa economica trainata dalle esportazioni presuppone che lo sviluppo del commercio mondiale sia solido. Ora, su questo solido sviluppo pesano enormi incognite, dale cifre non proprio entusiasmanti della ripresa statunitense, che potrebbe arrestarsi improvvisamente quando quest’estate un Congresso molto meno accomodante del passato (anche perché ci avviciniamo alla lunghissima maratona presidenziale) dovrà discutere del nuovo “tetto del debito”, e già circolano ipotesi di politiche di austerità recessive, al rallentamento di quasi tutte leeconomie emergenti (Cina, sulla quale pesa addirittura una potenzialebolla immobiliare e finanziaria, Russia, Brasile) ad un profilo diripresa del Giappone non proprio entusiasmante. Senza contare che,sul mercato europeo, il crescente surplus commercial tedesco schiaccia gli spazi di crescita dei partner (per l’ovvio principio fisico secondo il quale se aumenti le quote di mercato si riducono quelle degli altri). Ed infine, l’effetto di svalutazione dell’euro sul dollaro è, per le stesse ipotesi di base del DEF, limitato alsolo 2015, sostanzialmente arrestandosi negli anni successivi.
D’altro canto, la prevista ripresa della domanda interna per consumi ha aspetti esoterici, atteso che la fase di declino del prezzo del petrolio sembra essersi arrestata, il deflatore dei consumi mostra tensioni inflattive di ritorno già da fine 2015, e la crescita dei redditi,che nelle ipotesi del DEF addirittura passerebbe da +1,3% nel 2015 al+2,4% nel 2016 (cioè raddoppiando la velocità di crescita) è una favoletta ridicola, in una stagione in cui il Jobs Act e l’indebolimento dei sindacati ha eliminato ogni possibilità di negoziare margini di aumento del salario. Stendiamo un velo pietoso sull’aumento previsto degli investimenti, che dovrebbe poggiare su un credito di imposta per le imprese che investono in R&S (ma conmercati ancora instabili le imprese non investiranno), su una aspettativa di ripresa del credito legata al QE della Bce (ma i primidati per il 2015 segnalano un ulteriore peggioramento del creditcrunch, come è evidente. Le banche se ne fottono della maggiore liquidità loro offerta se i loro coefficienti patrimoniali continuano ad essere precari, e se l’aspettativa è che la vigilanza europea unica inasprisca i criteri patrimoniali stessi) esulla partecipazione al modesto programma di investimenti pubblici messo a punto da Juncker, che dovrebbe portare fuori dal calcolo del patto di stabilità alcune voci di investimento, che però ancora nonsono specificate, poiché il regolamento è in redazione, quindi è assai arduo formulare previsioni macroeconomiche in merito). E percarità di Patria tacciamo sugli effetti espansivi delle riformestrutturali attuate dal Governo Renzi, che secondo il DEFporterebbero a 0,4 punti di PIL nel 2016 con una crescita del loropeso fino a 1,8 punti nel 2020. Va rilevato, infatti che, come esprime la tabella a pag. 48 della Sezione I, il grosso dell’impatto proviene dalla riforma del mercato del lavoro (ma evidentemente le imprese non assumono lavoratori solo perché viene abolito l’articolo 18, ma primariamente se ci sono i mercati per poter ampliare la base produttiva, quindi l’effetto espansivo del Jobs Act è una merafavola, come mostrano numerose ricerche sull’impatto della flessibilità lavorativa sulla crescita). Al secondo posto, come impatto, verrebbe la riforma della P.A. che però ha il piccolodifetto di non essere ancora attuata (e peraltro, la tenue speranza di chi scrive è che una simile riforma imbecille non venga attuata mai).
Evidentemente, quindi, poiché la manovra di stabilità per il 2016, al fine di scongiurare le clausole di salvaguardia (essenzialmente, per scongiurare il maxi-aumento dell’Iva, che sarebbe evidentemente la pietra tombale sulle già irreali aspettative di ripresa della domanda interna per consumi) dovrebbe poggiare per almeno 6,5 miliardi sul miglioramento atteso della crescita, è del tutto ovvio che, invece, possiamo aspettarci esattamente l’attivazione di tali clausole, con qualche mese di ritardo, quando la Commissione si sarà stancata del giochino delle tre carte che Renzi inscenerà, insieme ai suoi ciambellani.
Cosa succederà realmente nel 2016 e 2017 ? Succederà che il saldo primario (spese – entrate pubbliche al netto del pagamento degli interessi sul debito) dovrà,nel 2016, migliorare di circa 14 miliardi, rispetto ai 26 miliardi con cui si prevede di chiudere il 2015. Ciò si otterrà mediante un taglio delle spese per 4,1 miliardi, privatizzazioni di ciò che resta del patrimonio imprenditoriale pubblico per circa 8,2 miliardi,ed 1,8 miliardi di maggiori entrate. L’artifizio retorico di Renzi,per cui non vi saranno maggiori tasse, è smascherato dalla manovra che verrà fatta su deduzioni e detrazioni fiscali che, pur mantenendo formalmente inalterate le aliquote fiscali, aumenterà la pressione fiscale per riduzione dell’area dei benefici fiscali(producendo quindi, sul contribuente finale, lo stesso effetto di unaumento effettivo della tassazione). Si tratta cioè né più némeno che di una solenne presa in giro degli italiani, cui la comunicazione renziana ci ha abituati. Sul versante del taglio delle spese, esso sarà sostenuto mediante una nuova, ulteriore, tornata di spending review (che dovrà garantire ben 9,8 miliardi nel 2016, alfine di coprire l’aumento delle spese pubbliche di investimento ed altri aumenti di parte corrente), che sarà così concepita:
- Per gli enti locali proseguirà il processo di efficientamento già avviato nella Legge di Stabilità 2015 attraverso l’utilizzo dei costi e fabbisogni standard per le singole amministrazioni e la pubblicazione di dati di performance e dei costi delle singole amministrazioni;
- In tema di partecipate locali saranno attuati interventi di smantellamento (ai danni ovviamente del personale che ci lavora), con particolare attenzione ai settori del trasporto pubblico locale e alla raccolta rifiuti.
- Numerose strutture periferiche dello Stato saranno chiuse, senza garanzie per il personale, come nel caso delle Province.
- Immobili utilizzati dalle amministrazioni sanno venduti;
- Sarà completato il processo di razionalizzazione delle stazioni appaltanti e delle centrali d’acquisto per gli acquisti della PA.
L’insieme di tale manovra sarà recessivo, e, in modo implicito, al di là delle facili ricamature comunicative, lo stesso DEF, nel differenziale fra PIL tendenziale e PIL programmatico, stima tale effetto in 0,3 punti diPIL persi per il 2016 come conseguenza della manovra di stabilità sopra descritta.
E ciò che è ancora più spaventoso è che tale scenario è il migliore possibile. E’infatti del tutto improbabile che la Commissione Europea faccia passare questa ipotesi, per la manovra di stabilità del 2016. Talei potesi, infatti, rinvia al 2017, anziché al 2016, come da impegni assunti, il pareggio strutturale di bilancio. E lo fa autoattribuendosi, del tutto arbitrariamente, la clausola diflessibilità per le riforme fatte e quelle previste nel PNR allegato1 ( sul quale occorrerebbe fare un approfondimento a parte). Ma non èaffatto detto che la Commissione accetti questa impostazione, e conceda effettivamente la flessibilità, anche perché è difficileche si approvi una manovra in cui il grosso è costituito da introitio risparmi di non immediata realizzabilità, come le privatizzazionie la spending review (che come visto in questi anni, comporta benefici diluiti nel tempo). E tra l’altro, la Commissione potrebbe non bersi le ottimistiche previsioni macroeconomiche del Governo (vedi sopra la discussione sulle previsioni). Abbassando l’asticella della crescita, l’entità della correzione di bilancio ovviamente cresce. Nell’ipotesi peggiore, in cui il pareggio di bilancio strutturale dovesse essere imposto per il 2016,infatti, la manovra dovrebbe portare ad un saldo primario di quasi 28 miliardi, in luogo dei 14 previsti, con una perdita di quasi un puntodi PIL.
(1) La clausola di flessibilità prevede infatti condizioni stringenti nella valutazione della fattibilità, efficacia di lungo periodo e rilevanza delle riforme proposte, prima di concedere il bonus.
P.S. sul cosiddetto “tesoretto” da 1,6 miliardi:in realtà, quella somma deriva dalladifferenza fra il deficit/PIL del quadro tendenziale (cioè delquadro delle finanze pubbliche in assenza degli interventi previstidal DEF), pari al 2,5%, e il rapporto che emerge dal quadro programmatico (cioè in presenza di interventi) pari al 2,6%. Queldecimale di differenza ammonta proprio a 1,6 miliardi, e secondo il Governo potrebbe essere concesso dai nuovi regolamenti Ue che interpretano la flessibilità dibilancio, in presenza di un output gap negativo e superiore a 3 punti(cioè in presenza di una crescita inferiore al potenziale massimo dicrescita, stimato mediante la quantificazione del PIL potenziale). Ma se la Commissione dovesse imporre un inasprimento della manovra per il 2016, anche questo tesoretto sparirebbe.
Riccardo Achilli
CINECITTA’ ANCORA IN LOTTA, contributo di lavoratori di Cinecittà Studios.

Diciamo in premessa che il MIBACT (Ministero dei Beni Ambientali, Culturali e del Turismo) ha concesso a Cinecittà Studios:
• La possibilità di rateizzare in 8 anni il debito di 5 milioni di euro contratto verso Istituto Luce;
• Il proprio impegno a investire sul sito produttivo 7 milioni di euro;
• La riduzione del canone di affitto da corrispondere al MIBACT per centinaia di migliaia di euro l’anno in cambio della restituzione di 4 teatri di posa.
Inoltre, grazie alle agevolazioni fiscali dovute al Tax Credit sono tornate a lavorare a Cinecittà varie produzioni nazionali e alcune produzioni internazionali (Ben Hur e Zoolander).
90 dipendenti sono inseriti nel programma di 2 anni dei Contratto di Solidarietà per abbattere il costo del lavoro per centinaia di migliaia di euro ogni anno.
Nonostante il massiccio sostegno pubblico, però, l’azienda continua la sua politica di distruzione del tessuto produttivo, infatti la situazione è la seguente:
38 lavoratori del settore sviluppo e stampa sono in cassa integrazione e dovrebbero essere licenziati al termine delle procedure già avviate;
54 lavoratori del settore digitale e audio, affittati dal 2012 alla multinazionale Deluxe rischiano la CIGS perché la stessa Deluxe è stata messa in liquidazione dal novembre 2014;
110 lavoratori (costruzione scene-manutentori-amministrativi) sono dal gennaio 2013 in solidarietà e per questo gruppo l’azienda ha annunciato un problema di esuberi strutturali per 50 unità.
Ad aggravare la situazione l’azienda ha dichiarato al tavolo del MIBACT di voler procedere alla realizzazione del progetto che prevede la costruzione di albergo, ristoranti, palestre, progetto contro il quale nel 2012 abbiamo occupato Cinecittà con 3 mesi di sciopero.
Risulta evidente l’incompatibilità tra gli indirizzi di sviluppo produttivo, legati al core business, tracciati dal MIBACT e quelli perseguiti dalla società IEG (Luigi Abete- Diego Della Valle-Haggiag-De Laurentis che detengono l’80% di Cinecittà Studios) che punta alla dismissione delle attività core business e di tutta la forza-lavoro.
JOBS ACT E PENSIONI: LE BATTAGLIE CHE UNISCONO. INCONTRIAMOCI E PARLIAMONE, di M. Luciani
Domani 31 marzo avrà luogo a Roma un importante appuntamento per avviare un ragionamento comune all’interno della sinistra sulle possibili iniziative atte a riaprire le partite sulle pensioni e sul mercato del lavoro che troppi danno frettolosamente per chiuse. C’è una sinistra che non si arrende di fronte alla dittatura del mercato e della finanza esercitata a colpi di fiducia dal governo Monti e dal governo Renzi ai danni delle conquiste realizzate dal movimento dei lavoratori, che non si concede alibi per non essere in campo, adesso, per rimettere in discussione quegli esiti e che vuole unirsi per essere più forte e cambiare davvero il corso delle cose. L’occasione dell’incontro pubblico copromosso da Sinistra Ecologia Libertà, Sinistra Lavoro, Movimento per il Partito del Lavoro, dal titolo “Lavoro e Pensioni. Quale futuro”, da questo punto di vista, è utile e non va persa.
MARTEDI’ 31 MARZO ALLE 17,30 PRESSO LA SEDE DI SEL IN VIA LUCCA, 11.
C O O R D I N A Francesco PALAIA – Responsabile Lavoro SEL ROMA
LA PRIMAVERA COMINCIA IL 28, di M. Luciani
Il 28 marzo in piazza per una nuova primavera del lavoro, è un appuntamento importante e ci saremo. Come compagni del Movimento per il Partito del Lavoro ci saremo, certo. Con entusiasmo, per sostenere la piattaforma proposta dalla FIOM.
Una piattaforma che rilancia i principali temi della lunga mobilitazione condotta dalla CGIL contro tutti i provvedimenti improntati all’austerity imposti in questo primo scorcio del terzo millennio ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai giovani, alle donne, fino alle più recenti iniziative, appoggiate in parte anche dalla UIL, per contrastare il Jobs Act del governo Renzi.
I titoli sono chiari e chiaro è il segno di classe: contro la precarietà generalizzata e la disoccupazione giovanile non affrontata da un governo appiattito su Confindustria. Per migliorare le condizioni di lavoro, per costruire un sistema pensionistico più giusto che abbassi i requisiti per andare in pensione. Per contrastare l’evasione fiscale e la corruzione ormai dilagante. Per il diritto alla salute e allo studio, per il reddito minimo, per la riappropriazione del contratto di lavoro come strumento di tutela del salario e dei diritti. Non sarà facile: il Ministro Poletti ha pensato bene di stroncare le Proposte di Legge di SEL, M5S e “civatiani” con dichiarazione inappellabile alla vigilia della manifestazione, ma il clima della vigilia è di grande attesa e nessuno è sorpreso o si scoraggia. Non sarà facile ma è giusto.
Tutti in piazza per rivendicare degli obiettivi, ma anche per costruire la “coalizione sociale”. Una locuzione, questa, che molto ha fatto parlare e straparlare e su cui, certamente, molto c’è ancora da dire. Per la verità il termine inglese Unions scelto come titolo dell’evento dai promotori è evocativo di radici storiche antiche che esprimono il senso profondo del progetto: per difendere i propri interessi materiali immediati la forza dei lavoratori e delle classi subalterne è sempre quella dell’organizzazione, diretta, di massa, democratica. Il modello è quello anche di recente collaudato in vertenze sindacali che sono state affrontate su un terreno sociale ampio, non limitato al rapporto tra lavoratore e padrone, nella prospettiva più avanzata di ricomposizione di interessi e di unità di lotta. Solo per fare qualche esempio: le vertenze per l’istruzione pubblica che hanno visto studenti e famiglie scendere in campo con insegnanti e non docenti; quelle per la cultura che hanno visto intellettuali anche a livello internazionale, studenti, giovani, saldare i propri interessi con quelli dei tecnici, delle maestranze e del personale artistico del cinema e del teatro; quelle per il pluralismo e la libertà dell’informazione che hanno visto giuristi, intellettuali, comitati e associazioni di scopo costruire insieme ai poligrafici e ai giornalisti l’azione di lotta. Intere comunità locali hanno sviluppato momenti alti di unità di popolo attorno ai lavoratori in lotta quando si è trattato di difendere insediamenti produttivi o di intervenire per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni nocive. Non spetta a noi, né ad altri fare l’interpretazione autentica delle reali intenzioni semantiche dei promotori. Pensiamo, però, che riprodurre su scala più ampia questo modello puntando ad una coalizione sociale di interessi aggregati attorno al lavoro che si dia obiettivi più avanzati e più generali è possibile, ma, soprattutto, è necessario. E noi ci siamo e ci saremo. Sosterremo la Proposta di Legge per il Nuovo Statuto dei Lavoratori, il Referendum abrogativo del Jobs Act, come stiamo sostenendo la Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sugli appalti della Cgil e abbiamo sostenuto il Referendum e la Proposta di Legge contro il Fiscal Compact.
Pensiamo però che una coalizione sociale con forme permanenti di organizzazione e di unità d’azione e con un forte connotato di autonomia non sancirà l’autosufficienza del sociale. Al contrario: farà salire la domanda di rappresentanza politica delle istanze sociali. Ciò è evidente proprio alla luce della pratica esperienza della Cgil: avanzare proposte alla politica come ha fatto col Piano del Lavoro, la Rappresentanza, il Fisco, le Pensioni era necessario, ma non è stato sufficiente. Non sarà sufficiente fin tanto che la Cgil avrà come interlocutore un governo espressione di partiti asserviti alle politiche neo-liberiste della troika, al di la delle questioni di stile dei leader che stanno assumendo tratti sempre più inquietanti. C’è bisogno di una risposta politica adeguata alla domanda di rappresentanza delle istanze del lavoro sul terreno dei rapporti sociali in generale, come in Grecia. Adesso. Altrimenti sul COSA avremo tanto materiale per seminari interessanti eper dichiarazioni roboanti, ma al momento di indicare CHI fa COSA comincia il solito gioco a nascondersi. E chi fa le lotte, inesorabilmente, finirà col pestare acqua nel mortaio.
APPUNTAMENTO SABATO 28 MARZO ALLE 14,00 A PIAZZA ESEDRA.
Il caso del Pireo e gli investimenti cinesi in Europa, di F. Anghelone
La cinese COSCO (China Ocean Shipping Company) è una delle maggiori società di trasporto navale del mondo. Possiede infatti ben 174 navi porta-container (con una capacità di oltre 700mila teu, o twenty-foot equivalent unit, la misura standard nel trasporto dei container) e opera in 162 porti di 49P. Un vero gigante della logistica commerciale e un potente strumento economico e politico per Pechino: come nel caso di molte altre aziende cinesi, si tratta di una società controllata dallo Stato.
Attraverso società come la COSCO la Cina, nel corso degli ultimi anni, ha portato avanti un’opera di penetrazione economica in diverse aree del pianeta, rafforzando enormemente il proprio ruolo di potenza globale non solo sul piano economico-finanziario, ma inevitabilmente anche su quello politico.
Le aziende cinesi, nel corso degli ultimi anni, hanno molto allargato la propria sfera d’intervento economico, fino a operare praticamente in tutte le aree del mondo. A facilitare la penetrazione dei loro prodotti e ad aumentare l’appetibilità delle loro offerte in ogni settore, è stata certamente la grave crisi economica che ha colpito i Paesi occidentali. La quantità di cargo e container salpati dai porti cinesi è cresciuta, negli ultimi cinque anni, di circa il 35% annuo. Già dal 2002 la Cina è il primo Paese del mondo per questo tipo di traffico, concentrato in particolar modo nel porto di Shanghai.
Strategia economica e politica, tenendo poi conto che le imprese cinesi sono società controllate dallo Stato, non possono che andare di pari passo: le scelte economiche sono funzionali alla strategia politica di Pechino e viceversa. Partendo da questa considerazione si comprende in modo chiaro la ragione per cui la COSCO ha scelto di investire in Grecia, assicurandosi per 500 milioni, attraverso la propria controllata COSCO Piraeus Container Terminal S. A., la gestione per 35 anni – e l’opzione per altri cinque – delle banchine II e III del porto del Pireo, cioè lo sbocco sul mare della capitale Atene. L’investimento complessivo, comprese le opere di ammodernamento delle banchine, è stato stimato attorno ai 3,4 miliardi, e la banchina III è appena divenuta operativa dopo i lavori di ampliamento (mentre la II era attiva già dal 2009).
L’importanza dell’accordo, firmato alla fine del 2008 dall’allora Primo Ministro greco Kostas Karamanlis, è stata ribadita anche dai successivi governi. Soprattutto dopo l’esplosione della crisi nel 2009, gli esecutivi succedutisi ad Atene hanno infatti guardato agli investimenti cinesi nel Paese con sempre maggiore attenzione.
Perché Pechino ha deciso di puntare forte sul Pireo attraverso la COSCO? Un elemento a favore dell’investimento è certamente dato dalla critica situazione del Paese, grazie alla quale la COSCO ha potuto contrattare condizioni assolutamente favorevoli per la gestione del porto. La decisione di investire in Grecia non è stata però dettata dalla semplice contingenza, ma da una visione assolutamente strategica.
Il Pireo è il più grande porto della Grecia e uno dei più importanti del Mediterraneo orientale. Certamente meno importante, in termini di traffico merci, dei grandi porti del nord Europa, ma rispetto a questi molto più facilmente alla portata dei container cinesi, attraverso il Canale di Suez. Va poi considerato che la Grecia è vicina a mercati emergenti come quelli della Turchia, dell’Europa orientale e dei Balcani, attraverso i quali le merci cinesi possono raggiungere anche il nord Europa.
Visti sotto questa luce, gli investimenti della COSCO in Grecia forniscono una chiara indicazione su una più ampia politica commerciale cinese nei confronti dell’Europa. Pechino intende usare il Pireo come porta di accesso ai mercati europei, ipotesi confermata dal fatto che negli ultimi anni sempre meno container cinesi sono transitati nei porti di Napoli e di Istanbul – precedenti destinazioni privilegiate. Dal 2009, anno in cui la COSCO ha iniziato a operare al Pireo, il traffico commerciale nel porto è invece aumentato di ben otto volte, attraendo giganti come la cinese ZTE e l’americana Hewlett-Packard, che hanno eletto lo scalo greco a hub preferenziale per lo smistamento delle loro merci nel Mediterraneo e in Europa.
Se il porto del Pireo è la porta d’ingresso ai mercati del vecchio continente, le ferrovie e gli aeroporti sono i corridoi attraverso i quali raggiungerli. Non a caso la COSCO negli ultimi anni si è mostrata fortemente interessata sia al processo di privatizzazione dell’Autorità Portuale del Pireo che delle ferrovie e degli aeroporti greci. Lo scopo, ovviamente, è quello di creare una corsia di passaggio “protetta” che permetta alle merci cinesi di transitare per le banchine controllate dalla COSCO, dirette verso il cuore degli altri mercati europei, avendo in più la capacità di gestire i flussi commerciali provenienti da altri Paesi.
Le prime decisioni prese dal nuovo governo guidato da Alexis Tsipras hanno posto però un freno importante alle ambizioni cinesi. Tra le misure che il nuovo esecutivo sembra intenzionato a varare rapidamente vi sarebbe, appunto, il blocco delle privatizzazioni dei porti e delle ferrovie dello Stato. Il partito del premier, SYRIZA, d’altra parte già lo scorso luglio si era schierato a fianco dei lavoratori portuali. Nella loro protesta contro la dirigenza della COSCO chiedevano, tra le altre cose, il ripristino della contrattazione collettiva, il riconoscimento del loro particolare lavoro come pericoloso e insalubre, l’abolizione dei turni di 16 ore e il trasporto in ospedale delle vittime d’infortuni sul lavoro in ambulanza e non con vetture private come chiesto dalla COSCO (probabilmente per tenere bassa la percentuale ufficiale di infortuni all’interno della zona del porto da essa occupata).
La crescente presenza di aziende cinesi operanti in Europa pone dunque almeno due importanti questioni, evidenziate dalla vicenda della COSCO. La prima è quella relativa alla capacità dell’Unione Europea nel suo complesso, e dei singoli Paesi membri, di confrontarsi con una potenza come quella cinese, in grado di legare strettamente gli aspetti economici e politici della propria strategia di espansione. A tale proposito, il caso del Pireo appare paradigmatico. Ci si chiede, infatti, perché l’Europa, invece di fornire aiuto alla Grecia soltanto attraverso il trasferimento di prestiti (peraltro ingenti), non abbia invece mai preso in considerazione l’ipotesi di investire nel porto del Pireo. L’assenza di concorrenza ha consentito così alla COSCO di ottenerne la gestione a condizioni decisamente convenienti: lungi dall’essere un affare solo greco, le conseguenze di tale scelta potranno riflettersi su tutto il mercato europeo.
La seconda questione è quella relativa alle condizioni di lavoro all’interno di tali imprese. I Paesi del vecchio continente hanno certamente bisogno di attrare capitali stranieri, ma ciò non può avvenire a discapito e in violazione dei basilari diritti sul lavoro. Il rischio, altrimenti, è che la già forte instabilità sociale generata dalla crisi economica sia alimentata da ulteriori e gravi motivi di malcontento.
Affrontare queste due questioni dovrebbe essere, oggi più che mai, una priorità per i centri di governo europei. Se l’Europa vuole essere un soggetto politico ed economico realmente competitivo a livello globale deve ripensare il proprio ruolo, tentando di coniugare e fondere sempre più le proprie strategie economiche e politiche. Se così non sarà, come dimostra il caso del Pireo, la debolezza di un Paese potrebbe presto trasformarsi nella debolezza dell’intera Unione.
Francesco Anghelone
l’articolo è tratto dal sito Aspenia e pubblicato al link http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/il-caso-del-pireo-e-gli-investimenti-cinesi-europa
LE BUGIE DEL JOBS ACT, di M. Luciani
Attorno ai primi decreti attuativi del Jobs Act ci sono percezioni ancora approssimative e cognizioni distorte.
Ciò non di meno la becera propaganda del Presidente del Consiglio una cosa vera la dice: la portata dell’operazione è storica. Tutto il resto sono bugie da sbugiardare.
La portata è storica perché non si tratta di un semplice arretramento del quadro normativo che disciplina il mercato del lavoro, e il licenziamento in particolare, come ce ne sono stati tanti negli ultimi trent’ anni. Si tratta di una svolta epocale sia nella civiltà giuridica del paese che nella dottrina politica della “sinistra moderata” mainstream.
Sul piano normativo occorre subito sgombrare il campo dalle mistificazioni.
La menzogna delle Tutele Crescenti.
Le tutele crescenti non esistono e la terminologia è maliziosamente ingannevole. In realtà il Contratto a Tutele Crescenti altro non è che il contratto senza la tutela reale del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, salvo casi del tutto improbabili, ma invece, con la monetizzazione del licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. In realtà la monetizzazione già prevista dalla precedente normativa per i dipendenti delle aziende sotto i 16 dipendenti viene persino ridotta. Da notare che per il computo dei dipendenti i lavoratori part time non si potranno considerare uno, ma zerovirgola. Per i licenziamenti collettivi il reintegro non c’è più nemmeno nei casi di errori materiali di procedura o nei criteri di scelta. Nel caso di passaggio diretto per cambio appalto l’impresa appaltatrice subentrante non potrà accedere agli incentivi anche se, ai fini del licenziamento, saranno da considerarsi nuovi rapporti di lavoro, ma con il riconoscimento dell’anzianità pregressa per il calcolo dell’indennizzo. Dulcis in fundo, l’indennizzo diventa esentasse se il lavoratore accetta la conciliazione extragiudiziale, come a dire: “caro mio ex dipendente, con l’indennizzo esentasse io risparmio e lei non perde molto, se vuole possiamo guadagnarci entrambi, se poi lei proprio insiste a farmi pagare per intero la somma dovutale mi faccia pure causa, così avrà la sentenza d’appello fra qualche anno ed io potrò dedurle dall’importo che le devo i redditi da lei dichiarati nel frattempo”.
La menzogna dell’eccessiva rigidità delle mansioni.
Non è vero che il demansionamento ora diventa possibile nei casi di crisi aziendale come annunciato: lo era già. Dalla pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta, però, demansionare il lavoratore non sarà più un’eccezione limitata alle misure alternative al licenziamento per motivi economici, ma sarà una facoltà unilaterale del datore di lavoro nel caso che egli decida di riorganizzarsi. Per le mansioni superiori invece raddoppia il periodo di comporto necessario al riconoscimento giuridico dell’inquadramento corrispondente passando da 3 a 6 mesi che devono essere continuativi e su posto vacante. Insomma, la flessibilità c’era già. Si è voluto semplicemente introdurre maggiore libertà per il datore di lavoro di disporne a suo vantaggio, fino al punto di poter licenziare il lavoratore che non sia in grado di svolgere le nuove mansioni assegnate.
La menzogna del superamento delle Collaborazioni.
Non è vero che spariscono le Collaborazioni Coordinate, infatti dette tipologie sopravvivono nei quattro casi di lavoratori iscritti ad albi professionali, partecipanti ad organi o commissioni di società, che offrono prestazioni ad Associazioni Sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI e nel caso, infine, di deroghe sancite (bontà loro) dalla contrattazione nazionale. Le collaborazioni che non trovano siffatte giustificazioni, per altro, non è detto che debbano trasformarsi in lavoro subordinato, a Tempo Determinato o Indeterminato a Tutele Crescenti (sic!), perché, se proprio non potessero ricadere nel lavoro autonomo, invece di aprire la partita IVA gli si aprono altre prospettive come il Contratto a Chiamata, lo Staff Leasing (somministrazione a Tempo Indeterminato) o il Lavoro Accessorio dato che, per calmierare ulteriormente i costi, si è opportunamente elevato da 5000 a 7000 € il limite annuo del Voucher. Ha fatto notare Pierluigi Alleva che potrebbe persino sparire il Progetto che era un fattore di contenimento dell’abuso di questa forma contrattuale introdotto dalla legge 30 per riproporre le Co.Co.Co del regime antecedente. Vedremo comunque ben presto se davvero agli ex collaboratori, una volta diventati Lavoratori a Chiamata o Accessori o a Tutele Crescenti, si concederà un mutuo facilmente come il Presidente del Consiglio ha promesso o se, invece, diventerà potenziale insolvente anche chi non lo era prima.
La menzogna delle stabilizzazioni.
Tutti i rapporti di lavoro subordinato a tempo Indeterminato che si instaureranno nel 2015 saranno incentivati con la decontribuzione fino a 8060 € per tre anni e, dopo la pubblicazione in Gazzetta, avranno anche il licenziamento libero. Nello stesso tempo, però, il limite del 20% dell’organico per l’impiego di personale a Tempo Determinato sarà derogabile non più solo mediante contrattazione nazionale, come stabilito dalla Legge 78 (il famigerato decreto Poletti), ma anche mediante accordi aziendali. Gli incentivi alle assunzioni non derivano dal nuovo ordinamento, ma dalla legge di spesa per soli tre anni e, dunque, servono soltanto a fare lo spot politico sui nuovi contratti senza dar conto del saldo tra questi e quanti ne saranno cessati durante il triennio e, dopo il triennio, di quanto si sia abbassata la soglia delle tutele. Cosa succederà dopo la fine degli incentivi? Il Tempo Indeterminato con le Garanzie Crescenti diventa, di fatto, il precariato più lungo in un Mercato del Lavoro che resta un grande supermarket di forme contrattuali precarie. L’Apprendistato, svuotato in gran parte del valore formativo parifica il conseguimento della qualifica, del diploma e della specializzazione professionale e conferma nella soglia irrisoria del 20% il minimo di trasformazioni per poter assumere nuovi apprendisti, finendo in questo modo per aggiungersi anch’esso alle altre forme di precariato. In realtà il tempo indeterminato viene favorito soltanto per il lavoro in affitto, con lo Staff Leasing. Di “esemplificazione” e di “disboscamento” restano soltanto i proclami regalati a piene mani.
La menzogna della Flexsecurity.
Da maggio 2015 entrerà in vigore la Nuova ASpI (NASpI), sostegno al reddito per i disoccupati, della durata massima di 24 mesi che poi diventeranno 18 nel 2017. E’ falso che questo provvedimento aumenta il periodo di sostegno al reddito in quanto nel 2014 un lavoratore ultracinquantenne poteva avere 36 mesi di mobilità al Centro-Nord e 48 al Sud. Ma soprattutto il lavoratore avrà due anni solo se ha lavorato ininterrottamente negli ultimi 4, altrimenti la durata verrà decurtata dei periodi non lavorati nel quadriennio. Quanto alla misura del trattamento la percentuale di copertura più favorevole si ha a 1195 € di reddito mensile, superati i quali decresce. Questo lavoratore avrebbe un assegno di 896,25 € lordi per i primi tre mesi di disoccupazione che scenderebbe del 3% mensile nei successivi per finire a 331,61 € lordi. Qualora si trovasse ancora senza lavoro e in condizioni di indigenza certificabile (sic !), ma fosse inserito in un programma di ricollocazione del Centro per l’Impiego (se saranno finanziati) potrebbe avere ulteriori 6 mesi di sostegno al reddito (l’ASDI) di 248,71 € (naturalmente lordi). Per i Collaboratori compare la DIS-COLL, ma il sostegno arriverà al massimo a sei mesi e, per di più, con la clausola di decadenza dal diritto se instaurano rapporti di lavoro subordinato superiori a cinque giorni. Si attendono intanto nuovi tagli agli ammortizzatori sociali conservativi (casse integrazioni e contratti di solidarietà). Mentre si taglia complessivamente il sostegno al reddito, inoltre, le politiche attive del lavoro restano ancora nebulose. Insomma, ci vuole proprio un bella faccia di bronzo per evocare la Flexsecurity!
Il crepuscolo della civiltà giuridica del lavoro.
Sul piano della cultura giuridica si è estinto il diritto al lavoro. Il lavoro si è ridotto a merce tra le merci. Il suo valore è soltanto quello espresso dal prezzo, ed è in atto una valorizzazione drastica della forza- lavoro. La Costituzione materiale, così fondata sulla merce, entra in contraddizione con la Costituzione formale che continua a dichiararsi fondata sul lavoro. Si sono cambiati i “postulati morali”, il lavoratore non è più il contraente debole che, per avere uguali diritti, deve avere maggiori poteri.
La sinistra del capitale.
Sul piano della dottrina politica non c’è più una “sinistra moderata” che tenga a riferimento gli “interessi generali del paese”, all’interno dei quali, però, si collocano anche i diritti dei lavoratori in quanto tali. Quella che è sopravvissuta è, al massimo, una “sinistra del capitale” che scrive le leggi sotto dettatura di Confindustria. Avversa ai lavoratori e arrogante verso ogni forma di dissenso, non solo nelle aziende e nelle piazze, ma anche verso il parlamento stesso.
La sinistra necessaria.
Una nuova stagione dei diritti in Italia ci sarà soltanto se nascerà un soggetto nuovo della sinistra con una strategia fondata sul lavoro, sul sociale e sulla pace. Radicalmente nuovo, come in Grecia e in Spagna, data la ormai conclamata incapacità dei gruppi dirigenti nostrani di produrre un rinnovamento adeguato ai tempi come in Irlanda o in Germania. Ogni vertenza sindacale, ogni lotta sociale, ne avverte sempre di più il bisogno. Se ne riconoscerà l’urgenza man mano che si svilupperanno le iniziative contro il Jobs Act sia sul terreno più propriamente sindacale della guerriglia applicativa contrattuale e legale che su quello più propriamente politico del referendum abrogativo e della Legge di Iniziativa Popolare per il nuovo Statuto dei Lavoratori.
Massimo Luciani
Democrazia e socialismo, di R. C. Gatti
Lo stimolante ed interessante articolo apparso su Esseblog titolato “Democrazia e Sinistra” (che ho ribattezzato “Democrazia e socialismo” avendo maturato la convinzione che il termine “sinistra” è troppo topologico e ambiguo, facendomi preferire il termine netto e chiaro di “socialismo”) mi stimola su un tema fondamentale.
L’articolo affronta il problema dal punto di vista filosofico e sociologico, affrontando il tema fondamentale della democrazia economica.
Proprio l’esperienza della crisi del 2007 che ancora stiamo subendo mi fa nascere la riflessione oggetto del mio contributo.
Sono convinto che il rapporto con gli imprenditori non può limitarsi ad aspetti cogestivi o di sostituzione del shareholder value con lo stakeholder value, che richieda una autentica trasformazione delle coscienze.
La mia riflessione, ed il libro di Piketty lo documenta ampliamente è che la lotta di classe si ferma troppo spesso ed erroneamente nel conflitto imprenditore-lavoratore dipendente, basti vedere i commenti ai jobs act, senza spingersi alla lotta tra produttori e rentiers.
La vera lotta di classe di questi anni è, a mio parere, tra classe produttiva ( imprenditori e lavoratori in primis) e capitalismo finanziario. Se il capitalismo finanziario vede nella speculazione finanziaria il miglior modo di mettere a frutto i suoi capitali, sottrae necessariamente investimenti al mondo produttivo, con la conseguenza che mentre l’investimento in finanza non crea valore, ma al massimo lo sposta dagli outsiders agli insiders, l’investimento produttivo crea valore. Ne consegue che esiste un interesse oggettivo e concreto tra imprenditori e lavoratori di unirsi a combattere il capitalismo finanziario.
Certo che all’interno del mondo imprenditoriale viviamo due fenomeni: a) il familismo che consiste nell’identità fisica del capitalista con l’imprenditore e b) la distinzione tra imprenditori schumpeteriani e imprenditori che vivono di rendite di posizione senza rischi e senza coraggio innovativo.
Così come all’interno del mondo del lavoro dipendente si ritrova una deriva giuslavorista che vive la lotta di classe solo come una conquista e difesa di diritti sul piano legale, evitando di affrontare esperienze come la cogestione tedesca o il piano Meidner svedese.
Ecco che allora metterei a fondamento strutturale della lotta per la democrazie ed il socialismo “l’autogoverno dei produttori” che vede non un’alleanza tattica tra imprenditori e lavoratori, ma una unità di lotta tra imprenditori schumpeteriani e lavoratori che ricercano potere e responsabilità contro il capitalismo finanziario.
Certo è poi da vedere come ciò si traduce a livello aziendale e di governo, rinverdendo i temi della programmazione e dell’economia di mercato.
Renato Costanzo Gatti
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