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L’impatto liberista, di C. Baldini

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Dagli anni ’90 in poi è subdolamente cambiata la civiltà del vivere, del convivere e la faccia della democrazia, reale. Quando l’ unico metro di valutazione divengono il Pil e le borse, significa che dal lato economico si scatena la corsa al Pil , aumentando competitivita, indipendente dal degrado della qualità della vita e dall’altra non si ha interesse a reinvestire in economia ma la si delega in perdita alla gestione politica.
Subdolamente perché i più speravano che solo la classe operaia dovesse come al solito pagare ed invece grazie alla crisi finanziaria indotta, tutte le categorie stanno soffrendo. Tutti coloro che non hanno accesso alle informazioni che contano, non possono arricchirsi o sopravvivere mediante clic che spostano le regole del gioco al giusto potere.
Quindi diviene meno importante produrre beni o servizi per investire e dare economia reale, piuttosto che aggiungere ricchezza a ricchezza.
E non importa se quel clic manda un Paese fallito o in dittatura, finché rende va bene.
Non è che la trasformazione sia giunta di improvviso , preparata per tempo dalla decisione Usa dell’accorpamento banca commerciale – banca affari. Veniva li a Bretton Woods sancito l’impiego del risparmio per investimento finanziario. Cadeva quindi due capisaldi dell’ economia reale : il credito territoriale e il possesso delle azioni industriali per sostenere le imprese nella loro crescita. Un patto insostituibile per lo sviluppo di un Paese: io compro azioni Fiat perché aiuto il lavoro per tutti. Ora compri e vendi per speculare, al di là della rappresentatività dell’azione. È un po’ come giocare alla roulette rossa sulla sopravvivenza di una economia e dei suoi addetti.
Non è un caso che Sanders pretenda la separazione bancaria, il rigido controllo della Fed sulle società quotate e la drastica limitazioni delle transazioni speculative. Difficile, sì, ma socialismo.
Dalla Cina all’ America, dall’ Europa agli Emirati Arabi, chi detiene leadership sulla Finanza globale, governa il mondo. È dallo scontro e convenienza tra essi che cadono governi, si fanno guerre per il possesso di aree di influenza, si usano dittatori, terroristi e false democrazie al fine di mantenere in equilibrio gli stessi poteri sulla pelle di chi non li ha. Non c’è infatti alcun motivo militare di continuare l’ accerchiamento da parte della coalizione alla Siria, se non quello di sottrarre influenza politica alla Russia. Una volta ci si minacciava con i missili, ora con il controllo del mercato. La strizzatina d’ occhio del fascista Erdogan a Putin è un avviso di sfratto alle 24 basi americane in Turchia. Il massacro dei Curdi ed ogni violazione dei diritti sono effetti collaterali. La posta è il controllo del mercato. E i terroristi nativi e foraggiati da Arabia Saudita e lasciati fare in Turchia sono uno strumento nello scontro di potere.
Anche la debole Europa,inetta e mediocre partecipa al piatto e al sistema attraverso i Ttp.
È ovvio che dovessero sparire le ideologie e la politica dovesse cambiare per non decidere. Perciò non abbiamo teste autonome ,potere politico, ma solo pedine politiche nello scacchiere internazionale. Lo stesso Obama, nonostante le buone intenzioni., ha dovuto soggiacere al mostro creato negli anni di Reagan , Bush e Thatcher.
In Europa non esiste un Paese socialista: la Grecia è alla gogna senza influenza e senza onore.
In Italia, dove abbiamo un Paese diviso tra pubblico,mantenuto col clientelismo, e privato con ogni diritto perduto, né il Pci del dopo Berlinguer, né la Cgil del dopo Cofferati che si è crogiolata nell’ identificazione col Pd, hanno valutato la portata di sconvolgimenti che venivano dalla globalizzazione. Si sono adeguati al concetto di massima competizione, pensando alla qualità decisamente scartata a favore del basso costo.
Non mi spiego diversamente la calata di braghe di D’Alema, Fassino, Chiamparino inquadrati nel New deal malefico della fusione a freddo veltroniana. Fusione con chi questo mercato globale lo incensava, avendo il capitalismo fissato nel suo DNA. Tutto ciò ha portato da Treu, Biagi in poi ad accordi disattesi da difendere con lotte continue per farli rispettare. E Cgil , anche isolata, si è riparata nel Pd, dopo il 2008, con un silenzio assenso colpevole e traditore dei suoi valori. Abbiamo perso il contatto con il degrado culturale e sociale nelle fabbriche, negli uffici. E come al solito bersagliati anziché sorretti a ricompattarsi e porsi riferimento per la difesa dei diritti ci siamo ripiegati sulle singole difese aziendali e sui soli contratti. Pare che qualcosa cambi , ma è molto tardi.
Nel pubblico dopo un perdurare ancora di clientelismo, è precipitato tutto. Niente contratti, furbetti a volte difesi, dirigenti intatti.
Abbiamo ancora la forza e il coraggio di cambiare il nostro palazzo per tornare alla lotta? Non so, ma non c’è scelta è non perché spariamo noi, ma perché nessuno è ora più in grado di noi di tentare.
L’ultima nefandezza del Jobs act ha allargato la faglia tra la dirigenza e la base. Anche qui solo Landini e pochi altri hanno capito. Basta analizzare bene come il Jobs act sia un atto pro poteri forti del mercato. Si è interrotta la fidelizzazione del lavoratore con il suo posto di lavoro che non significava solo stabilità, ma attaccamento e collaborazione. Ha rotto un modesto equilibrio di poteri tra impresa e lavoratori faticosamente conquistato, lo tiene perennemente sulla porta di uscita.
Da Pomigliano in poi con l’ appoggio politico e dei sindacati soliti, Marchionne rappresenta sul mercato dell’usato auto la mano della Finanza e ancora il pd lo loda.
Bisogna tornare all’ origine. Non so come.
E la sinistra non ha finito il suo ruolo. Ma anche qui è sfacelo. Ovviamente,venendo a mancare dalla sinistra il partito maggiore in politica di destra impegnato con ominicchi e furbetti è normale. Quello che non è normale è avere gente che si dice di sinistra, ma vuole alleanze con Verdini.
Non vedo una grande volontà di tentare, di unirsi di rendersi credibili. In fondo dobbiamo trarre forza e unità da chi ripartì dopo la Resistenza anche se era più semplice. Volendo, ora, abbiamo maestri e strumenti culturali alle spalle da far prevalere sui piccoli uomini che abbiamo dentro
In fondo giochiamo il futuro di un Paese che potrebbe anche dare una svolta in Europa.
Claudia Baldini
Mozione dell’Unione Inquilini al Comune di Roma
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Ai Consiglieri Comunali di Roma Capitale
Proposta di Mozione di indirizzo al Sindaco e alla Giunta comunale: per politiche abitative strutturali nel Comune di Roma Capitale .
l Consiglio comunale di Roma Capitale
premesso che i dati forniti a maggio 2016 dal Ministero dell’interno relativi agli sfratti del 2015 dicono che a Roma nel solo 2015 sono state emesse 7274 sentenze di sfratto e di queste ben 6612 motivate da morosità incolpevole, le richieste di esecuzione con la forza pubblica sono state 9975 e gli sfratti eseguiti con l’ausilio della forza pubblica sono stati 3030, pari a 10 sfratti al giorno; a Roma secondo il Ministero dell’interno nel solo 2015 è stata emesse una sentenza ogni 272 famiglie ma questo dato si riferisce a tutte le famiglie residenti sia quelle proprietarie, che usufruttuarie, che in alloggi di edilizia residenzia-le pubblica, se assumessimo il solo dato delle famiglie in locazione private circa il 20% significherebbe che nel solo 2015 vi è stata una sentenza di sfratto ogni circa 55 famiglie in locazione;
nell’ attuale graduatoria per l’accesso ad una casa di edilizia residenziale pubblica a canone sociale risultano circa 8000 famigliema questa graduatoria si riferisce alle domande presentate entro il 31 dicembre 2013;
sono 1200 le famiglie che sono “alloggiate” in residence costosissimi e in condizioni di vita inaccettabili per una Capitale di un Paese del G8; circa 1500 famiglie risultano occupanti di immobili pubblici e privati ad uso non abitativo inseriti nella Delibera Commissariale n 50 del 2016, di attuazione della libera regionale n 110 del 2016 definita “ di emergenza abitativa” , il Comune a queste dovrebbe dare un alloggio, senza intaccare le assegnazioni alle famiglie in graduatoria e a quelle nei residence, ma attualmente non vi è alcuna previsione di recupero o acquisto di immobili, avendo la Regione individuato immobili non utilizzabili a tal fine; dall’inizio del 2016, seppur con un aumento considerevole rispetto agli anni precedenti, sono stati assegnati circa 300 alloggi a fronte di una necessità di oltre 10.000 unità abitative a canone sociale;
la mancanza di politiche che si ponessero come obiettivo principale il fabbisogno reale dei cittadini ha prodotto una situazione abitativa drammatica e la città di Roma vive sul proprio territorio una forte precarietà abitativa;
abbiamo assistito negli anni ad uno sviluppo scoordinato del territorio, per cui l’aumento di nuove costruzioni non ha prodotto la riduzione del disagio abitativo, e la crisi economica ha fatto registrare, inoltre l’aumento vertiginoso degli sfratti per morosità;
è necessario che giunga al Governo e al Sindaco di Roma Capitale la sollecitazione ad affrontare la questione della precarietà abitativa in tutti i suoi contesti;
è necessario affrontare il nodo della questione abitativa in termini strutturali ad iniziare da alcune azioni che devono essere avviate nei primi tre mesi della nuova amministrazione comunale per dare un segnale effettivo e tangibile di discontinuità rispetto alle precedenti amministrazioni;
sulla base delle premesse il Consiglio comunale impegna il Sindaco e gli Assessori interessati a
1. predisporre un censimento del patrimonio immobiliare vuoto, in disuso, in degrado e o in dismissione finalizzato alla definizio- ne attraverso un percorso partecipativo di un Piano regolatore sull’utilizzo dell’esistente a fini abitativi, sociali e culturali, con conseguente sospensione dei Piani regolatori sulle aree finalizzati alla cementificazione del territorio a fini speculativi e di sostegno alla rendita fondiaria;
2. approvare una o più delibere per i progetti di recupero e/o autorecupero e riuso a partire dagli immobili pubblici, che possono nell’immediato essere individuati;
3. definire una delibera urbanistica che indichi tempi certi ai proprietari privati di immobili privati lasciati sfitti e in degrado che imponga la locazione o interventi di conservazione, recupero e riuso, pena la possibilità di requisizione;
4. utilizzare efficacemente l’art. 26, comma 1 bis del cosiddetto “Sblocca Italia” che, rispetto alla valorizzazione del patrimonio del demanio, da priorità ai progetti di recupero a fini di edilizia residenziale pubblica per i nuclei utilmente collocati nelle graduatorie
5. sospendere tutti i provvedimenti di alienazione del patrimonio ERP comunale e di quello pubblico non ERP comunale
6. implementare il recupero degli alloggi ERP a seguito del decesso dell’assegnatario, ed avviare programmi di recupero degli alloggi Erp non utilizzati;
7. applicare le normative regionali sulla decadenza e accompagnamento verso il “social housing” per coloro che perdono i requisiti di permanenza nell’Erp con le stesso canone di locazione pagato all’Ater;
8. predisporre tutti gli atti necessari e le iniziative per la vigilanza e verifica del rigoroso rispetto delle convenzioni previste dai piani di zona con l’adozione delle adeguate sanzioni in caso di violazione, senza alcuna ipotesi di sanatoria per le cooperative o imprese interessate.
9. emanare di un bando ad hoc per la locazione a canone calmierato degli alloggi di edilizia agevolata e convenzionata, di social housing, del patrimonio comunale, regionale, anas, asl, ipab etc. al quale possano partecipare famiglie con reddito superiore all’accesso ai bandi ma inferiore a 50.000 euro rendendolo in questo modo trasparente la scelta del conduttore e la gestione degli stessi;
10. istituire la commissione di graduazione degli sfratti in ottemperanza a quanto previsto dalle normative nazionali e dalla legge regionale, in particolare sulla morosità incolpevole, e conseguente comunicazione alla Prefettura degli elenchi ai fini dei provvedimenti di differimento che la normativa prevede, con sottoscrizione di protocolli d’intesa come avvenuto a Milano;
11. prevedere la revisione dei bandi per la morosità incolpevole, attualmente scritti in modo da impedire che venga riconosciuto il diritto e con modalità di erogazione impraticabili
12. modificare il cosiddetto “buono casa” in modo da garantire il preventivo reperimento di un alloggio adeguato e l’effettiva erogazione del beneficio da parte dell’amministrazione comunale in tempi certi;
13. implementare l’utilizzo della delibera 163/98 per la concessione immediata, da parte dei Municipi, dei contributi per le famiglie in difficoltà economica, prima della morosità;
14. impedire gli sgomberi, senza contemporanea assegnazione come previsto dalle delibere regionali e comunali dei nuclei famigliari occupanti per necessità, di immobili vuoti e degradati, utilizzando altresì ove possibile e preferibilmente, lo strumento dell’auto recupero, o se possibile, sociali e culturali;
15. aggiornare periodicamente le graduatorie comunali per l’accesso ad alloggi erp a canone sociale (attualmente sono ferme alle domande presentate al 31 dicembre 2013)
16. assegnazione delle case popolari esclusivamente attraverso la graduatoria comunale, implementando il personale per arrivare ad assegnare almeno 100 alloggi ERP al mese;
17. avviare le iniziative e atti efficaci per sancire la tolleranza zero verso la criminalità organizzata e la compravendita delle case popolari
18. aprire a livello municipale forme di servizi , anche in collaborazione con sindacati inquilini per la lotta al canone nero e all’irregolarità contrattuale nelle locazioni;
19. richiedere l’apertura di un tavolo con il Governo nazionale al fine di: ottenere il finanziamento nazionale straordinario di programmi per l’aumento dell’offerta di edilizia residenziale pubblica a canone sociale, eliminare ogni tassazione sull’ERP, elevare la tassazione per il patrimonio immobiliare sfitto oltre la terza casa di proprietà;
20. richiedere l’apertura di un tavolo con la Regione al fine di: verificare e utilizzare tutti i fondi GESCAL ancora disponibili e recuperare quelli destinati illegittimamente ad altro scopo, e/o chiedere alla Regione Lazio di individuare ulteriori risorse da destinare all’incremento di alloggi a canone sociale ; modificare le delibere sulla morosità incolpevole per renderle effettivamente operative;
21. modificare “la macchina organizzativa capitolina” nelle seguenti direzioni: 1) riproposizione dell’assessorato alla casa e patrimonio con competenza su tutto il patrimonio immobiliare non strumentale del comune, 2) coordinamento tra assessorato alla casa e quelli all’urbanistica e ai servizi sociali, 3) apertura di “sportelli casa” in ogni municipio, 4) confronto con le associazioni degli inquilini continuo;
22. a trasmettere in diretta streaming tramite il sito istituzionale del Comune di Roma Capitale, previo annuncio sullo stesso, tutti gli incontri tra Assessori o loro delegati siano essi formali o informali con sindacati inquilini, associazioni e movimenti dell’abitare aventi come oggetto le politiche abitative sia di carattere tecnico o di confronto politico, in relazione all’attività del Comune di Roma nel settore.
Unione Inquilini – Federazione di Roma, Via Cavour 101 – 00184 Roma, Tel. 06/4745711 – 06 4882374
Alcune impressioni sul voto, di R. Achilli

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Per Renzi l’esito di questo voto è una Caporetto, con inevitabili riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione che si allarga agli strati moderati e centristi dell’elettorato forzista non decolla. A Milano, che era il laboratorio di quanto il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.
Mi pregio solo di ricordare che non abbiamo vinto noi. Noi in questo scenario non ci siamo. Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo economico e dell’aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). E rispetto alla quale come sinistra saremo chiamati a fare opposizione, non a cercare nicchie di utopistica collaborazione. Qui non c’è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l’umore profondo del nostro Paese.
Va anche detto che la base elettorale del M5S è radicalmente isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l’ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di centro destra, e dalla voglia di castigare il simbolo della Milano da bere in salsa renziana. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l’ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.
Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi, ma francamente la vedo dura che questo scontro produca risultati. Perché l’unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D’Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo “mediatori”, in questi mesi (e tra l’altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D’Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all’italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.
Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D’altro canto, Lega e Fratelli d’Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell’ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch’essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.
Quindi, insomma, personalmente non vedo grandi motivi positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione personale di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova. E che ci costringe un’altra volta a guardare alle dinamiche interne del Pd, per quanto poco promettenti esse siano.
Riccardo Achilli
11 giugno 1984- il silenzio assenso, di C. Baldini

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Conoscete tutti quel detto che recita ‘Chi tace, acconsente’. Quante volte l’avremo usato per indicare uno status ben preciso : se non ti va bene quello che dico o che faccio ,devi dirlo , urlarlo, unirti ad altri per acquistare forza ed impedirmelo. Se dici sì , va bene , significa che stai con me.
Se non dici nulla è come se stessi con me. Guardate che, raramente una frase, in così poche parole, racconta l’atteggiamento umano dinanzi alle scelte da compiere.
Conosco le obiezioni, le faccio sempre a me stessa, ma non funzionano, tipo ‘ mi sono stancato, diciamo sempre le stesse cose, non importa nulla a nessuno, ecc..’ Non serve obiettare ai fini del risultato, possiamo solidarizzare con lo sconforto, la stanchezza, ma starete sempre con chi ha scelto al vostro posto. Così, quando i berlusconiani nascondevano la testa nella sabbia, dinanzi alle nefandezze e alle frottole della classe dirigente, oppure dicevano che era colpa dei magistrati, oppure che uno con i suoi soldi fa quello che gli pare, anche incentivare la prostituzione, in realtà si voleva dire : non importa, basta che faccia la politica che serve a me, il mio interesse economico o di potere.
Ecco, questo atteggiamento opportunista è quello che ha prevalso anche in troppi dirigenti comunisti di allora, perché sarebbe stato troppo difficile ed impopolare affrontare in toto la Questione morale.
Ad esempio, perché mai i concorsi erano vinti sempre da quell’architetto? Perché tacevano i commissari? Perché quel semplice assessore è riuscito a farsi la villa? I compagni di sala consiliare , tacevano.
Pensavano male,ma tacevano. E così, di silenzio in silenzio, siamo arrivati al capolinea. Il capolinea che viviamo oggi in tutti i gangli che abbiamo lottato per costruire e che ora dobbiamo ricostruire. Per quell’opportunismo che Enrico conosceva bene all’interno del suo partito, del nostro partito.
Bisognerà pertanto sfrondare, tagliare teste. Perché ora bisogna fare una secca inversione, per il bene dei cittadini futuri. Puntare alla Questione Morale noi, di sinistra, perché è nostro grande patrimonio da riscoprire e concretizzare. Noi non ne facciamo una questione di ‘Noi siamo onesti e voi no’, noi ne facciamo un valore politico per la Sinistra, che avvolga sempre ogni punto di programma, che lo tuteli nella sua realizzazione, che guidi la scelta delle candidature. Poi spetta alla base reimparare la partecipazione e il controllo. Smettere con la delega perenne.
Il PD renziano, in particolare, è la massima espressione della negazione dei valori berlingueriani, dovrà pagare tutto questo. Ma non può pagare, se non andiamo a votare. Basta astenersi.
A ottobre ci sarà un referendum che vale il riscatto di tutti noi.
Perché il non voto è un Silenzio Assenso assoluto. Il bivio è aspro: o si torna ad occuparci della cosa pubblica, innanzitutto salvando la democrazia, poi esercitando un controllo puntiglioso sull’ Amministrazione di essa, o scivoleremo sempre più giù.
Lo dobbiamo promettere solennemente oggi, in questo giorno tristissimo, per quelli di noi che hanno ancora negli occhi il comizio di Padova dove ancora una volta Enrico denunciava il malaffare non solo della DC, ma serpeggiante già da allora nel PCI.
Avanti, cari compagni, caricarsi in spalla la Questione Morale, così bene e pervicacemente riproposta dal NOSTRO amatissimo avo.
Claudia Baldini
Attacco alla Costituzione, una lunga storia, di L. Canfora
L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).
Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).
Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.
Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».
L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.
La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.
Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.
Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto monarchico.
La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.
Luciano Canfora
articolo pubblicato sul quotidiano “il manifesto” e consultabile al link http://ilmanifesto.info/attacco-alla-costituzione-una-lunga-storia/
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