Senza categoria

Per la Repubblica.Una battaglia politica alta, di A. Roazzi

Postato il Aggiornato il

Alessandro Roazzi 2

.

Nel Parlamento fascista si disse che “l’uomo era il produttore, il cittadino un’astrazione. No, fonte del diritto, fonte della libertà non è la produzione ma la personalità umana…” Questo era il pensiero di chi si e’ battuto (nel caso specifico nell’area cattolica quanto mai divisa ) per la Repubblica che festeggiamo oggi. E di chi vedeva nella “conciliazione” gia’ allora una delle traduzioni utili (e generose…) dello sforzo antifascista per dare libertà e futuro a tutti, per ricostruire l’Italia a vantaggio delle giovani generazioni . Dico questo perche’ giustamente oggi la celebrazione e’ altro, aggiornata ai tempi. Ma non va dimenticato che la battaglia per la Repubblica e’ stata anche uno scontro di idee, forte ed alto. Lo spirito politico di quel confronto resta un esempio, specie in una fase della vita politica che e’ assai povera di idee, ricca di ambizioni di potere, assai piu’ vogliosa di risse che di progetti in grado di aprire la via della crescita x tutti. E la Repubblica allora era un valore vero per questo percorso . Prima che una festa, un sacrificio di destini ed un grande sforzo ideale a rischio della vita. Andrebbe raccontato di più quell’inizio.

Alessandro Roazzi

Alcune osservazioni sul sistema elettorale tedesco, di V. Russo

Postato il

Vincenzo Russo

.

Sembra che si stia raggiungendo l’accordo tra le principali forze politiche per un sistema elettorale c.d. di stampo tedesco. La prima osservazione da fare è che non esiste un sistema elettorale ottimale, alias, buono per tutti i paesi. I sistemi elettorali vanno calibrati o modulati alle situazioni reali, storiche, politiche e culturali dei diversi paesi. La seconda osservazione fondamentale da ricordare è che il pluralismo è l’essenza della democrazia, ma un eccesso di pluralismo porta alla frammentazione delle forze politiche e rende più difficile se non impossibile l’aggregazione delle medesime. Questa è favorita e più facile se nella società civile ci sono valori largamente condivisi. In sintesi servono una teoria condivisa della giustizia sociale, un’etica pubblica, un grande senso di responsabilità, una forte propensione a cooperare con gli altri per promuovere il bene comune. Se ci sono queste premesse allora può esserci la governabilità potenziale. Voglio sottolineare questa premessa per chiarire il dilemma che comunemente si connette ad alcune decisioni relative al sistema elettorale con riguardo a: rappresentanza e governabilità. I due obiettivi non sono convergenti. Bisogna ricercare un bilanciamento ragionevole dei due tenendo conto che tanto maggiore è il pluralismo tanto più difficile è l’aggregazione delle preferenze che serve in pratica per il funzionamento della democrazia ma tenendo a mente che avere la maggioranza non significa fare la scelta giusta in tutto e per tutti.

Avendo riguardo alla situazione concreta del nostro sistema politico, va ricordato che con le elezioni politiche del 2013 è emerso il M5S che da solo ha raccolto il 25,55% dei voti. Tenuto conto che nel 2013 gli astenuti sono stati poco sopra del 25%, si è determinato un sistema partitico tripolare – in fatto quadripolare – che rende altamente improbabile la maggioranza assoluta di un singolo partito salvo attribuirli un premio di maggioranza che comprimerebbe in maniera eccessiva la rappresentatività della maggioranza. In una situazione reale di questo tipo occorre ripiegare un sistema aperto che assicuri la competitività dei partiti maggiori sapendo che nessuno dei tre potrà raggiungere la maggioranza e, quindi, sarà altamente probabile che bisognerà praticare una coalizione tra due dei tre partiti.

Il sistema tedesco è un compromesso ragionevole tra un sistema proporzionale e quello maggioritario, un sistema misto perché prevede il 50% (298) dei rappresentati scelti con il maggioritario all’inglese, ossia, maggioranza relativa dei voti validi (vince chi arriva prima nel collegio) e il 50% con il proporzionale. Il sistema tedesco prevede il doppio voto (anche disgiunto) in una unica scheda: l’elettore può votare anche per una delle liste bloccate che sono presentate nel Land. Il sistema tedesco prevede anche uno sbarramento al 5% per scoraggiare la proliferazione dei partiti. In altre parole, alla ripartizione dei seggi sulla base dei voti di lista partecipano solo i partiti che abbiano ottenuto il 5% dei voti validi espressi al livello nazionale oppure che abbiano vinto in almeno tre collegi uninominali con propri candidati (collegati). Essendo improbabile che partiti minori possano eleggere da soli tre rappresentanti nei collegi, diventa importante capire come si disegnano i collegi. Un gioco che gli inglesi conoscono bene con il loro sistema maggioritario secco (first past the post). Nel sistema tedesco il disegno dei collegi non è così importante ma diventano rilevanti gli accordi locali tra i partiti, consentendo la sopravvivenza di alcuni partiti minori. Senza un accordo con i partiti maggiori i partiti minori difficilmente possono raggiungere l’obiettivo di tre eletti direttamente nei collegi uninominali e, quindi, a mio giudizio, il sistema penderebbe di più a favore dei grandi partiti. Il sistema prevede le liste bloccate nella parte proporzionale limitando la libera scelta dell’elettore.

Nella pubblicistica corrente il sistema tedesco viene presentato come un sistema proporzionale al 100% (D’Alimonte, il Sole 24 Ore del 23-05-2017). E’ questione di interpretazione dei sistemi misti e le interpretazioni sono opinabili proprio perché i sistemi misti per loro intrinseca natura si prestano a diverse interpretazioni. Un sistema misto che prevede i collegi uninominali, che sceglie il 50% dei seggi con i sistema maggioritario, che prevede lo sbarramento del 5% per potere partecipare alla ripartizione dei seggi scelti con il sistema proporzionale che esclude i partiti minori a favore di quelli maggiori, che prevede le liste bloccate, a mio modesto parere, solo con una certa forzatura si può considerare proporzionale al 100%. Basti dire che se si tiene conto del solo sbarramento del 5% in un contesto caratterizzato da un forte pluralismo e quindi da una forte frammentazione politica – per confermare la nomina di Gentiloni il Presidente Mattarella ha dovuto consultare ben 25 gruppi parlamentari – è vero che esso può produrre una forte semplificazione del sistema politico ma questa viene operata a danno della rappresentatività del sistema. La semplificazione del sistema piace ai politici, al cittadino comune, a tutti ma le società moderne sono strutture complesse, non sono come i villaggi del neolitico e, quindi, bisogna sapere gestire la complessità. Calato in un Paese dove non c’è una etica pubblica largamente condivisa, un sistema elettorale studiato e sperimentato in un Paese ad alta coesione sociale può imprimere ad un sistema politico come il nostro una forte torsione in senso autoritario. Per questi motivi forse sarebbe stato opportuno considerare la previsione di un passaggio graduale ad una soglia di sbarramento così elevata prevedendo una fase transitoria al 3%.

Vincenzo Russo

tratto dal Blog personale dell’autore  http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/05/31/alcune-osservazioni-sul-sistema-elettorale-tedesco/

Reddito di cittadinanza – una ipotesi di lavoro per ritrovare il ruolo della sinistra, di A. Angeli

Postato il Aggiornato il

Alberto Angeli 2

.

“Reddito di cittadinanza, per l’Italia unica speranza. Onestà e dignità subito”: con questo slogan, cantato dalla testa del corteo del M5S, si è svolta sabato 20 maggio la marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza. Questo punto del programma dei cinquestelle non sembra suscitare nella sinistra del nostro paese alcun interesse. Anzi, si coglie una alquanto sorprendente noncuranza, quasi un fastidioso silenzio. In verità alcune voci si sono spinte fino a dichiarare la richiesta poco realistica, se non valutata poco interessante, per la difficile sostenibilità economica. Altri propongo invece, come alternativa, un reddito minimo garantito ( reddito di inclusione) guardato come un indispensabile ampliamento del welfare, a cui associare politiche orientate verso il pieno impiego in una visione di complementarietà dei due temi. Entrambe le proposte partono dalla considerazione che annota il basso tasso di occupazione, la lentezza con cui viaggia l’economia e la forte esposizione debitoria del paese, trascurando il fatto che ciò costituisce un ostacolo molto serio alla introduzione di un reddito minimo garantito di tipo universalistico.

Su questa materia sono varie e articolate le ipotesi alle quali riferirsi, anche se condizionate dal modo con cui è pensato il reddito minimo. Ad esempio:

a) garantire un reddito minimo a chi non ha un lavoro, ovvero risulta indigente;

b) mettere in atto forme di lotta alla povertà mediante una rete di protezione minima, che garantisca la sussistenza, legando gli adeguamenti alla rilevazione dell’ISTAT sui dati del minimo vitale;

c) riorganizzare e ridisegnare il sistema del welfare creando un unico referente per la gestione del sociale e delle risorse economiche.

Ovviamente, cassa integrazione e sussidi di disoccupazione, già esistenti e basati sulla contribuzione obbligatoria, continuerebbero a persistere sotto il Ministero del Lavoro e della Previdenza. Il reddito garantito dovrebbe quindi rivolgersi a chi ha esaurito o non ha accesso ai due strumenti: a) e b), destinandolo alle persone in cerca prima occupazione o indigenti

Seguendo l’andamento della disoccupazione richiamando i dati ISTAT, possiamo rilevare che il tasso di disoccupazione è stabile all’11,9%, mentre risulta in lieve calo quella giovanile. La fotografia dell’Istat effettuata su gennaio 2017 evidenzia che le persone in cerca di occupazione erano 3.097.000, in aumento di 2.000 unità su dicembre 2016 e di 126.000 unità su gennaio 2016. E’ il caso di ricordare che a gennaio 2016 il tasso di disoccupazione era all’11,6%. L’Istat ci spiega che  l’aumento dei disoccupati rispetto all’anno precedente insieme all’aumento degli occupati (236.000 rispetto a gennaio 2016) è dovuto al calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni pari a -461.000.

Sul fronte della disoccupazione giovanile Il tasso cala invece al 37,9% dal 39,2% di dicembre, quindi un -1,3 punti. Ne risulta che l’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni, sul totale dei giovani della stessa classe di età, risulta pari al 10,1%, risultando in calo di 0,6 punti rispetto a dicembre. Il tasso di occupazione dei 15-24enni permane stabile, mentre quello di inattività cresce di 0,6 punti.

Dal dato di gennaio si rileva che gli occupati crescono di 30.000 unità rispetto a dicembre, conseguendo quindi un +0,1% in percentuale e di 236.000 unità su gennaio 2016 ( dato assoluto) e +1 in percentuale. Tale aumento mensile, si rileva dalla nota dell’Istat, riguarda gli uomini e considera gli ultracinquantenni. Inoltre, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 risulta pari al 57,5% , cioè un +0,1 punti percentuali rispetto a dicembre. Gli occupati sono a quota 22.856.000. Per completare il dato prendiamo in considerazione quelli forniti dall’Eurostat , sull’andamento della disoccupazione dell’eurozona, che risulta stabile al 9,6% a gennaio 2017 rispetto a dicembre, mentre scende da 8,2% a 8,1% nella UE dei 28 ( includendo l’Inghilterra ) segnando in cifra il miglior risultato da gennaio 2009). Il dato italiano si attesta al quarto posto più alto dopo Grecia (23%), Spagna (18,2%) e Cipro (14,1%). Nel mese di gennaio, seguendo i dati dell’Eurostat, il tasso più basso si è rilevato a favore della Repubblica Ceca (3,4%) e della Germania (3,8%). Un dato positivo è Il calo della disoccupazione giovanile: nella zona euro passa dal 19,3% al 17,7%; mentre nella UE- dei 28 Paesi , passa dal 21,7% al 20%. Vale rilevare al proposito che in Italia resta la terza più alta d’Europa , dopo Grecia (45,7%) e Spagna (42,2%).

I dati ISTAT sulla difficile situazione sociale del Paese rilevata al 2015 stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale. Se accettiamo la definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020, le persone che si trovano almeno in una delle condizioni adottate , sono indicate secondo il rischio o situazione: di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

La quota è sostanzialmente equiparabile a quella rilevata al 2014 (era al 28,3%) che, in sintesi, segnala un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e il calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); permane invariata stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

Il Mezzogiorno risulta l’area più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale: il dato ISTAT segnala che nel 2015 le persone coinvolte sale al 46,4%, dal 45,6% dell’anno precedente; quota che risulta in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%), mentre la cifra che riguarda il Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.

Ancora: la rilevazione Istat segnala come le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti, sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale ( passano al 43,7% del 2015 dal 40,2% del 2014), quota che sale al 48,3% (dal 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l’inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013, dopo il calo registrato dal 2009 (complessivamente -12% che diventa -10% se si considera l’aggiustamento per dimensione e composizione familiare, cioè il reddito equivalente). Inoltre, la metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013; nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Fra le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro, una su due dispone di non più di 29.406 euro se si tratta di lavoro dipendente e di non più di 28.556 euro nel caso di lavoro autonomo. Per le famiglie che vivono prevalentemente di pensione o trasferimenti pubblici la somma scende a 19.487 euro.

Includendo gli affitti figurativi, si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale; il 20% più povero solo il 7,7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.

BREVE LETTURA DEGLI GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI OPERANTI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO

Nella tradizione della famiglia italiana il ruolo preminente del capofamiglia, cioè della figura che con il suo lavoro garantiva all’intero nucleo familiare il reddito necessario al suo sostentamento, ha decisamente influenzato l’evoluzione e l’orientamento giuridico dei sistemi di assistenza alla famiglia. Accadeva così che, se, per varie ragioni, l’unico percettore del reddito si fosse trovato nella condizione di non poter più provvedere a questa funzione, al sistema sociale vigente era affidato il compito di attivarsi secondo le condizioni che il sistema previsto. Questa caratteristica, comune alla maggioranza degli stati occidentali, è andata evolvendo nel corso del tempo, in specie dagli anni 60 in poi, in quanto è andata diffondendosi una cultura più aperta al ruolo della donna nel concorrere all’acquisizione di una parte del reddito familiare.

Con la nascita dello stato democratico e l’adozione della Carta Costituzionale, la struttura della società Italiana si regge quindi sul dettato previsto dall’art. 1 della Carta, che sintetizza inequivocabilmente il nuovo percorso socio-politico sul quale il Paese intende muoversi, affermando che:” che l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La Repubblica riconosce il diritto di ogni cittadino ad avere un lavoro e assume l’impegno affinché possa essere garantito a tutti, favorendo l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, attraverso l’eliminazione di quegli impedimenti di ordine economico e sociale che ostacolano la libertà dei cittadini e creano ingiuste disuguaglianze tra gli stessi.

Il lavoro, che la Carta riconosce come un diritto, diviene, al contempo, un dovere di ogni cittadino, al quale si richiede di contribuire al progresso materiale e spirituale della società, in specie se lo stesso abbia uno stato psico-fisico con lo renda capace al lavoro. In corrispondenza a tale contributo al lavoratore uomo o donna è previsto sia riconosciuta e assicurata una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’assistenza libera e dignitosa. Nel caso uno di essi diventi temporaneamente o permanentemente inabile al lavoro a causa di infortunio, malattia, invalidità o vecchiaia, invero, per motivi estranei alla sua volontà, venga meno il rapporto lavorativo, è riconosciuto Il diritto a ricevere l’assistenza dello Stato, in modo da non essere privato dei mezzi adeguati alle proprie esigenze di vita. Serve rilevare come l’ordinamento italiano preveda molteplici forme di assistenza al lavoratore disoccupato sotto forma di ammortizzatori sociali. In genere si tratta di sussidi economici di durata prestabilita per legge e di importo normalmente inferiore alla retribuzione prima percepita.

La dottrina che è venuta formandosi nel tempo in materia sociale, ha riformulato la nozione di “ammortizzatori sociali”, ritenendo estranee a tale sistema le indennità corrisposte in ragione dell’incapacità e inabilità lavorativa secondo le seguenti categorie : ad es. indennità per malattia o infortunio, pensioni di invalidità. Mentre ricomprende, invece, quelle che assistono il lavoratore in caso di interruzione o sospensione involontaria del rapporto lavorativo, erogate per un periodo d tempo ritenuto indispensabile al reperimento di una nuova occupazione o alla ripresa di quella sospesa, affinché il lavoratore non rimanga totalmente privo di risorse di sussistenza.

Il sistema degli ammortizzatori sociali è composto da molteplici strumenti. Nel tempo sono intervenute modifiche legislative che hanno accresciuto le differenze nelle modalità di applicazione di misure a sostegno del reddito e delle indennità. Generalmente gli ammortizzatori sociali sono classificati in tre categorie:

a) In caso di sospensione del rapporto di lavoro: trattamenti di integrazione al reddito (Cassa integrazione guadagni ordinaria

b) CIGO, e cassa integrazione guadagni straordinaria, CIGS) inclusi i trattamenti specifici per il settore agricolo e edile. In questa classe di interventi sono inclusi gli interventi in deroga della CIGS e i contratti di solidarietà nonché l’indennità di disoccupazione per i lavoratori sospesi.

c) b) In caso di cessazione del rapporto di lavoro: indennità di mobilità e indennità di disoccupazione.

d) c) Misure temporanee a sostegno dei lavoratori a tempo determinato, apprendisti e parasubordinati in regime di monocommittenza

Altri strumenti annoverabili come Ammortizzatori Sociali ed i relativi interventi di sostegno al reddito adottati sia a livello nazionale che a livello regionale, come accedere e le novità 2017:

-Assegno familiare (ANF) è una prestazione economica erogata ai lavoratori dipendenti in base a composizione famiglia (almeno due soggetti) e redditi dichiarati, che devono posizionarsi al di sotto dei

-Sussidio SIA, sussidio di inclusione attiva, potenziamento agevolazione per determinate tipologie di nucleo familiare, nuovi modelli di domanda;

-Cassa integrazione erogata dall’INPS e comprende: Sussidi agricoli, CISOA,DMAG e riguarda lavoratori agricoli, ( operai, impiegati, quadri e apprendisti, compresi i soci delle cooperative, apprendisti.

-Reddito Inclusione ( REI ) Al proposito è stato siglato il memorandum d’intesa sul reddito di inclusione (Rei) tra il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’Alleanza contro la povertà e il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Si tratta delle linee guida che definiscono i dettagli della nuova misura di contrasto alla povertà introdotta – in sostituzione di SIA, Carta Acquisti e ASDI – dal disegno di legge n. 2494, ovvero la Delega recante norme relative al contrasto della povertà, in termini di limiti di intervento e i requisiti per l’accesso al sussidio e di misure di supporto a livello…

-Maggiorazione assegno social

-Naspi durante il tirocinio, che non è un’attività lavorativa, di conseguenza il reddito che ne deriva è cumulabile con la Naspi: l’indicazione è contenuta nelle Linee Guida sul tirocinio.

-Pensione sociale e sussidi compatibili

-Sussidi ai terremotati: i beneficiari al sussidio sono i lavoratori delle zone colpite dal terremoto dello scorso anno (24 agosto e 26 ottobre 2016) e che, a causa di tale evento, hanno dovuto interrompere l’attività: Ministero del Lavoro e Regioni hanno siglato la Convenzione che consentirà di erogare fino a 4 mesi di sussidi a dipendenti, lavoratori autonomi, anche titolari di impresa, professionisti iscritti a qualsiasi forma obbligatoria di previdenza e assistenza e collaboratori coordinati e continuativi. Sospensione contributi sisma: domanda INPS L’indennità verrà erogata entro un limite di spesa…

-Reddito di inclusione,

-Ricollocamento disoccupati: si tratta di 30 mila disoccupati italiani, estratti a caso, (tra coloro che percepiscono la NASpI da almeno 4 mesi), stanno arrivando le prime lettere per beneficiare dell’assegno di ricollocamento.

-NASPI è possibile presentare la richiesta dopo aver sottoscritto un accordo di conciliazione non presso la DTL

-Sussidio Fondo integrazione salariale (FIS)

-Sussidi erogati dalle Regioni e dai comuni: i nuovi requisiti restano invariati rispetto al 2015 e 2016. Lo comunica l’INPS, con circolare 55/2017,

-APe Social,

-NASpI 2017, (assicurazione sociale per l’impiego )

-Dis-coll stabile, estesa a ricercatori e dottorati, così Il sussidio di disoccupazione Dis-Coll diventa strutturale:

-Premio alla nascita, la domanda, in via telematica, deve essere rivolta all’INPS e solo dopo il settimo mese di gravidanza

-Lavoratori Socialmente Utili-

-Assegno di natalità

-Assegni Familiari in part-time

-Fondo solidarietà personale del credito

Quelli elencati sono solo alcuni degli strumenti a cui la politica sociale del Paese ricorre, una diffusa e smagliata rete di interventi, che ingloba anche una mini serie di altre provvidenze che sfuggono alla contabilità generale, poiché la fonte di spesa è gestita direttamente dai Comuni o dalle Regioni. Ad esempio: sconti su metano, immondizia, integrazioni o interventi sociali a sostegno delle famiglie impossibilitate a pagare un canone d’affitto, altre iniziative difficili da rendicontare.  Tutto ciò, il sistema del Welfare nel suo complesso, ha una spesa che, direttamente o indirettamente, poggia sul bilancio dello Stato. Una lettura dei conti evidenzia come il Welfare del nostro Paese sia il più caro d’Europa.

Brevemente: la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 444,396 mld di euro, venendo a gravare per il 54,13% sulla spesa statale comprensiva degli interessi sul debito, rappresentando il 27,34% del PIL; un dato che ci proietta nella prima fila Europea. Una spesa enorme, inimmaginabile la possibilità di sostenerla per il futuro a favore delle giovani generazioni, sulle quali grava già l’enormità del debito pubblico.

Il Ministro Poletti afferma con convinzione che il sistema tiene e prospetta una sostenibilità nel tempo, sia sul versante delle pensioni che dei conti pubblici. Ma se stiamo alle cifre, guardando i dati del welfare del 2014, di cui si può disporre delle entrate tributarie, si replica con le stesse cifre pari a 444,507 mld, per ripetere questa performance occorrono tutti i contributi sociali per pensioni e prestazioni temporanee, quelli dell’Inail, tutta l’rpef, l’ires, lirap e kl 36% dell’Isos. Vale a dire tutte le imposte dirette, così che la restante spesa pubblica si finanzia con le imposte indirette.

Secondo i dati dell’IPNS la spesa pensionistica di tutte le gestioni è stata per il 2015 pari a 217,895 mld di euro, con un incremento rispetto al 2014 dello 0,82%, un dato contenuto dal basso livello dell’inflazione e all’applicazione della sentenza della Consulta in relazione alla rivalutazione, che il Governo Renzi ha applicato in termini riduttivi. C’è poi da considerare l’applicazione dei provvedimenti Fornero, da cui è pervenuta una spinta per le pensioni anticipate, che ha consentito nel 2015 il pensionamento di circa il 74% degli aspiranti sul dato del 2014.

La spesa reale, sottratte le entrate contributive a favore dello Stato da quella effettiva dei lavoratori e datori di lavoro, si attesa a quota 172,214 mld. che scende ulteriormente se si sottrae quanto incassa lo stato direttamente, la spesa totale si attesta a 159,164 mld di euro.

Un altro campo di spesa è quello dell’assistenza che nel 2015 ha riguardato circa 4.040.626 assistiti e 4.265.233 di altri assistiti mediante integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, quindi un totale di 8.305.859 beneficiari, vale a dire il 51,34% dei pensionati. Nella sostanza, il costo totale degli interventi assistenziali vale nel 2015 all’incirca 103,00 mld.

Se volessimo completare la riflessione su questa parte, riportando quanto negli altri Paesi dell’Europa viene fatto per il Welfare e speso per il sostegno alle politiche sociali, sicuramente ciò sarebbe utile ma ci allontanerebbe dal nostro proposito che, in definitiva, resta quello di capire come muoverci nella direzione di una politica a favore del reddito di cittadinanza. A ciò si lega il quadro delle risorse economiche e dove cercarle e a quale fasce di società destinare l’intervento. Un intervento, si badi bene, che si pone in alternativa al reddito di inclusione, su cui l’attuale Governo e la maggioranza che lo sostiene si stanno muovendo con atti decisivi.

D’altro canto una rapida attenzione alla contabilità ci rende immediato l’ordine dei fattori su cui costruire anche una minima ipotesi. Infatti, partendo dall’analisi effettuata finora, è possibile svolgere un calcolo riguardo al costo di un eventuale reddito di base incondizionato e pari a 600,00 Euro mensili, cioè all’anno 7.200,00 Euro netti, pari alla soglia di povertà accettata statisticamente. Si potrebbe poi proseguire per fasce di indigenza, adottando i dati forniti dall’ISTAT, fino all’ultima fascia della povertà assoluta che, a seconda della condizione del calcolo, fornirebbe una cifra che oscillerebbe dai 32,346 mld di euro a quella massima di 46,356 mld.

In conclusione di questa riflessione, sulla base dei calcoli statistici che qui non sono riprodotti, anche per il fatto che in certi casi i dati sono purtroppo approssimati e non aggregabili per mancanza di indagini e analisi ( e anche per non appesantire questa breve nota), è evidente una insostenibilità economica concreta di un eventuale progetto volto ad introdurre il reddito di cittadinanza universalistico. Un rilievo che non è privo di alternative, che potrebbero però profilarsi nel caso di un sistematico e profondo riordino di tutto il Welfare e di una revisione del sistema fiscale, in specie per la parte delle deduzioni e detrazioni che, secondo una linea presente in molti economisti, possono essere riaggiornate con notevoli risparmi per l’erario e lo Stato.

Quindi, la storia non dovrebbe finire qui. Chi scrive ritiene che nonostante le difficoltà del bilancio pubblico, i dati della disoccupazione, la diffusa povertà ed esclusione sociale, la lentezza che l’economia registra e la difficoltà in cui si trova il sistema bancario; insomma nonostante il paese non viva uno dei suoi momenti migliori anche la sola riflessione riguardante l’introduzione del reddito di cittadinanza implica un cambio ideologico e di mentalità, al punto da potersi considerare una svolta rivoluzionaria del pensiero della sinistra.

La sociologia – e la storia della sinistra – ci ricorda come la maggior parte delle persone lavora solamente per guadagnarsi un reddito per vivere; il lavoro non è fine a se stesso ma è finalizzato solo ad ottenere una remunerazione. Sicuramente uno strumento di difesa come quello individuato nel reddito di cittadinanza, conferirebbe coraggio al cittadino, una maggiore fiducia e credibilità verso le istituzioni, e a nessuno verrebbe la tentazione di ottenere profitti a discapito di altri.

Certo, questa prospettiva introduce problemi di grande rilevanza sia sotto l’aspetto dell’equità che di quello della giustizia e della coerenza. Intanto con la parola universalità già si introduce un tema delicato che riguarda una delicata questione relativa alla definizione di cittadino. Sappiamo che  la cittadinanza italiana è regolata dal cosiddetto “ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. Nella sostanza, tale concetto significa che è cittadino italiano chi nasce da genitori con cittadinanza italiana, o se è nato sul territorio italiano con entrambi i genitori ignoti o apolidi oppure se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale appartengono. Infine, acquisisce cittadinanza italiana per nascita anche il figlio di ignoti trovato nel territorio italiano nel momento in cui non viene provato il possesso di un’altra cittadinanza. La stessa normativa stabilisce delle eccezioni, dando la possibilità di acquisire la cittadinanza attraverso lo “ius soli”, diritto di territorio; infine, vi è la possibilità di acquisire la cittadinanza tramite il matrimonio se si è in presenza di determinati requisiti il coniuge, che sia straniero o apolide, di cittadino italiano, acquisisce la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risiede legalmente per 2 anni in Italia. Questi sono alcuni casi che presuppongono comunque una presa di coscienza della diversità di normativa, più favorevole, che viene applicata in altri Paesi dell’Europa.

D’altro canto, in un mercato del lavoro sempre più flessibile e precarizzato come l’esperienza del nostro paese ci ricorda, dove diventa sempre più facile perdere anziché trovare un nuovo lavoro, un dispositivo di reddito di cittadinanza permetterebbe al cittadino posto fuori dal mercato di avere una continuità economica per i periodi in cui il mercato non offre possibilità di reimpiego; ciò costituirebbe un aiuto positivo innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso. Sempre per quanto concerne il livello sociale, attraverso un dispositivo di questo genere, è possibile prevenire l’esclusione sociale degli individui con un reddito non continuo ed esiguo, ovviamente mantenendo un rigido controllo sugli utenti del beneficio per evitare comportamenti tesi a violare la natura e lo scopo specifico del reddito di cittadinanza

Questo comporta un ‘controllo’ sulla effettiva disponibilità a lavorare e ad accettare le proposte di lavoro che gli Enti preposti alla formazione e assistenza al quel cittadino formuleranno al proposito. Questo rischio è richiamato con forza da coloro che contrastano o sono decisamente contrari all’introduzione del reddito di cittadinanza. I beneficiari potranno quindi decidere se un lavoro è coerente con le proprie competenze, decidere se trasferirsi o meno per lavorare, e non essere obbligati a farlo. Con la presenza di un dispositivo di questo genere, è possibile combattere il lavoro nero, ci sarebbero meno presupposti per incoraggiarlo, in quanto si è dotati di un minimo vitale e anche perché, nel momento in cui si compie il reato, vi è la sospensione del sussidio.

Dopo aver esposto le caratteristiche principali del sistema attuale delle politiche per il sociale del nostro paese e delle sue lacune, dagli ammortizzatori sociali ai fenomeni di precarietà, disoccupazione ed esclusione sociale, senza ignorare le difficoltà politiche e poi quelle economiche, si può concludere sostenendo che il reddito di cittadinanza si prospetta come una variabile politica innovativa e concettualmente ( ed economicamente ) percorribile. Poiché, incamminandosi su questa strada, la sinistra può ritrovare il ruolo che la storia le ha assegnato, essendo questo il terreno del sistema sociale su cui ha costruito la lotta e la prospettiva del cambiamento politico. Qui, può recuperare il suo ruolo e ritrovare il consenso necessario per porsi come l’unica alternativa al populismo .

Alberto Angeli 
————————————————-

NB: i dati sono rilevati da:

INPS, ISTAT, Banca d’Italia, Eurostat, OO.SS., Centro Studi Conf.a

La grande battaglia: il debito greco sul tavolo dell’Eurogruppo, di A. A. Panagopoulos

Postato il Aggiornato il

Agiris 2

.

Le misure per la riduzione del debito greco nel medio e nel lungo periodo saranno affrontate oggi dall’Eurogruppo, mentre si aspetta dai ministri delle Finanze della eurozona di concludere la seconda valutazione del paese che permetterà il pagamento di una tranche di finanziamento di 7,5 miliardi. La Grecia paga ogni anno tra i 6 e i 7 miliardi di interessi per il suo debito e una riduzione dei soli interessi permetterebbe di aumentare gli investimenti pubblici e far crescere l’economia.
La questione della riduzione del debito rappresenta per Alexis Tsipras, il suo governo e SYRIZA “la madre di tutte le battaglie”, perché la riduzione del debito permetterà e garantirà al paese uno sviluppo forte e sostenibile, la creazione di posti di lavoro e la diminuzione delle diseguaglianze che sono cresciute dalle politiche neoliberiste. Si aspetta che la riunione dell’Eurogruppo di oggi apre la strada per una soluzione nelle prossime settimane, anche se ad Atene e alcuni funzionari europei credono che si potrà avere una soluzione anche oggi.
Il ministro della Finanze Tsakalotos ha detto al parlamento che le misure per la riduzione dei deficit che saranno adottate dal governo di sinistra saranno complessivamente di 14 miliardi per il 7 anni tra il 2015 e il 2022, mentre le misure a favore gli strati deboli e colpiti dalla crisi superano di molto questa cifra. Secondo alcuni calcoli del governo greco le misure positive possono arrivare anche al doppio di quelle non volute e imposte dai creditori, perché le misure positive sono constanti nel tempo mentre quelle imposte transitorie che dureranno solo fino alla fine del commissariamento del paese. Secondo Tsakalotos dalle misure positive saranno beneficiati almeno 6 milioni di greci, sui 10,5 milioni di popolazione. I tagli fatti dai governi di Papandreou, Papadimos e Samaras sono arrivati ai 63 miliardi nei 5 anni che hanno distrutto il paese, senza prendere mai una sola misura a favore della gente.

Papadimitriou, ministro dell’Economia: crescita oltre il 2,1%

Il ministro dell’Economia e dello sviluppo Papadimitriou parlando alla radio “stokokkino” ha detto che la crescita dell’economia greca sarà più alta del 2,1% delle previsioni della Commissione europea se i partner europei manterranno i loro impegni che permetteranno l’entrata della Grecia al Quantitative Easing della BCE, si procede alla riduzione del debito greco e si rafforza la liquidità del mercato.
Papadimitriou ha espresso anche le considerazioni del governo greco per la quattro soluzioni possibili per la questione del debito.
– Come ha detto il ministro dell’Economia il 65% dei prestiti europei dell’ESM ha un tasso di interesse variabile, che espone il paese ad una tendenza al rialzo in futuro. “Quello che vogliamo sono tassi di interesse bassi e fissi”, ha detto.
– Il governo greco sostiene inoltre la riduzione del valore del debito, una remissione in termini nominali, che “non so se siamo in grado di ottenerla, ma la vogliamo”.
– Un’altra soluzione potrebbe essere l’estensione del piano del pagamento degli obblighi esistenti.
– Infine, rispettivamente benefico sarebbe stato anche un periodo di grazia per il mancato pagamento degli interessi per un certo tempo.

Tsipras e Macron: D’accordo sulla riduzione del debito

Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha avuto un colloquio telefonico con il neoeletto presidente francese Emmanuel Macron per quando riguarda il debito greco nel quale il presidente francese “ha detto che spera di raggiungere un accordo presto, che a sua volta sarà di alleviare il peso del debito greco”, secondo fonti del governo greco.
Tsipras ha sottolineato a Mcron la necessità di una soluzione completa per il debito greco “per il bene della Grecia e della zona euro”. “Questa è la rotta di marcia del ministro dell’Economia Bruno Le Mer, che oggi parteciperà dell’Eurogruppo a Bruxelles”, ha aggiunto il palazzo presidenziale dell’Eliseo.
I due hanno convenuto di lavorare in questa direzione e in stretta e costante comunicazione. Macron durante la recente campagna elettorale si è espresso ripetutamente a favore della riduzione del debito greco e gli altri debiti in Europa.

Incontro Le Mer e Schaeuble a Berlino

Il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble durante la conferenza stampa a Berlino con il suo omologo francese Le Mer, poche ore prima dell’Eurogruppo, ha sottolineando che “non stiamo negoziando nuove misure per la Grecia, che richiederebbero un nuovo programma di assistenza” ma facciamo “sforzi… per trovare una soluzione per il debito della Grecia”.
Nel corso della conferenza stampa Schaeuble ha detto che “la zona euro e l’FMI continuano ad avere approcci diversi”, sottolineando però che “cercheremo di trovare una soluzione”. Schaeuble ha attribuito queste differenze alle moderate stime del Fondo per l’economia greca.
Da parte sua il ministro delle Finanze francese Le Mer ha messo in chiaro che Emmanuel Macron vuole che la Grecia rimane nella zona euro. Per quanto riguarda la riunione dell’Eurogruppo di oggi, egli ha osservato che “ci saranno discussioni sulla soluzione tecnica della sostenibilità del debito greco”.

Gabriel, SPD e ministro degli Esteri: dobbiamo mantenete le nostre promesse

In Grecia è stata promessa più e più volte la riduzione del debito, se si saranno le riforme. Ora dobbiamo mantenere la nostra promessa”, ha detto il socialdemocratico ministro degli Esteri tedesco Gabriel chiedendo oggi l’impegno formale della zona euro per la riduzione del debito greco, esprimendo indirettamente una critica contro Schaeuble per le sue dure posizioni.
Schaeuble e gli altri ministri delle Finanze dell’Unione europea si riuniranno oggi per discutere il rilascio della tranche di 7,5 miliardi alla Grecia dopo che il paese ha votato la scorsa settimana le misure richieste dai suoi creditori, che in linea di principio hanno concordato di ristrutturazione del debito, ma non i dettagli.
“Alla Grecia è stata promessa più e più volte la riduzione del debito, se faceva le riforme” ha dichiarato Gabriel al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung. “Ora dobbiamo mantenere la nostra promessa. Questo non dovrebbe fallire a causa della resistenza tedesca°, ha aggiunto.

Moscovici, Commissario europeo: I partner devono
assumere le loro responsabilità

Il Commissario francese Moscovici ha sostenuto che la decisione formale di sospendere la procedura per i disavanzi eccessivi della Grecia sarà presa una volta che sarà adottata una decisione politica totale per la questione greca.
Moscovici ha sottolineato che la Grecia ha ridotto il suo deficit sotto il 3% del Pil sia per il 2016 che per il 2017 aggiungendo che “questa è una buona notizia”. Per il Commissario europeo della Finanze l’Eurogruppo di oggi, discuterà il completamento della seconda valutazione e il percorso del debito greco nel medio e lungo termine. “Spero che in modo positivo”, ha detto il Commissario francese, sottolineando che “dopo quello che è successo da parte delle autorità greche, il popolo greco e il parlamento greco è arrivato il momento che i partner della Grecia prendono le proprie responsabilità”.

Argyrios Argiris Panagopoulos

Dalla classe operaia alla palude sociale, di A. Roazzi

Postato il

Alessandro Roazzi 2

Il rapporto Istat sulle classi sociali ci informa che classe operaia e piccola borghesia ormai sono foto ingiallite. Sulla classe operaia ci andrei un po’ cauto anche se Cipputi fa simpatica nostalgia. Ma Cipputi era pure tanta fatica e tanto sfruttamento.Insomma la disgregazione sociale avanza, soprattutto per problemi di reddito , inesorabile e rischia di diventare una palude senza futuro. L’avanza della societa’ tecnologica rischia di spaccare ancor piu’ in due la societa’: chi sa e puo’, chi s’arrangia e si affida ad un individualismo privo di valori. I problemi di oggi di questo passo, non solo economici ma anche di comportamenti, diventeranno un domani da incubo. I piu’ sacrificati sono i giovani, dice l’Istat, che vivono in casa quasi fino a 40 anni dove se la passano meglio quelle famiglie che hsnno un…pensionato. Alla faccia dello scontro…generazionale. Questo scenario va accostato alla sensibilita’ politica attuale e colpisce che l’ interessamento per ora piu’ immediato sembri essere in Parlamento la…sparizione delle monetine da 1 e 2 centesimi. Magari per far salire artificiosamente un poco l’inflazione ma non certo il tenore di vita di quel quasi terzo di popolazione italiana e straniera a rischio esclusione. Del resto a chi affidiamo la speranza di un sussulto per il futuro? Alle inconcludenti piroette dei nostri politici? La colpa di questo sussulto di coscienza a pensarci bene potrebbe perfino essere proprio dell’Istat. Turba…Ma perche’ turba…Non turbi i nostri sonni. Ce dovessimo da sveja’…Sai che figura…

Alessandro Roazzi

Il 1° Maggio 1947, nel racconto di Serafino Petta, ultimo sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra

Postato il Aggiornato il

Portella della Ginestra

.

Due giorni fa, al “Giornale di Sicilia”, l’ultimo sopravvissuto all’eccidio dei lavoratori avvenuto a Portella della Ginestra il 1° Maggio 1947 ha lasciato la sua testimonianza importante, che vogliamo ricordare anche noi per capire il valore del 1° Maggio che quest’anno CGIL, CISL e UIL hanno deciso di festeggiare uniti proprio in quella località, per non dimenticare. Questo il suo racconto:

“Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari”, racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Pett, l’ultimo sopravvissuto alla strage di contadini di Portella della Ginestra, che fece 12 morti e 27 feriti.

“Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito – continua -. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare”.

“A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari – spiega Petta -. Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame”.

“Un mese dopo successe però una cosa importante – dice con orgoglio – Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ’52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti”.

.

La fonte di questo articolo è consultabile al link  http://palermo.gds.it/2017/04/30/portella-della-ginestra-la-strage-negli-occhi-dellultimo-sopravvissuto-ora-la-mafia-e-nei-palazzi_659736/

Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato 10 anni fa. Ha perso valori, forma, storia e ambizione maggioritaria, di C. Maltese

Postato il

CONFERENZA STAMPA LISTA TSIPRAS

.

Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato dieci anni fa. E non solo perché oltre la metà dei 45 padri fondatori se ne sono già andati e altri seguiranno. Di quel partito ha perso i valori, la forma, il forte ancoraggio alla storia della sinistra italiana e infine l’ambizione maggioritaria. Nei fatti il Pd è diventato da unico partito strutturato d’Italia a ultima lista personale, il PdR, simile a Forza Italia di Berlusconi o alla Lega di Salvini. Si è convertito al personalismo proprio quando questo modello sembra superato dalla storia. La mutazione genetica del Pd si è dunque compiuta, come temeva Eugenio Scalfari ai tempi del duello Bersani-Renzi. Il Pd è ora un partito di centro che guarda a destra. Alle prossime elezioni sarà alleato, sia pure non dichiarato, del diavolo in persona, Silvio Berlusconi, del quale del resto Renzi condivide in pieno il programma sociale, la visione d’Italia, la retorica ottimista e finanche la posizione sull’Europa.

La leadership, lo stile, la politica e le alleanze del PdR sono del tutto chiare. Meno chiaro è il peso elettorale del nuovo soggetto. I sondaggi lo accreditano di un 25-30 per cento, sopra o sotto di poco al Movimento 5 Stelle. I dati del voto reale raccontano un’altra storia. Nella storia del Pd la partecipazione al voto delle primarie ha sempre annunciato il risultato elettorale delle elezioni successive. Le primarie del Pd di Veltroni portarono ai gazebo 3,5 milioni di persone e il partito ottenne l’anno dopo il 33,4. Con Bersani segretario il Pd scese sotto i tre milioni di voti alle primarie e ben sotto il 30 per cento alle politiche. Se questo calcolo ha un senso, e forse ne ha uno più autentico dei sondaggi, oggi il Pd di Renzi faticherebbe a toccare il 20 per cento. Naturalmente i renziani sono troppo furbi per non aver sparso alla vigilia stime talmente basse da poter festeggiare oggi il milione e 800 mila votanti. Ma si tratta di un dato assai deludente, in una fase in cui in Italia e in Europa, come testimoniano tutte le elezioni e i referendum, i popoli hanno riscoperto l’arma del voto.

Un Pd a immagine e somiglianza di Matteo Renzi, con un peso elettorale ridotto e un’alleanza organica col berlusconismo, pone le condizioni perché anche in Italia nasca un’ampia area di sinistra alternativa, com’è stato prima nella Grecia di Syriza, quindi nell’Irlanda del Sinn Fein, nella Spagna di Podemos e ora nella Francia Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Occorre che a sinistra del Pd i molti leader e partitini facciano un passo indietro, mettendo da parte i narcisismi, e due in avanti, convocando una grande assemblea unitaria, aperta alla società, alle associazioni, ai sindacati e soprattutto ai milioni di cittadini di sinistra che oggi non hanno più una casa politica. Non c’è molto tempo per i distinguo. Renzi sta per staccare la spina al governo e si rischia di andare alle prime elezioni della storia repubblicana senza una vera sinistra. Fate presto.

Curzio Maltese

Tratto dal Blog dell’ Huffington Post del 1° Maggio 2017   http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/con-il-voto-delle-primarie-il-pd-ha-rottamato-se-stesso_a_22063615/

Tranquilli, non c’è solo il Presidente. La Francia, la Costituzione e l’aquila a due teste, di M. Foroni

Postato il

Marco Foroni foto 2

.

Tutti a scrivere e dibattere da giorni sul prossimo Presidente della Repubblica francese, dai gossip banali da social, alle questioni politiche e di Programma. E le scontate banalità massmediatiche per far presa, audit e cronaca. Ma attenzione, perché in Francia non c’è solo il Presidente ai vertici istituzionali e la situazione è molto più complessa di ciò che sembra.

Va detto intanto che i caratteri essenziali della forma di governo francese sono, in sintesi i seguenti:

– un Presidente della Repubblica eletto dai cittadini, con funzioni di Capo dello Stato

– un Governo, guidato dal Primo ministro, nominato si dal Presidente ma politicamente responsabile di fronte al Parlamento

Un sistema quindi complesso, che il costituzionalista Duverger raffigurò (negli anni ‘80) come un’aquila a due teste, ovvero come una struttura di tipo diarchico caratterizzata da un dualismo reale, o potenziale, nell’esercizio delle funzioni di governo del paese.

Nella ripartizione delle funzioni esecutive vengono così a fronteggiarsi, di volta in volta, due soggetti che traggono entrambi la proprio fonte di legittimazione dall’elezione popolare: direttamente il Presidente e indirettamente, attraverso la fiducia della maggioranza parlamentare, il Primo ministro.

E pertanto attenzione! E’ il contesto politico che di volta in volta fa pendere l’ago della bilancia dalla parte dell’uno o dell’altro attore, venendo così a mutare addirittura assetti ed equilibri nel funzionamento del sistema. Un sistema, quello semipresidenziale francese della V Repubblica voluta da De Gaulle, il cui funzionamento appare assai variabile. E così è stato negli ultimi trenta anni quando, con volti diversi, ha realizzato importanti e corpose redistribuzioni del potere politico tra i due soggetti.

Questo perché. Perchè nella realtà la Costituzione attribuisce anche al Primo ministro rilevanti poteri di direzione politica, coerentemente alle modifiche avvenute dal 1958 che hanno visto un notevole potenziamento del ruolo dell’Esecutivo. Il Primo ministro che sembrerebbe talvolta, addirittura, la chiave di volta del sistema. In un quadro di rapporti tra poteri che non sono affatto fissati una volta per tutte dalla Costituzione.

Non si vota in Francia quindi solo per il Presidente al prossimo ballottaggio, ma anche per il Parlamento. E cosa potrebbe accadere? Che il ruolo apparentemente in ombra del Primo ministro potrebbe emergere prepotentemente, come accadde a partire dalla Presidenza di Giscar d’Estaing tra il 1974 e il 1981. Quando, dovendo tener conto di una Assemblea nazionale dove il partito gollista era nettamente prevalente, non fu totalmente libero nella scelta del Primo Ministro, e dovette designare il leader di quel partito, Jacques Chirac.

Ma addirittura, alla seconda elezione del socialista Francois Mitterand nel 1986, accadde addirittura che il parlamento avesse una maggioranza di centrodestra. Per la prima volta, quindi, il Presidente e la maggioranza parlamentare furono espressione di partiti di schieramenti opposti. E fu allora che fu inventato (dal Primo ministro Eduard Balladour) il termine cohabitation.

Periodo nel quale, seppure previsti dal dettato costituzionale, il Presidente vede notevolmente ridotto l’esercizio delle sue prerogative. Addirittura, in questo caso, il Primo ministro viene ad assumere la direzione effettiva della politica interna e la responsabilità dell’attuazione del Programma di governo.

E se tutto questo, visto anche il risultato riportato dalle forze politiche in gioco, si dovesse riproporre anche oggi? Magari a parti invertite, visto il grande risultato della Gauche di Jean-Luc Mélenchon ? Certo non si può affatto escludere. E ciò ci farebbe vedere, con occhi e attenzione differenti, e ci darebbe chiavi di lettura diverse, anche in merito alle scelte delle forze politiche di appoggiare o meno l’uno o l’altro candidato al ballottaggio. Non è tutto, come spesso accade, così facilmente scontato.

Marco Foroni

A proposito di migranti e politiche di sinistra, di L. Lecardane

Postato il

lecardane

.

Premetto che non bisogna assolutamente confondere le Ong con le cooperative che gestiscono i Cie. Tra le organizzazioni non governative ci sono Medici Senza Frontiere, Emergency ed altre. Ad esempio MSF è formata da medici che si mettono in aspettativa e vanno in zone a rischio. Tutte le Ong, prima di andare in qualsiasi posto, sono precedute dall’ Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, poiché questa organizzazione internazionale è l’unica che può coordinarsi con uno Stato per aiutare i rifugiati.

Detto questo:

1) i procuratori di Catania e Trapani hanno tutto il diritto di indagare e di chiedere i mezzi per farlo; ciò che non possono fare è, quello di Catania, urlare ai quattro venti di essere sicuri che alcune ong (quelle meno conosciute) ci guadagnino e l’altro, quello di Trapani, che i migranti diventano manovalanza per la mafia, anche perché chi sbarca viene distribuito in varie regioni italiane. Debbono indagare in silenzio vista la situazione in Italia;

2) un parlamentare della Repubblica ha il diritto/dovere di chiedere conto e ragione al governo rispetto alla questione Ong, può essere criticato per questo, non insultato, ma deve andarci con i piedi di piombo;

3) se non si vuole dare mano libera a Salvini e company, bisogna avere una posizione articolata: tra dire affondiamo le barche e accogliamoli tutti io ritengo esista una posizione forte e molto più di sinistra. Accogliamoli perché scappano da carestie, guerre e persecuzioni, ma organizziamo, intanto, attraverso le organizzazioni internazionali non private, come Unhcr, Unicef etc… lo sviluppo serio del terzo mondo, il trasferimento di tecnologia e di conoscenza, il tutto gestito, non da governi nazionali, ma da persone capa ci di organizzazioni internazionali. Bisogna costruire imprese, dare la possibilità di coltivare terreni;

4) esiste una commissione parlamentare migranti a quanto pare, perché non indaga sul fenomeno? Questo sarebbe un modo per garantire le Ong pulite e dare una immagine di attenzione alle paure di alcuni.

Luca Lecardane

Su Antonio Gramsci: i “Quaderni dal carcere”, libro 5, “Letteratura e vita nazionale”, di A. Angeli

Postato il

Alberto Angeli 2

.

Note informative:

Il corposo lavoro di Antonio Granisci sulla letteratura venne pubblicato nel lontano 1947 e riguardava, per la maggior parte, la Letteratura e la vita nazionale. I Suoi lavori suscitarono un grande interesse e ammirazione, anche per la considerazione che si trattava di un l’intellettuale comunista, che morì nel 1937 dopo aver passato 11 anni nelle carceri fasciste. E tuttavia, non mancarono giudizi contrastanti sul valore culturale del lavoro Gramsciano. Infatti, non pochi critici ritennero come queste note potessero formare la base per una vera e propria estetica marxista; altri, riconobbero che vi erano degli elementi interessanti per una sociologia della letteratura. Alcuni opinionisti vollero invece evidenziare come il metodo Gramsciano, di trattare i problemi estetici in senso stretto, si avvicinasse a quello tradizionale del Croce. Altri intellettuali, dopo il presunto fallimento del neorealismo, ( del quale consideravano Gramsci una specie di teorico e animatore) sostenevano, riposando il loro giudizio su un concetto più politico che letterario, che lo scopo precipuo delle note Gramsciane, era quello di privilegiare una letteratura populista a sostegno di un movimento democratico-riformista.

La diversità dei giudizi verso l’opera del Gramsci riposa su una incompleta e talvolta poco attenta considerazione del pensiero Gramsciano, così come ci è stato trasmesso senza valutare la difficoltà delle condizioni generali in cui l’opera dell’autore è stata scritta. Gramsci fu arrestato nel novembre del 1926 e condannato nel giugno del 1928, a vent’anni di carcere per «impedire a questo cervello di funzionare» . Sono queste le parole testuali del pubblico ministero. Soltanto nel febbraio del 1929, dopo diversi tentativi, gli fu dato il permesso di prendere appunti di quanto gli veniva concesso di leggere, un evento , comunque, che gli diede finalmente la possibilità di realizzare il suo piano di studio, come risulta già nel marzo del 1927 da una lettera inviata alla cognata:

Sono quattro soggetti presi in esame : A) una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel XX secolo, cioè una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro tendenze culturali e politiche, le affinità e le adesioni a gruppi di interesse secondo le correnti della cultura. Ancora: il pensiero prevalente e le modalità di rappresentarlo. B). Uno studio sulla linguistica comparata, ovvero, limitatamente alla parte metodologica e puramente teorica dell’argomento. C). Uno studio del teatro di Pirandello e delle sue commedie, senza trascurare il fenomeno inerente alla trasformazione del gusto teatrale italiano, come capacemente Pirandello ha saputo rappresentare e ha contribuito a determinare. D). Un saggio sui romanzi d’appendice e il gusto popolare italico in letteratura.

Una premessa: i quaderni raggiunsero il numero di 32 con 2.848 pagine, poi pubblicati in sei volumi, col titolo complessivo di Quaderni del carcere. Devo ricordare al proposito che c’’ è uno schema, che oltre agli argomenti nominati nella lettera alla cognata, specificamente comprende : Cavalcante Cavalcanti, ovvero la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia; e la questione della lingua in Italia: Manzoni e G. I. Ascoli.

Bisogna evidenziare che a causa delle disastrose condizioni di salute, della lentezza e irregolarità con le quali riceveva i libri e le pubblicazioni segnalate ai parenti, quando non gli venivano negati, le annotazioni di Gramsci si limitano ad essere degli appunti o richiami sparsi nei diversi quaderni; oppure semplici spunti, per una ulteriore elaborazione e sistemazione in quanto non destinati alla pubblicazione. Peraltro, si deve tener presente che questi appunti vennero pubblicati dopo 15 o 25 anni e che i suoi articoli, scritti dal 1915 al 1926, su riviste e giornali, che in parte integrano i Quaderni del carcere, furono pubblicati (in cinque volumi) dal 1954 al 1971 e cioè addirittura 40, 50 anni dopo.

L’incipit sulla letteratura e vita nazionale si apre con le famose frasi :

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi

Per Gramsci significa che bisogna assumere questo atteggiamento e vedere in quale nuovo contesto letterario-culturale-politico inserirlo. A seguito di questa procedura acquisitiva, del contenuto e del testo, secondo Gramsci due scrittori possono rappresentare (ovvero esprimere) lo stesso momento storico-sociale, ma uno può essere espressivamente artista, mentre l’altro, per incompletezza, trasformarsi in un semplice untorello. Per questa ragione, secondo Gramsci, sfumare la questione, limitandosi a descrivere ciò che i due tipi di espressione culturale rappresentano o esprimono socialmente, cioè riassumono in termini grammaticali e disciplinari, più o meno bene, le caratteristiche di un determinato momento storico-sociale, significa non sfiorare neppure il problema; e questo perché: «Un determinato momento storico non è mai omogeneo, anzi è ricco di contraddizioni». Ma ciò presuppone che si instauri una lotta, e allora “è rappresentativo del ‘momento anche chi ne esprime gli elementi ‘reazionari’ e anacronistici”, ma soprattutto: “chi esprimerà tutte le forze e gli elementi in contrasto e in lotta, cioè chi rappresenta le contraddizioni dell’insieme storico-sociale”.

Riprendendo da dove abbiamo concluso la prima parte, relativamente alla domanda che Gramsci si pone in merito alla parola d’ordine del Gentile:

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi”

Gramsci risponde affermando che solo partendo da tali presupposti si può comprendere e quindi interpretare letterariamente il rapporto De Sanctis-Croce e valutare culturalmente le polemiche sul contenuto e forma dell’arte letteraria che coinvolge i due intellettuali, e ciò per la diversità del “metodo grammaticale” a cui diversamente ricorrono i due interpreti. Direttamente, perché rileva Gramsci, come la critica del De Sanctis sia militante, ( per la sua posizione politica ) priva di quella necessaria “freddezza linguistica” estetica, per cui diviene inevitabile una critica ad una impostazione che recupera un pensiero che appartiene ad un periodo di lotte culturali, di contrasti tra concezioni della vita antagonistiche. Per questo, allora, tutto ruota attorno alle analisi del contenuto, alla critica della «struttura» delle opere, da cui ne scaturisce una manchevolezza linguistica, che rende allora labile una linea di coerenza logica e storico-attuale delle masse, perché riduce o sminuisce il contenuto dei sentimenti rappresentati artisticamente nel la rievocazione delle esperienze della tradizione che, incondizionatamente, sono legate a questa lotta culturale: proprio in ciò allora è possibile cogliere l’aspetto qualitativo della struttura letteraria, nel quale pare consista la profonda umanità e l’umanesimo del De Sanctis, (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883 è stato uno scrittore, critico letterario, politico, Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo italiano), che rendono tanto simpatico anche oggi il critico.

Tuttavia, non si può sottacere come la riscoperta di De Sanctis da parte di Gramsci riguardi soprattutto il metodo e con esso l’impegno dell’artista e l’atteggiamento dell’uomo, che lottò per la creazione in Italia di una nuova cultura; mentre, con minore entusiasmo, Gramsci intese valutare i contenuti della sua critica, soprattutto per il contenuto «aristocratico» che in essa prevaleva. Sebbene quindi non si possa accettare la critica del De Sanctis tout court, è altrettanto evidente per Gramsci che il metodo a cui ricorrere nello svolgere una critica letteraria, propria della filosofia della prassi, è offerto dal De Sanctis, non dal Croce o da chiunque altro (meno che mai dal Carducci). E’ appunto ricorrendo alla filosofia della prassi, per acquisire una consapevolezza critica e rinnovare i caratteri di un pensiero critico moderno, a favore della quale Gramsci insiste affinché da essa si fondi la lotta per una nuova cultura, cioè per un nuovo umanesimo, una critica politica del costume, dei sentimenti e delle concezioni del mondo; solo in questo modo, con la critica estetica o puramente artistica nel fervore appassionato, sia pure nella forma del sarcasmo, il mondo si muove verso una nuova rifondazione della cultura. Per questo, ai suoi occhi, Il modello non può essere quello trasmesso da Croce, appunto perché rappresenta, in ultima analisi, una fase conservatrice e difensiva della cultura.

Al proposito, è da richiamare la particolarità del movimento creatosi intorno alla rivista la Voce (1908-16. Rivista di cultura fondata a Firenze nel 1908 da G. Prezzolini; pubblicata dapprima con periodicità settimanale, poi (1914) quindicinale, fu diretta dallo stesso Prezzolini (eccettuato un breve periodo, aprile-ottobre 1912, in cui la direzione passò a G. Papini), quindi (dicembre 1914- dicembre 1916) da G. De Robertis. Alla rivista si affiancò la Libreria della V., che pubblicò volumi e specialmente ‘quaderni’, di natura sia critico-storica, sia creativa), un movimento che ebbe una notevole importanza nel corso di quel periodo storico, che influenzò e arricchì la formazione giovanile di Gramsci, una fase di piena maturità intellettuale, che spronò la sua curiosità intellettuale affinché la sua rivista, Ordine Nuovo (1919-20 – L’Ordine Nuovo è stata una pubblicazione a periodicità variabile fondata a Torino il 1º maggio 1919 da Antonio Gramsci ed altri intellettuali socialisti torinesi (Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini). L’Ordine Nuovo dichiarava il suo programma di rinnovamento sociale e proletario nelle Battute di preludio scritte dallo stesso Tasca.), divenisse per il proletariato quello che la Voce era stata per la borghesia progressista, cioè un movimento rivolto ai fermenti dinamici della cultura e che, «lottando per una nuova cultura», promuovesse «indirettamente, anche la formazione di temperamenti artistici originali», anche se, invero, «non poteva creare artisti di una singolarità eclatante al punto da assumere il ruolo di una guida spirituale per la nascente formazione culturale nel campo della letteratura. E’ proprio con riferimento a questa considerazione, che egli sostiene come questo fenomeno si manifesti ogni volta che un nuovo gruppo sociale fa il suo ingresso nella storia con atteggiamenti egemonici.

Allora si evince come per Gramsci il problema stia proprio nella capacità di organizzare la lotta per una nuova cultura, spostando con gradualità l’accento dagli aspetti strettamente estetici a quello della critica, perseguendo l’obiettivo mediante la prassi. Nonostante questo rilievo, tale orientamento non motiva l’idea secondo la quale egli, con questa impostazione teorica, ritorni a un rozzo sociologismo, rinunciando al bagaglio teorico da lui costruito e inseparabile dagli elementi ormai acquisiti, sul piano del ragionamento e dell’analisi sia dal marxismo, che dalla moderna critica letteraria in generale. Per esempio, egli ammette la possibilità di operare una sintesi fra contenuto e forma, anche se in lui è palese una concezione diversa da quella Crociana, che però non esclude che si possa esprimere un giudizio estetico dell’opera d’arte e non soltanto culturale-storico-politico.

Muovendosi in questa prospettiva e dedicando molta attenzione alle implicazioni teoriche, approfondisce e chiarisce il presupposto, che prospetta come principio, secondo cui nell’ opera d’arte ci si deve limitare alla ricerca del carattere artistico, senza esclude che tale ricerca si rivolga anche a quella massa di sentimenti, di atteggiamenti verso la vita e delle sue tendenze, che nel concepimento dell’autore sia attivamente messa in circolo nell’opera d’arte stessa. Questa interpretazione ci induce a poter esclude che un’opera sia considerata bella per il suo contenuto morale e o politico, invece che per la sua forma, in cui il contenuto astratto si è fuso e immedesimato . E’ questo un criterio di interpretazione presente ovunque nelle pagine di letteratura e di vita nazionale, che si connette ad un’altra considerazione, anch’essa trascurata se non ignorata, anche se è stata sostenuta e fatta propria della critica letteraria marxista operante ad ogni latitudine, e cioè il principio della piena autonomia dell’ arte dalla politica.

Non spetta all’ uomo politico o a chi esercita il potere imporre una tendenza mediante la quale esercitare un’influenza sulla formazione artistico- culturale del suo tempo, determinando così le premesse perché si affermi un certo orientamento o che si formi un determinato mondo culturale, poiché ciò costituirebbe un’attività politica, non di critica artistica: se il mondo culturale, per il quale si lotta, è un fatto vivente e necessario, la sua espansività sarà irresistibile, esso troverà i suoi artisti. Ma, se nonostante la pressione, questa irresistibilità non si vede e non opera, significa che si trattava di un mondo fittizio e posticcio, elucubrazione cartacea di mediocri che si lamentano che gli uomini di maggior statura non siano d’accordo con loro. Gramsci prosegue: “Per l’uomo politico ogni immagine ‘fissata’ a priori è reazionaria”, perché egli “considera tutto il movimento nel suo divenire» e “immagina l’uomo come è e, nello stesso tempo, come dovrebbe essere per raggiungere un determinato fine; il suo lavoro consiste appunto nel condurre gli uomini a muoversi, a uscire dal loro essere presente per diventare capaci collettivamente di raggiungere il fine proposto, cioè a “confermarsi al fine”. Mentre l’artista deve avere “immagini fissate e colate nella loro forma definitiva”, perché egli «rappresenta necessariamente ciò che c’è, in un certo momento, di personale, di non-conformista, ecc, realisticamente”. Prosegue Gramsci: “perciò l’uomo politico come tale non sarà mai contento dell’artista e non potrà esserlo: lo troverà sempre in arretrato coi tempi, sempre anacronistico, sempre superato dal movimento reale”.

Fra gli studiosi di Gramsci ve ne sono alcuni che vedono in queste linee di studio e di interpretazione dell’arte della letteratura e dell’estetica non una critica generica e generale, una lettura astratta dei valori artistici al momento dominanti, ma una continuità della lezione di Croce. In questo senso molti di costoro si spingono fino a considerare l’elaborazione Gramsciana come un’ operazione di recupero degli elementi dell’ estetica e della critica Crociana, nonostante le dichiarazioni e le inequivocabili produzioni e analisi teoriche di Gramsci. Una interpretazione, quella di chi ha voluto dare del pensiero di Gramsci un approssimarsi al Croce che, invero, appare come un’operazione non conforme all’analisi che Gramsci sviluppa al proposito. Da parte di questi Studiosi si perviene a stabilire una connessione logica che muove nell’ambito dell’estetica per collegare il neoidealismo di Croce al marxismo di Gramsci; sebbene questi ne neghi in modo inequivocabile la sussistenza teorica e grammaticale; per esempio: quello di «poesia» e «non poesia», e metta in atto una rimozione di alcuni elementi incongruenti dell’estetica Crociana. Nella sostanza, essi affermano ( ma su questo si dovrà ritornare in altri studi): l’elaborazione teorica di Gramsci offre una serie di spunti importanti per una sociologia della letteratura, dalle quali si evince comunque una netta distinzione fra critica estetica e critica politica, senza per questo palesare la pretesa di avere individuato nella sua elaborazione una originale teoria estetica.

Per non rimanere nell’astratto ricorriamo ad una dimostrazione di questa “revisione”, condotta con una certa elaborazione da parte di Gramsci dell’ estetica Crociana, si rintraccia, secondo Bartolo Anglani, (Bartolo Anglani è docente di Letterature comparate all’Università di Bari, dopo aver a lungo insegnato in Francia e negli Stati Uniti. Studioso di Gramsci, al quale ha dedicato lunghi anni di ricerca, ha pubblicato anche numerosi saggi sulla letteratura del Settecento europeo: da Goldoni ad Alfieri, da Rousseau a Parini, da Baretti a Ortes), nel tentativo che Gramsci affronta in una delle sue rare critiche letterarie, riprodotte appunto nei quaderni, nell’intento di dimostrare come la distinzione operata da Croce, fra poesia e struttura, che invero non avrebbe alcuna funzione poetica, sia una distinzione fittizia. Non si tratterebbe, dice l’ Anglani, di un superamento, ma precisamente di una revisione tout court dell’estetica elaborata dal Croce.

Fino a qui il lavoro di comprensione degli studi sulla forma artistica ed estetica della letteratura, condotte da Gramsci, è stata formulata mantenendo un approccio generale, e quindi deideologizzando il contenuto della critica e delle elaborazioni, senza per questo ignorare l’aspetto mondano tra la forma espressiva, che a mezzo dell’arte si trasmette, e il suo pensiero sociale e politico, idealmente legato alla sua visione della produzione artistica. Una lettura del materiale su cui è elaborata l’ analisi di Gramsci è quella del decimo canto dell’lnferno; quel canto che, comunemente, viene chiamato “il canto di Farinata” ( Manente Degli Uberti, detto Farinata, fu uno dei principali capi dei Ghibellini a Firenze nel primo Duecento. Con l’appoggio di Federico II di Svevia nel 1248 cacciò i Guelfi, che tornarono dopo il 1250; fu uno degli artefici della disfatta guelfa di Montaperti (1260) e nel successivo convegno di Empoli fu l’unico a opporsi alla proposta di radere al suolo Firenze. Dopo Benevento (1266) i Guelfi tornarono a Firenze e i discendenti di Farinata, morto nel 1264, furono esiliati. Farinata fu accusato di eresia, processato dopo la sua morte e condannato (nel 1283 le salme di lui e della moglie furono riesumate e disperse). Le cronache ci riportano come Gramsci si fosse più volte interessato a questo canto, sul quale aveva lavorato sia prima che dopo l’incarcerazione.

Le osservazioni su cui Gramsci dispiega l’interesse possono essere riassunte secondo questo schema: nel X canto: «sono rappresentati due drammi, quello di Farinata e quello di Cavalcante, e non il solo dramma di Farinata». “Se non si tiene conto del dramma di Cavalcante, in quel girone non si vede in atto il tormento del dannato: la struttura avrebbe dovuto condurre ad una valutazione del canto più esatta, perché ogni punizione è rappresentata in atto”. “La parola più importante del verso ‘ Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno ‘ non è ‘cui’ o ‘disdegno’ ma è solo ebbe. Su ‘ebbe’ cade l’accento ‘estetico’ e ‘drammatico’ del verso ed esso è l’origine del dramma di Cavalcante, interpretato nelle didascalie di Farinata: e c’è la ‘catarsi’”. “Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia, è un elemento necessario del dramma che si è svolto”. Qui, come si coglie, Gramsci dà un’interpretazione mediante cui valorizza l’estetica dispositiva dell’atto proposto nel X canto, assimilandolo ad una espressione poetica e di forte tensione drammatica della rappresentazione.

Giuseppe Petronio, ((Marano di Napoli, 1º settembre 1909 – Roma, 13 gennaio 2003- critico letterario e accademico italiano e fervente antifascista, nel dopoguerra approdò al Marxismo e iniziò a dedicarsi a una intensa attività politico-sindacale con il Partito Socialista Italiano e in seguito con il Partito Comunista. Per lui sono stati usati i termini di “storicismo marxista”, “umanesimo laico”. Fece parte dell’Associazione per la difesa della scuola laica di Stato” Il suo pensiero è stato definito con i termini: “socialismo umanitario”, e spregiativamente quelli di “veteromarxismo” e “sociologismo”, ma un fatto è certo: egli seppe raccogliere le istanze di una società che – uscendo dalla paralisi del regime totalitario e dalla guerra – aspirava a modificarsi in senso democratico), con la sua critica alle scontate gerarchie di valore, con la sua attenzione a le forme della produzione letteraria, anche a quelle più screditate, senza con ciò negare una certa influenza del Croce che, per esempio, nella sua sintesi tra forma e contenuto e messo in guardia dall’avventurarsi meccanicamente dall’associare il giudizio storico al giudizio estetico, si pronuncia a favore di una idealizzazione dell’arte e dell’estetica, come emerge dalle pagine del Gramsci, nelle quali egli rileva gli esiti rivoluzionari dell’approccio marxista alla letteratura,

Si tratta, a ben vedere, di una tensione ideale, di un giudizio di valore sociale, tipico del sociologismo, quini non assimilabile ad una prerogativa esclusiva dell’ estetica crociana, tuttavia sempre presente negli scritti di Marx ed Engels, in specie negli sviluppi teorici e filosofici, la cui attenzione è rivolta ai problemi letterari. Essi dicono infatti che Gramsci ritorna, al di là del neoidealismo, a Hegel negando con ciò la dialettica di Croce dei distinti e sostituendola con quella degli opposti. E quando Gramsci afferma che l’arte è forma, allora è sottinteso che la forma è condizionata dal contenuto, il quale è sempre storicamente determinato. E, al proposito scrive Gramsci: “ristabilire un nesso necessario ed organico tra la forma dell’opera d’arte ed il suo contenuto, significa riaffermare la piena storicità dell’opera d’arte, cioè il nesso del tempo e dello spazio che racchiude l’essenza che lega l’arte e la storia”. Infatti, domanda Gramsci, citando un passo del Croce, che cosa vuoi dire in concreto: “rifare l’uomo» e “rinfrescare lo spirito” per far sorgere una nuova letteratura ? E Gramsci risponde cosi alla domanda : “La letteratura non genera letteratura, come le ideologie non creano ideologie, le superstrutture non generano superstrutture altro che come eredità di inerzia e di passività: esse sono generate, non per “partenogenesi» ma per l’intervento dell’elemento «maschile», è la storia, l’attività rivoluzionaria che crea il “nuovo uomo”, cioè, come in un preparato chimico, è il determinarsi di nuovi rapporti sociali che crea le condizioni delle quali l’uomo si serve per fare la storia.

Da queste considerazioni emerge in linea dialettica iI superamento del neoidealismo, anche se per il modo netto con cui è determinato non sembra impossibile conciliare, in via torica, come pretendono alcuni, il neoidealismo con il marxismo di Gramsci, come esso risulta dalla citazione riportata. Questa interpretazione rende plausibile affermare che Gramsci, dell’estetica del Croce, ha rifiutato l’impostazione generale conducendo la sua analisi a lambire solo qualche elemento, mentre la forza della sua teoria si è spinta su un piano superiore fino a raggiungere una nuova sintesi col marxismo. Tuttavia, questo non significa che Gramsci abbia elaborato un’ estetica marxiana, cosa che non risulta, dalla lettura del testo; nelle sue intenzioni, in primis se valutato come uomo politico, anche se, invero, un’estetica di questo tipo non può non prendere in considerazione la sua elaborazione.

Dunque, da queste prime riflessioni specifiche sui problemi letterari e considerato il contenuto elaborativo del suo pensiero, maturato non soltanto sui Quaderni del carcere ma anche negli articoli sull’Avanti degli anni 1915-26, non deve accogliersi come improbabile la rivelazione che ci porta a svelare come Gramsci giunga a formulare il concetto di “nazionale-popolare”, formulazione assunta per definire una letteratura che contribuisca al raggiungimento dell’unità culturale e politica della nazione, per meglio corrispondere alle esigenze intellettuali e morali del popolo. che, mentre all’estero è stata soddisfatta, non ha trovato in Italia la possibilità di venire realizzata, per il fenomeno negativo che vede gli intellettuali costituire una casta distaccata dal popolo, con spirito di corpo.

Muovendo da questa analisi storica, che lo induce a svelare come la letteratura italiana abbia un carattere prevalentemente non nazionale-popolare, Gramsci si domanda perché: “nessuno ha mai presentato questi problemi come un insieme collegato e coerente”, anche se “ognuno di essi si è ripresentato periodicamente a seconda di interessi polemici immediati “? “Ma”, continua: “ forse è vero che non si è avuto il coraggio di impostare esaurientemente la questione, perché da una tale impostazione rigorosamente critica e consequenziaria si temeva derivassero immediatamente pericoli per la vita nazionale unitaria”. Fino al 500 c’è stato un filone popolare, legato alle “forze sociali sorte col movimento di ripresa dopo il Mille e culminato nei Comuni; dopo il 500 queste forze perdono di vitalità e avviene il distacco tra intellettuali e popolo». Mentre «l’assenza di una letteratura nazionale – popolare, dovuta all’ assenza di interesse fra gli intellettuali italiani per l’attività economica e il lavoro come produzione individuale o di gruppo, ha lasciato il ‘mercato’ letterario aperto all’influsso di gruppi intellettuali di altri paesi, che, ‘popolari-nazionali’ in patria, lo diventavano in Italia, perché le esigenze e i bisogni che cercano soddisfare sono simili anche in Italia”. Insomma, secondo Gramsci, la cultura Italiana era divenuta, nel 1900, un fenomeno di provincialismo piegato alla cultura Francese.

Tra i grandi scrittori dell’epoca, egli annovera Goldoni, (Venezia, 25 febbraio 1707 – Parigi, 6 febbraio 1793) è stato un drammaturgo, scrittore, librettista e avvocato italiano, cittadino della Repubblica di Venezia) che, scrive: “è quasi unico’ nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e la Rivoluzione francese, sia per il contenuto popolare delle sue commedie, il fatto di ricorrere ad una lingua popolare nella sua espressione, per la sua mordace critica della aristocrazia corrotta e imputridita. E poi: Leopardi e Verga. Mentre al Manzoni riconosce un comportamento aristocratico e psicologico verso i singoli personaggi di origine popolana, da cui emerge una posizione “nettamente di casta pur nella sua forma religiosa cattolica; i popolani, per il Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità morale profonda; essi sono ‘animali”. Infatti, il Manzoni, ribadisce Gramsci, “trova magnanimità, pensieri, grandi sentimenti, solo in alcuni della classe alta, ma nessuno del popolo“. Fino a definire il Manzoni troppo cattolico, per pensare che la voce del popolo sia la voce di Dio: tra il popolo e Dio c’è la Chiesa, e Dio non s’incarna nel popolo, ma nella Chiesa. Che Dio s’incarni nel popolo può crederlo il Tolstoj, non il Manzoni. Certo questo atteggiamento del Manzoni è sentito dal popolo e perciò i Promessi sposi non sono mai stati popolari”. E il nostro conclude: “il suo atteggiamento verso il popolo non è popolare-nazionale, ma aristocratico, e il suo cristianesimo ondeggia tra un aristocraticismo giansenistico e un paternalismo popolaresco, gesuitico”.

In questi termini Gramsci valutava il momento storico- culturale del suo tempo, una critica verso gli scrittori italiani e la produzione letteraria del tempo, rilevando come gli scrittori italiani, tranne qualche rara eccezione, si interessassero soltanto del passato e dell’ alta cultura, mentre i sentimenti popolari non erano vissuti come propri. Ed è appunto per soddisfare i suoi bisogni di letteratura che il popolo, rileva Gramsci, si aprì ad una nuova tendenza artistica, rivolgendo la sua attenzione al romanzo d’appendice. Tuttavia, c’era un limite anche in questo ripiegamento culturale, poiché neanche il romanzo d’appendice non era nazionale, in quanto veniva da oltre Alpi, soprattutto dalla Francia, dove questo tipo di letteratura aveva e manteneva un aspetto laico e democratico.

Gramsci si esprime fiducioso affinché anche in Italia si possa creare una specie di romanzo d’appendice, a cui affidare una funzione educativo-formativa di un pensiero sociale popolare, fornendo attraverso di esso le pulsazioni necessarie ad alimentare un interesse per la cultura letteraria. Infatti: «solo dai lettori della letteratura d’appendice si può selezionare il pubblico sufficiente e necessario per creare la base culturale della nuova cultura. Mi pare che il problema sia questo: come creare un corpo di letterati che artisticamente stia alla letteratura d’appendice come Dostojevskij stava a Sue ea Soulié “. D’altro canto era questa una esigenza che Gramsci aveva avvertito già nel lontano 1918, quando, nel pieno della lotta politica, riteneva di poter trasmettere anche un nuovo interesse per una “nuova cultura”. Ed è in questo clima di lotta politica, per un rinnovamento sociale, in cui egli vede una strategia vincente del proletariato, che il concetto di «nazionale-popolare» acquista un più ampio valore ed esce dall’ambito strettamente letterario. Aprendosi alla prospettiva a favore di una concezione dell’intellettuale e della politica del proletariato e con il pensiero rivolto alle altre classi sociali subalterne, la sua idea di fondare un nuovo blocco storico, cioè l’alleanza politica necessaria per arrivare alla rivoluzione, si pone l’obiettivo per una sua affermazione storicamente durevole e trasformatrice. In questo blocco storico agli intellettuali è affidato il compito di mediatori del consenso, sono cioè il collegamento con gli altri gruppi sociali e il proletariato, in modo che questo diventi dominante e dirigente, due qualità imprescindibili per esercitare una vera egemonia. Gli scrittori, in quanto intellettuali, svolgono quindi questa funzione di mediatori del consenso, facendo maturare fra le masse una nuova coscienza tramite la letteratura, la quale è appunto nazionale-popolare, solo se riesce a esprimere le aspirazioni e i sentimenti di queste classi subalterne. L’itinerario che si deve seguire, per realizzare questa aspirazione, deve assumere questa caratteristica: la nuova letteratura deve identificarsi con una scuola artistica di origine intellettuale, come fu per il futurismo. La base, la naturale forza della nuova letteratura non può non essere storica, politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa; ciò che importa è che essa affondi le sue radici nell’ humus della cultura popolare così come è, coi suoi gusti, le sue tendenze, col suo mondo morale e intellettuale, sia pure arretrato e convenzionale.

L’azione indicata può apparire un punto di partenza non all’altezza dell’obiettivo , in sé molto debole, purtuttavia bisogna tener presente che: “lo sviluppo del rinnovamento intellettuale e morale non è simultaneo in tutti gli strati sociali”. Per esempio, nel momento considerato, il livello culturale e di coscienza del proletariato industriale era indubbiamente molto più alto di quello delle masse contadine, e il concetto di “popolo”, sulla cui esatta comprensione semantica si è appunto molto discusso, non completa e assolutizza l’inciso, dal momento che sociologicamente può sembrare molto vago, deve perciò essere esteso a comprendere tutte le masse lavorataci, tutti gli sfruttati: “l’insieme delle classi subalterne e strumentali di ogni forma di società finora esistita”. Comunque, si deve avere chiaro che non bisogna applicare meccanicamente l’invito di Gramsci a fecondare l’idea di considerare le radici nell’humus della cultura popolare “così come è”, dato che questo riflesso ideale non deve essere inteso “come qualcosa di statico, ma come un’attività in continuo sviluppo”. Alla base di questo «continuo sviluppo» ci sono altre considerazioni di Gramsci sui rapporti fra cultura, filosofia e scienza “alta” e quella riconducibile al livello popolare.

D’altro canto si deve considerare acquisito il principio secondo cui ogni strato sociale ha il suo “senso comune” e il suo “buon senso”, che sono in fondo i parametri e la concezione della vita dell’uomo tra i più diffusi. Cioè, ogni corrente filosofica deposita storicamente una sedimentazione di «senso comune”. E’ questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito, dato per scontato e di immobile, poiché si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume, valorizzando così la vita intellettuale dell’individuo. Il “senso comune” è il folclore della filosofia e mantiene un suo legame tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il senso comune crea e alimenta il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo indefinito dello spazio umano.

Il compito dell’intellettuale di sinistra consiste allora nell’ arricchire e trasformare il “senso comune”, cioè svolgere un’opera di critica della cultura e della concezione del mondo precedenti e attraverso una nuova elaborazione arrivare a un nuovo «senso comune”, mediante il quale la storia sia l’elemento forgiativo della società dovuto all’opera dell’uomo.

La pubblicazione dei Quaderni del carcere avvenuta alla fine della guerra, che rappresentano il lavoro teorico di Antonio Gramsci sui compiti ricostruttivi di una nuova idea dell’arte letteraria e sul ruolo dell’intellettuale, riprodotta nella formula: nazionali-popolari di una nuova letteratura, fu accolta con grande interesse dal mondo culturale italiano. E tuttavia, per motivi diversi e talvolta speculativi, forse soprattutto di tipo politico, il populismo, come Gramsci lo aveva esaminato, cioè “l’andata al popolo”, e che aveva criticato parlando del romanzo verista e naturalista, si riproposero con una certa facilità e prepotenza critica improntando gran parte della letteratura neorealista italiana del momento.

Giunto a questo punto di questo breve saggio , che ha ripreso e riproposto le tante citazioni da Letteratura e vita nazionale, richiamate e descritte secondo uno schema interpretativo appropriato e pertinente, con valutazioni e di circostanza, che ho ritenuto di voler valorizzare e rendere attuali, perché ritengo convintamente che l’opera di Gramsci sia ancora troppo poco nota in Italia e tra i giovani,. Ma ho anche inteso sostenere, con metodo, come non si può accusare Gramsci di idealismo.

Ho trascurato volutamente di affrontare i tanti temi della problematica Gramsciana, specie la parte relativa al suo costante interesse per il teatro di Pirandello, all’ approfondita indagine nel campo dei problemi linguistici, che hanno, per ragioni sociali e politiche, connessione con la tematica nazionale-popolare. Sono infatti dell’avviso che ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale. Proprio su questo terreno della linguistica Gramsci ha raggiunto risultati che si avvicinano ad altri studiosi della materia, presumo senza conoscerne le opere e dove “la distinzione operata da Gramsci al fine di definire la lingua nei suoi rapporti culturali e storici, e al fine di precisare i termini della sua autonomia, sembra coincidere con le più moderne teorie strutturalistiche”.

Il patrimonio teorico lasciatoci da Granisci, sui temi della letteratura, documentano l’intelligenza e l’acume dello studioso, un interesse e una conoscenza non comuni della letteratura in un uomo politico. Allora, se tante delle sue considerazioni oggi sembrano superate, dobbiamo ammettere che la colpa non è di Gramsci, ma origina dal disinteresse culturale delle èlite e degli intellettuali dell’attuale momento storico. Infatti, la società neocapitalista/ finanziarizzata, con i mass-media, tv, le moderne forme di comunicazione e trasmissione, ha reso illusoria la sua idea di una cultura nazionale-popolare, che è stata attuata nel peggiore dei modi. Eppure, anche pensando di essere i soli a crederci, Gramsci può ancora offrirci utili spunti e fare nostra la sua impostazione metodologica, perché il mondo ha estremo bisogno di comprendere il suo messaggio e trasformarlo in una concreta realtà.

Alberto Angeli