Sinistra unita
UN’ALTRA GIORNATA DI LOTTA, di Lavoratori di Cinecittà.
Riceviamo in redazione e volentieri pubblichiamo il contributo di idee e di immagini dai lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà in lotta.
L’azienda continua la sua politica di distruzione del tessuto produttivo
-38 lavoratori del settore sviluppo e stampa in cassa integrazione saranno licenziati al termine delle procedure, già avviate, il 28 aprile p.v.
-50 lavoratori del settore DIGITALE E AUDIO affittati dal 2012 alla multinazionale Deluxe saranno riconsegnati a Cinecittà per poi essere messi in cassa integrazione e licenziati.
Nonostante il rilancio SBANDIERATO da giornali e televisioni, il gruppo che controlla Cinecittà invece di investire i propri soldi in un settore di sviluppo come il Digitale e Audio continua a sfruttare i soldi dello STATO dichiarando di voler mettere i lavoratori in cassa integrazione.
-110 lavoratori della produzione (costruzione scene-manutentori-amministrativi) sono da gennaio 2013 in solidarietà e per questo gruppo di lavoratori e’ stato dichiarato dall’azienda un problema di esuberi strutturali di 50 unità.
Tutto questo accade nonostante il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) si sia impegnato:
– a rateizzare in 8 anni il debito di 5 milioni di euro contratto da Cinecittà studios nei confronti dell’Istituto Luce
– ad investire 7 milioni di euro sul sito produttivo di Cinecittà
– ad inserire 110 dipendenti nel programma di contratti di solidarietà per 2 anni abbattendo il costo del lavoro per Cinecittà di centinaia di migliaia di euro ogni anno
– a ridurre il canone di affitto che Cinecittà deve corrispondere al Mibact per centinaia di migliaia di euro l’anno in cambio della restituzione di 4 teatri di posa.
E nonostante varie produzioni nazionali e alcune produzioni internazionali (Ben Hur e Zoolander2) siano tornate a lavorare a Cinecittà grazie alle agevolazioni fiscali del Tax Credit.
Ad aggravare la situazione ci sono le dichiarazioni dell’azienda al tavolo del Mibact sulla volontà di procedere alla realizzazione del progetto che prevede la costruzione di un albergo, ristoranti, palestre, progetto contro il quale nel 2012 i lavoratori hanno occupato Cinecittà con 3 mesi di sciopero.
Risulta evidente l’incompatibilità tra gli indirizzi di sviluppo produttivo , legati al core-business, tracciati dal Mibact e quelli perseguiti dalla società IEG (Luigi Abete-Diego DellaValle-Haggiag-DeLaurentis che detengono l’80% di Cinecittà studios) che punta alla dismissione delle attività di core e di tutta la forza lavoro.
JOBS ACT E PENSIONI: LE BATTAGLIE CHE UNISCONO. INCONTRIAMOCI E PARLIAMONE, di M. Luciani
Domani 31 marzo avrà luogo a Roma un importante appuntamento per avviare un ragionamento comune all’interno della sinistra sulle possibili iniziative atte a riaprire le partite sulle pensioni e sul mercato del lavoro che troppi danno frettolosamente per chiuse. C’è una sinistra che non si arrende di fronte alla dittatura del mercato e della finanza esercitata a colpi di fiducia dal governo Monti e dal governo Renzi ai danni delle conquiste realizzate dal movimento dei lavoratori, che non si concede alibi per non essere in campo, adesso, per rimettere in discussione quegli esiti e che vuole unirsi per essere più forte e cambiare davvero il corso delle cose. L’occasione dell’incontro pubblico copromosso da Sinistra Ecologia Libertà, Sinistra Lavoro, Movimento per il Partito del Lavoro, dal titolo “Lavoro e Pensioni. Quale futuro”, da questo punto di vista, è utile e non va persa.
MARTEDI’ 31 MARZO ALLE 17,30 PRESSO LA SEDE DI SEL IN VIA LUCCA, 11.
C O O R D I N A Francesco PALAIA – Responsabile Lavoro SEL ROMA
LA PRIMAVERA COMINCIA IL 28, di M. Luciani
Il 28 marzo in piazza per una nuova primavera del lavoro, è un appuntamento importante e ci saremo. Come compagni del Movimento per il Partito del Lavoro ci saremo, certo. Con entusiasmo, per sostenere la piattaforma proposta dalla FIOM.
Una piattaforma che rilancia i principali temi della lunga mobilitazione condotta dalla CGIL contro tutti i provvedimenti improntati all’austerity imposti in questo primo scorcio del terzo millennio ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai giovani, alle donne, fino alle più recenti iniziative, appoggiate in parte anche dalla UIL, per contrastare il Jobs Act del governo Renzi.
I titoli sono chiari e chiaro è il segno di classe: contro la precarietà generalizzata e la disoccupazione giovanile non affrontata da un governo appiattito su Confindustria. Per migliorare le condizioni di lavoro, per costruire un sistema pensionistico più giusto che abbassi i requisiti per andare in pensione. Per contrastare l’evasione fiscale e la corruzione ormai dilagante. Per il diritto alla salute e allo studio, per il reddito minimo, per la riappropriazione del contratto di lavoro come strumento di tutela del salario e dei diritti. Non sarà facile: il Ministro Poletti ha pensato bene di stroncare le Proposte di Legge di SEL, M5S e “civatiani” con dichiarazione inappellabile alla vigilia della manifestazione, ma il clima della vigilia è di grande attesa e nessuno è sorpreso o si scoraggia. Non sarà facile ma è giusto.
Tutti in piazza per rivendicare degli obiettivi, ma anche per costruire la “coalizione sociale”. Una locuzione, questa, che molto ha fatto parlare e straparlare e su cui, certamente, molto c’è ancora da dire. Per la verità il termine inglese Unions scelto come titolo dell’evento dai promotori è evocativo di radici storiche antiche che esprimono il senso profondo del progetto: per difendere i propri interessi materiali immediati la forza dei lavoratori e delle classi subalterne è sempre quella dell’organizzazione, diretta, di massa, democratica. Il modello è quello anche di recente collaudato in vertenze sindacali che sono state affrontate su un terreno sociale ampio, non limitato al rapporto tra lavoratore e padrone, nella prospettiva più avanzata di ricomposizione di interessi e di unità di lotta. Solo per fare qualche esempio: le vertenze per l’istruzione pubblica che hanno visto studenti e famiglie scendere in campo con insegnanti e non docenti; quelle per la cultura che hanno visto intellettuali anche a livello internazionale, studenti, giovani, saldare i propri interessi con quelli dei tecnici, delle maestranze e del personale artistico del cinema e del teatro; quelle per il pluralismo e la libertà dell’informazione che hanno visto giuristi, intellettuali, comitati e associazioni di scopo costruire insieme ai poligrafici e ai giornalisti l’azione di lotta. Intere comunità locali hanno sviluppato momenti alti di unità di popolo attorno ai lavoratori in lotta quando si è trattato di difendere insediamenti produttivi o di intervenire per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni nocive. Non spetta a noi, né ad altri fare l’interpretazione autentica delle reali intenzioni semantiche dei promotori. Pensiamo, però, che riprodurre su scala più ampia questo modello puntando ad una coalizione sociale di interessi aggregati attorno al lavoro che si dia obiettivi più avanzati e più generali è possibile, ma, soprattutto, è necessario. E noi ci siamo e ci saremo. Sosterremo la Proposta di Legge per il Nuovo Statuto dei Lavoratori, il Referendum abrogativo del Jobs Act, come stiamo sostenendo la Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sugli appalti della Cgil e abbiamo sostenuto il Referendum e la Proposta di Legge contro il Fiscal Compact.
Pensiamo però che una coalizione sociale con forme permanenti di organizzazione e di unità d’azione e con un forte connotato di autonomia non sancirà l’autosufficienza del sociale. Al contrario: farà salire la domanda di rappresentanza politica delle istanze sociali. Ciò è evidente proprio alla luce della pratica esperienza della Cgil: avanzare proposte alla politica come ha fatto col Piano del Lavoro, la Rappresentanza, il Fisco, le Pensioni era necessario, ma non è stato sufficiente. Non sarà sufficiente fin tanto che la Cgil avrà come interlocutore un governo espressione di partiti asserviti alle politiche neo-liberiste della troika, al di la delle questioni di stile dei leader che stanno assumendo tratti sempre più inquietanti. C’è bisogno di una risposta politica adeguata alla domanda di rappresentanza delle istanze del lavoro sul terreno dei rapporti sociali in generale, come in Grecia. Adesso. Altrimenti sul COSA avremo tanto materiale per seminari interessanti eper dichiarazioni roboanti, ma al momento di indicare CHI fa COSA comincia il solito gioco a nascondersi. E chi fa le lotte, inesorabilmente, finirà col pestare acqua nel mortaio.
APPUNTAMENTO SABATO 28 MARZO ALLE 14,00 A PIAZZA ESEDRA.
LE BUGIE DEL JOBS ACT, di M. Luciani
Attorno ai primi decreti attuativi del Jobs Act ci sono percezioni ancora approssimative e cognizioni distorte.
Ciò non di meno la becera propaganda del Presidente del Consiglio una cosa vera la dice: la portata dell’operazione è storica. Tutto il resto sono bugie da sbugiardare.
La portata è storica perché non si tratta di un semplice arretramento del quadro normativo che disciplina il mercato del lavoro, e il licenziamento in particolare, come ce ne sono stati tanti negli ultimi trent’ anni. Si tratta di una svolta epocale sia nella civiltà giuridica del paese che nella dottrina politica della “sinistra moderata” mainstream.
Sul piano normativo occorre subito sgombrare il campo dalle mistificazioni.
La menzogna delle Tutele Crescenti.
Le tutele crescenti non esistono e la terminologia è maliziosamente ingannevole. In realtà il Contratto a Tutele Crescenti altro non è che il contratto senza la tutela reale del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, salvo casi del tutto improbabili, ma invece, con la monetizzazione del licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. In realtà la monetizzazione già prevista dalla precedente normativa per i dipendenti delle aziende sotto i 16 dipendenti viene persino ridotta. Da notare che per il computo dei dipendenti i lavoratori part time non si potranno considerare uno, ma zerovirgola. Per i licenziamenti collettivi il reintegro non c’è più nemmeno nei casi di errori materiali di procedura o nei criteri di scelta. Nel caso di passaggio diretto per cambio appalto l’impresa appaltatrice subentrante non potrà accedere agli incentivi anche se, ai fini del licenziamento, saranno da considerarsi nuovi rapporti di lavoro, ma con il riconoscimento dell’anzianità pregressa per il calcolo dell’indennizzo. Dulcis in fundo, l’indennizzo diventa esentasse se il lavoratore accetta la conciliazione extragiudiziale, come a dire: “caro mio ex dipendente, con l’indennizzo esentasse io risparmio e lei non perde molto, se vuole possiamo guadagnarci entrambi, se poi lei proprio insiste a farmi pagare per intero la somma dovutale mi faccia pure causa, così avrà la sentenza d’appello fra qualche anno ed io potrò dedurle dall’importo che le devo i redditi da lei dichiarati nel frattempo”.
La menzogna dell’eccessiva rigidità delle mansioni.
Non è vero che il demansionamento ora diventa possibile nei casi di crisi aziendale come annunciato: lo era già. Dalla pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta, però, demansionare il lavoratore non sarà più un’eccezione limitata alle misure alternative al licenziamento per motivi economici, ma sarà una facoltà unilaterale del datore di lavoro nel caso che egli decida di riorganizzarsi. Per le mansioni superiori invece raddoppia il periodo di comporto necessario al riconoscimento giuridico dell’inquadramento corrispondente passando da 3 a 6 mesi che devono essere continuativi e su posto vacante. Insomma, la flessibilità c’era già. Si è voluto semplicemente introdurre maggiore libertà per il datore di lavoro di disporne a suo vantaggio, fino al punto di poter licenziare il lavoratore che non sia in grado di svolgere le nuove mansioni assegnate.
La menzogna del superamento delle Collaborazioni.
Non è vero che spariscono le Collaborazioni Coordinate, infatti dette tipologie sopravvivono nei quattro casi di lavoratori iscritti ad albi professionali, partecipanti ad organi o commissioni di società, che offrono prestazioni ad Associazioni Sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI e nel caso, infine, di deroghe sancite (bontà loro) dalla contrattazione nazionale. Le collaborazioni che non trovano siffatte giustificazioni, per altro, non è detto che debbano trasformarsi in lavoro subordinato, a Tempo Determinato o Indeterminato a Tutele Crescenti (sic!), perché, se proprio non potessero ricadere nel lavoro autonomo, invece di aprire la partita IVA gli si aprono altre prospettive come il Contratto a Chiamata, lo Staff Leasing (somministrazione a Tempo Indeterminato) o il Lavoro Accessorio dato che, per calmierare ulteriormente i costi, si è opportunamente elevato da 5000 a 7000 € il limite annuo del Voucher. Ha fatto notare Pierluigi Alleva che potrebbe persino sparire il Progetto che era un fattore di contenimento dell’abuso di questa forma contrattuale introdotto dalla legge 30 per riproporre le Co.Co.Co del regime antecedente. Vedremo comunque ben presto se davvero agli ex collaboratori, una volta diventati Lavoratori a Chiamata o Accessori o a Tutele Crescenti, si concederà un mutuo facilmente come il Presidente del Consiglio ha promesso o se, invece, diventerà potenziale insolvente anche chi non lo era prima.
La menzogna delle stabilizzazioni.
Tutti i rapporti di lavoro subordinato a tempo Indeterminato che si instaureranno nel 2015 saranno incentivati con la decontribuzione fino a 8060 € per tre anni e, dopo la pubblicazione in Gazzetta, avranno anche il licenziamento libero. Nello stesso tempo, però, il limite del 20% dell’organico per l’impiego di personale a Tempo Determinato sarà derogabile non più solo mediante contrattazione nazionale, come stabilito dalla Legge 78 (il famigerato decreto Poletti), ma anche mediante accordi aziendali. Gli incentivi alle assunzioni non derivano dal nuovo ordinamento, ma dalla legge di spesa per soli tre anni e, dunque, servono soltanto a fare lo spot politico sui nuovi contratti senza dar conto del saldo tra questi e quanti ne saranno cessati durante il triennio e, dopo il triennio, di quanto si sia abbassata la soglia delle tutele. Cosa succederà dopo la fine degli incentivi? Il Tempo Indeterminato con le Garanzie Crescenti diventa, di fatto, il precariato più lungo in un Mercato del Lavoro che resta un grande supermarket di forme contrattuali precarie. L’Apprendistato, svuotato in gran parte del valore formativo parifica il conseguimento della qualifica, del diploma e della specializzazione professionale e conferma nella soglia irrisoria del 20% il minimo di trasformazioni per poter assumere nuovi apprendisti, finendo in questo modo per aggiungersi anch’esso alle altre forme di precariato. In realtà il tempo indeterminato viene favorito soltanto per il lavoro in affitto, con lo Staff Leasing. Di “esemplificazione” e di “disboscamento” restano soltanto i proclami regalati a piene mani.
La menzogna della Flexsecurity.
Da maggio 2015 entrerà in vigore la Nuova ASpI (NASpI), sostegno al reddito per i disoccupati, della durata massima di 24 mesi che poi diventeranno 18 nel 2017. E’ falso che questo provvedimento aumenta il periodo di sostegno al reddito in quanto nel 2014 un lavoratore ultracinquantenne poteva avere 36 mesi di mobilità al Centro-Nord e 48 al Sud. Ma soprattutto il lavoratore avrà due anni solo se ha lavorato ininterrottamente negli ultimi 4, altrimenti la durata verrà decurtata dei periodi non lavorati nel quadriennio. Quanto alla misura del trattamento la percentuale di copertura più favorevole si ha a 1195 € di reddito mensile, superati i quali decresce. Questo lavoratore avrebbe un assegno di 896,25 € lordi per i primi tre mesi di disoccupazione che scenderebbe del 3% mensile nei successivi per finire a 331,61 € lordi. Qualora si trovasse ancora senza lavoro e in condizioni di indigenza certificabile (sic !), ma fosse inserito in un programma di ricollocazione del Centro per l’Impiego (se saranno finanziati) potrebbe avere ulteriori 6 mesi di sostegno al reddito (l’ASDI) di 248,71 € (naturalmente lordi). Per i Collaboratori compare la DIS-COLL, ma il sostegno arriverà al massimo a sei mesi e, per di più, con la clausola di decadenza dal diritto se instaurano rapporti di lavoro subordinato superiori a cinque giorni. Si attendono intanto nuovi tagli agli ammortizzatori sociali conservativi (casse integrazioni e contratti di solidarietà). Mentre si taglia complessivamente il sostegno al reddito, inoltre, le politiche attive del lavoro restano ancora nebulose. Insomma, ci vuole proprio un bella faccia di bronzo per evocare la Flexsecurity!
Il crepuscolo della civiltà giuridica del lavoro.
Sul piano della cultura giuridica si è estinto il diritto al lavoro. Il lavoro si è ridotto a merce tra le merci. Il suo valore è soltanto quello espresso dal prezzo, ed è in atto una valorizzazione drastica della forza- lavoro. La Costituzione materiale, così fondata sulla merce, entra in contraddizione con la Costituzione formale che continua a dichiararsi fondata sul lavoro. Si sono cambiati i “postulati morali”, il lavoratore non è più il contraente debole che, per avere uguali diritti, deve avere maggiori poteri.
La sinistra del capitale.
Sul piano della dottrina politica non c’è più una “sinistra moderata” che tenga a riferimento gli “interessi generali del paese”, all’interno dei quali, però, si collocano anche i diritti dei lavoratori in quanto tali. Quella che è sopravvissuta è, al massimo, una “sinistra del capitale” che scrive le leggi sotto dettatura di Confindustria. Avversa ai lavoratori e arrogante verso ogni forma di dissenso, non solo nelle aziende e nelle piazze, ma anche verso il parlamento stesso.
La sinistra necessaria.
Una nuova stagione dei diritti in Italia ci sarà soltanto se nascerà un soggetto nuovo della sinistra con una strategia fondata sul lavoro, sul sociale e sulla pace. Radicalmente nuovo, come in Grecia e in Spagna, data la ormai conclamata incapacità dei gruppi dirigenti nostrani di produrre un rinnovamento adeguato ai tempi come in Irlanda o in Germania. Ogni vertenza sindacale, ogni lotta sociale, ne avverte sempre di più il bisogno. Se ne riconoscerà l’urgenza man mano che si svilupperanno le iniziative contro il Jobs Act sia sul terreno più propriamente sindacale della guerriglia applicativa contrattuale e legale che su quello più propriamente politico del referendum abrogativo e della Legge di Iniziativa Popolare per il nuovo Statuto dei Lavoratori.
Massimo Luciani
APPELLO PER IL PARTITO NUOVO. Contributo collettivo- firme in calce.
Esaurite le poco edificanti sessioni di voto le camere consegnano al governo la delega sul Mercato del Lavoro, il così detto Jobs Act. Un pacchetto di misure che rappresenta il più radicale attacco allo Statuto dei Lavoratori in oltre 44 anni storia: alle tutele contro i licenziamenti ingiusti, contro il controllo occulto, contro il diritto al giusto inquadramento, mentre, con la Legge di Stabilità, si taglia di un terzo il contributo pubblico ai Patronati per le prestazioni rese per conto dello stato, mettendo a rischio la loro sopravvivenza.
In tutta questa vicenda la sinistra nel suo complesso è risultata più che mai inconcludente, incapace di farsi interprete delle ragioni dei lavoratori, nel parlamento e nelle piazze, al di là della mera denuncia dell’inganno delle “tutele crescenti” e dei timidi attestati di solidarietà alla mobilitazione promossa dai sindacati, la CGIL in testa. Inadeguata ai compiti del momento.
Ben altra concretezza servirebbe per recuperare la credibilità perduta indicando come terreno di battaglia politica, da non delegare al sindacato, i contratti a termine senza causa previsti dalla legge 78 che possono essere prorogati per ben otto volte, il mezzo milione di collaborazioni, i contratti a chiamata, ad intermittenza e tutte le forme di precarietà previste dalla legge 30 che non vengono cancellate o trasformate ma ipocritamente tenute in vita fino al loro “esaurimento” (leggasi scadenza contrattuale). Ben più incisiva azione dei partiti e dei sindacati sarebbe necessaria a ricostruire un sistema previdenziale sostenibile con prestazioni congrue e certe per le giovani generazioni e con il ripristino per tutti della maturazione del diritto per anzianità contributiva che seppellisca la riforma Fornero.
Mentre la sinistra politica intesa nei suoi valori fondanti di giustizia ed eguaglianza sociale si riduce ad un ruolo di mera testimonianza senza incidere nelle scelte economiche che hanno ridotto il paese nella situazione in cui si trova , il governo del “partito della nazione” che Renzi ha esplicitamente invocato, procede incontrastato nella sua opera devastatrice sia di ciò che resta delle conquiste sociali di decenni di lotte del movimento dei lavoratori che del sistema democratico nato dalla Resistenza, accreditandosi sempre di più come l’asse portante delle politiche ultraliberiste della Troika.
Intanto, nel paese reale i seggi elettorali si svuotano proprio mentre le piazze si riempiono dei lavoratori in lotta. Gran parte del mondo dell’astensionismo è costituita da elettori che, in forma solo nominalmente passiva, reclamano nell’unico modo che hanno la necessità di costruire un nuovo soggetto politico, un nuovo partito. I giovani che si affacciano nel mondo del lavoro sono sempre più soli e alla mercé di un potere incontrastato dell’impresa. Nelle periferie urbane dove aumentano la disoccupazione, la precarietà e l’emarginazione, si vede sempre di più all’opera il volto cinico e feroce di una destra militante facilitata a promuovere l’insensata e vigliacca rivolta dei “penultimi contro gli ultimi” e i più deboli, perché la sinistra ha rinunciato alla presenza quotidiana sui reali bisogni popolari.
Se il paese è ormai pronto ad ogni possibile avventura autoritaria è perché la sinistra si è nascosta, si è ripiegata su se stessa, ha rinunciato a misurarsi concretamente con la realtà, smantellando il proprio insediamento sociale. Produce chiacchiere che si avvitano e che dividono, e quante più ne produce tanto più è percepita come inutile ed anacronistica. Non da oggi e non solo dall’opinione pubblica in genere, ma dai tanti movimenti per la pace, la solidarietà, l’energia pulita, l’ambiente, i diritti civili, i beni comuni, la casa, il diritto ai servizi sociali e alla cultura, la difesa degli interessi dei lavoratori, che hanno visto negli ultimi 20 anni l’impegno appassionato e generoso di migliaia e migliaia di attivisti, giovani e meno giovani, ma che sono stati abbandonati, traditi, nel migliore dei casi delusi dalla politica parolaia e non hanno sedimentato organizzazione e rapporti di forza. Ora basta!
La vicenda del Jobs Act deve segnare un punto di svolta reale per le prospettive dei lavoratori e della sinistra. Occorre un partito nuovo che rappresenti le istanze dei lavoratori e dei ceti sociali più deboli ed esposti al rigore della crisi economica che si fondi sul principio della pace e della solidarietà tra i popoli e che dia continuità istituzionale alle lotte sindacali e sociali in atto nel paese senza rinunciare pregiudizialmente alla prospettiva di tornare al governo con politiche economiche e sociali alternative e per questo elabori un piano delle alleanze necessarie a tale scopo.
Per riaprire il confronto nella sinistra sul governo è però fondamentale che la questione morale e la diversità rispetto alle altre forze politiche tornino ad essere la bussola d’orientamento ineludibile dell’azione politica.
Con queste premesse I sottoscritti, pur consapevoli delle proprie esigue forze, rivolgono un appello alle compagne e ai compagni che militano nel PD o nelle altre formazioni della sinistra parlamentare o extraparlamentare, a coloro che sono senza partito e militano nei sindacati o negli organismi sociali di autotutela, nelle associazioni politiche e culturali, nell’universo dell’associazionismo religioso umanitario e del volontariato sociale, perché ci si dia convegno in luogo e data definiti per insediare un coordinamento con il preciso mandato di fissare i criteri di verifica della rappresentatività e di convocare al più presto il congresso costituente del Partito Nuovo.
Su questa strada si stanno già muovendo associazioni e movimenti in modo diffuso ma disorganizzato: diamo sostanza a questo processo irrobustendolo per procedere a tappe forzate verso la costituzione anche in Italia come nel resto d’Europa del partito della “ SINISTRA”.
Roma, 18/02/2015
Bernardo Angelino – FISAC-CGIL Sara Assicurazioni- Giovanni Angelozzi – Quadro CGT- Fabrizio Bacchiani – RSU CGT- Ivano Balboni- RSA FISAC-CGIL ADIR Roma- Susanna Basile – mobilità Treccani, già SLC-CGIL Nazionale- Aldo Burattini – Poste Italiane- UILPOST- Diego Castaldi – già RSU INPS- Nicolino Cavalieri – RSU CGT- Angelo Ciaiola – Presidente AGI Spettacolo- Roberto Colvari – Movimento Partito del Lavoro-Roma- Alessandro Curini – Impiegato CGT- Giancarlo Di Berardo – Quadro CGT- Gaetano Finardi – Impiegato CGT – Giuseppe De Gregori – mobilità Treccani, già RSU- Maurizio Di Pietro – RSA SLC-CGIL SIAE- Pedro Alberto Di Santo – Grafico-Katia Flacco – RSU Telecom, SLC-CGIL- Maurizio Fontana – RSA SLC-CGIL SIAE-Maurizio Foffo Movimento Partito del Lavoro-Roma- Marco Foroni –Telecom SLC C GIL-Marco Salvatore Galotta – Impiegato CGT- Roberto Gramiccia, Medico e Scrittore- Claudio Iannilli – CGIL Nazionale- Marco Iervolino – Presidente PAMA- Antonella La Bianca – RSU Carocci- Doriano Locatelli – Seg. SLC-CGIL Roma Est Valle Aniene- Francesco Luci – Agronomo- Massimo Luciani – SLC-CGIL Nazionale- Fabio Lupi – RSU Ministero Salute- Mara Mariani – RSU Poste Italiane, Coord. Donne Roma e Lazio SLC-CGIL- Gianfranco Matera-Psicologo e Psicoterapeuta- Mario Menghini – Libero Professionista- Gianni Mulas- Gianni Nardone- Movimento Partito del Lavoro-Frosinone- Alessandra Palombi , Avvocato- Domenico Parisi – Progettista Eurocontrol- Giorgio Pesce – Case per la Sinistra Unita- Fabrizio Pilotti – RSU CGT, FILCAMS-CGIL- Roberto Polillo- Medico – Indiana Raffaelli – Musicista, SLC-CGIL- Pietro Rosati – già segretario Generale SNUR CGIL Lazio- Pasquale Ruzza – Vice Presidente Federconsumatori- Andrea Profeti – Sammontana- Massimo Santalucia – RSU Wolters Kluver-SLC-CGIL- Gianguido Santucci –SPI- Fabio Scurpa – Seg.Gen. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia-Claudio Sireno- Radiologo S. Eugenio- Gianfranco Valente Seg. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia- Emidio Vignaroli – Rai Saxa Rubra- Marco Zanier – Case per la Sinistra Unita, ex Resp. Cultura PSI Roma- Marco Zuddas – RSA SLC-CGIL SIAE.
AGGIORNAMENTO PRESIDIO PER LA PALESTINA. Di Rete Romana di Solidarietà col Popolo Palestinese
** Il presidio “itinerante” per la Palestina continuerà a piazza del Colosseo lunedì, martedì e mercoledì prossimi con i seguenti orari:
lunedì 11 agosto dalle ore 17 alle 20
martedì 12 agosto dalle ore 10 alle 14
mercoledì 13 agosto dalle ore17 alle 20.
GAZA E’ ZONA DI GUERRA, IL DIRITTO INTERNAZIONALE E’ SOSPESO, di Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese
In queste due settimane di violenti attacchi sulla striscia di Gaza assistiamo non solo al massacro orrendo di civili palestinesi – al momento, 17.a giornata dall’inizio dei bombardamenti, sono 775 le vittime palestinesi (85% civili), oltre 4.500 i feriti (con oltre la metà dei morti e feriti costituiti da donne, bambini e anziani), 150.000 gli sfollati – ma ad una vergognosa censura dell’informazione. Gli eventi che hanno portato all’ennesima “punizione collettiva” da parte del governo israeliano sulla popolazione di Gaza sono stati taciuti dai media nazionali e internazionali, che hanno prodotto un’”informazione” falsa e pro-israeliana. Ecco alcune delle false informazioni entrate ormai nel credo comune:
1. Israele ha iniziato i bombardamenti su Gaza come risposta ai continui razzi sparati da Hamas verso il suo territorio: Falso! A seguito della scomparsa ed uccisione, avvenuta in modi ancora tutti da chiarire, dei tre giovani coloni il 12 Giugno, Israele ha accusato apertamente Hamas, che invece ha decisamente negato il suo coinvolgimento nel rapimento, ed ha inflitto una massiccia “punizione collettiva” alla popolazione in Cisgiordania. Il giorno successivo al ritrovamento dei tre corpi senza vita, il 30 Giugno, è Israele che ha infranto la tregua con Hamas in vigore dal 2012, ed ha iniziato a bombardare la striscia di Gaza. Solo dopo i raid aerei israeliani, Hamas e altri gruppi hanno risposto con il lancio di razzi.
2. Israele afferma che gli attacchi sono mirati per distruggere gli armamenti di Hamas ed i cunicoli: Falso! Israele sta deliberatamente mirando ad obiettivi civili: ha distrutto completamente oltre 2000 case, e ne ha danneggiate seriamente oltre 3.000, ha bombardato moschee e chiese, ospedali, centri di assistenza e mezzi di soccorso, barche, sedi giornalistiche. Ha causato lo sfollamento di quasi 150.000 persone che, non avendo un posto in cui andare (le scuole dell’UNRWA sono colme), giacciono per strada. 1,2 milioni di persone non hanno accesso all’acqua o solo in modo limitato e all’energia.
3. Il governo di Gaza ha rifiutato la tregua proposta dall’Egitto: Falso! L’Egitto ha consegnato la sua proposta di tregua soltanto a due delle parti coinvolte, Israele e Autorità Nazionale Palestinese, ma non ad Hamas, il che ha reso impraticabile ogni tregua.
4. Israele afferma che vuole distruggere i tunnel sotterranei per far passare armi ed armati: Ma omette di dire che, dal 2006, anno in cui Hamas ha vinto democraticamente le elezioni, ha imposto ad una striscia di terra di soli 360 km² dove vivono quasi 2 milioni di abitanti, un embargo che affama la popolazione, devasta l’economia e causa malattie e decessi, per la mancanza di strutture mediche adeguate e medicinali. Perciò tunnel e cunicoli sono l’unico ingresso possibile per medicinali, cibo, materiale da costruzione.
La verità è che Gaza è zona di guerra dove il diritto internazionale è stato sospeso. “Non è garantita la sicurezza per nessuno in tutta la Striscia di Gaza”, queste le parole dell’esercito Israeliano, che riguardano anche gli internazionali presenti. Chiunque può essere target e colpito in ogni momento, medici, ambulanze, giornalisti, operatori umanitari. Nessuno è autorizzato a muoversi, e i suoi abitanti sono diventati il target preferito dell’esercito. Uno schiaffo al diritto di aiuto umanitario, di protezione e di informazione. Per continuare a perpetrare crimini lontano dagli occhi del mondo.
CHIEDIAMO:
CESSAZIONE SUBITO DEL MASSACRO CHE ISRAELE STA COMPIENDO
L’IMMEDIATO DISPIEGAMENTO DI UNA FORZA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE
LA FINE DELL’EMBARGO E L’APERTURA DI TUTTI I VALICHI
IL DEFERIMENTO DI ISARELE ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E LA SUA CONDANNA PER CRIMINI DI GUERRA E CONTRO L’UMANITA’
LA FINE DI OGNI OCCUPAZIONE, AGGRESSIONE E APARTHEID SU TUTTA LA PALESTINA
EMBARGO MILITARE, BOICOTTAGGIO, DISINVESTIMENTO E SANZIONI CONTRO ISRAELE
Rete di Associazioni, Gruppi e Comitati di Roma in Solidarietà con il Popolo Palestinese
CORTEO DI GIOVEDI’ 24 LUGLIO ORE 18 IN P.ZA VITTORIO
NUOVO PRESIDIO PER LA PALESTINA. Di Rete Romana di Solidarietà col Popolo Palestinese
A ROMA PRESIDIO PER LA PALESTINA Da oggi Giovedì 31 Luglio a Sabato 2 Agosto alla METRO COLOSSEO ORARIO 16-20.
PARTECIPATE E DIFFONDETE !
PERCHE’ UNA UNIVERSITA’ POPOLARE “ANTONIO GRAMSCI”. Documento programmatico del Comitato Promotore
Per molti il crollo dei regimi comunisti europei nell’ultimo decennio del secolo passato ha significato, oltre che il fallimento di una esperienza storica, anche il tramonto della possibilità stessa di promuovere un progetto di trasformazione radicale degli assetti sociali.
In quegli anni, il monito di quanti avvertivano che la vittoria dell’Occidente non aveva rimosso – e anzi avrebbe aggravato – gli squilibri e le disparità che si dipanano dalla natura intrinsecamente contraddittoria del capitalismo globale è rimasto sostanzialmente inascoltato, sopraffatto dall’egemonia acquisita dalla narrazione storica della destra neoliberista, che, nell’analizzare il “secolo breve” ha accentuato unilateralmente il nesso tra economia di mercato e libertà politica (in Italia, tra l’altro, indicando nella impostazione “anticapitalista” il punto critico della Costituzione repubblicana), ignorando il corto circuito verificatosi tra classi dirigenti e istituzioni democratiche a partire dalle radici stesse dello Stato unitario
D’altra parte, l’esito devastante della crisi esplosa nel 2008 non ha avuto l’effetto di fare emergere una linea alternativa di direzione dell’economia e delle istituzioni, né di avviare una riflessione organica sulle conseguenza di una liberalizzazione che ha considerato come eresia qualsiasi riflessione sul controllo democratico del ciclo economico e su forme di intervento pubblico sull’economia. In altri termini, la “lunga durata” ideale del successo neoliberista ha messo in ombra il declino economico reale.
La dimensione della sconfitta subìta è epocale e non riguarda solo le forze politiche ma il senso comune, la mentalità, il sentire di sinistra. Per l’Italia c’è una data che può essere presa a simbolo dopo il decennio rosso e un ventennio di avanzata delle forze popolari e precede ampiamente l’implosione del socialismo reale e la collegata fine di un Pci, già in crisi di consensi: il 14 ottobre 1980 con la cosiddetta “marcia dei quarantamila” contro gli operai della Fiat e la sua gestione in chiave di piena ripresa dell’egemonia padronale. Ad aggravare la situazione in maniera decisiva ha poi contribuito il modo in cui il Pci ha scelto di chiudere la sua storia: con la maggioranza dei suoi dirigenti decisi a non fare i conti con il passato, pronti a cambiare rapidamente giacca, per ritrovarsi poi tutti liberali e magari disposti a giurare di non essere mai stati comunisti, rinunciando insieme sia ad una assunzione di responsabilità che a rivendicare una propria storia su cui riflettere, per elaborare un’interpretazione critica del passato.
Ormai la destra risulta vincente anche sul terreno della “narrazione” riscrivendo nel senso comune delle masse, cioè nel loro cervello, la storia nazionale e mondiale.
Ma non c’è un bel tempo andato da ritrovare. Se si vuole ridare respiro a un pensiero e a una prassi di sinistra non ci si può limitare a una trasmissione della memoria, perché la storia, le nostre storie, sono tutte da capire. A partire dalle domande di oggi. A partire da come è andata a finire. A partire dalla presa d’atto radicale della sconfitta, ma della possibilità di riprendere un cammino (come ha scritto Pintor nel suo ultimo articolo).
Anche il lavoro sulla memoria può assumere punti di partenza, che guardino non solo alla valorizzazione di un patrimonio senz’altro importante (per la cui conservazione si è rivelata essenziale la storia orale, che ha tutta la forza di una narrazione diretta, e anche tutte le peculiari caratteristiche degli scherzi della memoria) ma anche i modi attraverso i quali si forma, oggi, la percezione di ciò che è stato e come esso rivive, anche a livello individuale, nell’esperienza del presente.
La nostra passione è politica, ma in un senso preciso. Abbiamo l’ambizione di contribuire anche noi a “fare società”, così come un orto sociale o una società di mutuo soccorso, abbiamo la speranza di dare una mano a ricucire o creare un tessuto umano e sociale dentro e contro la crisi. Rivendichiamo il valore di un percorso di ricerca critica anche per il “qui e ora” proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di “inseguire le scadenze”, tantomeno elettorali, ma vogliamo tentare di costruire percorsi di ricerca senza farci prendere dall’ansia dell’attualizzazione o della riduzione di temi complessi a formule facilmente assimilabili ma, alla fine, poco nutrienti.
Può essere un altro modo di togliere dall’angolo la politica che, come ha scritto efficacemente Stefano Rodotà, “oggi appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica”. Ma la liberazione della politica di sinistra dalla subalternità passa per la ricostruzione di una prospettiva e questa si nutre di analisi del passato e sguardo sul futuro.
Della nostra proposta fa parte integrante la critica (anche con un impegno in rete a partire da Wikipedia) del “pensiero unico” dominante e dei luoghi comuni anche di sinistra: come la riduzione delle forze di cambiamento che hanno agito in Italia al Pci o la mitizzazione eroica di Br e affini che hanno invece contribuito ampiamente a rafforzare lo Stato e a distruggere quell’egemonia che il lungo ’68 aveva creato.
L’ambizione è di attivare percorsi di ricerca orientati secondo diversi ambiti disciplinari e interdisciplinari, con una forte apertura verso le esperienze europee ed internazionali.
Si parte dal presupposto di un pluralismo che vorremmo fosse la cifra di questo progetto: pluralismo di pensiero, di sensibilità, di proposte: nessuno ha la linea in tasca per ricreare le condizioni di una larga opposizione di sinistra allo stato di cose esistenti. Del resto addirittura il Papa dichiara che non è più tempo di proselitismo, ma di ascolto. Una citazione che è un invito: ad avere occhi attenti a quello che accade nella Chiesa, perché può segnalare l’avvio di processi che vanno ben oltre il mondo dei credenti. Del resto il Concilio si è svolto prima e non dopo il ’68 e ha contribuito a farlo essere quello che è stato.
Questo spazio pubblico intende assumere una forma e una connotazione specifica: quella dell’Università Popolare. A favore di questa denominazione militano varie considerazioni. Ci limitiamo a proporre quelle che ci sembrano più significative:
1) il nome “Università popolare” si ricollega a una bella tradizione del movimento operaio e popolare delle origini, a cui (come ci insegnava Pino Ferraris) la nostra fase storica, ahimé, somiglia;
2) noi (ri-)fonderemmo – quasi simbolicamente – una Università del popolo come luogo di ricerca e formazione nel momento stesso in cui la borghesia distrugge la sua Università, quella che avevamo cercato di democratizzare nel dopoguerra e tanto più a cominciare dal ’68, e nel momento in cui la tutela del patrimonio culturale materiale ed immateriale si limita a riproporre la stucchevole retorica del “petrolio nazionale” mentre le già scarse risorse vengono ulteriormente ridotte e il lavoro intellettuale è condannato a una crescente emarginazione sociale;
3) “Universitas” implica alcuni significati che rispecchiano i nostri intenti: a) occuparsi praticamente di tutto (tutto ciò che ci interesserà), e in questo senso le forti differenze delle competenze e degli interessi disciplinari già presenti sono di buon auspicio; b) legare didattica a ricerca, dando vita ai primi nuclei di lavoro costituiti in seminari a carattere permanente, nel senso che da essi dovrebbero svilupparsi strutture più stabili e meglio definite dal punto di vista disciplinare.
4) per ultimo, ma non meno importante: questo stesso nome di UP potrebbe favorire i raccordi di una iniziativa che non si propone di cercare o rivendicare finanziamenti pubblici, ma intende mantenere sempre aperto il dialogo con il comparto pubblico, sia con le istituzioni rappresentative, sia con gli enti e gli istituti di ricerca.
Intitolare poi al nome di Antonio Gramsci la nostra UP vorrebbe dire molte altre cose:
1) il richiamo ad un atteggiamento di ricerca caratterizzato da un chiaro e solido ancoraggio politico ed etico, ma aperto e inclusivo ( anche di chi tra noi non si considera comunista);
2) il richiamo a un pensatore studiato e usato in tutto il mondo, a cominciare dagli USA e dall’America Latina che ci sta particolarmente a cuore: insomma un segnale forte di internazionalità;
3) infine si vuole scegliere non solo il nome di Gramsci, ma anche cercare di cogliere il senso più sostanziale della sua lezione: tenere duro nella sconfitta e, al tempo stesso, interrogarsi senza remore sulle ragioni vere e profonde del fallimento.
Insomma: intitolare ad Antonio Gramsci il nostro progetto non vuole dunque essere né una scelta identitario-minoritaria, né un omaggio a un presunto paradiso perduto. Ripartiamo da Gramsci, con umiltà e con una gran voglia di ragionare insieme tra generazioni, perché Gramsci si interrogava su una sconfitta. E proprio questo noi dobbiamo fare. Lo storico Guido Crainz si è chiesto: da dove sono usciti fuori gli anni Ottanta? E si è risposto: “Già c’erano, ma vi erano degli anticorpi che li contrastavano”. Vero, ma aggiungiamo noi: anche gli anticorpi non erano poi così sani.
Insomma, nessun rimpianto, ma l’atto umile di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare al futuro.
Roma, 29 aprile 2014
Il Comitato Promotore
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