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Recensione del libro di Luciano Gallino “Il costo umano della flessibilità”, a cura di M. Managò

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©AlessandroParis/Lapresse Trento 01-06-2008 economia Festival dell'economia Nella foto: Luciano Gallino

Nella foto: Luciano Gallino

 

Il libro Il costo umano della flessibilità, opera del professore universitario Luciano Gallino (pubblicato da Editori Laterza), rappresenta una testimonianza interessante riguardo i nuovi sviluppi della condizione lavorativa, italiana e mondiale.
In poche pagine l’autore è in grado di centrare il fenomeno “flessibilità”, di indicare gli aspetti degenerativi e di suggerire alcuni correttivi.
La famelica new-economy mondiale, sull’onda della necessità esclusiva di contenere i costi di produzione, supportata dalle dichiarazioni della Banca d’Italia, della Confindustria e dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), tende all’impiego “misurato” della forza lavoro. Il materiale umano è necessario senza produrre sprechi e vuoti produttivi, alternando fasi più dinamiche ad altre meno attive.
L’azienda mira allo sfruttamento ad hoc della forza lavoro utilizzando particolari periodi del mese o dell’anno, sconfessando quella condivisione di rapporto a tempo indeterminato così svantaggiosa economicamente. Altrettanto infruttuoso è il ricorso al cosiddetto “lavoro straordinario”; ben più sensato d’ogni flessibilità.
“E’ dal suo inflessibile perseguimento ad opera delle imprese, all’insegna dell’imperativo primo non assumere, che nascono i contratti a tempo determinato; gli impieghi a tempo parziale…” scrive Gallino.
Alcuni studiosi dei fenomeni economici considerano la flessibilità come un’ottima occasione per muovere il mondo del lavoro, creando nuova occupazione in barba alla rigidità normativa del settore. All’autore del volume, e allo scrivente, tali supposizioni paiono, però, prive di valido fondamento.
All’Italia si rimprovera troppa Epl (Employment protection legislation, ossia “rigidità della legge a protezione dell’impiego”) ma allo stesso tempo è impossibile riconoscere valide opportunità di sviluppo, di occupazione. Anzi, il quadro attuale sembra proprio minare le conquiste sociali e normative (diritto del lavoro) acquisite in decenni di rivendicazioni. Lo schema normativo sembra, per alcuni esperti, l’ostacolo più serio alla dinamicità imprenditoriale; svuotato, invece, da qualsiasi retaggio etico, deve assecondare i dettami dell’elasticità aziendale.
L’autore sottolinea quanto la disgregazione e la frammentazione professionale contribuiscano ad allentare qualsiasi attività associativa dei lavoratori, a tutto vantaggio dell’azienda e quanto questa sia legittimata ad affrancarsi da qualsiasi vincolo etico riguardo i licenziamenti.
L’imprenditore, quindi, a differenza di qualche collega del passato (più filantropico), scarica sulle istituzioni, e sull’interessato, il peso del licenziamento.
L’ansia e il disagio che il licenziato o il precario traspongono nella società, e nella famiglia, sono decisamente notevoli e in continuo aumento (sulle spalle di oltre 8 milioni di individui), illegittimi figli di una flessibilità volano dell’imposta globalizzazione.
Dirigenti e funzionari, pressati dalle esigenze crescenti di contenere il costo della forza-lavoro, in alcuni casi comprendono il periglioso percorso intrapreso ma si adeguano, rapaci carrieristi, alle pazze regole del sistema. Un regime, ricorda Gallino, costituito “…dalle privatizzazioni mal concepite che hanno privato il paese sia di gioielli tecnologici, sia di ben rodati strumenti di sviluppo di infrastrutture pubbliche”.
Molti studiosi hanno ritenuto necessaria, per l’Italia, una flessibilità estesa pur di non perder terreno nell’era della globalizzazione; i risultati raggiunti in tal senso sono tali che il nostro paese si dimostra fiero paladino e modello meritevole di studio per gli altri paesi leggermente in ritardo(!).
Le forme assunte dalla flessibilità sono molteplici: da una di tipo esclusivamente quantitativo, fondato sulla fredda corrispondenza della forza lavoro al ciclo produttivo del momento, salvo mutare la numericità in funzione del mercato; a una di stampo qualitativo che prevede, come scrive l’autore “l’articolazione differenziale dei salari, praticata per ancorarli ai meriti individuali o alla produttività di reparto o di impresa; le modificazioni degli orari…”.
Solo in rari casi la flessibilità conosce una caratterizzazione positiva e nasce da una scelta del lavoratore stesso, di orario o categoria professionale, in posizione di autogoverno, grazie alla quale non si avverte alcun disagio psicologico o sociale.
Tutte le altre fattispecie della flessibilità, invece, comportano rilevanti oneri personali e sociali che pregiudicano sia le previsioni a breve durata sia la progettazione a lungo termine: una castrazione notevole sullo sviluppo della personalità.
Altra forma di disagio e di penalizzazione è quella, non riscontrabile in rari casi di professionalità elevata, in cui le mansioni svolte, variabili secondo i vari contratti, siano talmente irrilevanti nel sistema lavorativo italiano e sia così impossibile formare un bagaglio culturale/professionale spendibile all’esterno.
Non possedere un ufficio, non sviluppare relazioni professionali, non identificare la propria persona con il posto occupato in un’azienda, sono fattispecie che incidono notevolmente sullo stato emotivo e mentale del precario.
L’autore distingue quattro sistemi di lavoro flessibile: da quello razionalizzato, vincolato saldamente da fattori tecnici e organizzativi (call centers e ambienti di fast food), a quello di qualificazione medio-bassa ed alta intensità di forza lavoro (costruzioni stradali), per poi proseguire con quelli semi-autonomi, contrassegnati da notevole autogestione e possibilità di comando, sino a concludere con le forme più elevate, di stampo professionale, più svincolate da legacci e rigidità strutturali. Queste ultime prediligono forme di contratto a tempo determinato (giudicando infruttifere quelle indeterminate), in quanto la loro capacità di rinnovarsi e di offrirsi, a varie aziende, con professionalità crescente, è funzionale alla ricerca di uno sviluppo carrieristico e remunerativo.
Paladini e vestali della flessibilità, anziché vittime, Gallino li raffigura così: “Delle tutele sindacali non sanno che farsene: il loro ideale è (molti vi si avvicinano) a ciascuno/a il suo contratto”.
Per loro la formazione è una componente essenziale, senza la quale sarebbe minata la particolare professionalità acquisita e spendibile. Lo sviluppo tecnologico, inoltre, da assecondare e prevenire, è una costante minaccia, perché l’innovazione continua potrebbe evidenziare, in un settore, determinate professionalità ormai anacronistiche.
Diversa la situazione per la stragrande maggioranza dei lavoratori precari attuali, in larga parte giovani, donne, maggiori di 40 anni, chi ha un titolo di studio non elevato o risieda nelle zone d’Italia cronicamente a disagio occupazionale.
Faccia riflettere l’osservazione di Gallino: “…il lavoro interinale più come un serbatoio di lavoratori-massa che non come un mezzo per sopperire a carenze contingenti di personale di elevata caratura tecnica, come fu presentato all’inizio”.
Siamo ormai nella cosiddetta new-economy che, comunque, di là da alcune innovazioni terminologiche (call centers in luogo di centralini) non migliora di certo le condizioni di sfruttamento del post-fordismo o post-taylorismo, basandosi sempre su tecniche di “intensificazione produttiva” e di “densificazione del lavoro”, sopprimendo ogni buco nell’orario produttivo, quand’anche previsto per la legittima pausa; net e new-economy, inoltre, non producono alcuna riduzione del lavoro qualificato, come previsto da alcuni, anzi ne aumentano la diffusione.
Le soluzioni da alternare al triste fenomeno sono di molteplice natura e, integrandosi, potrebbero lenire il disagio subito; innanzitutto quello morale, psicologico, di crisi personale, col quale si traumatizza ogni licenziamento sino alla moderata euforia per quello nuovo. Sarebbe, inoltre, opportuna una certificazione delle attività svolte durante i vari percorsi lavorativi, utilizzandola per future professioni e capitalizzare, così, l’esperienza acquisita (il cosiddetto “credito formativo”).
Molte aziende ricorrono alla flessibilità per mantener sempre il proprio personale entro determinati standard di giovinezza, non solo fisica, anche tecnologica. Aggiornare costantemente coloro che varcano la temuta soglia dei quaranta anni significherebbe investire eccessivamente nella formazione. Purtroppo l’esasperazione dei bilanci pone in secondo piano il significato di tale preparazione e, dimentica delle situazioni personali del lavoratore (non più come mera risorsa fisica), preferisce rinnovarlo anziché “formarlo” in sede.
Fondamentale è anche donar giusto valore al luogo come espressione dell’identità del lavoratore, anziché disperderlo in anonime e vacanti sedi, tra centinaia di operatori, spesso di aziende diverse ma sotto lo stesso tetto per risparmiare (terzizzazione interna), oppure confinare l’attività in mansioni senza scrivania (deskless jobs). Il proficuo rapporto interpersonale tra colleghi e datori di lavoro rischia di svanire, compresso da flessibilità e telelavoro.
Un ruolo essenziale, rivolto anche a eliminare qualsiasi differenziazione e ritardo regionale, dovrebbe essere svolto dallo Stato per mezzo delle istituzioni locali, favorendo, in più, il relativo associazionismo. A tale scopo si dovrebbe legare l’attività sindacale.
Sembra utopia il solo ricordare le espressioni di pochi decenni or sono, quando si paventava la possibilità di poter scegliere la propria flessibilità: si dibatteva della “rivoluzione del tempo liberamente scelto”, che avrebbe addolcito la rigidità di determinati e ineluttabili processi.
Il volume di Gallino è preciso nell’individuare le problematiche e le possibili soluzioni. A queste aggiungerei il colpevole silenzio dei media ammaestrati, di regime, per esigenze di sponsor commerciali e ideologici costretti a tacere e a dirigere l’attenzione su fenomeni di bassissimo profilo, anziché informare la popolazione sul grande cancro che pian piano la sta divorando; un male che allunga i suoi tentacoli su tutti, anche su quelli che pensano di esserne fuori e continuano a “divorare” sponsor, gli stessi per i quali un giorno andranno a lavorare, flessibilmente. Impossibile, poi, riconoscere un ruolo degno di nota alle associazioni sindacali, non più in grado di salvaguardare le conquiste lavorative degli anni settanta, già seminate e sbocciate quaranta anni prima.

Marco Managò

recensione pubblicata sul sito http://www.rinascita.net/ e sul sito http://ariannaeditrice.it/

Appello alla mobilitazione per l’emergenza casa, di M.Pasquini

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Massimo Pasquini

L’unica stabilità che vogliamo è quella abitativa!
La legge di stabilità per il 2016 da una parte condanna gli inquilini allo sfratto per morosità azzerando il fondo contributo affitti e dall’altra sostiene i proprietari che affittano a nero abrogando la norma che imponeva il pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo.
Il Governo Renzi in questo modo dopo avere abolito l’IMU per l’invenduto dei costruttori procede a grandi passi nella sua opera di sostegno reale e concreto alla rendita e alla speculazione immobiliare.
In questo modo si condannano definitivamente i precari della casa alla marginalizzazione e alla disperazione sociale. Questo nonostante il fatto che in Italia ogni anno si emettono circa 80.000 sentenze di sfratto, che si richiedono 150.000 esecuzioni con la forza pubblica, che vengono eseguiti sfratti forzosi nella misura di 35.000 l’anno, ovvero in Italia ogni giorno 140 famiglie vengono sfrattate con l’ausilio della forza pubblica.
E’ necessario rispondere con una mobilitazione ampia, popolare e unitaria.
Una mobilitazione capace di imporre una svolta alle politiche abitative finora perseguite basate sulla privatizzazione del patrimonio pubblico, sulla liberalizzazione degli affitti e sull’abbandono di qualsiasi intervento teso ad aumentare l’offerta di alloggi a canone sociale.
La ferocia del Governo Renzi non sta solo nel taglio di fondi per il contributo affitto ma è nella decisione incivile di abrogare qualsiasi proroga anche quella relativa alle famiglie con sfratto per finita locazione e in disagio economico che vedono la presenza di anziani, minori, persone disabili e malati terminali.
Quando si giunge a decidere che i malati terminali o i disabili devono essere sfrattati senza alcun passaggio da casa a casa, si è giunti alla barbarie sociale.
D’altro canto su patrimonio di edilizia residenziale pubblica continuano le politiche di Governo, Regioni e Comuni di smantellamento attraverso le vendite, attraverso il blocco delle manutenzioni e le continue richieste di modifiche alla determinazione di canoni sociali che esulino dal reddito degli assegnatari.
Sulla base delle considerazioni sopra esposte siamo a rivolgere un appello affinché il 2 dicembre 2015 si svolga davanti alla Camera dei deputati una forte iniziativa unitaria, solidale e popolare che veda partecipi gli inquilini, gli assegnatari delle case popolari, gli sfrattati, i precari della casa, gli “abitanti” delle graduatorie, sindacati degli inquilini e dei lavoratori, movimenti di lotta per la casa, associazioni di volontariato e quanti ritengono ancora che la casa sia un diritto.
Perché l’unica stabilità che a noi interessa è quella abitativa!
per adesioni e info:
06/4745711 – mail unioneinquilini@libero.it – roma@unioneinquilini.it

Massimo Pasquini- Segretario generale Unione Inquilini

La capitale immorale, di A. Asor Rosa

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Alberto-Asor-Rosa

Adesso basta. Roma ha più del dop­pio degli abi­tanti di Milano (2.869.169 con­tro 1.342.385). Quanto ad esten­sione, il con­fronto non è nean­che pen­sa­bile (1.287,36 kmq con­tro 181,67; se si parla delle due città metro­po­li­tane, il diva­rio si allarga a dismi­sura: 5.363,28 kmq, con­tro 1.575). Se caliamo la mappa di Milano su quella di Roma, Milano parte dal Quar­tic­ciolo e arriva a Porta San Gio­vanni: non entra nean­che nella por­zione sto­rica e monu­men­tale della Capi­tale. Non si capi­sce quale senso abbia la vana chiac­chiera di tra­sfe­rire il modello dell’una (se c’è) sull’altra.

Natu­ral­mente, si può gover­nare bene una città di medie dimen­sioni (come Milano) e male una metro­poli (come Roma), come anche vice­versa. Le dimen­sioni e i rap­porti, però, sono incom­men­su­ra­bili. Roma è al quarto posto fra le grandi città euro­pee, dopo Lon­dra, Ber­lino e Madrid, non a caso tutte capi­tali dei rispet­tivi Stati. Milano si col­loca nel campo delle città di medie dimen­sioni (al tre­di­ce­simo posto al livello euro­peo, credo). Se si deve ipo­tiz­zare un rap­porto a livello mon­diale, l’unica città ita­liana degna d’esser presa in con­si­de­ra­zione è Roma (per que­sti, e soprat­tutto per altri motivi, sui quali tor­nerò più avanti).
Milano “capi­tale morale”? Qual­che anno fa apparve un bel libro, Il mito della capi­tale morale, forse recen­te­mente ristam­pato, di Gio­vanna Rosa (non ci sono paren­tele, nean­che a metà, fra me e l’autrice): libro che nes­suno cita, e nes­suno mostra di aver letto. Il “mito”, appunto: non “la capi­tale morale”. Un lungo per­corso dal Risor­gi­mento a oggi, fatto di fatti, illu­sioni e disil­lu­sioni, cadute e riprese, riprese e cadute. Del resto, se pren­des­simo alla let­tera per Milano la defi­ni­zione di “capi­tale morale”, dovremmo chie­derci sul piano sto­rico come sia stato pos­si­bile che da sif­fatta realtà politico-urbanistico-civile siano pre­ci­pi­tate sull’Italia le due scia­gure politico-istituzionali ed etico-politiche più ter­ri­fi­canti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mus­so­lini e Sil­vio Ber­lu­sconi. Che Torino, culla della nostra unità nazio­nale, per que­sto e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?

Su Roma, la Capi­tale, l’unica città ita­liana in grado di entrare in una com­pe­ti­zione e clas­si­fi­ca­zione inter­na­zio­nale, sono pre­ci­pi­tate nel tempo tutte le con­trad­di­zioni e tutto il degrado di cui è stato capace (o inca­pace) que­sto disgra­ziato paese, — l’Italia. Roma è, ahimè, il luogo del potere e dei Palazzi: la Pre­si­denza della Repub­blica, la Pre­si­denza del Con­si­glio e il Governo, il Senato, la Camera dei Depu­tati, i Mini­steri, gli orga­ni­smi diri­genti della Magi­stra­tura, della scuola, dell’Università, dei corpi sepa­rati dello Stato, ecc. ecc. Tutti, ovvia­mente, gestiti al novanta per cento da non romani: tutti orien­tati a difen­dere inte­ressi che con Roma non ave­vano niente a che fare. Roma, per quanto mi con­cerne, è se mai vit­tima, non car­ne­fice. Quando ha preso demo­cra­ti­ca­mente la parola, lo ha fatto poco e male. Con Ale­manno ha dato il peg­gio di sé, sul piano etico, civile e ammi­ni­stra­tivo. Anche que­sto oggi è ampia­mente e visto­sa­mente dimen­ti­cato e accan­to­nato, per non inter­fe­rire nean­che men­tal­mente con le pro­ce­dure di ese­cu­zione som­ma­ria dell’ultimo Sindaco.

A Roma, poi (anche que­sto avete dimen­ti­cato?), c’è il Vati­cano. Il Vati­cano è al tempo stesso una grande potenza reli­giosa e una grande potenza tem­po­rale, ter­rena. E, — lo dico con asso­luta per­sua­sione, — non può essere che così. Non può essere che così, nes­suno, né dal basso né dall’alto, potrebbe impe­dirlo (Gesù, unico, per volerlo fare, è finito nell’orto di Getse­mani e poi sulla croce). La pro­cla­ma­zione del pre­sente Giu­bi­leo ne è la più vicina e lam­pante testi­mo­nianza. Esprimo il mio stu­pore: non c’è com­men­ta­tore di qual­che por­tata che si sia sof­fer­mato come meri­tava su que­sto pas­sag­gio. Un bel giorno Papa Fran­ce­sco pro­clama un Giu­bi­leo straor­di­na­rio della Mise­ri­cor­dia. E’ l’ultima maz­zata: trenta milioni di pel­le­grini e migliaia di ceri­mo­nie nella Capi­tale, molto immo­rale forse, ma di certo molto, molto stra­paz­zata. Sic­come è impro­ba­bile che il Giu­bi­leo si svolga den­tro le mura dello Stato Vati­cano, che del resto non acco­glie quasi nulla di quanto lo riguarda, la città intiera ne sarà tra­volta. Ci sono state con­sul­ta­zioni pre­ven­tive in pro­po­sito? Qual­cuno, al di qua del Tevere, ha rispo­sto che andava tutto bene? Impro­ba­bile. Dun­que, il Vati­cano dispone di Roma come fosse cosa sua (è già acca­duto altre volte nella sto­ria, anche dopo il 1870). I poteri democratico-rappresentativi a quel punto sono spinti ine­vi­ta­bil­mente in un angolo. Cosa potrebbe dire o fare di fronte a un mes­sag­gio universalistico-religioso di tale por­tata? Ma il mes­sag­gio universalistico-religioso si tra­sforma rapi­da­mente in una serie di Ukase politico-temporali sem­pre più assil­lanti e per­sino da un certo momento in poi anche vio­lenti: avete chiuso le buche? Avete rat­top­pato le metro­po­li­tane? A che punto siete con l’accoglienza? Siete in grado di garan­tire il ristoro? E la sicu­rezza, la sicu­rezza, come va?

Il grande evento di Mise­ri­cor­dia vale dun­que per tutto il mondo (così almeno si dice): ma non vale per Roma, né per i suoi cit­ta­dini, né per i suoi ammi­ni­stra­tori, che infatti, in tutte le occa­sioni pos­si­bili, sono trat­tati a pesci in fac­cia, coo­pe­rando ine­vi­ta­bil­mente (e diciamo con­sa­pe­vol­mente) alla distru­zione della loro cre­di­bi­lità e del loro prestigio.

A Roma non ci sono gli “anti­corpi”? Sì, que­sto è un po’ vero. Infatti, a Roma, nelle scorse set­ti­mane, e con acce­le­ra­zione cre­scente negli ultimi giorni, si è con­su­mata la più impo­nente e capil­lare distru­zione di anti­corpi che si sia mai vista in Ita­lia dalla Libe­ra­zione a oggi. Anche qui esprimo il mio stu­pore: osser­va­tori, avete colto dav­vero quel che è acca­duto a Roma nelle scorse set­ti­mane e con acce­le­ra­zione cre­scente negli ultimi giorni? Il giu­di­zio sul com­por­ta­mento e le atti­tu­dini diri­gen­ziali del sin­daco Marino, — un “mar­ziano”, un inetto, un inca­pace, un sup­po­nente, da un certo momento in poi anche uno poco cor­retto, — non ha niente a che fare con lo svol­gi­mento e la con­clu­sione della fac­cenda. Se si doves­sero rimuo­vere dai loro inca­ri­chi Sin­daci, Pre­si­denti delle Regioni, Mini­stri, Diret­tori Gene­rali, Ret­tori, ecc. ecc., — per­ché “mar­ziani”, inetti, inca­paci, sup­po­nenti, poco cor­retti, ecc. ecc, — assi­ste­remmo in poco tempo al crollo ver­ti­cale dell’intera mac­china politico-istituzionale ita­liana (sarebbe comun­que affare della magi­stra­tura, come tal­volta già accade, non dei poli­tici). Quel che invece è acca­duto a Roma è la defe­ne­stra­zione dall’alto, — per vie poli­ti­che, non legali, intendo, — di un uomo poli­tico che non era in grado (e pro­ba­bil­mente non voleva) garan­tire le attese dei prin­ci­pali poteri inte­res­sati alla vicenda: la nuova forma della poli­tica oggi domi­nante in Ita­lia, il Vati­cano, i poteri eco­no­mici all’arrembaggio della nuova torta.

Il risul­tato di tutta la vicenda è che esi­ste oggi in Ita­lia un Potere Supremo il quale è in grado di sba­raz­zarsi di qual­siasi osta­colo demo­cra­ti­ca­mente rap­pre­sen­ta­tivo, sosti­tuen­dolo con la figura fin qui ano­mala ed ecce­zio­nale del Com­mis­sa­rio, il quale ovvia­mente è, e non potrebbe non essere, un dele­gato al ser­vi­zio di quel mede­simo Potere Supe­riore. Il quale, essendo anch’esso non deter­mi­nato dal voto popo­lare ma, diciamo, da una sorta di auto­com­mis­sa­ria­mento del mede­simo (com’è noto, il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio non ha goduto di tale inve­sti­tura), tende a ripro­dursi per gemi­na­zione secondo le mede­sime modalità.

Roma, se è e resta la Capi­tale d’Italia, la quarta città euro­pea, una delle più impor­tanti del mondo, dal punto di vista del patri­mo­nio arti­stico e cul­tu­rale è senza ombra di dub­bio la prima. Que­sto suscita da un bel po’ di tempo una cor­rente d’invidia e di gelo­sia, nazio­nale e inter­na­zio­nale, da far spa­vento. Essa si col­lega, e stret­ta­mente si con­giunge, al pro­getto dell’attuale potere poli­tico ita­liano di farne da tutti i punti di sta una cosa pro­pria. A Roma, più che in qual­siasi altra città ita­liana, abbiamo a che fare con una massa di potere inim­ma­gi­na­bile altrove: Vati­cano, poteri eco­no­mici forti, potere poli­tico di tipo nuovo, incline al com­mis­sa­ria­mento della Nazione ovun­que sia pos­si­bile e a suo avviso neces­sa­rio, pro­ce­dono affian­cati, e nella mede­sima dire­zione (non c’è biso­gno di pen­sare a incon­tri segreti a Via dei Peni­ten­zieri o a Largo Chigi o magari a Palazzo Vec­chio a Firenze: basta pen­sarla nello stesso modo).

Ce la faranno Roma, e i romani, a rove­sciare que­sta mostruosa ten­denza? I romani, senza i quali anche il mito di Roma rischia di diven­tare un’astrazione, sono delusi, con­fusi, smar­riti. Come volete che siano? Ave­vano votato trion­fal­mente per Marino esat­ta­mente per dare una svol­tata alla sto­ria. Ora forze potenti della poli­tica e dell’informazione si affan­nano quo­ti­dia­na­mente a spie­gar loro che Marino era sem­pli­ce­mente un “mar­ziano”, un inetto, un inca­pace, un sup­po­nente, uno poco cor­retto, ecc. ecc., e a spie­gar­glielo sono esat­ta­mente innan­zi­tutto quelli del suo pro­prio par­tito, quelli che ave­vano chie­sto loro di votarlo (nean­che uno dei con­si­glieri comu­nali “dem” che abbia resi­stito alla sferza del capo, che ver­go­gna!). Però, al tempo stesso, monta l’indignazione, anzi, una rab­bia cupa e vio­lenta, con­tro tutti quelli che hanno real­mente com­bi­nato tutto que­sto, il Potere Supe­riore e i suoi mol­te­plici alleati.

La Capi­tale immo­rale giace così sotto il peso degli errori com­messi, quelli suoi, certo, ma soprat­tutto, soprat­tutto quelli degli altri. Come ultimo schiaffo viene inviato a gover­narla un Pre­fetto dal nome beneau­gu­rante di Tronca. All’Expo, — per sue dichia­ra­zioni, — si è occu­pato dell’ordine pub­blico; in pre­ce­denza, dei Vigili del fuoco. Com­pe­tenze, que­ste, indu­bi­ta­bil­mente ade­guate a gover­nare la metro­poli Roma, le sue con­trad­di­zioni e lace­ra­zioni, e a susci­tare in lei i nuovi anti­corpi. Nel frat­tempo il Potere Supe­riore garan­ti­sce che il Giu­bi­leo sarà un suc­cesso come l’Expo. Tutto è money, d’accordo, ma forse qui siamo andati un po’ troppo oltre. Il Vati­cano sod­di­sfatto annuisce.

Per sot­trarsi a que­sta nefa­sta spi­rale, ed evi­tare altre can­to­nate, ci vorrà un lavoro lungo e in pro­fon­dità, razio­nale, sì, ma anche rab­bioso. Il tempo delle media­zioni è finito, ne comin­cia un altro, meno dispo­ni­bile alle prese in giro.

Se ci sono voci dispo­ste a par­lare in que­sto senso, si fac­ciano sen­tire presto.

Alberto Asor Rosa

 

articolo pubblicato su “Il manifesto” il 3 novembre 2015  (http://ilmanifesto.info/la-capitale-immorale/)

Roma, di P. Ciofi

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paolo ciofi

Com’era prevedibile, Ignazio Marino alla fine è stato dimissionato e la capitale d’Italia sarà governata da un commissario modello Expo sia pure «adattato», dentro il quale gli esperti intendono imbragare l’intero paese secondo loro a corto di anticorpi. Dunque, l’unico memorabile risultato ottenuto a Roma in questi anni da Matteo Renzi, capo del governo e segretario del Pd, è stato questo: la cacciata del sindaco del Pd eletto con una vasta maggioranza contro Alemanno, a dimostrazione – tra l’altro – che qualche anticorpo in questa città nonostante tutto ancora esiste. Gli applausi scrosciano e pressoché unanimi sono i complimenti dei poteri forti, economici e mediatici. Un altro importante obiettivo è stato raggiunto!

Sembra una gag di Petrolini. E invece è il risultato di una crisi devastante che investe il Pd degradato ormai a un’aggregazione di interessi, dove alligna la corruzione e il malaffare alimentati dalle privatizzazioni e dalla mercatizzazione dei diritti. Senza un’idea di Roma e senza strategie in quella che continua ad essere di gran lunga la principale metropoli del paese, e la quarta in Europa, nella quale hanno sede gli apparati pubblici e le fondamentali istituzioni dello Stato e della democrazia rappresentativa. Un problema nazionale di prima grandezza, che incide pesantemente non solo sulla vita sempre più difficile dei romani, ma anche sull’efficienza e sulla produttività del sistema paese e sulla stessa tenuta unitaria della nazione. Sul quale però ormai da tempo è stata spenta la luce, dando la stura, da un lato, al leghismo più becero e, dall’altro, alla bolsa e inconcludente retorica di Roma capitale.

Ignazio Marino, trionfatore alle primarie come Renzi e presentatosi con una posizione antipolitica (ricordate lo slogan «non è politica è Roma»?), si è dimostrato un sindaco di buona volontà ma non all’altezza e pastrocchione. La sua è stata un’esperienza che ripropone il tema stringente di dove e come si forma una classe dirigente politico-amministrativa in assenza di partiti radicati nella società, che facciano da tramite tra la società medesima e le istituzioni perché i cittadini, secondo la Costituzione, possano concorrere con metodo democratico a governare la cosa pubblica. La situazione è al limite: nel vuoto di rappresentanza e di partecipazione sociale politicamente organizzata, in cui i poteri economici hanno campo libero, vagano le persone in cerca dei diritti e senza l’obbligo dei doveri, mentre si moltiplica l’invadenza dei burocrati e si creano i presupposti per l’uomo solo al comando.

Mi sono sentito dire che anche il Pci, quando presentò Argan sindaco di Roma, fece ricorso a una personalità non di partito. È vero, ma allora il Pci e Argan avevano un’idea di Roma, poi in parte realizzata dai sindaci Petroselli e Vetere, e il Pci era un partito profondamente inserito nella società con quasi 100 mila iscritti. Inoltre, Giulio Carlo Argan era un grande intellettuale torinese che sapeva di storia e conosceva bene la capitale del suo paese. Oggi, invece, abbiamo a che fare un tizio calato da Torino in “aiuto” di Marino che si vanta di aver gridato allo stadio «Roma merda», assessore ai trasporti dimissionario che dei trasporti non sa neanche che il 64 collega San Pietro a Termini.

È l’approdo emblematico del degrado della politica, dell’arroganza del potere e del disprezzo verso un’intera comunità. Un atteggiamento semplicemente vergognoso. Come vergognoso, e foriero di ulteriori danni, è aver elevato Marino, che pure ha le sue responsabilità, a capro espiatorio di tutti i mali di Roma. Ma dopo il vertiginoso successo della liquidazione del sindaco, qual è l’analisi del Pd sui mali della metropoli? Ha, il Pd, una qualche idea sulla crisi profonda, di identità e di prospettiva, che percuote Roma? E sulla questione morale, che è tornata ad essere centrale nella politica e nell’amministrazione pubblica, quali proposte ha da avanzare per fare pulizia al Comune e in tutte le sue articolazioni territoriali e imprenditoriali? Non se ne ha notizia. Forse perché il Pd dei nuovi mali di Roma è uno dei fattori, e non ha la forza né la possibilità di tagliare i ponti con la rendita immobiliare e finanziaria.

E Renzi? Twitta, e ripete come un disco rotto che Roma «non funziona». Basta chiacchiere, precisa: «una città funziona o non funziona». Al di sopra di questa vetta il suo pensiero non sembra in grado di elevarsi, e questa è la sua idea di Roma. Le strade dissestate, le disfunzioni dei trasporti, i disservizi nello smaltimento dei rifiuti sono in larga misura l’effetto di gestioni incistate dalla corruzione e dalla malavita, che richiedono una svolta radicale nel modo di governare e nel sistema dei controlli. Ma nelle condizioni di oggi la buona amministrazione non basta, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti le disuguaglianze e le ingiustizie. E che ponga al centro della funzione pubblica statuale, e quindi della capitale dello Stato, la «tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (articolo 35 della Costituzione) insieme alla salvaguardia del territorio e dell’ambiente, nonché del patrimonio storico e artistico della nazione (articolo 9).

Come sosteneva Teodoro Mommsen, non si sta a Roma senza un’idea universale. E noi questa idea universale, che prospetta una civiltà più avanzata, la vediamo delineata nella Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Che ne facciamo di Roma in questo contesto? Una città museale, pietrificata nelle sue vestigia antiche, a disposizione di inconsapevoli tribù turistiche mordi e fuggi, mentre la rendita parassitaria s’ingrassa e le periferie degradano nello squallore, in attesa che si innalzino nuovi muri per blindarci nel nostro residuale benessere contro chi fugge dalla povertà e dalla fame? E cosa diciamo alle ragazze e ai giovani disoccupati di questa città, che ormai sono quasi la metà della popolazione giovanile? Che vadano al Colosseo a truccarsi da finti gladiatori? O che vadano a Londra a fare le cameriere?

Roma ha le risorse, morali e materiali, tecniche e intellettuali, per uscire dal declino e avviare una fase di rinascimento civile, economico e sociale, a beneficio dei suoi abitanti e dell’intero paese. Bisogna però cercarle queste risorse, stimolarle e metterle insieme: in un progetto di cambiamento capace di raccogliere i malesseri e i contrasti che ribollono nella metropoli, e di assicurare a tutti i diritti fondamentali. Da una parte, occorre recuperare la virtù dell’accoglienza, che da secoli caratterizza questa città straordinaria. Dall’altra, è indispensabile rovesciare la vecchia e fallimentare visione delle classi dirigenti non solo locali, che hanno estratto da Roma rendite di ogni genere. Degradandola nel contempo al ruolo di città da assistere con elargizioni clientelari, invece di valorizzarla come risorsa disponibile per la comunità nazionale.

Una metropoli e una capitale in cui si configuri un intenso rapporto politico-istituzionale con la cultura e con la scienza, con tutte le espressioni del lavoro, e in sinergia con le forme più avanzate di partecipazione civile, di democrazia diretta e di proprietà autogestita da produttori e utenti, puntando decisamente sull’innovazione e assumendo l’ambiente e il patrimonio culturale e artistico accumulato come risorse e parametri di una nuova qualità della vita. Questo, insieme alla configurazione della Città metropolitana e alla qualificazione di territori e funzioni dei Comuni-Municipi, dovrebbe essere l’obiettivo cui tendere, in una fase in cui la rivoluzione scientifica e tecnologica non si arresta e darà ancora imprevedibili frutti.

La tensione verso la progettualità permanente e l’elevazione culturale di massa per disegnare una metropoli a misura degli esseri umani e del loro libero sviluppo è il contrario della cultura dell’evento straordinario, di cui in anticipo si annunciano straordinarie meraviglie per poi fare i conti con i danni accertati. Fatti salvi, ovviamente, i pingui introiti di chi promuove il business. Rutelli fu un bravo organizzatore del Giubileo del 2000 che si svolse con successo. Ma dopo, in particolare con Veltroni, a Roma il dominio della rendita immobiliare e finanziaria ha raggiunto il massimo del suo fulgore, consolidando il modello di città in cui viviamo. Naturalmente, auspichiamo che anche il Giubileo promosso da papa Francesco nel segno della umiltà abbia successo. Ciò non toglie tuttavia, e anzi sottolinea, che occorre cambiare radicalmente proprio quel modello di città, che nulla ha di francescano.

Marino non offriva sufficienti garanzie al Vaticano. Ma neanche a Renzi, massimo esponente della cultura dell’evento. E grande esperto nei colpi di palazzo, giacché dopo Letta anche l’ignaro Ignazio è stato liquidato con un colpo di palazzo, impedendo al Consiglio comunale di riunirsi e di deliberare su una vicenda cruciale per i destini della città. La democrazia è stata sospesa, il messaggio è molto chiaro e da non sottovalutare: il Consiglio comunale eletto dal popolo non conta niente; il voto degli elettori non conta niente; i cittadini di Roma non contano niente. Conta solo chi comanda, l’uomo al comando. E il potere dell’apparato burocratico che lo circonda.

A questa impostazione occorre reagire con nettezza, mettendo in campo un progetto alternativo, che può nascere solo dalla mobilitazione sui problemi reali che coinvolgono la vita delle persone. Raccogliendo e unificando le tante energie di cui dispone Roma, oggi disperse e separate in mille rivoli, per farle confluire in un grande fiume che rompa gli argini della passività, del disincanto, dell’astensionismo. Le centinaia di associazioni che operano nel territorio trovino la forza di guardarsi in faccia, di superare la propria parzialità spesso priva di sbocchi, di misurarsi senza preconcetti con le esperienze e con le pratiche degli altri. Si costituisca un coordinamento e si lavori alla convocazione di una Costituente per Roma, che di Roma individui i nuovi mali e la via per superarli. È il primo passo indispensabile. Tutto il resto viene dopo.

Paolo Ciofi

tratto dal sito: http://www.paolociofi.it

Unione Inquilini- Comunicato stampa, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

Stabilità: ” Il Governo con la legge di stabilità azzera il fondo contributo affitti e condanna centinaia di migliaia di famiglie al baratro dello sfratto per morosità. Ora tutto è chiaro: viene eliminata la tracciabilità degli affitti, nessuna risorsa per l’aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale, nessuna limitazione al libero mercato, ora nessun contributo per evitare gli sfratti per morosità. Per il Governo gli inquilini ( 3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato”
Dichiarazione di Massimo Pasquini, Segretario Nazionale Unione Inquilini.

” Ogni giorno dalla legge di stabilità arriva una coltellata alla schiena agli inquilini. Dopo che l’Unione Inquilini ha denunciato l’abrogazione della norma sul pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo, dopo che è stato cancellata qualsiasi ipotesi di rilancio dell’offerta di alloggi a canone sociale nonostante le 700.000 famiglie collocate utilmente nelle graduatorie comunali, ora scopriamo che al capitolo 1690 del Bilancio del Ministero delle infrastrutture sono state letteralmente azzerate le risorse destinate al fondo nazionale per i contributi affitto alle famiglie in disagio economico. Nel 2015 erano stati stanziati 100 milioni di euro (nel 1998 senza la crisi economica che mordeva erano 350 milioni di euro) ora con la legge di stabilità per gli anni 2016-2017-2018 le risorse disponibili sono ZERO.
Per il Governo gli inquilini (3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato.
Ricordiamo a tutti che in Italia negli anni passati erano circa 300.000 famiglie che grazie al contributo affitto (sempre più tagliato negli ultimi anni) erano riuscite ad evitare lo sfratto per morosità e nonostante questo nel solo 2014 le sentenze di sfratto per morosità, a causa dei ritardi con i quali i comuni erogavano i contributi, anche a distanza di anni ovvero a sfratto eseguito. erano arrivate a oltre 65.000 sulle complessive 77.000. Quindi a centinaia di migliaia di famiglie non solo viene negato del tutto un misero contributo ma viene anche detto che non ci saranno case a canone sostenibile, insomma si arrangino.
Al Presidente del Consiglio chiediamo: è questa la sua idea di equità sociale? Questa è un Paese moderno ? E’ evidente che nel cuore del Presidente Renzi alberga un mattone quello targato speculazione immobiliare rendita”

Unione Inquilini Segreteria Nazionale – Roma 2 novembre 2015

 

tratto dal sito: http://www.unioneinquilini.it/index.php?id=7213 

anche sulla pagina facebook:   https://www.facebook.com/Unione-Inquilini-Roma-362681523797278/?fref=nf

 

Socialismo non è la parola magica, di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

“Socialismo, socialisti”. Sono le parole che scaldano il nostro cuore; che ci fanno sentire migliori; che segnano la nostra diversità rispetto al mondo che ci circonda.
Ma il fatto è, però, che questo mondo ha cancellato dal suo orizzonte e l’una e l’altra.
Così che, quando ci presentiamo, ci confrontiamo con un muro di silenzio e di ostilità. Dite “socialisti” e la stragrande maggioranza delle persone penseranno automaticamente a Craxi, perchè di quelli che sono venuti dopo di lui non è rimasta traccia: nè di pensieri, nè di parole od opere. E, siccome Craxi, nella vulgata corrente ( mai seriamente contestata da noi) è considerato un precursore di Berlusconi e di Renzi dovrete fare fatica per rinnegare questa eredità. In quanto al socialismo, la teoria e la prassi della sinistra,dal 1994 in poi, lo ha relegato a reperto archeologico. La domanda potenziale c’è; ma è cancellata dalla mancanza di offerta.
Perciò non basterà proclamare la nostra resurrezione per essere creduti; perciò dobbiamo cessare di guardarci reciprocamente l’ombelico per operare nel mondo che ci circonda. Perciò la nostra identità e credibilità non è assicurata in partenza ma deve essere conquistata, giorno dopo giorno, con la qualità delle nostre riflessioni e delle nostre iniziative. Diciamo, giustamente, che la cultura e la prassi socialista è essenziale per il futuro della sinistra; dobbiamo dimostrarlo: è su questo terreno, e non su quello dei voti o degli iscritti, che si misurerà il nostro successo.

Alberto Benzoni

La sinistra tramonta se è uguale alla destra, di W. Münchau

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Uno degli enigmi politici dell’Europa continentale è lo scarso successo del centrosinistra. Gli eventi avrebbero dovuto favorire i socialisti e i socialdemocraticiLe crisi dell’euro e del sistema finanziario internazionale sono state in parte il risultato di un’estrema deregolamentazione dei mercati dei capitali controllati dai governi di centrodestra, e del loro rifiuto di creare una maggiore unione economica nell’eurozona.

I partiti europei di centrosinistra vanno al potere ogni tanto, ma meno spesso di quelli di centrodestra. E quando riescono a conquistarlo ci restano meno a lungo. La loro posizione in questi tempi è quella di alleati minori in una grande coalizione. Un’eccezione è la Francia – ma anche lì, il presidente François Hollande non va bene nei sondaggi. Va meglio il Pd in Italia, ma questo è dovuto in parte alla frammentazione dell’opposizione.

Perché allora il centrosinistra in generale non riesce a trarre vantaggio dai fallimenti dei suoi avversari politici? Il motivo profondo sta nel fatto che ha assimilato le politiche del centrodestra, invalse da circa un trentennio: l’accettazione degli accordi di libero scambio, la deregolamentazione di quasi ogni cosa e (nell’eurozona) l’introduzione di vincoli di bilancio insieme all’adozione della più rigorosa dottrina dell’indipendenza della banca centrale che sia mai stata formulata. Così oggi i partiti di centrosinistra non sono più distinguibili dai loro avversari.

Non è stato sempre così. Negli anni Settanta, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, un leader socialdemocratico piuttosto conservatore, andava alle riunioni della Bundesbank in cui veniva decisa la politica monetaria, dispensando i suoi consigli. Allora non c’erano vincoli di bilancio come quelli di oggi. E in seguito alla contrazione dell’economia alla fine di quel decennio, adottò una strategia fiscale keynesiana per contrastare gli effetti della recessione. Con questo non voglio dire che fosse una migliore politica economica. Forse non lo era. Ma il punto è che la sinistra adottava politiche diverse da quelle della destra e che queste andavano a suo vantaggio politicamente.

Il grande cambiamento politico è avvenuto nel corso degli anni Ottanta e Novanta, in un periodo in cui i principali partiti europei di centrosinistra stavano all’opposizione, tranne che in Francia. In quegli anni, il consenso verso la politica economica in Europa si spostò verso la destra. La politica macroeconomica cominciò a basarsi su regole più strette. Gli interventi discrezionali vennero abbandonati, le imprese statali furono privatizzate e i mercati liberalizzati. Le banche centrali in tutta Europa divennero pienamente indipendenti. Ricordo un importante esponente politico socialdemocratico che era orgoglioso di poter recitare a memoria tutte le regole dei trattati europei. Nessuno però si chiedeva se quelle regole avevano un senso.

Lo spostamento a destra è sembrato funzionare, inizialmente. Portò ai successi elettorali di Tony Blair in Inghilterra nel 1997 e di Gerhard Schröder in Germania nel 1998. Blair fu rieletto due volte; Schröder una. Queste vittorie hanno creato lo stereotipo ancor oggi persistente fra i dirigenti politici di centrosinistra: quello secondo cui si possono vincere le elezioni solo su posizioni di centro.

Poi però sono arrivate le crisi finanziarie e politiche scoppiate a partire dal 2007. Dopo aver abbandonato i tradizionali strumenti di gestione della politica macroeconomica, il centrosinistra era rimasto privo di alternative. Così, quando la crisi del capitalismo globale ha offerto un’occasione da non perdere, i suoi leader non hanno saputo coglierla. Hanno salvato le banche, invece di nazionalizzare. Hanno imposto l’austerità. Non avevano nulla di originale da dire.

Sulla questione della Grecia, il centrosinistra europeo non ha saputo reagire diversamente dal centrodestra.In Germania Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia e segretario generale dell’Spd, si è rivelato ostile verso i greci come Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze della Cdu. L’unico partito keynesiano in Germania oggi è Die Linke, che proviene dagli ex comunisti della Germania Est. In Italia e in Francia i keynesiani sono all’estrema sinistra e all’estrema destra.

I partiti di centrosinistra farebbero meglio allora a spostarsi di nuovo a sinistra? L’elezione di Jeremy Corbyn a segretario del partito laburista britannico potrebbe preannunciare una svolta in questa direzione. Ma la Gran Bretagna non è legata al consenso dell’eurozona: a Londra basta solo un cambiamento di governo per cambiare politica, mentre nell’eurozona ci vorrebbe un cambiamento dei trattati. O più probabilmente una rivoluzione. In ogni caso, non è affatto chiaro se gli attuali partiti di centrosinistra  riusciranno ad emergere come agenti del cambiamento. Temo di no.

Wolfgang Münchau

(Traduzione di Mario Baccianini)
Copyright The Financial Times Limited, 2015

Tratto dal sito: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/09/29/news/la-sinistra-tramonta-quando-e-uguale-alla-destra-1.231841

Nelle città-simbolo una sinistra diffusa lancia la sfida al Pd, di M. Prospero

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Michele-PROSPERO

Le prossime elezioni amministrative diranno qualcosa di più attendibile su come si stanno disponendo gli orientamenti reali dei cittadini. Al momento sono possibili delle inferenze provvisorie, destinate a essere confermate o smentite dallo sviluppo degli avvenimenti. Nelle grandi città è visibile uno stato di completa anarchia politica che sembra contrastare con l’immagine granitica di un Partito Unico della Nazione che conquista sempre nuovi proseliti nelle Camere.

Le griglie coalizionali, e i simboli nazionali della competizione tra destra e sinistra, sono ormai saltati. E, almeno in questo, il territorio conferma quello che da due anni succede nel Palazzo, dove il Pd ingrossa le truppe, in un gran ritorno delle pratiche del trasformismo. Nelle periferie, non ci sono più confini di partito, esiste un indistinto calderone, in esso tutto si mescola, senza coerenza, stabilità, conflitto effettivo tra programmi.

La destra, dal canto suo, ha poco da sperare nel voto amministrativo. Già assente, prima del diluvio che l’ha disintegrata, dal controllo delle grandi città, ora che non ha ancora trovato la via per una sua embrionale riorganizzazione, vaga nella più profonda incertezza. Potrà forse tornare a essere protagonista nella capitale, ma non per una sua recuperata competitività (l’eredità di Alemanno pesa come un macigno). È comunque difficile che, con Meloni al comando, sbaragli la concorrenza di altre formazioni, pronte all’affondo per l’assedio finale al Campidoglio.

Anche a Milano una destra colpita dagli scandali non sembra attrezzata per approfittare del grande vuoto che lascia la rinuncia di Pisapia alla corsa per il secondo mandato. Lo stile populista molto aggressivo di Salvini, mentre penetra nelle periferie, facendo breccia nelle paure disseminate nelle piccole e medie città, non sembra avere le caratteristiche per sfondare in una metropoli come il capoluogo lombardo, dalle forti sensibilità post-materialiste.

La vera sfida per la destra non è quella di conquistare i municipi, ma di mostrare di essere ancora potenzialmente (in caso di alleanze tra eterogenei soggetti) il secondo polo della contesa. Questo, in fondo, sarebbe anche l’auspicio del Pd, che vedrebbe con estremo favore un ballottaggio con una destra fragile. Il fatto è che, a Roma o a Napoli, i democratici scontano delle prevedibili difficoltà a organizzare una loro offerta politica, che abbia delle credibili potenzialità di successo.

In una metropoli come Milano, il cui controllo assume un significato di lungo periodo, visibili sono i ritardi nella confezione di una proposta politica solida. Stenta anche la selezione di una candidatura di effettivo rilievo. Il panorama è per ora coperto da aspirazioni a Palazzo Marino coltivate da figure visibilmente poco prestigiose. La sinistra che guidava Milano, Genova, Cagliari con un proprio esponente è immersa anch’essa in un dilemma strategico. Esclusa dalle alleanze nazionali, per via della vocazione maggioritaria che con l’Italicum impedisce coalizioni e apparentamenti, a livello locale cerca di procedere a macchia di leopardo. Nella certezza che un’alleanza politica con il Pd è impossibile da stipulare per il 2018, la sinistra si trova nell’imbarazzo di dover rompere governi locali che la vedono coinvolta in posizioni cruciali o di confermare un’intesa in condizioni di subalternità politica, rischiando così di lavorare per il nemico, che intende asfaltarne ogni traccia.

Un fenomeno nuovo, che potrebbe avere una ricaduta simbolica nient’affatto trascurabile, è l’apparizione di liste civiche di sinistra a Bologna o a Torino (ma anche a Roma l’ipotesi non è da scartare). Esse adottano una tattica di guerra di movimento. In città-simbolo (Torino, per la presenza, nel ruolo di sindaco, dell’ultimo segretario del Pds, distintosi per un renzismo oltranzista; Bologna, per l’opera di potentati economici che hanno indotto la “ditta” a cedimenti sulle riforme costituzionali e del mercato del lavoro) una sinistra diffusa lancia la sfida al Pd. L’obiettivo è quello di acciuffare il ballottaggio o comunque di rimescolare le carte, per graffiare Renzi e costringerlo a misurarsi con il senso della sconfitta.

Soprattutto per il M5S le consultazioni di primavera assumono un ruolo strategico. Nelle grandi città, i grillini dovranno confermare la possibilità di raccogliere le ansie antisistema, per diventare il secondo polo elettorale e contendere al ballottaggio la guida del governo al Pd. Nell’evoluzione della contesa elettorale in una direzione post-partitica e post-coalizionale, si profila all’orizzonte un grande scontro tra il Palazzo e la società civile, tra il sistema e l’antipotere, tra il populismo mite e il populismo forte. Gli strateghi dell’Italicum, e gli amici del “facilitatore” Verdini, hanno combinato un bel pasticcio e il sistema politico potrebbe di nuovo esplodere.

Michele Prospero

 

tratto dal sito:  http://www.rassegna.it/articoli/nelle-citta-simbolo-una-sinistra-diffusa-lancia-la-sfida-al-pd

Manganellate e privatizzazioni contro il diritto all’abitare, di G. Martinotti

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Più di duecento i poliziotti e i carabinieri mobilitati martedì 20 nel capoluogo emiliano per lo sgombero della palazzina dell’ex-call center Telecom. I circa trecento occupanti, tra i quali molte donne e bambini, si erano macchiati di un delitto troppo grave per essere lasciato impunito: non potendosi permettere di pagare un affitto, e non avendo a disposizione un alloggio pubblico, negli ultimi dieci mesi avevano rimesso in sesto i locali dello stabile, abbandonati da anni, per adibirli ad uso abitativo.

Mentre queste persone venivano buttate letteralmente in mezzo alla strada con la forza, a Roma scattava immediatamente la solidarietà dei movimenti per il diritto all’abitare che davano vita a un sit-in di solidarietà a Porta Pia, bloccando il traffico in maniera pacifica e opponendo resistenza passiva agli agenti in assetto antisommossa. E in un attimo prendeva forma la solita dinamica repressiva che si ripete quasi quotidianamente non solo nella capitale: l’arrivo della camionetta idrante, violenti getti d’acqua contro manifestanti inermi, la carica indiscriminata dei poliziotti che provoca feriti e contusi.

Questi sono fatti gravissimi e rispecchiano l’impotenza di un governo repressivo che con le sue politiche di austerità ha portato i tassi di povertà e disuguaglianza a livelli vertiginosi. L’approccio semplicistico e classista con il quale il complesso fenomeno delle occupazioni abitative viene ridotto a emergenza criminale, grazie anche alla mistificazione del concetto di legalità, rivela una profonda impreparazione sia in termini amministrativi che umani.

Affrontare l’urgenza del problema abitativo nel nostro paese esclusivamente come una questione di ordine pubblico, negandone le conseguenze sociali già imperanti, è l’ennesima negligenza da parte di uno Stato che mette i suoi cittadini, e migliaia di nuclei familiari, in situazioni altamente rischiose nelle quali i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati. Evizioni forzate ai danni di cittadini vulnerabili, anziani, malati terminali, famiglie con minori, portatori di handicap. L’indigenza come colpa, il desiderio di dignità come crimine.

Si delinea così un quadro disarmante in cui i principi del riconoscimento dei diritti inviolabili, l’uguaglianza e la solidarietà politica, economica e sociale, vengono violati in spregio alla Costituzione, ormai obsoleta e a quanto pare da riformare anche a costo di sacrificare la democrazia. Perfino l’Istituto Nazionale di Urbanistica ha sancito l’inadeguatezza delle risorse messe a disposizione dal governo nel DL n.47 e ha ribadito che per far fronte all’attuale emergenza, ampliando l’offerta di alloggi sociali in locazione permanente destinati a fasce sociali a basso reddito, servono risorse certe per un adeguato numero di anni.

Ma non sorprende che l’orientamento espresso da Renzi, al contrario, vada nella direzione opposta, quella della cessione generalizzata del patrimonio di edilizia sociale e della dismissione del patrimonio pubblico, confermando peraltro che la politica del governo sia completamente assoggettata alla logica del “privatizzare per salvare il bene pubblico”. Insomma, manganellate e privatizzazioni, criminalizzando l’esistenza di migliaia di nuclei familiari in nome della legalità: oggi la vera sfida è quella di far prevalere la democrazia e i diritti sulla potenza devastatrice del capitale.

Giampaolo Martinotti

tratto dal sito http://popoffquotidiano.it/2015/10/22/manganellate-e-privatizzazioni-contro-il-diritto-allabitare/

Alluvioni nel Mediterraneo tra cambiamenti climatici e urbanizzazione selvaggia, di B. Ceccarelli

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Le inondazioni e le tempeste che colpiscono sempre più frequentemente il bacino del Mediterraneo e i relativi Paesi  stanno facendo decine di morti: Francia,  Italia ,Grecia, ecc. La devastazione  dei territori  risulta essere  pesantissima. La frequenza di tali episodi intensi può essere messa in relazione sia con il riscaldamento globale e sia con gli episodi di consumo di suolo dissennato. Il legame con l’”affaire” Tor di Valle.

Le inondazioni e le tempeste che colpiscono sempre più frequentemente le coste del Mediterraneo e i relativi Paesi, hanno comportato sinora decine e decine di morti. In Francia, in Italia,  in Grecia, ecc., interi territori ne sono risultati  devastati.

A casa nostra ricordiamo tristemente le tragedie che hanno colpito la Liguria, la Sardegna, e non solo. Oggi sono colpite  alcune regioni del Centro Sud e la Sicilia.

Parrebbe che la problematica per le autorità preposte  consista esclusivamente nella capacità di saper leggere bene tutti i parametri che determinano i Bollettini metereologici per poter essere – responsabilmente –  bravi ad allertare le popolazioni.

Governo, Protezione civile e Sindaci cercano di dimostrare di aver alleviato i danni, riducendoli.

Queste tremende  tempeste sono provocate dall’incontro di  masse  d’aria calda e umida proveniente dal sud del Mediterraneo  e di  masse d’aria più fredda provenienti da latitudini più in alto, nel nord. Quel che invece è molto eccezionale è l’intensità del fenomeno che si sviluppa  da qualche tempo a questa parte. Veri record di precipitazione in poche ore.

Questi fenomeni, estremi e molto localizzati, sembrano legati direttamente al riscaldamento climatico. Ne sono pure convinti molti ricercatori che sintetizzando esprimono questa analisi : «Le ricerche sul clima lasciano effettivamente pensare che andremo incontro sempre più spesso a questo tipo di situazioni».

I media ne parlano, spesso con lunghi e angoscianti resoconti. Tuttavia si salta a piè pari, la questione è inesistente,  il legame esistente tra la responsabilità di una cattiva programmazione urbanistica e il possibile collegamento con i cambiamenti climatici.

Se le  aree urbane si ingrandiscono con programmazioni risibili (vedi ad esempio la normativa circa le compensazioni), se si continua  irresponsabilmente  a costruire in ogni dove, se l’idrologia urbana (in particolare le reti di canalizzazione dell’acqua) non permettono di assorbire le quantità di acqua che vengono dal cielo, se la regolamentazione  dei fiumi non è sufficiente, si possono avere eventi catastrofici. Mentre possiamo affermare che molta (o praticamente tutta) è la responsabilità dell’uomo, credo che  risulterebbe vano e sbagliato pensare che sia utile cercare  una “gerarchia di responsabilità” circa i disastri,  addossandoli separatamente al cambiamento  climatico o alla urbanizzazione insensata.

Mai come in questa epoca appare incredibile la separazione  culturale esistente tra conoscenza, ricerca e  modello di sviluppo. Anzi in questo caso salta completamente quella che si chiama visione Glocal (globale e locale). Infatti in questo caso coloro che sono preposti alla pianificazione e programmazione (la Politica e le Istituzioni)  non solo, come si dice, dovrebbero avere la cultura di   pensare globalmente e agire localmente , ma dovrebbero essere capaci di fare di più.

A Roma abbiamo un esempio emblematico. L’Assemblea Capitolina dichiara  “l’interesse pubblico”  per la realizzazione di uno Stadio di calcio in una area a rischio idrogeologico e contemporaneamente  collega tale realizzazione alla possibilià (perfino interpretando in modo “ disinvolto”  le normative al riguardo) di costruire nella medesima area, fragilissima,  addirittura tre grattacieli alti 220 metri, oltre che altri palazzi di diversi piani.  Questa scelta  realizza, a mio modo di vedere, per la prima volta nel nostro paese, l’utilizzo di un affare speculativo per dare sostegno (lavoro si dice) a questo modello di sviluppo.

Un modello si badi bene che è responsabile del cambiamento climatico e consegue nel pianeta la più grande diseguaglianza tra gli uomini che ci sia mai stata nella storia. La conseguenza che nel Mediterraneo si vede giornalmente  é  pure nella contemporanea fuga  di milioni di migranti che scappano dai luoghi nella quale già si sta consumando la terza guerra mondiale.

Cercare di mettere delle pezze attraverso provvedimenti inutili e  stravaganti come spesso fanno gli inadeguati amministratori nostrani oltre che il danno, se fossimo capaci di ironia, ne coglieremmo pure il ridicolo.

Risalire la china non è per nulla facile. Compito della parte migliore del paese è quello di non perdere la bussola e tenacemente provare a mantenere in modo  lucido  la dimensione delle problematiche  che sono in gioco. Con una frase presa a prestito occorrerebbe sapere che le generazioni che verranno ci giudicheranno.

Bruno Ceccarelli