Costituzione italiana

Il lavoro al tempo del PD, di C. Baldini

Postato il

baldini claudia 4

.

Ci voleva la cosiddetta sinistra al governo per distruggere l’equilibrio delle parti che fanno ‘lavoro’
Oggi sentiamo imprenditori che, a parole, appaiono suadenti, gentili, sempre sorridenti. Ne hanno ben motivo: dopo la ‘Riforma del lavoro’ (occhio alle riforme renziane!!) fanno quello che vogliono. Non c’è limite, non c’è controllo.
Dal non assumere se hai una tessera sindacale o se non garantisci di non volere figli o se non accetti i voucher, al poter licenziare dopo tre anni e riassumere per godere degli sgravi fiscali a pioggia.

La Riforma ha fatto regredire i diritti del lavoratore al primo dopoguerra , sempre sotto ricatto di licenziamento, creato lavoratori ‘schiavi’ che accettano di tutto pur di lavorare. Ad ogni ingiusta decisione del governo , invochiamo scioperi e mobilitazioni. Non è facile mobilitare lavoratori quando sono ricattati, sono finiti i tempi dei grandi sacrifici, anche perchè son finiti i tempi dei grandi sindacalisti. E un sindacato come la Cgil, che pure rimane il solo ancora ad alzare la voce, è scivolato arrampicandosi per i gradini del palazzo.

E se non c’è qualcuno che ti chiama , che dice dei no, che ti esorta a lottare, ti senti solo. Tante le tessere sindacali non rinnovate, ma è bene, pur criticando e lottando per cambiare le cose, ricordare che il sindacato siamo noi.
Noi dovremmo andare a protestare contro patti non graditi. Non ridare la tessera. Farci sentire. Se muore la Cgil, è più dura per tutti. Avremmo dovuto non mollare la lotta contro la Riforma del lavoro . Cofferati non l’avrebbe mollata. Ma Cofferati si è anche sempre reso interprete dell’autonomia dal partito.

E’ indubbio che c’è uno scadimento nella formazione di una dirigenza cresciuta all’interno del palazzo rispetto a chi aveva anche lavorato nel mondo reale. Si instaura un rapporto di fiducia diverso con gli iscritti. E si capisce di più quando si deve proseguire con ogni mezzo la lotta. La lotta che pone in modo arbitrario e contro i lavoratori , una legge che in un mese ha spazzato via lotte di anni.
E a poco serve, per ridare fiducia, proporre referendum e legge per recuperare lo Statuto.

Chiunque può vedere che cosa è diventato lavorare al tempo di Renzi. Ma potrei dire al tempo del PD, perchè tutti hanno votato il jobs act, tutti hanno votato la riforma indecente della scuola, tutti hanno votato i tagli alla sanità e tutti voteranno l’Ape.
Che poi si oppongano forse alla Riforma Costituzionale mi fa piacere , ma non mi fa mutare il giudizio. E questo scivolamento netto a destra era già in embrione alla nascita del PD, fusione che stranamente ha fatto soccombere la parte maggioritaria e prevalere la parte democristiana.

Per questo io sarei più favorevole a lavorare a sinistra e buttarsi a ricostruire una Sinistra unitaria, più che a pensare a continuare un centro sinistra-destra con il PD. Perchè il PD è qualcosa che non contiene più i buoni semi della sua tradizione ma è ‘contaminato’ fortemente da valori opposti. Ed un piccolo partito di sinistra che ponga come centro della sua strategia ancora l’alleanza col PD è destinato a diventare PD per sopravvivere.

Ne vediamo le applicazioni nei consigli regionali dove nulla distingue l’operato di Sel da quello del PD. Perchè quando fai un’alleanza non c’è mai scritto che accettaeranno il jobs act o la deforma della scuola o i tagli alla sanità. Ci sono solo buone cose nei programmi elettorali.

Allora è meglio pochi ma buoni. E se son buoni, cresceranno.
Intanto votiamo NO.
Ma pensiamo anche a come proporci ad un Paese che vota NO alla Deforma Costituzionale e alle Trivelle. Perchè che si vinca o si perda o non si raggiunga il quorum come per le trivelle, sono tanti che dicono NO a questo modo di governare.

Claudia Baldini

Annunci

Scuola che fare? di L. Garofalo

Postato il Aggiornato il

scuola-elementare
.
Da poche ore sono stati ufficializzati gli esiti della mobilità interprovinciale nella scuola e mi pare che ci sia chi esulta per il trasferimento ottenuto nelle vicinanze di casa propria (avendone tutte le ragioni, ovviamente), attribuendo i meriti al MIUR ed al ministro Giannini, di fatto già santificata. Ciò è un torto, nel senso che è un ragionamento errato e deviante: un diritto non può essere spacciato come un favore elargito arbitrariamente, a discrezione di qualche “santo”, per quanto potente esso sia.
Insomma, se hai raggiunto finalmente lo scopo della tua vita, la tanto attesa ed agognata stabilità professionale e persino la vicinanza della sede lavorativa, questo risultato non è certo ascrivibile al governo in carica, ma è evidentemente un tuo diritto finalmente riconosciuto e a lungo negato. Nel contempo, ci sarebbe da obiettare che la presunta “stabilità lavorativa” è ormai un miraggio proprio a causa della legge 107/2015, che ha di fatto precarizzato il ruolo docente, inquadrando la categoria nei famigerati Piani Triennali dell’Offerta Formativa, allo scadere dei quali il DS potrebbe anche non confermarti, ovvero dichiararti in stato di esubero o non più funzionale alle esigenze della scuola in cui hai prestato servizio fino ad allora.
È a quel punto che si prospetterebbe un’amara destinazione: finire nei famigerati “ambiti territoriali”, una sorta di calderoni da cui i presidi e gli Uffici Scolastici andrebbero ad attingere il personale di cui hanno bisogno come se fosse un “mercato delle vacche”. A ciò si aggiunga la controversa questione della “premialità” dei “più meritevoli” tra i docenti, in base a meccanismi o a criteri fissati dai “comitati di valutazione”, che non tengono affatto in considerazione il valore dell’insegnamento svolto in classe, nella misura in cui esaltano e privilegiano ben altri valori ed altre prerogative, per lo più funzionali alla politica promossa dal preside nella propria scuola. Perché, se non si fosse ancora compreso, è appunto di questo che si tratta: di politica, concepita soprattutto in termini clientelari, ovvero di gestione aziendalista, manageriale, affaristica della scuola, di corruttele, malaffare, favoritismi, assistenzialismi. Altro che efficientismo, meritocrazia ed altre simili baggianate, che sono fiabe per i bimbi.
Dunque, che fare? È il quesito che mette in difficoltà o in imbarazzo soprattutto chi è onesto intellettualmente. Potrei cavarmela rispondendo in modo evasivo, senza sciogliere il nodo cruciale posto dal fatidico interrogativo, che è un nervo scoperto. Rispondo sinceramente: non lo so. Se servisse scendere in piazza, manifestare, lottare, credo che converrebbe farlo. So che la famigerata “buona scuola” è in vigore, malgrado gli scioperi e le proteste (vane) del mondo della scuola.
I burattinai hanno verificato che la nostra “reazione” non sarebbe durata a lungo e che fosse un fuoco di paglia dei sindacati di categoria. Infatti, le proteste, le polemiche esternate con gli strumenti a nostra disposizione, soprattutto Internet e i social, le assemblee auto-convocate, le manifestazioni di piazza sfidando le forze dell’ordine in assetto antisommossa, tutto ciò non è servito a nulla. Le nostre lotte e le nostre proteste non sono servite ad arrestare gli infami propositi del governo e di chi lo sponsorizza. La legge 107/2015 è ormai una triste realtà con cui occorre fare i conti: la “chiamata diretta dei presidi” è passata sotto spoglie neanche tanto mentite: “chiamata per competenze”.
Il “merito” è un nome sostitutivo con cui si premieranno i servi e i leccapiedi.
Per cui ritengo che convenga restare vigili nei collegi dei docenti, pronti a reagire, magari creando un fronte unito e compatto nel corpo docente. Se possibile. Ed è esattamente questo il principale elemento di criticità e vulnerabilità della categoria docente: l’assenza di coesione interna, di solidarietà corporativa. Nelle alte sfere del potere lo sanno. Come lo sanno i presidi, che su tale punto debole insistono. Sanno che ci possono dividere facilmente, innescando contese miserabili, litigi come quelli tra i capponi di Renzo (o Renzi) nei Promessi Sposi. Basta ventilare premi di pochi spiccioli in più.
Lucio Garofalo

La Costituzione di Lelio Basso, l’eguaglianza possibile e l’attacco ai nostri diritti, di M. Zanier

Postato il Aggiornato il

foto

.

Attribuiva grande valore al movimento di resistenza non solo perché aveva combattuto per la libertà e la giustizia ma perché essendo stata una lotta di popolo aveva promosso la partecipazione delle masse alle scelte politiche del Paese”. Così Aldo Aniasi [1], partigiano in Valsesia e nella Repubblica dell’Ossola, dirigente socialista di livello e poi sindaco di Milano inquadrava un aspetto centrale del pensiero di Lelio Basso.

Resistenza, lotta di popolo, partecipazione delle masse possono sembrare a noi oggi cose circoscritte nel tempo della guerra di liberazione e lontane dai nostri giorni ma invece costituiscono ancora l’intelaiatura di alcuni articoli molto importanti della nostra Costituzione, il n. 3 e il n. 49, che proprio Basso ha contribuito in modo determinante a scrivere e costruire nella loro forma definitiva.

Come ha detto lucidamente Stefano Rodotà[2]: “Contraddizione e conflitto, e partecipazione dei lavoratori, ci conducono così al capolavoro istituzionale di Basso (assistito dalla fiduciosa sapienza giuridica di Massimo Severo Giannini): all’art.3 della Costituzione, e soprattutto a quel suo secondo comma sull’eguaglianza sostanziale che innesta sul tronco istituzionale la contraddizione sociale, che forza le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione. Si precisano così le modalità dell’intreccio tra lotta politica e strumenti istituzionali, e il ruolo di questi strumenti nel processo rivoluzionario”.Chiarendo senza possibilità di dubbi quello che Basso immaginava col termine “rivoluzionario”: “Un processo le cui caratteristiche diventano più chiare nel momento in cui il riferimento alla legalità non allude ad un “dopo”, ad una legalità rivoluzionaria che si pone come momento terminale, successivo alla presa del potere realizzata per vie diverse, ma diventa una delle componenti essenziali di una lotta politica e sociale, qualificando così modalità e caratteri di quel processo.”

La commemorazione di Stefano Rodotà, è chiaramente più ampia di questi pochi passaggi, abbraccia un periodo più vasto che comprende l’impegno di Basso nell’Assemblea Costituente, ma anche il suo contributo nel 1976 alla stesura del documento fondante del diritto delle Nazioni Unite, la cosiddetta Carta d’Algeri, in cui lui individua un legame sostanziale tra la rimozione degli ostacoli materiali per l’individuo indicata nell’art. 3 della Costituzione italiana e quelli per i i popoli nella carta del 1976. E questo ci riporta al momento iniziale del nostro ragionamento, alle parole del partigiano Aldo Aniasi che vedeva nel socialismo di Basso un processo in divenire per portare attraverso la lotta di popolo le masse alla partecipazione democratica del potere.

Ma chi era in quegli anni Lelio Basso e cosa aveva significato il suo pensiero negli anni precedenti la lotta di liberazione e la Resistenza? La domanda non è delle più semplici ma è estremamente importante perché ci permette di ricostruire le origini di un’elaborazione teorica tra le più significative del Novecento che tanto ha influenzato negli anni successivi gli sviluppi e l’affermazione di una politica di classe che è stata uno degli aspetti migliori del socialismo italiano del dopoguerra.

Tra i molteplici studi che si sono susseguiti negli anni su di lui, segnalo per tanti motivi l’ultimo ampio lavoro di Chiara Giorgi[3]che ne ricostruisce il percorso dalla sua formazione alla costruzione passo dopo passo della nostra Carta costituzionale nei lavori dell’Assemblea Costituente.

Basso, che apparteneva alla generazione di Piero Gobetti, Rodolfo Morandi e Carlo Rosselli, ossia di coloro che sentivano sulle loro spalle il peso e la responsabilità di una generazione da reimpostare seguendo gli insegnamenti di Antonio Labriola e Rodolfo Mondolfo, fin dai primi saggi negli anni Venti ha espresso una consapevolezza rara del dover dare vita ad un processo che facesse rinascere su basi nuove il socialismo italiano partendo sia da una lettura attenta dell’opera di Marx che dalla necessità di registrare la coscienza di classe del proletariato. Fin da questi primi scritti, il cammino delle masse proletarie si configura come una pressione del lavoro sul capitale e della classe lavoratrice sullo sviluppo della grande industria. Negli anni insomma dell’affermazione vittoriosa e tronfia del fascismo, con la negazione dei diritti essenziali ed il controllo del regime sulla classe operaia, Lelio Basso, afferma che “il socialismo dev’essere non solo lo sbocco cosciente della rivoluzione proletaria, ma anche la realizzazione del pensiero filosofico del proletariato”. Saranno queste le premesse dell’antifascismo di classe degli anni Trenta, quel Centro socialista interno diretto da Rodolfo Morandi e costruito clandestinamente con Eugenio Colorni, Lucio Luzzatto ed Eugenio Curiel che avrebbe impostato, con maggiore consapevolezza del gruppo di Giustizia e Libertà ormai falcidiato dal regime, le premesse di classe della futura Resistenza e della collaborazione tra socialisti e comunisti per la creazione di un futuro democratico del Paese.

È questo il terreno da cui nasce e si sviluppa in lui la necessità di fare posto alla partecipazione popolare alla democrazia unita alla tutela dei diritti inviolabili della persona umana nell’ordinamento del nuovo Stato italiano. Per questo si batterà con successo nell’Assemblea Costituente per costruire l’impianto dell’articolo 3 e dell’articolo 49 in relazione a quanto espresso nell’articolo 1, ossia normare l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e la loro possibilità di associarsi liberamente per partecipare alle scelte politiche della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Se entriamo ora nelle pieghe della scrittura della Carta costituzionale, diventano ancora più appassionanti le sue posizioni e le sue battaglie per far passare i principi del socialismo e del rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo, visto come parte di un insieme di lavoratori che hanno il diritto di trasformare progressivamente i rapporti di forza che ancora determinano l’esclusione dai processi decisionali.

L’articolo 3

Tutti conosciamo, credo, il testo dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ma dietro questo articolo forse non molti di noi sanno quanto lavoro c’è stato da parte dei costituenti ed in particolare di Lelio Basso, che è riuscito a fare affermare alla nostra Costituzione che non si realizzerà l’uguaglianza affermata nel primo comma (“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) , se lo Stato italiano non avrà rimosso gli ostacoli che impediscono ai suoi cittadini di avere la sostanziale uguaglianza (comma due).  Ed essendo in contrasto il comma due (ci sono ostacoli da rimuovere per realizzare l’uguaglianza ) col comma uno (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge) esiste nell’art. 3 la concezione dei rapporti di forza sociali da modificare progressivamente in uno Stato democratico, di chiara derivazione marxista, che Basso espresse più tardi [4] con queste parole: “riconosce che in Italia c’è un ordine sociale di fatto che è in contrasto con l’ordine giuridico”.  Se la definizione dell’eguaglianza sostanziale che spetta di diritto ai cittadini si configura come un processo in divenire, è anche la critica della definizione di “uomo naturale e isolato” che il suo contributo in Assemblea costituente contesta, affermando che la persona è al centro dei rapporti umani e sociali e si afferma all’interno del contesto sociale. Ed  anche questo è evidentemente un concetto di derivazione marxista che lui porta dentro la legge fondamentale del nuovo Stato italiano.  Non si capisce la portata delle affermazioni contenute nell’art. 3 se non si tiene presente la visione politica complessiva di Basso che nel 1947 [5] espresse con queste parole: “Noi pensiamo che la democrazia si difende […] non cercando di impedire o ostacolare i poteri dello Stato, ma al contrario, facendo partecipare tutti i cittadini alla vita dello Stato […]. Solo se noi otterremo che tutti siano effettivamente messi in condizione di partecipare alla gestione economica e sociale della vita collettiva, noi realizzeremo veramente una democrazia”.

L’articolo 49

L’altro articolo della nostra costituzione sul quale dobbiamo soffermarci è il 49, che recita:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

 Anche qui l’impegno di Basso è stato fondamentale e già da una prima lettura se ne può scorgere il nesso profondo con quanto sancito dall’art.3. Ma nondimeno è legato strettamente con quanto scritto nell’art. 1, secondo cui la sovranità appartiene a tutto il popolo.  È con il riconoscimento ai partiti del ruolo di strumenti democratici per determinare la partecipazione della democrazia, si badi bene, a tutti i partiti, non solo quelli al governo ma anche quelli all’opposizione che in questo articolo si rende manifesto quanto espresso nell’articolo 1 legando ad essi la sovranità popolare, il carattere democratico della forma repubblicana, il riconoscimento di partecipare tutti con le proprie idee e convinzioni politiche alle scelte del governo ed alle osservazioni dell’opposizione, perché entrambe portate avanti da partiti che sono riconosciuti dalla nostra Costituzione perché espressione della libera associazione dei cittadini (che l’articolo 3 afferma essere tutti uguali davanti alla legge senza distinzioni e dunque tutti in grado di esprimere una propria idea politica e di partecipare delle scelte dello Stato). Per Basso i partiti consentono di superare la vecchia logica de sistema parlamentare di impostazione liberale, perché esprimono “le differenze effettive del popolo reale”. Sono i partiti, banditi ricordiamolo sempre dal regime fascista contro il quale i nostri costituenti hanno lottato e Basso con loro, i massimi garanti che questa unitaria volontà corrisponda quanto più possibile agli interessi della popolazione. Sono essi il tramite fra la sovranità popolare riconosciuta dall’art. 1 quale fondamento dello Stato italiano e gli organi deputati a realizzare la sua volontà in forma di legge.

La riforma Renzi- Boschi ed il ruolo dei socialisti

Ricostruito il percorso che ha portato il massimo costituente socialista ad inserire nella Carta costituzionale il riconoscimento dell’inviolabilità dei diritti di ogni cittadino ad esprimere una propria opinione, il ruolo dello Stato che riconoscendo l’esistenza di un ordine sociale difforme da quanto affermato come diritto inviolabile di tutti si deve impegnare a rimuovere gli ostacoli che vi si frappongono, il ruolo dei partiti come espressione massima della volontà popolare e portatori delle diverse istanze della gente che vive quotidianamente le difficoltà più diverse e vuole contribuire col voto a determinare le scelte politiche nazionali dei singoli governi, come potrebbe essere possibile che i socialisti oggi sostengano le ragioni della riforma Renzi-Boschi che di fatto toglie la voce alla gran parte dei cittadini, non riconosce valide e degne di nota le opinioni differenti dal partito che con una risicata maggioranza potrebbe controllare l’intero Parlamento, stravolto peraltro nella sua forma e nelle sue funzioni dall’abolizione di fatto dei contrappesi necessari presenti nella formulazione di una Camera e di un Senato con pari dignità giuridica ed introduce parlamentari nominati direttamente dal Presidente del Consiglio?  Per me tutto questo se per un comune cittadino è inaccettabile, deve esserlo a maggior ragione per chi si definisce nel socialismo, nei suoi principi, nei suoi obiettivi, nel suo orizzonte di trasformazione sociale complessiva attraverso passaggi graduali ed il metodo democratico del confronto delle idee diverse.

Per mantenere la democrazia in Italia, continuare a far sentire ciascuno la nostra voce, confrontarci sui problemi reali e trovare delle soluzioni possibili, al Referendum di ottobre diciamo NO all’attacco del governo Renzi ai nostri diritti in nome della nostra bella inimitabile Costituzione, amata e studiata in tante parti del mondo.

Marco Zanier.


[1] Aldo Aniasi, “Maestro di socialismo”, intervento pubblicato in “Lelio Basso”, edizioni Punto Rosso 2012, p. 137

[2] Stefano Rodotà, “Vocazione costituente” (estratti dal discorso commemorativo tenuto il 15 novembre 1988 presso la sala Zuccari del Senato della Repubblica) ora in “Lelio Basso”, ed. Punto Rosso cit., p. 47

[3] Chiara Giorgi, “Un socialista del Novecento. Uguaglianza libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso”, Carocci editore, 2015

[4] Lelio Basso, “Interventi”, a cura di F. Livorsi, “Stato e Costituzione”, atti del convegno organizzato dalla Fondazione Basso- ISSOCO e dal Comune di alessandria, Marsilio, 1977, p. 130

[5] Lelio Basso, AC, A, 6 marzo 1947

Le ragioni del NO. Considerazioni su una riforma che non si poteva fare, di R. Culatti

Postato il Aggiornato il

costituzione 3

.

Ho espresso più volte il mio dissenso radicale sulla riforma costituzionale, da molti costituzionalisti (per esempio Felice Carlo Besostri), denominata “deforma”, ancora di più se messa in relazione e connessa con l’italicum, la nuova legge elettorale, estremamente maggioritaria e lesiva del fondamentale principio di rappresentatività sancito dalla Costituzione.

Voglio chiarire che non m’importa nulla, perché di secondaria importanza, se al referendum confermativo, previsto per il prossimo autunno, accanto ai NO di principio, come il mio rivolti contro i contenuti di un nuovo impianto istituzionale, per giunta male espressi, ci saranno NO politici, cioè contro Renzi e la sua politica degli ultimi anni, per altro da lui istigati come reazione, quando ha trasformato il referendum in plebiscito pro o contro la sua persona.

In primo luogo, anche per me come per altri, ogni considerazione di merito sulla “deforma” e sull’italicum, per quanto fondata possa essere, perde di peso se messa a confronto con l’arroganza di un parlamento di usurpatori di democrazia, nominati od eletti con premio di maggioranza in attuazione di una legge elettorale poi dichiarata incostituzionale. Un parlamento, di conseguenza, sostanzialmente non rappresentativo e delegittimato, nonostante la Corte costituzionale, arrampicandosi sugli specchi, abbia concesso il placet alla sua sopravvivenza ed alla continuazione del potere di emanare leggi, evidentemente non preoccupata di evitare un’intera stagione legislativa fasulla, anche se produttrice di conseguenze giuridiche, che sarà castigata dalla Storia, oltre che dalla dottrina giuridica contemporanea, pressoché unanime sull’enormità di questa posizione fino a definire “devastante” il ricorso al principio di “continuità dello Stato”, ispiratore della Consulta, purtroppo senza la possibilità di individuare, a posteriori, strumenti per rimediare.

Aggiungo che il nostro è un parlamento di senatori e deputati, alcuni rinfrancati dal consenso della Corte, altri semplicemente spinti da una volontà usurpatrice, tutti (nessuno escluso) con la pretesa di elaborare e votare o far votare uno sconvolgimento radicale della Costituzione, che fu, nel 1947 (non si dimentichi!), frutto del lavoro di un’assemblea costituente rappresentativa del popolo intero. Non basta attenersi al rispetto della rigidità della Costituzione, sancito dagli articoli 138 e 139 della Carta del ’48, o dei principi riconosciuti dalla dottrina giuridica come inviolabili, per ritenere di avere mano libera per il resto, cioè per modificare radicalmente l’impianto istituzionale dello Stato. E ciò, ancora una volta, a prescindere dal merito, cioè dal contenuto e dalla portata delle modifiche, per altro anche errate nell’impianto normativo scritto.

La Costituzione repubblicana si può anche rivoluzionare e farne sostanzialmente un’altra, ma ciò è materia di competenza dell’intero popolo italiano; quindi da delegare ad un’assemblea costituente eletta con sistema proporzionale, in modo che tutte le istanze culturali e politiche siano rappresentate, in ragione diretta del loro peso numerico.

Roberto Culatti

Casa , ci dicono sempre : dove stanno i soldi? , di M. Pasquini

Postato il

Massimo Pasquini

A oltre trent’anni dalla prima legge sul condono edilizio, la 47/85 varata dal Governo presieduto da Bettino Craxi, in Italia rimangono ancora 5.392.716 domande da evadere: si tratta di poco più di un terzo rispetto al totale di quelle presentate, che ammonta a 15.431.707. Il dato emerge dal Rapporto del Centro Studi Sogeea, illustrato in Senato in occasione del convegno Trent’anni di condono edilizio in Italia: criticità, prospettive e opportunità.
Il dossier è stato redatto reperendo i dati di tutti i capoluoghi di provincia, di tutti i Comuni con una popolazione superiore ai 20.000 abitanti e di un campione ponderato e rappresentativo del 10% di quelli con popolazione inferiore a tale cifra.
Si può stimare che i mancati introiti per le casse del nostro Paese siano pari a 21,7 miliardi di euro. Il dato si ottiene sommando quanto non incassato per oneri concessori, oblazioni, diritti di istruttoria e segreteria, sanzioni da danno ambientale. Per dare un’idea più precisa dell’entità di tale cifra si possono fare alcune proporzioni: stiamo parlando di denaro equivalente a circa 1,4 punti del Prodotto Interno Lordo italiano oppure pari a due terzi della legge di stabilità 2015 o ancora in linea con il Pil di una nazione come l’Estonia.
Entrando nel dettaglio delle singole realtà territoriali, Roma è nettamente in testa alla graduatoria sia delle istanze presentate sia delle pratiche ancora da terminare. Per ciò che riguarda il totale delle domande, la Capitale ne conta 599.793 e precede Milano (138.550), Firenze (92.465), Venezia (89.000), Napoli (85.495), Torino (84.926), Bologna (62.393), Palermo (60.485), Genova (48.677) e Livorno (45.344). Sul fronte del numero delle istanze ancora da evadere, invece, Roma ne ha 213.185, vale a dire quasi quattro volte Palermo (55.459). Sul gradino più basso del podio troviamo Napoli (45.763), che si attesta davanti a Bologna (42.184). Più staccate Milano (25.384), Livorno (23.368), Arezzo (22.781), Pescara (20.984), Catania (20.249) e Fiumicino (20.055), unico Comune non capoluogo di provincia ad entrare nelle prime dieci posizioni. Solo lo 0,9% dei Comuni del nostro Paese non è stato interessato dalle richieste di sanatoria in materia di abusi.
Passando all’analisi dei mancati introiti per ciascuna delle voci da prendere in considerazione, si possono così suddividere: 10,3 miliardi di oblazioni (cifra da ripartire a metà fra Stato e Comuni e a cui vanno aggiunti 160 milioni alle Regioni in base alla Legge 326/03); 6,7 miliardi di oneri concessori; 1,5 miliardi di diritti di segreteria; 2,1 miliardi di diritti di istruttoria; 1,1 miliardi di risarcimenti per danno ambientale. Anche in questo caso, a livello di Comuni la graduatoria è nettamente capeggiata da Roma: la Capitale vanta circa 800 milioni di euro di mancate riscossioni.
Si possono aggiungere altre voci che vanno a incrementare ulteriormente una cifra già di per sé ragguardevole. Si può ipotizzare che circa il 30% delle quasi 5 milioni e mezzo di domande ancora da istruire darebbe luogo a un adeguamento della rendita catastale dei relativi immobili. Per i Comuni ne conseguirebbe un consistente aumento degli introiti derivanti ad esempio dalla tassazione riguardante Imu e Tasi.
Non solo. Si innescherebbe un volano virtuoso anche per i professionisti: gli studi di ingegneri, architetti e geometri si troverebbero di fronte a una mole di lavoro quantificabile in altri 11 miliardi di euro+IVA, con lo Stato che di conseguenza potrebbe contare su un ulteriore gettito di circa 2 miliardi di euro. E ancora. Si può stimare che per circa 540.000 immobili che devono ricevere la concessione edilizia in sanatoria verrebbe presentata domanda per rientrare nel cosiddetto Piano Casa: ne conseguirebbero altri 1,3 miliardi di euro di oneri concessori e un ulteriore notevole indotto per i professionisti del settore.
Portare a termine la lavorazione delle domande di condono ancora inevase e incassare le spettanze rappresenterebbe per i Comuni una preziosissima fonte finanziaria. Considerando la consistenza dei tagli lamentata spesso dagli enti locali nei trasferimenti di denaro da parte di Stato e Regioni, le notevoli cifre di cui si è parlato potrebbero essere restituite ai cittadini sotto forma di servizi.
Lo stretto rapporto esistente, ad esempio, tra abusivismo edilizio e dissesto idrogeologico è di tutta evidenza ed è drammaticamente testimoniato da quanto accade in vaste zone del nostro Paese con cadenze sempre più preoccupanti. Quasi il 90% dei Comuni italiani è a elevato rischio di frane e alluvioni e addirittura 7 Regioni e 51 Province presentano un territorio a totale pericolosità idraulica. Ben 7 milioni di persone potrebbero trovarsi da un momento all’altro in condizioni di estrema insicurezza a fronte di fenomeni meteorologici di intensità leggermente superiore al normale”.
Va da sé la necessità di arrestare la cementificazione selvaggia del territorio e inasprire i vincoli paesaggistici e ambientali, ma concludere l’iter delle pratiche di condono consentirebbe anche di avviare una seria campagna di demolizioni di ciò che è stato costruito in spregio delle leggi e del buon senso. E ancora. Il denaro incassato permetterebbe ai Comuni di realizzare interventi che in certi territori possono cambiare totalmente le prospettive di vita di migliaia di cittadini: argini per fiumi e torrenti, canali di scolo per la pioggia, impianti idrovori, consolidamento della piantumazione.

Massimo Pasquini

Segretario nazionale Unione Inquilini

Quale socialismo oggi, di P. Gonzales

Postato il Aggiornato il

gonzales

Mi permetto di sottoporre le seguenti mie riflessioni sulla polemica sorta in merito alle candidature sui Municipi qui a Roma.
“Tutti gli strati sociali più vivi e dinamici della struttura cittadina chiedono che la futura gestione politico-amministrativa crei le migliori condizioni per realizzare un percorso diverso dal passato.
Ciò potrà realizzarsi attraverso la partecipazione attiva di tutte le componenti dello schieramento di sinistra e con la disponibilità, da parte della sua classe dirigente, ad ascoltare le idee, le proposte e le analisi che provengono dai vari settori della società romana quale espressione della coscienza democratica della città.
Il Partito Socialista romano intende continuare su questa strada e far corpo con l’azione politica delle altre componenti di sinistra per pervenire alla vittoria della tornata elettorale e poter amministrare la città per raggiungere un comune obiettivo: scrivere la nuova storia di Roma.
E’ nostro impegno primario richiamare e soffermarci su tutti gli aspetti della vita e dei problemi cittadini in modo meticoloso e preciso.
Aspetti cittadini che riguardano, ad esempio: la salute, l’igiene, la cultura, il tempo libero, i rifiuti, l’assistenza, i servizi sociali, il verde e l’ambiente, i lavori pubblici, le politiche di solidarietà, l’assetto del territorio, i trasporti urbani, il rapporti con il personale comunale, i rapporti con le società partecipate e, soprattutto, l’impostazione del bilancio cittadino.

Cosa limita questo mio ragionamento?

Il limite riguarda il fatto che è opinione comune, oramai, che i compagni eletti nelle file del PD anche alle recenti consultazioni elettorali politiche non hanno un peso tale da poter incidere nelle svolte decisive del nostro Paese e della città.

E su questo noi militanti siamo spesso sollecitati a ricordare il contributo socialista, nel passato e nel presente, solo attraverso alcune figure e, per alcuni versi, solo attraverso due segretari: Bettino Craxi e Nencini.

Non è così care compagne e cari compagni!

Il Partito Socialista ha avuto tante figure di primo piano nel panorama politico socialista e nazionale. Abbiamo avuto non poche “leaderships” capaci di assicurare una elaborazione politica coerente con i valori socialisti.

Perché ricordare solo Craxi e Nencini?

Le battaglie di altri compagni quali Nenni, De Martino e Giacomo Mancini, straordinario protagonista della politica nazionale e della sinistra italiana che ha avuto la forza degli ideali, sono forse minori o da dimenticare?
Il nostro corpo di militanti avverte che la “centralità” socialista è presente e non può essere messa nel dimenticatoio dei volumi di storia o essere riferita a pochi suoi segretari.

In ogni occasione del passato il PSI è stato in grado di dare risposte adeguate e democratiche avanzate alle crisi che il Paese ha attraversato nel mentre, oggi, altre forze politiche fanno in modo di avere i nostri voti, ma non il nostro contributo di idee e proposte anche attraverso il riconoscimento di candidature a livello di presidente di Municipi.

Una presenza concordata e ridotta di rappresentanti nelle liste quasi come ospiti e certamente in posti di “seconda scelta” non aiuta, ma non possiamo e dobbiamo solo limitarci a deboli opposizioni.

Questo è uno dei punti snodali che il PSI, romano e non, deve affrontare oggi se vuole raggiungere risultati tali da poter meglio posizionarsi nel panorama delle formazioni politiche che tendono a far si che i socialisti possano aspirare solo ad un ruolo comprimario, al premio di rappresentanza e, soprattutto, a non essere più portatori di voti per il Partito socialista stesso.

L’autonomia politica si conquista con le azioni quotidiane e non si chiede l’autorizzazione per poterla rappresentare.

I compagni Nenni, De Martino e Mancini (e in particolare quest’ultimo) al di là della percentuale che il PSI esprimeva a livello elettorale e parlamentare, non mi risulta abbiano mai chiesto a nessun altro partito o ai compagni socialisti (segretari o non) all’interno del PSI stesso, l’autorizzazione o il permesso a rappresentare le loro idee e le loro proposte in modo autonomo.

Ci vuole coraggio, fermezza e convinzione nelle proprie idee e le compagne socialiste ed i compagni socialisti sono abituati al dibattito sulle idee e alla libertà di pensiero.

Facciamo in modo che si apra un confronto politico ampio con il PD e con il suo candidato sindaco che, se non erro, ha accolto con grande soddisfazione e disponibilità il nostro apporto in un pubblico dibattito organizzato da noi socialisti.

Se non è di parola in questa fase sarà difficile che possa mantenere la parola data nel momento in cui sarà stato eletto sindaco con i voti socialisti.

E’ bene rifletterci, compagne e compagni, e questo è il mio invito verso tutti: dirigenti e militanti.

Paolo Gonzales

Attacco alla Costituzione, una lunga storia, di L. Canfora

Postato il

luciano canfora

L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).

Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).

Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.

Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».

L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.

La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.

Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.

Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto monarchico.

La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.

Luciano Canfora

articolo pubblicato sul quotidiano “il manifesto” e consultabile al link http://ilmanifesto.info/attacco-alla-costituzione-una-lunga-storia/