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Alcune impressioni sul voto, di R. Achilli

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Per Renzi l’esito di questo voto è una Caporetto, con inevitabili riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione che si allarga agli strati moderati e centristi dell’elettorato forzista non decolla. A Milano, che era il laboratorio di quanto il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.
Mi pregio solo di ricordare che non abbiamo vinto noi. Noi in questo scenario non ci siamo. Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo economico e dell’aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). E rispetto alla quale come sinistra saremo chiamati a fare opposizione, non a cercare nicchie di utopistica collaborazione. Qui non c’è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l’umore profondo del nostro Paese.
Va anche detto che la base elettorale del M5S è radicalmente isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l’ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di centro destra, e dalla voglia di castigare il simbolo della Milano da bere in salsa renziana. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l’ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.
Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi, ma francamente la vedo dura che questo scontro produca risultati. Perché l’unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D’Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo “mediatori”, in questi mesi (e tra l’altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D’Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all’italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.
Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D’altro canto, Lega e Fratelli d’Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell’ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch’essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.
Quindi, insomma, personalmente non vedo grandi motivi positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione personale di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova. E che ci costringe un’altra volta a guardare alle dinamiche interne del Pd, per quanto poco promettenti esse siano.
Riccardo Achilli
11 giugno 1984- il silenzio assenso, di C. Baldini

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Conoscete tutti quel detto che recita ‘Chi tace, acconsente’. Quante volte l’avremo usato per indicare uno status ben preciso : se non ti va bene quello che dico o che faccio ,devi dirlo , urlarlo, unirti ad altri per acquistare forza ed impedirmelo. Se dici sì , va bene , significa che stai con me.
Se non dici nulla è come se stessi con me. Guardate che, raramente una frase, in così poche parole, racconta l’atteggiamento umano dinanzi alle scelte da compiere.
Conosco le obiezioni, le faccio sempre a me stessa, ma non funzionano, tipo ‘ mi sono stancato, diciamo sempre le stesse cose, non importa nulla a nessuno, ecc..’ Non serve obiettare ai fini del risultato, possiamo solidarizzare con lo sconforto, la stanchezza, ma starete sempre con chi ha scelto al vostro posto. Così, quando i berlusconiani nascondevano la testa nella sabbia, dinanzi alle nefandezze e alle frottole della classe dirigente, oppure dicevano che era colpa dei magistrati, oppure che uno con i suoi soldi fa quello che gli pare, anche incentivare la prostituzione, in realtà si voleva dire : non importa, basta che faccia la politica che serve a me, il mio interesse economico o di potere.
Ecco, questo atteggiamento opportunista è quello che ha prevalso anche in troppi dirigenti comunisti di allora, perché sarebbe stato troppo difficile ed impopolare affrontare in toto la Questione morale.
Ad esempio, perché mai i concorsi erano vinti sempre da quell’architetto? Perché tacevano i commissari? Perché quel semplice assessore è riuscito a farsi la villa? I compagni di sala consiliare , tacevano.
Pensavano male,ma tacevano. E così, di silenzio in silenzio, siamo arrivati al capolinea. Il capolinea che viviamo oggi in tutti i gangli che abbiamo lottato per costruire e che ora dobbiamo ricostruire. Per quell’opportunismo che Enrico conosceva bene all’interno del suo partito, del nostro partito.
Bisognerà pertanto sfrondare, tagliare teste. Perché ora bisogna fare una secca inversione, per il bene dei cittadini futuri. Puntare alla Questione Morale noi, di sinistra, perché è nostro grande patrimonio da riscoprire e concretizzare. Noi non ne facciamo una questione di ‘Noi siamo onesti e voi no’, noi ne facciamo un valore politico per la Sinistra, che avvolga sempre ogni punto di programma, che lo tuteli nella sua realizzazione, che guidi la scelta delle candidature. Poi spetta alla base reimparare la partecipazione e il controllo. Smettere con la delega perenne.
Il PD renziano, in particolare, è la massima espressione della negazione dei valori berlingueriani, dovrà pagare tutto questo. Ma non può pagare, se non andiamo a votare. Basta astenersi.
A ottobre ci sarà un referendum che vale il riscatto di tutti noi.
Perché il non voto è un Silenzio Assenso assoluto. Il bivio è aspro: o si torna ad occuparci della cosa pubblica, innanzitutto salvando la democrazia, poi esercitando un controllo puntiglioso sull’ Amministrazione di essa, o scivoleremo sempre più giù.
Lo dobbiamo promettere solennemente oggi, in questo giorno tristissimo, per quelli di noi che hanno ancora negli occhi il comizio di Padova dove ancora una volta Enrico denunciava il malaffare non solo della DC, ma serpeggiante già da allora nel PCI.
Avanti, cari compagni, caricarsi in spalla la Questione Morale, così bene e pervicacemente riproposta dal NOSTRO amatissimo avo.
Claudia Baldini
Sindacato sotto attacco, la via d’uscita è l’unità, di B. Ugolini
Ho davanti una pagina de l’Unità di giovedì 11 settembre 1969. C’è un titolo enorme: “SCIOPERO: i metallurgici iniziano la battaglia per il contratto”. Era l’avvio di quello che il socialista Francesco De Martino battezzerà come “autunno caldo”. Sarebbe interessante andare a vedere le stesse pagine dell’epoca prodotte dal Corriere della Sera o dalle reti televisive. Troveremmo le stesse rampogne, le stesse grida scandalizzate che troviamo oggi in quasi tutti i mass media. Per cui le parole usate nell’editoriale de l’Unità quel giorno del 1969, firmato da Bruno Trentin, potrebbero essere riprodotte anche oggi. Laddove, ad esempio, si sofferma sui “vibranti articoli del Corriere della Sera” i quali non riconoscono più “il Sindacato buono e vilipeso, dai gruppi contestatori”.
Certo viviamo in tempi ben diversi da quel 1969. Allora c’era l’espansione economica, oggi c’è la decrescita infelice. C’è però qualcosa che non cambia. E’ l’atteggiamento prepotente della Confindustria. Oggi vuole cancellare il contratto nazionale per dare ampio spazio a quello aziendale (sapendo che è presente in un’assoluta minoranza di fabbriche). E che cosa chiedeva imperiosamente nel 1969? Lo ricorda ancora Trentin: “la rinuncia dei Sindacati ad ottenere anche a livello aziendale dei miglioramenti integrativi”. Niente contratti aziendali. La solita solfa, capovolta.
E anche allora l’informazione stava quasi tutta impegnata nel sostegno alla parte imprenditoriale. Sempre il Corriere il 19 ottobre del 1969 invoca una “legge sindacale” nonché “uno Stato autorevole”. Mentre il 4 dicembre annota come “le nuove forme di lotta sindacali pongono problemi sulla sopravvivenza stessa delle libere istituzioni”. Non tutti, però, 45 anni fa, si piegavano al conformismo dilagante. C’era chi indagava sul malessere del mondo del lavoro, sulle ragioni dei sindacati. Parliamo di Sergio Turone, Giorgio Bocca, Pietro Radius, Giovanni Russo, Goffredo Parise, Ignazio Silone, Cesare Zappulli.Oggi fare nomi altisonanti è più difficile.
La grande novità sta poi nei comportamenti dell’attuale governo. Le compagini capitanate da Rumor o Forlani non si sarebbero mai sognate di prendere per i fondelli i capi sindacali dell’epoca. Ve lo immaginate un Aldo Moro che accusa Luciano Lama di essere un retrogrado, un conservatore perché non capisce anticipatamente (come poteva avvenire all’epoca) il sorgere del cosiddetto “operaio massa”, la presenza di una forza fresca e combattiva a Mirafiori?
Fatto sta che nella nostra tecnologica epoca, l’informazione sta al gioco. C’è un Belpietro che chiede di “limare le unghie” ai sindacati, mentre il direttore del Sole 24 Ore invoca Di Vittorio e il suo piano del lavoro, ignorando che anche la Cgil della Camusso ha un piano del lavoro. Un piano che il governo non prende in alcuna considerazione, come del resto fecero i governi al tempo di Di Vittorio. E certo resta difficile pensare a quel grande “cafone” che incita gli operai e i braccianti a levarsi il cappello davanti a Squinzi e compagnia.
D’altronde un’altra novità oggi, a proposito di Confindustria, è data dalla scomparsa di quelli che un tempo si chiamavano “falchi” e “colombe”. Gli industriali metalmeccanici e chimici sono accanto a Squinzi nel ripudiare un negoziato sui contratti. Perché mai dovrebbero essere loro a impegnarsi in una trattativa quando hanno a disposizione esponenti di un “governo amico” che già hanno dato molto riassorbendo l’articolo 18 e disponendo notevoli incentivi per l’assunzione di giovani a contratto chiamato indeterminato, anche se nel finale può essere sciolto? Misure che incrementano dello zero virgola qualcosa l’occupazione suscitando un’esultanza ottimistica che non può essere condivisa dall’esercito dei giovani precari rimasti in costante attesa.
Oggi però, di fronte all’imponente campagna antisindacale, molto più forte rispetto al passato, c’è per i sindacati un rischio centuplicato dell’isolamento. Ecco perché sarebbe necessario dare un respiro alto alla battaglia che si preannuncia. Non può essere, credo, una battaglia solo salariale capace di coinvolgere, certo giustamente, operai, impiegati e tecnici attualmente occupati. Le piattaforme, come credo si stia operando, devono essere capaci di parlare anche ai nuovi assunti e a quelli non ancora assunti. Capaci di dare risposte a problemi della diffusione e non della restrizione del lavoro, anche con manovre sugli orari. Capaci di dare risposte alle domande di partecipazione: magari conquistando “consigli di sorveglianza” e replicando così a chi addita sempre l’esempio dei sindacati tedeschi. Piattaforme accompagnate da richieste ai “poteri pubblici” perché cerchino le strade per agire in supplenza di quegli imprenditori che scappano all’estero.
C’è infine un’esigenza sopra tutte le altre. Quella di rafforzare l’unità tra Cgil, Cisl e Uil. Tornano bene le parole di Trentin che chiudono quell’editoriale di tanti anni fa: “La nostra arma decisiva: l’unità e la democrazia di base…Qui sta la chiave del potere che il Sindacato riuscirà ad esprimere con la battaglia d’autunno…qui sta la chiave della vittoria dei lavoratori”.
Bruno Ugolini
tratto da http://www.rassegna.it/articoli/sindacato-sotto-attacco-la-via-duscita-e-lunita
Il Campidoglio, la democrazia e i burattini, di M. Foroni
ASPETTANDO FRANCESCHINI, di M. Luciani (Foto di Patrizia Cortellessa)
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I lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà ricominciano a lottare. Ieri, al termine di una assemblea sindacale hanno deciso di salire sulla torre dei ripetitori e di non riscendere. Il motivo che ha fatto ripartire la lotta è il “Piano Industriale” della proprietà (Abete, Della Valle, Haggiag, De Laurentis) presentato ufficialmente alle organizzazioni sindacali, lunedì scorso. Nel documento si legge nero su bianco che dei 30mila mq di superficie dell’area di Via Tuscolana solo 6000 saranno destinati a Teatri di Posa e annessi. Gli altri saranno destinati a uffici, alberghi, palestre, parcheggi di superficie e sotterranei, mense. Una volta portato a compimento tale progetto lo spazio più ampio e meglio attrezzato dedicato alla produzione presente a Roma resterebbe la ex De Paolis (oggi Studios), sulla Tiburtina, con i suoi 25000 mq di teatri, insufficienti per le grandi produzioni cinematografiche ed impiegati finora, al massimo, per fiction televisive o film low budget. Del resto si tratterebbe soltanto della pietra tombale perché la musealizzazione della cinematografia è già un fatto compiuto nella Cinecittà di Abete, Della Valle, Haggiag. Basta visitare l’area ex Dino Città al km 23,300 della Pontina divenuta da un anno Parco a Tema o gli stessi stabilimenti di Via Tuscolana 1055 caratterizzati da teatri di posa fermi e da spazi sottratti alla produzione e dedicati a mostre e a percorsi turistici per capire quale sia la scelta strategica tra la produzione e la rendita. Ma i lavoratori non ci stanno a dichiarare la partita chiusa e continuano a lottare, nonostante la cassa integrazione per 88, il contratto di solidarietà per 110 e poi lo spettro del licenziamento per tutti. Continueranno a lottare facendo coalizione sociale con i lavoratori e con i cittadini che non vogliono rinunciare alla vocazione produttiva di eccellenza di Cinecittà che tante opportunità occupazionali ha dato al territorio fin dalla sua inaugurazione nel 1937.
Intanto sono saliti sulla torre, “aspettando Franceschini”. Che spieghi, il ministro, se il piano di cementificazione a beneficio della rendita privata può giustificare 7 milioni di investimento sul sito di Cinecittà, la rateizzazione in 8 anni di 5 milioni di euro di debito contratto da Cinecittà Studios verso l’Istituto Luce (pubblico) e la riduzione del canone d’affitto che la stessa Cinecittà Studios deve corrispondere al Ministero dei beni ambientali, culturali e del turismo. O se ancora la libera iniziativa d’ impresa non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale, come è ancora stabilito dalla Carta Costituzionale. Articolo 41.
25 aprile partigiano a Porta San Paolo, di G. Martinotti
Nel 70esimo anniversario della Liberazione una folla unita e variegata si è stretta sotto il palco dell’ANPI a porta San Paolo per celebrare il 25 aprile partigiano, onorando il sacrificio delle donne e degli uomini che impiegarono tutte le proprie forze per combattere la sanguinaria oppressione nazifascista.
Tanti gli interventi, susseguiti da applausi calorosi quanto commossi, che hanno voluto ricordare alcuni dei momenti più vividi o cruenti di quei giorni lontani ma presenti. Racconti forti e meticolosi, parole profonde, che ravvivano più che mai la consapevolezza di una lotta ancora in corso d’opera, per realizzare quel sogno di libertà che aveva portato sulle montagne i partigiani.
La loro energica presenza sul palco ha avuto anche il merito, tra gli altri, di allontanare le polemiche che in queste settimane avevano preceduto l’importante giornata di commemorazione. Le “autoesclusioni” della Brigata Ebraica e dell’ANED, che avevano portato l’ANPI nazionale alla decisione di cancellare il tradizionale corteo, non hanno comunque fatto dimenticare il ruolo che la componente ebraica ha ricoperto nella lotta di liberazione a livello europeo. Un fatto storico che ancora oggi lega quelli che furono le migliaia di partigiani ebrei, comunisti e socialisti, all’odierna minoranza antifascista e pacifista che resiste al fianco dei palestinesi contro le ostilità del governo israeliano.
Appunto, il 25 aprile non è una ricorrenza, la “liberazione” è tuttora da portare a termine. Tra il crescente revisionismo storico, la rinnovata popolarità dell’estrema destra fascio-leghista e le sciagurate politiche reazionarie del nostro governo, l’antifascismo militante è più che mai necessario.
Proprio Tina Costa, 90 anni, staffetta partigiana lungo la Linea Gotica, ci ricorda dal palco che ‘la Costituzione non può essere cambiata’ e che ‘dobbiamo fare in modo che non passi questa vergogna, perché la Costituzione è scritta con il sangue dei nostri combattenti’. Le sue parole sono un chiaro riferimento a quei nuovi squadristi che a colpi di demagogia fanno a pezzi giorno dopo giorno la nostra società ed il principio di eguaglianza tra i cittadini.
Governanti non-eletti che mistificano la realtà, strappano la dignità alle persone e la vita a migranti disperati, ne sbriciolano i diritti fondamentali in nome del profitto, sventrando la democrazia reale per conto di “nuove forze d’occupazione”; multinazionali dispensatrici di miseria e disuguaglianza, che mirano essenzialmente all’espansione globale del capitale, del potere finanziario, del debito soggettivo e della commodificazione delle risorse, a discapito delle istituzioni statali e delle relative politiche per concretizzare la giustizia sociale.
Nel finale c’è ancora il tempo per una sorpresa che scalda i cuori e la memoria. Un corteo spontaneo, e non autorizzato, parte dalla piazza alla vosta del Ponte dell’Industria per rendere omaggio alle donne vittime nell’eccidio del 7 aprile 1944.
Sulle note di “Bella Ciao”, tra le bandiere palestinesi, alcuni tricolore ed il grande striscione del comitato per il Donbass antinazista, è difficile dimenticare che abbiamo il dovere di sostenere la Resistenza ogni giorno.
Giampaolo Martinotti
PER UN VENTICINQUE APRILE DI LOTTA DEMOCRATICA, della Rete per la Costituzione.
A 70 anni dalla libertà, per un 25 aprile di lotta democratica
Quest’anno, che coincide con il settantesimo anniversario della Liberazione, la ricorrenza del 25 aprile assume un significato particolarmente importante. Soprattutto perché le cittadine e i cittadini italiani assistono sgomenti al tentativo di rimettere in discussione proprio i valori di democrazia, solidarietà e giustizia che furono alla base della Resistenza al fascismo e costituiscono i fondamenti della Costituzione repubblicana del 1948.
Nel giorno che dovrebbe celebrare l’orgoglio della riconquistata dignità dopo venti anni di dittatura, con il coinvolgimento in una guerra tragica e nel peggior genocidio della storia, la Rete per la Costituzione non può che confermare l’appello ai Parlamentari e ai cittadini democratici affinché vengano respinti ancora oggi, come già nel 2006, i tentativi di trasformare in senso presidenzialistico, accentrato e autoritario l’assetto della nostra Repubblica.
Il 25 aprile costituisce la migliore occasione per confermare, oggi come allora, la volontà di proseguire nella costruzione di una società più equa e solidale, che garantisca pace e vita dignitosa a tutti, respingendo la riproposizione di vecchi modelli basati sulla competizione senza regole e costruiti solo per l’arricchimento di pochi. Le difficoltà economiche e sociali che il Paese attraversa non possono essere risolte a colpi di proclami continuamente smentiti dai fatti, e violando quasi quotidianamente le regole del confronto nelle sedi istituzionali.
Un Parlamento frutto di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, sulla cui legittimità esistono quindi molti dubbi, da nessuno delegato a cambiare il nostro sistema istituzionale, non deve e non può cancellare il principio fondamentale della centralità della rappresentanza, con il combinato disposto di una legge elettorale che non rispetterebbe la volontà del popolo sovrano e una riforma costituzionale che assegna a una persona sola poteri che non trovano corrispondenza in nessun regime democratico.
Il 25 aprile celebra quanti, guardando al futuro, decisero di dire NO al fascismo; conserviamone intatto il significato e il valore, rifiutando l’ipocrisia e ripetendo anche in questa occasione la richiesta di sempre maggiori spazi di confronto e di partecipazione, e l’impegno a impedire che la Costituzione, che della lotta di Liberazione fu l’opera più importante, venga stravolta senza che gli Italiani e le Italiane possano esprimere la loro opinione e la loro volontà.
Rete per la Costituzione – reteperlaCostituzione@email.it- Facebook: Rete per la Costituzione
APPUNTAMENTO ALLE 10,30 A PIAZZA DEI PARTIGIANI (PIRAMIDE).
JOBS ACT E PENSIONI: LE BATTAGLIE CHE UNISCONO. INCONTRIAMOCI E PARLIAMONE, di M. Luciani
Domani 31 marzo avrà luogo a Roma un importante appuntamento per avviare un ragionamento comune all’interno della sinistra sulle possibili iniziative atte a riaprire le partite sulle pensioni e sul mercato del lavoro che troppi danno frettolosamente per chiuse. C’è una sinistra che non si arrende di fronte alla dittatura del mercato e della finanza esercitata a colpi di fiducia dal governo Monti e dal governo Renzi ai danni delle conquiste realizzate dal movimento dei lavoratori, che non si concede alibi per non essere in campo, adesso, per rimettere in discussione quegli esiti e che vuole unirsi per essere più forte e cambiare davvero il corso delle cose. L’occasione dell’incontro pubblico copromosso da Sinistra Ecologia Libertà, Sinistra Lavoro, Movimento per il Partito del Lavoro, dal titolo “Lavoro e Pensioni. Quale futuro”, da questo punto di vista, è utile e non va persa.
MARTEDI’ 31 MARZO ALLE 17,30 PRESSO LA SEDE DI SEL IN VIA LUCCA, 11.
C O O R D I N A Francesco PALAIA – Responsabile Lavoro SEL ROMA
LA PRIMAVERA COMINCIA IL 28, di M. Luciani
Il 28 marzo in piazza per una nuova primavera del lavoro, è un appuntamento importante e ci saremo. Come compagni del Movimento per il Partito del Lavoro ci saremo, certo. Con entusiasmo, per sostenere la piattaforma proposta dalla FIOM.
Una piattaforma che rilancia i principali temi della lunga mobilitazione condotta dalla CGIL contro tutti i provvedimenti improntati all’austerity imposti in questo primo scorcio del terzo millennio ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai giovani, alle donne, fino alle più recenti iniziative, appoggiate in parte anche dalla UIL, per contrastare il Jobs Act del governo Renzi.
I titoli sono chiari e chiaro è il segno di classe: contro la precarietà generalizzata e la disoccupazione giovanile non affrontata da un governo appiattito su Confindustria. Per migliorare le condizioni di lavoro, per costruire un sistema pensionistico più giusto che abbassi i requisiti per andare in pensione. Per contrastare l’evasione fiscale e la corruzione ormai dilagante. Per il diritto alla salute e allo studio, per il reddito minimo, per la riappropriazione del contratto di lavoro come strumento di tutela del salario e dei diritti. Non sarà facile: il Ministro Poletti ha pensato bene di stroncare le Proposte di Legge di SEL, M5S e “civatiani” con dichiarazione inappellabile alla vigilia della manifestazione, ma il clima della vigilia è di grande attesa e nessuno è sorpreso o si scoraggia. Non sarà facile ma è giusto.
Tutti in piazza per rivendicare degli obiettivi, ma anche per costruire la “coalizione sociale”. Una locuzione, questa, che molto ha fatto parlare e straparlare e su cui, certamente, molto c’è ancora da dire. Per la verità il termine inglese Unions scelto come titolo dell’evento dai promotori è evocativo di radici storiche antiche che esprimono il senso profondo del progetto: per difendere i propri interessi materiali immediati la forza dei lavoratori e delle classi subalterne è sempre quella dell’organizzazione, diretta, di massa, democratica. Il modello è quello anche di recente collaudato in vertenze sindacali che sono state affrontate su un terreno sociale ampio, non limitato al rapporto tra lavoratore e padrone, nella prospettiva più avanzata di ricomposizione di interessi e di unità di lotta. Solo per fare qualche esempio: le vertenze per l’istruzione pubblica che hanno visto studenti e famiglie scendere in campo con insegnanti e non docenti; quelle per la cultura che hanno visto intellettuali anche a livello internazionale, studenti, giovani, saldare i propri interessi con quelli dei tecnici, delle maestranze e del personale artistico del cinema e del teatro; quelle per il pluralismo e la libertà dell’informazione che hanno visto giuristi, intellettuali, comitati e associazioni di scopo costruire insieme ai poligrafici e ai giornalisti l’azione di lotta. Intere comunità locali hanno sviluppato momenti alti di unità di popolo attorno ai lavoratori in lotta quando si è trattato di difendere insediamenti produttivi o di intervenire per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni nocive. Non spetta a noi, né ad altri fare l’interpretazione autentica delle reali intenzioni semantiche dei promotori. Pensiamo, però, che riprodurre su scala più ampia questo modello puntando ad una coalizione sociale di interessi aggregati attorno al lavoro che si dia obiettivi più avanzati e più generali è possibile, ma, soprattutto, è necessario. E noi ci siamo e ci saremo. Sosterremo la Proposta di Legge per il Nuovo Statuto dei Lavoratori, il Referendum abrogativo del Jobs Act, come stiamo sostenendo la Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sugli appalti della Cgil e abbiamo sostenuto il Referendum e la Proposta di Legge contro il Fiscal Compact.
Pensiamo però che una coalizione sociale con forme permanenti di organizzazione e di unità d’azione e con un forte connotato di autonomia non sancirà l’autosufficienza del sociale. Al contrario: farà salire la domanda di rappresentanza politica delle istanze sociali. Ciò è evidente proprio alla luce della pratica esperienza della Cgil: avanzare proposte alla politica come ha fatto col Piano del Lavoro, la Rappresentanza, il Fisco, le Pensioni era necessario, ma non è stato sufficiente. Non sarà sufficiente fin tanto che la Cgil avrà come interlocutore un governo espressione di partiti asserviti alle politiche neo-liberiste della troika, al di la delle questioni di stile dei leader che stanno assumendo tratti sempre più inquietanti. C’è bisogno di una risposta politica adeguata alla domanda di rappresentanza delle istanze del lavoro sul terreno dei rapporti sociali in generale, come in Grecia. Adesso. Altrimenti sul COSA avremo tanto materiale per seminari interessanti eper dichiarazioni roboanti, ma al momento di indicare CHI fa COSA comincia il solito gioco a nascondersi. E chi fa le lotte, inesorabilmente, finirà col pestare acqua nel mortaio.
APPUNTAMENTO SABATO 28 MARZO ALLE 14,00 A PIAZZA ESEDRA.
Il caso del Pireo e gli investimenti cinesi in Europa, di F. Anghelone
La cinese COSCO (China Ocean Shipping Company) è una delle maggiori società di trasporto navale del mondo. Possiede infatti ben 174 navi porta-container (con una capacità di oltre 700mila teu, o twenty-foot equivalent unit, la misura standard nel trasporto dei container) e opera in 162 porti di 49P. Un vero gigante della logistica commerciale e un potente strumento economico e politico per Pechino: come nel caso di molte altre aziende cinesi, si tratta di una società controllata dallo Stato.
Attraverso società come la COSCO la Cina, nel corso degli ultimi anni, ha portato avanti un’opera di penetrazione economica in diverse aree del pianeta, rafforzando enormemente il proprio ruolo di potenza globale non solo sul piano economico-finanziario, ma inevitabilmente anche su quello politico.
Le aziende cinesi, nel corso degli ultimi anni, hanno molto allargato la propria sfera d’intervento economico, fino a operare praticamente in tutte le aree del mondo. A facilitare la penetrazione dei loro prodotti e ad aumentare l’appetibilità delle loro offerte in ogni settore, è stata certamente la grave crisi economica che ha colpito i Paesi occidentali. La quantità di cargo e container salpati dai porti cinesi è cresciuta, negli ultimi cinque anni, di circa il 35% annuo. Già dal 2002 la Cina è il primo Paese del mondo per questo tipo di traffico, concentrato in particolar modo nel porto di Shanghai.
Strategia economica e politica, tenendo poi conto che le imprese cinesi sono società controllate dallo Stato, non possono che andare di pari passo: le scelte economiche sono funzionali alla strategia politica di Pechino e viceversa. Partendo da questa considerazione si comprende in modo chiaro la ragione per cui la COSCO ha scelto di investire in Grecia, assicurandosi per 500 milioni, attraverso la propria controllata COSCO Piraeus Container Terminal S. A., la gestione per 35 anni – e l’opzione per altri cinque – delle banchine II e III del porto del Pireo, cioè lo sbocco sul mare della capitale Atene. L’investimento complessivo, comprese le opere di ammodernamento delle banchine, è stato stimato attorno ai 3,4 miliardi, e la banchina III è appena divenuta operativa dopo i lavori di ampliamento (mentre la II era attiva già dal 2009).
L’importanza dell’accordo, firmato alla fine del 2008 dall’allora Primo Ministro greco Kostas Karamanlis, è stata ribadita anche dai successivi governi. Soprattutto dopo l’esplosione della crisi nel 2009, gli esecutivi succedutisi ad Atene hanno infatti guardato agli investimenti cinesi nel Paese con sempre maggiore attenzione.
Perché Pechino ha deciso di puntare forte sul Pireo attraverso la COSCO? Un elemento a favore dell’investimento è certamente dato dalla critica situazione del Paese, grazie alla quale la COSCO ha potuto contrattare condizioni assolutamente favorevoli per la gestione del porto. La decisione di investire in Grecia non è stata però dettata dalla semplice contingenza, ma da una visione assolutamente strategica.
Il Pireo è il più grande porto della Grecia e uno dei più importanti del Mediterraneo orientale. Certamente meno importante, in termini di traffico merci, dei grandi porti del nord Europa, ma rispetto a questi molto più facilmente alla portata dei container cinesi, attraverso il Canale di Suez. Va poi considerato che la Grecia è vicina a mercati emergenti come quelli della Turchia, dell’Europa orientale e dei Balcani, attraverso i quali le merci cinesi possono raggiungere anche il nord Europa.
Visti sotto questa luce, gli investimenti della COSCO in Grecia forniscono una chiara indicazione su una più ampia politica commerciale cinese nei confronti dell’Europa. Pechino intende usare il Pireo come porta di accesso ai mercati europei, ipotesi confermata dal fatto che negli ultimi anni sempre meno container cinesi sono transitati nei porti di Napoli e di Istanbul – precedenti destinazioni privilegiate. Dal 2009, anno in cui la COSCO ha iniziato a operare al Pireo, il traffico commerciale nel porto è invece aumentato di ben otto volte, attraendo giganti come la cinese ZTE e l’americana Hewlett-Packard, che hanno eletto lo scalo greco a hub preferenziale per lo smistamento delle loro merci nel Mediterraneo e in Europa.
Se il porto del Pireo è la porta d’ingresso ai mercati del vecchio continente, le ferrovie e gli aeroporti sono i corridoi attraverso i quali raggiungerli. Non a caso la COSCO negli ultimi anni si è mostrata fortemente interessata sia al processo di privatizzazione dell’Autorità Portuale del Pireo che delle ferrovie e degli aeroporti greci. Lo scopo, ovviamente, è quello di creare una corsia di passaggio “protetta” che permetta alle merci cinesi di transitare per le banchine controllate dalla COSCO, dirette verso il cuore degli altri mercati europei, avendo in più la capacità di gestire i flussi commerciali provenienti da altri Paesi.
Le prime decisioni prese dal nuovo governo guidato da Alexis Tsipras hanno posto però un freno importante alle ambizioni cinesi. Tra le misure che il nuovo esecutivo sembra intenzionato a varare rapidamente vi sarebbe, appunto, il blocco delle privatizzazioni dei porti e delle ferrovie dello Stato. Il partito del premier, SYRIZA, d’altra parte già lo scorso luglio si era schierato a fianco dei lavoratori portuali. Nella loro protesta contro la dirigenza della COSCO chiedevano, tra le altre cose, il ripristino della contrattazione collettiva, il riconoscimento del loro particolare lavoro come pericoloso e insalubre, l’abolizione dei turni di 16 ore e il trasporto in ospedale delle vittime d’infortuni sul lavoro in ambulanza e non con vetture private come chiesto dalla COSCO (probabilmente per tenere bassa la percentuale ufficiale di infortuni all’interno della zona del porto da essa occupata).
La crescente presenza di aziende cinesi operanti in Europa pone dunque almeno due importanti questioni, evidenziate dalla vicenda della COSCO. La prima è quella relativa alla capacità dell’Unione Europea nel suo complesso, e dei singoli Paesi membri, di confrontarsi con una potenza come quella cinese, in grado di legare strettamente gli aspetti economici e politici della propria strategia di espansione. A tale proposito, il caso del Pireo appare paradigmatico. Ci si chiede, infatti, perché l’Europa, invece di fornire aiuto alla Grecia soltanto attraverso il trasferimento di prestiti (peraltro ingenti), non abbia invece mai preso in considerazione l’ipotesi di investire nel porto del Pireo. L’assenza di concorrenza ha consentito così alla COSCO di ottenerne la gestione a condizioni decisamente convenienti: lungi dall’essere un affare solo greco, le conseguenze di tale scelta potranno riflettersi su tutto il mercato europeo.
La seconda questione è quella relativa alle condizioni di lavoro all’interno di tali imprese. I Paesi del vecchio continente hanno certamente bisogno di attrare capitali stranieri, ma ciò non può avvenire a discapito e in violazione dei basilari diritti sul lavoro. Il rischio, altrimenti, è che la già forte instabilità sociale generata dalla crisi economica sia alimentata da ulteriori e gravi motivi di malcontento.
Affrontare queste due questioni dovrebbe essere, oggi più che mai, una priorità per i centri di governo europei. Se l’Europa vuole essere un soggetto politico ed economico realmente competitivo a livello globale deve ripensare il proprio ruolo, tentando di coniugare e fondere sempre più le proprie strategie economiche e politiche. Se così non sarà, come dimostra il caso del Pireo, la debolezza di un Paese potrebbe presto trasformarsi nella debolezza dell’intera Unione.
Francesco Anghelone
l’articolo è tratto dal sito Aspenia e pubblicato al link http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/il-caso-del-pireo-e-gli-investimenti-cinesi-europa
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