Socialismo
Il campo largo. di M. Zanier

Se c’è una cosa che sembra stia riuscendo alle opposizioni è la creazione del campo largo, ossia la confluenza delle differenti posizioni su temi importanti che disegnano la fattibilità di un campo alternativo al centro destra. Recentemente infatti PD, Movimento 5 Stelle, Azione e Sinistra italiana hanno trovato l’accordo sul salario minimo a 9 euro l’ora per tutti, mettendo nell’angolo il governo delle destre.
Il nuovo Pd a guida Schlein che sta finalmente rilanciando la componente di sinistra di quel partito, si trova frequentemente su temi concreti come le vertenze operaie più significative e la drammatica situazione lavorativa vissuta da milioni di precari. Il campo progressista presidiato dal Movimento 5 Stelle di Conte ha promosso una grande manifestazione nazionale per contrastare il precariato che ha visto la presenza anche di altri leader del centro-sinistra come la Schlein e Fratoianni. Dal canto suo, Sinistra italiana dà voce quotidianamente a molte vertenze dei lavoratori precari e porta avanti un programma radicalmente alternativo al populismo del centro destra.
In questo scenario il piccolissimo PSI mi sembrava aver preso dopo tanto tempo la via migliore: ridiscutere la sua linea negli Stati generali del socialismo con i socialisti iscritti e non iscritti. Un po’ come la Costituente socialista degli inizi. Avevo anche deciso di contribuire al suo dibattito interno ma poi il Segretario Maraio si è messo in testa di andare contro il campo largo con una sua dichiarazione che mi ha lasciato di sasso, affermando che la Schlein doveva cambiare linea e abbandonare i 5 Stelle al loro destino, evidentemente considerandoli il male assoluto.
Il sondaggio SWG de La 7 di stasera fotografa però un panorama ben diverso: il 64 % degli iscritti al PD è graniticamente d’accordo con la Segretaria Schlein nel portare avanti il campo largo col M5S.
Se si costruisce questo campo delle opposizioni in accordo su molti punti con le piattaforme di due grandi sindacati confederali come CGIL e UIL, secondo me i socialisti non possono girarsi dall’altra parte ma stare dentro le contraddizioni del mondo del lavoro, con la propria storia migliore, i propri valori, il proprio contenuto teorico.
Io personalmente voglio fare così, nel mio piccolo, perché credo l’unica cosa da fare con un governo di destra pericoloso sia sostenere le opposizioni che si contrappongono davvero al governo Meloni, lasciando il Psi attuale alla sua strada. Perché ho ben chiaro in mente l’esempio di Giacomo Brodolini, che all’epoca del centro sinistra organico degli anni Sessanta, da Ministro del Lavoro impegnato nella costruzione dello Statuto dei Lavoratori, andò ad ascoltare gli operai che facevano un picchetto per difendere il loro posto di lavoro per capire i loro problemi reali ed elaborare, da socialista, delle soluzioni politiche serie e conseguenti.
Marco Zanier
Questo articolo è stato pubblicato in Capitale e lavoro, classe operaia, coscienza di classe, futuro, Giorgia Meloni, pd, PSI, Sinistra unita, Socialismo ed etichettato campo largo, Giacomo Brodolini, M5S, Schlein.
Ha un futuro la destra italiana? di M. Zanier

Quando si guarda al Governo Meloni, spesso si è preoccupati del rischio di una lunga sterzata a destra della politica italiana e più di un osservatore ha gridato all’inizio di un nuovo Ventennio. Se è comprensibile la preoccupazione di molti per le politiche sociali e culturali di destra che possano ledere diritti fondamentali e non ascoltare le richieste provenienti dagli strati sociali più bassi, sulla longevità di questa maggioranza o sulla riproducibilità in futuro di questa coalizione di centro-destra nutro molte perplessità.
La coalizione che il 25 settembre 2022 ha vinto le elezioni politiche ottenendo il 44% dei voti con un’astensione che ha superato il 63% dei votanti, era costituita del 26% di Fratelli d’Italia, la Lega ferma al 9%, Forza Italia all’8% e Noi Moderati che non raggiungeva l’1%.
Se questo raggruppamento si chiama di Centro-Destra è per la presenza di Forza Italia e, in misura minore dei centristi di destra di Maurizio Lupi (che ha raccolto anche i voti democristiani dell’Udc di Lorenzo Cesa), che bilanciano in senso moderato i due partiti più schiettamente di Destra che sono Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e la Lega di Matteo Salvini, che sono la maggioranza relativa e orientano questa coalizione in modo nuovo rispetto al passato. Ma queste sono cose note.
Quello su cui si riflette molto poco, secondo me, è che l’anello debole di questa maggioranza di governo è costituita dai moderati, ossia da Forza Italia soprattutto che è modellata da sempre sulla persona del suo leader, Silvio Berlusconi, che è nato nel 1936 e non può essere immortale e che non presuppone un vero ricambio generazionale al suo interno, nonostante si diano molto da fare Maurizio Gasparri, Antonio Tajani e il giovane Alessandro Cattaneo. Nessuno in quel partito, questa è una certezza, può prendere il posto per quell’elettorato di Berlusconi, che è il carismatico padrone del suo partito e che continua ad orientare molte testate giornalistiche oltreché il suo apparato di emittenti televisive. Quando lui non ci sarà più un giorno (gli auguro lontano), il suo partito sarà destinato a sciogliersi come neve al sole o a ridimensionarsi fortemente anche e soprattutto come immaginario popolare per quell’elettorato ed i suoi deputati, senatori e amministratori locali non potranno essere automaticamente “saltare il fosso” come hanno fatto alcuni di loro oggi entrando in Fratelli d’Italia, perché non è automatico che chi ha votato un partito moderato e padronale voti un partito postfascista come quello guidato da Giorgia Meloni. Non è così che funziona.
Senza l’8% di Forza Italia, i democristiani di destra che rendono presentabile questa coalizione di nostalgici, non si aggregheranno, credo, automaticamente al carrozzone di Giorgia Meloni e Salvini (anche lui mi pare insidiato all’interno della Lega da una nuova generazione di amministratori locali ambiziosi) e lei non potrà andare lontano, non avendo matematicamente i numeri per governare ancora. Quindi mettiamo da parte la paura di una lunga e salda coalizione di Destra-Centro. Questa perciò rischia di essere per la Meloni la prima e l’unica occasione di stare al governo del Paese.
Anche perché i moltissimi che l’hanno votata nel 2022, giocandosi così l’ultima carta, sperando cioè che l’unica persona che non era mai stata alle leve del comando, potesse dare loro delle risposte e delle soluzioni definitive, si renderanno presto conto che non potrà essere così. Perché è contro l’aumento dei salari più bassi, perché dovrà ancora proseguire le politiche sull’immigrazione impostate negli anni passati dato che lo chiedono gli industriali che hanno bisogno di manodopera strutturale, perché i suoi esponenti di spicco parlano con disprezzo dei giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza mandandoli a zappare nei campi, senza tanti giri di parole e attaccano i diritti delle coppie omosessuali che in una certa misura hanno votato (incautamente direi) per il centro-destra.
Ovviamente lo sgretolamento a fine legislatura della coalizione guidata dalla Meloni non risolve al mio avviso il problema di una rappresentanza politica degna e responsabile.
Il fronte progressista che ha fatto un salto di qualità prima con la conferma di Giuseppe Conte a capo di un Movimento 5 Stelle ancorato ad una proposta progressista, poi con l’elezione di Elly Schlein al vertice del Partito Democratico che si pone in grande discontinuità col moderatismo di Enrico Letta e si collega alle richieste della CGIL da un lato, del popolo arcobaleno dall’altro e fa cartello sul salario minimo con le altre opposizioni. Ma non basta. Bisogna ripartire, secondo me, dai territori, dalla Scuola e dalla Salute pubblica, dalla difesa dell’ambiente, dai luoghi di lavoro, prendendo una posizione ferma nei confronti delle aziende che delocalizzano e licenziano operai ed impiegati da un giorno all’altro, in contesti spesso meno combattivi della realtà operaia della GKN che da qualche anno sta facendo scuola. C’è bisogno a sinistra di una visione del futuro, di un’idea di trasformazione graduale e profonda della società che a me piace chiamare ancora Socialismo.
Marco Zanier.
Questa voce è stata pubblicata in antifascismo, classe operaia, coppie omosessuali, coscienza di classe, Democrazia, diritti dei lavoratori, disuguaglianza, economia, futuro, Giorgia Meloni, immigrazione, sindacato, Socialismo.
La Comune di Parigi: una democrazia operaia. di A. Angeli

Un dovere celebrare il 152° anniversario della Comune di Parigi, quando nacque il primo governo operaio che influenzò le idee di Karl Marx.
La Comune di Parigi rappresenta storicamente la prima esperienza rivoluzionaria che vide i lavoratori assumere brevemente il potere e dare corpo al primo governo operaio. La rivoluzione operaia nacque 152 anni fa nel mese di marzo, precisamente il 18-03-1871. Il movimento operaio governò la città per 72 giorni tra marzo e maggio 1871, con al centro la libertà e la democrazia. Karl Marx descrisse la Comune di Parigi come: “La prima rivoluzione in cui la classe operaia è stata apertamente riconosciuta come l’unica classe capace di iniziativa sociale, anche dalla gran parte della classe media parigina – negozianti, commercianti, mercanti – il ricco capitalista è il solo escluso”. Frederick Engels in seguito scrisse: “La Comune di Parigi è stata la dittatura del proletariato. La prima esperienza di liberazione dalla schiavitù della borghesia e del patriziato”.
La Comune nasce a seguito di una sconfitta militare francese. Tutto inizia nel 1870, quando scoppiò la guerra tra Francia e Prussia. Le forze francesi furono rapidamente distrutte all’inizio di ottobre 1870 e Parigi fu posta sotto assedio totale. I governanti francesi firmarono un armistizio con la Prussia alla fine del 1870. Il popolo considerò quell’accordo un tradimento, a cui si associarono quanti avevano cercato di difendere Parigi. In particolare l’affare fece infuriare la Guardia Nazionale, una forza che costituita prevalentemente dalle fasce più povere della popolazione.
I testi ci ricordano che il comitato centrale della Guardia Nazionale aveva collocato e approntato 400 cannoni in varie parti della città pronti per l’attacco. Al fine di coordinare e organizzarne il controllo, il capo del nuovo governo provvisorio, uscito dall’armistizio, Adolphe Thiers, ordinò il 18 marzo il sequestro dei cannoni. Questo scatenò una reazione da cui prese corpo la resistenza, che si preparò a fronteggiare l’esercito francese, che nel frattempo era riuscito a mettere al sicuro i cannoni, subito però fronteggiato e ostacolato da miglia di lavoratori che si convogliarono nei punti nevralgici per impedirne l’occultamento. Le donne, nella circostanza, svolsero un ruolo fondamentale nell’intimidire i soldati e alimentare le aspettative della resistenza. A Louise Michel, membro della Guardia Nazionale, fu affidato il ruolo di difendere le armi.
Subito si mosse dirigendosi verso la chiesa e suonò le campane per chiamare a raccolta la popolazione. Richiamò attorno a se oltre 200 donne, per affrontare il forte esercito formato da oltre 3.000 soldati. Questo segnò l’inizio della rivolta. Al proposito, Michel scrisse: “Siamo corsi al doppio suono delle campane, sapendo che c’era pronto ad attaccarci un esercito in formazione di battaglia. Ci aspettavamo di morire per la libertà. Tutto il genere femminile era al nostro fianco, non so come ma abbiamo vinto il primo scontro.»
Nel frattempo Thiers ordinò ai soldati di sparare contro la mobilitazione e disarmare gli operai. Ma i soldati rifiutarono, portando sezioni dell’esercito a unirsi ai parigini contro i generali. Due di questi furono assassinati dai loro soldati. Allora Thiers ordinò l’evacuazione di Parigi. Le donne durante la rivolta si comportarono come gli uomini e parteciparono attivamente alla costruzione delle barricate, brandirono le armi e si unirono a comitati. Molte di loro pretesero e ottennero un comando e si dimostrarono all’altezza del compito e spesso più coraggiose degli uomini. Con il loro esempio anticiparono quello che divenne poi il pensiero di Karl Marx. Infatti, Marx, sapeva che per raggiungere la liberazione le donne dovevano lottare per sé stesse. “È vero, forse, che alle donne piacciono le ribellioni contro il potere. Non siamo migliori noi uomini quanto al potere, ma il potere non ci ha ancora corrotti e noi guardiamo con interesse al ruolo delle donne ”.
Il 26 marzo i lavoratori si riunirono e deliberarono di eleggere un proprio consiglio che lavorasse nel proprio interesse per la sicurezza e la liberazione. Marx scrisse: “Il vecchio mondo si contorceva in convulsioni di rabbia alla vista della bandiera rossa”. Engels da parte sua aggiunse: «la Comune si servì di due espedienti infallibili. In primo luogo la creazione dei responsabili di tutti i posti di comando mediante le elezione. In secondo luogo, tutti i funzionari, indipendentemente dal grado, furono retribuiti come gli altri lavoratori, una parità di trattamento introdotta per prevenire il carrierismo”. A differenza dei parlamenti borghesi, infatti, tutti i membri degli organismi dirigenti furono eletti democraticamente con il voto dei lavoratori in rivolta. La Comune fece della Guardia Nazionale il principale corpo armato. Allo scopo fu introdotto un tetto salariale, fu deliberato di chiudere i banchi dei pegni e sospeso il debito dello Stato e sancita la separazione tra chiesa e stato, stabilendo la libertà delle religioni allora presenti nella Comune e la laicità dello stato. Fu abolito il lavoro minorile, concesse pensioni alle vedove/vedovi della guardia uccisa e fu stabilito il diritto dei dipendenti a rilevare un’attività.
l’internazionalismo venne assunto come visione del nuovo rapporto con gli altri popoli per la conquista della pace perpetua, impegnando la Comune a difendere l’autodeterminazione dei popoli, quale punto di riferimento della nuova politica verso gli altri Stati. Forte fu la spinta, da parte dei lavoratori, a combattere ogni proposito nazionalista rivendicato dagli ex leader della borghesia aristocratica e dalla nobiltà, poiché in contrasto con l’ideale della fratellanza universale che deve unire tutti i popoli e le razze, senza diversità alcuna sia culturale che di colore. “La bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale”, venne sancito dalla rivoluzione.
Tuttavia, una parte della classe aristocratico/borghese sopravvissuta alla rivoluzione, che manteneva ancora un controllo sulle grandi proprietà terriere, le attività commerciali e il controllo dei porti e delle dogane, manifestò la sua insoddisfazione e si dichiarò contraria alla leadership della Guardia Nazionale. Ma, il suo vero obiettivo era di impedire ai lavoratori la gestione amministrativa e politica della nuova realtà, conquistata con la rivoluzione. Infatti, superate le divergenze tra aristocrazia e borghesia, accantonate le differenze politiche nazionaliste preesistenti con i generali Prussiani, si unirono per mettere in atto la distruzione delle organizzazioni armate dei lavoratori parigini. Una reazione che Marx aveva purtroppo previsto. La Comune non poté raggiungere il suo obbiettivo del pieno potere statale poiché le forze che si organizzarono contro di essa si rivelarono troppo grandi e meglio organizzate. La prima reazione prese corpo il 21 maggio, allorché le forze statali fecero irruzione in città e massacrato le truppe rivoluzionarie e i civili della Guardia Nazionale. Dopo sette giorni di terribili scontri il 28 maggio la Comune fu soppressa dall’esercito, cui seguì una dura repressione, con oltre 30.000 morti durante i combattimenti o giustiziate direttamente una volta capitolare. I processi militari, che ne breve tempo vennero organizzati, coinvolsero ulteriori 40.000 ex combattenti o organizzatori della Comune, con conseguenti esecuzioni, lavori forzati o incarcerati con pene che prevedevano l’isolamento totale fino alla morte. Furono ripristinati i benefici a favore della borghesia, dei nobili e del clero reinsediando i privilegi del patriziato.
La Comune era stata schiacciata, sconfitta, cancellata. E tuttavia la breve esperienza della rivoluzione Comunarda offriva alla storia un esempio concreto di un nuovo modello di società democratica, egualitaria, rispettosa dei diritti e delle differenze di genere e per il superamento delle divisioni di classe sociale. La Comune è stata cruciale nel pensiero di Karl Marx, sia sull’importanza del concetto di classe che sul ruolo dello stato. La riflessione su quella rivoluzione gli ha permesso di approfondire e ampliare le sue idee. E quell’esperienza e le riflessioni elaborate da Marx sono ancora oggi una lezione storica, la quale, seguendo le sue parole, “sarà celebrata per sempre come il glorioso precursore di una nuova società e i suoi martiri saranno custoditi nel grande cuore della classe operaia”
Alberto Angeli
Questo articolo è stato pubblicato in capitalismo ottocentesco, classe operaia, coscienza di classe, costituzione, Democrazia, disuguaglianza, futuro, memoria storica, progresso, Socialismo ed etichettato Comune di Parigi.
L’opposizione governativa. di M. Zanier

Il governo Meloni è il primo di centro-destra della storia repubblicana trainato da una donna certo, ma soprattutto da un partito di destra con ancora la fiamma tricolore nel simbolo. C’è stato, è vero, il governo Tambroni nel 1960 durato pochi mesi a maggioranza Dc con l’appoggio esterno del Msi e ci sono stati negli anni Novanta e Duemila i governi Berlusconi con nella maggioranza Alleanza Nazionale, in cui però Fini aveva fatto un percorso diverso dall’attuale premier, ed erano trainati da Forza Italia, che è un partito sostanzialmente padronale e dalla Lega, oltreché da spezzoni dell’ex Dc.
La maggioranza uscita dalle urne il 26 settembre scorso, che hanno visto la vittoria del centro destra e al suo interno l’affermazione di Fratelli d’Italia, il partito della destra guidato da Giorgia Meloni, in posizione nettamente preminente, è stato confermato dalle ultime elezioni regionali, in cui l’astensione è stata un dato drammatico.
Da cittadino italiano che si riconosce nei valori della Costituzione nata dalla Resistenza, sono naturalmente preoccupato della piega che ha preso la nostra democrazia rappresentativa e della mancanza di un’opposizione unita, realmente propositiva ed efficace. Questo però non mi impedisce di tenere gli occhi aperti ed osservare con interesse e una certa speranza l’incertezza dei primi passi del governo in carica.
Andiamo per gradi. Come sicuramente molti di noi ricordano, fin dall’inizio Silvio Berlusconi si è mostrato contrariato a dover affidare ad un’altra persona che non fosse lui la guida del governo di centro-destra e, aggiungo io, sicuramente lo disturbava il dover prendere ordini da una formazione di destra nata dopo Forza Italia e dopo i suoi governi di centro-destra, ma molto probabilmente anche dal fatto di essere comandato da una giovane donna. Come dimenticare gli appunti velenosi che rabbiosamente scriveva il fondatore del centro-destra a favore di telecamera in Parlamento mentre si stava formando la coalizione attuale?
Questo scoglio, che un politico più accorto avrebbe potuto superare con una certa diplomazia, ossia mettendoci per un momento nei panni della Meloni, mantenendo il punto politico del governo guidato da lei ma riconoscendo all’anziano Berlusconi ancora un ruolo di facciata nel nuovo governo, magari firmando l’accordo di coalizione ad Arcore e chiamandolo al telefono ogni tanto (come pare talvolta suggerire il suo fedelissimo Gasparri) si è dimostrato un ostacolo insuperabile che affiora spesso tra le onde in tempesta in cui naviga il governo.
Ma la saggezza non è la migliore alleata di Giorgia Meloni che nei confronti di Berlusconi ha preferito mostrare il pugno duro, umiliandolo prima nella firma dell’accordo di coalizione in via della Scrofa dove ha sede il suo partito, Fratelli d’Italia, facendo capire chi comanda ora nel centro-destra, ribadendo il concetto con l’affermazione a favore di telecamere : Non sono ricattabile! e sottolineando periodicamente che la sua coalizione è coesa e che vota compatta, indipendenteme3nte da ciò che afferma il presidente di Forza Italia, evidentemente a titolo personale.
E’ per questo, credo, che Berlusconi ha fatto ad urne regionali ancora aperte quella famosa dichiarazione contro Zelensky e l’intervento militare italiano al fianco dell’Ucraina, preparando l’amaro boccone che la Meloni ha dovuto mandare giù a Kiev, col presidente ucraino che dava di fatto dell’inaffidabile a lei ed alla sua maggioranza e metteva per la seconda volta in discussione il ruolo in Europa dell’attuale governo italiano ( la prima volta era stato dopo l’altolà di Sanremo provocato soprattutto dall’alleato Matteo Salvini) che è già in difficoltà di suo agli occhi del mondo per non essere più guidato da una personalità internazionalmente riconosciuta come Mario Draghi.
Insomma: la situazione è grave ma non è seria, come direbbe Ennio Flaiano, se guardiamo bene la maggioranza governativa. Questo fa ben sperare chi, come me, si auspica la fine in tempi ragionevoli di questo strano esperimento governativo che di fatto non ha un orizzonte naturale molto lontano nel tempo, dato che non sembra voler seguire la linea degli interessi personali e aziendali di quello che è ancora il padrone del Centro Destra, ossia Silvio Berlusconi, il quale non ci sta evidentemente a ricoprire un ruolo defilato nella coalizione e che è a capo di un partito personale ed aziendale che molto probabilmente non sopravviverà alla sua dipartita.
Nella Lega, d’altronde, la leadership di Matteo Salvini, il terzo incomodo della coalizione di governo, è molto più debole di un tempo e quel partito è destinato, secondo me, dopo di lui a diventare più moderato o a tornare ad una dimensione locale.
Sulle altre componenti non mi soffermo perché il loro peso nella coalizione è poco determinante.
Il lavoro politico di un’opposizione degna di questo nome, dunque, sarebbe facilitato in partenza. Il problema è che un fronte compatto e propositivo alternativo a questo strano governo, ancora non c’è. Perché da solo il Movimento 5 Stelle non può fare molto ed è difficile ancora capire come potrà agire il Partito Democratico che sta per concludere a giorni il suo lungo ed estenuante percorso alla ricerca di un o una nuovo o nuova Segretario. Sinistra Italiana e i Verdi sono cresciuti un po’ ma non rappresentano ancora una fetta importante dell’elettorato. Manca inoltre una vera forza di sinistra, che io amerei avesse in sé i germi del migliore pensiero socialista, in grado di contribuire alla definizione di un fronte compatto e nulla purtroppo me la fa intravedere in modo significativo.
Al momento non resta quindi che osservare, non senza una qualche soddisfazione, gli elementi che nel governo in carica remano contro Giorgia Meloni, perché se non esiste ancora un’opposizione efficace, esiste per fortuna un’opposizione governativa.
Marco Zanier
Questo articolo è stato pubblicato in coscienza di classe, Costituzione italiana, Democrazia, futuro, memoria storica, partito di classe, Sinistra, Socialismo ed etichettato Governo Meloni.
Pierre-Joseph Proudhon. di A. Angeli

Il 19 gennaio 1865 muore Pierre-Joseph Proudhon , ( era nato il 15 gennaio 1809, Besançon, Francia), libertario francese, socialista e giornalista. Il suo pensiero si spinse oltre il socialismo fino a elaborare dottrine radicali improntate ad una visione anarchica . Nacque in povertà, come figlio di un incapace bottaio e taverniere, e all’età di nove anni lavorò come pastore nelle montagne del Giura . L’infanzia trascorsa in campagna e l’ascendenza contadina di Proudhon influenzarono le sue idee fino alla fine della sua vita, e la sua visione della società ideale rimase quasi fino alla fine quella di un mondo in cui i contadini e i piccoli artigiani, come suo padre, potessero vivere in libertà e una povertà dignitosa, perché il lusso gli ripugnava, e non lo cercava mai per sé o per gli altri.
Proudhon in tenera età mostrò i segni della brillantezza intellettuale e vinse una borsa di studio per il college di Besançon. Nonostante l’umiliazione di essere un bambino in sabot (scarpe di legno) tra i figli di mercanti, sviluppò il gusto per l’apprendimento e lo mantenne anche quando i disastri finanziari della sua famiglia lo costrinsero a diventare un apprendista tipografo e poi un compositore. Mentre imparava il mestiere, imparava da solo il latino, il greco e l’ebraico, e in tipografia non solo conversava con vari liberali e socialisti locali, ma incontrava e subiva l’influenza di un concittadino di Besançon, l’utopista socialista Charles Fourier .
Con altri giovani stampatori, Proudhon tentò in seguito di fondare la propria stampa, ma una cattiva gestione distrusse l’impresa. Questa esperienza alimentò in lui un crescente interesse per la scrittura, che lo portò a sviluppare una prosa francese difficile da tradurre ma ammirata da scrittori vari come Flaubert, Sainte-Beuve e Baudelaire. Alla fine, nel 1838, una borsa di studio assegnata dall’Accademia di Besançon gli permise di studiare a Parigi . Ora, con il tempo libero per formulare le sue idee, scrisse il suo primo libro significativo, Qu’est-ce que la propriété? (1840;Cos’è la proprietà? , 1876). Ciò creò scalpore, poiché Proudhon non solo dichiarò: “Sono un anarchico”; ma affermò: “La proprietà è un furto!”
Questo slogan, che acquistò molta notorietà, fu un esempio dell’inclinazione di Proudhon ad attirare l’attenzione ea mascherare la vera natura del suo pensiero inventando frasi sorprendenti. Non ha attaccato la proprietà nel senso generalmente accettato, ma solo il tipo di proprietà con cui un uomo sfrutta il lavoro di un altro. La caratteristica della proprietà che lui distingueva da quella sfruttatrice si identificava nel diritto dell’agricoltore di possedere la terra che lavora e dell’artigiano la sua officina e i suoi strumenti – che considerava essenziale per la conservazione della libertà. La sua principale critica al comunismo, sia di tipo utopico che marxista , era che distruggeva la libertà togliendo all’individuo il controllo sui suoi mezzi di produzione. Nell’atmosfera un po’ reazionaria della monarchia di luglio negli anni Quaranta dell’Ottocento, Proudhon venne accusato per le sue dichiarazioni in Cos’è la proprietà? ; fu portato in tribunale quando, nel 1842, pubblicò un sequel più provocatorio, Avertissement aux propriétaires ( avviso ia proprietari, 1876). In questo primo dei suoi processi, Proudhon sfuggì alla condanna perché la giuria ritenne coscienziosamente di non poter comprendere chiaramente le sue argomentazioni e quindi di non poterle condannare.
Nel 1843 si recò a Lione per lavorare come impiegato amministrativo in una ditta di trasporti d’acqua. Lì incontrò una società segreta di tessitori , la Mutualisti, che avevano sviluppato una dottrina protoanarchica che insegnava che le fabbriche della nascente era industriale potevano essere gestite da associazioni di lavoratori e che questi lavoratori, con l’azione economica piuttosto che con la rivoluzione violenta, potevano trasformare la società. Tali punti di vista erano in disaccordo con la tradizione rivoluzionaria giacobina in Francia e il suo centralismo politico. Tuttavia, Proudhon accettò le loro opinioni e in seguito rese omaggio ai suoi mentori e rappresentanti della classe operaia lionese adottando il nome di Mutualismo per la sua forma di anarchismo .
Oltre a incontrare gli oscuri teorici della classe operaia di Lione, Proudhon conobbe anche la femminista socialista Flora Tristan e, nelle sue visite a Parigi, fece la conoscenza di Carlo Marx ,Mikhail Bakunin e il socialista e scrittore russo Aleksandr Herzen. Nel 1846 contestò contro Marx l’organizzazione del movimento socialista, opponendosi alle idee autoritarie e centraliste. Poco dopo, quando Proudhon pubblicò il suo Système des contradditions économiques, ou Philosophie de la misère (1846 Contraddizioni del sistema economico e Filosofia della povertà del 1888), Marx lo attaccò aspramente in un libro polemico “La misère de la philosophie” ( La povertà della filosofia ). Fu l’inizio di una frattura storica tra socialisti libertari e autoritari e tra anarchici e marxisti che, che dopo la morte di Proudhon, avrebbe lacerato il socialismo, aprendo un duri contrasto filosofico e poltico tra Marx e il discepolo di Proudhon Bakunin, contrasto filosofico che sopravvive ancora oggi.
All’inizio del 1848 Proudhon abbandonò il suo incarico a Lione e andò a Parigi, dove in febbraio fondò il giornale Le Représentant du peuple. ( La Rappresentanza del popolo ). Durante l’anno rivoluzionario del 1848, e nei primi mesi del 1849, curò un totale di quattro giornali; i primi erano periodici anarchici più o meno regolari e tutti furono a loro volta distrutti dalla censura del governo. In seguito svolse una parte minore nella Rivoluzione del 1848 , che considerava priva di qualsiasi solida base teorica. Anche se fu eletto all’Assemblea Costituente della Seconda Repubblica nel giugno 1848, si limitò principalmente a criticare le tendenze autoritarie che stavano emergendo nella rivoluzione e che portarono alla dittatura di Napoleone III . Proudhon ha anche tentato senza successo di istituire una banca popolare basata sul credito reciproco e sugli assegni di lavoro, che pagava il lavoratore in base al tempo impiegato per il suo prodotto. Alla fine fu imprigionato nel 1849 per aver criticato Louis-Napoleon, che era diventato presidente della repubblica prima di dichiararsi imperatore Napoleone III; Proudhon rimase in prigione fino al 1852.
Le sue condizioni durante la prigionia erano, per gli standard del XX secolo, leggere. I suoi amici potevano fargli visita e gli era permesso di uscire occasionalmente e girare per Parigi. Si sposò e generò il suo primo figlio mentre era in prigione. Dalla sua cella curò anche gli ultimi numeri del suo ultimo giornale (con l’assistenza finanziaria di Herzen) e scrisse due dei suoi libri più importanti, i mai tradotti Confessions d’un révolutionnaire (1849) e Idée générale de la révolution au XIX del secolo (1851;L’idea generale della rivoluzione nell’Ottocento pubblicato nel 1923). Quest’ultimo – nel suo ritratto di una società mondiale federale con frontiere abolite, stati nazionali eliminati e autorità decentralizzata tra comuni o associazioni di località, e con contratti liberi che sostituiscono le leggi – presenta forse più completamente di qualsiasi altra opera di Proudhon la visione del suo ideale di società. Dopo la scarcerazione, avvenuta nel nel 1852, fu costantemente vessato dalla polizia imperiale; trovò impossibile pubblicare i suoi scritti e si mantenne preparando guide anonime per investitori e altri simili lavori di hacking. Quando, nel 1858, convinse un editore a pubblicare il suo capolavoro in tre volumi “De la Justice dans la Révolution et dans l’église”, in cui opponeva una teoria umanistica della giustizia ai presupposti trascendentali della chiesa, il suo libro fu sequestrato. Fuggito in Belgio, fu condannato in contumacia a un’ulteriore reclusione. Rimase in esilio fino al 1862, sviluppando le sue critiche al nazionalismo e le sue idee di federazione mondiale (incarnate in Du Principe fédératif, 1863).
Al suo ritorno a Parigi, Proudhon cominciò a guadagnare influenza tra gli operai. Gli artigiani parigini che avevano adottato le sue idee mutualiste furono tra i fondatori della Prima Internazionale poco prima della sua morte nel 1865. La sua ultima opera, completata sul letto di morte, De la capacité politique des classs ouvrières (1865), sviluppò la teoria secondo cui la liberazione dei lavoratori deve essere il loro compito più impegnativo, da attuare attraverso l’azione economica.
In sintesi: Proudhon non fu il primo ad enunciare la dottrina che oggi si chiama anarchismo; prima che lo rivendicasse, era già stato abbozzato, tra gli altri, dal filosofo inglese William Godwin e reso in prosa e dal suo seguace Percy Bysshe Shelley in versi. Proudhon era un pensatore solitario che rifiutava di ammettere di aver creato un sistema e detestava l’idea di fondare un partito. C’era quindi qualcosa di ironico nell’ampiezza dell’influenza che le sue idee svilupparono in seguito. Erano importanti nella Prima Internazionale e in seguito divennero la base della teoria anarchica sviluppata da Bakunin (che una volta osservò che “Proudhon era il maestro di tutti noi”) e dallo scrittore anarchico Peter Kropotkin. I suoi concetti furono influenti tra gruppi così vari come i populisti russi , i nazionalisti radicali italiani degli anni Sessanta dell’Ottocento, i federalisti spagnoli degli anni Settanta dell’Ottocento e il movimento sindacalista che si sviluppò in Francia e divenne poi potente in Italia e in Spagna. Fino all’inizio degli anni ’20, Proudhon rimase l’influenza più importante e riferimento del radicalismo della classe operaia francese, mentre in maniera più diffusa le sue idee di decentramento in altri Paesi e le sue critiche al governo trovarono la loro rinascita nel tardo XX secolo, anche se a volte la loro origine non è stata ricondotta al filosofo Proudhon.
Alberto Angeli
Questo articolo è stato pubblicato in capitalismo ottocentesco, coscienza di classe, Democrazia, diritti dei lavoratori, Socialismo ed etichettato Proudhon.
Gli ebrei nel movimento operaio e socialista. di G. Giudice

Le radici ebraiche di Marx sono universalmente conosciute. Di origini ebraiche erano molti dirigenti e personalità della prima socialdemocrazia tedesca. Da Rosa Luxemburg a Bernstein, Hilferding, Eisner, Paul Levi. I capi dei menscevichi venivano in gran parte da famiglie ebraiche, ad iniziare dal suo massimo esponente Julji Martov. E tra gli stessi bolscevichi ebrei erano Trotzky, Zinoniev e Kamenez. Come tra i socialisti austriaci erano di radici ebraiche Bauer, Max Adler e Fritz Adler.
Perchè questa puntualizzazione? Perchè settori dell’ebraismo israeliano accusano il socialismo marxista (nelle sue varie forme) di essere antisemita. Una accusa totalmente assurda e priva di fondamento. Giustamente un politologo serio come Michele Prospero ha duramente stigmatizzato tali affermazioni. L’equivoco nasce dal confondere antisemitismo ed antisionismo (o comunque un atteggiamento critico verso di esso. Ma di questo abbiamo parlato tante volte. Del resto anche nel sionismo c’è stata una sinistra socialista di orientamento marxista, vedi il Mapam. E vi sono state molte grandi personalità ebraiche (come Albert Einstein) che hanno avuto un atteggiamento critico verso il sionismo.
Il tema è complesso. Certo gli ebrei sono stati vittime del più grande genocidio del 900. Non a caso il nazismo, ideologia neopagana e criminale, è stato considerato il male assoluto. Certamente la shoah ha contribuito a far spostare molti ebrei in Palestina ed a creare lo Stato D’Israele. Ma al prezzo di espellere una parte consistente della popolazione araba palestinese. Non si può rispondere ad una ingiustizia con una altra ingiustizia. E certo non si può non condannare con durezza ed intransigenza la politica razzista e colonialista dei vari governi israeliani verso i territori occupati, moltiplicando gli insediamenti israeliani in Cisgiordania ed a Gerusalemme est, cacciando i palestinesi. I quali in Cisgiordania sono costretti a vivere in una sorta di lager a cielo aperto. Ma sostenere con forza il diritto dei palestinesi ad avere l’autoderminazione, una patria indipendente, non comporta affatto condividere la idea folle ed assurda di cacciare gli ebrei dalla Palestina. Del resto , nella stessa società israeliana stanno emergendo posizioni pacifiste e di sostegno alla causa palestinese. Per ora sono limitati a ambienti ristretti ed intellettuali. Ma esistono.
Concludo ricordando la frase del grande socialista tedesco (per lungo tempo presidente della SPD) August Bebel, nei primi anni del 900. “l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”.
Giuaeppe Giudice
Questo articolo è stato pubblicato in classe operaia, coscienza di classe, memoria storica, socialdemocrazia, Socialismo ed etichettato ebraismo, Fritz Adler, Julji Martov, Rosa Luxemburg, Trotzky.
Un lavoro da intraprendere per sconfiggere la crisi che ci ha consegnati alla destra protofascista. di A. Angeli

Oggi è consuetudine dire che ‘tutto è spettacolo’: la politica è spettacolo, la giustizia è spettacolo, la vita privata è spettacolo… Ebbene, qualcuno l’aveva previsto oltre 40 anni fa, tanto che la sua fama è dovuta principalmente proprio ad un suo libro intitolato “La società dello spettacolo” dello scrittore Guy Debord, un teorico marxista francese, filosofo, regista, critico del lavoro, membro dell’Internazionale. Una sua frase ci permette di entrare nel tema: “- nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. E il vero, per quanto riguarda il nostro paese, è rappresentato dai discendenti del Fascismo che oggi sono alla guida dell’Italia, proprio al compimento dei 100 anni dalla marcia su Roma. La storia si ripete, ci ricorda Karl Marx: la prima come tragedia la seconda come farsa. Gli applaudenti di questa cinica commedia sono i cosiddetti opinionisti, quella parte che controlla l’informazione cartacea e televisiva, indirizza l’opinione con i talk show e obnubila la mente di molti spettatori: mettiamo alla prova il nuovo Governo, aspettiamo i primi provvedimenti. Poi giudicheremo. Intanto. Intanto, si colgono già cambiamenti d’umore, di opinioni, anche di giudizi sulle prime mosse della Premier, la quale chiede di essere indicata come Primo Ministro, anche se l’Accademia della Crusca evidenzia che si deve indicare come Ministra. Una prima donna alla guida del Governo. Una donna determinata, scrupolosa, non ricattabile aggiunge Lei. Da parte di giornalisti di firma importante non lesinano rilievi positivi, sottolineature cariche di impliciti complimenti. Madrid è ormai lontana, e anche la rappresentazione della Meloni su quanto urlato dal Palco di Vox è riposto negli archivi, come del resto tutto il passato. Ora conta solo il futuro, in cui sta scritto il suo itinerario di Patria, Dio e famiglia, che ha portato alla elezione dei Presidenti del Senato e della Camera, nonché di alcuni Ministri che, senza infingimenti, dovrebbe leggersi come un itinerario su cui questo Governo intende orientarsi per comprimere diritti, libertà, conquistate con tante difficili lotte. Poi ci sono i temi dell’economia, il Pnrr, del lavoro, della lotta alle diseguaglianze, della formazione, dell’università, della ricerca e la lotta contro la povertà. Ma già oggi ci sono le questioni aperte, pesantissime, della crisi economica che avanza con l’inflazione al 10%, i costi dell’energia che ha ormai sbilanciato i redditi delle famiglie, la tenuta delle imprese, la difficolta degli approvvigionamenti delle materie prime e dei microchip. E la guerra in corso, ai confini dell’Europa e con la guerra il diffondersi di una spaventosa crisi mondiale, che annuncia l’avvicinarsi di una carestia e l’aumento della disperazione di chi vive in Paesi poveri, con l’attesa ripresa della migrazione di milioni di esseri umani in fuga verso l’Europa. Poi, il grande tema dell’accoglienza, sulla quale, invero, l’Europa è completamente assente, su cui la destra e FdI in particolare hanno minacciati uno sbarramento con navi militari. Non c’è quindi nulla di cui gioire, con la nascita di un Governi parafascista.
E i partiti della minoranza usciti dal voto del 25 settembre? La cosiddetta opposizione che già dà prova di una paurosa incapacità di analisi, di responsabilità di fronte al pericolo che il paese sta correndo. Anzi, si muovono facendosi opposizione tra loro. Il PD, alla ricerca di una sua identità, sembra smarrirsi nella nebbia delle candidature alla sostituzione di Letta, anziché aprirsi al paese, confrontarsi con la società in modo radicale, muoversi nelle realtà della quotidianità in cui la gente si muove, organizza la propria vita e deicide del proprio futuro, spesso disorientata dalla lontananza della politica, delle stesse istituzioni, così rompe, frattura ogni rapporto con i partiti, con le istituzioni, ed esprime nel voto questa sua rabbia, la delusione accumulata in questi anni appesantiti dalla pandemia, prima, e oggi dalla guerra e dall’aggravarsi della situazione sociale e economica: inflazione, povertà, incertezza sul futuro prossimo, non quello del domani. E poi c’è la figura di Conte, il novello riformista, che dopo avere abbandonato il “Vaffa”, ha scoperto come sia facile recuperare consensi ricorrendo a proporre l’assistenzialismo come medicina alternativa alla lotta di classe. Un esperto nella recita, visto che ha recitato una lunga commedia con il Governo da lui presieduto e sostenuto anche da Salvini e Berlusconi. E’ la terza forza elettorale del Paese e lui si sente gaudenteme nte riformista, una trasformazione da che lo porta a sfidare furbescamente il PD sul terreno dell’assistenzialismo, dei benefit, dei bonus, senza una visione politica del futuro economico, produttivo, finanziario del Paese. Eppure, il PD dovrà elaborare una strategia per sottrarsi a questa sfida che Conte vorrebbe condurre sul terreno dell’uomo qualunque, rivolgendosi al mondo che ha cessato da tempo di rappresentare con la dovuta lucidità e coerenza. Poi ci sono Renzi e Calenda, che si autodefiniscono liberali riformisti, pronti a sostenere un agenda Draghi, un movimento in aperta sfida al PD con propositi di polemica quotidiana, oggi resa più convinta dal successo conseguito nel voto del 25 settembre, confidando sulla crisi che investe quel partito. Un raggruppamento insolito, quello tra Renzi e Calenda, fino a ieri in duro contrasto e poi uniti dall’avventura, anche è difficile svelare verso quel porto intendano approdare. Certo, non è sinistra, anche se il sostantivo Riformista accompagna l’idea liberale. Insomma, la società aperta e i suoi nemici, cioè la democrazia è messa a dura prova dalla difficile situazione in cui si volge la vita politica, amministrativa e sociale del nostro Paese.
Da questa breve nota si comprende come nel panorama politico si avverta la mancanza di un’idea di sinistra, di una voce socialista, riformista, innovativa e rivolta all’orizzonte, là dovrà essere recuperato il rapporto con il mondo del lavoro e degli esclusi. Non potrà farlo il PD, un partito interclassista, né Conte, come abbiamo visto, né il duo Calenda/Renzi. Solo una forza che in questi anni è stata sempre ai margini dell’area politica della sinistra e quindi niente affatto compromessa con gli errori, le ambiguità del PD. Il socialismo si ritrova in quei movimenti sociali che si sono costituiti a difesa dell’ambiente, del clima, delle libertà di genere. Si è sempre collocato dalla parte del lavoro, degli esclusi, e fortemente aperto all’accoglienza e bene integrato con quelle forze che si battono per la pace, senza condizionamenti e a difesa dei diritti e della giustizia e quindi contro ogni autoritarismo. I socialisti devono uscire all’aperto e proporsi come artefici di un rassemblement aperto a tutte le forze riformiste, libertarie, pacifiste, ai giovani e lì ridefinire una movimento, inventare, se necessario, un nuovo fronte del socialismo che guarda oltre al futuro analizzando gli errori del presente per costruire un progetto di società adatta al XXI secolo. Un lavoro difficile, ma che solo i socialisti, riunendosi e muovendosi in quella direzione, potranno sostenere e realizzare.
Angeli Alberto
Questa voce è stata pubblicata in Democrazia, destra ultra nazionalista, diritti dei lavoratori, futuro, memoria storica, Socialismo.
I socialisti francesi sosterranno Melenchon. di G. Giudice

I socialisti francesi hanno deciso , al loro consiglio nazionale, di concludere l’accordo politico-programmatico con Jean Luc Melenchon per le parlamentari di Giugno . Con il 62% dei voti, questa linea è stata approvata. E’ stato anche deciso che chi si candiderà con altre liste sarà esplulso dal partito. Sappiamo tutti che Hollande e c hanno condotto alla rovina il PS, portandolo al 7% (dal 30%). Melenchon è riuscito a fare un capolavoro politico; unire le varie sensibilità della sinistra (l’accordo è stato raggounto anche con i verdi e i comunisti del PCF). Ed ha, anche, in certo qual modo, riscattato la dignità politica dei socialisti francesi. Cioè del partito in cui ha militato per 32 anni , avendo avuto incarichi dirigenti ed ha fatto per due anni il ministro con il governo Jospin. In questo modo Melenchon potrebbe aggregare elettoralmente una vasta area elettorale e gli auguriamo con tutto il cuore che centri l’obbiettivo di fare il primo ministro in coabitazione. Credo che il fenomeno non sia riproducibile in Italia, purtroppo. O quanto meno è molto improbabile che avvenga, per le ragioni che sappiamo.
Giuseppe Giudice
Questo articolo è stato pubblicato in coscienza di classe, Democrazia, Elezioni francesi, progresso, Sinistra unita, Socialismo ed etichettato Melenchon.
Le mistificazioni della stampa “liberal” su Melenchon. di P. Giudice

Che Melenchon sia un socialista non vi sono dubbi. Come lui ha più volte detto , il suo programma riprende molti puinti del vecchio programma del PSF (gettato poi alle ortiche da Hollande). La cosa che ti fa più rabbia è il paralllelismo che una stampa , tristemente nota, fa tra la Le Pen e Melechon. Cioè tra una fascista, xenofoba e reazionaria ed una personalità della sinistra socialista. Non importa se Melenchon ha per ben dieci volte detto ” non un voto vada alla Le Pen”. Certo non poteva dire : votate Macron contro il quale ha condotto una durissima campagna elettorale. Del resto , in Francia è diffusa una avversione profonda per Macron, tra molti strati della popolazione. Per le sue politiche volte a smantellare lo stato sociale ed i diritti dei lavoratori, nonchè colpire le piccole imprese. Mia sorella (che ha molte amiche in Francia) ha potuto ben registrare tale profonda avversione. Di fatto Macron ha smantellato tutte le conquiste sociali fatte dai socialisti, in passato. Del resto se si legge il programma elettorale (che ho già illustrato, in un altro post) è evidente che è un programma di “socialdemocrazia radicale” molto vicino a quello di Corbyn. Opposto sia a Macron che alla Le Pen. Di fatto se i comunisti francesi (che odiano Melenchon) non avessero candidato un loro uomo (che ha preso il 2,6%) Melenchon avrebbe potuto andare lui al ballottaggio. Solo 400.000 voti lo separano dalla Le Pen. Comunque, a titolo informativo , Melenchon ha condotto un sondaggio tra i suoi elettori: il 51% si asterrà e non andrà a votare, il 33% voterà per Macron, il 16% per la Le Pen.
Peppe Giudice
Questo articolo è stato pubblicato in Democrazia, Elezioni francesi, europa, Sinistra, Socialismo ed etichettato Melenchon.
Partigiano: ovvero da che parte stare. di R. Papa

Oggi infuria una polemica “irreale” tra accuse di “nipotini di Biden” e “nipotini di Putin” mentre nel centro dell’Europa infuria una guerra che rischia di trascinarci tutti nel baratro.
Invece di cercare di capire – per qualcuno è troppo difficile – ci si azzuffa su un comunicato dell’Anpi, o sul prof. Orsini, ultima star mediatica. Siamo pur sempre il paese dei guelfi e ghibellini. Dopo i tanti virologi, ora abbiamo gli esperti di geopolitica.
I “compagni” che stanno ormai assurgendo a categoria dello spirito, si dividono, come se ce ne fosse ulteriore bisogno, come ai bei tempi tra stalinisti e antistalinisti, socialfascisti e traditori della classe operaia. Compagni e compagne di una vita si “bastonano”, a suon di parole, per carità, e si spezzano antiche amicizie, tra chi sta con i russi, o quantomeno ne giustifica le azioni, e chi sta con gli ucraini o quantomeno ne giustifica la resistenza.
Oggi ho cominciato la lettura del libro di Anna Politkovskaja “La Russia di Putin” e già la prima pagina mi ha confermato che quanto fin qui ho scritto su questa “maledetta guerra”, su ciò che sta accadendo in Ucraina, non è una mia proiezione ideologica da vecchio socialista antistalinista, che già nel 1968 scelse di stare dalla parte della rivolta di Praga al fianco del compagno Dubcek. Per l’Ungheria ero troppo giovane.
Oggi non si può non sottoscrivere quanto nel febbraio 1917 scrisse il socialista Gramsci:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”
Oggi per me essere partigiano significa stare dalla parte della resistenza ucraina contro il dittatore Putin e se questo significa essere “un nipotino di Biden” ebbene sono un “nipotino di Biden” anche se non ho capito bene cosa voglia dire. Forse che i nostri genitori che combatterono il nazifascismo non furono “i nipotini di Roosevelt”?
Oggi come allora difenderemo sempre chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, del diritto all’autodifesa da qualunque invasione sia essa americana, sovietica o russa.
Roberto Papa
Questa voce è stata pubblicata in antimperialismo, coscienza di classe, Democrazia, europa, guerre, memoria storica, pacifismo, partigiani, Socialismo.
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