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Brutti segnali per il futuro dell’Europa. di A. Angeli

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Si, le previsioni delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo preoccupano i leader che fino ad aggi hanno governato l’UE. Proprio Emmanuel  Macron, in un discorso di fine aprile ne ha esternato lo stato d’animo, un episodio che mette in luce l’ansia che pervade molti leader, con il quale ha inteso trasmettere un avvertimento molto eloquente sul pericolo che corre il continente nel caso di un’affermazione della destra. Nel suo intervento centrale è stata l’affermazione sulla necessità di proporre un’Europa che guarda al suo cambiamento e sappia trasformarsi  in “potenza europea”.

Dare un nuovo volto al continente Europeo, che segni  l’ alternativa alle cupe previsioni di un avanzamento della destra in Europa e di un’affermazione di una nuova leadership Trump, alla guida degli USA, questo il messaggio di Macron, in cui non sono assenti le preoccupazioni per le difficoltà che incontra la resistenza in Ucraina contro l’invasione  Russa e l’insostenibile carneficina del popolo di Gaza da parte di Israele. Insomma, un richiamo per un cambiamento della politica Europea, nella prospettiva di dotarla della necessaria forza,  e del potere politico, da dispiegare su ogni versante della sua politica, sia essa economica, sociale e della difesa, imponendosi come nuova  potenza nel  prevedibile mutamento di scenario geopolitico che si profila per i prossimi anni.

Il concetto del potere politico ha una forte suggestione storica e per questo suggerisce  di richiamare gli scritti di Nicolò Machiavelli contenuti nelle dense pagine del Principe, che il filosofo scrisse nel lontano XVI secolo, appunto sul potere politico. Per Machiavelli la politica è un’arte, almeno così la presenta in una lettera a Lorenzo dei Medici, sovrano della Repubblica fiorentina. Un aforisma ci può aiutare a comprendere cosa intendesse per potere politico: come un pittore naturalista, che riproduce fantasiosamente le montagne e dalla loro cima si accinge a studiare le pianure, così anche i governanti dovrebbero abitare i loro domini:  “Per conoscere bene la natura del popolo bisogna essere principe”, scriveva Machiavelli, “e per conoscere bene la natura dei principi bisogna essere del popolo”.

Richiamando Macron scopriamo come la sua prolusione si relazioni con la prima parte della frase di Machiavelli, e costituisca quindi una risposta alla domanda: cos’è il potere oggi nell’Europa contemporanea e come rimodellare le sue istituzioni per coglierne le magnifiche sorti e progressive. Con la sua risposta  Macron ha svelato la vulnerabilità dell’Europa  e la ciclica crisi politica che ne annichilisce le potenzialità dell’esercizio del potere. E’ certo un paradigma, quello a cui è ricorso, con l’intento da impegnarsi in una appassionata difesa della nostra civiltà e cultura Europea, trascurando però la parte dell’aforisma in cui Machiavelli ricorda che anche le persone formano opinioni sui loro governanti, opinioni che i governanti ignorano a loro rischio e pericolo.

Ecco il tema vero, che non riguarda solo Macron ma tutta l’élite politica Europea, la quale si è resa distante e inaccessibile lungo tutta la storia dell’UE, trascurando le popolazioni, escludendole come cittadini da qualsiasi coinvolgimento e partecipazione diretta all’elaborazione politica e nelle decisioni più rilevanti dalle quali dipendeva e tuttora dipende la vita e il corso della storia dell’Europa. Questa esclusione ha influenzato e cambiato negativamente  il panorama europeo, aprendo la strada alla destra radicale.

Le riflessioni di Machiavelli sugli avvenimenti politici del suo tempo, tra cui i conflitti tra le principali potenze europee,  il malcontento nei confronti dei rappresentati delle signorie o principati e situazioni di caos che coinvolsero il crollo della legittimità della chiesa cattolica, s’ispirano alla Repubblica Romana per trarne lumi a sostegno della sua idea sul potere politico.  Il senso dell’indicazione si riassume nella considerazione che di fronte all’indifferenza dei valori, la storia si rivela l’unica guida alla quale attenerci per superare i momenti difficili. Al proposito rileva ( nei Discorsi su Livio ) come il segreto della libertà Romana non risiedesse nella sua fortuna né nella potenza militare, ma nella capacità dei romani di conciliare la disuguaglianza tra le élite ricche, la parte nobile e la maggioranza della popolazione, che indicava come popolo.

La storia ci ricorda quale sia il comportamento di chi detiene il potere economico, le leve del comando sociale che, come ci ricorda Machiavelli, e nel XIX secolo Marx, è il continuo accumulo di ricchezza e con essa del potere politico per governare gli altri, così, giustamente, la reazione naturale di quella parte del popolo esclusa è quella di lottare per superare l’ingiustizia sociale e il disequilibrio economico che deriva da una mancata giustizia nella redistribuzione della ricchezza. Purtroppo la storia ci ricorda che lo scontro di classe non ha assolutamente esaurito la sua natura di lotta politica per una più equa giustizia nella distribuzione del potere politico e sociale Solo incanalando anziché sopprimendo questo conflitto, diceva Machiavelli, è possibile preservare la libertà civica, riconquistare un senso alla politica e contenere il potere che mediante il comando viene esercitato. Oggi, purtroppo, ci troviamo a dover riconoscere il grave l’errore commesso dall’Europa, per avere ignorato i consigli di Machiavelli.  

Dobbiamo ammettere che nonostante tutta la retorica sulla democrazia, e gli inviti ai cittadini a valutare i pericoli che si prospettano con le prossime elezioni, l’UE è connotabile come un’istituzione di governo oligarchico, supervisionato da un corpo di tecnocrati, incline ad una smisurata burocrazia anche se non eletto che opera nella Commissione Europea. Non ci sono consultazioni del popolo sulla politica, nessuna partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nelle più importanti decisioni, politiche, sociali, economiche finanziarie e di difesa, e anche nelle più minute questioni che coinvolgono gli interessi di milioni di cittadini e consumatori. Le sue regole fiscali, che impongono limiti rigorosi ai bilanci degli Stati membri, offrono protezione ai ricchi imponendo al contempo l’austerità ai poveri. Dall’alto al basso, l’Europa è dominata dagli interessi di pochi ricchi, che limitano la libertà di molti.

Queste contraddizioni, cioè  queste violazioni della democrazia partecipata e coinvolgente, favoriscono e rafforzano i disegni di potere  delle imprese, degli istituti finanziari, delle agenzie di rating, del credito e i potenti gruppi di interesse ai quali è concesso di dettare la propria legge, limitando gravemente il potere politico. L’Unione Europea è lungi dall’essere il colpevole peggiore. Una grave colpa ricade sugli Stati-nazione, dai quali è dato corpo a un’apparenza di partecipazione democratica, che potrebbe invece sostenersi e applicarsi solo attraverso la fedeltà ad una costituzione condivisa. Purtroppo,  essendo l’Unione Europea, costruita sul mito del libero mercato, la causa  di queste contraddizioni sociali e economiche, la lotta per un’alternativa  è molto più difficile da sostenere e portare a compimento. Solo seguendo l’imperativo di una democratizzazione del processo, che assegni al Parlamento Europeo il potere rappresentativo e legislativo, con la costituzione di un Governo che segni il superamento dei nazionalismi, sarà possibile realizzare il disegno di un’Europa unita seguendo l’insegnamento dei Fratelli Rosselli.   

Questi rilievi danno una plausibilità all’ansia che si coglie nelle forze politiche della sinistra e moderate  dell’Europa,  per le previsioni che assegnano alla destra estrema e conservatrice un probabile successo elettorale. Uno stato di tensione che non pare cogliere le preoccupazioni di milioni di cittadini europei  poveri, senza lavoro o lavoro precario, con basso tenore di vita, coinvolti nelle politiche del cambiamento climatico, ai quali interessa poco la questione della migrazione. Questo ci induce a dire che, forse, il fascino per la destra estrema e conservatrice, ossessivamente ostile nei confronti del migrante, è riassumibile nella critica al fallimento politico, economico e sociale e sulle questioni della sicurezza e della pace delle forze che hanno guidato fino ad oggi l’Europa.

Allora, se stiamo ai fatti che ci fanno vedere un futuro cupo, c’è da sperare ben poco, o, forse, in un colpo di fortuna che, come sottolinea Machiavelli ne “Il Principe”, è come un fiume il cui straripamento può essere impedito costruendo argini e dighe”. Se i politici europei sono sempre più intrappolati nella gestione dell’emergenza, è perché hanno fallito nel primo compito della politica degna di questo nome: diagnosticare le cause della crisi, spiegare ai loro rappresentati e a chi è escluso e difendere coloro la cui libertà è in pericolo. Già questo sarebbe un cambiamento, anche se i segnali sono piuttosto brutti.

Alberto Angeli

La rivolta del mondo agricolo si diffonde in tutta Europa. di A. Angeli

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Gli agricoltori stanno organizzando rivolte in tutta Europa. In Italia e in Francia è stata programmata una mobilitazione che dovrebbe assediare le capitali dei due paesi. In Francia, già da alcuni anni gli agricoltori sollevano dure proteste contro le politiche del green deal dell’Europa. Quando parliamo dei paesi in cui dilaga la protesta, parliamo di Francia, Germania, Polonia, Belgio, Spagna, Paesi Bassi, Romania, Italia e Grecia  e del mondo degli agricoltori che stanno protestando con tattiche come bloccare le strade con i loro trattori, scaricano letame vicino agli edifici pubblici, spruzzano merda liquida sulle stazioni di polizia, mobilitano ovini e pecore per chiudere le città. E tanti trattori, rappresentativi di una classe sfiduciata, da mettere in crisi gli indici d’inquinamento ambientale, e tanti danni alla mobilità, una lotta  che però trova larghi consensi tra la popolazione, che condivide i motivi della lotta e le accuse alla grande intermediazione e distribuzione, rimproverate di arricchirsi pagando prezzi da fame i prodotti della terra mentre loro arricchiscono.   

Purtroppo, come accade di fronte ai movimenti spontanei , che si formano al di fuori delle linee ordinarie delle rappresentanze di settore e che si distinguono per la particolare natura sociale, politica e economica, immediatamente l’estrema destra  s’inserisce per manipolare gli obiettivi della lotta e assumere la guida della protesta. E’ ciò che sta avvenendo in alcuni paesi, in cui gli slogan dell’estrema destra sono dominanti e diretti contro l’Europa e le sue politiche. In Germania, il partito di estrema destra AfD si è affiancato alle  mobilitazioni, come sta accadendo in Italia e in Francia da parte dei movimenti di estrema destra, anche se alcuni agricoltori in Germania si sono uniti alle proteste di massa contro l’AfD.

Anche questa volta la sinistra Europea, cioè i progressisti e riformisti di nuova generazione, è in affanno, in ritardo su una questione che è all’ordine del giorno da anni. Non c’è da scrivere molto sulla presa di posizione del Pd, salvo evidenziare che si limita a fare delle contestazioni al Ministro Lollobrigida e al legame di parentela  con la Presidente del Consiglio. E’ agli agricoltori, almeno a quella parte in lotta e che reagisce, prendendo le distanze  dalle ingerenze della destra e dal riposizionarsi della Coldiretti a fianco del Governo contro l’Europa, che dovrebbe dire qualcosa, spiegare la sua idea di progetto politico per questo settore importante per la tenuta economica del Paese.  

Gli agricoltori in lotta affermano di essere gravati dai debiti, schiacciati da potenti rivenditori e aziende agrochimiche, colpiti da condizioni meteorologiche estreme, indeboliti dalle importazioni provenienti da altri Paesi a prezzi concorrenti ,  per cui sono costretti a fare affidamento su un sistema di sussidi che favorisce i grandi attori del settore a scapito delle piccole realtà agricole. Purtroppo gli agricoltori sono nettamente divisi tra quelli con grandi proprietà terriere che impiegano molti lavoratori, e i piccoli produttori autonomi che fanno affidamento quasi interamente sul lavoro familiare. E poi ci sono i mostri dell’industria agroalimentare: Esselunga. Ipercoop/Coop&Coop. NaturaSì  Coop.FamilamSuperstore- IperFamila. Interspar. Tigros. Conad Superstore/Spazio Conad.  Lactalis, Nestlé, Danone – e le catene di vendita – Leclerc, Carrefour, Esselunga, che si chiudono ad ogni richiesta di revisione delle condizioni  ( prezzi )di conferimento dei prodotti agricoli  La rivolta dei contadini mostra come le classi dominanti sopravvivano attraverso il divide et impera.

Le federazioni sindacali dovrebbero coinvolgere i lavoratori  con iniziative di sostenere agli agricoltori. Ma, purtroppo, non c’è alcuna spinta per l’unità di lotta che potrebbe riunire la famiglia del contadino con 1.200 euro al mese, con la commessa di 58 anni che teme di non vedere mai la sua pensione e il giovane migrante che viene sfruttato dai grandi produttori agricoli e che subisce molestie da parte della polizia. L’ unità non è mai facile, ma potrebbe essere costruita su un programma di cambiamento e di lotta contro la destra al governo e le grandi imprese.  Questa è la strada che la sinistra deve percorrere, sapendo che l’unità del mondo del lavoro, di cui il mondo agricolo è parte fondamentale, è il risultato che il potere economico e la destra temono di più ed è per questo che si stanno riorganizzando indicando l’Europa come il nemico da sconfiggere alle prossime elezioni Europee. Spetta alla sinistra impedire che si realizzi questo disegno.

Alberto Angeli

Si vis pacem para bellum. di R. Papa

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Noi che abbiamo vissuto protetti dall’art 11 della Costituzione.

Noi che siamo scesi in piazza contro la guerra in Vietnam.

Noi che abbiamo pensato ad un mondo pacifico e pacificato

Noi non ci siamo resi conto che la realtà andava verso un’altra meta.

Noi che ci siamo affidati, per scelta, al Patto Atlantico (4 aprile 1949) ma potevamo scegliere di stare sotto la protezione del Patto di Varsavia, ci troviamo oggi ad interrogarci sulla necessità di apprestare una difesa del nostro mondo e di chiederci se la scelta “pacifista” sia la strada giusta o come io ritengo quella di essere “contro la guerra”. Questa scelta però presuppone di dotarci di un esercito nazionale e/o europeo. Che sia in grado di contrastare eventuali attacchi da parte di “Stati canaglia”.

Il risorgente imperialismo russo con l’invasione dell’Ucraina, il mai sopito terrorismo islamico con l’attacco di Hamas ad Israele, il nuovo protagonismo dell’Iran e della Cina impongono anche a noi che “siamo contro la guerra” di predisporre, una volta venuto meno il dialogo e le relazioni diplomatiche, efficaci risposte anche armate.

L’ipocrisia che per decenni abbiamo accettato la narrazione sugli “eserciti di pace” l’altra faccia dell’esportazione della democrazia, hanno reso il nostro mondo debole e permeabile alle azioni, per ora avversarie, domani nemiche.

Forse abbiamo troppo presto elaborato la paura della guerra, accettando che sulle nostre strade stazionino mezzi dell’esercito. Da due anni a questa parte abbiamo visto il nostro mondo scivolare lentamente verso una guerra: prima l’Ucraina, poi Israele, ora lo Yemen. Tre situazioni che potrebbero diventare, se già non lo sono, esplosive. Senza contare i tanti conflitti armati in giro per il mondo che hanno fatto dire a Papa Francesco di “terza guerra mondiale a pezzetti”.

L’Italia spende per la difesa NATO (il famoso obiettivo 2%) solo l’1,46 del Pil, era l’1,51% nel 2022, il picco lo abbiamo toccato nel 2020 con l’1,59.

Secondo il governo neppure quest’anno potremmo raggiungere l’obiettivo del 2% e il Pd (l’ala movimentista-pacifista) ringrazia.

Magari, dicono, rinviando di cinque anni…chissà cosa ne pensano, e come gioiscono, i vari terrorismi islamici e i rinati neoimperialismi!

Oggi non si tratta di difendere le armi, ma di dotare i paesi del Patto NATO di un sistema difensivo tale da funzionare da deterrenza verso possibili e “prevedibili” nemici. Dimenticandoci troppo spesso che l’obiettivo del 2% è stato sottoscritto da governi di centrosinistra e centrodestra.

Siamo un paese che dimentica la propria storia troppo spesso e per il quale risulta più facile fare appello ai “valori”. E allora si tira fuori una volta il valore dell’antifascismo e un’altra del pacifismo. E intanto intorno a noi rinascono venti neonazisti e venti di guerra. Oggi abbiamo la necessità di ridefinire il nostro “antifascismo” e “pacifismo” in funzione di conflitti e guerre che non possiamo ignorare e che ce lo ricordano i milioni di morti sui vari scenari di guerra, perché ci piaccia o meno “siamo tutti coinvolti”.

Siamo un Paese che oltre a vivere sul presente, in questo presente vive alla giornata “tra l’acqua santa e l’acqua minerale”(cit. Leo Longanesi)

Roberto Papa

La pace una priorità, se vogliamo salvare il mondo. di A. Angeli

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Provate a scrivere per esteso la cifra: trecentomila miliardi di dollari, ( poco meno del 350% del PIL mondiale). A tanto ammontava il debito globale detenuto da famiglie, imprese, banche e governi alla fine del 2022. Un peso enorme, che già all’inizio di questo 2023 è andato aumentando a causa della guerra e che grava come un masso sulle spalle dei debitori, alle prese con il rialzo dei tassi di interesse resosi necessario per sconfiggere l’inflazione ( una sfida ben lontana dall’essere vinta ). C’è di che essere preoccupati: se un paese è inadempiente verso i suoi creditori è un grosso problema per i suoi cittadini, ma se sono molti paesi ad andare in default, è il mondo a precipitare nella crisi.

Se guardiamo agli anni ’80, il default in America Latina determinò l’iperinflazione, rivolte di popolo e instabilità in molti paesi: Argentina, Brasile, Perù. Oggi, 2023, il mondo si trova sull’orlo di un’altra crisi del debito e con oltre 56 guerre attive, di cui quella scatenata dalla Russia contro l’Ucraina deve considerarsi la più pericolosa, sia per la stabilità dell’ordine geopolitico mondiale sia per i riflessi economici e finanziari legati all’andamento dell’interscambio internazionale, su cui grava l’inflazione, la crisi energetica e la fornitura di materie prime e la conseguente crisi della containerizzazione. Una crisi nelle mani dei leader del mondo, gli unici che riunendosi potrebbero concordare e sostenere le necessarie misure per impedire una catastrofe, poiché si stanno manifestando i segnali della recessione in Germania e un default del bilancio americano, se non interverrà un accordo tra democratici e liberali. E questi leader dovrebbero utilizzare la cassetta degli attrezzi in cui sono stati risposti gli strumenti che contribuirono a superare la crisi del debito latinoamericano, specie la parte delle misure che indussero i creditori a condividere il dolore del rigore e ad accettare meno di quanto fosse il loro credito.

Molti paesi si erano esposti eccessivamente e avevano un debito insostenibile anche prima che il Covid 19 spargesse le sue spore nel mondo ( il debito Italiano a fine 2022 registrava un 150,3 % sul pil ). La pandemia ha aggravato questa situazione spingendo molti paesi a deliberare nuovi debiti per rimanere a galla e fare fronte al rallentamento del commercio internazionale. Poi la guerra in Ucraina, crisi energetica, prezzi alle stelle, inflazione, scarsità nei rifornimenti. Ora, l’aumento dei tassi di interesse ha notevolmente ampliato il costo del servizio di quel debito. Si stima che 56 paesi siano in difficoltà debitoria o a rischio, più del doppio rispetto al 2015. Una situazione pesante, che condiziona la struttura del bilancio, imponendo ai paesi indebitati di spendere una quota del bilancio nazionale a ridurre il debito e a pagare gli interessi su quello rimanente. E quando i paesi devono dedicare una parte rilevante delle entrate del governo al servizio del debito, si trovano con meno risorse per pagare le necessità di base come la formazione, i trasporti, la prevenzione e le cure sanitarie , l’energia, insomma i servizi necessari per il funzionamento di un’economia e per la cura dei propri cittadini. Né hanno abbastanza da investire per il futuro: nei sistemi sanitari per prepararsi alla prossima pandemia o nella transizione energetica verde. D’altro canto anche gli investitori stranieri, se avvertono rischi di perdere molto denaro su larga scala, adatteranno la loro condotta di investitori alla nuova situazione, con effetti imprevedibili sui mercati finanziari.

Agli inizi del 2023 ci sono stati alcuni progressi nelle riunioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington, una circostanza che ha messo a confronto tutti gli attori: banche multilaterali di sviluppo, istituzioni finanziarie private e di settore, prestatori sovrani ( con i big di Cina e USA), per trovare una soluzione su come accelerare la ristrutturazione del debito e superare i colli di bottiglia nel processo di rianamento. Questa nuova Tavola rotonda sul debito sovrano globale, guidata dal FMI, dalla Banca mondiale e dall’India, l’attuale presidente del Gruppo dei 20, ha raggiunto un accordo su alcune questioni, anche se molto che rimane irrisolto su come verrà effettuata la ristrutturazione.

Seguendo il detto: qualsiasi progresso è una buona notizia, o la speranza è l’ultima a morire, il mondo si attende novità su questo fronte, mentre indugia su quello che rappresenta l’incognita più pericolosa e la questione prioritaria : il fronte di guerra della Russia contro l’Ucraina. Allora, seguendo la logica, si può dire che il debito può attendere. Mentre la pace deve essere ora la priorità assoluta, e un’occasione per i paesi irretiti nelle maglie del debito di impegnarsi con più decisione per una tregua, prima fase del confronto per raggiungere la pace e definire il nuovo equilibrio globale che, realisticamente, dovrà sostituire il vecchio ordine già messo in discussione fin dal 2008 e poi nel 2014, con l’aggressione Russa alla Georgia e poi con l’occupazione della Crimea. Sono gli scontri geopolitici una delle ragioni principali per cui i negoziati sul debito sono impantanati. In questo processo di ridefinizione dell’ordine geopolitico globale, in cui includere il debito globale e la ricerca della pace, la presenza della Cina costituirebbe un segno di quanto le cose siano cambiate dagli anni ’90, quando la Cina era principalmente un mutuatario. Oggi è il più grande creditore bilaterale del mondo . In questo nuovo panorama, è molto più difficile raggiungere un accordo su chi dovrebbe essere rimborsato e su quale lunghezza temporale definire il rimborso. La Cina, che ha prestato circa 900 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo negli ultimi 10 anni, principalmente per progetti infrastrutturali nell’ambito della sua Belt and Road Initiative, è stata riluttante a concedere la riduzione del debito, a meno che gli obbligazionisti commerciali e le banche multilaterali di sviluppo non adottino lo stesso criterio. Purtroppo, tutte le iniziative che la Cina ha intrapreso nello corso di questi ultimi anni, dalla emergenza virale, alla via della seta, dalla soluzione del debito alla ambigua proposta di pace sulla guerra scatenata dalla Russia con l’occupazione della Crimea, non segnalano nulla di confortante e di positivo. Certo, l’America, prima con Trump e oggi con Biden, ha al suo attivo rilevanti responsabilità, si potrebbe dire imperdonabili scelte politiche, che la Cina non poteva non interpretare come vere e proprie sfide, sia su Taiwan, che su il contenzioso sul commercio transfrontaliero dei chip e la guerra dei dazi.

I nostro globo è oggi avvolto da un immenso calore, e non è solo il prodomo di un collasso climatico, ma il segnale di un disastro politico globale che i leader dei paesi più importanti sembrano incapaci di gestire e affrontare con la dovuta intelligenza e lungimiranza. Bisognerebbe ricorrere all’imperativo categorico di Kant:” è il solo e unico principio a priori della ragione, che comanda alla volontà di essere buona in se stessa, cioè di agire prescindendo da qualunque inclinazione sensibile e da qualunque fine particolare, assumendo un punto di vista universale”

Alberto Angeli

Una lettura della guerra in corso tra Russia e Ucraina. di A. Angeli

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l 24 di questo mese sarà trascorso un anno esatto dall’aggressione subita dall’Ucraina da parte della Russia, paese che dispone di una forza militare di grande potenza nucleare. La resistenza opposta dall’Ucraina fino ad oggi è stata resa possibile dalle massicce forniture di armi da parte di molti paesi dell’area occidentale, con maggiore rilevanza delle forze NATO, guidati dall’immenso sforzo finanziario dell’America, con la fornitura di ingenti risorse di armamenti di vario tipo. Un ruolo, quello degli USA, che dovrebbe accrescersi con la fornitura all’Ucraina dei carri armati M1 Abrams. Una mossa che è servita a superare le ( deboli) resistenze di Scholz a dare via libera alla fornitura dei famosi carri Leopard, dotando così l’esercito ucraino di uno strumento di guerra con cui ( forse) poter fronteggiare l’eventuale nuova offensiva dell’esercito Russo, che gli esperti fanno coincidere con la data dell’inizio dell’invasione. Tutto questo però non risponde alla domanda: se l’Ucraina perdesse la guerra quali conseguenze determinerebbe la sconfitta e quale reazione ci sarebbe da aspettarsi da parte dell’occidente?

Chiariamo subito: la Russia ha accredito l’Ucraina e per quanto ne possiamo sapere, l’eventuale ipotetica sconfitta dell’Ucraina non potrebbe essere attribuita ai suoi soldati, che stanno combattendo con sacrificio e decisione e al suo popolo, che si è schierato per la resistenza con grosse privazioni e sofferenze inenarrabili e senza perdersi d’animo. Caso mai possiamo forse trovare una spiegazione nel fatto che questa guerra si è trasformata in una battaglia che ci ricorda quelle condotte durante la prima guerra mondiale, con le classiche trincee scavate con cura, fortini nascosti e fronti relativamente stabili. Se stiamo alla storia, queste tipologie di guerre, appunto come la prima guerra mondiale, favoriscono la vittoria della parte che dispone di maggiori risorse di uomini e capacità industriali e quindi in grado di poter resistere a lungo, anche se si espone a una distruzione rilevante delle sue risorse. Ora, che la Russia si trovi nella condizione più favorevole per tecnologia, economia e popolazione e risorse energetiche è sicuro, se tutto si limitasse al confronto con la sola Ucraina, ma tutto cambia se si considera la partecipazione della NATO e dell’occidente. Ecco, allora, come si evidenzi e motivi un interesse delle due parti a trovare in questo stallo un incentivo per un accordo per arrivare ad un tavolo negoziale.

Ma c’è un’altra domanda che sovrasta tutte le altre possibili: Biden, il presidente USA che può influenzare l’orientamento dell’Occidente e della NATO, ha forse altri piani? Con la fornitura degli Abrams all’Ucraina sembra scommettere sulla possibilità che l’Ucraina vinca la guerra usando i nuovi mezzi forniti, insieme ai Leopard Tedeschi e di altri paesi europei. Passando così da una battaglia di posizione a una di movimento, coma avvenne nella seconda guerra mondiale con gli scontri storici tra i carri Hitleriani e quelli di Stalin, che gli storici ci raccontano come uno scontro che rivoluzionò la guerra. E tuttavia, senza essere esperti, questa mossa americana possiamo e dobbiamo leggerla come un’escalation. Questo passo di maggiore impegno svela una condotta che non può più contenersi nella prassi di una particolare assistenza diplomatica data ad un paese amico aggredito, per cui si ricorre alla voce “aiuto” o “ consiglio attivo” oppure un sostegno anche di armi difensive. Se l’esercito ucraino si muove, si difende e spesso avanza a riconquistare territorio con le armi, le uniche armi in suo possesso, fornite dall’occidente, affermare che l’Ucraina sta sostituendo l’occidente come principale avversario sul campo di battaglia della Russia non è un ossimoro, ma una semplice, attendibile e ineludibile verità. Neppure gli analisti, i più quotati su questo fronte, sono nella condizioni di poterci dire quando il punto di non ritorno sarà superato, o se siamo già in una di quelle situazioni in cui non si tratta più di stabilire se la Russia ha aggredito l’Ucraina, ma se l’America e la Russia intendono proseguire la guerra, fino allo scontro diretto tra le due potenze, con il coinvolgimento della NATO e forse di qualche altra potenza al fianco della Russia, al momento in attesa di decidere a seconda degli sviluppi della situazione di guerra in corso tra USA e Russia.

Questo possibile scenario politico, cioè questo balzo della situazione si nasconde dietro un possibile incidente, reso molto probabile se si considera l’intensificarsi del coinvolgimento degli USA e dei paesi aderenti alla NATO, anche per la diversificazione dei dispositivi ad alta tecnologia che Biden e Sholz, al pari degli altri componenti lo schieramento occidentale, si apprestano a fornire all’Ucraina, che segna un coinvolgimento degli USA e della NATO sempre più diretto e dimostrativo di un interesse geopolitico che va oltre la formula dell’aiuto dato ad un paese aggredito. Questa riflessione poggia sulla considerazione di un elemento che fa la differenza e riguarda la caratteristica delle armi fornite e il loro maggiore potere distruttivo, dai carri armati all’artiglieria missilistica guidata dai computer e da una rete di informazioni, che solo l’America è nella condizione di fornire utilizzando i satelliti. Per questo motivo, questa nuova situazione ci induce a riconoscere un più diretto coinvolgimento degli USA e rende convincete la rilevazione che sta combattendo una guerra senza avere sul terreno di battaglia un proprio esercito.

La stampa americana ci informa che non tutti i consiglieri del Presidente Biden sono d’accordo su come proseguire questa politica, e tale divisione vede prevalere quella parte che ritiene di essere ormai direttamente coinvolti in questa guerra, che non ha latri sbocchi se non quella della sconfitta della Russia. Il fatto che al proposito non ci siano chiare e oneste prese di posizione, in qualche modo contrarie o apertamente dissociative contro questa linea pericolosa, è preoccupante, perché questa sembra la premessa per un nuovo tipo di missione per la NATO: un suo coinvolgimento senza avere mai messo in atto un tentativo di un armistizio quale premessa per costruire un tavolo di trattativa per raggiungere la fine della guerra e realizzare la pace

Sono tante le voci che si sollevano nella parte del mondo occidentale contro questa guerra ed esprimono la loro condanna contro l’invasione dell’Ucraina definita “ una guerra di aggressione” e indicano Putin come un Barbaro. Da parte loro i russi dicono che questa è una guerra in cui la Russia sta combattendo per la sua sopravvivenza e contro gli Stati Uniti, e vogliono la sconfitta di un ordine globale ingiusto in cui gli Stati Uniti dominano economicamente e finanziariamente imponendo la sua politica. Se la strada della pace si lascia impigliare nelle maglie di questo scontro nessuno ne uscirà vincitore. L’Europa deve giocare le sue carte, riprendere nelle sue mani il destino del continente e utilizzare ogni mezzo, ogni minima possibilità per portare la Russia a dare la sua disponibilità a trattare e definire insieme un percorso nuovo, d’intesa comune e concordia per dare al continente una pace duratura. Se lasciamo che sia l’America a gestire questa partita, l’Europa non avrà futuro.

Alberto Angeli

Lo scontro politico in Europa e la questione del diritto di veto. di A. Benzoni

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Nel periodo che separa i Trattati di Roma dall’inizio dell’”epoca dei torbidi”, l’esistenza del diritto di veto non aveva mai costituito un problema. Anche perché questo non era stato mai concepito come tutela permanente a tutela di interessi inviolabili; ma semmai come un ostacolo che poteva e doveva essere superato, attraverso una corretta opera di persuasione con annesse piccole contropartite.

Logico che fosse così. Non si aderiva a un blocco politico/militare; si entrava in uno spazio di libertà e di

pace dove tutti avrebbero avuto gli stessi diritti e tutti sarebbero stati sottoposti alle medesime regole. In un mondo la cui gestione era affidata a tecnici e a esperti, in un processo basato sulla mediazione e la

ricerca permanente del consenso; e quindi nella misura del possibile, tenuto al riparo da pressioni politiche esterne come anche da improvvide reazioni popolari.

Di fatto, il passaggio indolore e inconsapevole dall’Europa economica a quella politica, si sarebbe rivelato, a partire dagli inizi degli anni Novanta, del tutto impraticabile. Con una reazione di rigetto che si sarebbe ben presto manifestata prima con la bocciatura della nuova Costituzione nei referendum francesi e olandesi e poi con la contestazione delle politiche di austerità in diversi paesi e con la nascita di nuovi partiti,

variamente antisistema, di tipo populista/sovranista.

E’ in questo quadro che, agli inizi degli anni venti, si pone per la prima volta in discussione il diritto di veto.

A farlo, e in modo esplicito, è il paese forse più sovranista di tutti; la Francia di Macron. Ben consapevole, però, che l’esercizio della sovranità è possibile solo all’interno di un’Europa anch’essa sovrana e indipendente. E, in prospettiva, caratterizzata non dalla concorrenza al ribasso e dal dumping sociale e fiscale ma dalle politiche comuni. Un processo reso peraltro impraticabile dall’alleanza tutt’altro che santa tra rigoristi finanziari del Nord e reazionari dell’Est.

Nessuno si propone, naturalmente, una volta bocciata, di proporre il voto a maggioranza, contrario alle regole e agli stessi principi su cui si basa l’Unione.

L’alternativa è allora quella di far scattare una specie di piano B, consentito anzi previsto dalle regole comunitarie; quello della “cooperazione rafforzata”. Traducibile, in chiaro, nella possibilità, rivendicata

dalla Francia (con il silenzio/assenso degli altri grandi paesi occidentali) di andare avanti da soli sulla via

delle politiche e delle regole comuni (salario minimo, fiscalità, possibilità di sottrarre le politiche di

investimento dai vincoli di Bruxelles e così via), scontando il fatto che questa innovazione virtuosa potesse essere, nel corso del tempo, adottata anche da altri.

Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina (legato, a scanso di equivoci, all’aggressione russa) il quadro cambia radicalmente. Perché, a invocare, non importa se esplicitamente o in linea di fatto, l’abolizione del diritto di veto sono i vertici Ue. E non per procedere più rapidamente lungo questa via. Ma per aprire un percorso che porterà alla scomparsa dell’Europa; o, più esattamente, all’annullamento della sua specificità.

In primo luogo, perchè si tratta di un processo esogeno ed eterodiretto. A premere, a indicare le scelte non sono le autorità interne a ciò preposte, ma gli Stati Uniti e la Nato. E’ la prima volta che ciò accade dai tempi di Messina a oggi; e il dato va sottolineato, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a premere per l’entrata, anche se solo simbolicamente immediata, dell’Ucraina nell’Ue. Dimenticando, volutamente, che non esistono le condizioni perché questo processo possa avviarsi e tanto meno concludersi in un futuro prevedibile. Almeno sino a oggi, entravano in Europa solo gli stati la cui condizione interna e internazionale corrispondesse agli standard esistenti nell’Unione; standard da cui l’Ucraina era assai distante prima della guerra; figuriamoci poi dopo.

Sono gli Stati Uniti e la Nato a determinare l’allargamento a Est e la stessa natura del confronto con la Russia. Ma, anche qui, non c’è bisogno di entrare nel merito, per affermare che questa scelta sbarrerebbe definitivamente la strada a quell’Europa politica e militare che si continua a sbandierare a vanvera come sbocco prossimo dell’attuale crisi. E, per inciso anche la realtà di un’Europa come spazio indipendente all’interno di un universo multipolare.

Sono ancora questi due agenti esterni a spingerci verso uno stato di guerra permanente, anche se non combattuta o formalmente dichiarata; e questo a tutto danno, come appare particolarmente nel nostro paese, della stessa funzionalità del sistema democratico.

E sono, infine, queste pressioni esterne a mettere in forse le aperture verso il mondo che ci circonda: vedi il veto turco all’entrata della Svezia e della Finlandia nella Nato; vedi le torsioni nella politica migratoria; vedi, infine, la rinuncia a esercitare un qualsiasi ruolo nell’area mediterranea e mediorientale.

Stiamo parlando, naturalmente, di un processo in corso. Che trova, a livello di stati e di sensibilità politiche, consensi e dissensi. Come è ovvio che sia.

Quello che non è affatto ovvio, per non dire inaccettabile, è che i consensi a questo processo siano veicolati apertamente e in modo martellante: in particolare dall’asse Washington-Varsavia e dall’Europa baltica.

Mentre i dissensi o quanto meno le riserve di fondo dei grandi paesi della vecchia Europa – Francia,

Germania, Italia, Spagna – sono espressi a mezza bocca e rimangono sotto traccia; salvo ad esprimersi, nel momento della scelta, con l’esercizio del diritto di veto. Manifestazione legittima. Ma che segnerebbe

rotture insanabili e tali da mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Europa.

Qui e oggi, quando tutto è ancora in sospeso, un confronto aperto tra queste diverse opzioni è necessario e urgente. E non per arrivare ad una posizione comune qui e oggi; ma per discutere insieme, e a bocce ferme, insieme, sul futuro politico del nostro continente e dei paesi che lo compongono. Senza furbizie e, soprattutto, senza arroganza.

Una pausa, un periodo di tregua che converrebbe, in particolare, al nostro paese. Perché, che lo si voglia o

no, l’Italia sarebbe la prima vittima della nuova alleanza tra l’Europa di Maastricht e quella di Washington/Varsavia. Che si tratti della situazione libica o mediorientale o di nuovi vincoli alla nostra politica di bilancio. Dei nostri rapporti economici e internazionali o della crisi irreversibile del nostro sistema politico. Guai in arrivo di cui ci accorgeremo ben presto.

Alberto Benzoni

L’Europa è in pericolo. di A. Angeli

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Del discorso pronunciato da Mario Draghi al Parlamento europeo il 3 maggio riporto i tre paragrafi terminali, introdotti dall’omaggio reso alla memoria di David Sassoli che ha presieduto il Parlamento Europeo in anni difficili e alla sua visione di speranza per un’Europa” che innova, che protegge, che illumina”. Ecco i paragrafi: i padri dell’Europa ci hanno mostrato come rendere efficace la democrazia nel nostro continente nelle sue progressive trasformazioni; l’integrazione europea è l’alleato migliore che abbiamo per affrontare le sfide che la storia ci pone davanti; oggi, come in tutti gli snodi decisivi dal dopoguerra in poi, servono determinazione, visione, ma soprattutto unità. Ho letto l’intero discorso e il pragmatismo politico ( S. Peirce ) ne costituisce la linea discorsiva, propositiva, e tuttavia alla visione realistica propria di una concezione analitica del ragionamento riguardo alla guerra manca quella connessione fra conoscenza e azione. Nel discorso dominante è il richiamo alla pace e all’impegno diplomatico per una tregua della guerra in corso e al sostegno all’Ucraina, che si sviluppa in più direzioni, di particolare rilievo l’impegno a fornire le armi  ( lascio ai poltrointellettuali di casa la distinzione tra armi difensive o offensive) per contenere l’invasione e indurre Putin ad una trattativa. Purtroppo, ciò su cui il discorso si impoverisce è la visione strategica sulla quale costruire un pensiero che consideri la realtà della situazione e pragmaticamente strutturi una proposta e una iniziativa alternativa a quella di Washington. Infatti, la realtà di cui l’Europa deve prendere atto è il totale disinteresse di Putin a trattare con l’Europa, essendo il suo obiettivo, la sua vera sfida, quella di indurre l’America di Biden  a trattare la resa dell’Ucraina, invero quella degli USA.

Il fatto che nel discorso di Draghi non ci sia alcun accenno alla posizione  politica di Biden e di Antony Blinken ,  che si riassume nell’aspettativa di una sconfitta della Russia sul campo Ucraino che porti alla  sostituzione di Putin, non ci deve sorprendere essendo un allievo di quella classe sociale o elitaria allevata ad  asset finanziari  e diplomazia bancaria; oppure, poiché, come da tempo si profetizza, dovrà incontrarsi con Biden e lì chiarire le sue valutazioni politiche sulla guerra in corso e le eventuali iniziative diplomatiche da seguire, è ragionevole pensare che anche in quella sede prevarrà il pragmatismo: ma  per quale obiettivo? Lo stato dei fatti ci dice che Draghi non solo non ha un mandato europeo per far cambiate idea a Biden, ma non è portatore neppure di una proposta europea alternativa, una strategia di lavoro su cui far leva per ottenere una tregua e avviare un percorso diplomatico serio, risolutivo per la pace. Questa miseria di idee mette in pericolo l’Europa, al momento non ancora coinvolta direttamente anche se, come si dice, si trova con i sassi alla porta. Ma è solo un’ipotesi, poiché il “ caso” può nascere in ogni istante; e allora sarebbe troppo tardi e l’America troppo lontana.  Ecco, questo è il punto vero della situazione: l’Europa vive nell’alleanza con gli USA in una posizione troppo subordinata, per cui se vuole trovare una soluzione rapida a questa guerra e riportare la pace nel nostro continente, deve cercare all’interno la sua forza e una sua strategia su cui impostare una trattativa che tenga conto della realtà modellata da oltre 70 giorni di guerra. Non è pensabile che Draghi riesca in questa impresa, pur essendo l’Italia, per l’America, un partener storico, poiché le divisioni e quindi la debolezza dell’Europa ( le divisioni sulle sanzioni petrolifere docet ) non gli conferiscono quella credibilità e la forza che solo un Europa unita, attraverso le sue istituzioni, può presentarsi al confronto con gli Americani non per assentire, caso mai per dotare l’alleanza  atlantica di una linea politica che corrisponda al livello di guardia della crisi che ormai investe e ridisegna l’attuale assetto geopolitico, di cui l’aggressione Russa all’Ucraina ne rappresenta l’allarmante e irreversibile stato dei fatti.

Poi c’è l’opinione pubblica. Un’inflazione di sondaggi ci rivela l’orientamento degli italiani sulla guerra in corso e sulla politica del governo, sostanzialmente una maggioranza quella che condanna l’aggressione Russa, ma anche una spaccatura simmetrica tra i contrari e incerti riguardo alla fornitura delle armi. Tutti vogliono la pace, anche se le strade da perseguire per raggiungere lo scopo spesso divergono. Poi ci sono le conseguenze economiche e sociali, che la guerra produce e diffonde fino a far presagire sacrifici enormi, che verrebbero a sommarsi a quelli che già il cittadino sopporta da oltre due anni a seguito  della pandemia virale. Una situazione che comincia ad avere riflessi sulla tenuta del consenso a sostegno della politica di favore verso l’Ucraina, una reazione dovuta all’assenza di una strategia dalla quale si possa comprendere fin dove il governo o, meglio, la NATO intende spingersi per pervenire ad una tregua e aprire un percorso per la pace. La larga maggioranza che sostiene il governo dà segni di squilibri, con il movimento 5stelle e la Lega che si preparano alle prossime scadenze elettorali  di giugno prossimo e le politiche del 2023, profittando delle forti tensioni che percorrono il paese, sia per la crisi economica e la forte inflazione che si mangia i redditi delle pensioni e del lavoro, che per le avvisaglie di una recessione economica che trova nel provvedimento della FED una previsione piuttosto allarmante.

Se quindi il discorso di Draghi a Bruxelles è stato considerato importante e pragmaticamente impegnativo sul piano della forma, nella sostanza segna l’assenza di una visione di emergenza e di piena assunzione di responsabilità da parte dell’Europa sul fronte della guerra e rispetto alla linea interpretativa dell’America, che espone l’Europa a un rischioso confronto con la Russia, contro la quale le sanzioni deliberate hanno un ritorno di fiamma che incendia la nostra debole economia, riorienta l’opinione pubblica verso una caduta di solidarietà a favore dell’Ucraina e di distanziamento dal governo Draghi e dai partiti che lo sostengono a vantaggio di quelle forze, Conte e Salvini, pronte a ricostruire l’avventura di un populismo che si rivelerebbe disastroso per la tenuta della democrazia del nostro Paese.

Alberto Angeli

Le mistificazioni della stampa “liberal” su Melenchon. di P. Giudice

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Che Melenchon sia un socialista non vi sono dubbi. Come lui ha più volte detto , il suo programma riprende molti puinti del vecchio programma del PSF (gettato poi alle ortiche da Hollande). La cosa che ti fa più rabbia è il paralllelismo che una stampa , tristemente nota, fa tra la Le Pen e Melechon. Cioè tra una fascista, xenofoba e reazionaria ed una personalità della sinistra socialista. Non importa se Melenchon ha per ben dieci volte detto ” non un voto vada alla Le Pen”. Certo non poteva dire : votate Macron contro il quale ha condotto una durissima campagna elettorale. Del resto , in Francia è diffusa una avversione profonda per Macron, tra molti strati della popolazione. Per le sue politiche volte a smantellare lo stato sociale ed i diritti dei lavoratori, nonchè colpire le piccole imprese. Mia sorella (che ha molte amiche in Francia) ha potuto ben registrare tale profonda avversione. Di fatto Macron ha smantellato tutte le conquiste sociali fatte dai socialisti, in passato. Del resto se si legge il programma elettorale (che ho già illustrato, in un altro post) è evidente che è un programma di “socialdemocrazia radicale” molto vicino a quello di Corbyn. Opposto sia a Macron che alla Le Pen. Di fatto se i comunisti francesi (che odiano Melenchon) non avessero candidato un loro uomo (che ha preso il 2,6%) Melenchon avrebbe potuto andare lui al ballottaggio. Solo 400.000 voti lo separano dalla Le Pen. Comunque, a titolo informativo , Melenchon ha condotto un sondaggio tra i suoi elettori: il 51% si asterrà e non andrà a votare, il 33% voterà per Macron, il 16% per la Le Pen.

Peppe Giudice

Partigiano: ovvero da che parte stare. di R. Papa

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Oggi infuria una polemica “irreale” tra accuse di “nipotini di Biden” e “nipotini di Putin” mentre nel centro dell’Europa infuria una guerra che rischia di trascinarci tutti nel baratro.

Invece di cercare di capire – per qualcuno è troppo difficile – ci si azzuffa su un comunicato dell’Anpi, o sul prof. Orsini, ultima star mediatica. Siamo pur sempre il paese dei guelfi e ghibellini. Dopo i tanti virologi, ora abbiamo gli esperti di geopolitica.

I “compagni” che stanno ormai assurgendo a categoria dello spirito, si dividono, come se ce ne fosse ulteriore bisogno, come ai bei tempi tra stalinisti e antistalinisti, socialfascisti e traditori della classe operaia. Compagni e compagne di una vita si “bastonano”, a suon di parole, per carità, e si spezzano antiche amicizie, tra chi sta con i russi, o quantomeno ne giustifica le azioni, e chi sta con gli ucraini o quantomeno ne giustifica la resistenza.

Oggi ho cominciato la lettura del libro di Anna Politkovskaja “La Russia di Putin” e già la prima pagina mi ha confermato che quanto fin qui ho scritto su questa “maledetta guerra”, su ciò che sta accadendo in Ucraina, non è una mia proiezione ideologica da vecchio socialista antistalinista, che già nel 1968 scelse di stare dalla parte della rivolta di Praga al fianco del compagno Dubcek. Per l’Ungheria ero troppo giovane.

Oggi non si può non sottoscrivere quanto nel febbraio 1917 scrisse il socialista Gramsci:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”

Oggi per me essere partigiano significa stare dalla parte della resistenza ucraina contro il dittatore Putin e se questo significa essere “un nipotino di Biden” ebbene sono un “nipotino di Biden” anche se non ho capito bene cosa voglia dire. Forse che i nostri genitori che combatterono il nazifascismo non furono “i nipotini di Roosevelt”?

Oggi come allora difenderemo sempre chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, del diritto all’autodifesa da qualunque invasione sia essa americana, sovietica o russa.

Roberto Papa

Sulla crisi economica e il ruolo della globalizzazione. di A. Angeli

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Herschel Ivan Grossman, è stato un economista americano noto soprattutto per il suo lavoro sullo squilibrio generale, condotto con Robert Barro negli anni ’70, e in seguito sui diritti di proprietà e l’emergere dello stato. Un anno prima della sua morte, nel 2003, iniziò la sua conferenza sul peggioramento della crisi economica a livello mondiale, tenuta a Timlil,  con un richiamo biblico: la cacciata dal Giardino dell’Eden di Adamo e Eva e sopra di essi l’apparizione dei quattro cavalieri dell’apocalisse, che nel corso del tempo hanno devastato l’umanità: carestia, malattie, disastri naturali e le guerre. Nei tempi moderni, sia la scienza che la tecnologia hanno concorso a mitigare il peggio dei primi tre, di cui ancora godiamo i benefici, mentre l’indole dell’umanità verso il peggio, la guerra, ha consegnato al cavaliere dell’apocalisse che la rappresenta le sorti del mondo e del suo benessere sociale e economico.

Quello di Grossman è stato un aforisma azzeccato: la pandemia prima e oggi la guerra che sta devastando l’Ucraina, a cui sono seguite le sanzioni adottate da un numero rilevate di paesi contro la Russia per la sconvolgente e inumana invasione di un libero Paese induce, appunto, a richiamare l’apocalisse. Si tratta di un evento epocale che mette in discussione un ordine economico e sociale già sottoposto a tensioni sul fronte  dei commerci, delle forniture, della produzione e degli scambi  interrompendo la marcia della globalizzazione economico-finanziaria appena riavvita dopo la pandemia. L’incognita del dopo guerra pesa sulle valutazioni degli addetti a questi processi economici, soprattutto per capire se si tratterà di un nuovo ordine geopolitico e quindi di una de-globalizzazione o un nuovo sistema di scambi commerciali e finanziari in  cui la Cina di Xi Jinping sarà chiamata a svolgere un ruolo molto più ridondante. Al momento, la massima preoccupazione è data dal risveglio piuttosto scioccante dell’inflazione che, come da scuola, è dovuta all’aumento dei prezzi, innescati da quelli della crisi energetica.

 Grossman ci inviterebbe a mettere il cuore in pace e riflettere con intelligenza sul da farsi riguardo alla crisi economica: la corsa dell’inflazione in Italia viaggia verso una media per l’anno 2022 al 6,7%, al 7,9% negli Stati Uniti, al 7,3% in Germania e al 9,8% in Spagna. Gli analisti ci illustrano che i dati mostrano molti elementi transitori, anche se alcuni appaiono invece strutturali, per cui potrebbero rivelarsi duraturi comunque, sicuramente, non scompariranno molto presto. Per scaramanzia si è portati a pensare che dai picchi attuali il costo della vita calerà, prima o poi; questo lo prevedono tutti gli economisti, ma nessuno pensa che torneremo ai livelli di mini-inflazione che abbiamo conosciuto prima del Covid. E difficilmente passeremo questo anno senza dover riconsiderare il dato, condizionato dalla guerra in corso e dal nuovo ordine geopolitico che ne seguirà. D’altro canto sono proprio i dati di previsione elaborati da alcuni istituti di ricerca, sottoposti ad aggiornamenti quotidiani inseguendo l’andamento dei costi del gas del petrolio e degli approvvigionamenti, a ricordarci la volatilità delle precedenti elaborazioni, soprattutto poiché tutto il quadro macro economico è condizionato dallo scenario in cui la durata della guerra è una variabile cruciale. Alcuni istituti, come la Confindustria, si spingono a dipingere uno scenario deludente riguardo alle stime di crescita del PIL, a causa del costo del caro energia per le famiglie e le imprese e per le previsioni critiche del Pnrr e i suoi effetti  lungo i termini del piano stesso, mettendo in conto una sua riconsiderazione.

Il dato dell’inflazione tendenziale, che alcuni prevedono, supererà il 7%, avrà effetti terribili sui depositi a risparmio, che ammontano a circa 1800 mld di euro, sui redditi da lavoro e sulle pensioni, già sottoposti alle tensioni negative degli aumenti energetici, con riflessi sui consumi e sulla tenuta dell’occupazione, del sistema sociale e dell’economia. Tutto questo avrà influenza sull’andamento dell’economia e sulla formazione del reddito nazionale che, seguendo le previsioni elaborate da S&P, è previsto che il  Pil Italiano per 2022 passi dalle stime previste dal +4,7 al +3,1%, mettendo però in conto una previsione di probabile miglioramento su 2023 e 2024; ovviamente si tratta di un quadro di previsioni condizionato dall’andamento della guerra, dalla sua durata e dall’assetto geopolitico che ne scaturirà e quali conseguenze si combineranno nel processo di revisione della globalizzazione e dell’organizzazione commerciale e di intermediazione che andranno a formarsi dopo la guerra.  

La guerra, appunto, perché è causata dall’uomo e rimane la più difficile da risolvere, nonostante i risultati che potrebbero derivare dal fatto che un sistema commerciale globale aperto potrà impedire a uno stato di avviare una guerra contro qualsiasi partner commerciale, perché altri partner commerciali nei mercati globali preferiscono fare affari con un attore “pacifico”. Quindi, teoricamente, l’apertura commerciale globale può ridurre l’incentivo a provocare un conflitto bilaterale. Allora questa probabilità ci induce a pensare che gli stati aperti ( come indica Popper ) possano essere più pacifici perché diventano più disponibili alla libertà politica e alla democrazia. Questo perché, ci dicono gli esperti, applicano meglio il diritto internazionale e impiegano il buon governo.

Pertanto, seguendo la dottrina degli esperti, la globalizzazione promuove la pace attraverso due canali: uno dal maggiore vantaggio che la pace detiene per l’interdipendenza commerciale bilaterale e l’altro dall’integrazione di un paese nel mercato globale, indipendentemente dall’entità del commercio con ciascun partner commerciale. La “globalizzazione”, è la tesi, è stata una delle caratteristiche più salienti dell’economia mondiale nell’ultimo secolo. I mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo continuano a integrarsi nel sistema commerciale globale. Il commercio mondiale ( dati rilevati da Capitale e Ideologia di Thomas Piketty) è aumentato rapidamente, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, dal 18% del PIL mondiale nel 1950 al 52% nel 2007. Allo stesso tempo, anche il numero di paesi coinvolti nel commercio mondiale è aumentato in modo significativo. Seguendo i risultati deli studi condotti suggeriscono ci svelano come l’integrazione commerciale non solo si traduce in un guadagno economico, ma può anche portare a un significativo guadagno politico, come un significativo “dividendo di pace” tra i partner commerciali. Spiegano anche perché l’integrazione economica regionale o globale viene spesso avviata per soddisfare motivi politici e di sicurezza. Ad esempio, la ragion d’essere dietro la formazione dell’UE dopo la seconda guerra mondiale era il desiderio di pace, in particolare tra Francia e Germania.

In risposta all’attuale crisi finanziaria e economica, alcuni paesi hanno fatto ricorso a misure restrittive del commercio per cercare di proteggere le imprese e i posti di lavoro nazionali. Il mondo dovrebbe ricordare che il protezionismo nel periodo tra le due guerre ha provocato un’ondata di azioni di ritorsione che non solo ha fatto precipitare il mondo più profondamente nella Grande Depressione, ma ha anche messo a rischio le relazioni internazionali. Proprio in questi giorni di guerra molti economisti, dall’analisi dei dati economici, rilevano una tendenza che indicano come un ritorno alla stagflazione degli anni ’70. Anche se altri sono pronti a scommettere sul fatto che ci sono, tuttavia, buone ragioni, per preoccuparsi del fatto che stiamo assistendo a una replica economica del 1914, l’anno che pose fine a quella che alcuni economisti ricordano come la prima ondata di globalizzazione , una vasta espansione del commercio mondiale.

Nel suo libro del 1919 “The Economic Consequences of the Peace”, John Maynard Keynes – che in seguito ci insegnerà a capire le depressioni – lamentava quella che vedeva, correttamente, come la fine di un’era, “uno straordinario episodio nel progresso economico di uomo.” Alla vigilia della prima guerra mondiale, scrisse, un abitante di Londra poteva facilmente ordinare “i vari prodotti di tutta la terra, nella quantità che riteneva opportuno, e ragionevolmente aspettarsi la loro consegna anticipata alla sua porta”. Ma non doveva durare, grazie ai «progetti e alle politiche del militarismo e dell’imperialismo, delle rivalità razziali e culturali». Keynes aveva ragione a vedere la prima guerra mondiale come la fine di un’era per l’economia globale. Per fare un esempio chiaramente rilevante, nel 1913 l’impero russo era un grande esportatore di grano; sarebbero passate tre generazioni prima che alcune delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica riprendessero quel ruolo. E la seconda ondata di globalizzazione, con le sue catene di approvvigionamento a livello mondiale rese possibili dalla containerizzazione e dalle telecomunicazioni, non è iniziata davvero fino al 1990 circa. Quindi stiamo per assistere a una seconda de-globalizzazione? La risposta, probabilmente, è sì. E mentre ci sono stati importanti aspetti negativi della globalizzazione come la conoscevamo, ci saranno conseguenze ancora più nette se vedremo un rallentamento del commercio mondiale. Sfortunatamente, stiamo riapprendendo le lezioni della prima guerra mondiale: i benefici della globalizzazione sono sempre a rischio dalla minaccia della guerra e dai capricci dei dittatori. Per rendere il mondo durevolmente più ricco, dobbiamo renderlo più sicuro.

Alberto Angeli