Costituzione italiana
60° Trattato di Roma, di S. Valentini

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Vedo parecchia confusione nelle celebrazioni dei Trattati di Roma. Si confonde Unione Europea, Euro ed Europa.
L’Europa è una entità politica e culturale e geografica che va dagli Urali ai Pirenei, da Capo Nord a Pantelleria. La costruzione degli Stati Uniti d’Europa non può assolutamente prescindere da questo tratto distintivo. Lo sapeva bene Altiero Spinelli con il suo Manifesto di Ventotene e non a caso non era molto entusiasta di questa UE. Ma nessuno lo rammenta.
A proposito di Ue si dice che senza questa unione non ci sarebbero stati oltre 60 anni di pace nel vecchio continente. Grande bugia. La pace in Europa è stata garantita purtroppo dalla guerra fredda, con la divisione del Continente tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia.
L’Ue di oggi non è la figlia dei Trattati di Roma, bensì del Trattato di Mastricht del 1992 firmato da 12 Paesi, tra cui l’Italia, da cui si partì per giungerte agli attuali 27 paesi.
Un trattato fortemente ispirato al liberalismo politico ed economico e alla supremazia del mercato. Altro che Repubblica fondata sul lavoro come recita la nostra Costituzione!
L’euro è stato adottato solo da alcuni paesi dell’Unione. La Ue ha due velocità nelle politiche monetariste quindi già esiste.
Nella costruzione dell’area dell’euro in questi anni non si è tenuto conto in modo sufficiente di realizzare politiche fiscali, sociali, ecc.
Quando si afferma che si vuole ristrutturare l’UE occore dire fino in fondo tutta la verità. L’UE ho rappresenta un passaggio per costruire gli Stati Uniti d’Europa, cioè un’Europa dei popoli o è destinata a divenire sempre più una delle principali centrali di potere del capitale finanziario nell’epoca della globalizzazione capitalistica.
In questo ambito si pone la questione sia del governo europeo, espressione di un parlamento che abbia poteri sostanziali che delle sorti dell’Alleanza Atlantica e della Nato. Un’Europa che non ha una sua totale autonomia politica e militare, che includa anche l’aspetto non secondario della sicurezza, non sarà mai un’entità unitaria sovrana.
Basta perciò con le ipocrisie di un europeismo che non pone al centro della sua attività la crescita e il benessere dei popoli europei.
Sandro Valentini
Chiarezza sul Referendum sul Jobs Act, di C. Baldini

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Raccogliere 3 milioni di firme non è una passeggiata. Lo dico per quanti alludono che Cgil (sempre fuoco ‘amico’) avrebbe scritto un testo quesito in modo da farselo respingere. Ci vogliono menti ormai cattive o talmente arrabbiate per arrivare a formulare ipotesi che, tra l’altro, farebbero sprofondare anche la classe dirigente dell’unico sindacato storico che nel nostro Paese fa ancora il sindacato. Certo, in un Paese piddino e grillino. Che significa che anche Cgil è fatta di PD e di Grillo (soprattutto Fiom). Ma è una battaglia quotidiana che in tanti si continua con risultati alterni, ma quelli possibili. Una cultura del sospetto che non giova alla chiarezza ed alla verità. Vediamo di ripercorrere le motivazioni del testo referendario.
La materia dei licenziamenti si è evoluta negli anni . All’inizio c’era solo il licenziamento con preavviso obbligatorio. Poi si è via via affermato con l’elaborazione in Statuto della necessità per il datore di lavoro di formulare una ‘Giusta Causa’ per il licenziamento. Ma anche il diritto per il lavoratore che ritenesse arbitrario il licenziamento di ricorrere al giudice. Questo principio della ‘giusta causa’ è stato realizzato in due modi: attraverso la ‘Tutela Obbligatoria’ (art. 8 della legge 604/1966), applicabile alle imprese FINO a 15 dipendenti sulla singola unità produttiva o FINO a 60 su scala nazionale della stessa impresa.
La ‘Tutela Obbligatoria’ prevedeva l’OBBLIGO per il datore di lavoro di reintegra, ossia se il giudice dichiarava illegittimo il licenziamento, il datore di lavoro doveva riassumere oppure offrire risarcimento che, a seconda dell’anzianità di lavoro, andava dalle 3 mensilità a 6 mensilità. In tempi di vacche grasse molti sceglievano il risarcimento, perché il lavoro si trovava.
L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, invecefa un passo avanti nel campo della Tutela reale. Prevedeva infatti, sempre in caso di accertata illegittimità, per il datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato nel posto di lavoro e di corrispondergli una indennità risarcitoria pari alle retribuzioni dalla data del licenziamento sino alla reintegra. Normale direi: hai licenziato senza motivo riassumi e dai il salario perso fino a quel momento. Civiltà.
Vediamo che succede dopo. Il primo grosso attacco al concetto di giusta causa viene dalla Fornero del governo Monti.
Con la legge n. 92/2012 (Riforma Fornero) è stata modificata la disciplina contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e sono stati introdotti distinti regimi di tutela per le diverse ipotesi di illegittimità del licenziamento. La piena tutela reale è¨ rimasta applicabile soltanto al caso di nullità del licenziamento perché discriminatorio. E’ stata poi introdotta una tutela reale “attenuata” (che comporta il diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno sino a un massimo di 12 mensilità ) nel caso in cui non ricorrono gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo “per insussistenza del fatto contestato ovvero perchè il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa” e in caso di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Quindi una rete complessa caso per caso che di fatto ha tolto tutela e avallato solo il riconoscimento di nullità per discriminazione. Che non è così semplice da provare.
Si va avanti quindi di tutela esclusivamente risarcitoria, incentrata sul diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. C’è ancora un altro caso di tutela applicabile in caso di vizio di carattere formale o procedurale e comporta il diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 6 e un massimo di 12 mensilità . La bolgia fatta per aiutare a licenziare arbitrariamente.
Si potrà pure dire che si dovevano fare scioperi ad oltranza, ma si fece un tentativo. Deserto o quasi. Perché in Parlamento PD con Bersani accettò tutto ciò. Diventa difficile anche per un sindacato convinto scendere in piazza.
Andiamo avanti. Come siamo messi a quel punto?
҉҉҉Per tutti i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 sono tuttora in vigore questi differenti regimi di tutela previsti dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; e per i lavoratori di aziende che occupano meno di 16 dipendenti in ciascuna unità produttiva o meno di 60 su scala nazionale continua a essere in vigore la tutela obbligatoria prevista dalla legge n. 604 del 1966 (fatta salva la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio). Per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 si applica invece un nuovo regime di tutela, introdotto dal decreto legislativo n. 23 del 2015 (Jobs Act).҉҉҉
RAGIONIAMO
Il decreto legislativo Jobs Act ha quindi limitato il diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro SOLTANTO ai casi di licenziamento discriminatorio, considerato nullo o in palese falso del fatto contestato. Negli altri casi di licenziamento ILLEGITTIMO, è previsto solo un indennizzo economico, pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio (in misura comunque non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità). La predetta indennità risarcitoria è ridotta a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a dodici mensilità, in caso di vizio formale o procedurale. Per le piccole imprese, al di sotto dei 15 dipendenti, è prevista invece un’indennità da 2 a 6 mensilità. Punto
***L’obiettivo del referendum è quello di abrogare completamente quest’ultima disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 23/2015, e di abrogare nel contempo alcune parti dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: in pratica, si vogliono abolire le modifiche introdotte con la Legge Fornero, per tornare alla vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e quindi a un UNICO REGIME DI TUTELA IN CASO DI LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO(anche in caso di licenziamento viziato solo sul piano formale), incentrato sul diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno in misura piena.**
L’obiettivo del referendum è anche quello di ESTENDERE l’ambito di applicazione della tutela prevista dall’art. 18: già per le imprese agricole con più di 5 dipendenti esiste la stessa tutela. Proprio per la Costituzione che non ammette discriminazioni tra lavoratori nelle stesse condizioni la parte considerata da alcuni propositiva, ma in realtà costituzionalmente legittima, potrebbe essere stralciata.
Sarà la Corte a pronunziarsi, il prossimo 11 gennaio, sull’ammissibilità o meno del quesito.
L’avvocatura dello Stato fa il suo mestiere a favore di Jobs act.
Noi vediamo di fare il nostro. Perché alla fine il risultato è stato anche costituzionalmente dubbio: tutele diverse a parità di mansioni e condizioni. La risultante è sempre la stessa.
Non si tratta di riportare indietro la Storia. Si tratta di equilibrare diritti e doveri nel posto di lavoro.
Buona fortuna Referendum.
Claudia Baldini
L’insostenibile leggerezza della Seconda Repubblica, di A. Valenzi

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In tutta coscienza, dopo quanto accaduto dal 2011 in poi (ma dovrei scrivere dal 1992), non sarà per Gentiloni che mi straccio le vesti.
La richiesta del voto subito è suggestiva, ma insensata.
Senza una legge elettorale equivarrebbe a votare a vuoto, sprofondando di nuovo nel caos, che stavolta sarebbe totale. Votare dopo il parere della Consulta sull’Italicum significherebbe dare ogni risoluzione di controversia politica alla Magistratura. Ed è un principio discutibile.
Gentiloni sarà alla guida di un Governo a scartamento ridotto.
Non potrà durare più di un anno (al massimo) e sarà un anno di campagna elettorale permanente, quindi non avrà la piena libertà di manovra di un Monti, di un Letta o di un Renzi che erano alla guida di Governi con prospettive di durata molto più lunghe.
Sempre ammesso poi che riesca a ottenere la fiducia in Parlamento.
Il quadro in cui si muove è fragile. Il partito di cui fa parte, il Pd, è depotenziato rispetto al Pd del 2013 e se andasse a Congresso entro quest’anno (come ci andrà, ne ha tutto l’interesse) dovrà fare i conti con quella minoranza che ha vinto al referendum.
Il Pd non è più dunque quel perno aggregativo del 2013, e questo vorrà dire che molti abbandoneranno la barca, soprattutto tra gli alleati, che cominceranno a fare i conti su come presentarsi alle prossime elezioni.
Non è una situazione “Gentiloni al posto di Renzi e tutto è come prima”. L’onda d’urto del referendum è stata dirompente, e se ne sono accorti.
Piuttosto bisognerà richiamare alla ragione il M5S, che ora più che mai ha bisogno di dotarsi di quella struttura che fino ad oggi ha rifiutato di darsi, ma che adesso diventa imprescindibile. E a situazione mutata, che cambi anche la tattica: l’isolazionismo in cui si è chiuso e che è servito in un momento in cui aprirsi non aveva senso (lo aspettavano cinque anni di opposizione), oggi il senso non lo ha più.
La coalizione referendaria del No deve ora spostarsi sulla tutela della sovranità nazionale, la cui minaccia è oltre Gentiloni.
Fermarsi alla sola vittoria, significa aver fatto un lavoro a metà.
Il Comitato del No non ha sciolto i suoi comitati territoriali, e bene ha fatto. Perché la guerra continua anche dopo la brillante vittoria nella battaglia referendaria. Sono più deboli, ma non sono finiti. Siamo più forti, ma non abbiamo ancora vinto.
Antonio Valenzi
Il Paese, questo sconosciuto, di C. Baldini

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La valanga di NO non è stata certamente sul merito della riforma renziana. Tanti NO lo sono stati, ma guardando la distribuzione per regioni non c’è dubbio che il No è stata una porta chiusa in faccia violentemente da parte delle popolazioni più disagiate e dai giovani che pure soltanto due anni fa nutrivano speranze di miglioramento delle condizioni di vita, al presidente del Consiglio
Del Paese che ha peggiorato il suo stato, il maggior partito di governo è molto responsabile, non può incolpare genericamente i predecessori. Per una ragione primaria:
il Pd è direttamente intervenuto con voucher e Jobs act a ledere diritti vitali del lavoratore, ad aggravare la precarietà, ad incoraggiare il nero. Non va poi messa in secondo piano, la cosiddetta Buona Scuola imposta ed attuata contro la stragrande maggioranza dei docenti e del personale della Scuola. Oggi la Scuola si trova in una situazione disastrosa. Non era accaduto nemmeno con la Gelmini che si raggiungessero livelli infimi di giustizia e di assurdità, in omaggio all’impossibile equiparazione della Scuola Pubblica, nostro vanto e patrimonio, ad un Apparato aziendale. Il presidente del Consiglio in carriera nel PD andava avanti a colpi di fiducia e di mance, come i dc del secolo scorso, che però ci sapevano fare e il rispetto dell’avversario sapevano gestirlo.
In questa sofferenza generale e profonda e non solo economica, a cui il partito di maggioranza e i suoi alleati di comodo non avevano fatto caso, si va ad innestare, senza alcuna necessità, se non l’obiettivo di potere del capo, una mega revisione costituzionale approssimata, confusa e contradditoria, conforme ai voleri dei poteri forti, sostenuta da banche e finanza, da imprenditori e Capi di Stato, costituita da un attacco combinato Costituzione-Legge elettorale alla democrazia parlamentare. Portato fino alla fine con protervia ed arroganza dal Principe dei servi, come un plebiscito popolare di investitura su se stesso. Ma si è accorto presto che il popolo non era disposto.
Naturalmente pensando che fosse un problema di comunicazione , si arruolano i guru migliori, si occupano le tv, si silurano i ribelli. Quanti dei nostri già pochi soldi questo personaggio ha speso per il suo potere? E’ una risposta che il Parlamento deve pretendere rendicontata
Meno male che il popolo stavolta ha fatto il suo dovere e abbiamo salvato la Costituzione. E se altre ragioni hanno deciso , significa che mancava solo l’occasione.
Del resto con Cgil messa all’angolo e rinunciataria, gli altri solita roba, la sinistra che non c’è perché è geneticamente diventata destra, quando mai, la gente che sta male in questo Paese per ragioni economiche e sociali avrebbe potuto dire la sua?
Ecco , ora viene il difficile per tre motivi:
il Bimbo arrabbiato dice :adesso voglio vedere come ve la cavate. Pesta i piedini , stizzito da lesa maestà. Non capisce nemmeno che è Presidente in carica per gli affari correnti. Poi c’è molta sceneggiata. Tornerà.
Ma il secondo motivo è l’immaturità e l’incapacità delle maggiori forze di opposizione. 5 stelle e Lega chiedono il voto subito e referendum sull’Europa.
Su quali programmi e con chi se non hanno il 51%? Ah ecco, viva l’Italicum, se vincono loro!
Esercizio del potere , non governo del Paese. Trovate la differenza tra prima e dopo. Con ciò, io ho simpatia per l’impegno di tanti pentastellati. Ce l’ho anche per quei piddini che si sono distinti dalla maggioranza e schierati per il NO. Ma né gli uni , né gli altri hanno legittimità per tenere ancora un Paese in stallo nelle campagne elettorali. Diano il benservito ai loro padroni, si organizzino democraticamente e smettano di considerarsi la settima meraviglia della politica. Perché non hanno ancora dimostrato nulla. Anzi.
Il terzo motivo siamo noi, inesistenti e scarsamente visibili per nostro grave ritardo rispetto alle esigenze del Paese. Noi di sinistra, noi delle 33 sigle diverse. Noi di Sinistra Italiana ancora lontani dal congresso e tra polemiche. Noi Civatiani poco inclini a sperimentare fuori dal recinto. Noi rifondaroli in lite continua con sel. Noi comunisti più o meno estremi con la pretesa di essere la verità stiamo perennemente al balcone a consolarci col Che o con Putin, nientemeno.
Siamo parecchi , alla fine siamo tanti, ma talmente separati e livorosi che ormai produciamo poli che si respingono. Noi che parliamo agli altri dei bisogni del Paese ed abbiamo ragione, parliamone al nostro interno e con i vicini di casa. E siamo così anche alla base, i vertici ne sono l’espressione. Altro che partire dal basso! Cambiare la testa per poter partire.
Non siamo mai pronti quando è ora.
Claudia Baldini.
Il rinnegato “Mattarellum” proporzionalizzato, di A. Guerva

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Per quel poco diritto pubblico e diritto costituzionale che ho studiato io il tema non è complesso ma è necessario avere una forte metodologia. A mio avviso il Bin Petruzella è il manuale migliore oltre al mitico Giuseppe Ugo Rescigno in particolare sulla analisi dello di Stato.
La follia stupida ed infantile di pittibimbo e pittibimba è stata comunque devastante sotto il profilo culturale.
Semplificando, un percorso di ricerca è ideologia partiti proporzionale (Che cosa è l ideologia ? Che cosa sono i partiti ?)
Sotto il profilo giuridico legislativo lo sbocco naturale è il sistema proporzionale puro.
Un altro percorso di ricerca è la macro area valoriale: associazioni di riferimento, maggioritario puro. La macro area valoriale è un contenitore che contiene tutti tranne gli altri, il valoriale è un minimo comune denominatore denominato usualmente area progressista o area conservatrice. Il maggioritario puro preferibilmente è un sistema presidenziale. L’opposizione politica nel sistema presidenziale dovrebbe essere non parlamentare ma elevata a rango istituzionale nella dialettica presidente parlamento, i ‘contrappesi’.
La stabilità non è Hitler o Stalin come pensa pittibimbo, la stabilità è un percorso di coerenza dentro i valori della carta costituzionale.
Nella prima Repubblica italiana ogni anno cambiavamo governo ma la stabilità era notevole, in quanto la Costituzione italiana è rigida, unico partito fuori dall’ arco costituzionale era il Movimento sociale .
Nella seconda Repubblica con Berlusconi la stabilità governativa era elevata ma la stabilità politica era precaria, con attacchi di Berlusconi ai valori costituzionali.
Con pittibimbo la crisi della seconda repubblica esplode con una instabilità governativa ‘ stai sereno’ e con instabilità politica.
A mio avviso se è vero che abbiamo la Costituzione più bella del mondo e siamo uno stato a costituzione rigida,
1) il Parlamento deve avere la centralità legislativa, dobbiamo rimanere un Repubblica parlamentare, evitiamo le costituzioni di 12 pagine tipo dio salvi la patria e tanto meno gli stati senza costituzione , ove non esiste un vero diritto pubblico,
2) il sistema proporzionale è il più rappresentativo,
3) la preferenza unica permette di scegliere, ci sono problemi vedi clientelismo ma rimane l ‘ opzione migliore,
4) i partiti devono ritornare partiti di idee e non di potere o partiti personali con bilanci pubblici certificati, con regolamenti normati da leggi dello Stato,
5) non esiste in assoluto il sistema elettorale migliore anche se il proporzionale è preferibile, quindi è buona cosa una correzione del maggioritario del 25% sia alla Camera che al Senato (quindi collegi uninominali con doppio turno) e rimane anche la variabile clientelismo se il collegio è piccolo qualcuno in italia letteralmente se lo compra (!!), No al premio di maggioranza.
Se il popolo italiano si divide nonostante il 25% del maggioritario in misura parinon potendo eleggere ( non nominare un governo) si ritorni al voto quante volte necessario. E se come in Emilia Romagna regionali vota il 35% si annulli la votazione e si ritorni a votare !! (Votare non fa male alla salute).
Antonio Guerva
Facciamo un po’ di conti a sinistra dopo il referendum, di S. Valentini

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Quasi tutti i commentatori e molti politici che pascolano, nonostante il No al 60%, tranquillamente nelle televisioni e in tutti i media possibili, fanno molta fatica ad ammettere che questa non è la stata la vittoria del popolo sul “palazzo”, dominato dai poteri forti, italiani, europei e internazionali, a cominciare dall’alta finanza, bensì, avvertono, è stata la vittoria di 5 Stelle, della Lega, del populismo. Ora occorre porre subito riparo, contrastare adeguatamente l’eversione populista, questo movimento “anti-sistema”. Ma le cose stanno veramente così?
Dallo studio dei flussi elettorali emergono alcuni dati significativi. Tre sono quelli che mi hanno più colpito, al di là delle tante chiacchiere.
Il primo, 25 elettori su 100 del Pd hanno votato No; il secondo, 16 elettori su 100 di Forza Italia hanno votato Si, non compensando le perdite del Pd a sinistra, verso il No delle ragioni appunto della sinistra: Il terzo, la stragrande maggioranza dei giovani e della popolazione in età media hanno votato No, il Sì prevale, di poco, solo tra gli elettori oltre i 64 anni. Questo sta a significare che la proposta di “cambiamento” dell’Italia avanzata da Renzi ha ottenuto consensi soprattutto tra gli anziani e i pensionati e che la sua famigerata “maggioranza silenziosa” altro non è che una minoranza molto rumorosa, dal momento che il 64% degli incerti e di quelli che in questi anni non sono andati a votare hanno espresso un chiaro voto per il No e non credo che siano tutti attratti dal “populismo” di 5 Stelle o della Lega.
Emerge dall’analisi del voto un dato politico che pochi dicono e mettono in evidenza: il ruolo decisivo della sinistra nel successo per il No che si può quantificare tra il 12 e il 16 per cento, non mi pare poco! Ed è da questo dato che occorre ripartire per ragionare sul futuro della sinistra e di conseguenza del Paese. Si dice che Renzi ha un omogeneo 40%. Anche questo è un dato non esatto. Il Pci di Berlinguer prese al referendum sulla scala mobile il 47% e lo perse per il disimpegno della destra migliorista, a iniziare da Napolitano, e prese subito dopo nelle elezioni politiche il 27%! Attenzione dunque, per tutti, a riportare il voto dei referendum sul eventuale orientamento politico degli italiani. Questo ragionamento, ovviamente, vale per tutti, quindi anche per la sinistra. Per questo parlo di un 12/16 per cento potenziale. La questione è come trasformare questo bacino elettorale sul referendum in un voto chiaramente di sinistra.
Credo che per questo obiettivo occorrano che si realizzino alcune condizioni; in mancanza delle quali il rischio è ripercorrere strade già battute, di andare incontro ad altre sonore sconfitte e brutte delusioni.
La prima. Occorre costruire un nuovo soggetto politico, non una semplice lista elettorale; un nuovo soggetto politico che non sia però la sommatoria soprattutto del ceto politico esistente a sinistra. La sommatoria infatti somma le debolezze, non dà forza, nuova linfa. E un soggetto politico lo si costruisce avviando da subito un percorso costituente dal basso verso l’alto, non con gruppi dirigenti locali e nazionale già precostituito. Per questo, come sostiene il Sindaco di Napoli De Magistris, bisogna partite dai territori, dalle realtà di movimento, da chi in questi anni ha condotto appunto sul territorio battaglie importanti per la pace, il lavoro, i beni comuni, la tutela dell’ambiente. Una fase costituente di cui eventualmente la lista elettorale è un passaggio e non l’approdo.
In questo processo, seconda condizione, è necessario coinvolgere tutti, tutti quelli che ci stanno, senza pregiudizi, ad iniziare da chi ricopre responsabilità importanti, dirigenti sindacali e dell’associazionismo, amministratori locali e regionali, intellettuali.
La terza condizione, non meno importante, è quella di avere una linea chiara in grado di candidare la sinistra come forza credibile al governo del Paese, di essere alternativa al centrodestra, a 5 Stelle e a qualsiasi tentativo di rivincita del renzismo di riproporci l’avventura neocentrista del partito della nazione. Non abbiamo bisogno di una sinistra identiraria chiusa nel suo recinto, ancora una volta minoritaria che si accontenta del solito 3 per cento, ma abbiamo bisogno di una sinistra che mentre si costruisce e si rafforza, nel vivo della lotta e con un robusto radicamento sociale, costruisce un campo democratico e progressista con tutti quei soggetti politici interessati al suo progetto di non consegnare l’Italia senza combattere ad altri o magari nuovamente allo stesso Renzi. Per questo massima attenzione al dibattito e allo scontro in atto nel Pd; là c’è un pezzo non irrinunciabile al nostro progetto.
Una domanda è però d’obbligo. Sarà capace il ceto politico che oggi a in mano le sorti future della sinistra italiana a fare tutto ciò? Questo è il vero punto di domanda. Senza questa condizione continueremo a vivacchiare nella marginalità del dibattito politico, Ad accontentarci magari di aver migliorato la nostra percentuale elettorale passando dal 3 al 4 per cento mentre il potenziale del nostro bacino elettorale come ci dice il referendum è a due cifre. Emergerà a sinistra una nuova leadership in grado di compiere questo salto di qualità. Questa è per l’oggi la scommessa politica.
Alessandro Valentini
La legge di bilancio ignora le politiche abitative, di M. Pasquini

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La legge di Bilancio che sarà approvata oggi al Senato con il voto di fiducia (ad un governo dimissionario) ci consegna una legge di bilancio che a mia memoria, per la prima volta non contempla nessuna, nessuna, nessuna norma che abbia anche solo superficialmente a che fare con le politiche abitative.
Zero euro per programmi di aumento di offerta di alloggi a canone sociale. Zero euro per il fondo contributo affitto, in assoluta continuità con la legge di stabilità per il 2016. Fondo morosità incolpevole che dai circa 60 milioni di euro del 2016 viene ridotto a 36 milioni di euro (ovvero un contributo, per i soli sfrattati per morosità del 2015, pari a circa 50 euro mensili).
In questo modo il Governo condanna per i prossimi tre anni le 700.000 famiglie collocate nelle graduatorie a continuare ad abitare le graduatorie, senza alcuna prospettiva.
In questo modo si condannano le 350.000 famiglie che avevano diritto al contributo affitto al baratro dello sfratto per morosità per l’azzeramento del contributo affitto.
In questo modo si condannano le circa 60.000 famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto per morosità, e che avrebbero il diritto a ricevere un contributo di 12.000 euro per stipulare un nuovo contratto ed uscire dallo sfratto, a subire l’onta di poter, al massimo e per una parte minoritaria di loro ad avere un contributo medio mensile di circa 50 euro per uscire dallo sfratto per morosità.
Quanta miserevole e sciatta politica vedo in Italia.
Ma non è solo il Governo che segna una assoluta indifferenza sulla questione abitativa e sul livello di precarietà raggiunta, a ruota Regioni e Comuni, nessuno escluso, perseguono la stessa strada.
Avanti con l’ipocrisia sparsa a piene mani l’importante è fare il presepe con due palestinesi, coppia di fatto e baraccati che esprimevano una speranza, che oggi le amministrazioni, centrali e locali, fanno morire.
Massimo Pasquini (Segretario nazionale dell’Unione Inquilini)
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