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I socialisti denunciano la incostituzionalità delle leggi elettorali. No ai dilettanti.

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convegno campobasso leggi elettorali

Nella prestigiosa Sala del Consiglio Comunale di Campobasso, si è tenuto il’8 gennaio 2018 il previsto Convegno sul tema della incostituzionalità delle leggi elettorali nazionale e regionale, promosso da Socialisti in Movimento.
Alla presenza di numerosi compagni e dei rappresentanti delle altre forze politiche,sono intervenuti il Presidente del Consiglio comunale Dr. Michele Durante, il Dr. Michele Barone,esperto di diritto Costituzionale,ha relazionato il Sen. Felice Besostri del coordinamento degli Avv.ti anti-Italikum e promotore dei ricorsi sulla incostituzionalità dell’attuale legge nazionale, ha concluso i lavori l’On.Angelo Sollazzo di Socialisti in Movimento.
E’ stata rilevata la assoluta inadeguatezza dei promulgatori delle due leggi ed il dilettantismo dimostrato nel promulgare le regole elettorali che sono manifestamente incostituzionali.

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Il diritto allo Studio, lo Stato sociale e la Costituzione, di M. Foroni

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Foroni 1

Se un cittadino ricco e uno povero si presentano, per una emergenza, al pronto soccorso perché bisognosi di cure, non pagano nulla e vengono assistiti allo stesso modo. Tutela della salute, fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art. 32 della Costituzione). Come si finanzia la sanità pubblica? Attraverso la fiscalità generale, dove in base al sistema fiscale progressivo chi più ha, più contribuisce. Lo dice, sempre, la Costituzione.

Ciò vale anche per la scuola e l’Università pubblica, ovvero per quell’insieme di prestazioni e servizi pubblici che, insieme ad altre, caratterizzano e definiscono i diritti di cittadinanza. Si chiama Welfare state, ovvero Stato sociale di diritto. Richiamato da numerosi articoli della nostra Costituzione. Lo Stato sociale di diritto si fonda, oltre che sul diritto al lavoro, su tre pilastri fondamentali: il diritto alla salute, il diritto allo studio, il sistema previdenziale/assistenziale.

Il diritto allo studio è uno dei diritti fondamentali ed inalienabili della persona, come enunciato dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani dell’ONU (art. 26).

Nell’ordinamento italiano il diritto allo studio è un diritto soggettivo che trova il suo fondamento nell’art. 34, comma 3 e 4, della Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Il diritto allo studio si differenzia dal diritto all’istruzione che è il diritto, sancito dai primi due commi dell’art. 34 per i quali “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

Il diritto allo studio riguarda dunque il percorso scolastico successivo all’obbligo e quello universitario, canali di formazione non obbligatori che il cittadino ha libertà di intraprendere e di concludere e che lo Stato deve garantire attraverso l’erogazione di borse di studio a coloro che si dimostrano capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici.

La Costituzione della Repubblica anticipa e amplia tale diritto rispetto alla Dichiarazione universale dei diritti umani, per quanto riguarda l’istruzione nell’articolo 33 e soprattutto nell’articolo 34, che parla di scuola aperta a tutti e di istruzione inferiore gratuita da impartirsi per almeno otto anni; l’obbligo di frequenza e la gratuità non riguardano, al contrario, l’istruzione superiore e quella di livello universitario.

Appare evidente la concezione dell’istruzione e della cultura come un servizio pubblico necessario ad assicurare il pieno sviluppo della persona umana, rispetto alla condizione di partenza sfavorevole di qualcuno. Ciò secondo il principio democratico della pari opportunità per ogni individuo. Quindi, l’impegno dell’autorità pubblica, come richiesto dall’art. 3, secondo comma della Costituzione, consiste nella rimozione di quegli ostacoli di ordine economico-sociale che caratterizzano il cammino di individui capaci e predisposti allo studio avanzato.

L’art. 33 della Costituzione afferma che la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Secondo precedenti sentenze della Corte Costituzionale il diritto di accedere e di usufruire delle prestazioni, che l’organizzazione scolastica è chiamata a fornire, parte dagli asili nido e si estende sino alle università.

Per quanto riguarda gli studi universitari, il dpr 24 luglio 1977, trasferì le funzioni delle opere universitarie alle Regioni. La normativa che regola i principi del settore è Decreto Legislativo 29 marzo 2012, n. 68 che all’art.1 afferma: “Il presente decreto, in attuazione degli articoli 3 e 34 della Costituzione, detta norme finalizzate a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso all’istruzione superiore e, in particolare, a consentire ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi. A tale fine, la Repubblica promuove un sistema integrato di strumenti e servizi per favorire la più’ ampia partecipazione agli studi universitari sul territorio nazionale”.

La promozione di un “sistema integrato di strumenti e servizi” si può effettuare anche attraverso la progressiva riduzione e gratuità delle tasse di accesso, che saranno a carico della fiscalità generale. Per la quale la Costituzione ci dice, art. 53, che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività: ovvero le tasse si pagano in base al reddito e ai patrimoni e chi più ha, più contribuisce. Regola fondativa, secondo il pensiero dei costituenti, del nostro stare insieme collettivo.

Marco Foroni

Dedicato a chi gioisce per la presenza del simbolo socialista, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Ovviamente nessuno sinceramente può pensare che il PSI da solo possa eleggere qualcuno, sarebbe solo un atto di pura testimonianza che non guasterebbe, ma non consentirebbe l’elezione di qualche parlamentare considerata anche in passato la condizione necessaria per esprimere una presenza politica, ma, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, non sufficiente a causa delle scelte compiute.
Ciò detto sono altrettanto convinto che se il simbolo fosse presentato a sostegno di FI, Lega e Fratelli d’Italia, nessuno farebbe salti di gioia e lo voterebbe. Quindi oltre alla presenza del simbolo conta l’alleanza politica che si propone.

Fatta questa premessa, ci sono socialisti che hanno contrastato la legge elettorale precedente e quella attuale; che hanno votato NO al referendum confermativo delle modifiche costituzionali; che hanno avversato la così detta buona scuola; che hanno fortemente criticato il job act; che hanno avversato il PD renziano quando ha considerato i corpi intermedi fastidiosi intralci alla politica con la sola esclusione della Confindustria, ed altro ancora.

In altre parole, questi compagni hanno avversato una politica, peraltro sostenuta dall’attuale PSI, frutto della guida renziana del PD che ha portato la sinistra nell’attuale disastrosa condizione.
Mi sia consentito di osservare che proporre ancora l’alleanza con il PD, anche se questa volta viene proposta assieme ad altri e con l’esposizione del simbolo, politicamente altro non è che la continuità di una politica che abbiamo avversato e che con le varie elezioni che si sono succedute è stata ampiamente bocciata anche dall’elettorato (Sicilia etc….). Dove sarebbe la novità?

Non basta la retorica del simbolo, questo deve rappresentare una cesura politica con il passato, altrimenti all’inganno del partito corsaro, mai esistito,si prosegue con l’appello a sostenere un simbolo dietro il quale si nasconde una continuità politica che rappresenta il motivo di tanti abbandoni, di molte divisioni e degli insuccessi elettorali del partito di riferimento ovvero il PD.
Mi dispiace compagni io non gioisco, anzi.

Alla domanda che spesso viene rivolta, ma ora che altro avremmo potuto fare, rispondo mestamente non chiedetelo a noi, ma a chi vi ha ridotto in queste condizioni a partire dal 2013 e alla rinuncia a svolgere una autonoma azione parlamentare.

Aldo Potenza

Liberi e libere. Uguali. Lo dice la Costituzione, di M. Foroni

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Basso e Nenni

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Come ci ha indicato Piero Grasso nel suo primo intervento di alcuni giorni fa, un Programma politico si definisce (e non può non definirsi), in un punto solo, quale quadro di riferimento. Unico, essenziale, imprescindibile. Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E’ l’articolo 3 della Costituzione, l’articolo di Lelio Basso, socialista, antifascista. E’ l’articolo principio fondamentale della nostra Costituzione democratica, nel quale i costituenti ci indicano le vie.

La via dell’uguaglianza tra le persone, cittadine e cittadini; la via della libertà, spirituale e materiale; la via della giustizia sociale, dello stato sociale di diritto, nella abolizione delle differenze tra le categorie di cittadini; la via dell’internazionalismo, perché l’Italia fa parte del sistema internazionale di protezione dei diritti dell’uomo.

L’articolo 3 è il portato dei valori che si richiamano alla Rivoluzione francese del 1789 (Liberté, égalité et fraternité) e sono propri della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ il principio che afferma l’ uguaglianza formale (tutti i cittadini e le cittadine sono uguali davanti alla legge, nonché titolari dei medesimi diritti e doveri) e quello, ben più pregnante, della uguaglianza sostanziale mirante a rimuovere le differenze di fatto o le posizioni di svantaggio sociale, attraverso le azioni che ne devono conseguire.

Questo il quadro di Programma di riferimento. Da conseguire con l’azione di governo e legislativa del Parlamento, adottando con le idonee politiche economiche, industriali, fiscali, di welfare (scuola, sanità, lavoro, previdenza, servizi sociali).

Azione legislativa che va espressa attraverso quelle azioni positive atte a rimuovere le discriminazioni di genere, nell’adeguare continuamente il quadro dei diritti e dei doveri all’evoluzione economica e sociale del Paese. Attraverso il canone della ragionevolezza, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, vero cuore del principio di uguaglianza, i divieti di discriminazioni sono stati estesi agli orientamenti sessuali, all’appartenenza ad una minoranza, all’handicap fisico, all’età.

Il principio di uguaglianza esprime la democrazia compiuta, attraverso la sovranità del popolo. Al quale non appartiene il “potere” (come ben avevano presente i costituenti, nel prevenire possibili derive populistiche) ma, in quanto organo costituzionale (come ci insegnò Paolo Barile), appartiene la sovranità “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (articolo 1).

Liberi e libere. Uguali. Come ci hanno indicato i costituenti. Per una società più giusta.

Marco Foroni

Costruire una sinistra per il cambiamento: è una prospettiva possibile, con l’impegno di tutti i progressisti. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Huoston abbiamo un problema: “il motore sinistro dell’astronave si è bloccato, rischiamo di cadere! Navighiamo affidandoci al solo motore di destra”. Dall’avventura spaziale a quella terrestre, il paragone di confronto della realtà eterea con quella terrestre, in cui sopravvive la rappresentanza della sinistra in questo inizio secolo, non toglie nulla al valore della metafora: la sinistra è fuori gioco, non solo in Italia, ma anche in Europa. Infatti, sono ormai labili le tracce della sua presenza alla guida dei singoli Governi dei Paesi dell’Europa Unita, anche mediante coalizioni. Resistono in colore rosa: Portogallo, Grecia e, con tutti i sospiri del caso, l’Italia, con il governo Gentiloni sostenuto dal PD e da ciò che rimane del centro.  Una dèbàcle spaventosa, un’apocalisse moderna. Ricercare la causa di questa dissolvenza politica dovrebbe costituire l’impegno a cui dedicare ogni inimmaginabile risorsa intellettuale e culturale, per trovare la cura in grado di avviarne la lenta, ma sicura guarigione.

La Sicilia è stata la macchina della verità: l’ago ha oscillato disegnando la responsabilità ( la colpa !) di entrambi gli schieramenti della sinistra. Una lampante batosta dalla quale non sembra originare alcuna volontà di ripensamento dalle due parti, PD e MdP e da ( poco, per la verità) ciò che residua alla loro sinistra. L’elettore tradizionalmente di sinistra e progressista, ( che costoro insistono a ricordare solo per ridondare affermazioni tipo: il cittadino, altrimenti non ci capirebbe…..), ben consapevole di cosa sta accadendo non riesce a trovare una sola spiegazione plausibile, attendibile, convincente allo scontro distruttivo che coinvolge la sinistra italiana a tutto vantaggio del M5S e della destra.

Non mancano i soccorritori: prima Pisapia, poi Grasso e infine la Boldrini, sono saliti sulla scena per dire ognuno la sua in merito a come risolvere il problema da essi indicato nell’alternativa al PD, soprattutto a Renzi. Il suo abbandono, di Renzi si intende, è auspicato come extrema ratio per ricostruire un minimo d’intesa sul versante PDMdP, nel senso che a Canossa deve andare il PD, rinunciando alla sua pretesa identitaria con Renzi.

Tutto questo ricorda  “La Patente” di Pirandello, in cui il personaggio centrale Chiàrchiaro deve confrontarsi con la perdita della propria identità a causa degli altri, che qui si immedesima nella sinistra, quando questi Cavalieri dell’Apocalisse ( in attesa del quarto, ovviamente, per dare concretezza all’opera) si susseguono sul Palco nella loro perorazione per una nuova sinistra, però alternativa al PD ( salvo la bonaria sensibilità a cui ricorre Pisapia), pur mantenendo, i due Presidenti, la Carica e il ruolo Istituzionale. Dobbiamo così attendere che una quarta figura venga a completare il quartetto, con lo scopo di proporsi quale nuovo alfiere al quale affidare la guida di una rivoluzione che, al massimo, porterà al 10% la rappresentanza di questo schieramento, ma con un governo per il 2018 consegnato alla destra o ai cinquestelle.

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” (vangelo di Giovanni) dove tenebre e luce si  confrontano e rappresentano l’idea dell’uomo che prende coscienza del proprio stato, nel senso che egli è nulla a confronto della potenza delle cose. E le cose non sono come le vedono Renzi, Bersani, Pazienza, D’Alema, Grasso, Boldrini, Civati, Fratoianni, Vendola e la infinita compagnia dei cerchi più o meno magici. Infatti, i tanti, i milioni di ignoti che si sentono vicini alla sinistra e che si muovono nella società, che vivono i problemi della quotidianità: servizi scadenti, scuole fatiscenti, progressivo smantellamento della sanità pubblica, povertà diffusa, disoccupazione giovanile a due cifre, disuguaglianze sempre più marcate, migrazione, accoglienza e inclusione fuori controllo, per cui si diffonde l’insicurezza, la paura del diverso, infine il Welfare da riformare e ridefinire, si aspettano risposte e non battaglie, non si sentono coinvolti in questa atmosfera di acrimonia personale. Per questo si astengono o scelgono altre rappresentanze, sperimentano altre vie, o si lasciano tentare da proposte radicali, alternative al sistema democratico, arrivando a votare per i populismi.

Allora, non si guardi al PD come ad un nemico, solo perché Renzi è il Segretario. Si guardi alla nostra destra dove cresce e si rafforza il vero nemico della democrazia e della libertà. Si tratta di un contagio che ormai supera i nostri confini. Infatti, l’Europa non va sicuramente a sinistra: in Polonia manifestano le destre estreme, nazionaliste; in Romania, Bulgaria, Austria, Germania, le cose non sembra vadano molto meglio. Anche in Italia la destra estrema dilaga ( non solo Ostia o Lucca), trovando compiacente plausibilità nella cosiddetta stampa opinionista. Non è più tempo di cincischiare ma di lavorare per trovare un’intesa su pochi temi in carattere con il pensiero progressista e egualitario della sinistra moderna. Il PD ha le sue responsabilità, e tuttavia è votato da uomini e donne, giovani e non più giovani, che hanno creduto e credono nel progetto di una società nuova e migliore, non è possibile costruire un’altra sinistra più a sinistra pensando di sottrargli i voti. E in attesa lasciare che le destre finiscano il loro lavoro, riprendendo dai disastri sociali ed economici lasciati dai Governi di Berlusconi e la Lega; oppure si esperimenti il movimento cinquestelle, cioè per uscire dall’Europa e dall’euro, per una politica economica di cui nessun economista è stato in grado di darne una lucida interpretazione.

L’alternativa vera è che PD, MdP, e ciò che rimane delle sinistre, si siedano attorno ad un tavolo e si confrontino sui temi che abbiano come centralità il lavoro, i giovani, la scuola, l’ambiente, il rilancio dell’economia; e ancora: la ricerca e innovazione di prodotto, rilancio della sanità pubblica, recuperando la sua universalità; rispetto della progressione fiscale con una lotta decisa e rigida contro l’evasione; egualitarismo e giustizia su tutti i fronti: dagli stipendi ai trattamenti di pensione, stabilendo per un certo periodo un massimo e un minimo; introduzione di un salario di avviamento al lavoro e riforma del Welfare soprattutto recuperando lo sbriciolamento delle erogazioni. Ancora: una politica seria rivolta al fenomeno della migrazione, con la soluzione programmata dei problemi che si sono creati in questi anni di accoglienza effettuata senza programmazione, riportando ordine e sicurezza nelle periferie e nelle città. Inoltre una politica di Pace e impegnarsi per un’Europa finalmente unita.

Una società giusta non è un’utopia ma una possibilità alla quale possiamo guardare, consapevoli che spetta a noi lavorare per questo obiettivo. Allora, al lavoro!

Alberto Angeli

Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza dopo il Brancaccio, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Credo che nessuno si illudesse sulla facilità di un progetto così complicato come quello di pervenire a conclusioni convergenti nel difficile mondo della sinistra italiana.

La partenza era stata già un segnale non molto promettente giacchè al Brancaccio si ascoltarono fortissime contestazioni dirette anche verso chi, nel variegato mondo della sinistra , aveva condotto un vigoroso ed efficace sostegno a favore del NO al referendum costituzionale.

In tal modo più che unire il popolo della sinistra del no, si scavarono delle tricee che sarebbe poi stato difficile superare.

Un segnale in tal senso venne anche quando Speranza avanzò la proposta di istituire un tavolo (brutta espressione per indicare un luogo d’incontro) per avviare il confronto fra tutte le organizzazioni della sinistra del no e per verificare la possibilità di pervenire alla individuazione delle proposte politiche capaci di unirle con la presentazione di una lista comune.

Anche in questo caso la risposta di Alleanza popolare fu negativa.

Sicchè le strade intraprese da MDP e Alleanza popolare continuarono ad essere separate.
Più recentemente la pubblicazione di un documento politico che ha avuto anche il consenso di massima di Alleanza popolare era parso finalmente l’avvio di una convergenza che sembrava potesse concludersi con la individuazione di una lista comune.

Purtroppo così non è stato, o almeno così sembra dopo la recente dichiarazione di Alleanza popolare e l’annullamento della assemblea del 18 p.v.

Mi sia consentita una prima considerazione. Ammesso che il progetto del Brancaccio prosegua in autonomia e che si siano ravvisate ragioni per cui non si ritiene di dover dare seguito al documento che sembrava essere la base per un accordo, perchè annullare l’assemblea del 18?

Non poteva essere quella l’occasione per chiarire gli aspetti che non convincono?

Le giustificazioni che sono state espresse per l’annullamento di quell’appuntamento sembrano piuttosto nascere da un forte malcontento che viene dalla base del movimento che si era caricata di umori negativi verso una parte della sinistra del no e che oggi avrebbe dovuto accettare un accordo che porta alla conluenza in un unico contenitore elettorale.

Probabilmente la contestazione nasce sia per il metodo, il consenso dato al documento in questione, considerato verticistico, sia per la nomenclatura con cui, dopo le feroci critiche del Brancaccio, si sarebbero dovuto affrontare in una unica lista le elezioni, sia forse per le modlità proposte per la composizione delle liste.
Certo anche MDP non ha favorito con le sue incertezze ed ambiguità la costruzione di un campo comune di impegno. 
Come non ricordare la telenovela con Pisapia?

Come si può dimenticare la continua preoccupazione della sorte del centro sinistra fino a rendersi disponibile ad un accordo se fosse stata modificata la legge elettorale, come se la politica del PD potesse essere valutata diversamente in caso di accordo sulla legge in questione?

Insomma asprezze polemiche,ed altre considerazioni, da una parte, incertezze, e non solo, dall’altra, oggi sembrano far tramontare il progetto di una lista comune che avrebbe dovuto essere, data l’esiguità del tempo a disposizione per compiere un percorso politico più convincente, non una semplice aggregazione di diverse sigle, ma l’avvio di un polo alternativo al centro destra, al PD e ai grillini.

Non so se alla fine qualcosa possa accadere per evitare una competizione a più voci a sinistra del PD, ma in ogni caso la speranza è che dopo le elezioni si possa cominciare a costruire un quarto polo della politica italiana.

Tutto fa prevedere che queste elezioni saranno un passaggio che non consentirà la formazione di un governo stabile e che presto probabilmente si dovrà tornare a votare con una nuova legge elettorale, almeno per allora si spera che si mettano definitivamente da parte le asprezze polemiche e si avvii un percorso politico nuovo, una sorta di Epinay italiana, che consenta di chiamare a raccolta tutta la sinistra riformista, per aggiornare idee e programmi all’altezza dei tempi e favorisca l’emergere di nuovi protagonisti più credibili, senza rottamazioni, ma con la consapevolezza che il cambiamento anche di uomini è necessario poichè nessuno può sempre essere protagonista di tutte le stagioni.

Aldo Potenza

Il XXI secolo, è una società chiusa e gli stranieri i suoi nemici?, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

Parafrasando il titolo di un saggio del filosofo Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, di cui si riproduce un passo della prefazione: “Arrestare il cambiamento politico non costituisce un rimedio e non può portare la felicità. Noi non possiamo mai più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa. Il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra… », si propone un interrogativo sul dirompente tema della migrazione, che vede in prima fila il gruppo di Visegrad, formati da: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia  e Ungheria;  alle quali si associano anche l’Austria, la Francia, la Germania e l’Italia, in cui si rafforzano i movimenti  politici contro l’accoglienza dei migranti, dividendo in modo verticale la popolazione. Un contagio che supera l’atlantico, fino a raggiungere gli USA e il suo Presidente Trump, che non perde occasione per dichiarare il suo odio contro i migranti. E’ forse il momento più buio della storia della civiltà occidentale, che si dimostra incapace di affrontare con la dovuta intelligenza e umanità un dramma su cui nel passato, fin dall’antica grecia, ci si è posti in modo più aperto e solidale,  con uno spirito dell’accoglienza in cui al senso dell’ospitalità corrispondeva una disciplina fondata sull’etica e una linea morale a cui anche lo straniero doveva sottomettersi.

Allora, percorrere questo sentiero della storia ci consentirà di comprendere la linea che separa la riflessione della ragione dalla negazione irriflessiva che caratterizza il tempo presente.

Inizio questo breve scritto riportando un passo tratto dallo “Zibaldone”, (892 Zib) di Giacomo Leopardi.”…Quale nemicizia dunque è più terribile? Quella che ha co’ lontani, e che si esercita solo nelle occasioni, certo non giornaliere; o quella ch’essendo co’ vicini si esercita sempre e del continuo, perché continue sono le occasioni? Quale è più contraria alla natura, alla morale, alla società? Gli interessi de’ lontani non sono in tanta opposizione ai nostri ( e pe quanto lo sono si odia adesso il lontano, come e più anticamente, bensì meno apertamente e più vilmente). Ma gl’interessi de’ vicini essendo co’ nostri in continuo urto, la guerra più terribile è quella che deriva dall’egoismo, e dall’odio naturale verso altrui, rivolto non più verso lo straniero ma verso il cittadino, il compagno…..” (892. Zib) Egli termina questo paragrafo nei seguenti termini:” la società non può sussistere senz’amor patrio, ed odio degli stranieri..”

Leopardi muore nel 1837, 180 anni or sono, e nel suo lascito filosofico/ culturale la questione morale e della decadenza dell’Italia ci è trasmessa come un segnale profetico per il futuro, un male che tutt’oggi avvolge e opprime lo svolgersi di una vita politica e sociale pienamente partecipata.  L’Italia vive sicuramente uno dei suoi momenti politici più critici, di questa parte del nuovo secolo, per il vuoto politico, culturale e ideale che contrassegna la nostra classe dirigente. E con l’Italia l’Europa, questa grande avventura che doveva approdare all’Unità Europea, che vive momenti di grande confusione: l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea, la rivendicazione della Catalogna di staccarsi dalla Spagna; le rivendicazioni autonomiste della Scozia e dell’Irlanda. E a  queste difficoltà di natura politica e istituzionale, si addizionano i problemi  della crisi finanziaria e del sistema Bancario, della diffusa crisi sociale ed economica e della disoccupazione giovanile, della dimensione ed estensione della povertà  e della diseguaglianza sociale.

Quest’opera incompiuta ci induce a ritenere che L’Europa è solo una grande messinscena malamente recitata, che si può riassumere nella citazione di  Bertolt Brecht  « Lo ammetto: io non ho speranza. Il cieco parla di una via di uscita. Io ci vedo. Quando tutti gli errori sono esauriti  l’ultimo compagno che ci sta di fronte è il Nulla »

C’è, infine, la questione dell’accoglienza dello straniero, cioè della migrazione di milioni di individui che fuggono da condizioni disumane e che travolge e avvolge la vita politica e sociale  dell’ Italia e dell’Europa. Un fenomeno che ha mutato il paradigma della cultura dell’ospitalità, la cui sinonimia con l’accoglienza dei migranti ha  rotto il vaso di Pandora  da cui sono sgorgati i peggiori miasmi del populismo razzista e di odio per lo straniero.

Allora, per comprendere  il senso ed il significato culturale e umanistico dall’ospitalità dello straniero, che nella Grecia di Omero e nella Roma dei Cesari era ritenuto un dovere propiziatorio per ricevere il favore degli Dei, prima di giungere al nostro tempo dell’accoglienza del migrante,  partiamo dalla storia greco-romana e giudaico – cristiana, per  arrivare fino alla nascita dell’illuminismo e del liberalismo. Una breve ricostruzione di un pensiero storico su una questione divenuta cruciale in questa epoca della post-modernità,  che offre spunti per riflettere sulla capacità del nostro intelletto ad affrontare un tema, quello della migrazione di massa, senza gli isterismi ideologici  o dell’idiotismo xenofobo,  poichè  già da oggi e per i prossimi 20/30 anni  sarà il problema dominante.

 E’ dalle pagine dell’Odissea che inizia il percorso,  dal momento  in cui descrivono l’incontro di Ulisse,  che torna alla sua Itaca sotto mentite spoglie  grazie all’incantesimo di Atena,  con il suo servo Eumeo che, nonostante non riconosca il padrone per il fatto che si cela sotto poveri stracci, lo tratta con una disinteressata benevolenza. Nel gesto si coglie la forza del rispetto e dell’onore che nell’antica Grecia era riservato e riconosciuto agli stranieri.  Del resto, tutto il libro XIV è riservato alla ricostruzione in cui il servo offre all’ospite le migliori attenzioni, donandogli addirittura il proprio mantello, affinchè il vecchio mendicante possa ripararsi dal freddo della notte e attendere al governo delle bestie. Il breve passo recita: Ei, la riva lasciata, entrò in un’aspra Strada, e per gioghi, e per silvestri lochi, Là si rivolse, dove Palla mostro Gli avea l’inclito Euméo, di cui fra tutti D’Ulisse i miglior servi alcun non era, Che i beni del padron meglio guardasse. […] Poi, rivolto al suo Re, […] gli disse […] “Ma tu seguimi, o vecchio, ed al mio albergo Vientene, acciò, come di cibo, e vino Sentirai sazio il natural talento, La tua patria io conosca, e i mali tuoi.” Ciò detto, gli entrò innanzi, e l’introdusse Nel padiglione suo […] L’eroe gioiva dell’accoglienza amica, E così favellava: “Ospite, Giove Con tutti gli altri Dei compia i tuoi voti, E d’accoglienza tal largo ti paghi. E tu così gli rispondesti, Euméo: Buon vecchio, a me non lice uno straniero, Fosse di te men degno, avere a scherno: Chè gli stranieri tutti, ed i mendichi Vengon da Giove.”.

 Il richiamo all’Odissea ci svela una prassi adottata nella società omerica in cui lo straniero, essendo privo di diritto, viene accolto dalla comunità e con questa stabilisce un rapporto di reciprocità. Straniero, dal greco Xenos, voce rilevata da Wikipedia, acquisisce diversi significati: “ nemico straniero”, ovvero “amico rituale”. Verso l’amico rituale si seguiva un rito consistente nella consegna di un Symbolon, una “tessera ospitale”, un coccio di pietra che, come scrive Umberto Galimberti “spezzato in due testimoniava il legame tra due persone […] Ognuno portava con sé il segno di una comunione, di un patto amichevole che la distanza non poteva annullare. Se poi accadeva di ricongiungersi, allora si procedeva alla ricomposizione delle due metà, e l’unità così ottenuta attestava, dopo l’assenza, un’intimità ininterrotta, un legame che non era stato spezzato”.

La sintesi di questa accoglienza è data dalla trasformazione di Xenoi in philoi, cioè amici degni di rispetto, ai quali era riservata una particolare protezione da parte di Zeus e Athena. L’ospite incarnava in se una specifica sacralità. Questa forma di ospitalità era diffusa e radicata nella tradizione greca, al puto da essere tradotta nelle tragedie greche: Filottete di Sofocle, nel Prometeo di Eschilo in cui è dominante  la sacralità dell’ospite, al quale sono riservate specifiche attenzioni  erigendo intorno alla sua figura una difesa di sublimazione a cui tutti devono sottostare. Anche in Euripide, nella tragedia dell’Ecuba, specificamente da questa frase: “Nefando, innominabile crimine, al di là di ogni stupore, empio, intollerabile. Dov’è la giustizia degli ospiti [Dika Xenon]?” Nello scritto tragico di Euripide,  dunque l’essere inospitali nei confronti dello straniero è paragonabile ad un crimine, innominabile addirittura,  e pertanto punibile dagli dei.

Lo straniero diviene dunque  il leitmotiv di un’altra tragedia di Euripide, l’ Alcesti,. Qui lo straniero ha il nome di Eracle, che chiede ospitalità ad Admeto, re della Tessaglia, dal quale viene impartito l’ordine ai propri servi affinchè preparino quantità di cibo e arredino e preparino stanze appartate per la tranquillità dell’ospite”.

Non possiamo ignorare Platone, in cui il senso e l’obbligo di giustizia e rispetto  nei confronti dello straniero e l’importanza della xenia è il contenuto di molti suoi dialoghi, soprattutto nelle “Leggi” nelle quali si rileva: “che i medesimi riguardi vadano riservati, oltre che agli stranieri, anche alle straniere”, un  riconoscimento di diritti paritari non attribuiti alle donne nella società greca.  Precisa, inoltre, come gli stranieri dovranno essere accolti nello stesso modo col quale si pretende di essere accolti quando sia il nostro turno di andare lontano dalla nostra patria.”

A sua volta, nell’ Etica Nicomachea (lib.IX), Aristotele paragona l’ospitalità all’amicizia: come colui che ha troppi amici non ne ha nessuno, allo stesso modo chi ha troppi invitati non ne soddisfa nessuno. L’ospitalità non esprime neppure alcun moto altruistico e disinteressato verso l’altro, ma attiva una relazione che obbliga alla reciprocità: chi ospita vuole essere ospitato, chi è ospitato vuole ospitare. L’ospitalità istituisce legami mantenendo distanze e differenze.  Mentre i latini esprimevano con il termine hostis “lo straniero”,  accolto senza timore nella comunità poiché considerato un amico,   Nel De Officis Cicerone usa questo termine per indicare “l’advena”, sconociuto, ossia “colui che viene da fuori”, insomma un peregrinus proveniente dai confini esterni , il quale, come si può rilevare dalle XII tavole – corpo di leggi redatto nel 450-451 a. C. dai Decemviri Legibus Scribundis ( come si rileva di Wikipedia )  che costituiscono  la prima compilazione scritta di leggi nella storia di Roma– riceveva gli stessi diritti dei cittadini romani in base a qualche accordo o patto. San Tommaso e l’accoglienza

Mentre S. Tommaso D’Aquino, parlando dell’accoglienza dei forestieri, fa delle considerazioni che oggi, con l’immigrazione di centinaia di migliaia di musulmani nel nostro Paese e in Europa,  risultano ancora attuali e ci possono insegnare qualcosa di buono. Infatti scrive che:  “con gli stranieri ci possono essere due tipi di rapporto: l’uno di pace, l’altro di guerra” (in corpore). Egli, al proposito, porta l’esempio degli ebrei, che nella Vecchia Alleanza avevano tre occasioni per vivere in modo pacifico con gli stranieri:

– quando gli stranieri passavano nel loro territorio come viandanti;

– quando gli stranieri emigravano nella Terra santa per abitarvi come forestieri; in questi due casi la Legge giudiziale imponeva precetti di misericordia: “Non affliggere lo straniero” e “Non darai molestia allo straniero”;

– quando degli stranieri volevano passare totalmente nella collettività degli ebrei, nel loro rito e nella loro religione.

Diversamente da quanto scriveva Aristotele, ovvero, che “si possono considerare come cittadini solo quelli che iniziarono ad essere presenti nella Nazione ospitante a partire dal loro nonno” (Politica, libro III, capitolo 1, lezione. Ciò sembra corrispondere senza equivoci alla rivendicazione di dare corso allo Ius Soli nel nostro paese. (Politica, libro III, capitolo 1, ).

 Compiamo un salto temporale per velocizzare il testo e affrontiamo lo scritto di E. Kant: “ La pace perpetua”. Il primo concetto che Kant tiene ad enucleare e chiarire nel Terzo articolo definitivo della Pace perpetua (il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità) è quello di ospitalità (hospitalitat). Anzitutto, scrive Kant, l’ospitalità viene a configurarsi non un principio di relazionalità filantropica bensì un diritto vero e proprio, icasticamente definibile come ” il diritto di uno straniero che arriva su un territorio di un altro stato di non essere trattato ostilmente”.

Nella tesi di  Kant il diritto di ospitalità assume una forma civica decisamente positiva. Egli specifica che tale forma  non va intesa come la facoltà esercitabile dallo straniero ad essere ospitato ed accolto nelle strutture di un determinato Stato, e quindi  ad un obbligo di accoglienza coabitativa con altri cittadini; caso mai tale status viene a proporsi come un diritto di visita, riconoscendo al visitatore la facoltà di circolare liberamente sul territorio di ogni Stato: ” non si tratta di un diritto di ospitalità, cui si può fare appello… ma di un diritto di visita , spettante a tutti gli uomini…[ che] devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere”. Si tratta ad ogni modo di un diritto che incontra l’ invalicabile limite del rispetto, da parte del suo titolare, a cui è richiesto un contegno pratico e pacifico; insomma, l’obbligo per il visitatore di attenersi ad una prassi che non contrasti con i diritti e le libertà del paese che lo ospita.

Il 9 aprile 1870, Karl Marx scrisse una lunga lettera a Sigfrid Meyer e August Vogt, due dei suoi collaboratori negli Stati Uniti. Con questa lettera Marx, oltre a molti altri temi, orienta il suo interesse sulla “questione irlandese”, in modo specifico e diretto sugli effetti dell’immigrazione irlandese in Inghilterra. Dal l’osservatorio di chi scrive. questa attenzione di Marx ai temi dell’immigrazione risulta sia stata la più estesa trattazione compiuto dall’economista e sicuramente un interessante testo su cui si è riflettuto poco riguardo al pensiero di Marx sull’argomento.

Questa lettera a Meyer e Vogt  sorprendentemente  ha suscitato poca attenzione nella sinistra del nostro Paese, in specie di quella parte più radicale, che con altre forze sono giustamente I sostenitori dei diritti degli immigrati. Del pensiero che Marx sviluppa in questa lettera è ignorato un riferimento attuale, che riguarda  il modo in cui il sistema capitalista opera. Una tesi che, in effetti, riguarda l’afflusso di immigrati irlandesi sottopagati in Inghilterra, per cui per questa via si forzavano verso il basso i salari dei lavoratori inglesi nativi. Se ricondotta alla realtà odierna, questa tesi contrasta  con quanto invece vanno sostenendo molti sostenitori attuali dei diritti degli immigrati, i quali si sono schierati dalla parte degli economisti liberali che insistono sul fatto che l’immigrazione aumenta in realtà i salari per i lavoratori nativi. (sic)

Nel primo libro del Capitale Marx sostiene espressamente che il capitale vive di una sovrappopolazione di lavoratori, di modo che sia sempre presente un esercito industriale di riserva, di non lavoratori pronti ad essere integrati nella filiera della produzione e dunque tali da esercitare una pressione al ribasso sui contratti dei lavoratori concretamente impiegati nella filiera della produzione. Ancora, prosegue Marx  a proposito all’ esercito industriale di riserva: “ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario dell’accumulazione, ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa viceversa la leva dell’accumulazione capitalistica, e addirittura una della condizioni di esistenza del modo di produzione capitalistico essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile, che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile, sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione”.

Siamo giunti ad Emmanuel Lèvinas, al saggio: “Totalità e infinito ”,che esprime e dona alla ragione un pensiero che nasce dallo stupore del silenzio di Dio verso le tragedie, nel quale confluiscono diverse tradizioni e culture: l’ebraismo lituano,l’ intellettuale lontano dal mistico; amante della letteratura russa; filosofo francese e studioso della filosofia Francese, in particolare quella di Bergson. All’origine dell’etica Lèvisiana sta l’appello dell’alterità/esteriorità d’altri che significa nel “volto”, in quanto esso mi comanda di aiutarlo nella sua indigenza, nudità, esposizione, fragilità e altezza al tempo stesso. Il volto si esprime come nudità del povero, dell’orfano e della vedova, figure bibliche emblematiche dell’alterità, “che per la loro stessa miseria e indigenza sono per me comando di non lasciarli morire”. “La nudità del volto è indigenza. Riconoscere significa riconoscere una fame. Riconoscere Altri significa donare. Ma significa donare al maestro, al signore, a chi si avvicina in una dimensione di maestosità”. L’estraneità-miseria dell’Altro, che si esprime come volto nudo, pone l’io all’accusativo, convocandolo, inquietandolo, mettendolo in questione, è appello etico, “anzi, comando etico incondizionato che trasfigura la miseria altrui nella assoluta “Altezza” del Signore e del Maestro, e rovescia la mia libertà di soggetto egoistico nella libertà di soggetto responsabile, che deve rispondere della miseria altrui”.

E infine Jacques Derrida,  per il quale l’ospitalità non è semplicemente una regione dell’etica, un suo capitolo delimitato e circoscritto, un suo modo o maniera (anche nel senso delle ‘buone maniere’), ma l’etica stessa, il suo principio – se è vero che ethos rimanda appunto all’abito, all’abituale, all’abitudine, e quindi anche all’abitare – ed anzi la sua interezza: accogliere l’altro che viene, farsi abitare dall’altro custodendolo e rispondendone, persino nella sua eccentricità e stravaganza, è, a ben vedere, non solo l’imperativo di un’etica da riformulare nel confronto con il problema dell’alterità, ma anche l’ethos stesso della decostruzione, il luogo ospitale che si offre alla venuta di un’alterità destrutturante che irrompe nell’evento incondizionato e magari fatale dell’altro. “Questione dello straniero: venuto da fuori”, è il testo del 10 gennaio 1996 a cui segue “Il passo d’ospitalità” del 17 gennaio 1996 In questi due testi  si raccolgono insieme sia i tratti di un ripensamento radicale dell’etica, sia le linee che esaltano le potenzialità etico-politiche della decostruzione: quale risposta alla venuta dell’altro? La questione dell’altro è davvero semplicemente un problema, o è anche e soprattutto una domanda che l’altro rappresenta esso stesso e che mi pone, rimettendomi in questione?

Non è possibile riprodurre qui le due lezioni, anche già l’incipit ci induce a pensare in termini nuovi e diversi il tema dell’accoglienza e dell’ospitalità. Per questo , se si segue questa linea di valorizzazione del pensiero che si rivolge all’altro rimeditando il senso e la ragione dell’etica, il tema della migrazione, le conseguenze che con l’eccezionalità del fenomeno attuale stiamo vivendo, le tensioni politiche e sociali che dividono porzioni notevoli della popolazione,  è possibile trovino una loro ricomposizione politica più rispondente all’eccezionalità del momento. L’etica comporta una condotta morale che coinvolge colui che accoglie e lo straniero, quindi un ambito di norme sostanziali entro le quali le coordinate del diritto e della legittimità rendano simmetriche le obbligazioni di convivenza sociale. Per questo, è fondamentale dare un segnale di coerenza, pervenendo all’approvazione della legge sull’ius soli a cui far seguire una politica e una strategia adeguate al fenomeno che la realtà prospetta all’Italia e all’Europa, in cui si affrontino gli aspetti più cogenti dell’integrazione, che non ignori la diversità culturale, religiosa e politica.

Alberto Angeli