elezioni
Un NO in difesa dello spirito repubblicano. Scritto soprattutto per i più giovani, di S. Valentini

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Che la seconda parte della Costituzione dovesse essere modificata, mentre la prima parte – quella dei principi fondamentali – dovrebbe finalmente essere completamente attuata, è fuori discussione.
Dovrebbe essere modificata per riordinare i rapporti tra Stato e Regioni (comprese le cinque Regioni a Statuto speciale, che sono divenute sempre più un pozzo senza fondo di spreco enorme di risorse pubbliche) e per razionalizzare e rendere più veloce ed efficace il momento legislativo con la costruzione dell’Unione europea e la elezione a suffragio popolare del suo Parlamento. Occorre avere solo tre livelli legislativi: europeo, nazionale e regionale. Per questa ragione il Senato dovrebbe essere trasformato in Camera delle autonomie come nel modello istituzionale tedesco, mettendo così fine al bicameralismo paritario, con una riduzione drastica del numero dei parlamentari, non più di 500 Deputati e 200 Senatori.
Ma le proposte di modifica costituzionale approvate a maggioranza dal Parlamento (la stessa che sostiene a colpi di voto di fiducia l’esecutivo) su iniziativa e impulso del governo non prevede tutto ciò. È a voler essere buoni sono un pasticcio che determina confusione e una pericolosa instabilità delle istituzioni, rischiando di favorire l’onda montante in corso nel Paese di ogni genere di populismo; a voler essere cattivi riducono gli spazi di democrazia in quanto modifiche costituzionali e combinato disposto dell’Italicum (la legge elettorale definita da Renzi la migliore del mondo), consegnerebbero a una minoranza anche del solo 30 per cento dei votanti – si badi – una maggioranza parlamentare del 51 per cento.
La questione non scandalizza più di tanto Sabino Cassese, autorevole costituzionalista del Sì, che candidamente ha detto che la democrazia è il governo della minoranza più forte perché questo è ciò che emerge dai cosiddetti sistemi liberaldemocratici con un’economia di mercato. Alla malora dunque la conquista del “principio una testa un voto”, realizzata con lacrime e sangue a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento dal movimento democratico, socialista e comunista, tramite il suffragio universale (comprese le donne) per attuare pienamente un regime democratico effettivamente rappresentativo.
Una proiezione dei 100 senatori che dovrebbero comporre il nuovo Senato (95 dei quali saranno eletti dai Consigli regionali, di cui 21 Sindaci e 74 Consiglieri regionali e 5 nominati a vita dal capo dello Stato) mostra che il Pd avrebbe quasi la maggioranza, la quale sarebbe ottenuta con i Consiglieri regionali Senatori eletti dai partiti locali delle Regioni a Statuto speciale (si capisce così il senso del voto di scambio sancito dalle modifiche costituzionali per cui i due Senatori della Valle D’Aosta rappresenteranno 40.000 elettori ciascuno mentre i Senatori delle Marche rappresenteranno 700.000 elettori ciascuno! ) e dai senatori a vita.
Lo scenario a questo punto sarebbe semplice: maggioranza parlamentare schiacciante al partito che ha appena un terzo dei voti dei votanti, cioè al Pd, Presidente della Repubblica sempre allo stesso partito (eleggibile tra l’altro con la maggioranza dei votanti presenti), Corte Costituzionale monopolio sempre del Pd. Non male come progetto del governo della minoranza più forte!
Nel merito poi non è vero che si supera il bicameralismo, il Senato continuerebbe ad avere importanti poteri: partecipare alla elezione del Presidente della Repubblica, eleggere la sua quota di componenti nella corte Costituzionale, ratificare i trattati internazionali e richiedere di valutare le proposte di legge della Camera se un terzo ne farà richiesta, con buona pace per chi sostiene che sarebbe abolita la famosa “navetta” tra le due camere! Dalle modifiche costituzionali si comprende solo che i Senatori saranno eletti dai singoli Consigli regionali tra i loro membri, mentre 21 saranno i Sindaci, che dovranno essere scelti tra gli oltre 8.000 Sindaci degli altrettanto 8.000 Comuni italiani.
Dunque ci tolgono la possibilità di votare i Senatori per cui la composizione di questa Camera sarà totalmente nelle mani delle trattative nei e tra i partiti, a livello locale e nazionale, come già avviene con la Composizione dei Consigli delle aree metropolitane e oggi per le Province decostituzionalizzate, ma non soppresse. Infine saranno nominati Senatori, con tanto di immunità parlamentare e probabilmente con lauti rimborsi quei Consiglieri regionali che non troveranno spazio nella giunta come assessori, nel governo del Consiglio e della Presidenza o come Presidenti delle Commissioni. Sarà quindi il personale politico meno qualificato dei Consigli regionali, spesso quello inquisito, che andrà a comporre il cosiddetto Senato delle regioni e delle autonomie.
Anche nel rapporto tra Stato e Regione le modifiche costituzionali presentano una forte negatività. Si attua con queste proposte una nuova centralizzazione dei poteri in mano dello Stato senza tra l’altro una riforma vera della pubblica amministrazione. Un processo forte di accentramento (non è questo un ulteriore segnale di riduzione degli spazi di democrazia?) mettendo sostanzialmente in discussione l’ordinamento della Repubblica che si articola in Stato, Regioni e autonomie locali.
Il paradosso è che si affida ai Consigli regionali il compito di comporre il Senato ma gli stessi sono privati di poteri importanti per realizzare le politiche territoriali. Ovviamente le 5 Regioni a Statuto speciale resteranno fuori da questo processo accentratore. Potranno impunemente continuare a spendere e sperperare risorse pubbliche!
Si dice che questa riforma è un primo passo per modernizzare il Paese, per cambiare. Non si comprende però perché non siano state poste tra le modiche costituzionali alcune questioni di grande importanza per il futuro del Paese.
Prima di tutto sopprimere la norma della parità di bilancio voluta in Costituzione dal centrodestra e avallato dal Pd. Renzi vuole fare un braccio di ferro con l’Unione europea per avere meno austerità e più politiche per la crescita, però nulla dice e ha fatto per togliere dalla Costituzione una norma che sancisce in termini costituzionali proprio le politiche di austerità.
Si dice di voler maggiore stabilità di governo ma non si è voluto introdurre la norma della fiducia costruttiva alla tedesca con la quale si evitano crisi al buio riducendo il trasformismo e il malcostume del cambio di casacca passando da un gruppo parlamentare all’altro o con la nascita di gruppi il cui unico scopo è sostenere una maggioranza non espressione del voto popolare per avere qualche poltrona ministeriale.
Si dice infine di voler ridurre i costi della politica, ma non si riducono il numero dei deputati e soprattutto non si mette mano al riordino della miriade di enti intermedi non elettivi che prosperano tra Comune e Regione (Comunità montane, Consorzi, ect), come non s’intende rimuovere quell’istituto napoleonico a-democratico del Prefetto.
L’aspetto però più grave e persino pericoloso di queste modifiche è che hanno messo in discussione quello spirito repubblicano che animò i padri costituente nella stesura della Carta: la Costituzione è di tutti, non di una parte e le sue eventuali modifiche non possono assolutamente essere ridotte come attuazione di un programma di governo su cui formare una maggioranza parlamentare.
La contrapposizione tra la Dc e il Pci era forte, tra l’altro in una situazione internazionale caratterizzata dalla divisione del mondo in due sfere d’influenza, quella Usa e quella Sovietica. Ma i padri costituenti seppero dar vita, nonostante ciò, a una Costituzione da tutti pienamente condivisa, considerata tra le migliori del mondo e della storia dell’umanità; ma soprattutto si evitarono crisi istituzionali e momenti di tensione tali da mettere in pericolo la convivenza civile e democratica di un popolo ideologicamente diviso da profondi solchi e alti steccati.
Con questo referendum sta passando l’idea invece che una maggioranza parlamenta può modificare profondamente la Costituzione. Avevamo già avuto esperienze negative del genere, sia da parte del centrosinistra sia del centrodestra; ma le corpose modifiche che il Pd di Renzi vorrebbe introdurre rappresentano un pesante e pericoloso salto di qualità non solo per porre in soffitta la Carta costituzionale, ma anche lo spirito con cui i costituenti avevano con grande impegno lavorato nello scrivere la Costituzione, prolungando quell’unità democratica realizzatasi con la Resistenza. Renzi avrebbe dovuto muoversi con maggiore cautele e prudenza anche perché il Parlamento è stato in parte delegittimato dalla Corte Costituzionale che lo ha considerato eletto da una legge non del tutto conforme ai principi costituzionali.
È vero la prima parte, quella dei principi fondamentali, non è stata toccata da queste modifiche, però l’aver brutalmente rimosso lo spirito repubblicano, anche in modo plastico, con il Presidente del Consiglio, ministri e sottosegretari impegnati a sostegno del Sì, fino a legare l’esito del referendum con la tenuta del governo, sviliscono la Carta costituzionale anche in quella parte sulle grandi enunciazioni di principio. L’aver cosparso questo veleno nel Paese è la più grave delle responsabilità politiche e storiche del Pd di Renzi. Solo se fosse per questo, per le lacerazioni e nuove divisioni che si stanno introducendo e producendo nel Paese, occorre votare No.
Alessandro Valentini
Alcune impressioni sul voto, di R. Achilli

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Per Renzi l’esito di questo voto è una Caporetto, con inevitabili riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione che si allarga agli strati moderati e centristi dell’elettorato forzista non decolla. A Milano, che era il laboratorio di quanto il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.
Mi pregio solo di ricordare che non abbiamo vinto noi. Noi in questo scenario non ci siamo. Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo economico e dell’aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). E rispetto alla quale come sinistra saremo chiamati a fare opposizione, non a cercare nicchie di utopistica collaborazione. Qui non c’è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l’umore profondo del nostro Paese.
Va anche detto che la base elettorale del M5S è radicalmente isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l’ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di centro destra, e dalla voglia di castigare il simbolo della Milano da bere in salsa renziana. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l’ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.
Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi, ma francamente la vedo dura che questo scontro produca risultati. Perché l’unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D’Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo “mediatori”, in questi mesi (e tra l’altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D’Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all’italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.
Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D’altro canto, Lega e Fratelli d’Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell’ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch’essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.
Quindi, insomma, personalmente non vedo grandi motivi positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione personale di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova. E che ci costringe un’altra volta a guardare alle dinamiche interne del Pd, per quanto poco promettenti esse siano.
Riccardo Achilli
Referendum contro le trivelle, non fossilizziamoci, di G. Martinotti
Si vota il 17 aprile nel silenzio dei media. Le mistificazioni del governo e i pericoli dell’energia fossile. Al prossimo referendum un Sì contro le trivelle per cambiare paradigma
Quando si vota
Mancano ormai poco meno di quattro settimane al voto popolare che domenica 17 aprile 2016 vedrà i cittadini italiani recarsi alle urne per esprimere il proprio parere sulle trivellazioni in mare. Sostenuto da innumerevoli associazioni e movimenti No Triv, e promosso da ben nove regioni dal sud al nord, questoreferendum abrogativo, tra i pochi strumenti di democrazia diretta che la nostra Costituzione ancora prevede, chiederà ai cittadini di fermare le trivelle, mettendo progressivamente fine all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani. Inoltre, il prossimo referendum rappresenta uno spauracchio fastidioso per quella politica governativa costruita sull’egoismo personale e sulla logica dello sfruttamento e del massimo consumo. La censura mediatica a livello nazionale, forzata sporadicamente dalla disinformazione, è il segno tangibile delle paure di un establishment che per mezzo della legge di Stabilità e del decreto Sblocca Italia tenta di asservire i diritti, l’ambiente e la salute pubblica al sistema del profitto privato.
Il quesito referendario
I promotori del referendum chiedono di cancellare, grazie all’unico quesito dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale sui 6 presentati, l’assurda norma che, rinnovando in automatico le concessioni fino all’esaurimento delle scorte, consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Per realizzare questo obbiettivo, basterà rispondere con un Sì al testo del quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”». Hanno diritto di voto tutti i cittadini italiani maggiorenni, anche residenti all’estero, e domenica 17 aprile si voterà in tutta Italia. Perché il referendum sia valido sarà necessario raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto e, a tale proposito, la vergognosa propaganda pro-astensione del Partito Democratico è essenzialmente strumentale agli interessi delle lobby.
Royalties, concessioni e risorse
Partendo proprio dal presupposto che gli idrocarburi presenti sul territorio nazionale dovrebbero essere considerati come patrimonio dello Stato, è bene sapere che le aziende estrattrici di petrolio e gas versano cifre irrisorie nelle casse pubbliche. Tramite concessioni, aiuti e sconti vari, le fonti fossili del nostro Paese, già dannose di per sé, vengono svendute alle multinazionali che sono tenute a pagare solo il 7% del valore del petrolio estratto e il 10% del gas. Oltretutto, in questo conteggio non figura la metà di quanto estratto, perché il materiale fino ad un limite di 80 milioni di metri cubi di gas, e di 50 mila tonnellate di petrolio, non è soggetto a royalties. Questo significa che il totale dei proventi per lo Stato derivati dalle estrazioni dell’ultimo anno non arrivano a 350 milioni di euro. Un vero e proprio regalo alle compagnie petrolifere, alle quali viene concesso il privilegio di sfruttare una quantità di fonti fossili che, in ogni caso, non possono assicurare all’Italia l’indipendenza energetica. Infatti secondo gli esperti, il fabbisogno nazionale potrebbe essere assicurato dal totale del petrolio per 7 settimane, e fino a un massimo di 6 mesi per quanto riguarda il gas. E se volessimo considerare anche le riserve probabili, come hanno fatto in una intervista gli scienziati del CNR critici con la politica energetica del governo, trivellando a tappeto tutto il nostro territorio la totalità degli idrocarburi estratti non sarebbe comunque sufficiente per più di 25 mesi. Siamo dunque ancora una volta molto lontani dalle più rosee previsioni del governo Renzi.
Pericoli e lavoro
Le trivellazioni petrolifere e di gas vanno avanti da decenni nei nostri mari mettendo a rischio ecosistemi fragili e dal raro significato storico e paesaggistico. In questo contesto, i dati recentemente resi pubblici per la prima volta in un dettagliato rapporto di Greenpeace raccontano una realtà senz’altro preoccupante. Nell’Adriatico, a quanto emerge dai monitoraggi e dalle analisi chimico-fisiche dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), commissionati peraltro dall’ENI, “i sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati”, al punto che la maggioranza delle piattaforme stesse “presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle normative comunitarie”. Metalli pesanti, sostanze tossiche e cancerogene che, risalendo la catena alimentare, sempre più spesso ritroviamo nei nostri piatti o nelle acque che utilizziamo. La Basilicata, per esempio, è una regione ricca di petrolio ma, allo stesso tempo, è la più povera d’Italia e ha una percentuale di morti per tumore superiore alla media nazionale. In una inchiesta realizzata dal Corriere della Sera nel 2013, il legame tra inquinamento, attività di estrazione e malattie è riassunto perfettamente, mentre si sottolinea che le aziende agricole della regione si sono dimezzate nell’arco di soli 10 anni. Come in Francia per quel che riguarda l’energia nucleare, anche in Italia molti incidenti di “secondo piano”, e varie anomalie, vengono ufficialmente nascosti. Molti degli impianti infatti pur essendo largamente automatizzati sono obsoleti, e alcuni dei giacimenti risalgono addirittura agli anni ’70. Sul versante lavoro con una vittoria del Sì non verrebbe perso neppure un posto, liberando gradualmente il territorio dal ricatto delle aziende petrolifere che ormai da anni preferiscono la tecnologia ai lavoratori. Chi rischia invece di essere ulteriormente danneggiata dall’attività a tempo indeterminato delle trivelle è una biodiversità dal valore inestimabile. L’economia fondata sul turismo e sulla pesca impiega nel nostro Paese più di 3 milioni di persone, arrivando a contare per circa il 20% del PILnazionale. Secondo gli operatori dei due settori, da tempo in fase di mobilitazione per sostenere il Sì al referendum, le piattaforme sono indubbiamente dannose.
Incidenti e mistificazioni
Sono passati più di sei anni dal disastro ambientale provocato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico, ma i danni sono ancora profondi e ben visibili. Questo tipo di incidenti però non sono così lontani da noi, sia in ordine di tempo che di spazio, ed hanno un altissimo potenziale distruttivo per la natura. Solo una decina di giorni fa, un guasto alle condotte sottomarine di una piattaforma offshore britannica avrebbe provocato uno sversamento di greggio nei pressi delle isole tunisine Kerkennah, e la marea nera scaturita dall’incidente si troverebbe in questo momento a non più di 100 chilometri da Lampedusa. In questo senso il PD, cercando di boicottare il voto popolare, mostra chiaramente come le sue politiche neoliberiste siano antitetiche a uno sviluppo territoriale, economico e culturale, basato sulla qualità e sul rispetto dell’ambiente. Tagli lineari e austerità per tutti noi, favoritismi fiscali e normativi per le compagnie petrolifere che vogliono investire a basso costo nel nostro Paese, come documenta Italian Offshore. Al di là delle narrazioni tossiche, alle quali il premier ci ha ormai abituati, l’esecutivo, decidendo di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative in un“election day”, ha letteralmente sperperato una quantità di denaro pubblico esorbitante. E pensare che proprio Renzi, al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fu in prima fila nel chiedere a Berlusconi un tale accorpamento. Ma si sa, la coerenza nel PD non è di casa. Debora Serracchiani, vice-segretaria del partito, in un paio di anni è passata dalla difesa del mare Adriatico dai rischi delle trivellazioni petrolifere, all’attacco dei principi democratici in nome delle trivelle. E come se non bastasse, all’ultimo congresso dei “giovani democratici”, il presidente del Consiglio si è lanciato a sostegno dell’astensionismo sfoderando una serie di argomentazioni grottesche e mostrando per l’ennesima volta il suo disprezzo per la democrazia e per il popolo, che già era stato ampiamente evidenziato dalla mancanza di una qualsiasi campagna di informazione a favore dei cittadini. Tempestati da un fiume di retorica, che va dalle non meglio precisate speculazioni dei nostri vicini croati all’invasione dei nostri mari da parte di una miriade di petroliere, siamo stati abbandonati al sentito dire. Con un serio piano di rinnovamento energetico, e alla luce della costante diminuzione del consumo di energie fossili, l’importazione di petrolio scomparirà progressivamente come le mistificazioni del governo.
Un Sì per cambiare paradigma
Quello che serve oggi al nostro Paese è un radicale cambio di paradigma. Il petrolio e il gas, misero regalo nelle mani delle multinazionali, non convengono né all’ecosistema né all’economia. L’atteggiamento retogrado del governo, che punta su risorse tanto nocive quanto irrilevanti, mette in serio pericolo il futuro energetico dell’Italia. Liberi dal giogo politico dei fossili, per il quale l’Italia ha “investito” un 60% in meno in energia pulita rispetto agli altri paesi, e dalla scellerata logica del profitto “costi quel che costi”, i nostri territori avrebbero una potenzialità enorme per rilanciare una modernizzazione fatta di ricerca, innovazione e fonti rinnovabili, le stesse che quest’anno ci porteranno a produrre il 40% dell’elettricità totale. È possibile ottenere l’indipendenza energetica passando a un modello di sviluppo nel quale l’uso e la produzione di energie alternative vengono inquadrati in una dinamica di riduzione dei consumi e di risparmio energetico, proiettandoci così verso un futuro sostenibile in linea con gli impegni presi dall’Italia alla COP21 di Parigi e lontano dalle catastrofiche guerre del petrolio. Il 17 aprile votiamo Sì per fermare le trivelle e per cambiare il nostro presente, assicurandoci un futuro.
Giampaolo Martinotti
tratto dal sito: http://popoffquotidiano.it/2016/03/24/referendum-contro-le-trivelle-non-fossilizziamoci/
Sinistra e mediazioni, di C. Baldini
E’ un momento decisivo , a mio avviso, questo periodo per la costruzione di una vera Sinistra Italiana che sia Unita o Frammentata, come al solito. Non ascoltate numeri , sondaggi ,previsioni. Fermiamo e fotografiamo la situazione al momento , poi ragioneremo sui possibili sviluppi che si apriranno. L’analisi deve però partire da un presupposto comune che abbiamo , almeno mi pare, affermato tutti su questa pagina. L’unità non si fa cucendo insieme dei pezzi , ma fondendo le idee , smussando le differenze , tenendo fisso l’obiettivo.
L’obiettivo possiamo articolarlo in due esigenze : la prima è cambiare l’Italia per cambiare l’Europa, respingere i TTIP , smantellare il potere della finanza sulla sovranità degli Stati attraverso il Fondo Salva Stati, avviare riforme per aumentare la partecipazione , equilibrare i diritti sottratti dal jobs Act, redistribuire il reddito in base ad una riforma fiscale seria ecc..
La seconda esigenza è quella di far capire che tutte le forze interessate a questo programma devono tagliare i viveri al PD , partito che , nonostante la nostalgia di Bersani e forse anche di Vendola, non è quel PD con cui si era andati a formare governi locali. Questa ‘politica dei due forni’ , forse accettabile in tempi democratici lo è molto meno con un Premier simile.
E’ indubbio che , ad esempio , una personalità come Pisapia possa avere continuato il suo lavoro ,nonostante Renzi. Ma forse anche Zedda , se ha avuto fortuna di trovare compagni di giunta interessati a fare il bene della città ed anche alla poltrona.
Ma bisogna guardare anche tutti , e sono la maggioranza, dove una forza minoritaria della sinistra va a sostenere sindaci o governatori PD. Soprattutto dopo l’avvento di Renzi. Ecco bisognerà pure che questa verifica di un disastro prevedibile venga fatta. Sel ha fatto una figura inqualificabile in Veneto , ma brutta ovunque. Sel ha la responsabilità di avere causato tanta astensione nelle regioni dove si è alleata col PD. E dove fa solo stampella senza poter incidere per due motivi chiari : il presidente e la maggioranza sono sempre renziani doc.
La Puglia ha forse un’altra storia. Ma io non voglio dire che il mio punto di vista debba essere quello di Sel. Il mio punto di vista riguarda solo tentare di ridurre le cose che dividono la sinistra a favore di quelle che uniscono. Poi chiaramente ho il rispetto di tutti , al massimo non li voto.
I referendum civatiani sono stati una cosa che ha diviso
Le alleanze col PD di Sel dividono
Il gruppo parlamentare poteva non sembrare un allargamento di Sel se Civati avesse partecipato
Il fatto che Civati non sia andato al Quirino , dimostra che non tiene poi molto ad una sinistra unita. Perché , rispettando la sua scelta capziosa di non far parte del gruppo, da buon politico poteva andare , dire perché no , rassicurare sul suo impegno nella costruzione di unità
La stessa volontà di formare un partito Possibile , legittima senz’altro, in questo momento non aiuta
Vendola , invece dovrebbe smetterla di dire che Civati a Milano non dovrebbe porre candidati suoi. Perché è vero il contrario. Vendola e Civati avrebbero dovuto insieme a Fassina porre la questione a Milano. Come a Torino , Bologna ecc.. Insieme.
Ecco se questo Insieme non arriva ad inglobare anche i compagni che seguono Civati è monco. Resta una SEL allargata. Bisogna affrontare all’origine che motiva la nascita dei civatiani : occorre andare ad un netto chiarimento sulla questione del modello economico che per Civati contiene tracce evidenti di liberalismo, che spero non sia di liberismo. Insomma non si fa politica per fare alcune cose di sinistra. La Sinistra fa politica per cambiare il mondo decisamente contro il liberismo. Questo è da chiarire.
A tutti dico che io ho seguito molto Coalizione Sociale sul territorio , perché credo che si debba andare ad un sindacato ribaltato, ma ho seguito anche Futuro a Sinistra e Possibile . Non sono distanti . Per niente. Lo si vede anche qui. Bisogna che vadano avanti , bisogna che noi li mandiamo avanti perché siamo sinceri , solo dalla Costituente io spero che escano dei veri leader. Perché ora, ci saranno di sicuro , ma quello che abbiamo visto al Quirino è stato un po’ il festival di Musso e Salvi.
Eppure Oggionni , Paglia, Furfaro ci sono in Sel.Insieme a Fassina ci sono ottimi giovani.
In questo Possibile davvero ha lavorato di più dal basso.E i giovani possono unire di più di noi vecchi.
Claudia Baldini
La capitale immorale, di A. Asor Rosa
Adesso basta. Roma ha più del doppio degli abitanti di Milano (2.869.169 contro 1.342.385). Quanto ad estensione, il confronto non è neanche pensabile (1.287,36 kmq contro 181,67; se si parla delle due città metropolitane, il divario si allarga a dismisura: 5.363,28 kmq, contro 1.575). Se caliamo la mappa di Milano su quella di Roma, Milano parte dal Quarticciolo e arriva a Porta San Giovanni: non entra neanche nella porzione storica e monumentale della Capitale. Non si capisce quale senso abbia la vana chiacchiera di trasferire il modello dell’una (se c’è) sull’altra.
Naturalmente, si può governare bene una città di medie dimensioni (come Milano) e male una metropoli (come Roma), come anche viceversa. Le dimensioni e i rapporti, però, sono incommensurabili. Roma è al quarto posto fra le grandi città europee, dopo Londra, Berlino e Madrid, non a caso tutte capitali dei rispettivi Stati. Milano si colloca nel campo delle città di medie dimensioni (al tredicesimo posto al livello europeo, credo). Se si deve ipotizzare un rapporto a livello mondiale, l’unica città italiana degna d’esser presa in considerazione è Roma (per questi, e soprattutto per altri motivi, sui quali tornerò più avanti).
Milano “capitale morale”? Qualche anno fa apparve un bel libro, Il mito della capitale morale, forse recentemente ristampato, di Giovanna Rosa (non ci sono parentele, neanche a metà, fra me e l’autrice): libro che nessuno cita, e nessuno mostra di aver letto. Il “mito”, appunto: non “la capitale morale”. Un lungo percorso dal Risorgimento a oggi, fatto di fatti, illusioni e disillusioni, cadute e riprese, riprese e cadute. Del resto, se prendessimo alla lettera per Milano la definizione di “capitale morale”, dovremmo chiederci sul piano storico come sia stato possibile che da siffatta realtà politico-urbanistico-civile siano precipitate sull’Italia le due sciagure politico-istituzionali ed etico-politiche più terrificanti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mussolini e Silvio Berlusconi. Che Torino, culla della nostra unità nazionale, per questo e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?
Su Roma, la Capitale, l’unica città italiana in grado di entrare in una competizione e classificazione internazionale, sono precipitate nel tempo tutte le contraddizioni e tutto il degrado di cui è stato capace (o incapace) questo disgraziato paese, — l’Italia. Roma è, ahimè, il luogo del potere e dei Palazzi: la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Consiglio e il Governo, il Senato, la Camera dei Deputati, i Ministeri, gli organismi dirigenti della Magistratura, della scuola, dell’Università, dei corpi separati dello Stato, ecc. ecc. Tutti, ovviamente, gestiti al novanta per cento da non romani: tutti orientati a difendere interessi che con Roma non avevano niente a che fare. Roma, per quanto mi concerne, è se mai vittima, non carnefice. Quando ha preso democraticamente la parola, lo ha fatto poco e male. Con Alemanno ha dato il peggio di sé, sul piano etico, civile e amministrativo. Anche questo oggi è ampiamente e vistosamente dimenticato e accantonato, per non interferire neanche mentalmente con le procedure di esecuzione sommaria dell’ultimo Sindaco.
A Roma, poi (anche questo avete dimenticato?), c’è il Vaticano. Il Vaticano è al tempo stesso una grande potenza religiosa e una grande potenza temporale, terrena. E, — lo dico con assoluta persuasione, — non può essere che così. Non può essere che così, nessuno, né dal basso né dall’alto, potrebbe impedirlo (Gesù, unico, per volerlo fare, è finito nell’orto di Getsemani e poi sulla croce). La proclamazione del presente Giubileo ne è la più vicina e lampante testimonianza. Esprimo il mio stupore: non c’è commentatore di qualche portata che si sia soffermato come meritava su questo passaggio. Un bel giorno Papa Francesco proclama un Giubileo straordinario della Misericordia. E’ l’ultima mazzata: trenta milioni di pellegrini e migliaia di cerimonie nella Capitale, molto immorale forse, ma di certo molto, molto strapazzata. Siccome è improbabile che il Giubileo si svolga dentro le mura dello Stato Vaticano, che del resto non accoglie quasi nulla di quanto lo riguarda, la città intiera ne sarà travolta. Ci sono state consultazioni preventive in proposito? Qualcuno, al di qua del Tevere, ha risposto che andava tutto bene? Improbabile. Dunque, il Vaticano dispone di Roma come fosse cosa sua (è già accaduto altre volte nella storia, anche dopo il 1870). I poteri democratico-rappresentativi a quel punto sono spinti inevitabilmente in un angolo. Cosa potrebbe dire o fare di fronte a un messaggio universalistico-religioso di tale portata? Ma il messaggio universalistico-religioso si trasforma rapidamente in una serie di Ukase politico-temporali sempre più assillanti e persino da un certo momento in poi anche violenti: avete chiuso le buche? Avete rattoppato le metropolitane? A che punto siete con l’accoglienza? Siete in grado di garantire il ristoro? E la sicurezza, la sicurezza, come va?
Il grande evento di Misericordia vale dunque per tutto il mondo (così almeno si dice): ma non vale per Roma, né per i suoi cittadini, né per i suoi amministratori, che infatti, in tutte le occasioni possibili, sono trattati a pesci in faccia, cooperando inevitabilmente (e diciamo consapevolmente) alla distruzione della loro credibilità e del loro prestigio.
A Roma non ci sono gli “anticorpi”? Sì, questo è un po’ vero. Infatti, a Roma, nelle scorse settimane, e con accelerazione crescente negli ultimi giorni, si è consumata la più imponente e capillare distruzione di anticorpi che si sia mai vista in Italia dalla Liberazione a oggi. Anche qui esprimo il mio stupore: osservatori, avete colto davvero quel che è accaduto a Roma nelle scorse settimane e con accelerazione crescente negli ultimi giorni? Il giudizio sul comportamento e le attitudini dirigenziali del sindaco Marino, — un “marziano”, un inetto, un incapace, un supponente, da un certo momento in poi anche uno poco corretto, — non ha niente a che fare con lo svolgimento e la conclusione della faccenda. Se si dovessero rimuovere dai loro incarichi Sindaci, Presidenti delle Regioni, Ministri, Direttori Generali, Rettori, ecc. ecc., — perché “marziani”, inetti, incapaci, supponenti, poco corretti, ecc. ecc, — assisteremmo in poco tempo al crollo verticale dell’intera macchina politico-istituzionale italiana (sarebbe comunque affare della magistratura, come talvolta già accade, non dei politici). Quel che invece è accaduto a Roma è la defenestrazione dall’alto, — per vie politiche, non legali, intendo, — di un uomo politico che non era in grado (e probabilmente non voleva) garantire le attese dei principali poteri interessati alla vicenda: la nuova forma della politica oggi dominante in Italia, il Vaticano, i poteri economici all’arrembaggio della nuova torta.
Il risultato di tutta la vicenda è che esiste oggi in Italia un Potere Supremo il quale è in grado di sbarazzarsi di qualsiasi ostacolo democraticamente rappresentativo, sostituendolo con la figura fin qui anomala ed eccezionale del Commissario, il quale ovviamente è, e non potrebbe non essere, un delegato al servizio di quel medesimo Potere Superiore. Il quale, essendo anch’esso non determinato dal voto popolare ma, diciamo, da una sorta di autocommissariamento del medesimo (com’è noto, il nostro Presidente del Consiglio non ha goduto di tale investitura), tende a riprodursi per geminazione secondo le medesime modalità.
Roma, se è e resta la Capitale d’Italia, la quarta città europea, una delle più importanti del mondo, dal punto di vista del patrimonio artistico e culturale è senza ombra di dubbio la prima. Questo suscita da un bel po’ di tempo una corrente d’invidia e di gelosia, nazionale e internazionale, da far spavento. Essa si collega, e strettamente si congiunge, al progetto dell’attuale potere politico italiano di farne da tutti i punti di sta una cosa propria. A Roma, più che in qualsiasi altra città italiana, abbiamo a che fare con una massa di potere inimmaginabile altrove: Vaticano, poteri economici forti, potere politico di tipo nuovo, incline al commissariamento della Nazione ovunque sia possibile e a suo avviso necessario, procedono affiancati, e nella medesima direzione (non c’è bisogno di pensare a incontri segreti a Via dei Penitenzieri o a Largo Chigi o magari a Palazzo Vecchio a Firenze: basta pensarla nello stesso modo).
Ce la faranno Roma, e i romani, a rovesciare questa mostruosa tendenza? I romani, senza i quali anche il mito di Roma rischia di diventare un’astrazione, sono delusi, confusi, smarriti. Come volete che siano? Avevano votato trionfalmente per Marino esattamente per dare una svoltata alla storia. Ora forze potenti della politica e dell’informazione si affannano quotidianamente a spiegar loro che Marino era semplicemente un “marziano”, un inetto, un incapace, un supponente, uno poco corretto, ecc. ecc., e a spiegarglielo sono esattamente innanzitutto quelli del suo proprio partito, quelli che avevano chiesto loro di votarlo (neanche uno dei consiglieri comunali “dem” che abbia resistito alla sferza del capo, che vergogna!). Però, al tempo stesso, monta l’indignazione, anzi, una rabbia cupa e violenta, contro tutti quelli che hanno realmente combinato tutto questo, il Potere Superiore e i suoi molteplici alleati.
La Capitale immorale giace così sotto il peso degli errori commessi, quelli suoi, certo, ma soprattutto, soprattutto quelli degli altri. Come ultimo schiaffo viene inviato a governarla un Prefetto dal nome beneaugurante di Tronca. All’Expo, — per sue dichiarazioni, — si è occupato dell’ordine pubblico; in precedenza, dei Vigili del fuoco. Competenze, queste, indubitabilmente adeguate a governare la metropoli Roma, le sue contraddizioni e lacerazioni, e a suscitare in lei i nuovi anticorpi. Nel frattempo il Potere Superiore garantisce che il Giubileo sarà un successo come l’Expo. Tutto è money, d’accordo, ma forse qui siamo andati un po’ troppo oltre. Il Vaticano soddisfatto annuisce.
Per sottrarsi a questa nefasta spirale, ed evitare altre cantonate, ci vorrà un lavoro lungo e in profondità, razionale, sì, ma anche rabbioso. Il tempo delle mediazioni è finito, ne comincia un altro, meno disponibile alle prese in giro.
Se ci sono voci disposte a parlare in questo senso, si facciano sentire presto.
Alberto Asor Rosa
articolo pubblicato su “Il manifesto” il 3 novembre 2015 (http://ilmanifesto.info/la-capitale-immorale/)
Roma, di P. Ciofi
Com’era prevedibile, Ignazio Marino alla fine è stato dimissionato e la capitale d’Italia sarà governata da un commissario modello Expo sia pure «adattato», dentro il quale gli esperti intendono imbragare l’intero paese secondo loro a corto di anticorpi. Dunque, l’unico memorabile risultato ottenuto a Roma in questi anni da Matteo Renzi, capo del governo e segretario del Pd, è stato questo: la cacciata del sindaco del Pd eletto con una vasta maggioranza contro Alemanno, a dimostrazione – tra l’altro – che qualche anticorpo in questa città nonostante tutto ancora esiste. Gli applausi scrosciano e pressoché unanimi sono i complimenti dei poteri forti, economici e mediatici. Un altro importante obiettivo è stato raggiunto!
Sembra una gag di Petrolini. E invece è il risultato di una crisi devastante che investe il Pd degradato ormai a un’aggregazione di interessi, dove alligna la corruzione e il malaffare alimentati dalle privatizzazioni e dalla mercatizzazione dei diritti. Senza un’idea di Roma e senza strategie in quella che continua ad essere di gran lunga la principale metropoli del paese, e la quarta in Europa, nella quale hanno sede gli apparati pubblici e le fondamentali istituzioni dello Stato e della democrazia rappresentativa. Un problema nazionale di prima grandezza, che incide pesantemente non solo sulla vita sempre più difficile dei romani, ma anche sull’efficienza e sulla produttività del sistema paese e sulla stessa tenuta unitaria della nazione. Sul quale però ormai da tempo è stata spenta la luce, dando la stura, da un lato, al leghismo più becero e, dall’altro, alla bolsa e inconcludente retorica di Roma capitale.
Ignazio Marino, trionfatore alle primarie come Renzi e presentatosi con una posizione antipolitica (ricordate lo slogan «non è politica è Roma»?), si è dimostrato un sindaco di buona volontà ma non all’altezza e pastrocchione. La sua è stata un’esperienza che ripropone il tema stringente di dove e come si forma una classe dirigente politico-amministrativa in assenza di partiti radicati nella società, che facciano da tramite tra la società medesima e le istituzioni perché i cittadini, secondo la Costituzione, possano concorrere con metodo democratico a governare la cosa pubblica. La situazione è al limite: nel vuoto di rappresentanza e di partecipazione sociale politicamente organizzata, in cui i poteri economici hanno campo libero, vagano le persone in cerca dei diritti e senza l’obbligo dei doveri, mentre si moltiplica l’invadenza dei burocrati e si creano i presupposti per l’uomo solo al comando.
Mi sono sentito dire che anche il Pci, quando presentò Argan sindaco di Roma, fece ricorso a una personalità non di partito. È vero, ma allora il Pci e Argan avevano un’idea di Roma, poi in parte realizzata dai sindaci Petroselli e Vetere, e il Pci era un partito profondamente inserito nella società con quasi 100 mila iscritti. Inoltre, Giulio Carlo Argan era un grande intellettuale torinese che sapeva di storia e conosceva bene la capitale del suo paese. Oggi, invece, abbiamo a che fare un tizio calato da Torino in “aiuto” di Marino che si vanta di aver gridato allo stadio «Roma merda», assessore ai trasporti dimissionario che dei trasporti non sa neanche che il 64 collega San Pietro a Termini.
È l’approdo emblematico del degrado della politica, dell’arroganza del potere e del disprezzo verso un’intera comunità. Un atteggiamento semplicemente vergognoso. Come vergognoso, e foriero di ulteriori danni, è aver elevato Marino, che pure ha le sue responsabilità, a capro espiatorio di tutti i mali di Roma. Ma dopo il vertiginoso successo della liquidazione del sindaco, qual è l’analisi del Pd sui mali della metropoli? Ha, il Pd, una qualche idea sulla crisi profonda, di identità e di prospettiva, che percuote Roma? E sulla questione morale, che è tornata ad essere centrale nella politica e nell’amministrazione pubblica, quali proposte ha da avanzare per fare pulizia al Comune e in tutte le sue articolazioni territoriali e imprenditoriali? Non se ne ha notizia. Forse perché il Pd dei nuovi mali di Roma è uno dei fattori, e non ha la forza né la possibilità di tagliare i ponti con la rendita immobiliare e finanziaria.
E Renzi? Twitta, e ripete come un disco rotto che Roma «non funziona». Basta chiacchiere, precisa: «una città funziona o non funziona». Al di sopra di questa vetta il suo pensiero non sembra in grado di elevarsi, e questa è la sua idea di Roma. Le strade dissestate, le disfunzioni dei trasporti, i disservizi nello smaltimento dei rifiuti sono in larga misura l’effetto di gestioni incistate dalla corruzione e dalla malavita, che richiedono una svolta radicale nel modo di governare e nel sistema dei controlli. Ma nelle condizioni di oggi la buona amministrazione non basta, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti le disuguaglianze e le ingiustizie. E che ponga al centro della funzione pubblica statuale, e quindi della capitale dello Stato, la «tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (articolo 35 della Costituzione) insieme alla salvaguardia del territorio e dell’ambiente, nonché del patrimonio storico e artistico della nazione (articolo 9).
Come sosteneva Teodoro Mommsen, non si sta a Roma senza un’idea universale. E noi questa idea universale, che prospetta una civiltà più avanzata, la vediamo delineata nella Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Che ne facciamo di Roma in questo contesto? Una città museale, pietrificata nelle sue vestigia antiche, a disposizione di inconsapevoli tribù turistiche mordi e fuggi, mentre la rendita parassitaria s’ingrassa e le periferie degradano nello squallore, in attesa che si innalzino nuovi muri per blindarci nel nostro residuale benessere contro chi fugge dalla povertà e dalla fame? E cosa diciamo alle ragazze e ai giovani disoccupati di questa città, che ormai sono quasi la metà della popolazione giovanile? Che vadano al Colosseo a truccarsi da finti gladiatori? O che vadano a Londra a fare le cameriere?
Roma ha le risorse, morali e materiali, tecniche e intellettuali, per uscire dal declino e avviare una fase di rinascimento civile, economico e sociale, a beneficio dei suoi abitanti e dell’intero paese. Bisogna però cercarle queste risorse, stimolarle e metterle insieme: in un progetto di cambiamento capace di raccogliere i malesseri e i contrasti che ribollono nella metropoli, e di assicurare a tutti i diritti fondamentali. Da una parte, occorre recuperare la virtù dell’accoglienza, che da secoli caratterizza questa città straordinaria. Dall’altra, è indispensabile rovesciare la vecchia e fallimentare visione delle classi dirigenti non solo locali, che hanno estratto da Roma rendite di ogni genere. Degradandola nel contempo al ruolo di città da assistere con elargizioni clientelari, invece di valorizzarla come risorsa disponibile per la comunità nazionale.
Una metropoli e una capitale in cui si configuri un intenso rapporto politico-istituzionale con la cultura e con la scienza, con tutte le espressioni del lavoro, e in sinergia con le forme più avanzate di partecipazione civile, di democrazia diretta e di proprietà autogestita da produttori e utenti, puntando decisamente sull’innovazione e assumendo l’ambiente e il patrimonio culturale e artistico accumulato come risorse e parametri di una nuova qualità della vita. Questo, insieme alla configurazione della Città metropolitana e alla qualificazione di territori e funzioni dei Comuni-Municipi, dovrebbe essere l’obiettivo cui tendere, in una fase in cui la rivoluzione scientifica e tecnologica non si arresta e darà ancora imprevedibili frutti.
La tensione verso la progettualità permanente e l’elevazione culturale di massa per disegnare una metropoli a misura degli esseri umani e del loro libero sviluppo è il contrario della cultura dell’evento straordinario, di cui in anticipo si annunciano straordinarie meraviglie per poi fare i conti con i danni accertati. Fatti salvi, ovviamente, i pingui introiti di chi promuove il business. Rutelli fu un bravo organizzatore del Giubileo del 2000 che si svolse con successo. Ma dopo, in particolare con Veltroni, a Roma il dominio della rendita immobiliare e finanziaria ha raggiunto il massimo del suo fulgore, consolidando il modello di città in cui viviamo. Naturalmente, auspichiamo che anche il Giubileo promosso da papa Francesco nel segno della umiltà abbia successo. Ciò non toglie tuttavia, e anzi sottolinea, che occorre cambiare radicalmente proprio quel modello di città, che nulla ha di francescano.
Marino non offriva sufficienti garanzie al Vaticano. Ma neanche a Renzi, massimo esponente della cultura dell’evento. E grande esperto nei colpi di palazzo, giacché dopo Letta anche l’ignaro Ignazio è stato liquidato con un colpo di palazzo, impedendo al Consiglio comunale di riunirsi e di deliberare su una vicenda cruciale per i destini della città. La democrazia è stata sospesa, il messaggio è molto chiaro e da non sottovalutare: il Consiglio comunale eletto dal popolo non conta niente; il voto degli elettori non conta niente; i cittadini di Roma non contano niente. Conta solo chi comanda, l’uomo al comando. E il potere dell’apparato burocratico che lo circonda.
A questa impostazione occorre reagire con nettezza, mettendo in campo un progetto alternativo, che può nascere solo dalla mobilitazione sui problemi reali che coinvolgono la vita delle persone. Raccogliendo e unificando le tante energie di cui dispone Roma, oggi disperse e separate in mille rivoli, per farle confluire in un grande fiume che rompa gli argini della passività, del disincanto, dell’astensionismo. Le centinaia di associazioni che operano nel territorio trovino la forza di guardarsi in faccia, di superare la propria parzialità spesso priva di sbocchi, di misurarsi senza preconcetti con le esperienze e con le pratiche degli altri. Si costituisca un coordinamento e si lavori alla convocazione di una Costituente per Roma, che di Roma individui i nuovi mali e la via per superarli. È il primo passo indispensabile. Tutto il resto viene dopo.
Paolo Ciofi
tratto dal sito: http://www.paolociofi.it
La sinistra tramonta se è uguale alla destra, di W. Münchau
Uno degli enigmi politici dell’Europa continentale è lo scarso successo del centrosinistra. Gli eventi avrebbero dovuto favorire i socialisti e i socialdemocratici. Le crisi dell’euro e del sistema finanziario internazionale sono state in parte il risultato di un’estrema deregolamentazione dei mercati dei capitali controllati dai governi di centrodestra, e del loro rifiuto di creare una maggiore unione economica nell’eurozona.
I partiti europei di centrosinistra vanno al potere ogni tanto, ma meno spesso di quelli di centrodestra. E quando riescono a conquistarlo ci restano meno a lungo. La loro posizione in questi tempi è quella di alleati minori in una grande coalizione. Un’eccezione è la Francia – ma anche lì, il presidente François Hollande non va bene nei sondaggi. Va meglio il Pd in Italia, ma questo è dovuto in parte alla frammentazione dell’opposizione.
Perché allora il centrosinistra in generale non riesce a trarre vantaggio dai fallimenti dei suoi avversari politici? Il motivo profondo sta nel fatto che ha assimilato le politiche del centrodestra, invalse da circa un trentennio: l’accettazione degli accordi di libero scambio, la deregolamentazione di quasi ogni cosa e (nell’eurozona) l’introduzione di vincoli di bilancio insieme all’adozione della più rigorosa dottrina dell’indipendenza della banca centrale che sia mai stata formulata. Così oggi i partiti di centrosinistra non sono più distinguibili dai loro avversari.
Non è stato sempre così. Negli anni Settanta, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, un leader socialdemocratico piuttosto conservatore, andava alle riunioni della Bundesbank in cui veniva decisa la politica monetaria, dispensando i suoi consigli. Allora non c’erano vincoli di bilancio come quelli di oggi. E in seguito alla contrazione dell’economia alla fine di quel decennio, adottò una strategia fiscale keynesiana per contrastare gli effetti della recessione. Con questo non voglio dire che fosse una migliore politica economica. Forse non lo era. Ma il punto è che la sinistra adottava politiche diverse da quelle della destra e che queste andavano a suo vantaggio politicamente.
Il grande cambiamento politico è avvenuto nel corso degli anni Ottanta e Novanta, in un periodo in cui i principali partiti europei di centrosinistra stavano all’opposizione, tranne che in Francia. In quegli anni, il consenso verso la politica economica in Europa si spostò verso la destra. La politica macroeconomica cominciò a basarsi su regole più strette. Gli interventi discrezionali vennero abbandonati, le imprese statali furono privatizzate e i mercati liberalizzati. Le banche centrali in tutta Europa divennero pienamente indipendenti. Ricordo un importante esponente politico socialdemocratico che era orgoglioso di poter recitare a memoria tutte le regole dei trattati europei. Nessuno però si chiedeva se quelle regole avevano un senso.
Lo spostamento a destra è sembrato funzionare, inizialmente. Portò ai successi elettorali di Tony Blair in Inghilterra nel 1997 e di Gerhard Schröder in Germania nel 1998. Blair fu rieletto due volte; Schröder una. Queste vittorie hanno creato lo stereotipo ancor oggi persistente fra i dirigenti politici di centrosinistra: quello secondo cui si possono vincere le elezioni solo su posizioni di centro.
Poi però sono arrivate le crisi finanziarie e politiche scoppiate a partire dal 2007. Dopo aver abbandonato i tradizionali strumenti di gestione della politica macroeconomica, il centrosinistra era rimasto privo di alternative. Così, quando la crisi del capitalismo globale ha offerto un’occasione da non perdere, i suoi leader non hanno saputo coglierla. Hanno salvato le banche, invece di nazionalizzare. Hanno imposto l’austerità. Non avevano nulla di originale da dire.
Sulla questione della Grecia, il centrosinistra europeo non ha saputo reagire diversamente dal centrodestra.In Germania Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia e segretario generale dell’Spd, si è rivelato ostile verso i greci come Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze della Cdu. L’unico partito keynesiano in Germania oggi è Die Linke, che proviene dagli ex comunisti della Germania Est. In Italia e in Francia i keynesiani sono all’estrema sinistra e all’estrema destra.
I partiti di centrosinistra farebbero meglio allora a spostarsi di nuovo a sinistra? L’elezione di Jeremy Corbyn a segretario del partito laburista britannico potrebbe preannunciare una svolta in questa direzione. Ma la Gran Bretagna non è legata al consenso dell’eurozona: a Londra basta solo un cambiamento di governo per cambiare politica, mentre nell’eurozona ci vorrebbe un cambiamento dei trattati. O più probabilmente una rivoluzione. In ogni caso, non è affatto chiaro se gli attuali partiti di centrosinistra riusciranno ad emergere come agenti del cambiamento. Temo di no.
Wolfgang Münchau
(Traduzione di Mario Baccianini)
Copyright The Financial Times Limited, 2015
Tratto dal sito: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/09/29/news/la-sinistra-tramonta-quando-e-uguale-alla-destra-1.231841
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