Laicità

Roma, di P. Ciofi

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paolo ciofi

Com’era prevedibile, Ignazio Marino alla fine è stato dimissionato e la capitale d’Italia sarà governata da un commissario modello Expo sia pure «adattato», dentro il quale gli esperti intendono imbragare l’intero paese secondo loro a corto di anticorpi. Dunque, l’unico memorabile risultato ottenuto a Roma in questi anni da Matteo Renzi, capo del governo e segretario del Pd, è stato questo: la cacciata del sindaco del Pd eletto con una vasta maggioranza contro Alemanno, a dimostrazione – tra l’altro – che qualche anticorpo in questa città nonostante tutto ancora esiste. Gli applausi scrosciano e pressoché unanimi sono i complimenti dei poteri forti, economici e mediatici. Un altro importante obiettivo è stato raggiunto!

Sembra una gag di Petrolini. E invece è il risultato di una crisi devastante che investe il Pd degradato ormai a un’aggregazione di interessi, dove alligna la corruzione e il malaffare alimentati dalle privatizzazioni e dalla mercatizzazione dei diritti. Senza un’idea di Roma e senza strategie in quella che continua ad essere di gran lunga la principale metropoli del paese, e la quarta in Europa, nella quale hanno sede gli apparati pubblici e le fondamentali istituzioni dello Stato e della democrazia rappresentativa. Un problema nazionale di prima grandezza, che incide pesantemente non solo sulla vita sempre più difficile dei romani, ma anche sull’efficienza e sulla produttività del sistema paese e sulla stessa tenuta unitaria della nazione. Sul quale però ormai da tempo è stata spenta la luce, dando la stura, da un lato, al leghismo più becero e, dall’altro, alla bolsa e inconcludente retorica di Roma capitale.

Ignazio Marino, trionfatore alle primarie come Renzi e presentatosi con una posizione antipolitica (ricordate lo slogan «non è politica è Roma»?), si è dimostrato un sindaco di buona volontà ma non all’altezza e pastrocchione. La sua è stata un’esperienza che ripropone il tema stringente di dove e come si forma una classe dirigente politico-amministrativa in assenza di partiti radicati nella società, che facciano da tramite tra la società medesima e le istituzioni perché i cittadini, secondo la Costituzione, possano concorrere con metodo democratico a governare la cosa pubblica. La situazione è al limite: nel vuoto di rappresentanza e di partecipazione sociale politicamente organizzata, in cui i poteri economici hanno campo libero, vagano le persone in cerca dei diritti e senza l’obbligo dei doveri, mentre si moltiplica l’invadenza dei burocrati e si creano i presupposti per l’uomo solo al comando.

Mi sono sentito dire che anche il Pci, quando presentò Argan sindaco di Roma, fece ricorso a una personalità non di partito. È vero, ma allora il Pci e Argan avevano un’idea di Roma, poi in parte realizzata dai sindaci Petroselli e Vetere, e il Pci era un partito profondamente inserito nella società con quasi 100 mila iscritti. Inoltre, Giulio Carlo Argan era un grande intellettuale torinese che sapeva di storia e conosceva bene la capitale del suo paese. Oggi, invece, abbiamo a che fare un tizio calato da Torino in “aiuto” di Marino che si vanta di aver gridato allo stadio «Roma merda», assessore ai trasporti dimissionario che dei trasporti non sa neanche che il 64 collega San Pietro a Termini.

È l’approdo emblematico del degrado della politica, dell’arroganza del potere e del disprezzo verso un’intera comunità. Un atteggiamento semplicemente vergognoso. Come vergognoso, e foriero di ulteriori danni, è aver elevato Marino, che pure ha le sue responsabilità, a capro espiatorio di tutti i mali di Roma. Ma dopo il vertiginoso successo della liquidazione del sindaco, qual è l’analisi del Pd sui mali della metropoli? Ha, il Pd, una qualche idea sulla crisi profonda, di identità e di prospettiva, che percuote Roma? E sulla questione morale, che è tornata ad essere centrale nella politica e nell’amministrazione pubblica, quali proposte ha da avanzare per fare pulizia al Comune e in tutte le sue articolazioni territoriali e imprenditoriali? Non se ne ha notizia. Forse perché il Pd dei nuovi mali di Roma è uno dei fattori, e non ha la forza né la possibilità di tagliare i ponti con la rendita immobiliare e finanziaria.

E Renzi? Twitta, e ripete come un disco rotto che Roma «non funziona». Basta chiacchiere, precisa: «una città funziona o non funziona». Al di sopra di questa vetta il suo pensiero non sembra in grado di elevarsi, e questa è la sua idea di Roma. Le strade dissestate, le disfunzioni dei trasporti, i disservizi nello smaltimento dei rifiuti sono in larga misura l’effetto di gestioni incistate dalla corruzione e dalla malavita, che richiedono una svolta radicale nel modo di governare e nel sistema dei controlli. Ma nelle condizioni di oggi la buona amministrazione non basta, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti le disuguaglianze e le ingiustizie. E che ponga al centro della funzione pubblica statuale, e quindi della capitale dello Stato, la «tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (articolo 35 della Costituzione) insieme alla salvaguardia del territorio e dell’ambiente, nonché del patrimonio storico e artistico della nazione (articolo 9).

Come sosteneva Teodoro Mommsen, non si sta a Roma senza un’idea universale. E noi questa idea universale, che prospetta una civiltà più avanzata, la vediamo delineata nella Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Che ne facciamo di Roma in questo contesto? Una città museale, pietrificata nelle sue vestigia antiche, a disposizione di inconsapevoli tribù turistiche mordi e fuggi, mentre la rendita parassitaria s’ingrassa e le periferie degradano nello squallore, in attesa che si innalzino nuovi muri per blindarci nel nostro residuale benessere contro chi fugge dalla povertà e dalla fame? E cosa diciamo alle ragazze e ai giovani disoccupati di questa città, che ormai sono quasi la metà della popolazione giovanile? Che vadano al Colosseo a truccarsi da finti gladiatori? O che vadano a Londra a fare le cameriere?

Roma ha le risorse, morali e materiali, tecniche e intellettuali, per uscire dal declino e avviare una fase di rinascimento civile, economico e sociale, a beneficio dei suoi abitanti e dell’intero paese. Bisogna però cercarle queste risorse, stimolarle e metterle insieme: in un progetto di cambiamento capace di raccogliere i malesseri e i contrasti che ribollono nella metropoli, e di assicurare a tutti i diritti fondamentali. Da una parte, occorre recuperare la virtù dell’accoglienza, che da secoli caratterizza questa città straordinaria. Dall’altra, è indispensabile rovesciare la vecchia e fallimentare visione delle classi dirigenti non solo locali, che hanno estratto da Roma rendite di ogni genere. Degradandola nel contempo al ruolo di città da assistere con elargizioni clientelari, invece di valorizzarla come risorsa disponibile per la comunità nazionale.

Una metropoli e una capitale in cui si configuri un intenso rapporto politico-istituzionale con la cultura e con la scienza, con tutte le espressioni del lavoro, e in sinergia con le forme più avanzate di partecipazione civile, di democrazia diretta e di proprietà autogestita da produttori e utenti, puntando decisamente sull’innovazione e assumendo l’ambiente e il patrimonio culturale e artistico accumulato come risorse e parametri di una nuova qualità della vita. Questo, insieme alla configurazione della Città metropolitana e alla qualificazione di territori e funzioni dei Comuni-Municipi, dovrebbe essere l’obiettivo cui tendere, in una fase in cui la rivoluzione scientifica e tecnologica non si arresta e darà ancora imprevedibili frutti.

La tensione verso la progettualità permanente e l’elevazione culturale di massa per disegnare una metropoli a misura degli esseri umani e del loro libero sviluppo è il contrario della cultura dell’evento straordinario, di cui in anticipo si annunciano straordinarie meraviglie per poi fare i conti con i danni accertati. Fatti salvi, ovviamente, i pingui introiti di chi promuove il business. Rutelli fu un bravo organizzatore del Giubileo del 2000 che si svolse con successo. Ma dopo, in particolare con Veltroni, a Roma il dominio della rendita immobiliare e finanziaria ha raggiunto il massimo del suo fulgore, consolidando il modello di città in cui viviamo. Naturalmente, auspichiamo che anche il Giubileo promosso da papa Francesco nel segno della umiltà abbia successo. Ciò non toglie tuttavia, e anzi sottolinea, che occorre cambiare radicalmente proprio quel modello di città, che nulla ha di francescano.

Marino non offriva sufficienti garanzie al Vaticano. Ma neanche a Renzi, massimo esponente della cultura dell’evento. E grande esperto nei colpi di palazzo, giacché dopo Letta anche l’ignaro Ignazio è stato liquidato con un colpo di palazzo, impedendo al Consiglio comunale di riunirsi e di deliberare su una vicenda cruciale per i destini della città. La democrazia è stata sospesa, il messaggio è molto chiaro e da non sottovalutare: il Consiglio comunale eletto dal popolo non conta niente; il voto degli elettori non conta niente; i cittadini di Roma non contano niente. Conta solo chi comanda, l’uomo al comando. E il potere dell’apparato burocratico che lo circonda.

A questa impostazione occorre reagire con nettezza, mettendo in campo un progetto alternativo, che può nascere solo dalla mobilitazione sui problemi reali che coinvolgono la vita delle persone. Raccogliendo e unificando le tante energie di cui dispone Roma, oggi disperse e separate in mille rivoli, per farle confluire in un grande fiume che rompa gli argini della passività, del disincanto, dell’astensionismo. Le centinaia di associazioni che operano nel territorio trovino la forza di guardarsi in faccia, di superare la propria parzialità spesso priva di sbocchi, di misurarsi senza preconcetti con le esperienze e con le pratiche degli altri. Si costituisca un coordinamento e si lavori alla convocazione di una Costituente per Roma, che di Roma individui i nuovi mali e la via per superarli. È il primo passo indispensabile. Tutto il resto viene dopo.

Paolo Ciofi

tratto dal sito: http://www.paolociofi.it

Sulla laicità delle istituzioni e le responsabilità della sinistra, di M. Zanier

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In un periodo in cui si guarda al Papa come al miglior referente per il rispetto dei diritti dei più deboli, ci si dimentica troppo spesso del ruolo storico delle forze della sinistra e della laicità delle nostre istituzioni, io torno col pensiero alla Breccia di Porta Pia ed al sacrificio dei bersaglieri caduti per rendere l’Italia unita e libera quel 20 settembre 1870. Quel giorno, al temine della Terza Guerra d’Indipendenza, essi si sono aperti faticosamente una breccia nelle mura vaticane a suon di cannonate e sono entrati vittoriosi a Roma guidati dal generale Raffaele Cadorna. Da quel giorno è ufficialmente finito il potere temporale della Chiesa, lo Stato Pontificio è caduto, al suo posto è nata l’Italia unita. Pochi mesi dopo Roma verrà proclamata capitale d’Italia.

Al momento della nascita della Repubblica Italiana, i padri costituenti hanno voluto sancire le fondamenta laiche del nostro Stato, scrivendo nella nostra Costituzione l’Articolo 7 : “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. E la separazione dei poteri è stata confermata dal successivo Concordato, sottoscritto dai i due Stati nel 1984. Ed oggi che assistiamo alle ennesime ingerenze di oltretevere nelle vicende italiane (si veda il caso Marino e la resistenza delle forze politiche di ispirazione cattolica a far pagare l’IMU agli immobili del Vaticano od a far approvare la legge sulle unioni civili mentre si continuano a sovvenzionare le scuole private cattoliche coi soldi della scuola pubblica ed il fatto che lo stesso succede nella sanità ) mi domando se non sia il caso di ripartire anche da lì per definire il profilo e gli obiettivi di una politica alternativa realmente efficace per il Paese. Non intendo con questo il limitarsi al laicismo di facciata senza toccare le controriforme degli ultimi governi e di questo in particolare che hanno attaccato e distrutto le ultime certezze dello Stato sociale rimaste negli italiani (abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e del contratto di lavoro a tempo indeterminato, trasformazione della Scuola pubblica in una succursale delle aziende private con la chiamata diretta del preside-manager, riduzione drastica della democrazia rappresentativa con il ridimensionamento drastico del ruolo del Senato e l’elaborazione dell’Italikum, ossia la legge elettorale che annulla i contrappesi istituzionali previsti dalla Costituzione) ma coniugare le istanze più serie e rigorose della difesa dei diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei tanti tantissimi precari e senza reddito né certezze abitative e dei ceti medi in grandissima difficoltà con una sana, antica e indispensabile presa di distanza dalla politica pontificia, che dovrebbe riguardare solo la Città del Vaticano.

Per questo oggi, sento il bisogno di guardare anche indietro a quel 20 settembre 1870 ed ai 49 bersaglieri caduti, perché è al loro sacrificio che dobbiamo l’unità d’Italia. Tutti quanti. E sento il bisogno di ricordare i loro nomi, sperando di non essere il solo a sentirsi riconoscente per il loro sacrificio:  PAGUARI GIACOMO, PALAZZOLI MICHELE, CASCARELLA EMANUELE,PARILLO GIACOMO, RIPA ALARICO, AGOSTINELLI PIETRO, CANAL LUIGI,GAMBINI ANGELO, BOSI CESARE, MATRICCIANI ACHILLE, MORRARA SERAFINO, ZOBOLI GAETANO, VALENZIANI AUGUSTO, SANTUNIONE TOMMASO, PERRETTO PIETRO, MARTINI DOMENICO, PAOLETTI CESARE, THEORISOD LUIGI DAVID, RISATO DOMENICO, MARABINI PIO, LEONI ANDREA, IACCARINO LUIGI, IZZI PAOLO, CARDILLO BENIAMINO, GIANNITI LUIGI, CORSI CARLO, RAMBALDI DOMENICO, GIOIA GUGLIELMO, BONEZZI TOMMASO, SANGIORGI PAOLO, CALCATERRA ANTONIO, TURINA CARLO, ROMAGNOLI GIUSEPPE, MATTESINI FERDINAND, BERTUCCIO DOMENICO, ZANARDI PIETRO, COMPAGNOLO DOMENICO, BOSCO ANTONIO, MAZZOCCHI DOMENICO, CAVALLO LORENZO, TUMINO GIUSEPPE, MADDALENA DOMENICO, ALOISIO VALENTINO, BIANCHETTI MARTINO, DE FRANCISI FRANCESCO, SPAGNOLO GIUSEPPE, FRANCISI FRANCESCO SPAGNOLO, GIUSEPPE XHARRA LUIGI, RENZI ANTONIO.

Marco Zanier.

Le scuole private e l’ICI. La vittoria della Costituzione, di M. Foroni

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Foroni 1

Sentenza storica per il Comune di Livorno: la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata nel 2010 dal Comune agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi. A comunicarlo è proprio il Comune sul suo sito. Per ora la sentenza si applica alle due scuole “Santo Spirito” e “Immacolata” che dovranno versare 422mila euro per gli anni dal 20o4 al 2009. A seguito delle sentenze, si provvederà a notificare anche gli importi dovuti per il 2010 e il 2011. Il pronunciamento della Cassazione potrebbe essere destinato a fare giurisprudenza. Si tratta della prima sentenza sul tema, in Italia.

Con le sentenze 14225 e 14226 depositate l’8 luglio, la suprema Corte ha di fatto ribaltato quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio, sentenziando che, poiché gli utenti della scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza, tale attività è di carattere commerciale, «senza che a ciò osti la gestione in perdita». In proposito il giudice di legittimità ha precisato che, ai fini in esame, è giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, risultando sufficiente l’idoneità tendenziale dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio. E cioè, il conseguimento di ricavi è di per sé indice sufficiente del carattere commerciale dell’attività svolta.

Questo genere di pronunciamento da parte della Corte di Cassazione è il primo in Italia sul tema specifico. La vicesindaco Stella Sorgente in proposito dichiara: «Abbiamo fatto degli incontri con le scuole interessate e l’ufficio tributi, nei quali era stata proposta un’ipotesi di conciliazione fra Comune e Istituti che sarebbe stata vantaggiosa per le scuole stesse, rispetto ad un’eventuale sentenza favorevole per il Comune da parte della Cassazione. Successivamente ci è stato comunicato dalle scuole stesse che avrebbero invece preferito attendere l’esito del giudizio in Cassazione. L’Amministrazione comunale è stata ringraziata per il sincero atteggiamento di apertura e dialogo dimostrato, ma non è stata accettata la proposta fatta. Pertanto, adesso che la Cassazione si è espressa con le due sentenze, le scuole sono costrette a pagare l’intero importo, comprensivo delle relative sanzioni. Ci fa piacere che questa sia la prima sentenza a livello nazionale che riguarda immobili di questa tipologia, destinati ad uso scolastico, affinché sia fatta definitivamente chiarezza sulla legittimità di tali pagamenti tributari da parte degli enti religiosi».

È la vittoria della Costituzione sull’«interpretazione» che ne hanno dato i governi. La sentenza fa scalpore perché è in controtendenza con quello che fanno i governi, compresi quelli di centrosinistra. La Costituzione all’articolo 33 parla di scuola pubblica e aggiunge che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Invece, negli ultimi anni non è stato così. A partire dalla legge Berlinguer, con un governo di centrosinistra, e poi negli anni c’è stato uno smottamento verso la scuola privata. “Senza oneri” per lo Stato non può avere un’interpretazione diversa. Purtroppo i contributi di cui le scuole paritarie già godono e i privilegi di natura fiscale si accompagnano a una contestuale riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica. E sarebbero molto più tollerabili se la scuola pubblica venisse salvaguardata, invece non è così. Non dubito che la scuola privata vada difesa, ma la scuola pubblica dovrebbe avere il primato.” Salvatore Settis

Marco Foroni