Recensione del libro di Luciano Gallino “Il costo umano della flessibilità”, a cura di M. Managò

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©AlessandroParis/Lapresse Trento 01-06-2008 economia Festival dell'economia Nella foto: Luciano Gallino

Nella foto: Luciano Gallino

 

Il libro Il costo umano della flessibilità, opera del professore universitario Luciano Gallino (pubblicato da Editori Laterza), rappresenta una testimonianza interessante riguardo i nuovi sviluppi della condizione lavorativa, italiana e mondiale.
In poche pagine l’autore è in grado di centrare il fenomeno “flessibilità”, di indicare gli aspetti degenerativi e di suggerire alcuni correttivi.
La famelica new-economy mondiale, sull’onda della necessità esclusiva di contenere i costi di produzione, supportata dalle dichiarazioni della Banca d’Italia, della Confindustria e dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), tende all’impiego “misurato” della forza lavoro. Il materiale umano è necessario senza produrre sprechi e vuoti produttivi, alternando fasi più dinamiche ad altre meno attive.
L’azienda mira allo sfruttamento ad hoc della forza lavoro utilizzando particolari periodi del mese o dell’anno, sconfessando quella condivisione di rapporto a tempo indeterminato così svantaggiosa economicamente. Altrettanto infruttuoso è il ricorso al cosiddetto “lavoro straordinario”; ben più sensato d’ogni flessibilità.
“E’ dal suo inflessibile perseguimento ad opera delle imprese, all’insegna dell’imperativo primo non assumere, che nascono i contratti a tempo determinato; gli impieghi a tempo parziale…” scrive Gallino.
Alcuni studiosi dei fenomeni economici considerano la flessibilità come un’ottima occasione per muovere il mondo del lavoro, creando nuova occupazione in barba alla rigidità normativa del settore. All’autore del volume, e allo scrivente, tali supposizioni paiono, però, prive di valido fondamento.
All’Italia si rimprovera troppa Epl (Employment protection legislation, ossia “rigidità della legge a protezione dell’impiego”) ma allo stesso tempo è impossibile riconoscere valide opportunità di sviluppo, di occupazione. Anzi, il quadro attuale sembra proprio minare le conquiste sociali e normative (diritto del lavoro) acquisite in decenni di rivendicazioni. Lo schema normativo sembra, per alcuni esperti, l’ostacolo più serio alla dinamicità imprenditoriale; svuotato, invece, da qualsiasi retaggio etico, deve assecondare i dettami dell’elasticità aziendale.
L’autore sottolinea quanto la disgregazione e la frammentazione professionale contribuiscano ad allentare qualsiasi attività associativa dei lavoratori, a tutto vantaggio dell’azienda e quanto questa sia legittimata ad affrancarsi da qualsiasi vincolo etico riguardo i licenziamenti.
L’imprenditore, quindi, a differenza di qualche collega del passato (più filantropico), scarica sulle istituzioni, e sull’interessato, il peso del licenziamento.
L’ansia e il disagio che il licenziato o il precario traspongono nella società, e nella famiglia, sono decisamente notevoli e in continuo aumento (sulle spalle di oltre 8 milioni di individui), illegittimi figli di una flessibilità volano dell’imposta globalizzazione.
Dirigenti e funzionari, pressati dalle esigenze crescenti di contenere il costo della forza-lavoro, in alcuni casi comprendono il periglioso percorso intrapreso ma si adeguano, rapaci carrieristi, alle pazze regole del sistema. Un regime, ricorda Gallino, costituito “…dalle privatizzazioni mal concepite che hanno privato il paese sia di gioielli tecnologici, sia di ben rodati strumenti di sviluppo di infrastrutture pubbliche”.
Molti studiosi hanno ritenuto necessaria, per l’Italia, una flessibilità estesa pur di non perder terreno nell’era della globalizzazione; i risultati raggiunti in tal senso sono tali che il nostro paese si dimostra fiero paladino e modello meritevole di studio per gli altri paesi leggermente in ritardo(!).
Le forme assunte dalla flessibilità sono molteplici: da una di tipo esclusivamente quantitativo, fondato sulla fredda corrispondenza della forza lavoro al ciclo produttivo del momento, salvo mutare la numericità in funzione del mercato; a una di stampo qualitativo che prevede, come scrive l’autore “l’articolazione differenziale dei salari, praticata per ancorarli ai meriti individuali o alla produttività di reparto o di impresa; le modificazioni degli orari…”.
Solo in rari casi la flessibilità conosce una caratterizzazione positiva e nasce da una scelta del lavoratore stesso, di orario o categoria professionale, in posizione di autogoverno, grazie alla quale non si avverte alcun disagio psicologico o sociale.
Tutte le altre fattispecie della flessibilità, invece, comportano rilevanti oneri personali e sociali che pregiudicano sia le previsioni a breve durata sia la progettazione a lungo termine: una castrazione notevole sullo sviluppo della personalità.
Altra forma di disagio e di penalizzazione è quella, non riscontrabile in rari casi di professionalità elevata, in cui le mansioni svolte, variabili secondo i vari contratti, siano talmente irrilevanti nel sistema lavorativo italiano e sia così impossibile formare un bagaglio culturale/professionale spendibile all’esterno.
Non possedere un ufficio, non sviluppare relazioni professionali, non identificare la propria persona con il posto occupato in un’azienda, sono fattispecie che incidono notevolmente sullo stato emotivo e mentale del precario.
L’autore distingue quattro sistemi di lavoro flessibile: da quello razionalizzato, vincolato saldamente da fattori tecnici e organizzativi (call centers e ambienti di fast food), a quello di qualificazione medio-bassa ed alta intensità di forza lavoro (costruzioni stradali), per poi proseguire con quelli semi-autonomi, contrassegnati da notevole autogestione e possibilità di comando, sino a concludere con le forme più elevate, di stampo professionale, più svincolate da legacci e rigidità strutturali. Queste ultime prediligono forme di contratto a tempo determinato (giudicando infruttifere quelle indeterminate), in quanto la loro capacità di rinnovarsi e di offrirsi, a varie aziende, con professionalità crescente, è funzionale alla ricerca di uno sviluppo carrieristico e remunerativo.
Paladini e vestali della flessibilità, anziché vittime, Gallino li raffigura così: “Delle tutele sindacali non sanno che farsene: il loro ideale è (molti vi si avvicinano) a ciascuno/a il suo contratto”.
Per loro la formazione è una componente essenziale, senza la quale sarebbe minata la particolare professionalità acquisita e spendibile. Lo sviluppo tecnologico, inoltre, da assecondare e prevenire, è una costante minaccia, perché l’innovazione continua potrebbe evidenziare, in un settore, determinate professionalità ormai anacronistiche.
Diversa la situazione per la stragrande maggioranza dei lavoratori precari attuali, in larga parte giovani, donne, maggiori di 40 anni, chi ha un titolo di studio non elevato o risieda nelle zone d’Italia cronicamente a disagio occupazionale.
Faccia riflettere l’osservazione di Gallino: “…il lavoro interinale più come un serbatoio di lavoratori-massa che non come un mezzo per sopperire a carenze contingenti di personale di elevata caratura tecnica, come fu presentato all’inizio”.
Siamo ormai nella cosiddetta new-economy che, comunque, di là da alcune innovazioni terminologiche (call centers in luogo di centralini) non migliora di certo le condizioni di sfruttamento del post-fordismo o post-taylorismo, basandosi sempre su tecniche di “intensificazione produttiva” e di “densificazione del lavoro”, sopprimendo ogni buco nell’orario produttivo, quand’anche previsto per la legittima pausa; net e new-economy, inoltre, non producono alcuna riduzione del lavoro qualificato, come previsto da alcuni, anzi ne aumentano la diffusione.
Le soluzioni da alternare al triste fenomeno sono di molteplice natura e, integrandosi, potrebbero lenire il disagio subito; innanzitutto quello morale, psicologico, di crisi personale, col quale si traumatizza ogni licenziamento sino alla moderata euforia per quello nuovo. Sarebbe, inoltre, opportuna una certificazione delle attività svolte durante i vari percorsi lavorativi, utilizzandola per future professioni e capitalizzare, così, l’esperienza acquisita (il cosiddetto “credito formativo”).
Molte aziende ricorrono alla flessibilità per mantener sempre il proprio personale entro determinati standard di giovinezza, non solo fisica, anche tecnologica. Aggiornare costantemente coloro che varcano la temuta soglia dei quaranta anni significherebbe investire eccessivamente nella formazione. Purtroppo l’esasperazione dei bilanci pone in secondo piano il significato di tale preparazione e, dimentica delle situazioni personali del lavoratore (non più come mera risorsa fisica), preferisce rinnovarlo anziché “formarlo” in sede.
Fondamentale è anche donar giusto valore al luogo come espressione dell’identità del lavoratore, anziché disperderlo in anonime e vacanti sedi, tra centinaia di operatori, spesso di aziende diverse ma sotto lo stesso tetto per risparmiare (terzizzazione interna), oppure confinare l’attività in mansioni senza scrivania (deskless jobs). Il proficuo rapporto interpersonale tra colleghi e datori di lavoro rischia di svanire, compresso da flessibilità e telelavoro.
Un ruolo essenziale, rivolto anche a eliminare qualsiasi differenziazione e ritardo regionale, dovrebbe essere svolto dallo Stato per mezzo delle istituzioni locali, favorendo, in più, il relativo associazionismo. A tale scopo si dovrebbe legare l’attività sindacale.
Sembra utopia il solo ricordare le espressioni di pochi decenni or sono, quando si paventava la possibilità di poter scegliere la propria flessibilità: si dibatteva della “rivoluzione del tempo liberamente scelto”, che avrebbe addolcito la rigidità di determinati e ineluttabili processi.
Il volume di Gallino è preciso nell’individuare le problematiche e le possibili soluzioni. A queste aggiungerei il colpevole silenzio dei media ammaestrati, di regime, per esigenze di sponsor commerciali e ideologici costretti a tacere e a dirigere l’attenzione su fenomeni di bassissimo profilo, anziché informare la popolazione sul grande cancro che pian piano la sta divorando; un male che allunga i suoi tentacoli su tutti, anche su quelli che pensano di esserne fuori e continuano a “divorare” sponsor, gli stessi per i quali un giorno andranno a lavorare, flessibilmente. Impossibile, poi, riconoscere un ruolo degno di nota alle associazioni sindacali, non più in grado di salvaguardare le conquiste lavorative degli anni settanta, già seminate e sbocciate quaranta anni prima.

Marco Managò

recensione pubblicata sul sito http://www.rinascita.net/ e sul sito http://ariannaeditrice.it/

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