Sinistra
Un nuovo presidente democratico per una nuova politica transatlantica. di A. Angeli

E’ stato interessante seguire la Convetion dei democratici fino alla nomina della vice presidente Kamala Harris a candidata alla Presidenza degli USA, una sensazione di forte passione che ci ha coinvolto fino a pensare che anche a noi dovrebbe essere concesso di votare. Beh, qualcuno potrebbe trovare bislacca questa illusione, ma d’altro canto chi occupa lo Studio Ovale da Presidente degli USA è giustamente visto da molti come un ruolo di importanza esistenziale per il benessere e la sicurezza del mondo, in particolare per noi Europei.
E questa non sia colta come un’esagerazione, in specie in questa fase della storia con una guerra che infuria ai confini dell’Europa, promossa dalla Russia con l’occupazione dell’Ucraina, su cui aleggiano le continue minacce nucleari del Cremlino, al momento solo verbali dovendo tenere di conto, appunto, del ruolo e della forza militare statunitense, fatti che, data la loro intensità e serietà, hanno richiamato l’attenzione di tutta la stampa Europea.
Questa situazione ci induce a prendere in considerazione, data la guerra in Ucraina, i rischi di una guerra più grande in Medio Oriente e la sfida sempre più critica della Cina al primato americano. Eventi che suggeriscono a molti esperti di politica internazionale di affermare che proprio l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, più di quanto non ne abbia avuto dalla fine della Guerra Fredda. Ma è proprio in questa situazione, in cui l’America deve fronteggiare molti rivali, una lista che va crescendo, rimane preziosa e insostituibile l’alleanza con partner affidabili come gli Europei e l’importanza di mantenere operativamente efficace e forte l’Alleanza atlantica che si configura nella NATO.
Come si comprende al centro della sicurezza internazionale, sulla quale l’America sarà chiamata ad affrontare sfide strategiche, il ruolo che l’ Europa sarà chiamata svolgere dipende inevitabilmente e assurdamente da chi vincerà le elezioni americane a novembre. Anche se invero non dobbiamo sottovalutare il modo in cui saranno affrontate le tante questioni sospese: dai dazi alle politiche dell’interscambio commerciale, dai rapporti commerciali di alcuni Paesi dell’Europa con la Cina, fino al rispetto del punto cruciale del 2% per sostenere il riarmo dei paesi NATO, poiché molto dipenderà dalla nuova amministrazione e quindi dal ruolo che gli USA del dopo voto, a cui spetterà stabilire se l’alleanza transatlantica continui con la partnership unita che abbiamo conosciuto negli ultimi 75 anni o se si sgretolerà.
Una particolare attenzione sarà dedicata alla Cina. A differenza dell’Unione Europea, che definisce la Cina come partner, concorrente e rivale sistemico, l’America sembra aver concluso, in una rara dimostrazione di accordo bipartisan, che la Cina non è ora solo il suo principale rivale, ma anche il suo principale avversario in una nuova dimensione di potere e influenza politica e militare globale. Fatti recenti ci mettono in guardia sulla diversa lettura della politica transatlantica, in specie su come trattare con la Cina, dato che è già visibile e sembra destinata a peggiorare il livello dei rapporti diplomatici.
Quando si tratta di gestire i rapporti con la Russia, Europa e Stati Uniti hanno avuto un elaborato centro di consultazione e coordinamento negli ultimi sette decenni nella NATO. Con la Cina, non c’è niente di paragonabile. Perché l’Europa non è stata consultata quando gli Stati Uniti hanno deciso di negare l’esportazione di alcuni chip semiconduttori in Cina? Esiste una strategia concordata su Taiwan? Come da molti europei viene interpretata e criticata, l’idea sempre più popolare a Washington che l’America dovrebbe concentrarsi sulla Cina e lasciare che siano gli europei a occuparsene è decisamente pericolosa. Molti europei ritengono che la Cina potrebbe benissimo interpretare il calo del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina come un segno di debolezza. Ricordiamo le numerose esperienze in merito alle politiche di esportazione della democrazia da parte dell’America.
La creazione di un organismo con personale completo incentrato sul coordinamento sulla Cina e sulla regione Asia-Pacifico dovrebbe essere in cima all’agenda dell’UE. Un Gruppo allargato dei 7 che includa Australia, Corea del Sud e potenzialmente altre potenze regionali potrebbe essere un’opzione, anche se forse non sufficiente.
Poi, l’Europa dovrà iniziare a parlare da adulta di come pagare le bollette della difesa. Il più grande, appunto il 2%, fastidio a lungo termine nella NATO è quasi scomparso: gli europei non si rifiutano più di sostenere una giusta quota del comune onere della difesa. I bilanci della difesa sono cresciuti ovunque; la promessa dei membri dell’alleanza del 2014 di spendere il 2 percento del PIL nazionale è stata rispettata dalla maggior parte. Quindi qual è il problema? In breve, noi in Europa spendiamo i nostri euro per la difesa in modo incredibilmente inefficiente perché non riusciamo a metterci d’accordo su dove e come produrre le nostre armi o cosa acquistare. A partire dal 2016, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 30 importanti sistemi militari, dagli aerei alle fregate, rispetto ai circa 180 sistemi degli alleati europei.
Peggio ancora, gli europei realizzano più di due terzi dei loro acquisti militari negli Stati Uniti, privando le aziende europee di investimenti tanto necessari. Questa è una grande notizia per l’industria della difesa americana, ma è politicamente e economicamente insostenibile in Europa nel lungo termine. I senatori di Washington sono contenti quando nel loro stato si verifica un sacco di occupazione nella produzione di difesa. I politici europei non sono diversi.
Se l’America vuole davvero che l’Europa sia più responsabile della sicurezza del suo continente, Washington dovrebbe incoraggiare i partner europei a sviluppare e acquistare più armi in Europa e a farlo in modo coordinato., o sia la stessa Europa ad intraprendere autonomamente questa strada. Se gli europei si mettessero d’accordo e facessero più pooling e condivisione tra i partner UE e NATO europei, potrebbero risparmiare circa 15 miliardi in più ogni anno e spenderli in sistemi più numerosi e migliori, così come in più munizioni.
Infine, è venuto il momento di parlare e chiarire i comuni valori che ci legano come occidentali. La principale differenza tra noi e i regimi autoritari o dittatoriali non è forse il nostro impegno per i diritti umani, per lo stato di diritto, per la decenza in quest’epoca di impunità. Gli Europei devono essere orgogliosi di questo impegno. Il problema è che il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, viene accusato di applicare doppi standard nell’affrontare guerre, conflitti e violazioni dei diritti umani.
Questo, naturalmente, non è un nuovo punto di contesa. (Durante la recente pandemia, molti paesi in via di sviluppo pensavano che fossero stati promessi loro i vaccini non appena fossero stati disponibili. In realtà, molti hanno dovuto aspettare che tutti a Bruxelles o Miami fossero stati vaccinati.) Ma le guerre simultanee in Ucraina e Gaza hanno reso il problema molto peggiore, e praticamente ingestibile. Le nazioni occidentali si aspettano che il mondo sostenga le risoluzioni che condannano il comportamento russo in Ucraina, ma poi vediamo ingiustificate difficoltà che rendono difficile ricambiare per quanto riguarda la condotta della guerra a Gaza.
Di conseguenza, la credibilità collettiva dell’occidente ha subito un colpo. È un colpo alla sua identità, ma riduce anche la sua capacità collettiva di contrastare i crescenti progressi dell’autoritarismo e l’aperta e crescente indifferenza al diritto internazionale. Esiste una ricetta facile per eliminare questo divario di credibilità? No, ma impegnarci nuovamente collettivamente e solennemente allo stato di diritto e alla Carta delle Nazioni Unite nel nostro approccio ai conflitti e alle crisi internazionali potrebbe essere un primo passo.
Alberto Angeli
Ancora sulla Sardegna. di S. Valentini

Un terzo mio intervento sulle elezioni sarde. Non torno sulle questioni che ho affrontato negli interventi precedenti. Questa volta affronto la questione sullo stato della sinistra su cui vorrei spendere qualche parola.Sono contento per il buon risultato della lista Sinistra Futura, parte integrante della coalizione di Todde, che pur disponendo di limitati mezzi mette tre consiglieri regionali. È tra l’altro una forza politica correntemente impegnata nella lotta per la pace e nello schierarsi decisamente contro la mattanza di Israele a Gaza, per un immediato cessate il fuoco.Su Verdi-SI e sui Progressisti non ho molto da dire. La politica dei primi a livello nazionale la conosciamo molto bene in quanto stretti alleati del PD. Sui progressisti – poco conosciuti a livello nazionale – sono qualcosa invece di più: sono dei fedeli alleati del PD, sono insomma una loro diretta diramazione. Insomma, hanno condiviso tutti i passaggi più salienti del centrosinistra a livello regionale e nazionale, e condivisi in termini ancora più acritici di SI.Sommare queste tre formazioni con un atto matematico per dimostrare che vi è una area di sinistra di circa il 10 per cento è pertanto una operazione molto poco politica. Sono tre liste con visioni politiche profondamente diverse, in particolare i Progressisti sono il sotto prodotto del sistema di potere del centrosinistra quando era al Governo della Sardegna, già nell’epoca d’oro di Soru.Infine, una qualche riflessione su i frammenti di sinistra andati con Soru, chi aggregandosi in liste sardiste e chi come il Prc chiudendo con lui una alleanza insieme a Più Italia della Bonino e Calenda, invece di ricercare una interlocuzione con Sinistra Futura nell’ambito della alleanza con Todde. La loro scelta è stata un disastro e giustamente non compresa. Non si dice di no a Todde perché c’è il PD e poi si va a braccetto con Calenda, i radicali e la Bonino e con lo stesso Soru che nel tentativo di creare massa critica acchiappava di tutto. Se proprio si voleva fare una azione di testimonianza allora era più dignitosa andare con la Chessa e la Lista Rossomori.Credo che non sarà facile per il Prc riprendersi da questo ennesimo disastro e neppure sarà facile per tutti quei compagni che vogliono coniugare il sardismo con una visione davvero di sinistra. A loro si impone una dura riflessione. Spero che ciò avvenga poiché so che sono dei compagni molti generosi.
Sandro Valentini
La rivolta del mondo agricolo si diffonde in tutta Europa. di A. Angeli

Gli agricoltori stanno organizzando rivolte in tutta Europa. In Italia e in Francia è stata programmata una mobilitazione che dovrebbe assediare le capitali dei due paesi. In Francia, già da alcuni anni gli agricoltori sollevano dure proteste contro le politiche del green deal dell’Europa. Quando parliamo dei paesi in cui dilaga la protesta, parliamo di Francia, Germania, Polonia, Belgio, Spagna, Paesi Bassi, Romania, Italia e Grecia e del mondo degli agricoltori che stanno protestando con tattiche come bloccare le strade con i loro trattori, scaricano letame vicino agli edifici pubblici, spruzzano merda liquida sulle stazioni di polizia, mobilitano ovini e pecore per chiudere le città. E tanti trattori, rappresentativi di una classe sfiduciata, da mettere in crisi gli indici d’inquinamento ambientale, e tanti danni alla mobilità, una lotta che però trova larghi consensi tra la popolazione, che condivide i motivi della lotta e le accuse alla grande intermediazione e distribuzione, rimproverate di arricchirsi pagando prezzi da fame i prodotti della terra mentre loro arricchiscono.
Purtroppo, come accade di fronte ai movimenti spontanei , che si formano al di fuori delle linee ordinarie delle rappresentanze di settore e che si distinguono per la particolare natura sociale, politica e economica, immediatamente l’estrema destra s’inserisce per manipolare gli obiettivi della lotta e assumere la guida della protesta. E’ ciò che sta avvenendo in alcuni paesi, in cui gli slogan dell’estrema destra sono dominanti e diretti contro l’Europa e le sue politiche. In Germania, il partito di estrema destra AfD si è affiancato alle mobilitazioni, come sta accadendo in Italia e in Francia da parte dei movimenti di estrema destra, anche se alcuni agricoltori in Germania si sono uniti alle proteste di massa contro l’AfD.
Anche questa volta la sinistra Europea, cioè i progressisti e riformisti di nuova generazione, è in affanno, in ritardo su una questione che è all’ordine del giorno da anni. Non c’è da scrivere molto sulla presa di posizione del Pd, salvo evidenziare che si limita a fare delle contestazioni al Ministro Lollobrigida e al legame di parentela con la Presidente del Consiglio. E’ agli agricoltori, almeno a quella parte in lotta e che reagisce, prendendo le distanze dalle ingerenze della destra e dal riposizionarsi della Coldiretti a fianco del Governo contro l’Europa, che dovrebbe dire qualcosa, spiegare la sua idea di progetto politico per questo settore importante per la tenuta economica del Paese.
Gli agricoltori in lotta affermano di essere gravati dai debiti, schiacciati da potenti rivenditori e aziende agrochimiche, colpiti da condizioni meteorologiche estreme, indeboliti dalle importazioni provenienti da altri Paesi a prezzi concorrenti , per cui sono costretti a fare affidamento su un sistema di sussidi che favorisce i grandi attori del settore a scapito delle piccole realtà agricole. Purtroppo gli agricoltori sono nettamente divisi tra quelli con grandi proprietà terriere che impiegano molti lavoratori, e i piccoli produttori autonomi che fanno affidamento quasi interamente sul lavoro familiare. E poi ci sono i mostri dell’industria agroalimentare: Esselunga. Ipercoop/Coop&Coop. NaturaSì Coop.FamilamSuperstore- IperFamila. Interspar. Tigros. Conad Superstore/Spazio Conad. Lactalis, Nestlé, Danone – e le catene di vendita – Leclerc, Carrefour, Esselunga, che si chiudono ad ogni richiesta di revisione delle condizioni ( prezzi )di conferimento dei prodotti agricoli La rivolta dei contadini mostra come le classi dominanti sopravvivano attraverso il divide et impera.
Le federazioni sindacali dovrebbero coinvolgere i lavoratori con iniziative di sostenere agli agricoltori. Ma, purtroppo, non c’è alcuna spinta per l’unità di lotta che potrebbe riunire la famiglia del contadino con 1.200 euro al mese, con la commessa di 58 anni che teme di non vedere mai la sua pensione e il giovane migrante che viene sfruttato dai grandi produttori agricoli e che subisce molestie da parte della polizia. L’ unità non è mai facile, ma potrebbe essere costruita su un programma di cambiamento e di lotta contro la destra al governo e le grandi imprese. Questa è la strada che la sinistra deve percorrere, sapendo che l’unità del mondo del lavoro, di cui il mondo agricolo è parte fondamentale, è il risultato che il potere economico e la destra temono di più ed è per questo che si stanno riorganizzando indicando l’Europa come il nemico da sconfiggere alle prossime elezioni Europee. Spetta alla sinistra impedire che si realizzi questo disegno.
Alberto Angeli
Campo largo? di D. Lamacchia

Lo ammetto non ho seguito molto il congresso di Articolo Uno (a proposito dove si poteva seguire? Anche colpa dei media che lo hanno parecchio snobbato). Un paio di cose però le ho capite: Roberto Speranza è stato rieletto segretario e che il congresso ha accettato la proposta di Letta (PD) del cosiddetto “campo largo”. Poco cenno si è fatto ai contenuti della proposta politica venuta dal congresso. Probabile responsabilità dei media anche su questo. Comunque pare che tra le proposte ci sia una maggiore attenzione alle dinamiche salariali. Siano ben venute. Ciò che emerge con forza però è la proposta politica del “campo largo”. Una proposta che intende avvicinare se non proprio unire le forze “non di centrodestra” per fronteggiare al meglio la coalizione avversaria sempre più evidentemente a guida Fratelli d’Italia. Che si provi, in vista delle elezioni, a formulare proposte di aggregazione mi sembra abbastanza normale. Ciò che non mi convince sono i contenuti programmatici. Infatti non se ne parla. Mi viene allora da dire, va bene pensare ad un “bus” più grande per allargare il numero di partecipanti alla gita ma vorrei sapere anche chi è proposto alla guida, quel è la meta e qual è il percorso che si intende seguire. Per esempio cosa si pensa della proposta del Prof. Carlo Rovelli di inserire nei programmi finanziari una diminuzione annuale delle spese militari e di sostituirle con investimenti in attività di interesse pubblico? Alla sinistra servono parole, messaggi chiari che rendano credibili l’offerta politica. Servono uomini credibili. Non bisogna diventare “un po’ più di centro” per conquistare elettorato di centro. Uomini come Pisapia, Zedda, Vendola hanno dimostrato in passato di poter conquistare ampi strati di elettorato non di sinistra pur essendo chiaramente di sinistra. Cosa avevano di così “magico” se non la credibilità della loro persona e delle proposte? La mancanza di credibilità ha negli anni creato sfiducia. Prima conquistata dal populismo e ora dalla pratica dell’astensionismo e della rinuncia. Non serve un “campo largo”, serve un Partito Democratico di Sinistra che faccia del lavoro e delle libertà “nuove” (Jus soli, parità di genere, lotta alle discriminazioni di identità, ecc.) il suo “campo di battaglia” identitario. Al primo posto la Pace e un nuovo internazionalismo. L’internazionalismo dei popoli oppressi e non garantiti a cui i benefici dell’era digitale non arrivano. Quei popoli che alla democrazia arrivino attraverso la lotta per i diritti e non per “esportazione” della stessa. Non serve un nuovo partitino che tenta di sfruttare il “mercato aperto” dell’astensionismo come sembra stia facendo De Magistris, sull’onda del risultato elettorale francese. Non ci serve un Melenchon italiano, serve una forza politica radicata nella tradizione del lavoro e delle lotte per la sua nobilitazione e liberazione.
Così si esprime Il neo segretario generale Fiom Cgil, Michele De Palma,
“Il mondo degli operai è radicalmente cambiato rispetto a 50 anni fa, allontanandosi sempre più dalla sinistra. Come può essere recuperato?
Mettendo al centro il lavoro e ripartendo dalle persone, a cominciare dalle donne e dalle giovani generazioni, che per vivere devono lavorare. La crisi della democrazia che stiamo attraversando in maniera così esplicita è causata dal fatto che i partiti, più che preoccuparsi della disaffezione degli elettori, guardano solamente a quante sono le percentuali di coloro che ancora votano. In questo periodo gli operai sono diffidenti, e lo sono giustamente, perché nel corso di questi anni gli si è chiesto di sacrificarsi per il bene del Paese. Loro hanno pagato quei sacrifici e questo ha significato molto spesso non salvare né loro né il Paese che nel frattempo ha perso un asset fondamentale per sedersi fra i Paesi del G7, cioè l’industria. In questo momento i metalmeccanici, ma anche tutti i lavoratori, hanno fatto di necessità virtù perché sono stati lasciati soli. I partiti popolari usciti dalla Seconda guerra mondiale avevano i lavoratori come interlocutori e non solo le imprese. Oggi dobbiamo recuperare quel rapporto, tornando a discutere dei problemi veri dei cittadini e dei lavoratori.”
Il primo Maggio, questo, lo ricordiamo con forza!
Donato Lamacchia
50 anni manifesti. di G. Polo

Oggi il manifesto compie 50 anni. Si dice che a questa età ognuno abbia la faccia che si merita. Nel caso valga anche per un giornale, il manifesto ha raffigurato a lungo quella di un’intelligente eresia comunista. Almeno finché è esistita una “chiesa” da rivoluzionare o riformare. E sotto quella faccia un corpo di donne e uomini uniti in una storia d’amore collettiva, ardente e litigiosa. Almeno finché sono riusciti a nutrirla di una passione comune.
Nato negli anni dell’assalto al cielo come una forma originale della politica, questo giornale forse non è mai diventato un progetto compiuto, ma è sempre rimasto – aggiornando l’eresia originaria – ben dentro la società e il suo “movimento reale”, uno specchio della sinistra, di quel che è stata o dovrebbe essere, nel bene e nel male.
Negli anni Ottanta è stato anche una zattera che ha raccolto tanti protagonisti del decennio precedente. A molti ha dato un’ancora di pensiero critico, a qualcuno di noi il privilegio raro di trasformare in lavoro le proprie convinzioni. E un mestiere, formando una generazione di giornalisti che deve molto di ciò che è a questo giornale, a chi lo ha fondato e nutrito. Militanti dell’informazione, dicevamo. Per tenere insieme mezzi e fini: un quotidiano comunista.
A lungo ci si è poi dovuti arrangiare con il mondo che andava in direzione opposta: il mezzo diventava via via più concreto del fine, la faccia aggiornava grafica e tecnologie, il corpo cambiava con il correre del tempo. Aggiungendo nuove culture e appartenenze a quelle originarie. Una ricchezza, testimoniata da centinaia d’inserti e supplementi; una complicazione, anche, visibile nella “federazione delle pagine”, creativa quanto disorganica. La realtà cambiava e non come avremmo voluto, il capitale frammentava storie e persone, il lavoro veniva ridotto a merce precaria, la sinistra si divideva tra abdicazioni, rinunce, chiusure. E noi specchio del nostro mondo – per fortuna – delle diversità crescenti tra i nostri compagni e lettori, unici veri nostri padroni. Ma sempre alla ricerca della contaminazione tra generi e linguaggi, politicizzando il racconto per ricostruire un patrimonio comune. Dall’informazione alla formazione, questo è stato lo sforzo. Perché ci insegnavano che si può essere partigiani senza diventare settari, restare aperti e cambiare mantenendo le proprie identità, apprendere dall’accoglienza per farne un comune campo di appartenenza. La politica, insomma.
Un collettivo, dicevamo, molto più che una redazione o una cooperativa. E per questo capace non solo di pubblicare un giornale, ma di indire assemblee, concerti, seminari, persino manifestazioni, come quando – il 25 aprile del 1994 – la rappresentanza politica appariva annichilita dalla berlusconiana nuova autobiografia della nazione.
Di questo percorso collettivo siamo vissuti, nel discorso pubblico come nelle nostre regole democratiche. Cercando coerenza tra enunciazioni e pratiche, per poter serenamente tirare le fila ogni giorno da un punto di vista alternativo alle leggi del capitale. E fissarlo in un articolo o nella bellezza dei titoli nutriti dalla nostra faticosa struttura orizzontale. Alla base di tutto, condizione essenziale, c’è stato il privilegio di essere liberi. Anche di gestire direzioni collettive violando la sacralità del direttore unico – in genere maschio – che segna ancor oggi il mondo dell’informazione.
Liberi anche economicamente, naturalmente. Perché il nostro vero nemico di sempre è stato il mercato con le sue leggi; una condizione materiale, prima che una convinzione ideologica. Di cui abbiamo pagato il prezzo. Perché quando non sono più bastati né gli stipendi austeri e sempre in ritardo, né la generosità dei lettori – le tante sottoscrizioni, cene, numeri speciali a prezzi esorbitanti – la nostra stessa libertà si è ristretta, mentre si desertificava quella del Paese e del mondo. Così il mezzo è diventato il fine, tutto si riassumeva nella sopravvivenza del giornale, a qualunque costo. Il racconto si è spoliticizzato, le contaminazioni evaporate, la comunicazione tra noi ogni giorno più difficile, persino le diversità generazionali sono diventate un problema. Così per continuare a vivere il manifesto ha rinunciato a una parte di sé, per molti un’amputazione dolorosa.
Ma del resto per tenere in vita una storia d’amore bisogna volerlo in due. Almeno in due.
Gabriele Polo
S’ode a sinistra uno squillo di tromba! di D. Lamacchia

Curzio Maltese su Repubblica di stamane fa un paragone tra Enrico Letta e Enrico Berlinguer. In sostanza assimila Letta a Berlinguer. Ognuno è libero di associare quello che vuole e se ci si sforza similitudini si trovano anche tra il carciofo e la pastinaca…
Chiarisco subito che è solo una battuta, non ho giudizi negativi su Letta. Solo rimarcare come si possa usare un qualsiasi paragone pur di giustificare l’adesione a questa o a quella linea politica. L’intento di Maltese è cercare di attribuire a Letta caratteri di sinistra. Quindi come meglio che paragonarlo a Berlinguer?
Ora il punto vero è: Letta è di sinistra o no? E ancora cosa vuol dire essere di “sinistra”? Cosa differenzia “destra” da “sinistra? Lungi dall’avere la presunzione di sciogliere nodi che personalità ben più dotate di me non sono state capaci di sciogliere provo a dare una mia modesta interpretazione. Ci si potrebbe sbrigare affermando che nel conflitto capitale-lavoro è di sinistra chi sta dalla parte del lavoro, di destra il contrario. Tuttavia non è sufficiente.
Ad entrare in gioco ci sono componenti che non possono essere ridotte tutte a mera conflittualità socio-economica. Per esempio le ragioni socio-culturali o quelle religiose. Oggi giorno non si può prescindere dalla variabile ecologica per esempio. Per molti essa è la variabile centrale fino a confondere l’ecologia come caposaldo della cultura di sinistra. Per me un’errore. Gramsci è stato il pensatore che maggiormente ha considerato queste variabili. Si pensi al suo concetto di “egemonia” e alle forme e agli strumenti del gruppo dominante di esercitarla. Dunque oltre al lavoro cos’altro?
Partiamo da una considerazione che prova a sintetizzare i concetti, consideriamo le dinamiche in termine di cicli. Il liberismo osserva il ciclo impresa-persona-impresa. Il focus di una visione liberista è l’economicismo rappresentato nell’esempio dall’impresa. Per semplificare in una situazione di crisi il ramo secco è la persona e l’oggetto da preservare è l’impresa. La persona è considerata un mezzo e non un fine. In una cultura di sinistra il ciclo da considerare è persona-impresa-persona. Il focus è la persona, l’impresa un mezzo, ancorché efficiente e produttivo. Il centro della riflessione quindi è quali sono le finalità che un sistema sociale si prefigge. In questo schema sicuramente entrano come variabili importanti temi come la libertà, di pensiero e di azione, delle singole persone e dei soggetti associati. Libertà che è relativa alla sfera economica e non. Come si formano i desideri, le motivazioni al consumo, all’agire? Chi seleziona i bisogni? Chi organizza le risposte ai bisogni?
In altri termini per stare a Gramsci come si formano le dominanti egemoni? Se il centro è l’impresa tutto le si conforma. Diverso se il centro è la persona, la persona che lavora. Il termine “ricchezza” assume significato diverso se la finalità è l’impresa o la persona. Letta da che parte sta? Ora è indubbio che l’attenzione alla persona è l’elemento che più accomuna una visione cattolica a cui egli appartiene e una visione politicamente di sinistra. Non basta però. Ciò è solo una premessa, servono pratiche, programmi, azioni. Giusto come esempi grossolani, articolo 18 si o no? Industria bellica si o no? Ius soli si o no? Bersani, D’Alema o Renzi, Verdini? Ecc.
Buona riflessione.
Donato Lamacchia
La scuola secondo Draghi. di D. Lamacchia

Nel suo discorso di investitura al senato nell’affrontare il tema della scuola ciò che mi ha colpito è stato il riferimento alla scuola privata e alla possibilità dei ragazzi (le famiglie) di scegliere tra alternative.
A partire da un costo base ognuno deve poter scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. In sostanza un vecchio obiettivo, in parte già attuato, di finanziare le scuole private, in prevalenza scuole cattoliche. In apparenza questo concetto è giusto facendo credere ad una parità di costi tra le due alternative. In realtà la parità è un inganno perché nella realtà i costi si moltiplicano, ai costi per la scuola pubblica si aggiungono quelli per la privata. A meno di ridurre sensibilmente i primi. Cosa attuata dai precedenti governi di matrice centro-destra. Sappiamo tutti come una scuola rinnovata significhi innanzitutto investimenti, forti, in edilizia scolastica. Per rinnovarne la sicurezza e soprattutto per raggiungere l’obiettivo di dimezzare il numero di alunni per classe, se si vuole attuare una didattica degna del nome. Si aggiungano i costi per l’aumento di personale, insegnante e non, e miglioramento della logistica complessiva e si ha un’idea del volume degli investimenti necessari.
Come è possibile, in pratica distinguere tra pubblico e privato? Gli investimenti richiedono sin dall’inizio di stabilire che indirizzo avere, diversamente si ottiene solo spreco senza raggiungere gli obiettivi. Che dire dell’implicazione sul piano sociale di uno sviluppo delle private? Si favorirebbe la creazione di scuole di serie A e scuole di serie B. Indovinate a chi andrebbero le une e a chi le altre. La scuola è l’elemento base per la creazione di ascensori sociali. Se si vuole dare ad ognuno pari opportunità sociale si deve garantire ad ognuno pari opportunità di formazione!
Veniamo al discorso del pluralismo. Ai sovranisti dell’ultima ora non viene in mente che ogni discorso sull’unità nazionale passi attraverso una unità della formazione? Perché allora la spasmodica richiesta di interventi nel privato? Il pluralismo vero è il pluralismo nella scuola non delle scuole. Si cominci con l’introduzione dello studio della storia delle religioni e non di una sola di esse, per esempio. La scuola deve essere mirata alla formazione di cittadini coscienti e critici non solo di cittadini-produttori. Non si deve sapere solo come ma anche perché.
Riformare la scuola quindi significa avere chiara una visione dello sviluppo sociale che si intende avere per adeguare organicamente la formazione dei suoi componenti. E’ necessario impedire perciò l’esistenza di scuole private? Assolutamente no! Chi la vuole è libero di farla, ma se la paghi! Riguardo ai contenuti scolastici? Sarebbe troppo lungo, magari un’altra volta…Solo una domanda, saprà la sinistra capace di difendere la scuola pubblica? Speriamo!
Donato Lamacchia
- 1
- 2
- …
- 12
- Successivo →


