elezioni
Ritrovare l’unità, di C. Baldini

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Un Renzi qualunque senza alcuna cultura ha potuto imbrogliare o plagiare tanta gente. Gente che in gran parte proveniva dalla Storia, a volte dal PCI. Egli ha continuato il discorso berlusconiano del superamento delle differenze destra e sinistra. E i babbei della sinistra gli hanno creduto. Bisognerà pure capire che il peccato originale sta nella nascita dello stesso PD, che via via ha sposato più gli interessi di Confindustria che dei lavoratori.
Converrà rinfrescare che la Destra c’è ed ha convinto la Sinistra che lei non serve.
Sono di sinistra coloro che pensano che le diseguaglianze non siano accettabili e che un governo e una società debbano operare per ridurle, soprattutto ponendo in essere una condizione di eguaglianza di opportunità per tutti i cittadini. Sono di sinistra coloro che pensano che il mercato libero e sregolato insito nella globalizzazione, produca non solo diseguaglianze, ma anche ingiustizie e questi ritengono sia necessario dare delle regole al mercato, garantendo una competizione equa, e che debba essere indirizzato a conseguire obiettivi collettivi e non soltanto arricchimenti personali.
L’alternativa di sinistra si può costruire solo nel momento in cui si abbia una cultura politica di sinistra e si recuperino dei valori storicamente appartenenti alle sinistre europee; quando si progetti un welfare in grado di consentire a tutti di avere assistenza, previdenza, una formazione culturale adeguata e un lavoro dignitoso.
Se non si va in questa direzione, si perde un grande pezzo di quella che è stata la sinistra in questo continente.
Una prospettiva di sinistra la si costruisce attorno a una politica economica diversa, che comunque contenga aspetti keynesiani cioè di intervento dello Stato in molte attività che costituiscono bene comune e necessario. Certo, occorre tenere conto delle costrizioni e degli accordi a livello europeo, anzi lavorare dall’interno per cambiarli. Per questo è nata Sinistra Italiana. Che non avrà certo problemi ad accordi programmatici con qualunque forza lavori in questa direzione.
La cosa grave è che non vedo la volontà nemmeno da parte del cosiddetto nuovo centrosinistra o DP di ricostruire una cultura politica adeguata, all’altezza delle sfide europee, internazionali e naturalmente anche italiane.
Anche il sistema elettorale fa parte di questa cultura politica.
Gli elettori devono poter scegliere i candidati, e da questo punto di vista i collegi uninominali sono insuperabili, restituendo loro potere invece che lasciarlo solo ai dirigenti di partito. I tanto vituperati sistemi proporzionali possono essere molto buoni: ricordiamoci che tutta l’Europa adotta sistemi elettorali proporzionali, tranne la Francia e la Gran Bretagna, e che è il caso di comprendere che resta il sistema in grado di garantire maggiormente la rappresentanza degli orientamenti dei cittadini.
Dovremmo ragionare già da qui, in rete, noi di Sinistra Italiana con i compagni di Possibile. Così come ne abbiamo discusso a Bologna il 18 dicembre. Se la base è in grado di trovare comuni giudizi ed azzardare comuni proposte , avremmo già fatto un primo passo verso un partito unito. Perchè non scordiamo che dobbiamo poi parlare la stessa lingua sul territorio. Io ci credo.
Ed è così, solo se la gente si fida, che ci schioderemo dagli 0,.
E la nostra opposizione si farà sentire.
Claudia Baldini
L’insostenibile leggerezza della Seconda Repubblica, di A. Valenzi

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In tutta coscienza, dopo quanto accaduto dal 2011 in poi (ma dovrei scrivere dal 1992), non sarà per Gentiloni che mi straccio le vesti.
La richiesta del voto subito è suggestiva, ma insensata.
Senza una legge elettorale equivarrebbe a votare a vuoto, sprofondando di nuovo nel caos, che stavolta sarebbe totale. Votare dopo il parere della Consulta sull’Italicum significherebbe dare ogni risoluzione di controversia politica alla Magistratura. Ed è un principio discutibile.
Gentiloni sarà alla guida di un Governo a scartamento ridotto.
Non potrà durare più di un anno (al massimo) e sarà un anno di campagna elettorale permanente, quindi non avrà la piena libertà di manovra di un Monti, di un Letta o di un Renzi che erano alla guida di Governi con prospettive di durata molto più lunghe.
Sempre ammesso poi che riesca a ottenere la fiducia in Parlamento.
Il quadro in cui si muove è fragile. Il partito di cui fa parte, il Pd, è depotenziato rispetto al Pd del 2013 e se andasse a Congresso entro quest’anno (come ci andrà, ne ha tutto l’interesse) dovrà fare i conti con quella minoranza che ha vinto al referendum.
Il Pd non è più dunque quel perno aggregativo del 2013, e questo vorrà dire che molti abbandoneranno la barca, soprattutto tra gli alleati, che cominceranno a fare i conti su come presentarsi alle prossime elezioni.
Non è una situazione “Gentiloni al posto di Renzi e tutto è come prima”. L’onda d’urto del referendum è stata dirompente, e se ne sono accorti.
Piuttosto bisognerà richiamare alla ragione il M5S, che ora più che mai ha bisogno di dotarsi di quella struttura che fino ad oggi ha rifiutato di darsi, ma che adesso diventa imprescindibile. E a situazione mutata, che cambi anche la tattica: l’isolazionismo in cui si è chiuso e che è servito in un momento in cui aprirsi non aveva senso (lo aspettavano cinque anni di opposizione), oggi il senso non lo ha più.
La coalizione referendaria del No deve ora spostarsi sulla tutela della sovranità nazionale, la cui minaccia è oltre Gentiloni.
Fermarsi alla sola vittoria, significa aver fatto un lavoro a metà.
Il Comitato del No non ha sciolto i suoi comitati territoriali, e bene ha fatto. Perché la guerra continua anche dopo la brillante vittoria nella battaglia referendaria. Sono più deboli, ma non sono finiti. Siamo più forti, ma non abbiamo ancora vinto.
Antonio Valenzi
Il Paese, questo sconosciuto, di C. Baldini

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La valanga di NO non è stata certamente sul merito della riforma renziana. Tanti NO lo sono stati, ma guardando la distribuzione per regioni non c’è dubbio che il No è stata una porta chiusa in faccia violentemente da parte delle popolazioni più disagiate e dai giovani che pure soltanto due anni fa nutrivano speranze di miglioramento delle condizioni di vita, al presidente del Consiglio
Del Paese che ha peggiorato il suo stato, il maggior partito di governo è molto responsabile, non può incolpare genericamente i predecessori. Per una ragione primaria:
il Pd è direttamente intervenuto con voucher e Jobs act a ledere diritti vitali del lavoratore, ad aggravare la precarietà, ad incoraggiare il nero. Non va poi messa in secondo piano, la cosiddetta Buona Scuola imposta ed attuata contro la stragrande maggioranza dei docenti e del personale della Scuola. Oggi la Scuola si trova in una situazione disastrosa. Non era accaduto nemmeno con la Gelmini che si raggiungessero livelli infimi di giustizia e di assurdità, in omaggio all’impossibile equiparazione della Scuola Pubblica, nostro vanto e patrimonio, ad un Apparato aziendale. Il presidente del Consiglio in carriera nel PD andava avanti a colpi di fiducia e di mance, come i dc del secolo scorso, che però ci sapevano fare e il rispetto dell’avversario sapevano gestirlo.
In questa sofferenza generale e profonda e non solo economica, a cui il partito di maggioranza e i suoi alleati di comodo non avevano fatto caso, si va ad innestare, senza alcuna necessità, se non l’obiettivo di potere del capo, una mega revisione costituzionale approssimata, confusa e contradditoria, conforme ai voleri dei poteri forti, sostenuta da banche e finanza, da imprenditori e Capi di Stato, costituita da un attacco combinato Costituzione-Legge elettorale alla democrazia parlamentare. Portato fino alla fine con protervia ed arroganza dal Principe dei servi, come un plebiscito popolare di investitura su se stesso. Ma si è accorto presto che il popolo non era disposto.
Naturalmente pensando che fosse un problema di comunicazione , si arruolano i guru migliori, si occupano le tv, si silurano i ribelli. Quanti dei nostri già pochi soldi questo personaggio ha speso per il suo potere? E’ una risposta che il Parlamento deve pretendere rendicontata
Meno male che il popolo stavolta ha fatto il suo dovere e abbiamo salvato la Costituzione. E se altre ragioni hanno deciso , significa che mancava solo l’occasione.
Del resto con Cgil messa all’angolo e rinunciataria, gli altri solita roba, la sinistra che non c’è perché è geneticamente diventata destra, quando mai, la gente che sta male in questo Paese per ragioni economiche e sociali avrebbe potuto dire la sua?
Ecco , ora viene il difficile per tre motivi:
il Bimbo arrabbiato dice :adesso voglio vedere come ve la cavate. Pesta i piedini , stizzito da lesa maestà. Non capisce nemmeno che è Presidente in carica per gli affari correnti. Poi c’è molta sceneggiata. Tornerà.
Ma il secondo motivo è l’immaturità e l’incapacità delle maggiori forze di opposizione. 5 stelle e Lega chiedono il voto subito e referendum sull’Europa.
Su quali programmi e con chi se non hanno il 51%? Ah ecco, viva l’Italicum, se vincono loro!
Esercizio del potere , non governo del Paese. Trovate la differenza tra prima e dopo. Con ciò, io ho simpatia per l’impegno di tanti pentastellati. Ce l’ho anche per quei piddini che si sono distinti dalla maggioranza e schierati per il NO. Ma né gli uni , né gli altri hanno legittimità per tenere ancora un Paese in stallo nelle campagne elettorali. Diano il benservito ai loro padroni, si organizzino democraticamente e smettano di considerarsi la settima meraviglia della politica. Perché non hanno ancora dimostrato nulla. Anzi.
Il terzo motivo siamo noi, inesistenti e scarsamente visibili per nostro grave ritardo rispetto alle esigenze del Paese. Noi di sinistra, noi delle 33 sigle diverse. Noi di Sinistra Italiana ancora lontani dal congresso e tra polemiche. Noi Civatiani poco inclini a sperimentare fuori dal recinto. Noi rifondaroli in lite continua con sel. Noi comunisti più o meno estremi con la pretesa di essere la verità stiamo perennemente al balcone a consolarci col Che o con Putin, nientemeno.
Siamo parecchi , alla fine siamo tanti, ma talmente separati e livorosi che ormai produciamo poli che si respingono. Noi che parliamo agli altri dei bisogni del Paese ed abbiamo ragione, parliamone al nostro interno e con i vicini di casa. E siamo così anche alla base, i vertici ne sono l’espressione. Altro che partire dal basso! Cambiare la testa per poter partire.
Non siamo mai pronti quando è ora.
Claudia Baldini.
Il rinnegato “Mattarellum” proporzionalizzato, di A. Guerva

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Per quel poco diritto pubblico e diritto costituzionale che ho studiato io il tema non è complesso ma è necessario avere una forte metodologia. A mio avviso il Bin Petruzella è il manuale migliore oltre al mitico Giuseppe Ugo Rescigno in particolare sulla analisi dello di Stato.
La follia stupida ed infantile di pittibimbo e pittibimba è stata comunque devastante sotto il profilo culturale.
Semplificando, un percorso di ricerca è ideologia partiti proporzionale (Che cosa è l ideologia ? Che cosa sono i partiti ?)
Sotto il profilo giuridico legislativo lo sbocco naturale è il sistema proporzionale puro.
Un altro percorso di ricerca è la macro area valoriale: associazioni di riferimento, maggioritario puro. La macro area valoriale è un contenitore che contiene tutti tranne gli altri, il valoriale è un minimo comune denominatore denominato usualmente area progressista o area conservatrice. Il maggioritario puro preferibilmente è un sistema presidenziale. L’opposizione politica nel sistema presidenziale dovrebbe essere non parlamentare ma elevata a rango istituzionale nella dialettica presidente parlamento, i ‘contrappesi’.
La stabilità non è Hitler o Stalin come pensa pittibimbo, la stabilità è un percorso di coerenza dentro i valori della carta costituzionale.
Nella prima Repubblica italiana ogni anno cambiavamo governo ma la stabilità era notevole, in quanto la Costituzione italiana è rigida, unico partito fuori dall’ arco costituzionale era il Movimento sociale .
Nella seconda Repubblica con Berlusconi la stabilità governativa era elevata ma la stabilità politica era precaria, con attacchi di Berlusconi ai valori costituzionali.
Con pittibimbo la crisi della seconda repubblica esplode con una instabilità governativa ‘ stai sereno’ e con instabilità politica.
A mio avviso se è vero che abbiamo la Costituzione più bella del mondo e siamo uno stato a costituzione rigida,
1) il Parlamento deve avere la centralità legislativa, dobbiamo rimanere un Repubblica parlamentare, evitiamo le costituzioni di 12 pagine tipo dio salvi la patria e tanto meno gli stati senza costituzione , ove non esiste un vero diritto pubblico,
2) il sistema proporzionale è il più rappresentativo,
3) la preferenza unica permette di scegliere, ci sono problemi vedi clientelismo ma rimane l ‘ opzione migliore,
4) i partiti devono ritornare partiti di idee e non di potere o partiti personali con bilanci pubblici certificati, con regolamenti normati da leggi dello Stato,
5) non esiste in assoluto il sistema elettorale migliore anche se il proporzionale è preferibile, quindi è buona cosa una correzione del maggioritario del 25% sia alla Camera che al Senato (quindi collegi uninominali con doppio turno) e rimane anche la variabile clientelismo se il collegio è piccolo qualcuno in italia letteralmente se lo compra (!!), No al premio di maggioranza.
Se il popolo italiano si divide nonostante il 25% del maggioritario in misura parinon potendo eleggere ( non nominare un governo) si ritorni al voto quante volte necessario. E se come in Emilia Romagna regionali vota il 35% si annulli la votazione e si ritorni a votare !! (Votare non fa male alla salute).
Antonio Guerva
Facciamo un po’ di conti a sinistra dopo il referendum, di S. Valentini

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Quasi tutti i commentatori e molti politici che pascolano, nonostante il No al 60%, tranquillamente nelle televisioni e in tutti i media possibili, fanno molta fatica ad ammettere che questa non è la stata la vittoria del popolo sul “palazzo”, dominato dai poteri forti, italiani, europei e internazionali, a cominciare dall’alta finanza, bensì, avvertono, è stata la vittoria di 5 Stelle, della Lega, del populismo. Ora occorre porre subito riparo, contrastare adeguatamente l’eversione populista, questo movimento “anti-sistema”. Ma le cose stanno veramente così?
Dallo studio dei flussi elettorali emergono alcuni dati significativi. Tre sono quelli che mi hanno più colpito, al di là delle tante chiacchiere.
Il primo, 25 elettori su 100 del Pd hanno votato No; il secondo, 16 elettori su 100 di Forza Italia hanno votato Si, non compensando le perdite del Pd a sinistra, verso il No delle ragioni appunto della sinistra: Il terzo, la stragrande maggioranza dei giovani e della popolazione in età media hanno votato No, il Sì prevale, di poco, solo tra gli elettori oltre i 64 anni. Questo sta a significare che la proposta di “cambiamento” dell’Italia avanzata da Renzi ha ottenuto consensi soprattutto tra gli anziani e i pensionati e che la sua famigerata “maggioranza silenziosa” altro non è che una minoranza molto rumorosa, dal momento che il 64% degli incerti e di quelli che in questi anni non sono andati a votare hanno espresso un chiaro voto per il No e non credo che siano tutti attratti dal “populismo” di 5 Stelle o della Lega.
Emerge dall’analisi del voto un dato politico che pochi dicono e mettono in evidenza: il ruolo decisivo della sinistra nel successo per il No che si può quantificare tra il 12 e il 16 per cento, non mi pare poco! Ed è da questo dato che occorre ripartire per ragionare sul futuro della sinistra e di conseguenza del Paese. Si dice che Renzi ha un omogeneo 40%. Anche questo è un dato non esatto. Il Pci di Berlinguer prese al referendum sulla scala mobile il 47% e lo perse per il disimpegno della destra migliorista, a iniziare da Napolitano, e prese subito dopo nelle elezioni politiche il 27%! Attenzione dunque, per tutti, a riportare il voto dei referendum sul eventuale orientamento politico degli italiani. Questo ragionamento, ovviamente, vale per tutti, quindi anche per la sinistra. Per questo parlo di un 12/16 per cento potenziale. La questione è come trasformare questo bacino elettorale sul referendum in un voto chiaramente di sinistra.
Credo che per questo obiettivo occorrano che si realizzino alcune condizioni; in mancanza delle quali il rischio è ripercorrere strade già battute, di andare incontro ad altre sonore sconfitte e brutte delusioni.
La prima. Occorre costruire un nuovo soggetto politico, non una semplice lista elettorale; un nuovo soggetto politico che non sia però la sommatoria soprattutto del ceto politico esistente a sinistra. La sommatoria infatti somma le debolezze, non dà forza, nuova linfa. E un soggetto politico lo si costruisce avviando da subito un percorso costituente dal basso verso l’alto, non con gruppi dirigenti locali e nazionale già precostituito. Per questo, come sostiene il Sindaco di Napoli De Magistris, bisogna partite dai territori, dalle realtà di movimento, da chi in questi anni ha condotto appunto sul territorio battaglie importanti per la pace, il lavoro, i beni comuni, la tutela dell’ambiente. Una fase costituente di cui eventualmente la lista elettorale è un passaggio e non l’approdo.
In questo processo, seconda condizione, è necessario coinvolgere tutti, tutti quelli che ci stanno, senza pregiudizi, ad iniziare da chi ricopre responsabilità importanti, dirigenti sindacali e dell’associazionismo, amministratori locali e regionali, intellettuali.
La terza condizione, non meno importante, è quella di avere una linea chiara in grado di candidare la sinistra come forza credibile al governo del Paese, di essere alternativa al centrodestra, a 5 Stelle e a qualsiasi tentativo di rivincita del renzismo di riproporci l’avventura neocentrista del partito della nazione. Non abbiamo bisogno di una sinistra identiraria chiusa nel suo recinto, ancora una volta minoritaria che si accontenta del solito 3 per cento, ma abbiamo bisogno di una sinistra che mentre si costruisce e si rafforza, nel vivo della lotta e con un robusto radicamento sociale, costruisce un campo democratico e progressista con tutti quei soggetti politici interessati al suo progetto di non consegnare l’Italia senza combattere ad altri o magari nuovamente allo stesso Renzi. Per questo massima attenzione al dibattito e allo scontro in atto nel Pd; là c’è un pezzo non irrinunciabile al nostro progetto.
Una domanda è però d’obbligo. Sarà capace il ceto politico che oggi a in mano le sorti future della sinistra italiana a fare tutto ciò? Questo è il vero punto di domanda. Senza questa condizione continueremo a vivacchiare nella marginalità del dibattito politico, Ad accontentarci magari di aver migliorato la nostra percentuale elettorale passando dal 3 al 4 per cento mentre il potenziale del nostro bacino elettorale come ci dice il referendum è a due cifre. Emergerà a sinistra una nuova leadership in grado di compiere questo salto di qualità. Questa è per l’oggi la scommessa politica.
Alessandro Valentini
Poche considerazioni sul referendum, di R. Achilli

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Questo voto ha una rilevanza sotto numerosi aspetti, ci consegna la lettura di un Paese che forse non conoscevamo granché. E’ evidentemente un voto di classe, il No è stato portato avanti, oltre che da una piccola élite intellettuale illuminata (penso ad esempio ai costituzionalisti schierati per il No, ai tanti appelli venuti dal mondo accademico) soprattutto da quel largo schieramento sociale che i “benefici” delle riforme renziane non lo hanno visti, o hanno addirittura visto peggiorare le loro condizioni: disoccupati di lungo periodo e giovani inoccupati ben lontani dagli illusori bricolage delle politiche per il lavoro fai-da-te: ti do’ un voucher e poi te la vedi tu come spendertelo in un mondo di squali come quello del sistema formativo; ceti medi che sprofondano verso la povertà e vivono l’assillo della minaccia quotidiana di perdere il lavoro, piccola borghesia in parziale proletarizzazione ed angariata da un carico fiscale tutt’altro che in riduzione, insegnanti deportati in puro stile titino in giro per l’Italia ed umiliati dal Rondolino di turno, dipendenti pubblici che non si sono accontentati della mancetta degli 85 euro, perché non vedono valorizzato il loro lavoro quotidiano e sono umiliati dalla retorica della burocrazia soffocante, precari sempre più precarizzati e partite IVA prese in giro con la modesta riformicchia a loro dedicata.
Non è un caso, ed è la cartina di tornasole del connotato di classe di questo voto, che i risultati più netti arrivino dal Mezzogiorno, dall’area territoriale, cioè, che più di tutte raccoglie la sofferenza sociale del nostro Paese. E che ci insegna una grande lezione di dignità e riscatto. Tutti noi pensavamo che il voto al Sud sarebbe stato manovrato ed inquinato dai feudatari del voto, quando non addirittura dalle organizzazioni criminali. Il 67% del No in Calabria, i risultati di province come Salerno e Napoli ci parlano di un Sud ben più autonomo ed arrabbiato di quanto pensassimo. I meccanismi consociativi affogano nella progressiva riduzione delle risorse finanziarie necessarie per ungere le ruote. La spending review diventa il killer di una classe politica notabiliare meridionale che da sempre garantiva di attaccare il ciuccio dove voleva il padrone. Abbandonato a sé stesso dal Governo Renzi, che prima ha svuotato il Fondo Sviluppo e Coesione per altri fini, e poi ha rivenduto banali riprogrammazioni dei fondi strutturali già assegnati come miracolistici Masterplan, il Sud lancia la sua voce di dolore, ma anche di dignità. E ricorda alla politica che niente, in questo Paese, può essere fatto senza dedicare sforzi e progettualità vera al grande malato.
Dentro questo voto soffiano molti venti: sicuramente il vento della stanchezza, di un Paese allo stremo, per otto anni di crisi alternata a stagnazione, e di assenza di prospettive di riscatto a breve. Questo Paese non ha accettato la retorica del cambiamento continuo, dell’innovazione per l’innovazione, proposta dai renziani. A Bagnoli, ad esempio, servono condizioni di abitabilità decenti, ambiente, lavoro e legalità, non le futuristiche strutture immaginate da Renzi per chiudere l’infinita storia della riconversione dell’ex polo siderurgico. E così in tutte le Bagnoli che ricoprono questo Paese, anche in un Nord che ha perso il suo connotato mitico di locomotiva economica, e che oggi lotta fra aziende che chiudono, condizioni lavorative sempre più disastrose, disgregazione di quel tessuto di coesione sociale che era garantito dal vecchio modello distrettuale, oggi preso letteralmente a mazzate dalla concorrenza dal lato dei costi esercitata dai Paesi emergenti (spesso operanti addirittura dentro la casa distrettuale, vedi Prato ed il distretto parallelo e clandestino dei cinesi) e dall’incapacità morale e progettuale dei rampolli odierni dell’imprenditoria settentrionale nel proporre un patto sociale e produttivo fatto di coesione, compartecipazione, innovazione e qualità. La disgregazione dell’impianto contrattuale, per inseguire un modello americano di competitività aziendale, non rilancia la produttività perché scarica semplicemente sul salario i mancati guadagni di redditività dell’azienda. La burocrazia confindustriale è fra i principali sconfitti di questo voto, perché ha creduto, attraverso la riforma costituzionale, di trasferire alle istituzioni pubbliche il modello padronale-efficientistico ed accentratore, oramai obsoleto, che rappresenta la base culturale della nostra borghesia. Questo modello di governance, che esclude la cogestione e il dialogo organizzativo interno, è il principale responsabile, insieme ad un sistema creditizio asfittico e politicizzato ed allo smantellamento della grande impresa pubblica che faceva innovazione radicale, della spoliazione industriale del Paese e dell’asfissia del nostro processo di accumulazione. Non è stato permesso, a questo modello perdente, di trasferirsi nella sfera costituzionale.
Se soffia il vento della stanchezza, soffia anche quello della rabbia e del rancore, e la nostra classe dirigente farebbe bene a stare molto attenta, perché gonfia le vele del populismo, e preannuncia rese dei conti ben più violente di quelle di un voto referendario. Nei tanti renziani che oggi sfogano la delusione per la sconfitta richiamando il modello-Renzi e prendendosela con un Paese che non lo avrebbe capito, o che non avrebbe il coraggio di seguirlo, è assente ogni consapevolezza razionale minima circa ciò che sta montando dentro il Paese reale. I sistemi politici ed ideologici che spingono popolazioni intere verso miti futuristici e mete gloriose, incuranti delle sofferenze sociali ed individuali che tale processo innesca, sono destinati al crollo. E’ vero per gli Khmer Rossi ed è vero anche per il renzismo.
L’unico modo per sconfiggere il populismo è quello di scendere al livello delle ansie, delle paure, delle frustrazioni, delle sofferenze che lo alimentano. Sapendo dare a queste la priorità rispetto al disegno generale ed agli obiettivi futuri. Dicendo che Ventotene, che il multiculturalismo dell’immigrazione, che il pareggio strutturale di bilancio, che la crescita della curva di produttività, sono meno importanti della cura del bene comune, della preoccupazione per dare lavoro al giovane di Polistena, della tutela dell’ospedale pubblico dal rischio di chiusura, della garanzia di condizioni di sicurezza pubblica per chi vive nelle tante Tor Bella Monaca delle nostre città devastate e “americanizzate”, dove i meno abbienti vengono ghettizzati in periferie sempre più lontane e squallide. Arroccarsi su una presunta superiorità del progetto sulle persone (quand’anche essa fosse reale, e non è il caso del renzismo) su una spinta ad andare avanti per andare avanti, a riformare per riformare (quale che sia il costo da pagare) e su una politica fatta di oscuro tecnicismo ed opacità nella gestione del potere (opacità che la deforma-Boschi, con le sue cervellotiche procedure legislative, avrebbe accresciuto) consegnerà il Paese a Grillo, forse ad un Grillo alleato con Salvini.
Per questo serve un progetto collettivo, che sia però basato sull’analisi delle condizioni di vita dei singoli, in grado di restituire speranze rispetto ai loro obiettivi esistenziali. Per tale progetto, il tecnicismo oligarchico renziano è chiaramente inadeguato. Il populismo lo è altrettanto. Solo la sinistra è in grado di recuperare, nella sua tradizione culturale che vede nel partito e nel sindacato gli aggregatori della domanda sociale, e i produttori di una élite politica in grado di produrre coscienza di classe (rimettendo insieme i pezzi di classe frammentati attorno ad un progetto di rinascita comune) e dare una indicazione sul “che fare”, una speranza per il futuro.
Riccardo Achilli
Ora è palude, di C. Baldini e O. Basso Persano

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Abbiamo difeso la Costituzione. Abbiamo stoppato un pericoloso progetto che puntava ad esautorare il Parlamento ed evitato una probabilissima deriva oligarchica.
E questa, chi, come tanti di noi aderiva ai Comitati del No, sanno che è stata una dura, durissima battaglia fatta in mezzo alla gente. Per le strade, nei mercati, nelle scuole, davanti ai centri commerciali e, non ultima come importanza, in rete. Tante iniziative pubbliche, confronti tra politici, lezioni dei costituzionalisti.
Risultato : il popolo è tornato a votare. Nonostante la nausea che Renzi nelle ultime settimane ha procurato persino ai suoi sostenitori. In tutto il Paese sentivi dire “Basta, lasciateci un canale”
Stando alle diffide Agcom disattese, il PD dovrebbe pagare multe salate.
Bene , ora tutto ciò è alle spalle. Davanti ci sono forse elezioni politiche anticipate. Questa è la richiesta che viene almeno da Lega e Grillo. Noi giudichiamo sbagliatissima questa idea
Già Renzi ha fatto il loro gioco, non vorrei che lo rinforzassimo. Fermiamoci un attimo a pensare.
Il Paese, come risulta anche da questo Si o No è molto spaccato. I No a voce spiegata vengono dalle zone più povere, dai giovani senza futuro, dai lavoratori a cui hanno tolto i diritti. Poi vengono anche da coloro che hanno solo rigettato questa nefanda revisione costituzionale.
Ma non servirebbe andare ad elezioni. I partiti o movimenti come quelli che chiedono il voto non sono quelli che possono lottare contro il liberismo e dare un altro volto al sociale ed alla economia del Paese. Il Movimento 5 stelle è un agglomerato di tendenze diverse, ondeggiante tra sinistra e Farage. Che cosa andrebbero a fare se vincessero le elezioni? Con quale legge elettorale? Quella che hanno osteggiato fin qui? E la Lega? Qual è la politica economica della Lega?
Una: ritorno al passato. Via dall’Europa e muri . E senza il premio non si governa da soli. Con chi potrebbero allearsi. Tra loro? Bene , allora credo che ci saranno fuoriusciti da una parte e dall’altra. Si torneranno a rimpinguare le file di Forza Italia, e di nuovo la sinistra del movimento sarà senza casa.
Pensate che responsabilità di omicidio colposo di sinistra ha assunto il PD con la sua malaugurata creazione. Non ha più una identità certa. Dipende solo da un leader. Segue i diktat liberisti come farebbe un Berlusconi qualunque. Anzi meglio, perché Berlusconi una opposizione bene o male ancora a sinistra l’aveva.
I senza tetto siamo noi gruppi di sinistra. Siamo anche parecchi come singoli, non siamo spariti nel nulla. Rabbiosamente il referendum ci ha tirato fuori di casa. Avevamo già dato dei segnali di vita con il referendum sulle trivelle.
Non c’è nessun partito come uno di sinistra che possa governare per la gente e non per l’esercizio del potere. Ci possono essere delinquenti, deviazioni, allucinazioni, ma se è di sinistra l’antidoto ce l’ha. E’ la maggioranza della sua gente che controlla, che partecipa, che non abbandona il suo cervello a nessuno. Il punto è che abbiamo dormito sonni profondi, sognato di vivere di rendita, passato un anno a discutere sul sesso degli angeli. O meglio, sul concetto di sinistra e di centrosinistra. Con un piccolo particolare che in giro ci sono solo partiti di destra e centro destra.
Nonostante la pessima prova che abbiamo dato alle amministrative, sparando anche sui nostri candidati, non abbiamo ritenuto di fare subito un congresso. Perciò ora siamo ancora invisibili per i più.
Certo, abbiamo sentito due ottimi interventi di Fratoianni e Civati stamane, ma ognuno nella sua nicchia. Giusto parlare di sinistra, ma bisogna crearla eh, non c’è mica. Ci sono persone rinchiuse ognuna nel suo dire, ma non c’è un Partito della Sinistra Italiana. Non c’è nemmeno una classe dirigente chiara. Perché alcuni guardano ancora alla Madonna e nessuno ha osato lasciarli lì da soli a continuare la contemplazione.
Si continua a dire che il problema è complesso. Ah, ma se non fosse complesso, l’avrebbe risolto anche Ciaone. Sarà anche complesso ma ormai è vitale: togliamo la malattia o tutta la gamba?
Eppure il manifesto Fratoianni, di Cosmopolitica, è chiaro, semplice e condivisibile. Ci vuole un partito di sinistra. Quando ci sarà un decente Partito della sinistra Italiana , che sia aperto a tutta la gente che si sente di appartenere alla sinistra, e non dobbiamo stare sempre a ripetere quali sono i caratteri distintivi dell’essere persone di sinistra, si inizia a ricostruire. Dal 2%? Va bene ,però avanti con chiarezza e lavoro. Forse si andrà al 4 la prossima volta. Ci saranno i ballottaggi tra i maggiori? Bene decideremo di volta in volta il meno peggio. Arriverà prima o poi, se insistiamo con la coerenza, un tempo diverso. Beato chi ci sarà.
Ora non siamo pronti per colpa nostra
Se si dovesse andare ad elezioni politiche dovremmo tornare a fare una sinistra patchwork, elettorale. E non credibile. Brutta davvero. E il tempo lo abbiamo avuto. Anche le persone, se cambiassero mentalità, avremmo di grande livello. Ma tant’è.
Che contributo possiamo dare noi da qui, come si usa dire dal basso?
Enorme e di qualità, perché non ci interessano le poltrone, ma i nostri giovani, i nostri malati, i nostri anziani e i nostri bambini. Anzi ci interessano tutti coloro che sono discriminati, disoccupati, malati senza cure, piccoli affamati o bombardati. E vogliamo che il mondo inverta la sua rotta.
E da tempo ci siamo abituati a discutere lealmente e produttivamente.
Orietta ed io abbiamo pensato di cominciare a ragionare di un possibile programma tematico.
Per l’Economia, il Lavoro, i Diritti, la Scuola e vedremo. Proporremmo delle idee alla discussione e faremo un sondaggio limitato al tema in discussione. In modo che si possa capire l’orientamento sintetizzato dei compagni e amici, che sono tantissimi in rete. Sfrutteremo al massimo le condivisioni per estendere la spinta a discuterne. Che inevitabilmente diverrà anche una spinta verso l’alto. Sia ben chiaro che si condivide con tutti, chi vota pd , chi vota 5 stelle, e stop.
Perché gente di sinistra si è persa e spersa ovunque. Dopo il lavoro fatto nei Comitati insieme ad alcuni del Pd e a tanti stellati abbiamo realizzato una verità: siamo noi che li abbiamo costretti ad emigrare, per contare qualcosa. E’ ora di chiarirsi
Non dobbiamo fare dei manifesti programmatici ma tirare fuori proposte di sinistra. Che dovremo mediare nella realtà capitalista ma che comunque aiutino la gente e non i potenti.
Senza chiedere la luna, quella ne aveva diritto solo Pietro Ingrao. Loro ce l’avevano lasciata la luna .
Claudia Baldini e Orietta Basso Persano
Domenica voto NO contro l’autocrazia, di M. Luciani

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Spero che domenica 4 fallisca il miserabile tentativo di contrabbandare per anticasta e per contenimento di costi l’impresentabile pateracchio che modifica chiavi in mano 47 articoli della Carta Costituzionale.
Nel vecchio testo vi erano principi comprensibili a chiunque, nel nuovo testo si inseriscono regolamenti oscuri ai più.
La parte peggiore è quella che riguarda il presunto superamento del bicameralismo perfetto, ma anche per i fautori del monocameralismo non può che essere riconosciuta come peggiorativa la modifica che si vuole introdurre.
Si dice che si supera il bicameralismo perfetto affidando al nuovo Senato compiti quasi esclusivi di rappresentanza delle istituzioni territoriali, quasi una elevazione di rango della Conferenza Stato-Regioni, punto. Non è così: il nuovo Senato “Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione
degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”. Ma se gran parte dell’attività legislativa consiste proprio nel recepimento di indicazioni della UE e veramente si pensa di affidarle a Sindaci, Presidenti di Regioni ed esponenti di giunte che dovranno andare a Roma solo 3-4 volte al mese è evidente che al massimo potranno soltanto certificare con il visto provvedimenti che saranno così sottratti alla sovranità popolare. Non potranno programmare alcuna attività dal momento che i mandati dei senatori scadranno ciascuno in corrispondenza delle elezioni amministrative e comunali del territorio di appartenenza.
Si dice che si vogliono ridurre i costi della politica, ma per ridurre le retribuzioni e i vitalizi non occorre modificare la costituzione: sarebbe molto più facile, basterebbe volerlo.
In realtà si vuole rafforzare i poteri dell’esecutivo perché gli “investitori” chiedono governabilità. Lo dimostra la corsia preferenziale che si vuole istituire con il “voto a data certa” sui disegni di legge “essenziali per l’attuazione del programma di governo”. Si vuole limitare la sovranità popolare sottraendo poteri al suffragio universale e affidando sempre di più le decisioni alla tecnocrazia e all’autocrazia degli specialisti. Se si accresce la governabilità riducendo la rappresentatività il risultato è più autocrazia e meno democrazia
In realtà si accentrano poteri e dove si accentrano i poteri il sistema che si vorrebbe rendere più stabile diventa invece più vulnerabile. Il rischio della svolta autoritaria nei sistemi accentrati è una categoria del novecento, divenuta ormai obsoleta? Quel rischio non è più reale? Mah! Mi permetto di dissentire.
Però qualcosa la possiamo dire senza tema di smentita: di leggi non se ne fanno poche, ma troppe, più che in qualsiasi altro stato dell’Unione Europea. Di solito non si seguono procedure troppo lunghe, a meno che non si tratti per esempio di conflitto di interessi, ma troppo veloci: la Monti-Fornero Pensioni, il Jobs Act sono validi esempi. Ma soprattutto diciamo che le leggi sono tanto peggiori quanto maggiore è la governabilità. L’Assicurazione Generale Obbligatoria, Lo Statuto dei Lavoratori, la Scala Mobile dei salari, ma anche il diritto di famiglia, la Basaglia, il Servizio Sanitario Nazionale li abbiamo conquistati quando i governi erano instabili, le legislature duravano poco più di un anno, l’opposizione era forte, il salario era una variabile indipendente, gli operai volevano il figlio dottore. Tanto disordine, ma tante conquiste.
Massimo Luciani
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