Sinistra unita

UN’ALTRA GIORNATA DI LOTTA, di Lavoratori di Cinecittà.

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Riceviamo in redazione e volentieri pubblichiamo il contributo di idee e di immagini dai lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà in lotta.

 

LA VERA REALTÀ DI CINECITTÀIMG_5532IMG_5533IMG_5534IMG_5539

L’azienda continua la sua politica di distruzione del tessuto produttivo

-38 lavoratori del settore sviluppo e stampa in cassa integrazione saranno licenziati al termine delle procedure, già avviate, il 28 aprile p.v.

-50 lavoratori del settore DIGITALE E AUDIO affittati dal 2012 alla multinazionale Deluxe saranno riconsegnati a Cinecittà per poi essere messi in cassa integrazione e licenziati.
Nonostante il rilancio SBANDIERATO da giornali e televisioni, il gruppo che controlla Cinecittà invece di investire i propri soldi in un settore di sviluppo come il Digitale e Audio continua a sfruttare i soldi dello STATO dichiarando di voler mettere i lavoratori in cassa integrazione.

-110 lavoratori della produzione (costruzione scene-manutentori-amministrativi) sono da gennaio 2013 in solidarietà e per questo gruppo di lavoratori e’ stato dichiarato dall’azienda un problema di esuberi strutturali di 50 unità.

Tutto questo accade nonostante il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) si sia impegnato:

– a rateizzare in 8 anni il debito di 5 milioni di euro contratto da Cinecittà studios nei confronti dell’Istituto Luce
– ad investire 7 milioni di euro sul sito produttivo di Cinecittà
– ad inserire 110 dipendenti nel programma di contratti di solidarietà per 2 anni abbattendo il costo del lavoro per Cinecittà di centinaia di migliaia di euro ogni anno
– a ridurre il canone di affitto che Cinecittà deve corrispondere al Mibact per centinaia di migliaia di euro l’anno in cambio della restituzione di 4 teatri di posa.

E nonostante varie produzioni nazionali e alcune produzioni internazionali (Ben Hur e Zoolander2) siano tornate a lavorare a Cinecittà grazie alle agevolazioni fiscali del Tax Credit.
Ad aggravare la situazione ci sono le dichiarazioni dell’azienda al tavolo del Mibact sulla volontà di procedere alla realizzazione del progetto che prevede la costruzione di un albergo, ristoranti, palestre, progetto contro il quale nel 2012 i lavoratori hanno occupato Cinecittà con 3 mesi di sciopero.
Risulta evidente l’incompatibilità tra gli indirizzi di sviluppo produttivo , legati al core-business, tracciati dal Mibact e quelli perseguiti dalla società IEG (Luigi Abete-Diego DellaValle-Haggiag-DeLaurentis che detengono l’80% di Cinecittà studios) che punta alla dismissione delle attività di core e di tutta la forza lavoro.

JOBS ACT E PENSIONI: LE BATTAGLIE CHE UNISCONO. INCONTRIAMOCI E PARLIAMONE, di M. Luciani

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11079646_747610982023570_8888239566236767121_nDomani 31 marzo avrà luogo a Roma un importante appuntamento per avviare un ragionamento comune all’interno della sinistra sulle possibili iniziative atte  a riaprire le partite sulle pensioni e sul mercato del lavoro che troppi danno frettolosamente per chiuse. C’è una sinistra che non si arrende di fronte alla dittatura del mercato e della finanza esercitata a colpi di fiducia dal governo Monti e dal governo Renzi ai danni delle conquiste realizzate dal movimento dei lavoratori, che non si concede alibi per non essere in campo, adesso, per rimettere in discussione quegli esiti e che vuole unirsi per essere più forte e cambiare davvero il corso delle cose. L’occasione dell’incontro pubblico copromosso da Sinistra Ecologia Libertà, Sinistra Lavoro, Movimento per il Partito del Lavoro, dal titolo “Lavoro e Pensioni. Quale futuro”, da questo punto di vista, è utile e non va persa.

MARTEDI’ 31 MARZO ALLE 17,30 PRESSO LA SEDE DI SEL IN VIA LUCCA, 11.

C O O R D I N A Francesco PALAIA – Responsabile Lavoro SEL ROMA            

I N T E R V E N G O N O:
Gianni RINALDINI   –  CGIL Nazionale – FIOM                        
Cecilia D’ELIA  – Segr. naz. Sinistra Ecologia Libertà
Gian Paolo PATTA    – Movimento Partito del Lavoro   
Danilo Borrelli – Sinistra Lavoro        
Glauco Zaccardi Magistrato – Segr. Area Magistratura Democratica
SARANNO PRESENTI E INTERVERRANNO DELEGATI DI POSTO DI LAVORO

 

 

LA PRIMAVERA COMINCIA IL 28, di M. Luciani

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Il 28 marzo in piazza per una nuova primavera del lavoro, è un appuntamento importante e ci saremo. Come compagni del Movimento per il Partito del Lavoro ci saremo, certo. Con entusiasmo, per sostenere la piattaforma proposta dalla FIOM.
Una piattaforma che rilancia i principali temi della lunga mobilitazione condotta dalla CGIL contro tutti i provvedimenti improntati all’austerity imposti in questo primo scorcio del terzo millennio ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, ai giovani, alle donne, fino alle più recenti iniziative, appoggiate in parte anche dalla UIL, per contrastare il Jobs Act del governo Renzi.
I titoli sono chiari e chiaro è il segno di classe: contro la precarietà generalizzata e la disoccupazione giovanile non affrontata da un governo appiattito su Confindustria. Per migliorare le condizioni di lavoro, per costruire un sistema pensionistico più giusto che abbassi i requisiti per andare in pensione. Per contrastare l’evasione fiscale e la corruzione ormai dilagante. Per il diritto alla salute e allo studio, per il reddito minimo, per la riappropriazione del contratto di lavoro come strumento di tutela del salario e dei diritti. Non sarà facile: il Ministro Poletti ha pensato bene di stroncare le Proposte di Legge di SEL, M5S e “civatiani” con dichiarazione inappellabile alla vigilia della manifestazione, ma il clima della vigilia è di grande attesa e nessuno è sorpreso o si scoraggia. Non sarà facile ma è giusto.
Tutti in piazza per rivendicare degli obiettivi, ma anche per costruire la “coalizione sociale”. Una locuzione, questa, che molto ha fatto parlare e straparlare e su cui, certamente, molto c’è ancora da dire. Per la verità il termine inglese Unions scelto come titolo dell’evento dai promotori è evocativo di radici storiche antiche che esprimono il senso profondo del progetto: per difendere i propri interessi materiali immediati la forza dei lavoratori e delle classi subalterne è sempre quella dell’organizzazione, diretta, di massa, democratica. Il modello è quello anche di recente collaudato in vertenze sindacali che sono state affrontate su un terreno sociale ampio, non limitato al rapporto tra lavoratore e padrone, nella prospettiva più avanzata di ricomposizione di interessi e di unità di lotta. Solo per fare qualche esempio: le vertenze per l’istruzione pubblica che hanno visto studenti e famiglie scendere in campo con insegnanti e non docenti; quelle per la cultura che hanno visto intellettuali anche a livello internazionale, studenti, giovani, saldare i propri interessi con quelli dei tecnici, delle maestranze e del personale artistico del cinema e del teatro; quelle per il pluralismo e la libertà dell’informazione che hanno visto giuristi, intellettuali, comitati e associazioni di scopo costruire insieme ai poligrafici e ai giornalisti l’azione di lotta. Intere comunità locali hanno sviluppato momenti alti di unità di popolo attorno ai lavoratori in lotta quando si è trattato di difendere insediamenti produttivi o di intervenire per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni nocive. Non spetta a noi, né ad altri fare l’interpretazione autentica delle reali intenzioni semantiche dei promotori. Pensiamo, però, che riprodurre su scala più ampia questo modello puntando ad una coalizione sociale di interessi aggregati attorno al lavoro che si dia obiettivi più avanzati e più generali è possibile, ma, soprattutto, è necessario. E noi ci siamo e ci saremo. Sosterremo la Proposta di Legge per il Nuovo Statuto dei Lavoratori, il Referendum abrogativo del Jobs Act, come stiamo sostenendo la Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sugli appalti della Cgil e abbiamo sostenuto il Referendum e la Proposta di Legge contro il Fiscal Compact.
Pensiamo però che una coalizione sociale con forme permanenti di organizzazione e di unità d’azione e con un forte connotato di autonomia non sancirà l’autosufficienza del sociale. Al contrario: farà salire la domanda di rappresentanza politica delle istanze sociali. Ciò è evidente proprio alla luce della pratica esperienza della Cgil: avanzare proposte alla politica come ha fatto col Piano del Lavoro, la Rappresentanza, il Fisco, le Pensioni era necessario, ma non è stato sufficiente. Non sarà sufficiente fin tanto che la Cgil avrà come interlocutore un governo espressione di partiti asserviti alle politiche neo-liberiste della troika, al di la delle questioni di stile dei leader che stanno assumendo tratti sempre più inquietanti. C’è bisogno di una risposta politica adeguata alla domanda di rappresentanza delle istanze del lavoro sul terreno dei rapporti sociali in generale, come in Grecia. Adesso. Altrimenti sul COSA avremo tanto materiale per seminari interessanti eper dichiarazioni roboanti, ma al momento di indicare CHI fa COSA comincia il solito gioco a nascondersi. E chi fa le lotte, inesorabilmente, finirà col pestare acqua nel mortaio.

APPUNTAMENTO SABATO 28 MARZO ALLE 14,00 A PIAZZA ESEDRA.

LE BUGIE DEL JOBS ACT, di M. Luciani

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CGIL CIRCO MASSIMO 2009 (185)

 

Attorno ai primi decreti attuativi del Jobs Act ci sono percezioni ancora approssimative e cognizioni distorte.
Ciò non di meno la becera propaganda del Presidente del Consiglio una cosa vera la dice: la portata dell’operazione è storica. Tutto il resto sono bugie da sbugiardare.
La portata è storica perché non si tratta di un semplice arretramento del quadro normativo che disciplina il mercato del lavoro, e il licenziamento in particolare, come ce ne sono stati tanti negli ultimi trent’ anni. Si tratta di una svolta epocale sia nella civiltà giuridica del paese che nella dottrina politica della “sinistra moderata” mainstream.
Sul piano normativo occorre subito sgombrare il campo dalle mistificazioni.
La menzogna delle Tutele Crescenti.
Le tutele crescenti non esistono e la terminologia è maliziosamente ingannevole. In realtà il Contratto a Tutele Crescenti altro non è che il contratto senza la tutela reale del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, salvo casi del tutto improbabili, ma invece, con la monetizzazione del licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. In realtà la monetizzazione già prevista dalla precedente normativa per i dipendenti delle aziende sotto i 16 dipendenti viene persino ridotta. Da notare che per il computo dei dipendenti i lavoratori part time non si potranno considerare uno, ma zerovirgola. Per i licenziamenti collettivi il reintegro non c’è più nemmeno nei casi di errori materiali di procedura o nei criteri di scelta. Nel caso di passaggio diretto per cambio appalto l’impresa appaltatrice subentrante non potrà accedere agli incentivi anche se, ai fini del licenziamento, saranno da considerarsi nuovi rapporti di lavoro, ma con il riconoscimento dell’anzianità pregressa per il calcolo dell’indennizzo. Dulcis in fundo, l’indennizzo diventa esentasse se il lavoratore accetta la conciliazione extragiudiziale, come a dire: “caro mio ex dipendente, con l’indennizzo esentasse io risparmio e lei non perde molto, se vuole possiamo guadagnarci entrambi, se poi lei proprio insiste a farmi pagare per intero la somma dovutale mi faccia pure causa, così avrà la sentenza d’appello fra qualche anno ed io potrò dedurle dall’importo che le devo i redditi da lei dichiarati nel frattempo”.
La menzogna dell’eccessiva rigidità delle mansioni.
Non è vero che il demansionamento ora diventa possibile nei casi di crisi aziendale come annunciato: lo era già. Dalla pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta, però, demansionare il lavoratore non sarà più un’eccezione limitata alle misure alternative al licenziamento per motivi economici, ma sarà una facoltà unilaterale del datore di lavoro nel caso che egli decida di riorganizzarsi. Per le mansioni superiori invece raddoppia il periodo di comporto necessario al riconoscimento giuridico dell’inquadramento corrispondente passando da 3 a 6 mesi che devono essere continuativi e su posto vacante. Insomma, la flessibilità c’era già. Si è voluto semplicemente introdurre maggiore libertà per il datore di lavoro di disporne a suo vantaggio, fino al punto di poter licenziare il lavoratore che non sia in grado di svolgere le nuove mansioni assegnate.
   La menzogna del superamento delle Collaborazioni.
Non è vero che spariscono le Collaborazioni Coordinate, infatti dette tipologie sopravvivono nei quattro casi di lavoratori iscritti ad albi professionali, partecipanti ad organi o commissioni di società, che offrono prestazioni ad Associazioni Sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI e nel caso, infine, di deroghe sancite (bontà loro) dalla contrattazione nazionale. Le collaborazioni che non trovano siffatte giustificazioni, per altro, non è detto che debbano trasformarsi in lavoro subordinato, a Tempo Determinato o Indeterminato a Tutele Crescenti (sic!), perché, se proprio non potessero ricadere nel lavoro autonomo, invece di aprire la partita IVA gli si aprono altre prospettive come il Contratto a Chiamata, lo Staff Leasing (somministrazione a Tempo Indeterminato) o il Lavoro Accessorio dato che, per calmierare ulteriormente i costi, si è opportunamente elevato da 5000 a 7000 € il limite annuo del Voucher. Ha fatto notare Pierluigi Alleva che potrebbe persino sparire il Progetto che era un fattore di contenimento dell’abuso di questa forma contrattuale introdotto dalla legge 30 per riproporre le Co.Co.Co del regime antecedente. Vedremo comunque ben presto se davvero agli ex collaboratori, una volta diventati Lavoratori a Chiamata o Accessori o a Tutele Crescenti, si concederà un mutuo facilmente come il Presidente del Consiglio ha promesso o se, invece, diventerà potenziale insolvente anche chi non lo era prima.
   La menzogna delle stabilizzazioni.
Tutti i rapporti di lavoro subordinato a tempo Indeterminato che si instaureranno nel 2015 saranno incentivati con la decontribuzione fino a 8060 € per tre anni e, dopo la pubblicazione in Gazzetta, avranno anche il licenziamento libero. Nello stesso tempo, però, il limite del 20% dell’organico per l’impiego di personale a Tempo Determinato sarà derogabile non più solo mediante contrattazione nazionale, come stabilito dalla Legge 78 (il famigerato decreto Poletti), ma anche mediante accordi aziendali. Gli incentivi alle assunzioni non derivano dal nuovo ordinamento, ma dalla legge di spesa per soli tre anni e, dunque, servono soltanto a fare lo spot politico sui nuovi contratti senza dar conto del saldo tra questi e quanti ne saranno cessati durante il triennio e, dopo il triennio, di quanto si sia abbassata la soglia delle tutele. Cosa succederà dopo la fine degli incentivi? Il Tempo Indeterminato con le Garanzie Crescenti diventa, di fatto, il precariato più lungo in un Mercato del Lavoro che resta un grande supermarket di forme contrattuali precarie. L’Apprendistato, svuotato in gran parte del valore formativo parifica il conseguimento della qualifica, del diploma e della specializzazione professionale e conferma nella soglia irrisoria del 20% il minimo di trasformazioni per poter assumere nuovi apprendisti, finendo in questo modo per aggiungersi anch’esso alle altre forme di precariato. In realtà il tempo indeterminato viene favorito soltanto per il lavoro in affitto, con lo Staff Leasing. Di “esemplificazione” e di “disboscamento” restano soltanto i proclami regalati a piene mani.
   La menzogna della Flexsecurity.
Da maggio 2015 entrerà in vigore la Nuova ASpI (NASpI), sostegno al reddito per i disoccupati, della durata massima di 24 mesi che poi diventeranno 18 nel 2017. E’ falso che questo provvedimento aumenta il periodo di sostegno al reddito in quanto nel 2014 un lavoratore ultracinquantenne poteva avere 36 mesi di mobilità al Centro-Nord e 48 al Sud. Ma soprattutto il lavoratore avrà due anni solo se ha lavorato ininterrottamente negli ultimi 4, altrimenti la durata verrà decurtata dei periodi non lavorati nel quadriennio. Quanto alla misura del trattamento la percentuale di copertura più favorevole si ha a 1195 € di reddito mensile, superati i quali decresce. Questo lavoratore avrebbe un assegno di 896,25 € lordi per i primi tre mesi di disoccupazione che scenderebbe del 3% mensile nei successivi per finire a 331,61 € lordi. Qualora si trovasse ancora senza lavoro e in condizioni di indigenza certificabile (sic !), ma fosse inserito in un programma di ricollocazione del Centro per l’Impiego (se saranno finanziati) potrebbe avere ulteriori 6 mesi di sostegno al reddito (l’ASDI) di 248,71 € (naturalmente lordi). Per i Collaboratori compare la DIS-COLL, ma il sostegno arriverà al massimo a sei mesi e, per di più, con la clausola di decadenza dal diritto se instaurano rapporti di lavoro subordinato superiori a cinque giorni. Si attendono intanto nuovi tagli agli ammortizzatori sociali conservativi (casse integrazioni e contratti di solidarietà). Mentre si taglia complessivamente il sostegno al reddito, inoltre, le politiche attive del lavoro restano ancora nebulose. Insomma, ci vuole proprio un bella faccia di bronzo per evocare la Flexsecurity!
    Il crepuscolo della civiltà giuridica del lavoro.
Sul piano della cultura giuridica si è estinto il diritto al lavoro. Il lavoro si è ridotto a merce tra le merci. Il suo valore è soltanto quello espresso dal prezzo, ed è in atto una valorizzazione drastica della forza- lavoro. La Costituzione materiale, così fondata sulla merce, entra in contraddizione con la Costituzione formale che continua a dichiararsi fondata sul lavoro. Si sono cambiati i “postulati morali”, il lavoratore non è più il contraente debole che, per avere uguali diritti, deve avere maggiori poteri.
   La sinistra del capitale.
Sul piano della dottrina politica non c’è più una “sinistra moderata” che tenga a riferimento gli “interessi generali del paese”, all’interno dei quali, però, si collocano anche i diritti dei lavoratori in quanto tali. Quella che è sopravvissuta è, al massimo, una “sinistra del capitale” che scrive le leggi sotto dettatura di Confindustria. Avversa ai lavoratori e arrogante verso ogni forma di dissenso, non solo nelle aziende e nelle piazze, ma anche verso il parlamento stesso.
    La sinistra necessaria.
Una nuova stagione dei diritti in Italia ci sarà soltanto se nascerà un soggetto nuovo della sinistra con una strategia fondata sul lavoro, sul sociale e sulla pace. Radicalmente nuovo, come in Grecia e in Spagna, data la ormai conclamata incapacità dei gruppi dirigenti nostrani di produrre un rinnovamento adeguato ai tempi come in Irlanda o in Germania. Ogni vertenza sindacale, ogni lotta sociale, ne avverte sempre di più il bisogno. Se ne riconoscerà l’urgenza man mano che si svilupperanno le iniziative contro il Jobs Act sia sul terreno più propriamente sindacale della guerriglia applicativa contrattuale e legale che su quello più propriamente politico del referendum abrogativo e della Legge di Iniziativa Popolare per il nuovo Statuto dei Lavoratori.

Massimo Luciani

 

 

APPELLO PER IL PARTITO NUOVO. Contributo collettivo- firme in calce.

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Esaurite le poco edificanti sessioni di voto le camere consegnano al governo la delega sul Mercato del Lavoro, il così detto Jobs Act. Un pacchetto di misure che rappresenta il più radicale attacco allo Statuto dei Lavoratori in oltre 44 anni storia: alle tutele contro i licenziamenti ingiusti, contro il controllo occulto, contro il diritto al giusto inquadramento, mentre, con la Legge di Stabilità, si taglia di un terzo il contributo pubblico ai Patronati per le prestazioni rese per conto dello stato, mettendo a rischio la loro sopravvivenza.
In tutta questa vicenda la sinistra nel suo complesso è risultata più che mai inconcludente, incapace di farsi interprete delle ragioni dei lavoratori, nel parlamento e nelle piazze, al di là della mera denuncia dell’inganno delle “tutele crescenti” e dei timidi attestati di solidarietà alla mobilitazione promossa dai sindacati, la CGIL in testa. Inadeguata ai compiti del momento.
Ben altra concretezza servirebbe per recuperare la credibilità perduta indicando come terreno di battaglia politica, da non delegare al sindacato, i contratti a termine senza causa previsti dalla legge 78 che possono essere prorogati per ben otto volte, il mezzo milione di collaborazioni, i contratti a chiamata, ad intermittenza e tutte le forme di precarietà previste dalla legge 30 che non vengono cancellate o trasformate ma ipocritamente tenute in vita fino al loro “esaurimento” (leggasi scadenza contrattuale). Ben più incisiva azione dei partiti e dei sindacati sarebbe necessaria a ricostruire un sistema previdenziale sostenibile con prestazioni congrue e certe per le giovani generazioni e con il ripristino per tutti della maturazione del diritto per anzianità contributiva che seppellisca la riforma Fornero.
Mentre la sinistra politica intesa nei suoi valori fondanti di giustizia ed eguaglianza sociale si riduce ad un ruolo di mera testimonianza senza incidere nelle scelte economiche che hanno ridotto il paese nella situazione in cui si trova , il governo del “partito della nazione” che Renzi ha esplicitamente invocato, procede incontrastato nella sua opera devastatrice sia di ciò che resta delle conquiste sociali di decenni di lotte del movimento dei lavoratori che del sistema democratico nato dalla Resistenza, accreditandosi sempre di più come l’asse portante delle politiche ultraliberiste della Troika.
Intanto, nel paese reale i seggi elettorali si svuotano proprio mentre le piazze si riempiono dei lavoratori in lotta. Gran parte del mondo dell’astensionismo è costituita da elettori che, in forma solo nominalmente passiva, reclamano nell’unico modo che hanno la necessità di costruire un nuovo soggetto politico, un nuovo partito. I giovani che si affacciano nel mondo del lavoro sono sempre più soli e alla mercé di un potere incontrastato dell’impresa. Nelle periferie urbane dove aumentano la disoccupazione, la precarietà e l’emarginazione, si vede sempre di più all’opera il volto cinico e feroce di una destra militante facilitata a promuovere l’insensata e vigliacca rivolta dei “penultimi contro gli ultimi” e i più deboli, perché la sinistra ha rinunciato alla presenza quotidiana sui reali bisogni popolari.
Se il paese è ormai pronto ad ogni possibile avventura autoritaria è perché la sinistra si è nascosta, si è ripiegata su se stessa, ha rinunciato a misurarsi concretamente con la realtà, smantellando il proprio insediamento sociale. Produce chiacchiere che si avvitano e che dividono, e quante più ne produce tanto più è percepita come inutile ed anacronistica. Non da oggi e non solo dall’opinione pubblica in genere, ma dai tanti movimenti per la pace, la solidarietà, l’energia pulita, l’ambiente, i diritti civili, i beni comuni, la casa, il diritto ai servizi sociali e alla cultura, la difesa degli interessi dei lavoratori, che hanno visto negli ultimi 20 anni l’impegno appassionato e generoso di migliaia e migliaia di attivisti, giovani e meno giovani, ma che sono stati abbandonati, traditi, nel migliore dei casi delusi dalla politica parolaia e non hanno sedimentato organizzazione e rapporti di forza. Ora basta!
La vicenda del Jobs Act deve segnare un punto di svolta reale per le prospettive dei lavoratori e della sinistra. Occorre un partito nuovo che rappresenti le istanze dei lavoratori e dei ceti sociali più deboli ed esposti al rigore della crisi economica che si fondi sul principio della pace e della solidarietà tra i popoli e che dia continuità istituzionale alle lotte sindacali e sociali in atto nel paese senza rinunciare pregiudizialmente alla prospettiva di tornare al governo con politiche economiche e sociali alternative e per questo elabori un piano delle alleanze necessarie a tale scopo.
Per riaprire il confronto nella sinistra sul governo è però fondamentale che la questione morale e la diversità rispetto alle altre forze politiche tornino ad essere la bussola d’orientamento ineludibile dell’azione politica.
Con queste premesse I sottoscritti, pur consapevoli delle proprie esigue forze, rivolgono un appello alle compagne e ai compagni che militano nel PD o nelle altre formazioni della sinistra parlamentare o extraparlamentare, a coloro che sono senza partito e militano nei sindacati o negli organismi sociali di autotutela, nelle associazioni politiche e culturali, nell’universo dell’associazionismo religioso umanitario e del volontariato sociale, perché ci si dia convegno in luogo e data definiti per insediare un coordinamento con il preciso mandato di fissare i criteri di verifica della rappresentatività e di convocare al più presto il congresso costituente del Partito Nuovo.
Su questa strada si stanno già muovendo associazioni e movimenti in modo diffuso ma disorganizzato: diamo sostanza a questo processo irrobustendolo per procedere a tappe forzate verso la costituzione anche in Italia come nel resto d’Europa del partito della “ SINISTRA”.
Roma, 18/02/2015
Bernardo Angelino – FISAC-CGIL Sara Assicurazioni- Giovanni Angelozzi – Quadro CGT- Fabrizio Bacchiani – RSU CGT- Ivano Balboni- RSA FISAC-CGIL ADIR Roma- Susanna Basile – mobilità Treccani, già SLC-CGIL Nazionale- Aldo Burattini – Poste Italiane- UILPOST- Diego Castaldi – già RSU INPS- Nicolino Cavalieri – RSU CGT- Angelo Ciaiola – Presidente AGI Spettacolo- Roberto Colvari – Movimento Partito del Lavoro-Roma- Alessandro Curini – Impiegato CGT- Giancarlo Di Berardo – Quadro CGT- Gaetano Finardi – Impiegato CGT – Giuseppe De Gregori – mobilità Treccani, già RSU- Maurizio Di Pietro – RSA SLC-CGIL SIAE- Pedro Alberto Di Santo – Grafico-Katia Flacco – RSU Telecom, SLC-CGIL- Maurizio Fontana – RSA SLC-CGIL SIAE-Maurizio Foffo Movimento Partito del Lavoro-Roma- Marco Foroni –Telecom SLC C GIL-Marco Salvatore Galotta – Impiegato CGT- Roberto Gramiccia, Medico e Scrittore- Claudio Iannilli – CGIL Nazionale- Marco Iervolino – Presidente PAMA- Antonella La Bianca – RSU Carocci- Doriano Locatelli – Seg. SLC-CGIL Roma Est Valle Aniene- Francesco Luci – Agronomo- Massimo Luciani – SLC-CGIL Nazionale- Fabio Lupi – RSU Ministero Salute- Mara Mariani – RSU Poste Italiane, Coord. Donne Roma e Lazio SLC-CGIL- Gianfranco Matera-Psicologo e Psicoterapeuta- Mario Menghini – Libero Professionista- Gianni Mulas- Gianni Nardone- Movimento Partito del Lavoro-Frosinone- Alessandra Palombi , Avvocato- Domenico Parisi – Progettista Eurocontrol- Giorgio Pesce – Case per la Sinistra Unita- Fabrizio Pilotti – RSU CGT, FILCAMS-CGIL- Roberto Polillo- Medico – Indiana Raffaelli – Musicista, SLC-CGIL- Pietro Rosati – già segretario Generale SNUR CGIL Lazio- Pasquale Ruzza – Vice Presidente Federconsumatori- Andrea Profeti – Sammontana- Massimo Santalucia – RSU Wolters Kluver-SLC-CGIL- Gianguido Santucci –SPI- Fabio Scurpa – Seg.Gen. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia-Claudio Sireno- Radiologo S. Eugenio- Gianfranco Valente Seg. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia- Emidio Vignaroli – Rai Saxa Rubra- Marco Zanier – Case per la Sinistra Unita, ex Resp. Cultura PSI Roma- Marco Zuddas – RSA SLC-CGIL SIAE.

Il Centro socialista interno (1934-1939)- appunti per un dibattito su antifascismo ed unità di classe, di M. Zanier

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Se guardiamo alla  Resistenza come all’elemento centrale della riscossa di un popolo oppresso contro un regime dittatoriale e alla lotta di liberazione dal nazifascismo come  all’ultima fase di  una drammatica guerra civile portata avanti da comunisti, socialisti, e dalle altre forze democratiche, cattolici compresi,  per riconquistare la libertà perduta e ricostruire Paese migliore, allora dobbiamo domandarci come questo processo si sia generato, quali politiche lo abbiano determinato, quale lavoro clandestino lo abbia preparato.
Come i libri di testo di Storia in uso nelle scuole anche l’enciclopedia virtuale Wikipedia circoscrive la Resistenza partigiana italiana all’ “opposizione, militare o anche soltanto politica, condotta nell’ambito della seconda guerra mondiale – dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente invasione dell’Italia da parte della Germania nazista e la conseguente invasione dell’Italia da parte della Germania nazista – nei confronti degli occupanti e della Repubblica Sociale Italiana da parte di liberi individui, partiti e movimenti organizzati in formazioni partigiane, nonché delle ricostituite forze armate del Regno del Sud che combatterono a fianco degli Alleati

Il Fascismo storicamente inizia con la marcia su Roma nel 1922, la Resistenza partigiana inizia ufficialmente l’8 settembre 1943, il periodo compreso tra quelle due date è necessariamente da identificare con il lavoro politico clandestino degli antifascisti italiani che hanno preparato la lotta di liberazione.

La nascita e l’affermazione del Fascismo

Andiamo per gradi. Nel 1922 Mussolini marcia su Roma con decine di migliaia di squadristi pretendendo il potere politico del Regno d’Italia. Al suo arrivo a Roma il Re d’Italia Vittorio Emanuele III  gli dà l’incarico di formare un nuovo Governo. Solo in un secondo momento quel Governo ottiene il voto di fiducia da parte delle due Camere e quindi anche la  necessaria giustificazione formale della sua presa del potere. Nella descrizione del Ventennio, gli storici distinguono di solito due fasi.  

La prima fase del Fascismo comprende il periodo dal 1922 al 1924 e va sotto il nome di “Fascismo parlamentare”: nel 1922 il Governo Mussolini ottiene dal Parlamento i pieni poteri per le riforme amministrative e fiscali; quello stesso anno viene creato il Gran Consiglio del Fascismo, organo posto sotto la diretta dipendenza del Presidente del Consiglio (da quel momento cioè organi dello Stato con organi di un solo partito coincidono); nel 1923 le squadre d’azione (o Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) vengono assimilate all’esercito regolare e con la Legge Acerbo (Legge 18 novembre 1923 n° 2444) si stabilisce che devono essere attribuiti 2/3 dei seggi della Camera alla lista vincitrice (cioè un forte premio di maggioranza); nel 1924 le elezioni vengono  vinte dai fascisti dopo forti pressioni ed intimidazioni, quello stesso anno il deputato socialista Giacomo Matteotti  che ha denunciato i brogli viene brutalmente assassinato. Per protesta molti deputati abbandonano il Parlamento e si ritirano sull’Aventino.

La seconda fase del Fascismo  comprende il periodo che va dal 1925 al 1939 e si caratterizza per la  costruzione ed il rafforzamento del regime attraverso  leggi costituzionalmente rilevanti (“leggi fascistissime”): nel 1926 vengono  dichiarati decaduti i deputati che si erano ritirati sull’Aventino, inizia la soppressione del pluralismo politico. E’ il 1926 ll’anno da cui iniziare il nostro discorso. Perché se  prima, Mussolini aveva portato avanti  un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura è solo nel 1926 che scioglie il Parlamento, costringe al confino tutte le forze democratiche lasciando al Governo solo il Partito Fascista. Sempre quell’anno, sui luoghi di lavoro abolisce le rappresentanze dei dei sindacati liberi sostituendole coi sindacati fascisti (uno dei lavoratori e uno dei datori di lavoro per ogni settore) direttamente controllati dal regime, abolisce la libertà di stampa, sopprime i giornali antifascisti, istituisce la pena del confino, introduce la pena di morte, crea la polizia segreta (OVRA) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, col compito di reprimere i reati politici, cioè gli oppositori del Fascismo.
Senza la libertà di parola, senza rappresentanza parlamentare democratica e pluralista, senza organizzazioni sindacali libere con cui costruire percorsi coi lavoratori, ma soprattutto senza la direzione e l’organizzazione territoriale dei rispettivi partiti, i comunisti e i socialisti rimasti in Italia, dal 1926 si devono organizzare necessariamente in gruppi clandestini, controllati da vicino dalla polizia segreta e sotto la costante minaccia della prigionia.

Tutto questo mentre  il Fascismo continuava il suo terribile cammino: schiacciando i diritti e l’unità dei lavoratori in patria; muovendo guerra ai lavoratori che nel 1936 in Spagna erano insorti contro la dittatura franchista;  proclamando la nascita dell’Impero d’Italia dopo aver aggredito l’Etiopia e condotto contro di essa una guerra feroce; emanando nel 1938 le vergognose leggi razziali in cui vennero vietati ai cittadini italiani di religione ebraica i diritti elementari tra cui il divieto per i bambini frequentare le stesse scuole degli altri bambini italiani, per gli insegnanti di esercitare la professione nelle scuole del Regno. Leggi razziali che, è bene ricordarlo, spianarono la strada alle successive deportazioni di milioni di italiani di religione ebraica nei campi di sterminio hitleriani.

Oggi noi sappiamo che negli anni seguenti quel regime avrebbe maledettamente legato il destino italiano a quello tedesco, trascinando l’Italia in una guerra assurda e sanguinosa e gli italiani nella miseria più nera.    

                      Una nuova generazione di socialisti


Per i socialisti l’antifascismo si esprime in un primo momento con l’adesione alle posizioni di Giustizia e Libertà ovvero attraverso la condanna e il rifiuto di tutta la negatività del Fascismo e la difesa dei valori della democrazia che il Regime ha cancellato. Ma nonostante l’attivismo instancabile di quegli antifascisti, il Fascismo si afferma, si struttura, mette radici nella società e colpisce coi molti arresti chi vi si oppone, compresi molti coraggiosi compagni di quel movimento che a un certo momento entra in crisi. E’ la generazione di socialisti successiva, che ha visto sin da piccola la concreta affermazione del Fascismo e che non può semplicemente condannarlo ma vuole trovare il modo di capirne gli ingranaggi per farlo crollare dall’interno, ritrovare un rapporto con la classe operaia, elaborare una nuova strategia di lotta. I nuovi quadri sono maturati negli anni dal ’24 al ’26, cioè negli anni in cui il movimento operaio organizzato viene liquidato definitivamente, hanno voluto superare la lettura di Marx della generazione precedente e guardano al futuro, ossia alla maturazione del PCI e al modo in cui si radica nella società. Oltre a Marx hanno letto Kausky, la Luxemburg, O. Bauer, Lenin (e magari il “Che fare?” li ha portati a chiedersi come uscire da quel presente opprimente), collaborano alle riviste di politica e cultura come “Rivoluzione liberale”, “Quarto Stato”, “Pietre”.
Nel 1933 sulle pagine dei “Quaderni di Giustizia e Libertà” il giovane Lelio Basso, dietro uno pseudonimo, denuncia i limiti di quell’impostazione antifascista e ne propone a quello stesso gruppo il superamento: “La crisi continuata e le ultime manifestazioni di forza del regime- che attraversa oggi indubbiamente il suo momento più felice- ci impongono di seguire un’altra strada. Non possiamo illuderci fidando in rivoluzioni prossime e non possiamo lavorare per l’imprevedibile. Il fascismo durerà e noi dobbiamo compiere un’opera lunga e lenta di penetrazione di idee e di rieducazione morale soprattutto fra i giovanissimi.” Ma la sua proposta non viene raccolta. Lelio Basso contribuirà a dirigere prima il Centro socialista interno, poi il PSI poi il PSIUP.
D’altronde, già nel 1931  un altro giovane socialista di grande spessore e destinato ad avere un ruolo di primaria importanza sia nella formazione e nella gestione del Centro socialista interno che del  Partito Socialista Italiano del dopoguerra, Rodolfo Morandi, era uscito dal gruppo Giustizia e Libertà perché le condizioni materiali del tempo spingevano ad attuare un rivolgimento politico.
In effetti la situazione era cambiata rapidamente: in Germania nel 1933 Adolf Hitler, leader del partito Nazionalsocialista era stato eletto cancelliere e chiamato dal presidente Hindenburg a formare un governo di coalizione con altre forze della destra nazionalista. Nelle successive elezioni il Nazismo, manipolando i risultati con violenze e intimidazioni ancora maggiori rispetto a quelle fasciste, aveva ottenuto la maggioranza assoluta e il potere, sciogliendo qualsiasi partito d’opposizione e autodecretandosi unico partito ammesso in Parlamento. Il movimento operaio era stato diviso e sconfitto una seconda volta.


La svolta del 1934

Nell’antifascismo italiano la svolta arriva nel 1934. E’ l’anno dello sciopero degli operai parigini contro il tentato “putch” fascista e della feroce repressione della rivolta proletaria contro il tentativo autoritario dell’austriaco Dolfuss.
Ma è anche l’anno del riavvicinamento dell’Internazionale comunista all’Internazionale socialista. Le forze della Sinistra decidono di riunirsi: in Francia i socialisti della SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia) e il PCF (Partito Comunista Francese) stipulano un patto di unità d’azione, in Italia- dice Aldo Agosti nel suo saggio- “PSI e PCI siglano un patto analogo: nonostante persistano divergenze fondamentali di dottrina, di metodo e di tattica che impediscono una fusione organica, si stabilisce una linea comune tra i due partiti contro la minaccia della guerra, per strappare alle prigioni le vittime  del Tribunale speciale, per la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, per la libertà sindacale e la libertà di organizzazione, di stampa e di sciopero; e si impegnano a coordinare azioni comuni in vista di quegli obiettivi e a spianare la strada in ogni paese a una politica d’unità d’azione.”
L’inasprirsi del regime fascista, ora supportato da quello hitleriano in Germania, la maggiore debolezza del  movimento operaio internazionale, la ricerca dei socialisti e dei comunisti di un fronte comune antifascista, non ultimi lo sperpero del denaro pubblico in tempi di crisi con le guerre coloniali (l’invasione dell’Etiopia è del 1934) e l’affacciarsi alla scena politica di una generazione nuova di compagni che vogliono concretamente restituire la libertà al Paese, creano le condizioni materiali della svolta che si attua nel 1934.  Scrive Stefano Merli nel suo saggio: “il ’34 segna non solo un arresto dell’attività di GL, ma una vera e propria crisi dell’antifascismo aclassista e d’élite. La nuova generazione non riconosce più in GL quel movimento che aveva sperato capace di superare le tare della vecchia organizzazione, non vi vede soprattutto un nucleo di pensiero omogeneo e operante che sia sorto, come ambiva, dalla sintesi del pensiero marxista e di quello democratico, termine questo troppo generico e stanco nella significazione usuale”.

E’ così che una sera del 1934 a Milano, in via Telesio, in una riunione clandestina , un gruppo di compagni socialisti decide di dare vita ad un percorso nuovo in una struttura che si farà carico della crisi del movimento operaio e dei suoi partiti, superando i limiti degli schieramenti esistenti attraverso una precisa scelta strategica: creare una politica per il proletariato italiano. Era nato il Centro socialista interno.
I nomi erano quelli di vecchi organizzatori del Partito come Domenico Viotto e Umberto Recalcati, delle nuove leve intellettuali come Lucio Luzzatto, Lelio Basso, Rodolfo Morandi, accanto a una componente operaia.

                Dalla centralità operaia  all’unità di classe

Quello che urge oggi- scrive  Rodolfo Morandi nel 1935– è una riclassificazione delle premesse politiche della lotta socialista, che si attui sia nella rigenerazione dei suoi motivi fondamentali e perciò nella identificazione degli elementi che ne hanno determinato il temporaneo declino sia nella ricerca di un punto fermo verso il quale si possano orientare, con garanzie di concretezza, tutte le forze socialiste”.

Il punto da cui ripartire per questi compagni è il collegamento coi lavoratori, in particolare quelli delle fabbriche delle città industrializzate: la classe operaia acquista una centralità programmatica senza precedenti.

Come spiega molto bene Aldo Agosti nel suo saggio: “Per i militanti del Centro interno il rapporto partito-classe non è il rapporto fra  la classe come immediatezza sociale, come massa indifferenziata, e il partito come portatore all’esterno della coscienza: tra il partito avanguardia cosciente e la classe, alienata e dispersa, c’è l’organizzazione politica di massa che si dà autonomamente i propri obiettivi e autonomamente ne esprime i propri quadri dirigenti. In  questa prospettiva, il partito diventa strumento e non il solo con cui la massa esprime i propri interessi politici e attraverso cui si dirige.” Per esempio Eugenio Curiel, un compagno due volte coraggioso perché di famiglia ebrea, che in quegli anni oggettivamente pericolosi collabora prima con la direzione esiliata a Parigi del PCI, poi col Centro socialista interno, scrive nel suo “Lo Stato operaio” esattamente questo: al centro del suo lavoro politico non è preventivamente il partito ma  la massa la quale crea autonomamente i propri strumenti di espressione, compito della direzione politica è quello di aderire alla “lotta spontanea” delle masse per concretamente guidarlo ai fini che ha impliciti. Solo attraverso questa adesione sarà possibile ricostruire il legame partito-classe che era stato dissolto dalla crisi del dopoguerra e dal Fascismo.
In fondo, la strategia che mette a punto questo gruppo clandestino è quella più funzionale alla ricostruzione di una politica per i lavoratori in assenza della struttura del partito: ripartire da quello che c’è sul territorio, dalle condizioni che vivono i lavoratori, dalle loro proteste e dalla loro lotta, ricostruendo con loro un nuovo tessuto politico nelle organizzazioni sindacali esistenti, coi quadri che non intendono  più seguire le direttive del Regime. O agivano in questo modo o erano costretti ad aspettare inermi l’eventuale caduta del Regime ed il ritorno in patria dei partiti ora costretti all’estero. Partiti che inevitabilmente non avendo potuto seguire da vicino le sconfitte recenti della classe operaia non sarebbero stati in grado di articolare una politica efficace per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.  “Riclassificare” la politica socialista in Italia significava allora necessariamente stare vicini agli operai nelle fabbriche, collegarli agli altri lavoratori, con lo sguardo rivolto al movimento operaio internazionale e pronti a sfruttare ogni momento di debolezza  del Fascismo per organizzare una forma di lotta efficace. Anche perché in quegli anni non era possibile sprecare le occasioni.

Il dirigente del PSI che dalla sede emigrata di Parigi si accorge  dell’importanza del attività del gruppo clandestino milanese e ne sostiene, anzi addirittura ne sprona il lavoro è Giuseppe Faravelli che nel 1935 scrive loro di “trasformare i rapporti tra  avanguardie e masse da occasionali in costanti, da esterni in interni, moltiplicando le occasioni e le iniziative capaci di mettersi in movimento e ad esprimere esse medesime dei capi.” Ma entrare in contatto coi lavoratori nel 1934-1935 non è facile perché il regime vive in quegli anni un momento di forza e la sua rete di controlli è ancora impenetrabile.

Il terreno naturale di un gruppo di compagni operante a Milano negli anni Trenta che voleva ricostruire un rapporto politico importante coi lavoratori doveva necessariamente essere la  classe operaia dei grandi complessi industriali intorno alla città e degli altri stabilimenti nel Nord Italia. E’ in fabbrica infatti che grazie al lavoro costante della componente operaia del gruppo (come Marco Riccardi che paga  con la vita il suo coraggio) il Centro socialista interno riesce lentamente a superare i controlli, lavorando dentro il sindacato fascista con alcuni quadri giovani non ancora pienamente inseriti nell’apparato e soprattutto stando attento a cogliere i motivi di malcontento dei lavoratori per poi schierarsi al loro fianco quando si ribellavano al regime. Ma dietro l’impegno pratico del gruppo sta anche la forza organizzativa e la capacità analitica del suo massimo dirigente, Rodolfo Morandi, che in “Storia della grande industria moderna in Italia” aveva già capito il funzionamento del Capitalismo industriale italiano e che vedeva necessario anche nel nostro Paese sovvertire i rapporti di forza per creare una giusta redistribuzione della ricchezza.
Il salto di qualità avviene  tra l’estate del 1936 e la primavera del 1937: dai primi contatti con alcune élites intellettuali e operaie, il Centro socialista interno passa a mettere radici solide a Milano e in Lombardia, penetrando in modo capillare nelle spaccature dell’organizzazione fascista aperte dall’ insofferenza delle masse. Nello stesso periodo riesce a stabilire contatti organici e stabili con le altre correnti antifasciste, comunisti soprattutto ma anche repubblicani. Ma soprattutto accanto al centro milanese vengono alla luce tutta una serie di centri secondari (Gruppo Erba, Gruppo Rosso, Gruppo De Grada…) dotati di una certa autonomia di azione ma coordinati tra loro e diretti politicamente dalla sede centrale. Le carte rimaste dimostrano che nella strategia di Morandi era previsto che nel caso in cui la sede milanese fosse caduta in mano fascista, gli elementi migliori di questi centri, formati alla stessa scuola, con la stessa prospettiva e con lo stesso metodo di lotta, avrebbero potuto costruire un secondo Centro socialista interno e continuare il lavoro iniziato.

Cosa è successo?  La guerra coloniale in Etiopia del 1934 e la guerra di Spagna del 1936 hanno intaccato la fiducia del popolo italiano nelle scelte del Duce perché hanno imposto restrizioni e sacrifici per delle cose non necessarie. Scrive nel suo saggio Stefano Merli: ”Mentre fino a pochi mesi prima la lotta degli illegali era tutto quanto poteva vantare l’antifascismo il cui lavoro concreto nella realtà fascista doveva limitarsi all’aderenza minuta ai bisogni elementari delle masse; ora sono queste che con un’imponenza imprevista vengono in in primo piano superando gli argini delle parole d’ordine e anche la stessa organizzazione clandestina che è incapace di disciplinarle. Le cronache degli ultimi mesi del 1936 e dei primi del 1937 sono ricche di notizie su manifestazioni pubbliche e su arresti in seguito al malcontento collettivo per le imposte di guerra, le ritenute, l’insufficienza dei salari, ecc.”

 Agitazioni spontanee si sviluppano nelle fabbriche e nelle campagne e prendendo spesso il carattere di sollevazioni antifasciste mentre Radio Madrid e Radio Barcellona e eccitano gli animi dando notizia della sconfitta delle camicie nere in Spagna, nella battaglia di Guadalajara.

E’ in questa situazione che l’apparato repressivo fascista si mette in moto con l’obiettivo dichiarato di individuare e colpire i gruppi clandestini che potrebbero creare problemi al Regime.  Nella serie di arresti a catena che si susseguono in quel periodo, per la prima volta dopo più di tre anni cade anche il Centro socialista interno. E’ il 1937: tra gli arrestati c’é Lucio Luzzatto dei fondatori (verrà liberato nel 1942 si impegnerà di nuovo nella lotta antifascista e diventerà uno dirigenti del Movimento di unità proletaria, sarà nella Direzione del PSI nel 1943  dopo la Liberazione farà parte del Comitato centrale del PSI sino al 1957  poi sarà tra i fondatori del PSIUP) e Aligi Sassu del Gruppo Rosso ma soprattutto molti giovani. Al momento dell’arresto Rodolfo Morandi è fuori città per lavoro ma appena viene a conoscenza dell’accaduto torna rapidamente a Milano per farsi arrestare, per prendersi le responsabilità politiche davanti al gruppo e dare l’esempio ai giovani militanti. In prigione resterà fino al 1943 e pure tra mille privazioni e punizioni non smetterà di pensare alle condizioni della classe operaia e alla liberazione dal nazifascismo, insegnando il marxismo di nascosto ai detenuti e stringendo un’ amicizia fraterna coi comunisti imprigionati. Una volta libero, parteciperà attivamente alla Resistenza.

Se la repressione fascista era stata un duro colpo, per i socialisti milanesi che avevano teorizzato di porre la classe prima del partito e subordinato la ricostruzione del tessuto politico all’azione congiunta coi lavoratori, il fascino della mobilitazione spontanea delle masse cui avevano assistito lo era di più. E’ Eugenio Colorni, direttore del Centro socialista interno dopo l’arresto di Morandi, che per la prima volta dal 1926 scopre di essere “indietro rispetto alle masse” e in un articolo del Giugno 1937 pubblicato sul Nuovo Avanti! intitolato “La spontaneità è una forma di organizzazione” ragiona apertamente sulla maturazione delle masse e sui limiti dell’organizzazione dei partiti rivoluzionari, incapaci di creare una proficua collaborazione con esse quando siano in grado di sviluppare una lotta. E’ un passaggio importante: é il partito che guarda alle masse con  il rispetto di chi vuole capirne le istanze prima di comandarle (ma la lezione avrà scarsi echi nella politica italiana.

Eugenio Colorni, intelligente e coraggiosa guida dei compagni milanesi, verrà catturato l’anno dopo nelle persecuzioni razziali, perché appartenente a una famiglia ebrea, e inviato al confino a Ventotene dal 1939 al 1941. Verrà ucciso a Roma dalla milizia fascista poco prima della Liberazione. Aveva comunque avuto il tempo di contribuire a gettare le basi del PSIUP.

Lotta di classe e Resistenza

Leggere la storia del Centro socialista interno senza tenere conto della prospettiva di  lavoro di lunga durata che si prefiggevano per cambiare radicalmente la situazione italiana, sarebbe un grave errore. Nel momento stesso in cui prende corpo e si sviluppa la sua azione politica di opposizione radicale al Fascismo, la liberazione nazionale diventa non solo l’obiettivo per abbattere  il regime ma anche il processo di unificazione del proletariato industriale e contadino contro un sistema di produzione e contro una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

Lo dice chiaramente il massimo dirigente del gruppo, Rodolfo Morandi: “Il socialismo è anzitutto lotta di una classe, per la sua ascesa e la sua liberazione. La libertà proletaria sarà conquistata col radicale sovvertimento dei rapporti economici esistenti, su un piano d’estesa collettivizzazione. Le libertà proletarie saranno istituti che assicureranno una libertà non nominale ai lavoratori nel processo di produzione. Chiarire a noi stessi il senso, la concreta portata e figura di tutto questo, ecco precisamente quello che la nostra critica deve conseguire.” (Problemi di politica socialista”, 1935).

La concezione del socialismo di Rodolfo Morandi è quindi quella marxiana: una società divisa in classi in cui il cui cambiamento sostanziale, cioé la redistribuzione della ricchezza dai pochi sfruttatori alla moltitudine degli sfruttati può attuarsi solo attraverso l’unità della classe unica degli sfruttati e il rovesciamento dei rapporti di produzione. L’unità della classe, in un periodo profondamente segnato dall’isolamento dei lavoratori, dalla mancanza dei diritti essenziali, dall’impossibilità di far sentire la propria voce, diventa la condizione preliminare per dare vita ad un’Italia non solo libera dal Fascismo ma anche profondamente democratica e giusta. Il lavoro a stretto contatto con la classe operaia prima e le masse contadine poi, cogliendone i malumori e comprendendone i bisogni reali, il modo di realizzarla.


D’altronde, qualche anno prima, sempre Morandi aveva scritto: Il nostro compito è di definire precisamente il denominatore rivoluzionario sotto il quale si ha da operare quella unità, che ha da essere una formazione di lotta capace di una forza d’attrazione nuova nell’ambiente italiano. Perché tale realmente avvenga, l’unità auspicata non si dovrà acquistare a prezzo della chiarezza, della coerenza interiore, della rigorosa determinazione delle sue formule. Essa non si può risolvere nella semplice determinazione dei programmi, di vedute differenti, giacché non si tratta per noi di operare una semplice ‘concentrazione’ ancora tra i partiti di colore più acceso. Si tratta di dare al moto spontaneo delle più larghe masse della popolazione un orientamento chiaro e fattivo.” (Capisaldi di agitazione, 1932).

L’accadimento reale che permette al Centro socialista interno di penetrare attraverso le rigide maglie del controllo fascista e di istituire i collegamenti di classe tra il proletariato nazionale e quello internazionale è senza dubbio la Guerra di Spagna che – come si legge nel documento elaborato collettivamente: “ha messo finalmente in evidenza, chiari agli occhi di tutti, i termini della lotta di classe, come necessariamente si riduce al suo estremo”. Più avanti si legge “la necessità che vi è dovunque, per il proletariato di prepararsi all’urto, di forgiare le proprie armi rivoluzionarie” e che in Spagna in quel momento “si gettano le basi del prossimo avvento del socialismo spagnolo; si adottano successivi provvedimenti, si estende il controllo operaio, si limita l’impresa capitalistica, rendendo ormai  impossibile un ritorno dello sfruttamento capitalistico (…)” (“La guerra spagnola”, 1937).

Oggi sappiamo che le cose che non sarebbero andate così: i rivoluzionari che sostenevano la causa repubblicana furono sconfitti e nel 1939 iniziò la dittatura di Francisco Franco. Ma in quel momento, con quelle parole, il gruppo milanese aveva dato ai lavoratori italiani sfruttati la speranza del cambiamento e nella rivoluzione gli aveva indicato la strada per realizzarlo. Ma facciamo attenzione al metodo: se la Guerra civile spagnola è un esempio concreto di rivoluzione in atto da praticare anche in patria, questa si può realizzare solo partendo dalle contraddizioni materiali del Capitalismo italiano. Cioè non si può calare dall’alto la guida di un processo ma bisogna costruire la propria azione e il proprio ruolo a stretto contatto con le masse ed in relazione alla loro capacità di organizzare una forma matura di lotta. Cioè non si vuole limitare la rivoluzione alla conquista del potere, sostituendo “all’autorità della borghesia quella di un Comitato centrale socialista”, come diceva Rosa Luxemburg, ma si vuole tendere a fare della rivoluzione lo strumento per la liberazione totale della classe oppressa portandola a gestire direttamente gli strumenti della produzione.
Ma oltre che nel metodo, il loro scarto qualitativo sostanziale sta nella strategia rivoluzionaria rispetto a quella elaborata dal PCI di quegli stessi anni, fino a Gramsci compreso: ”Il problema gramsciano del tradurre nella esperienza italiana l’esperienza leninista era superato nel ’37 – scrive Stefano Merli nel suo saggio- e a questa constatazione vanno riportate le osservazioni identiche a quelle originarie; la classe operaia tentava esperienze in base alle quali il rapporto tra essa e il partito […] andava posto in altro modo e soprattutto non era più al centro della coscienza rivoluzionaria. Il programma centrista è giocoforza un programma di governo rivoluzionario che ha davanti non il partito ma la nuova società.”

Il Regime fascista aveva capito perfettamente la pericolosità di un lavoro clandestino impostato in questo modo. Lo dimostrano la cura estrema con cui vengono programmati ed eseguiti gli arresti del 1937 e gli atti del processo – li riporta Aldo Agosti nel suo saggio- in cui a Morandi, Luzzatto, Sassu e ad altri viene imputato di “aver promosso e organizzato una associazione avente il fine di compiere […] fatti diretti a mutare la forma del governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento dello Stato” e di aver partecipato nel territorio dello Stato ad associazione diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato.”

L’esperienza politica del Centro socialista interno però non finisce con gli arresti del 1937: continua a lavorare sotto la guida di Eugenio Colorni mentre il testimone di questa esperienza verrà raccolto dal Gruppo Rosso e dal Gruppo Erba, dai quali usciranno i quadri della Resistenza.

Ma anche il gruppo fondatore darà un contributo importante alla lotta di liberazione: nel 1942 Lucio Luzzatto si unirà alla Resistenza, di ritorno dal confino; un anno dopo  Lelio Basso, che era stato recluso in un campo di concentramento, poi Morandi, dopo sei anni di carcere, insieme a Eugenio Curiel e ad altri coraggiosi sopravvissuti.

Ci si potrebbe chiedere legittimamente come abbiano lavorato questi compagni in un clima così cambiato di insurrezione diffusa dopo l’Armistizio. Come abbiano interagito con la Resistenza e la politica di unità nazionale. Ebbene la risposta è: esattamente come avevano fatto prima, cioè guardando con gli occhi aperti la realtà, spingendo l’insurrezione partigiana verso un rivolgimento complessivo della società e dando centralità alle istanze dei lavoratori nel costruire una politica unitaria coi comunisti.      

Così mentre Curiel nel 1943 dirà ai partigiani che: “Conquistare l’indipendenza non significa quindi soltanto cacciare il tedesco ma spezzare le reni al fascismo e ai gruppi del grande capitale finanziario che esso rappresenta” (“Fronte Nazionale, Società Nazionale, Blocco Nazionale”); sarà ancora Morandi nel 1944 a intervenire nel dibattito del CLN dicendo: “A noi pare che socialisti e comunisti non debbano perdere la sensibilità di classe nel praticare la politica d’unità. D’altra parte ciò che i socialisti hanno in vista è semplicemente di rimettere alla classe lavoratrice i suoi diritti, garantendone la possibilità di far dal basso, attraverso forme rappresentative che essa stessa nel corso della lotta si dà” (“Politica di classe”).


                                  Prospettive attuali


Se  con metodo e serietà sapremo individuare i bisogni materiali dei lavoratori e costruire le politiche sociali in grado di risolvere i loro problemi, dandogli una nuova centralità nella elaborazione delle politiche per lo sviluppo, avremo gettato le basi della costruzione di una prospettiva di lunga durata: la trasformazione della società nella direzione del Socialismo. Se tutto questo lo hanno già fatto i nostri compagni col Centro socialista interno in anni molto più difficili dei nostri, certamente anche noi possiamo farlo oggi.

Marco Zanier

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Per la ricostruzione di quel periodo e di quella fase della politica socialista in Italia, mi sono avvalso essenzialmente di questi testi:


“Fronte antifascista e politica di classe- socialisti e comunisti in Italia 1923-1939” a cura di Stefano Merli, ed. De Donato, 1975 (fra i quali soprattutto il saggio di Stefano Merli  “Fronte antifascista e politica unitaria di classe nel dibattito e nel lavoro del Centro socialista interno”);

“La democrazia del socialismo” di Rodolfo Morandi, a cura di Stefano Merli, ed. Einaudi Reprints, 1975;

“Rodolfo Morandi- il pensiero e l’azione politica” di Aldo Agosti, ed. Laterza, 1971.

AGGIORNAMENTO PRESIDIO PER LA PALESTINA. Di Rete Romana di Solidarietà col Popolo Palestinese

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bandiera palestinese

** Il presidio “itinerante” per la Palestina continuerà a piazza del Colosseo lunedì, martedì e mercoledì prossimi con i seguenti orari:

lunedì 11 agosto dalle ore 17 alle 20
martedì 12 agosto dalle ore 10 alle 14
mercoledì 13 agosto dalle ore17 alle 20.

 

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Roma. Il presidio “itinerante” per la Palestina continuerà a piazza del Colosseo lunedì, martedì e mercoledì prossimi con i seguenti orari:

 

GAZA E’ ZONA DI GUERRA, IL DIRITTO INTERNAZIONALE E’ SOSPESO, di Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

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gaza

 

In queste due settimane di violenti attacchi sulla striscia di Gaza assistiamo non solo al massacro orrendo di civili palestinesi – al momento, 17.a giornata dall’inizio dei bombardamenti, sono 775 le vittime palestinesi (85% civili), oltre 4.500 i feriti (con oltre la metà dei morti e feriti costituiti da donne, bambini e anziani), 150.000 gli sfollati – ma ad una vergognosa censura dell’informazione. Gli eventi che hanno portato all’ennesima “punizione collettiva” da parte del governo israeliano sulla popolazione di Gaza sono stati taciuti dai media nazionali e internazionali, che hanno prodotto un’”informazione” falsa e pro-israeliana. Ecco alcune delle false informazioni entrate ormai nel credo comune:

1. Israele ha iniziato i bombardamenti su Gaza come risposta ai continui razzi sparati da Hamas verso il suo territorio: Falso! A seguito della scomparsa ed uccisione, avvenuta in modi ancora tutti da chiarire, dei tre giovani coloni il 12 Giugno, Israele ha accusato apertamente Hamas, che invece ha decisamente negato il suo coinvolgimento nel rapimento, ed ha inflitto una massiccia “punizione collettiva” alla popolazione in Cisgiordania. Il giorno successivo al ritrovamento dei tre corpi senza vita, il 30 Giugno, è Israele che ha infranto la tregua con Hamas in vigore dal 2012, ed ha iniziato a bombardare la striscia di Gaza. Solo dopo i raid aerei israeliani, Hamas e altri gruppi hanno risposto con il lancio di razzi.

2. Israele afferma che gli attacchi sono mirati per distruggere gli armamenti di Hamas ed i cunicoli: Falso! Israele sta deliberatamente mirando ad obiettivi civili: ha distrutto completamente oltre 2000 case, e ne ha danneggiate seriamente oltre 3.000, ha bombardato moschee e chiese, ospedali, centri di assistenza e mezzi di soccorso, barche, sedi giornalistiche. Ha causato lo sfollamento di quasi 150.000 persone che, non avendo un posto in cui andare (le scuole dell’UNRWA sono colme), giacciono per strada. 1,2 milioni di persone non hanno accesso all’acqua o solo in modo limitato e all’energia.

3. Il governo di Gaza ha rifiutato la tregua proposta dall’Egitto: Falso! L’Egitto ha consegnato la sua proposta di tregua soltanto a due delle parti coinvolte, Israele e Autorità Nazionale Palestinese, ma non ad Hamas, il che ha reso impraticabile ogni tregua.

4. Israele afferma che vuole distruggere i tunnel sotterranei per far passare armi ed armati: Ma omette di dire che, dal 2006, anno in cui Hamas ha vinto democraticamente le elezioni, ha imposto ad una striscia di terra di soli 360 km² dove vivono quasi 2 milioni di abitanti, un embargo che affama la popolazione, devasta l’economia e causa malattie e decessi, per la mancanza di strutture mediche adeguate e medicinali. Perciò tunnel e cunicoli sono l’unico ingresso possibile per medicinali, cibo, materiale da costruzione.

La verità è che Gaza è zona di guerra dove il diritto internazionale è stato sospeso. “Non è garantita la sicurezza per nessuno in tutta la Striscia di Gaza”, queste le parole dell’esercito Israeliano, che riguardano anche gli internazionali presenti. Chiunque può essere target e colpito in ogni momento, medici, ambulanze, giornalisti, operatori umanitari. Nessuno è autorizzato a muoversi, e i suoi abitanti sono diventati il target preferito dell’esercito. Uno schiaffo al diritto di aiuto umanitario, di protezione e di informazione. Per continuare a perpetrare crimini lontano dagli occhi del mondo.

CHIEDIAMO:

CESSAZIONE SUBITO DEL MASSACRO CHE ISRAELE STA COMPIENDO

L’IMMEDIATO DISPIEGAMENTO DI UNA FORZA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE

LA FINE DELL’EMBARGO E L’APERTURA DI TUTTI I VALICHI

IL DEFERIMENTO DI ISARELE ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E LA SUA CONDANNA PER CRIMINI DI         GUERRA E CONTRO L’UMANITA’

LA FINE DI OGNI OCCUPAZIONE, AGGRESSIONE E APARTHEID SU TUTTA LA PALESTINA

EMBARGO MILITARE, BOICOTTAGGIO, DISINVESTIMENTO E SANZIONI CONTRO ISRAELE

 

Rete di Associazioni, Gruppi e Comitati di Roma in Solidarietà con il Popolo Palestinese

CORTEO DI GIOVEDI’ 24 LUGLIO ORE 18 IN P.ZA VITTORIO

 

NUOVO PRESIDIO PER LA PALESTINA. Di Rete Romana di Solidarietà col Popolo Palestinese

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bandiera palestinese

 

A ROMA PRESIDIO PER LA PALESTINA Da oggi Giovedì 31 Luglio a Sabato 2 Agosto alla METRO COLOSSEO ORARIO 16-20.
PARTECIPATE E DIFFONDETE !

PERCHE’ UNA UNIVERSITA’ POPOLARE “ANTONIO GRAMSCI”. Documento programmatico del Comitato Promotore

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up gramsci

 

Per molti il crollo dei regimi comunisti europei nell’ultimo decennio del secolo passato ha significato, oltre che il fallimento di una esperienza storica, anche il tramonto della possibilità stessa di promuovere un progetto di trasformazione radicale degli assetti sociali.

In quegli anni, il monito di quanti avvertivano che la vittoria dell’Occidente non aveva rimosso – e anzi avrebbe aggravato – gli squilibri e le disparità che si dipanano dalla natura intrinsecamente contraddittoria del capitalismo globale è rimasto sostanzialmente inascoltato, sopraffatto dall’egemonia acquisita dalla narrazione storica della destra neoliberista, che, nell’analizzare il “secolo breve” ha accentuato unilateralmente il nesso tra economia di mercato e libertà politica (in Italia, tra l’altro, indicando nella impostazione “anticapitalista” il punto critico della Costituzione repubblicana), ignorando il corto circuito verificatosi tra classi dirigenti e istituzioni democratiche a partire dalle radici stesse dello Stato unitario

D’altra parte, l’esito devastante della crisi esplosa nel 2008 non ha avuto l’effetto di fare emergere una linea alternativa di direzione dell’economia e delle istituzioni, né di avviare una riflessione organica sulle conseguenza di una liberalizzazione che ha considerato come eresia qualsiasi riflessione sul controllo democratico del ciclo economico e su forme di intervento pubblico sull’economia. In altri termini, la “lunga durata” ideale del successo neoliberista ha messo in ombra il declino economico reale.

La dimensione della sconfitta subìta è epocale e non riguarda solo le forze politiche ma il senso comune, la mentalità, il sentire di sinistra. Per l’Italia c’è una data che può essere presa a simbolo dopo il decennio rosso e un ventennio di avanzata delle forze popolari e precede ampiamente l’implosione del socialismo reale e la collegata fine di un Pci, già in crisi di consensi: il 14 ottobre 1980 con la cosiddetta “marcia dei quarantamila” contro gli operai della Fiat e la sua gestione in chiave di piena ripresa dell’egemonia padronale. Ad aggravare la situazione in maniera decisiva ha poi contribuito il modo in cui il Pci ha scelto di chiudere la sua storia: con la maggioranza dei suoi dirigenti decisi a non fare i conti con il passato, pronti a cambiare rapidamente giacca, per ritrovarsi poi tutti liberali e magari disposti a giurare di non essere mai stati comunisti, rinunciando insieme sia ad una assunzione di responsabilità che a rivendicare una propria storia su cui riflettere, per elaborare un’interpretazione critica del passato.

Ormai la destra risulta vincente anche sul terreno della “narrazione” riscrivendo nel senso comune delle masse, cioè nel loro cervello, la storia nazionale e mondiale.

Ma non c’è un bel tempo andato da ritrovare. Se si vuole ridare respiro a un pensiero e a una prassi di sinistra non ci si può limitare a una trasmissione della memoria, perché la storia, le nostre storie, sono tutte da capire. A partire dalle domande di oggi. A partire da come è andata a finire. A partire dalla presa d’atto radicale della sconfitta, ma della possibilità di riprendere un cammino (come ha scritto Pintor nel suo ultimo articolo).

Anche il lavoro sulla memoria può assumere punti di partenza, che guardino non solo alla valorizzazione di un patrimonio senz’altro importante (per la cui conservazione si è rivelata essenziale la storia orale, che ha tutta la forza di una narrazione diretta, e anche tutte le peculiari caratteristiche degli scherzi della memoria) ma anche i modi attraverso i quali si forma, oggi, la percezione di ciò che è stato e come esso rivive, anche a livello individuale, nell’esperienza del presente.

La nostra passione è politica, ma in un senso preciso. Abbiamo l’ambizione di contribuire anche noi a “fare società”, così come un orto sociale o una società di mutuo soccorso, abbiamo la speranza di dare una mano a ricucire o creare un tessuto umano e sociale dentro e contro la crisi. Rivendichiamo il valore di un percorso di ricerca critica anche per il “qui e ora” proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di “inseguire le scadenze”, tantomeno elettorali, ma vogliamo tentare di costruire percorsi di ricerca senza farci prendere dall’ansia dell’attualizzazione o della riduzione di temi complessi a formule facilmente assimilabili ma, alla fine, poco nutrienti.

Può essere un altro modo di togliere dall’angolo la politica che, come ha scritto efficacemente Stefano Rodotà, “oggi appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica”. Ma la liberazione della politica di sinistra dalla subalternità passa per la ricostruzione di una prospettiva e questa si nutre di analisi del passato e sguardo sul futuro.

Della nostra proposta fa parte integrante la critica (anche con un impegno in rete a partire da Wikipedia) del “pensiero unico” dominante e dei luoghi comuni anche di sinistra: come la riduzione delle forze di cambiamento che hanno agito in Italia al Pci o la mitizzazione eroica di Br e affini che hanno invece contribuito ampiamente a rafforzare lo Stato e a distruggere quell’egemonia che il lungo ’68 aveva creato.

L’ambizione è di attivare percorsi di ricerca orientati secondo diversi ambiti disciplinari e interdisciplinari, con una forte apertura verso le esperienze europee ed internazionali.

Si parte dal presupposto di un pluralismo che vorremmo fosse la cifra di questo progetto: pluralismo di pensiero, di sensibilità, di proposte: nessuno ha la linea in tasca per ricreare le condizioni di una larga opposizione di sinistra allo stato di cose esistenti. Del resto addirittura il Papa dichiara che non è più tempo di proselitismo, ma di ascolto. Una citazione che è un invito: ad avere occhi attenti a quello che accade nella Chiesa, perché può segnalare l’avvio di processi che vanno ben oltre il mondo dei credenti. Del resto il Concilio si è svolto prima e non dopo il ’68 e ha contribuito a farlo essere quello che è stato.

Questo spazio pubblico intende assumere una forma e una connotazione specifica: quella dell’Università Popolare. A favore di questa denominazione militano varie considerazioni. Ci limitiamo a proporre quelle che ci sembrano più significative:

1) il nome “Università popolare” si ricollega a una bella tradizione del movimento operaio e popolare delle origini, a cui (come ci insegnava Pino Ferraris) la nostra fase storica, ahimé, somiglia;

2) noi (ri-)fonderemmo – quasi simbolicamente – una Università del popolo come luogo di ricerca e formazione nel momento stesso in cui la borghesia distrugge la sua Università, quella che avevamo cercato di democratizzare nel dopoguerra e tanto più a cominciare dal ’68, e nel momento in cui la tutela del patrimonio culturale materiale ed immateriale si limita a riproporre la stucchevole retorica del “petrolio nazionale” mentre le già scarse risorse vengono ulteriormente ridotte e il lavoro intellettuale è condannato a una crescente emarginazione sociale;

3) “Universitas” implica alcuni significati che rispecchiano i nostri intenti: a) occuparsi praticamente di tutto (tutto ciò che ci interesserà), e in questo senso le forti differenze delle competenze e degli interessi disciplinari già presenti sono di buon auspicio; b) legare didattica a ricerca, dando vita ai primi nuclei di lavoro costituiti in seminari a carattere permanente, nel senso che da essi dovrebbero svilupparsi strutture più stabili e meglio definite dal punto di vista disciplinare.

4) per ultimo, ma non meno importante: questo stesso nome di UP potrebbe favorire i raccordi di una iniziativa che non si propone di cercare o rivendicare finanziamenti pubblici, ma intende mantenere sempre aperto il dialogo con il comparto pubblico, sia con le istituzioni rappresentative, sia con gli enti e gli istituti di ricerca.

Intitolare poi al nome di Antonio Gramsci la nostra UP vorrebbe dire molte altre cose:

1) il richiamo ad un atteggiamento di ricerca caratterizzato da un chiaro e solido ancoraggio politico ed etico, ma aperto e inclusivo ( anche di chi tra noi non si considera comunista);

2) il richiamo a un pensatore studiato e usato in tutto il mondo, a cominciare dagli USA e dall’America Latina che ci sta particolarmente a cuore: insomma un segnale forte di internazionalità;

3) infine si vuole scegliere non solo il nome di Gramsci, ma anche cercare di cogliere il senso più sostanziale della sua lezione: tenere duro nella sconfitta e, al tempo stesso, interrogarsi senza remore sulle ragioni vere e profonde del fallimento.

Insomma: intitolare ad Antonio Gramsci il nostro progetto non vuole dunque essere né una scelta identitario-minoritaria, né un omaggio a un presunto paradiso perduto. Ripartiamo da Gramsci, con umiltà e con una gran voglia di ragionare insieme tra generazioni, perché Gramsci si interrogava su una sconfitta. E proprio questo noi dobbiamo fare. Lo storico Guido Crainz si è chiesto: da dove sono usciti fuori gli anni Ottanta? E si è risposto: “Già c’erano, ma vi erano degli anticorpi che li contrastavano”. Vero, ma aggiungiamo noi: anche gli anticorpi non erano poi così sani.

Insomma, nessun rimpianto, ma l’atto umile di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare al futuro.

Roma, 29 aprile 2014

Il Comitato Promotore