Sinistra
PER UN VENTICINQUE APRILE DI LOTTA DEMOCRATICA, della Rete per la Costituzione.
A 70 anni dalla libertà, per un 25 aprile di lotta democratica
Quest’anno, che coincide con il settantesimo anniversario della Liberazione, la ricorrenza del 25 aprile assume un significato particolarmente importante. Soprattutto perché le cittadine e i cittadini italiani assistono sgomenti al tentativo di rimettere in discussione proprio i valori di democrazia, solidarietà e giustizia che furono alla base della Resistenza al fascismo e costituiscono i fondamenti della Costituzione repubblicana del 1948.
Nel giorno che dovrebbe celebrare l’orgoglio della riconquistata dignità dopo venti anni di dittatura, con il coinvolgimento in una guerra tragica e nel peggior genocidio della storia, la Rete per la Costituzione non può che confermare l’appello ai Parlamentari e ai cittadini democratici affinché vengano respinti ancora oggi, come già nel 2006, i tentativi di trasformare in senso presidenzialistico, accentrato e autoritario l’assetto della nostra Repubblica.
Il 25 aprile costituisce la migliore occasione per confermare, oggi come allora, la volontà di proseguire nella costruzione di una società più equa e solidale, che garantisca pace e vita dignitosa a tutti, respingendo la riproposizione di vecchi modelli basati sulla competizione senza regole e costruiti solo per l’arricchimento di pochi. Le difficoltà economiche e sociali che il Paese attraversa non possono essere risolte a colpi di proclami continuamente smentiti dai fatti, e violando quasi quotidianamente le regole del confronto nelle sedi istituzionali.
Un Parlamento frutto di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, sulla cui legittimità esistono quindi molti dubbi, da nessuno delegato a cambiare il nostro sistema istituzionale, non deve e non può cancellare il principio fondamentale della centralità della rappresentanza, con il combinato disposto di una legge elettorale che non rispetterebbe la volontà del popolo sovrano e una riforma costituzionale che assegna a una persona sola poteri che non trovano corrispondenza in nessun regime democratico.
Il 25 aprile celebra quanti, guardando al futuro, decisero di dire NO al fascismo; conserviamone intatto il significato e il valore, rifiutando l’ipocrisia e ripetendo anche in questa occasione la richiesta di sempre maggiori spazi di confronto e di partecipazione, e l’impegno a impedire che la Costituzione, che della lotta di Liberazione fu l’opera più importante, venga stravolta senza che gli Italiani e le Italiane possano esprimere la loro opinione e la loro volontà.
Rete per la Costituzione – reteperlaCostituzione@email.it- Facebook: Rete per la Costituzione
APPUNTAMENTO ALLE 10,30 A PIAZZA DEI PARTIGIANI (PIRAMIDE).
UN’ALTRA GIORNATA DI LOTTA, di Lavoratori di Cinecittà.
Riceviamo in redazione e volentieri pubblichiamo il contributo di idee e di immagini dai lavoratori degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà in lotta.
L’azienda continua la sua politica di distruzione del tessuto produttivo
-38 lavoratori del settore sviluppo e stampa in cassa integrazione saranno licenziati al termine delle procedure, già avviate, il 28 aprile p.v.
-50 lavoratori del settore DIGITALE E AUDIO affittati dal 2012 alla multinazionale Deluxe saranno riconsegnati a Cinecittà per poi essere messi in cassa integrazione e licenziati.
Nonostante il rilancio SBANDIERATO da giornali e televisioni, il gruppo che controlla Cinecittà invece di investire i propri soldi in un settore di sviluppo come il Digitale e Audio continua a sfruttare i soldi dello STATO dichiarando di voler mettere i lavoratori in cassa integrazione.
-110 lavoratori della produzione (costruzione scene-manutentori-amministrativi) sono da gennaio 2013 in solidarietà e per questo gruppo di lavoratori e’ stato dichiarato dall’azienda un problema di esuberi strutturali di 50 unità.
Tutto questo accade nonostante il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) si sia impegnato:
– a rateizzare in 8 anni il debito di 5 milioni di euro contratto da Cinecittà studios nei confronti dell’Istituto Luce
– ad investire 7 milioni di euro sul sito produttivo di Cinecittà
– ad inserire 110 dipendenti nel programma di contratti di solidarietà per 2 anni abbattendo il costo del lavoro per Cinecittà di centinaia di migliaia di euro ogni anno
– a ridurre il canone di affitto che Cinecittà deve corrispondere al Mibact per centinaia di migliaia di euro l’anno in cambio della restituzione di 4 teatri di posa.
E nonostante varie produzioni nazionali e alcune produzioni internazionali (Ben Hur e Zoolander2) siano tornate a lavorare a Cinecittà grazie alle agevolazioni fiscali del Tax Credit.
Ad aggravare la situazione ci sono le dichiarazioni dell’azienda al tavolo del Mibact sulla volontà di procedere alla realizzazione del progetto che prevede la costruzione di un albergo, ristoranti, palestre, progetto contro il quale nel 2012 i lavoratori hanno occupato Cinecittà con 3 mesi di sciopero.
Risulta evidente l’incompatibilità tra gli indirizzi di sviluppo produttivo , legati al core-business, tracciati dal Mibact e quelli perseguiti dalla società IEG (Luigi Abete-Diego DellaValle-Haggiag-DeLaurentis che detengono l’80% di Cinecittà studios) che punta alla dismissione delle attività di core e di tutta la forza lavoro.
APPELLO PER IL PARTITO NUOVO. Contributo collettivo- firme in calce.
Esaurite le poco edificanti sessioni di voto le camere consegnano al governo la delega sul Mercato del Lavoro, il così detto Jobs Act. Un pacchetto di misure che rappresenta il più radicale attacco allo Statuto dei Lavoratori in oltre 44 anni storia: alle tutele contro i licenziamenti ingiusti, contro il controllo occulto, contro il diritto al giusto inquadramento, mentre, con la Legge di Stabilità, si taglia di un terzo il contributo pubblico ai Patronati per le prestazioni rese per conto dello stato, mettendo a rischio la loro sopravvivenza.
In tutta questa vicenda la sinistra nel suo complesso è risultata più che mai inconcludente, incapace di farsi interprete delle ragioni dei lavoratori, nel parlamento e nelle piazze, al di là della mera denuncia dell’inganno delle “tutele crescenti” e dei timidi attestati di solidarietà alla mobilitazione promossa dai sindacati, la CGIL in testa. Inadeguata ai compiti del momento.
Ben altra concretezza servirebbe per recuperare la credibilità perduta indicando come terreno di battaglia politica, da non delegare al sindacato, i contratti a termine senza causa previsti dalla legge 78 che possono essere prorogati per ben otto volte, il mezzo milione di collaborazioni, i contratti a chiamata, ad intermittenza e tutte le forme di precarietà previste dalla legge 30 che non vengono cancellate o trasformate ma ipocritamente tenute in vita fino al loro “esaurimento” (leggasi scadenza contrattuale). Ben più incisiva azione dei partiti e dei sindacati sarebbe necessaria a ricostruire un sistema previdenziale sostenibile con prestazioni congrue e certe per le giovani generazioni e con il ripristino per tutti della maturazione del diritto per anzianità contributiva che seppellisca la riforma Fornero.
Mentre la sinistra politica intesa nei suoi valori fondanti di giustizia ed eguaglianza sociale si riduce ad un ruolo di mera testimonianza senza incidere nelle scelte economiche che hanno ridotto il paese nella situazione in cui si trova , il governo del “partito della nazione” che Renzi ha esplicitamente invocato, procede incontrastato nella sua opera devastatrice sia di ciò che resta delle conquiste sociali di decenni di lotte del movimento dei lavoratori che del sistema democratico nato dalla Resistenza, accreditandosi sempre di più come l’asse portante delle politiche ultraliberiste della Troika.
Intanto, nel paese reale i seggi elettorali si svuotano proprio mentre le piazze si riempiono dei lavoratori in lotta. Gran parte del mondo dell’astensionismo è costituita da elettori che, in forma solo nominalmente passiva, reclamano nell’unico modo che hanno la necessità di costruire un nuovo soggetto politico, un nuovo partito. I giovani che si affacciano nel mondo del lavoro sono sempre più soli e alla mercé di un potere incontrastato dell’impresa. Nelle periferie urbane dove aumentano la disoccupazione, la precarietà e l’emarginazione, si vede sempre di più all’opera il volto cinico e feroce di una destra militante facilitata a promuovere l’insensata e vigliacca rivolta dei “penultimi contro gli ultimi” e i più deboli, perché la sinistra ha rinunciato alla presenza quotidiana sui reali bisogni popolari.
Se il paese è ormai pronto ad ogni possibile avventura autoritaria è perché la sinistra si è nascosta, si è ripiegata su se stessa, ha rinunciato a misurarsi concretamente con la realtà, smantellando il proprio insediamento sociale. Produce chiacchiere che si avvitano e che dividono, e quante più ne produce tanto più è percepita come inutile ed anacronistica. Non da oggi e non solo dall’opinione pubblica in genere, ma dai tanti movimenti per la pace, la solidarietà, l’energia pulita, l’ambiente, i diritti civili, i beni comuni, la casa, il diritto ai servizi sociali e alla cultura, la difesa degli interessi dei lavoratori, che hanno visto negli ultimi 20 anni l’impegno appassionato e generoso di migliaia e migliaia di attivisti, giovani e meno giovani, ma che sono stati abbandonati, traditi, nel migliore dei casi delusi dalla politica parolaia e non hanno sedimentato organizzazione e rapporti di forza. Ora basta!
La vicenda del Jobs Act deve segnare un punto di svolta reale per le prospettive dei lavoratori e della sinistra. Occorre un partito nuovo che rappresenti le istanze dei lavoratori e dei ceti sociali più deboli ed esposti al rigore della crisi economica che si fondi sul principio della pace e della solidarietà tra i popoli e che dia continuità istituzionale alle lotte sindacali e sociali in atto nel paese senza rinunciare pregiudizialmente alla prospettiva di tornare al governo con politiche economiche e sociali alternative e per questo elabori un piano delle alleanze necessarie a tale scopo.
Per riaprire il confronto nella sinistra sul governo è però fondamentale che la questione morale e la diversità rispetto alle altre forze politiche tornino ad essere la bussola d’orientamento ineludibile dell’azione politica.
Con queste premesse I sottoscritti, pur consapevoli delle proprie esigue forze, rivolgono un appello alle compagne e ai compagni che militano nel PD o nelle altre formazioni della sinistra parlamentare o extraparlamentare, a coloro che sono senza partito e militano nei sindacati o negli organismi sociali di autotutela, nelle associazioni politiche e culturali, nell’universo dell’associazionismo religioso umanitario e del volontariato sociale, perché ci si dia convegno in luogo e data definiti per insediare un coordinamento con il preciso mandato di fissare i criteri di verifica della rappresentatività e di convocare al più presto il congresso costituente del Partito Nuovo.
Su questa strada si stanno già muovendo associazioni e movimenti in modo diffuso ma disorganizzato: diamo sostanza a questo processo irrobustendolo per procedere a tappe forzate verso la costituzione anche in Italia come nel resto d’Europa del partito della “ SINISTRA”.
Roma, 18/02/2015
Bernardo Angelino – FISAC-CGIL Sara Assicurazioni- Giovanni Angelozzi – Quadro CGT- Fabrizio Bacchiani – RSU CGT- Ivano Balboni- RSA FISAC-CGIL ADIR Roma- Susanna Basile – mobilità Treccani, già SLC-CGIL Nazionale- Aldo Burattini – Poste Italiane- UILPOST- Diego Castaldi – già RSU INPS- Nicolino Cavalieri – RSU CGT- Angelo Ciaiola – Presidente AGI Spettacolo- Roberto Colvari – Movimento Partito del Lavoro-Roma- Alessandro Curini – Impiegato CGT- Giancarlo Di Berardo – Quadro CGT- Gaetano Finardi – Impiegato CGT – Giuseppe De Gregori – mobilità Treccani, già RSU- Maurizio Di Pietro – RSA SLC-CGIL SIAE- Pedro Alberto Di Santo – Grafico-Katia Flacco – RSU Telecom, SLC-CGIL- Maurizio Fontana – RSA SLC-CGIL SIAE-Maurizio Foffo Movimento Partito del Lavoro-Roma- Marco Foroni –Telecom SLC C GIL-Marco Salvatore Galotta – Impiegato CGT- Roberto Gramiccia, Medico e Scrittore- Claudio Iannilli – CGIL Nazionale- Marco Iervolino – Presidente PAMA- Antonella La Bianca – RSU Carocci- Doriano Locatelli – Seg. SLC-CGIL Roma Est Valle Aniene- Francesco Luci – Agronomo- Massimo Luciani – SLC-CGIL Nazionale- Fabio Lupi – RSU Ministero Salute- Mara Mariani – RSU Poste Italiane, Coord. Donne Roma e Lazio SLC-CGIL- Gianfranco Matera-Psicologo e Psicoterapeuta- Mario Menghini – Libero Professionista- Gianni Mulas- Gianni Nardone- Movimento Partito del Lavoro-Frosinone- Alessandra Palombi , Avvocato- Domenico Parisi – Progettista Eurocontrol- Giorgio Pesce – Case per la Sinistra Unita- Fabrizio Pilotti – RSU CGT, FILCAMS-CGIL- Roberto Polillo- Medico – Indiana Raffaelli – Musicista, SLC-CGIL- Pietro Rosati – già segretario Generale SNUR CGIL Lazio- Pasquale Ruzza – Vice Presidente Federconsumatori- Andrea Profeti – Sammontana- Massimo Santalucia – RSU Wolters Kluver-SLC-CGIL- Gianguido Santucci –SPI- Fabio Scurpa – Seg.Gen. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia-Claudio Sireno- Radiologo S. Eugenio- Gianfranco Valente Seg. SLC-CGIL Roma Nord Civitavecchia- Emidio Vignaroli – Rai Saxa Rubra- Marco Zanier – Case per la Sinistra Unita, ex Resp. Cultura PSI Roma- Marco Zuddas – RSA SLC-CGIL SIAE.
Lunedì 26 Gennaio ore 18,30 alla Casa per la Sinistra Unita del IX Municipio
Lunedì 26 Gennaio alle 18, 30 presso la sede delle Case per la Sinistra Unita del IX Municipio in località sesto ponte, si terrà un’Assemblea per chiedere la realizzazione di uno Statuto per l’Area Metropolitana rivolto ai cittadini e riguardante i loro diritti, che preveda un ruolo diverso dei Municipi e riguardi le loro competenze e la loro autonomia di bilancio, che possa sostenere un rilancio dei Consigli di Quartiere e possa definire un intervento programmatico riguardante un’area vasta in materia di urbanistica, servizi e mobilità. L’Assemblea intende inoltre occuparsi dei problemi del Quartiere Laurentino- Fonte Ostiense in particolare della vicenda del conguaglio dei diritti di superficie e della trasformazione dello stesso in diritto di proprietà, del grave ritardo della realizzazione e messa in opera del corridoio pubblico della mobilità Metro Laurentina- Tor Pagnotta, esigendo dai privati il rispetto degli accorsi sottoscritti, dell’apertura di un dibattito reale per evitare lo sperpero del denaro pubblico.
Partecipate numerosi!
Immigrazione: una conversazione con l’Associazione Dhuumcatu, di S. Macera
Bachu
L’Associazione Dhuumcatu, creata e composta da bengalesi, è da tempo una presenza significativa nella principale metropoli italiana: in prima fila in tutte le manifestazioni per i diritti degli immigrati che si sono svolte nello scorso decennio, offre anche assistenza per le pratiche relative al permesso di soggiorno. Negli ultimi anni ha inoltre sviluppato proficue collaborazioni con le Università La Sapienza e Roma 3, strettamente legate alla possibilità – per gli studenti – di conseguire Master sulle politiche migratorie e sulla convivenza tra etnie nei grandi agglomerati urbani. La sede di questa Associazione è in via Casilina 525, nel quartiere Tor Pignattara, cioè in un’area a forte connotazione multietnica, purtroppo segnata, negli ultimi mesi, da tensioni tra comunità e anche da episodi gravissimi e di cui è necessario ribadire la condanna, come l’omicidio del pachistano Shahzad ad opera di un minorenne romano. Rivolgendoci a Bachcu, che dell’Associazione è uno degli animatori, abbiamo cercato di mettere a fuoco alcuni contorni della situazione degli immigrati a Roma, con l’intento di fuoriuscire dai luoghi comuni veicolati dai media più diffusi.
La nostra conversazione è partita dai rapporti dell’Associazione con le forze del territorio, a partire dai Comitati di Quartiere. Qui ve ne sono almeno tre, di diversa collocazione politica: uno schiettamente di destra, uno di sinistra e un terzo dall’orientamento non chiaro. Esclusa ogni relazione col primo – dedito a speculare su una presunta “emergenza immigrati” – con il secondo vi sono state iniziative comuni, di carattere sociale e culturale, sui temi legati alla riqualificazione d’un territorio che l’amministrazione capitolina ha per molti versi abbandonato a sé stesso. In sostanza, parliamo di azioni volte a combattere il degrado che rifiutano quella retorica imperante che lo associa direttamente alla presenza di “forestieri”. Ma perché, oggi, nella capitale il clima risulta così impregnato d’intolleranza? Secondo Bachcu, una parte della responsabilità è anche del primo cittadino, Ignazio Marino, che in alcune occasioni ha avuto la mano pesante nei confronti di Rom e immigrati – effettuando sgomberi che, per le modalità adottate, sono stati criticati da Amnesty International – salvo esprimersi, in altre circostanze, in termini più consoni ad una cultura democratica. Così, il sindaco ha spianato la strada alle forze di destra e anche di estrema destra, che, su questo fronte, agiscono in modo più lineare ed organico, giungendo a muoversi addirittura nel senso d’una quotidiana istigazione all’odio razziale. Tale opera di sciacallaggio o, comunque, il successo di argomenti rozzamente semplificatori, a ben vedere, possono essere parzialmente spiegati anche alla luce di questioni irrisolte che riguardano l’Italia intera e che si caricano di valenze esplosive soprattutto nelle grandi città.
E’ vero, nel belpaese è sostanzialmente ridicolo parlare di un’invasione, sia perché la percentuale di immigrati (attorno all’8% della popolazione totale) è più contenuta che negli altri grandi Stati europei, sia in considerazione della cospicua flessione dei flussi migratori che si è registrata negli ultimissimi anni, dovuta alla consapevolezza delle difficoltà economiche dell’Italia attuale. Però, quando la classe dirigente nostrana ha cominciato a interessarsi agli immigrati – a partire dalla Legge Martelli (1990) – lo ha fatto considerandoli esclusivamente come manodopera, senza confrontarsi con il loro essere portatori di specifiche culture, tendenze religiose e modi di vita. Poco è stato fatto, insomma, per avviare un serio confronto/scambio con i nativi; anzi, si può dire che una peculiarità italiana è proprio la mancata scelta d’uno dei qualsiasi dei tanti modelli attraverso cui gli Stati cercano di far interagire, nello spazio pubblico, differenti identità culturali. Di più, si è lasciato che – a parte la programmazione dei flussi a seconda delle necessità delle imprese – tutto il resto si regolasse da sé. Il che ha portato le singole comunità s muoversi come meglio potevano: per dire, un nuovo arrivato dallo Sri Lanka in cerca di casa ha potuto trovarla solo in un uno specifico quartiere, attraverso persone della stessa provenienza precedentemente insediatesi nel posto. Si è creato così un fenomeno che i sociologi più attenti riconducono a una sorta di ghettizzazione e che, invece, una classe politica spregiudicata, impegnata nell’assecondare i più bassi istinti per ottenere successi elettorali, ha denominato invasione.
I demagoghi muovono dalla consapevolezza che la presenza di comunità, sia pur piccole, con cui non si comunica è già sentita da alcuni come molesta e che questa percezione può presentarsi in forme più pesanti in quelle aree metropolitane dove il processo spontaneo di cui sopra ha portato a concentrazioni più considerevoli. Dunque, il clima che si registra oggi in una grande città come Roma è, almeno in parte, figlio delle scelte d’una classe dirigente che, nella gestione del processo migratorio, si è disinteressa d’ogni questione legata alla convivenza con gli italiani. Una situazione che, attualmente, risulta complicarsi alla luce di fenomeni che interessano in particolare alcune comunità, come, appunto, quella bengalese. Proprio il difficile momento economico del nostro paese, spinge molti immigrati ad andarsene in Stati meno colpiti dalla crisi: si tratta spesso di quelli che si trovano qui da 12-15 anni e che hanno conseguito una posizione regolare sotto ogni aspetto.
Oggi, se sono bengalesi, si avviano verso paesi come, poniamo, l’Australia, dove ci sono ben altre possibilità occupazionali. E’ un fenomeno che, secondo Bachcu, investe la sua comunità almeno dal 2008 e che lo spinge ad una certa amarezza: “abbiamo perso 15 anni”, ci dice. Ciò perché le persone che se vanno sono proprio quelle che – in virtù della loro non breve permanenza in Italia – hanno sviluppato, qui, una maggiore rete di rapporti al di fuori della propria comunità di appartenenza. La progressiva perdita di queste figure, complica le cose in termini che – chi non vive la realtà quotidiana di certi quartieri romani – non può capire. Oggi, risulta ancor più evidente che, se dei nativi avranno un problema – anche di modeste proporzioni – con un immigrato bengalese, lo ingigantiranno parlandone esclusivamente con altri italiani, mentre, nel caso inverso, difficilmente i bengalesi cercheranno una interlocuzione nell’”altro campo” per risolvere le tensioni. Dunque, le già accennate carenze della politica statale e la fuga dall’Italia in crisi da parte di immigrati che vi risiedono da tanto tempo, creano una dinamica perversa, in cui le appartenenze diventano esclusive e tutto viene letto nell’ottica del “noi e loro”. Una situazione siffatta non può che agevolare quelle forze politiche che, scientemente, agiscono nelle periferie degradate per creare contrapposizioni e favorire una vera e propria guerra tra poveri.
Se dei soggetti vengono percepiti come estranei sarà più facile farne un capro espiatorio verso cui dirottare l’obiettivo malessere generato dalla crisi economica e assumeranno una certa plausibilità anche le frottole e le leggende metropolitane che vedono chi “viene da fuori” sempre avvantaggiato dalle istituzioni (nell’assegnazione degli alloggi popolari, nel sostegno economico e via mistificando). Ora, tale situazione, in realtà non sarebbe irrecuperabile, se le autorità politiche locali e nazionali si decidessero ad intervenire, magari mettendo stabilmente all’opera gli studiosi dei fenomeni sociali per definire politiche atte a favorire l’incontro fra le diversità. Per esempio, valorizzando la presenza degli immigrati di seconda generazione – che andrebbero considerati italiani a tutti gli effetti – e utilizzando il fitto calendario di ricorrenze pubbliche che contraddistingue questo paese per promuovere uno scambio che, sin qui, raramente ha avuto una copertura ufficiale. Per dire, il ricordo della tragedia dei minatori italiani a Marcinelle, nel 1958, potrebbe essere attualizzato con riferimenti anche alla condizione di chi è venuto a cercare fortuna qui da noi. Certo, questi sforzi, nel breve termine, non risolveranno tutti i problemi, ma potrebbero contribuire a limitare le tensioni e il diffondersi di fenomeni di autentico razzismo, orientando anche la stampa verso un atteggiamento più riflessivo e meno allarmista.
Inoltre, a ciò si dovrebbe affiancare una politica tesa a riqualificare quelle periferie urbane che – a Roma in particolare – risultano davvero disastrate e spesso prive di servizi essenziali. Naturalmente, l’Associazione Dhuumcatu pensa anche ad un’azione dal basso, da svolgere nei prossimi tempi assieme alle realtà sociali e politiche con cui ha maggiori rapporti. Un’azione che non si limiti a veicolare i messaggi del tradizionale antirazzismo, facendo riflettere tutti sul fatto che la crisi economica che questo paese sta vivendo non è certo addebitabile agli immigrati, che anzi hanno contribuito, in questi anni, a produrre ricchezza. Si tratta, in sostanza, anche di ribadire che le spese inutili, per un’Italia sempre in difficoltà, non sono quelle – al limite, da razionalizzare – destinate all’accoglienza, ma quelle relative alle cosiddette grandi opere, che si accaniscono su un territorio già sfibrato dalla cementificazione, o legate all’ulteriore rafforzamento dell’apparato bellico. Abbandonando la vena pessimistica da cui s’era fatto prendere prima, Bachcu ci ha assicurato, per il 2015, una grande profusione di energie della sua Associazione nell’organizzazione di iniziative di questo segno.
Il leninismo del Pci- Recensione a “Il problema di Lenin” di Luigi Vinci, ed. “Punto Rosso”, di S. Valentini
Premessa.
Ho iniziato a leggere l’impegnativo volume di Luigi Vinci “Il problema di Lenin”, edito da Punto Rosso. A metà lettura confesso che la curiosità di leggere la parte dedicata al comunismo italiano era molto forte e così non ho resistito alla tentazione di visitare subito questo capitolo. Avrò altre occasioni per soffermarmi sulla ricca riflessione di Vinci su Lenin e il leninismo, riflessione che in larga misura condivido, per quello che ho finora letto. Sono stato indotto a questa scelta anche poiché ricorre il 50° anniversario della morte di Palmiro Togliatti e il 30° di quella di Enrico Berlinguer e dunque il lavoro di Vinci mi è apparso pure un’occasione per arricchire la discussione in corso sulle due importanti figure del Pci; pertanto mi sono impegnato in una recensione su questo capitolo, che però ha preso la forma, man mano che scrivevo, di un saggio passando sopra al resto del lavoro rigoroso di Vinci. Di ciò mi scuso con l’autore.
Il capitolo si sviluppa partendo dalla formazione culturale di Antonio Gramsci, formazione avvenuta su testi di Antonio Labriola, Croce, Gentile, Sorel, Dorso, Salvemini e infine Gobetti. A differenza di Lenin che si era formato sulle opere di Engels, Kautshy e Plehanov, oltre allo stesso Marx, Gramsci giunge “tardi”, rammenta Vinci, ai classici del marxismo. Mi pare che egli abbia ragione a sostenere che la peculiarità e l’importanza del contributo di Gramsci al marxismo va rintracciata proprio in questa sua formazione, la sua capacità cioè di legare lo storicismo non solo a un’analisi marxista delle condizioni storiche dell’Italia, ma al Lenin della Rivoluzione d’Ottobre. La conclusione di Vinci non è dissimile da quella di Togliatti nella sua famosa lezione (preceduta dagli appunti) “Gramsci e il leninismo”, che svolse alla Scuola di partito di Frattocchie.
Al centro della critica sia di Lenin sia di Gramsci vi è il determinismo, il “marxismo ortodosso” nella forma in cui era proposto dalla II Internazionale di Kautsky, a cui lo stesso “revisionista” Bernstein si era con qualche ragione opposto, separandosi dalla stessa. Un marxismo ridotto a dogmi classisti e dottrinari, come quello sulla “teoria del crollo”; un pensiero perciò del tutto incapace di leggere la realtà e di compiere un’azione rivoluzionaria. Se Bernstein rappresenta la fuoriuscita da “destra” all’attesismo socialdemocratico, Lenin e Gramsci rappresentano invece una fuoriuscita da “sinistra”, cioè rivoluzionaria. Il primo nel fare i conti con i populisti russi (e i loro eredi, i “socialisti rivoluzionari”) mentre Gramsci misurandosi con il “volontarismo spontaneista” e della “volontà politica” di Sorel e quello “vitalista” di Gentile, ma soprattutto con quel fiume in piena che era lo storicismo italiano, di cui Croce è stato la massima espressione.. Si può perciò affermare che nella concezione di Gramsci nella lotta al socialismo vi è Bernstein e Labriola nell’analisi delle classi (struttura) e Croce (come più tardi lo sarebbe stato Weber) sulla complessità della “società civile” (sovrastruttura) e il partito (“Che fare?”, di Lenin) come soggetto attivo della rivoluzione.
Lo storicismo di Croce e quello di Gramsci.
Svolgo come premessa alcune considerazioni sullo storicismo per non essere frainteso, per essere più preciso.. È noto che lo storicismo ha origine – almeno nella forma moderna – ad opera di grandi pensatori borghesi, come Kant e Hegel. La storia è, per quest’ultimo, il progresso della coscienza e della libertà e attraverso di essa lo “spirito” si fa libero. Gli uomini sono, ad un tempo, gli attori e gli strumenti della trama della storia. Ma negli uomini ci sono contemporaneamente passione e ragione, ma è la prima l’elemento attivo. Nulla di grande, afferma Hegel, è stato fatto senza la passione. Ma nell’azione degli uomini subentra qualche altra cosa che modifica i loro stessi intendimenti e ciò che immediatamente sono e vogliono. Questa altra cosa è “l’astuzia della ragione” che trasforma le azioni e i fini particolari in momenti della universalità. Questa astuzia è per Hegel “lo spirito della storia”. Da questa idea della storia discende il concetto per cui la realtà, tutta la realtà, è storia, cioè sviluppo in divenire. Ogni accadimento è quindi storicamente condizionato, cioè è possibile e valido solo nella determinata situazione storica che l’ha prodotto.
Questa impostazione è ripresa anche da Benedetto Croce con la sua polemica contro la trascendenza, contro la metafisica (anche religiosa), contro la filosofia dei “massimi problemi” e contro il razionalismo astratto che divide la realtà <<in soprastoria e storia, in un mondo di idee e di valori e in un basso mondo che riflette o li ha riflessi in modo imperfetto, al quale converrà una buona volta imporli, facendo succedere alla storia imperfetta, o alla storia senz’altro, una realtà razionale perfetta>>. Egli pertanto trae dall’incontro con Hegel una lezione immanentistica che vuol dire, in altre parole, lezione storicistica, giacché la realtà, tutta la realtà, come ho già ricordato, non è altro che lo sviluppo storico, ossia per Croce, come per Hegel, il divenire dello spirito.
Croce quindi coglie il senso profondo della dialettica hegeliana secondo cui il principio<< tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale>>, con il conseguente <<odio contro l’astratto e l’immobile, contro il dover essere che non è, contro l’ideale che non è reale>>. Ecco perché in Croce (“Etica e politica” e “Storia come pensiero e come azione”) la storia è pensiero ma anche conoscenza del passato e l’uomo, quando si rivolge ad essa per comprenderne il significato, ha il dovere di avere un approccio razionale, senza condanne né approvazione, cioè senza giustificarla o negarla attraverso un giudizio morale, ma accettando ciò che è stato e che non può essere modificato. Ma la storia non è solo pensiero ma anche azione e pertanto il giudizio storico – ecco il punto – è anche la premessa dell’ulteriore azione. E nell’agire ciò che si fa valere è l’ideale morale – razionale non meno del reale – che è espressione di ciò che la coscienza morale, nella circostanze date, comanda di fare. La storia perciò è sempre, come sottolinea Hegel, storia della libertà e diviene per Croce la più alta forma di religione (da qui la sua visione liberale) a cui si deve ispirare l’azione etico-politica. Questa è anche la ragione per cui egli tende a rappresentare la sua filosofia dello spirito come “storicismo assoluto” e a reinterpretare anche la categoria economica, a differenza di Marx, nell’ambito del principio di “vitalità” (“forza amorale”) che segna la complessa esistenza dell’uomo.
La lettura delle opere di Croce porterà Gramsci ad affermare, rovesciando con la filosofia della prassi la dialettica crociana e il suo storicismo assoluto, che lo studio della storia è sempre studio della storia contemporanea. Nel materialismo storico, ricorda Gramsci, non è vero che l’idea hegeliana sia stata sostituita con il concetto di struttura, come dice Croce. L’idea hegeliana è risolta tanto nella struttura quanto nelle sovrastrutture e tutto il modo di concepire la filosofia è stato storicizzato, cioè si è iniziato un nuovo modo di “fare filosofia”, più concreto di quello precedente. Dunque, nel materialismo storico di Marx ma anche di Lenin l’idea hegeliana è risolta nella “struttura” e la “sovrastruttura” è solo la sua emanazione, mentre Gramsci pone nel rovesciamento dell’idea crociana il rapporto in quanto tale “struttura-sovrastruttura”. Questo è il vero punto, tra l’altro, di distinzione del marxismo Occidentale da quello Orientale.
È evidente che il rovesciamento della dialettica hegeliana operata da Marx ed Engels, grazie a una intuizione di Feuerbach che suggerisce di invertire il rapporto spirito-natura facendo così dell’uomo il creatore dello spirito (di Dio), diede a loro la formidabile possibilità di inserire il materialismo degli hegeliani di sinistra nell’ambito del processo storico. È l’attività reale, cioè quella<< attività sensibile umana, come attività pratica, non soggettivamente>> (“Tesi su Feuerbach”). Quindi il rapporto tra uomo e mondo esteso, che l’idealismo hegeliano aveva risolto con la riduzione della realtà a spirito, è reimpostato da Marx con il concetto della prassi, dell’integrazione cioè dell’uomo nell’ambiente materiale e sociale. Per cui, come si afferma nell’ “Ideologia tedesca”, <<Hegel fa dell’uomo l’uomo della coscienza, invece di della coscienza, la coscienza dell’uomo reale vivente nel mondo reale>>. Cioè, in altri termini: <<Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma al contrario, il loro essere sociale che determina la coscienza>>, da “Per la critica dell’economia politica”.
Ma in questo rovesciamento operato da Marx della dialettica hegeliana e poi, come si è visto, di Gramsci di quella crociana nel porre contestualmente il rapporto “struttura-sovrastruttura”, non vi è una critica allo storicismo in quanto tale. Tutt’altro. Il concetto storicista non è mai messo in dubbio, in discussione tanto che porterà Engels a sostenere che il movimento operaio è l’erede della filosofia classica tedesca. Lo storicismo pertanto è una componente essenziale del marxismo ed è presente, non a caso nel pensiero di Lenin e in quello degli italiani Labriola e Gramsci. E non a caso quest’ultimo, nel “fare i conti con Croce”, allo storicismo assoluto del filosofo liberale contrappone una visione della rivoluzione non solo come momento della rottura sul piano economico e sociale, ma anche culturale e ideale. Gramsci, insomma, sostituisce lo storicismo idealista con uno storicismo radicale basato sulla filosofia della prassi. È la storia risultante da una teoria etica rivoluzionaria organizzata in partito, cioè in un soggetto politico capace di forzare i limiti economici, culturali e sociali entro cui il capitalismo vorrebbe racchiudere il suo sviluppo.
La formazione storica della borghesia in quanto forma dominante può oggi, per esempio con lo strutturalismo, l’esistenzialismo, il neopositivismo, il pragmatismo ed altre tendenze della filosofia contemporanea, mettere in discussione il momento speculativo di costruttori di sistemi filosofici come Kant, Fichte, Shelling e Hegel o gli Illuministi. La loro esigenza di esaminare e di analizzare criticamente il cammino percorso della filosofia era dettata non soltanto da necessità interiori, ma da una aspirazione alla compiutezza e alla sistemazione derivata dalle circostanze esterne, dallo stato di crisi prerivoluzionario di tutta la cultura spirituale. Il conflitto di idee in tutte le sfere della vita intellettuale, dalla politica alle scienze naturali, coinvolte nella lotta ideologica, stimolava sempre più la filosofia a scavare alle radici degli avvenimenti al fine di indicare una via di uscita alla situazione creatasi.
Lo sforzo di Hegel, quindi era quello di concepire lo spirito della storia nella sua autonomia e libertà, ma questo tentativo è oggi superato dalla libertà acquisita di cui gode la borghesia; anzi, certe tendenze della filosofia contemporanea possono avere lo scopo, sia pur inconsapevole, di garantire appunto l’esistenza, nella “sovrastruttura ideologica”, della formazione storica della borghesia che può perire solo se si sviluppa “la formazione storica del socialismo” fino a superarla. Ma se il “pensiero socialista” rinuncia o rimuove lo storicismo, attraverso il quale ha acquistato contenuto realistico il concetto di progresso e di libertà, non è più in grado di esprimere, almeno per tutta una fase o un ciclo della storia, un soggettivismo rivoluzionario che assolva la funzione del superamento del capitalismo. Per questo è necessario tornare al metro della valutazione storiografica, allo storicismo. So bene che questo “ritorno” implica dei rischi, delle insidie. Per esempio di scivolare nell’idealismo o nell’etica. Ma se per ricostruire una nuova soggettività rivoluzionaria bisogna correre questo pericolo: la posta in gioco fa sì che ne valga la pena, perché l’obiettivo oggi è “storcere il bastone da un lato per raddrizzarlo”.
Da più parti si sostiene che il pensiero di Croce oltre ad essere superato sia datato, ma a me pare decisiva la sua intuizione di sottolineare il ruolo appunto della “sovrastruttura” politica e ideologica nella determinazione dei processi storici, criticando dall’altro lato una certa interpretazione positivista, determinista ed economicista del marxismo allora in voga, presente anche nell’anziano Engels e non del tutto colta dallo stesso Marx con l’assolutizzare la sola “struttura”, ad eccezione che nei Grundrisse. Quello di Croce è ancora oggi un contributo notevole al pensiero filosofico moderno. Non bisogna mai scordare, del resto, che egli fu allievo di Labriola e in gioventù fu attratto dal marxismo.
“Gramsci e il leninismo”.
Ovviamente ha ragione Vinci nel chiarire che lo storicismo di Gramsci non è affatto in continuità con quello di Croce, come del resto anch’io ho tentato di chiarire, ma lo supera attraverso una interpretazione del materialismo storico non esemplificata alla sola economia come elemento trainante e condizionante , ma neppure al solo gioco politico, al volontarismo, prescindendo dai rapporti economici e di produzione. Quella di Gramsci è ancora oggi una lezione ancora di grande attualità. Il male della sinistra italiana contemporanea è il suo politicismo da un lato e l’economicismo dall’altro lato. Certi intellettuali e molti militanti rivalutano, sia pur inconsapevolmente, Croce – anche se solo all’idea di essere avvicinati a esso rabbrividiscono – scoprendo però poi il pensiero di Weber o del neocapitalismo o la politica come “scienza autonoma” che prescinde dall’economia.
Sono dunque d’accordo sul percorso politico e teorico che Vinci tratteggia di Gramsci, che lo porta prima, con il “biennio rosso” e il noto articolo “La rivoluzione contro il Capitale”, ad approdare al leninismo e successivamente, già con “Le tesi di Lione” del 26’ e il saggio del ’30 su “La questione agraria”, a un’elaborazione che sarà formidabilmente sviluppata nei “Quaderni dal carcere”. Una elaborazione teorica insomma con importanti nuovi contributi di arricchimento del marxismo. Emerge quindi già nel Gramsci della metà degli anni venti l’analisi sulla struttura dualistica della società italiana, cioè dell’alleanza tra gli industriali del nord e gli agrari del sud nella formazione dello Stato unitario. Un compromesso che impedirà in Italia il compimento di una rivoluzione democratica-borghese (debolezza del partito giacobino) e di conseguenza con una borghesia su una posizione più arretrata rispetto alle altre borghesie europee In questo compromesso svolgono una funzione decisiva i grandi intellettuali e il Vaticano nel dare forza politica egemonica al compromesso. Le radici politiche, culturali e sociali del fascismo sono il prodotto di tale alleanza e compromesso.
Ma il capolavoro teorico di Gramsci sono i “Quaderni dal carcere” in cui egli coglie pienamente la lezione di Croce sulla complessità della società occidentale e sul ruolo fondamentale della “sovrastruttura”, che deve sempre essere valutata nel misurarsi con l’azione politica (ecco, da qui emerge il suo leninismo, <<analisi concreta della situazione concreta>>) senza per questo prescindere dalla “struttura” economica. Da qui la sua impostazione sul “blocco storico” e sulla “guerra di posizione”, cioè di una guerra per l’egemonia tramite la conquista di “casematte” che producono ideologia e consenso nell’Occidente capitalistico. Insomma, una strategia rivoluzionaria all’altezza di una società non attraversata da conflitti elementari, come in Russia, dove è stata sufficiente l’accumulazione di forze per dare una spallata e disgregare il fronte avversario e conquistare il potere. Per questa ragioni, che ho un po’ rozzamente riportato, Gramsci è considerato il teorico del marxismo che si pone la questione delle questioni: quella della “rivoluzione in Occidente” dopo che tutti i tentativi europei degli anni venti di “fare come la Russia” erano falliti e repressi nel sangue.
Gramsci, con il concetto di “guerra di posizione”, non ha in testa, come precisa Vinci, una visione gradualistica dei processi rivoluzionari in Occidente. Anche in Gramsci è forte l’idea che la società capitalistica tende a momenti di crisi “organica”, generale, sicché in questi momenti di precipitazione della crisi (di una “situazione rivoluzionaria” avrebbe detto Lenin) comporta il passaggio a una “guerra di movimento”, decisiva per poter affermare un “Ordine nuovo” delle classi subalterne.
Torno più avanti su questo concetto. Ora mi preme precisare che vi è una particolare attenzione di Gramsci sulla “sovrastruttura”. Un pensiero forte, non frammentario rispetto a quello di Marx e di Lenin a proposito. Non a caso essi parlano più di “libertà” che di “democrazia”, osserva Vinci; e proprio perché sono fortemente condizionati da Hegel fanno della democrazia e dell’eguaglianza giuridica delle forme mistificatorie del capitalismo. I loro obiettivi di emancipazione delle classi subalterne sono così ridotti ai minimi termini, sostanzialmente alla prospettiva liberatrice del socialismo. In Gramsci, come in Lukàcs e nel marxismo occidentale invece si dà un peso specifico ai valori delle democrazia e dell’eguaglianza, cioè a categorie politiche non strutturali, dovuto proprio a una più alta considerazione della “sovrastruttura”, che rende la società occidentale molto più complessa a quella della Russia del ’17 (ma oggi si potrebbe anche dire della rivoluzione cinese o cubana).
Il nesso inscindibile tra democrazia-socialismo è dovuto proprio a questo approccio teorico gramsciano. Non è un caso che in Sud America, dove sono in atto processi rivoluzionari interessanti, Gramsci è il teorico marxista più letto e studiato. L’acquisizione piena del nesso democrazia-socialismo porta anche alla soluzione di un altro nodo teorico che Vinci rammenta ma che non sviluppa adeguatamente: al superamento dell’antitesi tra lotta politica per affermare la democrazia diretta e partecipata e democrazia parlamentare. La contrapposizione era già emersa nell’Illuminismo con lo scontro tra Rousseau con gli altri illuministi, poi ripresa da Marx ne “La questione ebraica” e da Lenin in “Stato e rivoluzione”. In questo contesto si pone la questione non risolta dell’estinzione dello Stato man mano che avanza il socialismo, che Stalin risolve capovolgendo Marx e Lenin con la sua teoria del “rafforzamento” dello Stato con la “realizzazione del socialismo in un solo paese”, cioè la dittatura del “partito unico” e le sue “cinghie di trasmissione”. Occorrerà attendere Gramsci e poi soprattutto Togliatti per definire una teoria marxista dello Stato alternativa allo stalinismo . Non è questo un passaggio di poco conto che condurrà alla “democrazia progressiva” di Togliatti e Curiel e che trova un forte riscontro oggi nei processi rivoluzionari in corso nel mondo per riproporre la transizione al socialismo. Una tematica, inoltre, quella gramsciana che ancor di più deve valere per l’Europa. Sarebbe però errato affermare, superficialmente e frettolosamente come molti hanno fatto, trarre la conclusione che con queste intuizioni Gramsci si allontana dal leninismo. È invece vero l’inverso. Egli giunge a questo formidabile intuizione teorica proprio collegandosi strettamente a Lenin e al suo primato, come rammenta Vinci, <<della politica sulla teoria>>, cioè sulla necessità di ricercare per l’Occidente in concreto una via rivoluzionaria di superamento del capitalismo.
Anche per queste ragioni le riflessioni gramsciane tolgono di mezzo, più dello stesso Lenin, <<ogni possibilità, staliniana o trockista o luxenbughiana – dice Vinci – di fare del partito comunista, di fatto o su base teorica, una formazione operaista settaria, una formazione cioè che si considera avanguardia rivoluzionaria del proletariato semplicemente perché raccolta in partito comunista o perché ha a proprio riferimento la “centralità operaia” o la “contraddizione capitale-lavoro”>>. È senz’altro un’affermazione impegnativa questa, ma parziale. Il settarismo derivato da concezioni economiciste e deterministe è una componente quasi fisiologica della storia del movimento operaio. Nell’ Italia del secondo dopo guerra il settarismo all’inizio è vissuto molto ai margini della vita politica proprio per la diffusione di massa dell’impostazione gramsciana, sia pur rivisitata da Togliatti. Per altre vie negli anni ’60 ha ripreso una sua significativa diffusione: con l’operaismo di Panzieri e con la crisi dello storicismo cattolico, manifestatosi in modo devastante in particolare nelle associazioni giovanili e studentesche. Rischio di andare un po’ fuori tema, ma la crisi dello storicismo italiano è in primo luogo il risultato dell’incontro tra questi due filoni politici e culturali che nel Pci e soprattutto nel Psiup potevano contare su complicità e simpatie. Si forma pertanto negli anni ’60 un nuovo gruppo dirigente attorno a riviste come i “Quaderni Rossi”e i “Quaderni Piacentini” che non era cresciuto nel Pci (ma che entrerà in buona parte nel Pci dagli anni ’70 in poi) composto da universitari e da giovani intellettuali di cultura non storicista. La Cina di Mao e la “rivoluzione culturale”, lo “cheguevarismo”, le critiche della sinistra comunista m.l. al Pci e altri fenomeni politici saranno presenze marginali e di corto respiro, del tutto contingenti, utili solo ad aumentare la “massa critica” delle nuove generazioni verso il Pci. Non è un caso che le due formazioni con una certa diffusione di massa furono “Potere Operaio” e “Lotta Continua” riconducibili appunto all’operaismo e alla crisi del mondo cattolico.
A oltre 50 anni da quegli avvenimenti sarebbe cosa utile rivisitarli alla luce degli sviluppi del percorso drammatico compiuto dalla sinistra italiana in questi anni per comprendere il fenomeno della diffusione di posizione settarie che avvenne sostanzialmente fuori dallo schema proposto da Vinci; e le responsabilità di questa crisi non posso essere accollate storicamente al solo gruppo dirigente del Pci, che non avrebbe saputo leggere la situazione che si andava determinando.
Torno più avanti su questo punto, cioè sulla crisi dello storicismo e alla discussione apertasi nel Pci dopo la morte di Togliatti. Ora mi preme sottolineare, per concludere su Gramsci, che egli includa, nel suo pensiero alto e robusto, molti contenuti del “marxismo antidogmatico” di Labriola, del “rivoluzionario liberale” di Gobetti, dell’azionismo e della “volontà politica” di un Sorel, ma anche il pensiero variegato del socialismo riformista: le intuizioni autonomiste e meridionaliste di Salvemini, il revisionismo teso al gradualismo sociale di Bissolati, il marxismo politico di Turati. A proposito bisognerebbe interrogarsi di più come mai nel Psi, fin dalla sua nascita a Genova, le componenti del socialismo riformista, spesso divise e in lotta tra loro, non furono mai effettivamente egemoni nel partito e non ebbero la capacità di contrastare il settarismo delle posizioni massimaliste, anarco-sindacaliste e successivamente della sinistra comunista bordighiana. Compito invece che riuscì al Pci di Gramsci e di Togliatti poiché la formazione del partito e dei suoi gruppo dirigente fu il risultato di un processo nato sulla spinta della III Internazionale che però si sviluppò lungo un percorso democratico e antifascista di essere a pieno titolo nel campo fecondo dello storicismo. La grandezza di Gramsci è anche questa: di aver compiuto una sintesi teorica tra leninismo e storicismo elaborando una teoria rivoluzionaria in larga misura ancora oggi attuale, non solo per l’Italia.
Togliatti.
Passo ora a Togliatti.
Sono molto d’accordo con Vinci che riprende una riflessione sia di Prestipino sia di Macri:<<La continuità di Togliatti con Gramsci è più significativa di quanto di solito non si dice>>. Non ho molte considerazioni diverse da svolgere rispetto dunque a quelle fatte da Vinci. Trovo, tra l’altro, puntuale e persuasiva la spiegazione che egli dà sull’operazione di Togliatti di diffusione dei “Quaderni”, sia nel modo in cui raccolse le note (per una più facile lettura per un pubblico di masssa) sia sui loro tempi di stampa (teneva conto che il grosso del Pci non conosceva gli scritti di Gramsci).
Ho da fare una sola obiezione e una critica a questa parte del lavoro di Vinci.
L’obiezione. Si è visto che in Gramsci la visione della “guerra di posizione” non comporta una scelta definitiva di indicare la via della sola scelta gradualistica nella lotta per il socialismo. In Togliatti invece e nel Pci post-bellico la scelta gradualistica, sostiene Vinci, diviene compiuta, strategica; anzi, addirittura si giunge a considerare la scelta evolutiva l’unica possibile, in contrapposizione ai “momenti di rottura”, fino al punto di giustificare con lo storicismo sempre una posizione politica gradualistica ,<< conservatrice e continuazionista e giustificatrice>>..
A me pare che le cose non siano proprio andate così o solo in parte siano andate in questo modo. Scrive Longo, nel ’63, un dirigente del Pci troppo spesso sottovalutato e dimenticato, in un articolo apparso su “L’Unità” dal titolo significativo “Rivoluzione e riforme”: <<Pur mancando una crisi rivoluzionaria acuta, si può e si deve lottare per far avanzare la classe operaia ed i lavoratori verso il potere e il socialismo, attraverso una serie di conquiste di carattere economico e di carattere politico, che si pongano in una prospettiva rivoluzionaria, cioè nella prospettiva di una radicale trasformazione della natura dello Stato e dei rapporti produttivi>>. E più a vanti avverte:<<Noi diciamo che per questa via democratica e relativamente pacifica, possiamo progredire, in Italia, verso il socialismo. Ma diciamo anche: non facciamoci illusioni! Non solo perché non ignoriamo che i gruppi reazionari borghesi sono sempre disposti a fare ricorso alla violenza per sbarrare la strada al progresso politico e sociale, come dicono le Tesi approvate al X Congresso, ma anche perché, per quanto possa essere relativamente pacifica, quella che noi chiamiamo via italiana al socialismo risulterà sempre da una serie ininterrotta di lotte accanite di classe, nel corso delle quali grandi saranno gli sforzi ed anche i sacrifici che le masse dovranno fare per portare l’Italia su un nuovo cammino, per conquistare gradualmente il potere e costruire il socialismo>>.
Questo straordinario articolo di Longo, scritto ancora vivo Togliatti e all’indomani del X Congresso, mi pare che ridimensioni molto la tesi che il Pci imboccò in quegli anni la via evolutiva al socialismo senza per altro interrogarsi su eventuali e possibili momenti cruenti di rottura. Sposterei molto più avanti, alla Segreteria di Berlinguer, dopo la morte di dirigenti appunto come Longo e la liquidazione di Cossutta dalla Segreteria nazionale del partito, il passaggio definitivo del Pci all’evoluzionismo. Quasi tutta la storiografia sul Pci passa, con un balzo, dal confronto Amendola-Ingrao, che si sviluppa dopo la morte di Togliatti, a Berlinguer e alla politica del “compromesso storico”. Questa impostazione è limitativa sia sul piano storico sia su quello della elaborazione teorico-politica del Pci. Infatti, non tiene nel dovuto conto del contributo di Longo.
Le posizioni della sinistra comunista (occorre dire sia ingraiana sia secchiana) e delle culture radicali, estremiste e settarie, che si diffondevano con la contestazione giovanile e il movimento studentesco del ‘68, furono battute proprio dalla costante e incisiva azione di direzione politica di Longo. Sapeva praticare con grande maestria la lotta sui due fronti. Si legga uno stralcio della la sua relazione al XII Congresso (1969).<< Mai si è affievolito il nostro sforzo e quello di centinaia e centinaia di migliaia di militanti comunisti per organizzare e guidare la lotta rinnovatrice e liberatrice. Altrettanto non si può dire per quella parte del Partito socialista che, sotto la guida dei socialdemocratici e di Nenni, ha ceduto alla pressione delle forze della conservazione sociale. Questo non si può dire neppure per coloro che quando, negli anni ‘50, vennero avanti nelle fabbriche massicci cambiamenti tecnologici e nuove forme di sfruttamento, si affrettarono, vantandosi magari di essere portatori di posizioni di sinistra, a decretare che l’inizio del ‘neocapitalismo’ segnava la fine del marxismo e della lotta delle classi. Così ancora più tardi, – prosegue Longo – mentre tanti, di fronte all’espansione monopolistica degli anni sessanta, caddero nelle illusioni riformistiche e in quello di tipo tecnocratico e dirigistico, altri si affrettarono ad annunciare l’ineluttabilità dell’integrazione della classe operaia nel sistema capitalistico e di conseguenza la solidità del centro-sinistra (…) E così ancora, mentre più tardi di tre, quattro anni fa, i soliti critici da ‘sinistra’ teorizzavano sulla morte delle ideologie fra le nuove generazioni, noi abbiamo respinto queste argomentazioni e abbiamo avuto fiducia nelle nostre idee generali e nella gioventù>>.
Dopo queste lunghe citazioni, di cui mi scuso, ma a volte sono decisivi per precisare meglio un’opinione, non mi sottraggo a dare una risposta alla questione posta da Vinci anche perché è evidente che una certa discontinuità tra Gramsci e Togliatti c’è e dunque nella sostanza qualche ragione Vinci ce l’ha.
Credo che il confronto su questo punto tra Gramsci e Togliatti sia astratto perché non si tiene conto del contesto storico. Gramsci scrive le sue note negli anni ’30, quando era in prigione e sotto il tallone di ferro del fascismo. Togliatti elabora la sua strategia di avanzata al socialismo molto tempo dopo, in un Paese, una Europa e un mondo profondamente mutasti con la sconfitta del nazismo e la divisione del mondo a Yalta in due sfere di influenza, quella Usa, quella Sovietica. Dunque, il confronto storico di Togliatti con Gramsci va fatto con il Togliatti degli anni ’30, cioè tra due contemporanei e che io sappia non mi pare che egli avesse all’epoca una posizione molto diversa da Gramsci e a nessuno è dato di sapere come quest’ultimo l’avrebbe pensata se fosse vissuto ai tempi in cui il Pci elaborava la sua strategia nazionale di avanzata al socialismo. Se si forza nel voler fare questo confronto – e Vinci non è né il primo né l’ultimo a farlo – non si ricostruisce obiettivamente la storia del Pci, soprattutto del Pci dal VI Congresso fino al suo scioglimento, ma si costruiscono solo “opinioni” di parte e propagandistiche, per ultima come quella di Veltroni con il film su Berlinguer.
La verità è invece di una semplicità disarmante: Togliatti giunge all’approdo teorico che conosciamo, così ben illustrato anche da Vinci, non perché le sue idee fossero contenute, sia pur in embrione, nei “Quaderni” , ma perché in esse vi sono riflessioni teoriche nuove che gli hanno permesso di elaborare una strategia rivoluzionaria originale di avanzata al socialismo. In ciò sta la discontinuità tra Gramsci e Togliatti, cioè nel riconoscimento che anche il secondo è stato un teorico e dirigente rivoluzionario. Ma vi è una forte continuità tra i due proprio perché entrambi formatisi nell’incontro del leninismo con lo storicismo italiano. D’altronde valorizzare la continuità non significa negare le differenze. Solo Stalin con il suo “marxismo-leninismo” è riuscito a costruire un “corpo dottrinario” in perfetta continuità con Marx e Lenin. Ma ora sappiamo che le cose non stanno così, che la ricerca per una “teoria della rivoluzione” non avviene in questo modo. Anche per questo in Togliatti prevale un certo Gramsci e non quello dell’esperienze consiliari del ’20 (di cui tra l’altro spesso si dimentica che anche Togliatti fu un protagonista) o di quello del “fordismo”. Non trovo in ciò nulla di scandaloso, anche Lenin mise più in risalto certi aspetti di Marx invece di altri per teorizzare e attuare la rivoluzione in Russia. Dopo di che non è una colpa di Togliatti se un certo Gramsci non al centro delle sue riflessioni, non sia stato adeguatamente ripreso da altri e non abbia avuto lo stesso imponente sviluppo politico e teorico.
Sul presunto “marxismo-leninismo” di Togliatti.
Passo ora al punto in cui dissento da Vinci, cioè sul presunto “marxismo-leninismo” di Togliatti. Sarebbe intanto utile porsi una domanda: Togliatti era stalinista? Ovviamente si intende qui per stalinismo l’insieme del “corpo dottrinario” di Stalin. Se si spuntano dai tratti distintivi di Togliatti certe modalità comuni un po’ a tutti i dirigenti della III Internazionale (una sorta di giacobinismo) , cioè l’attitudine al comando fondata sul principio di un partito fortemente gerarchizzato e centralizzato, allora Togliatti era uno stalinista come lo erano tutti gli altri dirigenti comunisti, compresi gli oppositori di Stalin da lui liquidati. Ma se per stalinismo s’intende il “corpo dottrinario” messo su da Stalin, il “marxismo-leninismo” allora mi pare di poter affermare che Togliatti non era uno stalinista, o lo era come lo erano molti altri nei “terribili anni ’30: lo subiva!
D’altronde già il Togliatti della guerra di civile di Spagna si era differenziato non poco da Stalin avviando una sua autonoma riflessione e dopo l’esito drammatico dell’esperienza spagnola fu arrestato e tenuto agli resti per una settimana a Mosca dalla polizia politica in quanto aveva manifestato, partendo proprio dalla lezione spagnola, la sua contrarietà alla politica del socialfascismo. Sono gli anni in cui Togliatti, insieme a Dimitrov, avvia una profonda riflessione che lo porterà alla svolta dei fronti popolare. Questa linea sarà in un primo momento osteggiata da Stalin che poi la farà successivamente sua, come era nella natura politica dell’uomo. Infatti, se vedeva un vantaggio tattico da utilizzare per continuare ad esercitare il controllo indiscusso sul partito faceva sua una certa determinata strategia e l’attuava in prima persona anche con un cambio repentino di linea. Da qui la svolta dei fronti popolari di cui, come è dimostrato in sede storica, Togliatti fu uno dei principali protagonisti. Una linea che porterà qualche anno dopo lo stesso Togliatti a concepire la Resistenza come un momento democratico unitario, addirittura come compimento, come più di qualcuno ha sostenuto o sostiene, della rivoluzione democratica-borghese e porre contestualmente le premesse, con la Costituzione repubblicana, della democrazia progressiva.
Resta pertanto difficile ricondurre Togliatti al “marxistsa-leninista” di Stalin se si considerano tutti i suoi più significativi passaggi teorici e politici: l’Assemblea costituente (a riguardo di grande attualità sono i suoi discorsi alla Costituente in un clima politico di attacco frontale alla Costituzione), la ”svolta di Salerno”, il “partito nuovo” e l’apertura al mondo cattolico, che lo porterà a pronunciare nel ’63 a Bergamo il famoso discorso su “Il destino dell’uomo”, l’intervista a “Nuovi Argomenti” e il “Memoriale di Yalta”, che Longo con determinazione volle che fosse pubblicato. Per non parlare delle Tesi del VI Congresso, quello della definizione della strategia della “via italiana al socialismo”. Non mi pare che Togliatti e il gruppo dirigente del Pci si attardassero su una impostazione ideologica e teorica “marxista-leninista”, nonostante la totale riaffermazione della “scelta di campo” con l’Urss.
Chiedo perciò a Vinci su quali basi giustifica la tesi secondo cui il <<Pci sin dal primo momento, cioè dal 1944-45, si era collocato in una sorta di intercapedine tra marxismo-leninismo e storicismo>>, oltre al fatto che tale tesi l’ha tratta da Luporini? Certamente il “marxismo-leninismo” era la dottrina della III Internazionale, fatta propria dal Pcus, dai paesi a democrazia popolare, dalla quasi totalità dei partiti comunisti. Inoltre, che in Italia vi fosse una parte del gruppo dirigente fortemente legato a Stalin e allo stalinismo, a iniziare da Secchia, è altrettanto vero. Ma in Italia era anche cresciuto, proprio tramite l’incontro del leninismo con lo storicismo e attraverso la dura selezione della lotta antifascista e l’occupazione nazista, un nuovo gruppo dirigente la cui formazione teorica era tutt’altro che riconducibile al dogmatismo del “marxismo-leninismo”. Non a caso concetti come quello della “dittatura del proletariato”, “dell’internazionalismo proletario” (soppiantato da quello della “solidarietà internazionalista”), del “partito guida”, erano già da tempo in disuso o stavano per essere superati. Si poteva andare con maggiore rapidità verso le innovazioni teoriche? Il processo non poteva prescindere dalla lotta per il rinnovamento dei gruppi dirigenti del partito, che fu molto aspra, in particolare in alcune città, come a Milano.
La tesi di Luporini mi pare costruita più per attaccare lo storicismo che per fare i conti con il “marxismo-leninismo –, conti con questo sostanzialmente allora già fatti dal gruppo dirigente del Pci, anche se perdurerà nelle Sezioni una diffusa nostalgia di Stalin, a decrescere, ma che subirà una certa ripresa, in epoca a noi più recente, con il ’68 e i gruppi m.l. della “nuova sinistra”. Mi sembra più corretto quindi sostenere che in quel intercapedine più che il “marxismo-leninismo” vi fosse il leninismo di Gramsci e di Togliatti. Può sembrare, per chi non ha dimestichezza di certi concetti cari ai comunisti di una “volta”, questo un gioco di parole, ma non è così perché il significato politico, teorico e ideologico cambia di molto, cambia profondamente.
Il Pci dopo la scomparsa di Togliatti.
La storia del leninismo s’intreccia in Italia con quello dello storicismo. Questo è un dato storico non confutabile. Non nego che vi siano state altre esperienze leniniste ma nessuna ha avuto lo sviluppo e la diffusione di quella che ha ruotato attorno all’asse Gramsci-Togliatti. Cadere nella trappola di un “marxismo-leninismo” del Pci che persisteva anche in piena epoca togliattiana, magari con il pretesto di tornare a Gramsci, a Lenin, a Marx, ha solo un significato: accettare, consapevolmente o no, la messa in discussione del leninismo italiano così come si è formato e sviluppato nel campo originale dello storicismo. Ed è proprio questo che si è inteso liquidare, non solo con il “revisionismo storico” oggi dilagante, ma anche con un atteggiamento antistoricista portato avanti da significative e consistenti componenti della sinistra, interne ed esterne al Pci.
Ho già detto che la storia del Pci, dalla morte di Togliatti fino al suo scioglimento, deve essere ancora in gran parte scritta. Del Pci si sa di più del suo lontano passato che sul dibattito e il confronto che si sviluppò negli anni ’60. Fiume di inchiostro è stato versato sulla sua “destra storica”, di Amendola, Pajetta, Bufalini, Alicata (assolutamente da non confondere con il “migliorismo” di Napolitano), che sarebbe stata responsabile nel trasformare lo storicismo in una sorta di conservatorismo che impedì l’apertura del partito verso i nuovi movimenti del ’68. Intanto ci si metta d’accordo su un punto: quella della “destra storica” era una posizione “marxista-leninista”? Anche i più accaniti detrattori di Amendola credo facciano fatica ad annoverarlo tra i “marxisti-leninisti”! Allora? Stiamo nel merito delle posizioni.
Vinci cita il Macri del “Il sarto di Ulm” per dare maggiore forza alla sua valutazione critica sulla “destra storica” del Pci e sul suo giudizio sugli orientamenti del capitalismo italiano, considerato debole e arretrato. Fu questo un punto alto dello scontro tra questa e la “sinistra” di impostazione ingraiana, che riteneva avviata con l’avvento del centro-sinistra una fase di modernizzazione e riorganizzazione capitalistica del Paese. Ma a me sembra che Macri, schierato con Ingrao allora, compie nel suo ultimo lavoro un interessante ripensamento fino a dare, nella sostanza, ragione ad Amendola. Del resto se si considerano gli sviluppi del quadro politico italiano in questi anni non mi pare che il nostro capitalismo, che tra l’altro ha smantellato l’intero comparto industriale e ha espresso fenomeni politici di lungo periodo, come il berlusconismo e diverse modalità di populismo di massa, si sia messo al pari con altri capitalismi europei, a iniziare da quello tedesco o che la questione meridionale sia stata risolta o avviata a soluzione.
Ma il giudizio sugli orientamenti del capitalismo italiano fu un confronto duro non solo dentro il Pci, coinvolse l’intera sinistra, che si schierò, gran parte, più o meno in sintonia con la critica ingraiana. Vinci ha fatto una considerazione che condivido molto, ma merita d’essere approfondita e non letta con la leggerezza con cui lui l’ha espressa, cioè nell’ambito di un inciso, tra parentesi. Dice Vinci: <<Dopo la scomparsa di Togliatti, nel 1964, dall’altro, a un lungo processo di indebolimento egemonico (il primo episodio fondamentale di questo indebolimento sarà l’allentamento e poi la dissoluzione dei rapporti di “unità d’azione” con il Psi)>>.
Il confronto Amendola-Ingrao assume carattere pubblico quindi clamoroso con l’ XI Congresso, che si svolse subito dopo la scomparsa di Togliatti. Il primo sosteneva che lo sviluppo dell’economia italiana e l’industrializzazione convivevano con antichi squilibri territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno, e che sarebbe stato pericoloso protrarre questa situazione a lungo, senza interventi politici che introducessero correttivi. Occorrevano, pertanto, trasformazioni sociali ed economiche del Paese, come indicate dalla linea delle riforme di struttura dell’VIII Congresso del Pci; ma per fare questo era necessaria una svolta politica, una nuova maggioranza. Per questo egli considerava la proposta di un nuovo modello di sviluppo di Ingrao, che si basava sul ragionamento della costruzione di un’alternativa socialista al capitalismo italiano, non adeguata e non corrispondente alla realtà, allo scontro politico e sociale in atto. Si andavano così definendo due linee: la prima, ribadiva, sia pur aggiornandola, l’impostazione strategica dell’VIII Congresso, che faceva perno sull’unità della sinistra, Pci e Psi, senza rinunciare al dialogo con il mondo cristiano; la seconda, puntava a costruire un’alternativa attraverso il coinvolgimento dei movimenti sociali e dei sindacati e la costruzione di un rapporto nuovo con il mondo cattolico.
Non sono queste questioni secondarie, marginali, ma d’importanza strategica. E sono decise per una interpretazione corretta della storia del Pci. Il giudizio sul capitalismo, sulla sua più o meno capacità riformatrice tramite il centro-sinistra, sulla funzione del Psi e sulle prospettive dell’interclassismo della Dc, erano i veri temi al centro della discussione nel Pci. Vi fu invece una sostanziale unità del gruppo dirigente sui fatti di Ungheria e anche sul nuovo corso krusciovano (ho ricordato il coraggio e la determinazione di Longo nel pubblicare immediatamente il “Memoriale di Yalta”, fino alla condanna dell’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia e il diverso approccio, rispetto al Pcus, sui rapporti con i comunisti cinesi. Dunque, non era su queste vicende il punto alto dello scontro. Certamente la componente di Secchia di matrice terzointernazionalista e legata al “marxismo-leninismo” aveva una ben altra visione degli avvenimenti internazionali, ma con il processo ormai compiuto di rinnovamento del gruppo dirigente questa area non aveva più la forza di ribaltare i rapporti di forza. Non è un caso che una serie di dirigenti e di quadri “secchiani” conclusero la loro vita politica nelle file dei gruppi m.l. anche se il maoismo stava a loro un po’ stretto. Quello d’altronde di una fuoriuscita di dirigenti e di quadri dal Pci verso la costellazione della “nuova sinistra” non fu solo un fenomeno della “sinistra secchiana”, ma anche dell’articolata area ingraiana, e non mi riferisco solo al gruppo de “Il Manifesto”.
Chi lavorò nel Pci per rompere l’unità d’azione con il Psi, considerato ormai organico ai processi di modernizzazione capitalistica? Longo? Amendola e la “destra storica”? Non furono invece proprio gli “ingraiani” (in ciò in sintonia con i “secchiani”) i principali protagonisti di questa battaglia? Area che tra l’altro aveva una sponda con la “massa critica” giovanile e studentesche fuori dal Pc organizzata dalla “nuova sinistra”; e poteva inoltre contare su nuclei operai metalmeccanici e l’alleanza di componenti sindacali di una certa consistenza, come quella socialista ex Psiup o come quella della sinistra cattolica che andava assumendo orientamenti antistoricisti. Non si può citare ed esaltare un Ingrao da contrapporre alla “destra storica” senza però vederne le responsabilità.
La Segreteria di Longo procedette quindi lungo la strada dell’adeguamento della linea togliattiana rispetto gli accadimenti che stavano maturando ed esplodendo, sia in Italia che nel mondo. Ho già detto del suo atteggiamento su il “Memoriale di Yalta” o della durissima condanna che espresse sull’invasione militare sovietica in Cecoslovacchia. E fu sempre il “comandante Gallo” a portare con coraggio il Pci a prendere le distanze dal Pcus. Alla “Conferenza internazionale dei partiti comunisti e operai”, che si tenne a Mosca nel ‘69, fu Longo a decidere che il Pci doveva tenere una posizione di dissenso, che fu espressa con il voto sul documento conclusivo, con cui si respingeva il “pacchetto” delle proposte sovietiche: la riproposizione del “partito guida”, la condanna dei comunisti cinesi (che non parteciparono alla Conferenza), il sostegno all’intervento militare in Cecoslovacchia. Il Pci, guidato dal Vice Segretario Berlinguer e da Cossutta, votò solo la parte del documento relativa alla lotta per la pace e contro l’imperialismo.
Come fece molto rumore l’apertura di Longo nel ’68 al movimento degli studenti, ricevendo una delegazione studentesca guidata da Scalzone, nonostante le non poche resistenze di alcuni dirigenti del Pci, tra cui Amendola. Disponibilità al dialogo che lo portò fino all’errore di avallare la decisione di Occhetto e Petruccioli di sciogliere la Fgci e far confluire i giovani comunisti nel movimento studentesco. È giusto rammentare gli errori compiuti dal Pci in quella fase tumultuosa di contestazione delle nuove generazioni, ma sarebbe anche importante accennare, a distanza di tanti anni, pure ai limiti di quel movimento e agli errori di settarismo dei suoi gruppi dirigenti, molti dei quali giudicarono la mossa di Scalzone una scelta di subalternità al Pci, il quale secondo loro di fatto ostacolava il processo di formazione di un nuovo soggetto comunista rivoluzionario in quanto ormai approdato al revisionismo socialdemocratico e all’alleanza con i socialimperialisti sovietici. Se l’incontro tra Longo e Scalzone non fecondò in un rapporto propositivo tra movimento studentesco e il Pci, al di là della questione contingente della scadenza elettorale per le politiche (Scalzone indicò al movimento “di votare scheda rossa”), le responsabilità vanno almeno equamente distribuite. Mi pare pertanto ingeneroso continuare a presentare ancora oggi un Pci chiuso e arroccato sulle sue posizioni.
Il tentativo più corposo e importante, di rilanciare, dopo le prime avvisaglie di crisi della strategia elaborata dal Pci negli anni ’50, una via nazionale al socialismo viene però da Amendola. Nel ’64, dopo pochi mesi dalla morte di Togliatti. avanza la proposta di riunificazione con il Psi per dar vita a un “partito nuovo”. La proposta è lanciata con un articolo su “Rinascita”, Il dibattito da subito ha un tono aspro e assume la forma della polemica,. tant’è che Amendola replica con un secondo articolo, con un intervento al Comitato Centrale del Pci e un articolo su “L’Astrolabio” di risposta al socialista Sarti, Segretario della Cgil, che aveva difeso Ingrao con il quale Amendola aveva vivacemente polemizzato nel corso del C.c.
<<Ora l’esigenza di un partito unico della classe operaia italiana – scrive Amendola in “Ipotesi di riunificazione” – nasce da una constatazione critica: nessuna delle due soluzioni prospettate alla classe operaia dei paesi capitalistici dell’Europa occidentale negli ultimi 50 anni, la soluzione socialdemocratica e la soluzione comunista, si è rivelata fino ad ora valida al fine di realizzare una trasformazione socialista della società, un mutamento del sistema. Se non si parte – continua – da questo riconoscimento, che è critico ed autocritico assieme non si può riuscire a comprendere l’esigenza di una svolta radicale che permetta di superare le cause che da cinquant’anni hanno impedito al movimento operaio dei paesi capitalistici avanzati di dare un suo determinante contributo all’avanzata del socialismo nel mondo>>.
Questa di Amendola è una riflessione, a distanza di 50 anni, attuale più che mai alla luce del dibattito che ha investito nell’ultimo ventennio la sinistra europea. Se è vero, come afferma Francois Furet, che <<il leninismo non ha lasciato eredità>, non lo credo, ma anche se fosse vero come a sinistra – anche di quella radicale – più di qualcuno crede, allora perché scandalizzarsi più di tanto nel voler superare le cause che portarono alla scissione di Livorno? Anzi, si dovrebbe ammettere che Amendola fu lungimirante. Del resto, non proponeva la formazione di un partito socialdemocratico un po’ più spostato a sinistra, ma l’unificazione tra due partiti marxisti per dare più forza alla lotta per il socialismo. Che sinistra avremmo oggi in Italia e in Europa se tale strada fosse stata sul serio percorsa?
Molti vedono nel superamento storico dei partiti comunisti e la formazione di un nuovo soggetto rivoluzionario di una nuova sinistra per il XX secolo (per dirla con Gramsci della riproposizione della questione della “rivoluzione in Occidente”, cioè della transizione dal capitalismo a una società superiore) il superamento dello stesso leninismo, in quanto teoria di una peculiare forma-partito: dei partiti comunisti. Non sono per nulla d’accordo con una tale affrettata conclusione. È senz’altro vero che il movimento comunista è il prodotto teorico del leninismo, ma l’insegnamento di Lenin va ben oltre al periodo storico caratterizzato dalla rivoluzione d’Ottobre fino al crollo del Muro di Berlino e al disfacimento dell’Urss e del campo del “socialismo realizzato”. Il suo pensiero mantiene infatti una formidabile attualità poiché in Lenin (come d’altronde in Gramsci) vi è la continua ricerca di una “teoria della rivoluzione”, magari mettendo in discussione idee e concetti del marxismo che non reggono alla prova della verifica concreta, con un’azione costante “pratico-politica” e “pratico-teorica”. Insomma, un dirigente e un teorico rivoluzionario “che fa” la rivoluzione e non l’ annuncia o le descrive; che mai prescinde dai rapporti di forza in campo per farsi condizionare da visioni idealistiche e volontaristiche del “dover essere”. In misura minore il ragionamento calza anche per Amendola portatore di una forma originale di leninismo. Per questo sarebbe ora d’abbandonare quello stereotipo che egli fosse un dirigente moderato del Pci, tutt’al più socialdemocratico, influenzato culturalmente soprattutto dal pensiero liberale del padre Giovanni e di Croce.
Longo riprende la proposta di Amendola inquadrandola però all’XI Congresso del Pci come prospettiva su cui lavorare. E ancora, al XII Congresso (1969) offre nuovamente ad Amendola una forte sponda. Nella relazione infatti afferma: <<È andato avanti un processo di avvicinamento, di intesa, di alleanza tra le forze della sinistra operaia e democratica avanzata che vogliono battersi per il socialismo (…) Pure le forze di sinistra che esistono anche all’interno dei partiti di maggioranza, o estranee ai partiti, guardano con interesse, con speranza, la possibilità che un tale sviluppo unitario vada avanti, ed anche alla proposta, da noi avanzata, di lavorare e lottare per la creazione di un grande partito nuovo di lotta per il socialismo. Tale proposta abbiamo confermato nelle Tesi, e intendiamo riconfermare qui>>. E più avanti chiarisce: <<Tale obiettivo non è affatto in contraddizione o alternativo rispetto al compito politico urgente di una più larga unità di forze democratiche, laiche e cattoliche (…) Non c’è affatto contraddizione – dicevo – tra questa politica, che per brevità chiamiamo politica di unità democratica, e il nostro obiettivo di lavorare e lottare per la creazione di una formazione politica nuova di lotta per il socialismo>>. E nelle conclusioni chiarisce: <<A questa politica noi opponiamo la costruzione di una nuova maggioranza, non come una astratta e lontana alternativa ma come un processo già avviato che ha nei problemi attuali le sue ragioni di essere e nelle lotte in corso le leve per la sua affermazione”; avanza cioè una proposta di governo che non è l’alternativa ingraiana.
Le resistenze e le contrarietà e le tiepidezze all’ipotesi dell’unificazione tra Pci e Psi non vennero solo da dentro il Pci, dalla “sinistra”, ma anche da una parte del “centro” sempre più composto da giovani dirigenti periferici giunti al vertice del partito attraverso la lotta per il suo rinnovamento. L’alzata di scudi avvenne anche da dentro il Psi, dove una parte del gruppo dirigente era ormai proiettato verso l’unificazione socialista, con il Psdi di Saragat, per rafforzare l’area socialista nel centro-sinistra. Infatti, soprattutto la corrente autonomista di Nenni interpreta la proposta di Amendola come un tentativo di contrastare l’imminente unificazione socialista.
Dunque, il gruppo dirigente del Pci era consapevole che occorreva andare oltre alle vecchie posizioni, di dover puntare a strategie nuove, ma è diviso, emergono in modo sempre più evidente e acuto le differenze . La strada per uscirne poteva forse essere una “riforma democratica del partito” e su questo sono d’accordo con Vinci -ma si ebbe paura di superare la regola del “centralismo democratico”, soprattutto da parte del nuovo “centro”, che andava costituendosi e che avrebbe avuto Berlinguer come punto di riferimento. Macaluso racconta, in un suo recente libro, che il primo dirigente che pose a Togliatti la questione di una maggiore democrazia nel partito fu Amendola in una riunione della Direzione. Pare che Togliatti gli rispose:<<Volete fare la vostra corrente? Vorrà dire che io farò la mia, poi vedremo chi vince il Congresso!>>. A quel punto Amendola si ritrasse. In seguito la questione fu riproposta da Ingrao all’XI e successivamente, molti anni dopo, da Cossutta. L’occasione vera però, per una riforma democratica del partito, la si ebbe con la questione de “Il Manifesto”, ma si ebbe il timore di legittimarlo come corrente organizzata, anche perché i filo-sovietici, con in testa Secchia, D’Onofrio e Donini (che disponevano ancora di una nutrita delegazione nel C.c.) minacciarono, se non si fossero presi provvedimenti disciplinari sul gruppo de “Il Manifesto”, di fare anche loro una rivista “marxista-leninista”sostenuta dall’Urss e di organizzarsi in corrente. Più semplice, meno rischiosa apparve allora la strada della radiazione del gruppo de “Il Manifesto”, riproponendo senza nessuna riflessione critica il “centralismo democratico”. L’espulsione fu accompagnata da una manovra che imbrigliò il dissenso di Ingrao e contestualmente garantisse al nuovo gruppo dirigente che si andava formando una autorevolezza tale dal porlo al riparo dalle pesanti incursioni politiche di Amendola.
Una volta che Longo, gravemente malato, è costretto a dimettersi da Segretario si apre nel Pci una fase nuova. Ed è in questa fase che devono essere collocate le osservazioni critiche di Vinci, di un Pci sempre più esposto a ragionamenti strategici da prima esitanti, poi di sostanziale resa, infine di crisi e di liquidazione del partito stesso.
Da Berlinguer allo scioglimento del Pci. Crisi e liquidazione dello storicismo.
Per obiettività storica la elezione di Berlinguer a Segretario avviene nella continuità della linea della maggioranza che aveva governato fino allora il Pci: la “destra storica” e il “centro togliattiano”, rappresentato in primo luogo da Longo. Non è un caso pertanto che le consultazioni nel C.c. sul Segretario fossero svolte da due esponenti di quella maggioranza: da Cossutta e Novella. La elezione di Berlinguer avviene con il sostegno pieno di Amendola (che ritira la sua candidatura) avendo l’assoluta garanzia che Berlinguer avrebbe diretto il partito in continuità con la linea espressa tra l’XI e il XII Congresso. Ma con il XIV Congresso (1975), in cui Cossutta fu defenestrato dalla Segreteria, vi è di fatto, un ribaltamento della maggioranza, il recupero della “progettualità ingraiana” allora si disse. Ma con quel ribaltamento per la prima volta i dirigenti del Pci che venivano da una formazione leninista intrecciata allo storicismo non erano più ai vertici del partito, non lo governavano, tra l’altro alcuni erano anziani o malati, altri erano scomparsi. So che la mia è un’affermazione impegnativa, per alcuni versi pesante, ma indico in queste linee la ricerca per una storia, non falsata dai miti e dai luoghi comuni, sull’ultimo Pci.
L’idea che in Europa i comunisti potessero governare attraverso le grandi intese non era né di Longo e neppure di Amendola, bensì di Berlinguer. L’idea che era possibile la nascita di un governo democratico assieme alla Dc fu in particolare da quest’ultimo teorizzata. Da qui “L’eurocomunismo” (con la contrarietà di Amendola), il “compromesso storico” (con vivo disappunto di Longo), lo “strappo” dall’Urss (con la netta opposizione di Cossutta). Tutte scelte di Berlinguer compiute nel tempo con il sostegno se non sempre convinto tatticamente sempre dato però dall’area ingraiana, che iniziò ad avere un timido imbarazzo solo con il Berlinguer che si sentiva protetto “dall’ombrello della Nato”. Ma quel Berlinguer poteva contare però anche su un altro “forno”, quello “migliorista”, la corrente di “destra”, che si era formata dopo la scomparsa di Amendola, con a capo Napolitano e Lama, Segretario Nazionale della Cgil. Era una corrente legata al Psi di Craxi che guardava favorevolmente a ogni eventuale processo di trasformazione del Pci in partito socialdemocratico moderato e al suo riposizionamento nella famiglia socialista europea.
Con “il compromesso storico” (molto allora si discusse se prevalentemente era una via di ricerca del dialogo con il mondo cattolico o una proposta politica, e alla fine così fu interpretata e di fatto attuata, cioè come apertura di credito alla Dc) il Pci di Berlinguer avvia un processo di allentamento e di dissoluzione dell’unità a sinistra. Per la prima volta nella storia della Repubblica si determinava una rottura profonda con il Psi che era stata faticosamente costruita in tante battaglie comuni e attivamente mantenuta nella Cgil, nelle associazioni unitarie e nelle amministrazioni locali, nonostante il quadro di riferimento nazionale di centro-sinistra. “Il compromesso storico” e la politica della grandi intesa non poteva che essere considerata dal Psi come un attacco frontale dei comunisti al partito. Un Psi, tra l’altro, in profonda crisi: che si sentiva prigioniero del centro-sinistra e per questo era alla ricerca con De Martino “di equilibri più avanzati a sinistra”; che aveva subito una scissione a sinistra con il Psiup per unificarsi con il Psdi, con il quale si era miseramente separato dopo pochi anni di Psu (Partito unitario tra Psi e Psdi). Un Psi, infine, ridotto elettoralmente ai minimi termini, al 9%, anche a seguito di una politica del Pci che tentava di scavalcarlo nei rapporti con la Dc. Da qui il “Midas” (il nome è quello di un famoso hotel romano in cui si svolse la drammatica Direzione del Psi) che destituì De Martino da Segretario. Un accordo della destra “autonomista” di Nenni e della “sinistra lombardiana” portò alla elezione di Craxi (giovane autonomista) a Segretario. Tutti gli anziani leader del partito si illusero che il “giovane” sarebbe stato facilmente controllabile, addirittura Mancini era certo che non sarebbe durato molto come Segretario. Sappiamo che le cose non andarono così. Il “Midas” fu l’atto di nascita del “craxismo”, che si presentò da subito come una orgogliosa reazione socialista alla politica antiunitaria di Berlinguer. A distanza di molti anni su alcuni passaggi della storia del Pase bisognerebbe ricostruirli con maggiore rigore e obiettività. Berlinguer poté attuare questa linea antisocialista proprio perché la linea del Pci era mutata e cambiata era la maggioranza che la sosteneva.
La rottura tra il Pci e il Psi non ebbe solo conseguenze di ordine politico, in alcuni casi devastanti, ma fu anche una rottura culturale con una sinistra, a prescindere dai due partiti, che si era formata su un marxismo fortemente intrecciato con lo storicismo . Né il nuovo gruppo dirigente del Psi né una parte (sempre più ampia e maggioritaria) del gruppo dirigente del Pci veniva da quell’esperienza o solo da quella esperienza. La frase che Vinci riporta di Luporini: <<Sono diventato… un nemico dello stoicismo>>è emblematica di questo passaggio. E trovo un po’ giustificatoria l’affermazione <<che lo storicismo del Pci, come afferma anche Magri, non fu esattamente quello gramsciano, bensì una sorta di “campo” teorico-filosofico nel quale certamente il pensiero di Gramsci risultava presente, e però era anche posto, deformandolo sottilmente proprio in tema di storicismo, in significativa continuità allo storicismo dell’idealismo italiano, da De Sanctis in avanti, e soprattutto in significativa continuità con il Croce>>. Mi pare questa una astrazione che non tiene nel dovuto conto dei processi storici. Il marxismo italiano e poi il leninismo (non “il marxismo-leninismo”) sono stati così fecondi, portando contributi e idee alla teoria rivoluzionaria, proprio perché hanno colto dall’idealismo, capovolgendolo, l’attenzione critica alla “sovrastruttura” e alla funzione del “volontà politica” del soggetto rivoluzionario. Un punto di arrivo del marxismo occidentale che gli ha permesso di fare – come lo stesso Vinci riconosce – un salto di qualità rispetto anche alle poderose intuizioni leniniane. Cosa resta di Gramsci se lo si scinde dallo storicismo? Quello consiliare che non ha avuto grande fortuna politica?
Vorrei inoltre precisare, per non essere frainteso, che Berlinguer nonostante limiti ed errori, resta l’ultimo grande Segretario del Pci che si pone la questione della transizione. La necessità di introdurre nella società italiana “elementi di socialismo” per “fuoriuscire dal capitalismo” non era una frase propagandistica, bensì una strategia. Lo stesso tentativo de “l’eurocomunismo”, che tra l’altro ebbe una breve stagione, fu un goffo tentativo per indicare una “terza via”, in quanto partiva dalla necessità di respingere nettamente la via sovietica, ma anche e altrettanto quella socialdemocratica. Sono evidenti in questi concetti temi cari ad Ingrao, sostanzialmente di abbandono della strategia togliattiana.
Con la sconfitta della strategia di Berlinguer, che avviene prima della sua morte (per questo si parla oggi tanto dell’ultimo Berlinguer), tutti i nodi politici e teorici che avevano profondamente diviso il gruppo dirigente del Pci vengono al pettine. Ma le vecchie “sensibilità” sono ormai liquidate. Non vi è più una “destra storica”, un “centro togliattiano”, una “sinistra ingraiana” e una sinistra di matrice “marxista-leninista”; nuove aree e correnti si formano e soppiantano le vecchie: i “miglioristi” i “berlingueriani” (tra l’altro divisi in laburisti di sinistra e in prosecutori della politica dell’ultimo Berlinguer, quello del referendum sulla scala mobile),i “liberaldemocratici”, gli “ingraiani di stretta osservanza” e i “filo-sovietici”, che non sono più la vecchia area “marxista-leninista” ma un composto di amendoliani, ex berlingueriani, secchiani, operaisti ed ex psiuppini. Con questo schieramento interno, che poco o nulla si richiama alla storia del Pci, si giunse alla “svolta della Bolognina”, al XIX Congresso, quello della “cosa” e poi, dopo un anno, al XX Congresso, quello dello scioglimento, con la nascita di due distinti partiti: il Pds e il Prc.
La datazione per meglio interpretare svolte e rotture è dunque decisiva. Per questo non sono affatto d’accordo con quella “critica di sinistra” che individua già nella politica di Togliatti i germi del futuro dissolvimento del Pci, operando così strumentalmente una cesura tra Gramsci e lo stesso Togliatti. O che l’avvio del processo della crisi del Pci ha inizio con le profonde mutazioni internazionali, con il varo del centro-sinistra e il ’68.
Fino al XII Congresso vi è un Pci in grado di rispondere, anche sul terreno teorico, alle tumultuose mutazioni della società italiana e mondiale. Non solo l’ultimo Togliatti, come ricorda Vinci <<stava pensando da tempo a un percorso del Pci più libero da impacci ideologici, tattici e di schieramento>>e stava rivisitando, aggiungo io, anche la nozione della “scelta di campo”. Questa esigenza era già un patrimonio politico-teorico condiviso dall’insieme del gruppo dirigente, almeno dall’asse che governava il partito: Longo-Amendola. Si trattava di dare una rotta nuova alla nave però utilizzando gli strumenti teorici e culturali con i quali il Pci in poco meno di 50 anni era divenuto il più grande partito comunista occidentale, come allora si diceva.
La scomparsa prematura di Togliatti, l’ictus di Longo che lo fece ritirare dalla politica attiva in un momento delicato della vita del partito e del Paese, furono dei duri colpi. Il formarsi di nuove tendenze politiche e culturali, dentro e fuori il Pci, da Berlinguer non adeguatamente contrastate, anzi a volte favorite, che richiedevano non misure organizzative o repressive ma una rinnovata capacità di esercitare una funzione egemonica, depurarono il Pci della sua formazione leninista e storicista. Avvenne, insomma, esattamente il contrario, rispetto a quello che Vinci sostiene se Togliatti fosse stato vivo. <<Se la sua esistenza fosse proseguita forse il suo tentativo di una linea gramsciana del Pci sarebbe riuscito a depurarsi degli elementi incongrui>>. Le contraddizioni nuove della società italiana emerse con le conquiste sociali ottenute dalla sinistra negli anni ’50, che portarono a uno spostamento verso sinistra del quadro politico con la nascita dei governi di centro-sinistra e poi il ’68 e gli anni ’70, videro un Pci in parte impreparato a raccogliere la sfida che veniva dalla società per riconfermare la sua egemonia culturale prima ancora che politica. Non era in grado non perché non fosse capace ad aprirsi al nuovo (anzi, forse lo era troppo, almeno in alcune circostanze), bensì perché non era sufficientemente attrezzato poiché il suo gruppo dirigente era sempre più diviso e privo di un leader autorevole riconosciuto in quanto tale, come lo furono Togliatti e Longo, sicché era nel più totale immobilismo. E non si dica che torno così all’idealismo, al ruolo del soggetto politico. D’altronde anche Vinci afferma nel concludere il suo paragrafo su Togliatti che <<forse la sua straordinaria intelligenza politica e questa ripulitura (dagli impacci ideologici) ci avrebbero risparmiato il crollo catastrofico del movimento operaio italiano>>. Bene, si caccia lo storicismo dalla porta ma ti fa “capolino” dalla finestra!
Sandro Valentini
PERCHE’ UNA UNIVERSITA’ POPOLARE “ANTONIO GRAMSCI”. Documento programmatico del Comitato Promotore
Per molti il crollo dei regimi comunisti europei nell’ultimo decennio del secolo passato ha significato, oltre che il fallimento di una esperienza storica, anche il tramonto della possibilità stessa di promuovere un progetto di trasformazione radicale degli assetti sociali.
In quegli anni, il monito di quanti avvertivano che la vittoria dell’Occidente non aveva rimosso – e anzi avrebbe aggravato – gli squilibri e le disparità che si dipanano dalla natura intrinsecamente contraddittoria del capitalismo globale è rimasto sostanzialmente inascoltato, sopraffatto dall’egemonia acquisita dalla narrazione storica della destra neoliberista, che, nell’analizzare il “secolo breve” ha accentuato unilateralmente il nesso tra economia di mercato e libertà politica (in Italia, tra l’altro, indicando nella impostazione “anticapitalista” il punto critico della Costituzione repubblicana), ignorando il corto circuito verificatosi tra classi dirigenti e istituzioni democratiche a partire dalle radici stesse dello Stato unitario
D’altra parte, l’esito devastante della crisi esplosa nel 2008 non ha avuto l’effetto di fare emergere una linea alternativa di direzione dell’economia e delle istituzioni, né di avviare una riflessione organica sulle conseguenza di una liberalizzazione che ha considerato come eresia qualsiasi riflessione sul controllo democratico del ciclo economico e su forme di intervento pubblico sull’economia. In altri termini, la “lunga durata” ideale del successo neoliberista ha messo in ombra il declino economico reale.
La dimensione della sconfitta subìta è epocale e non riguarda solo le forze politiche ma il senso comune, la mentalità, il sentire di sinistra. Per l’Italia c’è una data che può essere presa a simbolo dopo il decennio rosso e un ventennio di avanzata delle forze popolari e precede ampiamente l’implosione del socialismo reale e la collegata fine di un Pci, già in crisi di consensi: il 14 ottobre 1980 con la cosiddetta “marcia dei quarantamila” contro gli operai della Fiat e la sua gestione in chiave di piena ripresa dell’egemonia padronale. Ad aggravare la situazione in maniera decisiva ha poi contribuito il modo in cui il Pci ha scelto di chiudere la sua storia: con la maggioranza dei suoi dirigenti decisi a non fare i conti con il passato, pronti a cambiare rapidamente giacca, per ritrovarsi poi tutti liberali e magari disposti a giurare di non essere mai stati comunisti, rinunciando insieme sia ad una assunzione di responsabilità che a rivendicare una propria storia su cui riflettere, per elaborare un’interpretazione critica del passato.
Ormai la destra risulta vincente anche sul terreno della “narrazione” riscrivendo nel senso comune delle masse, cioè nel loro cervello, la storia nazionale e mondiale.
Ma non c’è un bel tempo andato da ritrovare. Se si vuole ridare respiro a un pensiero e a una prassi di sinistra non ci si può limitare a una trasmissione della memoria, perché la storia, le nostre storie, sono tutte da capire. A partire dalle domande di oggi. A partire da come è andata a finire. A partire dalla presa d’atto radicale della sconfitta, ma della possibilità di riprendere un cammino (come ha scritto Pintor nel suo ultimo articolo).
Anche il lavoro sulla memoria può assumere punti di partenza, che guardino non solo alla valorizzazione di un patrimonio senz’altro importante (per la cui conservazione si è rivelata essenziale la storia orale, che ha tutta la forza di una narrazione diretta, e anche tutte le peculiari caratteristiche degli scherzi della memoria) ma anche i modi attraverso i quali si forma, oggi, la percezione di ciò che è stato e come esso rivive, anche a livello individuale, nell’esperienza del presente.
La nostra passione è politica, ma in un senso preciso. Abbiamo l’ambizione di contribuire anche noi a “fare società”, così come un orto sociale o una società di mutuo soccorso, abbiamo la speranza di dare una mano a ricucire o creare un tessuto umano e sociale dentro e contro la crisi. Rivendichiamo il valore di un percorso di ricerca critica anche per il “qui e ora” proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di “inseguire le scadenze”, tantomeno elettorali, ma vogliamo tentare di costruire percorsi di ricerca senza farci prendere dall’ansia dell’attualizzazione o della riduzione di temi complessi a formule facilmente assimilabili ma, alla fine, poco nutrienti.
Può essere un altro modo di togliere dall’angolo la politica che, come ha scritto efficacemente Stefano Rodotà, “oggi appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica”. Ma la liberazione della politica di sinistra dalla subalternità passa per la ricostruzione di una prospettiva e questa si nutre di analisi del passato e sguardo sul futuro.
Della nostra proposta fa parte integrante la critica (anche con un impegno in rete a partire da Wikipedia) del “pensiero unico” dominante e dei luoghi comuni anche di sinistra: come la riduzione delle forze di cambiamento che hanno agito in Italia al Pci o la mitizzazione eroica di Br e affini che hanno invece contribuito ampiamente a rafforzare lo Stato e a distruggere quell’egemonia che il lungo ’68 aveva creato.
L’ambizione è di attivare percorsi di ricerca orientati secondo diversi ambiti disciplinari e interdisciplinari, con una forte apertura verso le esperienze europee ed internazionali.
Si parte dal presupposto di un pluralismo che vorremmo fosse la cifra di questo progetto: pluralismo di pensiero, di sensibilità, di proposte: nessuno ha la linea in tasca per ricreare le condizioni di una larga opposizione di sinistra allo stato di cose esistenti. Del resto addirittura il Papa dichiara che non è più tempo di proselitismo, ma di ascolto. Una citazione che è un invito: ad avere occhi attenti a quello che accade nella Chiesa, perché può segnalare l’avvio di processi che vanno ben oltre il mondo dei credenti. Del resto il Concilio si è svolto prima e non dopo il ’68 e ha contribuito a farlo essere quello che è stato.
Questo spazio pubblico intende assumere una forma e una connotazione specifica: quella dell’Università Popolare. A favore di questa denominazione militano varie considerazioni. Ci limitiamo a proporre quelle che ci sembrano più significative:
1) il nome “Università popolare” si ricollega a una bella tradizione del movimento operaio e popolare delle origini, a cui (come ci insegnava Pino Ferraris) la nostra fase storica, ahimé, somiglia;
2) noi (ri-)fonderemmo – quasi simbolicamente – una Università del popolo come luogo di ricerca e formazione nel momento stesso in cui la borghesia distrugge la sua Università, quella che avevamo cercato di democratizzare nel dopoguerra e tanto più a cominciare dal ’68, e nel momento in cui la tutela del patrimonio culturale materiale ed immateriale si limita a riproporre la stucchevole retorica del “petrolio nazionale” mentre le già scarse risorse vengono ulteriormente ridotte e il lavoro intellettuale è condannato a una crescente emarginazione sociale;
3) “Universitas” implica alcuni significati che rispecchiano i nostri intenti: a) occuparsi praticamente di tutto (tutto ciò che ci interesserà), e in questo senso le forti differenze delle competenze e degli interessi disciplinari già presenti sono di buon auspicio; b) legare didattica a ricerca, dando vita ai primi nuclei di lavoro costituiti in seminari a carattere permanente, nel senso che da essi dovrebbero svilupparsi strutture più stabili e meglio definite dal punto di vista disciplinare.
4) per ultimo, ma non meno importante: questo stesso nome di UP potrebbe favorire i raccordi di una iniziativa che non si propone di cercare o rivendicare finanziamenti pubblici, ma intende mantenere sempre aperto il dialogo con il comparto pubblico, sia con le istituzioni rappresentative, sia con gli enti e gli istituti di ricerca.
Intitolare poi al nome di Antonio Gramsci la nostra UP vorrebbe dire molte altre cose:
1) il richiamo ad un atteggiamento di ricerca caratterizzato da un chiaro e solido ancoraggio politico ed etico, ma aperto e inclusivo ( anche di chi tra noi non si considera comunista);
2) il richiamo a un pensatore studiato e usato in tutto il mondo, a cominciare dagli USA e dall’America Latina che ci sta particolarmente a cuore: insomma un segnale forte di internazionalità;
3) infine si vuole scegliere non solo il nome di Gramsci, ma anche cercare di cogliere il senso più sostanziale della sua lezione: tenere duro nella sconfitta e, al tempo stesso, interrogarsi senza remore sulle ragioni vere e profonde del fallimento.
Insomma: intitolare ad Antonio Gramsci il nostro progetto non vuole dunque essere né una scelta identitario-minoritaria, né un omaggio a un presunto paradiso perduto. Ripartiamo da Gramsci, con umiltà e con una gran voglia di ragionare insieme tra generazioni, perché Gramsci si interrogava su una sconfitta. E proprio questo noi dobbiamo fare. Lo storico Guido Crainz si è chiesto: da dove sono usciti fuori gli anni Ottanta? E si è risposto: “Già c’erano, ma vi erano degli anticorpi che li contrastavano”. Vero, ma aggiungiamo noi: anche gli anticorpi non erano poi così sani.
Insomma, nessun rimpianto, ma l’atto umile di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare al futuro.
Roma, 29 aprile 2014
Il Comitato Promotore
UNIVERSITA’ POPOLARE ANTONIO GRAMSCI, di C. Gambini
SEMINARIO PERMANENTE “UN MONDO NUOVO: ISTITUZIONI OPERAIE E POPOLARI NELL’ITALIA POST UNITARIA”. Nota esplicativa
Per fornire ai potenziali frequentatori una prima idea dei nostri intenti, è stata redatta questa scheda sintetica, che traccia un “indice” di massima degli argomenti da affrontare:
Il corso dovrebbe svolgersi lungo due percorsi: il primo è relativo alle diverse forme che l’associazionismo operaio e popolare assume a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, con specifici approfondimenti su mutualità, cooperazione e resistenza, oltre che su realtà specifiche come ad esempio la Società Umanitaria. Lo scopo è quello di studiare i meccanismi di funzionamento di questi organismi e di ricostruire anche il dibattito che si svolge attorno ad essi, sia fuori sia all’interno del movimento operaio. Il secondo percorso dovrebbe invece affrontare il tema dell’istituzionalizzazione, ossia delle forme con cui si è realizzato il rapporto tra istituzioni operaie ed istituzioni pubbliche: per fare alcuni esempi, la nascita del Consiglio superiore del lavoro nel contesto della formazione degli organi consultivi del Governo; alcuni profili della legislazione sociale; il socialismo municipale; la cooperazione e gli investimenti pubblici.
Successivamente, sono stati approfonditi alcuni punti, nel presupposto che i temi elencati nella scheda debbano essere affrontati in più moduli e che, in particolare, il tema specifico del rapporto tra istituzioni pubbliche ed istituzioni del movimento operaio possa essere svolto il prossimo anno, dopo lo svolgimento della prima parte del corso. Pertanto di seguito si parlerà solo del primo modulo del corso.
Dal punto di vista organizzativo, il corso stesso dovrebbe avere inizio a novembre e concludersi ad aprile, prevedendo un incontro settimanale, di circa 90 minuti l’uno. In totale, avremmo pensato a 18-20 incontri, per un totale di 30 ore. Da settembre a novembre dovremmo tenere una serie di incontri preliminari con le persone che hanno manifestato l’intenzione di partecipare attivamente all’organizzazione di questo lavoro, che, considerata anche la sua articolazione temporale su almeno due anni, dovrebbe essere parte di un seminario permanente, ovvero, nell’ottica della costruzione dell’università popolare, di un soggetto collettivo promotore di studi e corsi su un determinato argomento (nel nostro caso, la storia del movimento operaio italiano nel periodo post unitario).
Nel merito, il corso dovrebbe essere ripartito in una parte più istituzionale, con due o più lezioni “frontali” dedicate al tema “storia d’Italia e storia del movimento operaio” con il fine di dare un inquadramento generale di problematiche che verranno poi approfondite in focus specifici. Avremmo pensato di articolare le lezioni su due periodi: 1880-1901, ovvero dalle prima manifestazioni del conflitto sociale alla svolta di fine secolo, con la formazione del governo Giolitti—Zanardelli; 1901-1914, fino allo scoppio della prima guerra mondiale che costituisce, per così dire, il termine finale della nostra ricerca. Saremmo interessati anche ad integrare la parte “istituzionale” con una o due lezioni sulla storia economica del periodo 1880-1914. Per lo svolgimento delle lezioni abbiamo la disponibilità di Claudio Gambini, di Giacomo Gabbuti (per la parte di storia economica) e di Valerio Strinati.
Una seconda parte del corso dovrebbe riguardare gli approfondimenti riguardanti l’organizzazione del movimento operaio nel periodo preso in considerazione. Al momento, l’idea sarebbe di prendere in esame tre questioni: l’organizzazione sindacale fondata sulle camere del lavoro (quindi a base territoriale o, come si dice spesso, “orizzontale”); l’organizzazione sindacale “verticale”, per federazioni di categoria; la cooperazione. Questi temi dovrebbero essere affrontati prendendo in esame sia il dibattito politico che si sviluppò su di essi tra le diverse correnti del movimento operaio e in seno al PSI, sia esaminando le modalità concrete con cui queste forme organizzative presero corpo nel periodo considerato. Del mutuo soccorso si parlerà con riferimento ai percorsi che portano alle prime forme di resistenza, così come credo che una specifica attenzione dovrà essere dedicata al processo di formazione della CGdL, che potrebbe essere inquadrata nell’ambito della riflessione sulla vicenda delle federazioni di categoria. Non escludiamo, tempo permettendo, un focus sulla Società Umanitaria.
Queste proposte sono emerse da conversazioni informali e scambi di email e ovviamente vanno prese come ipotesi da approfondire, modificare, anche radicalmente ed eventualmente rigettare (speriamo di no). L’importante è che da settembre a novembre ci si possa vedere con coloro che hanno dato la loro disponibilità e lavorare insieme a mettere a punto il corso e a costruire il nostro auditorio. Per il corso, riteniamo credibile aspirare a un minimo di 10-15 studenti.
Gli approfondimenti dovrebbero essere svolti in forma seminariale, con il coinvolgimento del maggior numero possibile di noi. Non escludiamo dei possibili contributi esterni, in forma, eventualmente, di lezione-conferenza: uno potrebbe essere chiesto al professor Fabio Fabbri (Roma 3), studioso della cooperazione; un altro al professor Paolo Mattera, autore di un bel libro sulle origini del riformismo sindacale.
Non sarebbe male, per quello che riguarda la bibliografia, cercare di lavorare sulle fonti dell’epoca. Addirittura, potremmo pensare di arrivare ad un esame di testi che porti ad edizioni “critiche” con introduzioni e note esplicative, da elaborare collettivamente e proporre ad un più vasto pubblico attraverso il sito internet attualmente in costruzione. Una proposta di bibliografia ragionata verrà comunque presentata alla prima riunione utile, da fissare nei primi giorni di settembre.
Referenti organizzativi sono:
Valerio Strinati; v.strinati19@gmail.com, cell. 3397091191.
Claudio Gambini; Claudio.gambini49@alice.it cell. 3284683817.
Claudio Gambini
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