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Il rinnegato “Mattarellum” proporzionalizzato, di A. Guerva

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Per quel poco diritto pubblico e diritto costituzionale che ho studiato io il tema non è complesso ma è necessario avere una forte metodologia. A mio avviso il Bin Petruzella è il manuale migliore oltre al mitico Giuseppe Ugo Rescigno in particolare sulla analisi dello di Stato.

La follia stupida ed infantile di pittibimbo e pittibimba è stata comunque devastante sotto il profilo culturale.

Semplificando, un percorso di ricerca è ideologia partiti proporzionale (Che cosa è l ideologia ? Che cosa sono i partiti ?)

Sotto il profilo giuridico legislativo lo sbocco naturale è il sistema proporzionale puro.

Un altro percorso di ricerca è la macro area valoriale: associazioni di riferimento, maggioritario puro. La macro area valoriale è un contenitore che contiene tutti tranne gli altri, il valoriale è un minimo comune denominatore denominato usualmente area progressista o area conservatrice. Il maggioritario puro preferibilmente è un sistema presidenziale. L’opposizione politica nel sistema presidenziale dovrebbe essere non parlamentare ma elevata a rango istituzionale nella dialettica presidente parlamento, i ‘contrappesi’.
La stabilità non è Hitler o Stalin come pensa pittibimbo, la stabilità è un percorso di coerenza dentro i valori della carta costituzionale.
Nella prima Repubblica italiana ogni anno cambiavamo governo ma la stabilità era notevole, in quanto la Costituzione italiana è rigida, unico partito fuori dall’ arco costituzionale era il Movimento sociale .
Nella seconda Repubblica con Berlusconi la stabilità governativa era elevata ma la stabilità politica era precaria, con attacchi di Berlusconi ai valori costituzionali.
Con pittibimbo la crisi della seconda repubblica esplode con una instabilità governativa ‘ stai sereno’ e con instabilità politica.

A mio avviso se è vero che abbiamo la Costituzione più bella del mondo e siamo uno stato a costituzione rigida,
1) il Parlamento deve avere la centralità legislativa, dobbiamo rimanere un Repubblica parlamentare, evitiamo le costituzioni di 12 pagine tipo dio salvi la patria e tanto meno gli stati senza costituzione , ove non esiste un vero diritto pubblico,
2) il sistema proporzionale è il più rappresentativo,
3) la preferenza unica permette di scegliere, ci sono problemi vedi clientelismo ma rimane l ‘ opzione migliore,
4) i partiti devono ritornare partiti di idee e non di potere o partiti personali con bilanci pubblici certificati, con regolamenti normati da leggi dello Stato,
5) non esiste in assoluto il sistema elettorale migliore anche se il proporzionale è preferibile, quindi è buona cosa una correzione del maggioritario del 25% sia alla Camera che al Senato (quindi collegi uninominali con doppio turno) e rimane anche la variabile clientelismo se il collegio è piccolo qualcuno in italia letteralmente se lo compra (!!), No al premio di maggioranza.

Se il popolo italiano si divide nonostante il 25% del maggioritario in misura parinon potendo eleggere ( non nominare un governo) si ritorni al voto quante volte necessario. E se come in Emilia Romagna regionali vota il 35% si annulli la votazione e si ritorni a votare !! (Votare non fa male alla salute).

Antonio Guerva

Facciamo un po’ di conti a sinistra dopo il referendum, di S. Valentini

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Quasi tutti i commentatori e molti politici che pascolano, nonostante il No al 60%, tranquillamente nelle televisioni e in tutti i media possibili, fanno molta fatica ad ammettere che questa non è la stata la vittoria del popolo sul “palazzo”, dominato dai poteri forti, italiani, europei e internazionali, a cominciare dall’alta finanza, bensì, avvertono, è stata la vittoria di 5 Stelle, della Lega, del populismo. Ora occorre porre subito riparo, contrastare adeguatamente l’eversione populista, questo movimento “anti-sistema”. Ma le cose stanno veramente così?
Dallo studio dei flussi elettorali emergono alcuni dati significativi. Tre sono quelli che mi hanno più colpito, al di là delle tante chiacchiere.

Il primo, 25 elettori su 100 del Pd hanno votato No; il secondo, 16 elettori su 100 di Forza Italia hanno votato Si, non compensando le perdite del Pd a sinistra, verso il No delle ragioni appunto della sinistra: Il terzo, la stragrande maggioranza dei giovani e della popolazione in età media hanno votato No, il Sì prevale, di poco, solo tra gli elettori oltre i 64 anni. Questo sta a significare che la proposta di “cambiamento” dell’Italia avanzata da Renzi ha ottenuto consensi soprattutto tra gli anziani e i pensionati e che la sua famigerata “maggioranza silenziosa” altro non è che una minoranza molto rumorosa, dal momento che il 64% degli incerti e di quelli che in questi anni non sono andati a votare hanno espresso un chiaro voto per il No e non credo che siano tutti attratti dal “populismo” di 5 Stelle o della Lega.

Emerge dall’analisi del voto un dato politico che pochi dicono e mettono in evidenza: il ruolo decisivo della sinistra nel successo per il No che si può quantificare tra il 12 e il 16 per cento, non mi pare poco! 
Ed è da questo dato che occorre ripartire per ragionare sul futuro della sinistra e di conseguenza del Paese. Si dice che Renzi ha un omogeneo 40%. Anche questo è un dato non esatto. Il Pci di Berlinguer prese al referendum sulla scala mobile il 47% e lo perse per il disimpegno della destra migliorista, a iniziare da Napolitano, e prese subito dopo nelle elezioni politiche il 27%! Attenzione dunque, per tutti, a riportare il voto dei referendum sul eventuale orientamento politico degli italiani. Questo ragionamento, ovviamente, vale per tutti, quindi anche per la sinistra. Per questo parlo di un 12/16 per cento potenziale. La questione è come trasformare questo bacino elettorale sul referendum in un voto chiaramente di sinistra.

Credo che per questo obiettivo occorrano che si realizzino alcune condizioni; in mancanza delle quali il rischio è ripercorrere strade già battute, di andare incontro ad altre sonore sconfitte e brutte delusioni.
La prima. Occorre costruire un nuovo soggetto politico, non una semplice lista elettorale; un nuovo soggetto politico che non sia però la sommatoria soprattutto del ceto politico esistente a sinistra. La sommatoria infatti somma le debolezze, non dà forza, nuova linfa. E un soggetto politico lo si costruisce avviando da subito un percorso costituente dal basso verso l’alto, non con gruppi dirigenti locali e nazionale già precostituito. Per questo, come sostiene il Sindaco di Napoli De Magistris, bisogna partite dai territori, dalle realtà di movimento, da chi in questi anni ha condotto appunto sul territorio battaglie importanti per la pace, il lavoro, i beni comuni, la tutela dell’ambiente. Una fase costituente di cui eventualmente la lista elettorale è un passaggio e non l’approdo.
In questo processo, seconda condizione, è necessario coinvolgere tutti, tutti quelli che ci stanno, senza pregiudizi, ad iniziare da chi ricopre responsabilità importanti, dirigenti sindacali e dell’associazionismo, amministratori locali e regionali, intellettuali.
La terza condizione, non meno importante, è quella di avere una linea chiara in grado di candidare la sinistra come forza credibile al governo del Paese, di essere alternativa al centrodestra, a 5 Stelle e a qualsiasi tentativo di rivincita del renzismo di riproporci l’avventura neocentrista del partito della nazione. Non abbiamo bisogno di una sinistra identiraria chiusa nel suo recinto, ancora una volta minoritaria che si accontenta del solito 3 per cento, ma abbiamo bisogno di una sinistra che mentre si costruisce e si rafforza, nel vivo della lotta e con un robusto radicamento sociale, costruisce un campo democratico e progressista con tutti quei soggetti politici interessati al suo progetto di non consegnare l’Italia senza combattere ad altri o magari nuovamente allo stesso Renzi. Per questo massima attenzione al dibattito e allo scontro in atto nel Pd; là c’è un pezzo non irrinunciabile al nostro progetto.

Una domanda è però d’obbligo. Sarà capace il ceto politico che oggi a in mano le sorti future della sinistra italiana a fare tutto ciò? Questo è il vero punto di domanda. Senza questa condizione continueremo a vivacchiare nella marginalità del dibattito politico, Ad accontentarci magari di aver migliorato la nostra percentuale elettorale passando dal 3 al 4 per cento mentre il potenziale del nostro bacino elettorale come ci dice il referendum è a due cifre. Emergerà a sinistra una nuova leadership in grado di compiere questo salto di qualità. Questa è per l’oggi la scommessa politica.

Alessandro Valentini

La legge di bilancio ignora le politiche abitative, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

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La legge di Bilancio che sarà approvata oggi al Senato con il voto di fiducia (ad un governo dimissionario) ci consegna una legge di bilancio che a mia memoria, per la prima volta non contempla nessuna, nessuna, nessuna norma che abbia anche solo superficialmente a che fare con le politiche abitative.

Zero euro per programmi di aumento di offerta di alloggi a canone sociale. Zero euro per il fondo contributo affitto, in assoluta continuità con la legge di stabilità per il 2016. Fondo morosità incolpevole che dai circa 60 milioni di euro del 2016 viene ridotto a 36 milioni di euro (ovvero un contributo, per i soli sfrattati per morosità del 2015, pari a circa 50 euro mensili).

In questo modo il Governo condanna per i prossimi tre anni le 700.000 famiglie collocate nelle graduatorie a continuare ad abitare le graduatorie, senza alcuna prospettiva.

In questo modo si condannano le 350.000 famiglie che avevano diritto al contributo affitto al baratro dello sfratto per morosità per l’azzeramento del contributo affitto.

In questo modo si condannano le circa 60.000 famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto per morosità, e che avrebbero il diritto a ricevere un contributo di 12.000 euro per stipulare un nuovo contratto ed uscire dallo sfratto, a subire l’onta di poter, al massimo e per una parte minoritaria di loro ad avere un contributo medio mensile di circa 50 euro per uscire dallo sfratto per morosità.

Quanta miserevole e sciatta politica vedo in Italia.

Ma non è solo il Governo che segna una assoluta indifferenza sulla questione abitativa e sul livello di precarietà raggiunta, a ruota Regioni e Comuni, nessuno escluso, perseguono la stessa strada.

Avanti con l’ipocrisia sparsa a piene mani l’importante è fare il presepe con due palestinesi, coppia di fatto e baraccati che esprimevano una speranza, che oggi le amministrazioni, centrali e locali, fanno morire.

Massimo Pasquini (Segretario nazionale dell’Unione Inquilini)

Poche considerazioni sul referendum, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Questo voto ha una rilevanza sotto numerosi aspetti, ci consegna la lettura di un Paese che forse non conoscevamo granché. E’ evidentemente un voto di classe, il No è stato portato avanti, oltre che da una piccola élite intellettuale illuminata (penso ad esempio ai costituzionalisti schierati per il No, ai tanti appelli venuti dal mondo accademico) soprattutto da quel largo schieramento sociale che i “benefici” delle riforme renziane non lo hanno visti, o hanno addirittura visto peggiorare le loro condizioni: disoccupati di lungo periodo e giovani inoccupati ben lontani dagli illusori bricolage delle politiche per il lavoro fai-da-te: ti do’ un voucher e poi te la vedi tu come spendertelo in un mondo di squali come quello del sistema formativo; ceti medi che sprofondano verso la povertà e vivono l’assillo della minaccia quotidiana di perdere il lavoro, piccola borghesia in parziale proletarizzazione ed angariata da un carico fiscale tutt’altro che in riduzione, insegnanti deportati in puro stile titino in giro per l’Italia ed umiliati dal Rondolino di turno, dipendenti pubblici che non si sono accontentati della mancetta degli 85 euro, perché non vedono valorizzato il loro lavoro quotidiano e sono umiliati dalla retorica della burocrazia soffocante, precari sempre più precarizzati e partite IVA prese in giro con la modesta riformicchia a loro dedicata.

Non è un caso, ed è la cartina di tornasole del connotato di classe di questo voto, che i risultati più netti arrivino dal Mezzogiorno, dall’area territoriale, cioè, che più di tutte raccoglie la sofferenza sociale del nostro Paese. E che ci insegna una grande lezione di dignità e riscatto. Tutti noi pensavamo che il voto al Sud sarebbe stato manovrato ed inquinato dai feudatari del voto, quando non addirittura dalle organizzazioni criminali. Il 67% del No in Calabria, i risultati di province come Salerno e Napoli ci parlano di un Sud ben più autonomo ed arrabbiato di quanto pensassimo. I meccanismi consociativi affogano nella progressiva riduzione delle risorse finanziarie necessarie per ungere le ruote. La spending review diventa il killer di una classe politica notabiliare meridionale che da sempre garantiva di attaccare il ciuccio dove voleva il padrone. Abbandonato a sé stesso dal Governo Renzi, che prima ha svuotato il Fondo Sviluppo e Coesione per altri fini, e poi ha rivenduto banali riprogrammazioni dei fondi strutturali già assegnati come miracolistici Masterplan, il Sud lancia la sua voce di dolore, ma anche di dignità. E ricorda alla politica che niente, in questo Paese, può essere fatto senza dedicare sforzi e progettualità vera al grande malato.

Dentro questo voto soffiano molti venti: sicuramente il vento della stanchezza, di un Paese allo stremo, per otto anni di crisi alternata a stagnazione, e di assenza di prospettive di riscatto a breve. Questo Paese non ha accettato la retorica del cambiamento continuo, dell’innovazione per l’innovazione, proposta dai renziani. A Bagnoli, ad esempio, servono condizioni di abitabilità decenti, ambiente, lavoro e legalità, non le futuristiche strutture immaginate da Renzi per chiudere l’infinita storia della riconversione dell’ex polo siderurgico. E così in tutte le Bagnoli che ricoprono questo Paese, anche in un Nord che ha perso il suo connotato mitico di locomotiva economica, e che oggi lotta fra aziende che chiudono, condizioni lavorative sempre più disastrose, disgregazione di quel tessuto di coesione sociale che era garantito dal vecchio modello distrettuale, oggi preso letteralmente a mazzate dalla concorrenza dal lato dei costi esercitata dai Paesi emergenti (spesso operanti addirittura dentro la casa distrettuale, vedi Prato ed il distretto parallelo e clandestino dei cinesi) e dall’incapacità morale e progettuale dei rampolli odierni dell’imprenditoria settentrionale nel proporre un patto sociale e produttivo fatto di coesione, compartecipazione, innovazione e qualità. La disgregazione dell’impianto contrattuale, per inseguire un modello americano di competitività aziendale, non rilancia la produttività perché scarica semplicemente sul salario i mancati guadagni di redditività dell’azienda. La burocrazia confindustriale è fra i principali sconfitti di questo voto, perché ha creduto, attraverso la riforma costituzionale, di trasferire alle istituzioni pubbliche il modello padronale-efficientistico ed accentratore, oramai obsoleto, che rappresenta la base culturale della nostra borghesia. Questo modello di governance, che esclude la cogestione e il dialogo organizzativo interno, è il principale responsabile, insieme ad un sistema creditizio asfittico e politicizzato ed allo smantellamento della grande impresa pubblica che faceva innovazione radicale, della spoliazione industriale del Paese e dell’asfissia del nostro processo di accumulazione. Non è stato permesso, a questo modello perdente, di trasferirsi nella sfera costituzionale.

Se soffia il vento della stanchezza, soffia anche quello della rabbia e del rancore, e la nostra classe dirigente farebbe bene a stare molto attenta, perché gonfia le vele del populismo, e preannuncia rese dei conti ben più violente di quelle di un voto referendario. Nei tanti renziani che oggi sfogano la delusione per la sconfitta richiamando il modello-Renzi e prendendosela con un Paese che non lo avrebbe capito, o che non avrebbe il coraggio di seguirlo, è assente ogni consapevolezza razionale minima circa ciò che sta montando dentro il Paese reale. I sistemi politici ed ideologici che spingono popolazioni intere verso miti futuristici e mete gloriose, incuranti delle sofferenze sociali ed individuali che tale processo innesca, sono destinati al crollo. E’ vero per gli Khmer Rossi ed è vero anche per il renzismo.

L’unico modo per sconfiggere il populismo è quello di scendere al livello delle ansie, delle paure, delle frustrazioni, delle sofferenze che lo alimentano. Sapendo dare a queste la priorità rispetto al disegno generale ed agli obiettivi futuri. Dicendo che Ventotene, che il multiculturalismo dell’immigrazione, che il pareggio strutturale di bilancio, che la crescita della curva di produttività, sono meno importanti della cura del bene comune, della preoccupazione per dare lavoro al giovane di Polistena, della tutela dell’ospedale pubblico dal rischio di chiusura, della garanzia di condizioni di sicurezza pubblica per chi vive nelle tante Tor Bella Monaca delle nostre città devastate e “americanizzate”, dove i meno abbienti vengono ghettizzati in periferie sempre più lontane e squallide. Arroccarsi su una presunta superiorità del progetto sulle persone (quand’anche essa fosse reale, e non è il caso del renzismo) su una spinta ad andare avanti per andare avanti, a riformare per riformare (quale che sia il costo da pagare) e su una politica fatta di oscuro tecnicismo ed opacità nella gestione del potere (opacità che la deforma-Boschi, con le sue cervellotiche procedure legislative, avrebbe accresciuto) consegnerà il Paese a Grillo, forse ad un Grillo alleato con Salvini.

Per questo serve un progetto collettivo, che sia però basato sull’analisi delle condizioni di vita dei singoli, in grado di restituire speranze rispetto ai loro obiettivi esistenziali. Per tale progetto, il tecnicismo oligarchico renziano è chiaramente inadeguato. Il populismo lo è altrettanto. Solo la sinistra è in grado di recuperare, nella sua tradizione culturale che vede nel partito e nel sindacato gli aggregatori della domanda sociale, e i produttori di una élite politica in grado di produrre coscienza di classe (rimettendo insieme i pezzi di classe frammentati attorno ad un progetto di rinascita comune) e dare una indicazione sul “che fare”, una speranza per il futuro.

Riccardo Achilli

 

Ora è palude, di C. Baldini e O. Basso Persano

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Abbiamo difeso la Costituzione. Abbiamo stoppato un pericoloso progetto che puntava ad esautorare il Parlamento ed evitato una probabilissima deriva oligarchica.

E questa, chi, come tanti di noi aderiva ai Comitati del No, sanno che è stata una dura, durissima battaglia fatta in mezzo alla gente. Per le strade, nei mercati, nelle scuole, davanti ai centri commerciali e, non ultima come importanza, in rete. Tante iniziative pubbliche, confronti tra politici, lezioni dei costituzionalisti.
Risultato : il popolo è tornato a votare. Nonostante la nausea che Renzi nelle ultime settimane ha procurato persino ai suoi sostenitori. In tutto il Paese sentivi dire “Basta, lasciateci un canale”
Stando alle diffide Agcom disattese, il PD dovrebbe pagare multe salate.

Bene , ora tutto ciò è alle spalle. Davanti ci sono forse elezioni politiche anticipate. Questa è la richiesta che viene almeno da Lega e Grillo. Noi giudichiamo sbagliatissima questa idea
Già Renzi ha fatto il loro gioco, non vorrei che lo rinforzassimo. Fermiamoci un attimo a pensare.

Il Paese, come risulta anche da questo Si o No è molto spaccato. I No a voce spiegata vengono dalle zone più povere, dai giovani senza futuro, dai lavoratori a cui hanno tolto i diritti. Poi vengono anche da coloro che hanno solo rigettato questa nefanda revisione costituzionale.

Ma non servirebbe andare ad elezioni. I partiti o movimenti come quelli che chiedono il voto non sono quelli che possono lottare contro il liberismo e dare un altro volto al sociale ed alla economia del Paese. Il Movimento 5 stelle è un agglomerato di tendenze diverse, ondeggiante tra sinistra e Farage. Che cosa andrebbero a fare se vincessero le elezioni? Con quale legge elettorale? Quella che hanno osteggiato fin qui? E la Lega? Qual è la politica economica della Lega?

Una: ritorno al passato. Via dall’Europa e muri . E senza il premio non si governa da soli. Con chi potrebbero allearsi. Tra loro? Bene , allora credo che ci saranno fuoriusciti da una parte e dall’altra. Si torneranno a rimpinguare le file di Forza Italia, e di nuovo la sinistra del movimento sarà senza casa.
Pensate che responsabilità di omicidio colposo di sinistra ha assunto il PD con la sua malaugurata creazione. Non ha più una identità certa. Dipende solo da un leader. Segue i diktat liberisti come farebbe un Berlusconi qualunque. Anzi meglio, perché Berlusconi una opposizione bene o male ancora a sinistra l’aveva.

I senza tetto siamo noi gruppi di sinistra. Siamo anche parecchi come singoli, non siamo spariti nel nulla. Rabbiosamente il referendum ci ha tirato fuori di casa. Avevamo già dato dei segnali di vita con il referendum sulle trivelle.

Non c’è nessun partito come uno di sinistra che possa governare per la gente e non per l’esercizio del potere. Ci possono essere delinquenti, deviazioni, allucinazioni, ma se è di sinistra l’antidoto ce l’ha. E’ la maggioranza della sua gente che controlla, che partecipa, che non abbandona il suo cervello a nessuno. Il punto è che abbiamo dormito sonni profondi, sognato di vivere di rendita, passato un anno a discutere sul sesso degli angeli. O meglio, sul concetto di sinistra e di centrosinistra. Con un piccolo particolare che in giro ci sono solo partiti di destra e centro destra.

Nonostante la pessima prova che abbiamo dato alle amministrative, sparando anche sui nostri candidati, non abbiamo ritenuto di fare subito un congresso. Perciò ora siamo ancora invisibili per i più.
Certo, abbiamo sentito due ottimi interventi di Fratoianni e Civati stamane, ma ognuno nella sua nicchia. Giusto parlare di sinistra, ma bisogna crearla eh, non c’è mica. Ci sono persone rinchiuse ognuna nel suo dire, ma non c’è un Partito della Sinistra Italiana. Non c’è nemmeno una classe dirigente chiara. Perché alcuni guardano ancora alla Madonna e nessuno ha osato lasciarli lì da soli a continuare la contemplazione.
Si continua a dire che il problema è complesso. Ah, ma se non fosse complesso, l’avrebbe risolto anche Ciaone. Sarà anche complesso ma ormai è vitale: togliamo la malattia o tutta la gamba?
Eppure il manifesto Fratoianni, di Cosmopolitica, è chiaro, semplice e condivisibile. Ci vuole un partito di sinistra. Quando ci sarà un decente Partito della sinistra Italiana , che sia aperto a tutta la gente che si sente di appartenere alla sinistra, e non dobbiamo stare sempre a ripetere quali sono i caratteri distintivi dell’essere persone di sinistra, si inizia a ricostruire. Dal 2%? Va bene ,però avanti con chiarezza e lavoro. Forse si andrà al 4 la prossima volta. Ci saranno i ballottaggi tra i maggiori? Bene decideremo di volta in volta il meno peggio. Arriverà prima o poi, se insistiamo con la coerenza, un tempo diverso. Beato chi ci sarà.

Ora non siamo pronti per colpa nostra

Se si dovesse andare ad elezioni politiche dovremmo tornare a fare una sinistra patchwork, elettorale. E non credibile. Brutta davvero. E il tempo lo abbiamo avuto. Anche le persone, se cambiassero mentalità, avremmo di grande livello. Ma tant’è.

Che contributo possiamo dare noi da qui, come si usa dire dal basso?

Enorme e di qualità, perché non ci interessano le poltrone, ma i nostri giovani, i nostri malati, i nostri anziani e i nostri bambini. Anzi ci interessano tutti coloro che sono discriminati, disoccupati, malati senza cure, piccoli affamati o bombardati. E vogliamo che il mondo inverta la sua rotta.
E da tempo ci siamo abituati a discutere lealmente e produttivamente.
Orietta ed io abbiamo pensato di cominciare a ragionare di un possibile programma tematico.
Per l’Economia, il Lavoro, i Diritti, la Scuola e vedremo. Proporremmo delle idee alla discussione e faremo un sondaggio limitato al tema in discussione. In modo che si possa capire l’orientamento sintetizzato dei compagni e amici, che sono tantissimi in rete. Sfrutteremo al massimo le condivisioni per estendere la spinta a discuterne. Che inevitabilmente diverrà anche una spinta verso l’alto. Sia ben chiaro che si condivide con tutti, chi vota pd , chi vota 5 stelle, e stop.

Perché gente di sinistra si è persa e spersa ovunque. Dopo il lavoro fatto nei Comitati insieme ad alcuni del Pd e a tanti stellati abbiamo realizzato una verità: siamo noi che li abbiamo costretti ad emigrare, per contare qualcosa. E’ ora di chiarirsi

Non dobbiamo fare dei manifesti programmatici ma tirare fuori proposte di sinistra. Che dovremo mediare nella realtà capitalista ma che comunque aiutino la gente e non i potenti.
Senza chiedere la luna, quella ne aveva diritto solo Pietro Ingrao. Loro ce l’avevano lasciata la luna .

Claudia Baldini e Orietta Basso Persano

Gli insulti, la politica e la Costituzione, di M. Foroni

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Come era facilmente prevedibile, visto il clima di lacerazione e livore tra gli italiani creato da chi avrebbe voluto scardinare la Costituzione democratica (e di cui pagheremo le conseguenze per un lungo tempo), gli sconfitti dal voto degli italiani procedono con reiterati insulti e offese: “avete ritardi mentali se festeggiate, avete consegnato l’Italia alla destra, vi meritate Salvini e Berlusconi, hanno votato NO le periferie razziste, l’ANPI è come Casa Pound…”. Ce ne faremo una ragione.

Ciò purtroppo accade perché si tende a ideologizzare il contendere al livello di bassa politica, della personalizzazione, perdendo di vista la reale posta in gioco. Che riguarda esclusivamente le regole del contendere politico stesso. Perché questo rappresentano le Costituzioni moderne post belliche: un insieme di regole e controlli equilibrati tra vari organi costituzionali, che servono a garantire che nessuna parte prevalga sull’altra, a prevenire pericolose fughe verso derive oligarchiche e autoritarie, e far si che i diritti e i doveri fondamentali ed il bene comune non vengano sopraffatti, nel rispetto della volontà e della rappresentatività del popolo votante, unico sovrano (art. 1).

E questo era nell’intento del costituenti nel 1946-47, alla fine della Guerra di Liberazione, che ci hanno dato una Costituzione così solida e bella che ha resistito, nella storia della Repubblica fin dagli anni ‘60, ai tentativi eversivi, alla strategia della tensione, al terrorismo, ad attacchi reiterati, e garantito convivenza, rispetto tra le parti politiche, e che ci ha dato (ad esempio e tra gli altri) come Presidenti della Camera Pertini, Ingrao, Iotti e anche il fascista dichiarato Fini.

Perché ciò che conta è il riconoscimento e il rispetto di queste regole da parte di tutti i partecipanti alla contesa politica. Sinistra e Destra. E sarà compito dei partiti, dei movimenti dei vari schieramenti quello di proporre in modo convincente alle cittadine e ai cittadini, una Politica alta, un programma e un progetto di società e di sviluppo, nel segno della partecipazione e nel rispetto dei principi inderogabili definiti nella Carta.

Viva sempre la Costituzione della Repubblica.

Marco Foroni

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Il palazzo e il paese reale, di S. Valentini

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Ciò che più mi ha impressionato del voto referendario è la distanza crescente tra il paese reale e il palazzo. Alta affluenza alle urne (che avrebbe dovuto dare un vantaggio al Sì) con il 60% dei No è un dato straordinario che dice quanto un certo modo di fare politica sia lontano dal senso comune e dai sentimenti della gente normale. Un voto che non ha punito duramente solo Renzi e la sua maggioranza, di partito e parlamentare, ad iniziare dai tanti parlamentari di destra e di sinistra che in questi anni hanno cambiato per opportunità casacca magari per un incarico ministeriale, ma l’insieme dei media, dell’intelleghenzia e del mondo dello spettacolo, tutti gran parte schierati in modo acritico e del tutto conformista per il Sì. Tutti ora dicono che non avevano previsto tale sconquasso,; lo stesso è successo con la vittoria di Trump negli Usa. La crisi dei sistemi liberaldemocratici è evidente, per alcuni aspetti drammatica. Sarebbe ora di mandare a casa non solo gran parte del ceto politico, ma anche moltissimi opinionisti, giornalisti, intellettuali, presentatori e professoroni dell’alta finanza ma tutti legati a qualche banca, che con i loro faccioni hanno letteralmente occupato in questi anni le televisioni, in particolare di quelle pubbliche finanziate con il canone della gente normale. Tutti a casa ad iniziare dalla Presidentessa della Rai nonché Presidentessa della Trilateral italiana. Sarebbe ora di non leggere più i giornali della cosiddetta grande stampa che si definiscono d’informazione, come La Repubblica, La Stampa e il Corriere della Sera. Sarebbe ora di una riforma politica e morale del Paese di gramsciana memoria. Non è vero che dalla crtisi si esce solo a destra o con 5 Stelle, dalla crisi si può uscire anche a sinistra se tutta la sinistra farà con coerenza la sua parte ricostruendo un campo democratico e progressista.

Alessandro Valentini