Lo scontro politico in Europa e la questione del diritto di veto. di A. Benzoni

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Nel periodo che separa i Trattati di Roma dall’inizio dell’”epoca dei torbidi”, l’esistenza del diritto di veto non aveva mai costituito un problema. Anche perché questo non era stato mai concepito come tutela permanente a tutela di interessi inviolabili; ma semmai come un ostacolo che poteva e doveva essere superato, attraverso una corretta opera di persuasione con annesse piccole contropartite.

Logico che fosse così. Non si aderiva a un blocco politico/militare; si entrava in uno spazio di libertà e di

pace dove tutti avrebbero avuto gli stessi diritti e tutti sarebbero stati sottoposti alle medesime regole. In un mondo la cui gestione era affidata a tecnici e a esperti, in un processo basato sulla mediazione e la

ricerca permanente del consenso; e quindi nella misura del possibile, tenuto al riparo da pressioni politiche esterne come anche da improvvide reazioni popolari.

Di fatto, il passaggio indolore e inconsapevole dall’Europa economica a quella politica, si sarebbe rivelato, a partire dagli inizi degli anni Novanta, del tutto impraticabile. Con una reazione di rigetto che si sarebbe ben presto manifestata prima con la bocciatura della nuova Costituzione nei referendum francesi e olandesi e poi con la contestazione delle politiche di austerità in diversi paesi e con la nascita di nuovi partiti,

variamente antisistema, di tipo populista/sovranista.

E’ in questo quadro che, agli inizi degli anni venti, si pone per la prima volta in discussione il diritto di veto.

A farlo, e in modo esplicito, è il paese forse più sovranista di tutti; la Francia di Macron. Ben consapevole, però, che l’esercizio della sovranità è possibile solo all’interno di un’Europa anch’essa sovrana e indipendente. E, in prospettiva, caratterizzata non dalla concorrenza al ribasso e dal dumping sociale e fiscale ma dalle politiche comuni. Un processo reso peraltro impraticabile dall’alleanza tutt’altro che santa tra rigoristi finanziari del Nord e reazionari dell’Est.

Nessuno si propone, naturalmente, una volta bocciata, di proporre il voto a maggioranza, contrario alle regole e agli stessi principi su cui si basa l’Unione.

L’alternativa è allora quella di far scattare una specie di piano B, consentito anzi previsto dalle regole comunitarie; quello della “cooperazione rafforzata”. Traducibile, in chiaro, nella possibilità, rivendicata

dalla Francia (con il silenzio/assenso degli altri grandi paesi occidentali) di andare avanti da soli sulla via

delle politiche e delle regole comuni (salario minimo, fiscalità, possibilità di sottrarre le politiche di

investimento dai vincoli di Bruxelles e così via), scontando il fatto che questa innovazione virtuosa potesse essere, nel corso del tempo, adottata anche da altri.

Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina (legato, a scanso di equivoci, all’aggressione russa) il quadro cambia radicalmente. Perché, a invocare, non importa se esplicitamente o in linea di fatto, l’abolizione del diritto di veto sono i vertici Ue. E non per procedere più rapidamente lungo questa via. Ma per aprire un percorso che porterà alla scomparsa dell’Europa; o, più esattamente, all’annullamento della sua specificità.

In primo luogo, perchè si tratta di un processo esogeno ed eterodiretto. A premere, a indicare le scelte non sono le autorità interne a ciò preposte, ma gli Stati Uniti e la Nato. E’ la prima volta che ciò accade dai tempi di Messina a oggi; e il dato va sottolineato, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a premere per l’entrata, anche se solo simbolicamente immediata, dell’Ucraina nell’Ue. Dimenticando, volutamente, che non esistono le condizioni perché questo processo possa avviarsi e tanto meno concludersi in un futuro prevedibile. Almeno sino a oggi, entravano in Europa solo gli stati la cui condizione interna e internazionale corrispondesse agli standard esistenti nell’Unione; standard da cui l’Ucraina era assai distante prima della guerra; figuriamoci poi dopo.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a determinare l’allargamento a Est e la stessa natura del confronto con la Russia. Ma, anche qui, non c’è bisogno di entrare nel merito, per affermare che questa scelta sbarrerebbe definitivamente la strada a quell’Europa politica e militare che si continua a sbandierare a vanvera come sbocco prossimo dell’attuale crisi. E, per inciso anche la realtà di un’Europa come spazio indipendente all’interno di un universo multipolare.

Sono ancora questi due agenti esterni a spingerci verso uno stato di guerra permanente, anche se non combattuta o formalmente dichiarata; e questo a tutto danno, come appare particolarmente nel nostro paese, della stessa funzionalità del sistema democratico.

E sono, infine, queste pressioni esterne a mettere in forse le aperture verso il mondo che ci circonda: vedi il veto turco all’entrata della Svezia e della Finlandia nella Nato; vedi le torsioni nella politica migratoria; vedi, infine, la rinuncia a esercitare un qualsiasi ruolo nell’area mediterranea e mediorientale.

Stiamo parlando, naturalmente, di un processo in corso. Che trova, a livello di stati e di sensibilità politiche, consensi e dissensi. Come è ovvio che sia.

Quello che non è affatto ovvio, per non dire inaccettabile, è che i consensi a questo processo siano veicolati apertamente e in modo martellante: in particolare dall’asse Washington-Varsavia e dall’Europa baltica.

Mentre i dissensi o quanto meno le riserve di fondo dei grandi paesi della vecchia Europa – Francia,

Germania, Italia, Spagna – sono espressi a mezza bocca e rimangono sotto traccia; salvo ad esprimersi, nel momento della scelta, con l’esercizio del diritto di veto. Manifestazione legittima. Ma che segnerebbe

rotture insanabili e tali da mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Europa.

Qui e oggi, quando tutto è ancora in sospeso, un confronto aperto tra queste diverse opzioni è necessario e urgente. E non per arrivare ad una posizione comune qui e oggi; ma per discutere insieme, e a bocce ferme, insieme, sul futuro politico del nostro continente e dei paesi che lo compongono. Senza furbizie e, soprattutto, senza arroganza.

Una pausa, un periodo di tregua che converrebbe, in particolare, al nostro paese. Perché, che lo si voglia o

no, l’Italia sarebbe la prima vittima della nuova alleanza tra l’Europa di Maastricht e quella di Washington/Varsavia. Che si tratti della situazione libica o mediorientale o di nuovi vincoli alla nostra politica di bilancio. Dei nostri rapporti economici e internazionali o della crisi irreversibile del nostro sistema politico. Guai in arrivo di cui ci accorgeremo ben presto.

Alberto Benzoni

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