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Superare la povertà per una vera libertà dell’uomo. di A. Angeli

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Ogni catastrofe «naturale», come possiamo definire quella del Covid 19, rivela l’estrema fragilità delle classi popolari e, in certa misura, anche del ceto medio, categorie sociali così esposte che la loro vita e  sopravvivenza perdono valore e si scoprono poveri. E’ in questa circostanza che, allora, riflettiamo sul significato della compassione per i poveri, la quale nella sfera comunicativa della politica è mascherata con astuzia perché ritenuta diseducativa, come accade in ogni epoca, per l’impegno di pensatori che hanno cercato di giustificare la miseria  e hanno scritto testi impegnativi contro una politica seriamente diretta a sradicarla.

La compassione rappresenta un esercizio di filantropia tra i più antichi della storia dell’umanità, esercitato nel corso dei secoli per liberare l’uomo da ogni tormento di coscienza nei confronti dei meno fortunati. Eppure, poveri e ricchi, nel corso della storia, sono vissuti a fianco a fianco in un rapporto decisamente difficile, quando non pericoloso. Già Plutarco affermava che «lo squilibrio tra ricchi e poveri è la più antica e la più fatale di tutte le malattie delle Repubbliche». Si tratta di una convivenza non facile, socialmente e politicamente, quando non moralmente, per cui i problemi che ne derivano, in specie quello di giustificare le fortune di taluni a fronte della cattiva sorte di altri, sono la matassa da dipanare da parte di molti intellettuali e studiosi della materia sulla quale si sono impegnati in ogni tempo.

Una prima indicazione ci viene dalla Bibbia: i poveri soffrono in questa valle di lacrime, ma saranno ricompensati in un mondo migliore. Un inciso biblico mirabile ma inconcludente, poiché lascia ai ricchi di godersi il loro benessere terreno senza provare alcuna gelosia per il fatto che ai poveri è concessa la  fortuna di vivere una vita bellissima nell’aldilà. Più avanti nel tempo, siamo nel 1776, agli albori della rivoluzione industriale Inglese, esce la Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, di Adam Smith. In quel lavoro il problema della divisione ricco/povero, così come i tentativi per risolverlo, sono già descritti e strutturati nella loro forma moderna.

In pendant con Adam Smith, Jeremy Bentham (1748-1832) escogita la formula dell’«utilitarismo», che per circa mezzo secolo esercitò un’influenza straordinaria sul pensiero britannico. «Si deve intendere per principio di utilità – scrive Bentham nel 1789 – il criterio secondo il quale una qualsiasi azione è approvata, o al contrario disapprovata, in funzione della sua tendenza ad accrescere o a diminuire il grado di felicità della parte il cui interesse è in gioco». Qui l’inciso spiega come la virtù debba essere autocentrica e tale deve rimanere. Per semplificare il concetto, il problema della convivenza tra un ristretto numero di ricchi e una massa di indigenti doveva considerarsi risolto con il raggiungimento del «massimo beneficio per i più». Nella sostanza, la società faceva del suo meglio a vantaggio del maggior numero possibile di persone. Mentre per tanti altri potevano essere situazioni sgradevoli poiché per loro la fortuna non si era presentata all’appuntamento. Comunque le cose non rimangono ferme, tanto che nel 1830 sboccia una nuova formula, ancora oggi molto seguita poiché rimuove i rimorsi dalla coscienza pubblica. È la tesi associata ai nomi del finanziere David Ricardo (1722-1823) e del pastore anglicano Thomas Robert Malthus (1766-1834). Nella sintesi il loro pensiero si può riassumere nella formula: se esiste l’indigenza, la colpa è tutta dei poveri e della loro fecondità, poiché il mancato controllo della fertilità ha conseguenze sulle risorse limitandone la loro disponibilità. Malthus lo spiega a chiare lettere nel suo saggio: i ricchi non hanno alcuna responsabilità, dispongono di più tempo per gli svaghi e sono più attenti alla proliferazione; i poveri, no! Sono totalmente indisciplinati e quindi portano tutta la responsabilità della loro condizione. La storia non si ferma. Prende corpo una nuova tesi di negazionismo, che riscuote enorme successo, perché associa il Darwinismo sociale al nome di Herbert Spencer (1820-1903). Secondo la sua tesi, la suprema regola della vita economica è parallela a quella biologica della «sopravvivenza dei più adatti», espressione a torto attribuita a Charles Darwin (1822-1882). Un contenimento della povertà, trascurandone l’assistenza, sarebbe il mezzo più natutale per migliorare la razza umana, che uscirebbe rafforzata dal giusto ridimensionamento dei deboli e degli sconfitti. Al proposito c’è una frase, che ci appaga di questo darwinismo sociale sfrenato, che fu decantata in un celebre discorso da John D. Rockefeller, il capostipite della dinastia: «La varietà di rose American Beauty può acquistare lo splendore e il profumo che entusiasma chiunque la contempli solo attraverso il sacrificio dei primi boccioli che le crescono intorno. Lo stesso accade nella vita economica. Si tratta solo dell’applicazione di una legge naturale, una legge di Dio». Nel XX secolo queste tesi subiscono un certo declino, per le reazioni che suscitarono a causa della troppo evidente crudeltà. E tuttavia non mancano studiosi di economia e politici che si fanno sostenitori dell’idea che la concessione di sussidi pubblici ai più indigenti ostacoli l’efficienza economica.  In questi ultimi anni, la ricerca del modo migliore per rimuovere ogni rimorso in proposito è assurta alla dignità d’impegno filosofico, letterario e retorico di primaria importanza. Eppure, è anche diventata un’impresa di interesse economico, oltre che politico, perché se ne possono ricavare benefici occupazionali mediante l’adozione di strumenti che comportano la creazione di nuova burocrazia. Infatti, il più delle volte le misure adottate contro la povertà dipendono, in un modo o nell’altro, da iniziative statali e dalla bravura dei burocrati. Ora, in Italia è ormai un luogo comune deplorare l’intrinseca inefficienza dell’apparato pubblico –  INPS docet – per cui, secondo una  corrente di pensiero  molto suggestiva, non è davvero il caso di affidare l’assistenza ai poveri agli organismi statali: non farebbero altro che creare scompiglio aggravando la loro sorte. Ma forse c’è del metodo in questa comportamento dell’apparato statale, o un disegno più vasto, che comporta il rifiuto di ogni responsabilità nei confronti delle fasce di popolazione meno abbiente, che  riprende il filo di una tradizione secolare, secondo la quale ogni forma di sussidio pubblico finirebbe per danneggiare i cittadini in condizioni di povertà. In questo modo, è stato detto, si abbatte il loro morale, distogliendoli da attività remunerate.

Un’altra argomentazione, che si collega a quella precedente, accusa l’assistenza pubblica di disincentivare la propensione al lavoro, poiché trasferendo agli sfaccendati una parte del reddito di chi lavora si scoraggerebbe la popolazione attiva, incoraggiando invece l’ozio e la pigrizia.  Ma chi potrà mai credere seriamente che la grande maggioranza dei poveri o dei disoccupati preferisca l’assistenza pubblica a un buon posto di lavoro? Eppure, si tratta di una tesi che ha molti sostenitori.

Ma un povero o un disoccupato può scegliere? Secondo l’economista Milton Friedman: «la gente deve avere il diritto di scegliere», una frase che potremmo considerare una trovata, se non fosse sostenuta da un fiorire di economisti che ne esaltano la condizione di libertà, che dovrebbe valere anche per chi non ha i mezzi di sussistenza per cui non può fruire della libertà di spendere. Qui, però, dobbiamo confessare che nulla può opprimere l’individuo, e al tempo stesso mobilitare la sua mente, quanto il fatto di trovarsi senza un soldo in tasca. Spesso sentiamo dire quanto le imposte riducano la libertà dei contribuenti più facoltosi, incidendo sui loro redditi. Ma chi può descrivere gli straordinari spazi di libertà che si aprirebbero ai poveri se potessero disporre di un po’ di denaro da spendere? Allora, quanto il fisco sottrae ai ricchi è sempre poca cosa, rispetto al povero a cui non è data nessuna libertà di scegliere. Cosa rispondere a chi ci suggerisce di coltivare pensieri più positivi per evitare di pensare ai poveri, se non che, nel nostro tempo uno spirito autenticamente impegnato a combattere la povertà, magari allargando gli spazi del lavoro   quale conseguenza di una ritrovata capacità e visione economica della politica, rappresenterebbe una norma di comportamento e d’azione molto più responsabile e accettabile. Sicuramente sarebbe questo l’unico atteggiamento compatibile con una civiltà degna di questo nome. Ed è in definitiva, tra tutte le norme di comportamento, la più prudente e umanamente attesa . Non è un paradosso. Il soddisfacimento dei bisogni è, infatti, l’unica strada da seguire per dare risposte al malcontento sociale, con tutte le sue temibili conseguenze per chi vorrebbe affidare la soluzione del problema alla selezione naturale. Se saremo in grado di applicare questo concetto, trasformandolo il più possibile in norma universale, difenderemo e rafforzeremo la pace sociale e politica. In fondo non è questa la prima aspirazione di ogni riformatore?

Alberto Angeli

Cara sinistra non è sufficiente Keynes ma ci vuole Marx. di S. Valentini

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Si riduce spesso la globalizzazione al commercio su scala planetaria di prodotti industriali, agricoli, materie prime e beni legati alle nuove tecnologie. Spesso si scorda l’altro aspetto fondamentale della globalizzazione: la moneta, divenuta essa stessa merce, da acquistare e vendere, e non più solo strumento di scambio delle merci e beni. Questo “commercio” oggi costituisce un mercato otto volte più grande rispetto ai mercati legati alla ricchezza prodotta da ogni singolo paese. Si è creata una gigantesca bolla finanziaria, moneta volatile il cui valore è determinato da oligarchie che ne stabiliscono la quotazione. Una enorme massa di denaro che si sposta rapidamente tramite Internet. Siamo ormai alle cripto-valute, cioè ha una moneta non emessa da uno Stato, ai credit default, allo swap, allo spread, ai paradisi fiscali, ecc. Tutto questo ha devastanti effetti su interi Paesi. Se i rendimenti dei titoli di Stato salgono troppo per i governi diventa difficile o addirittura impossibile rifinanziare il proprio debito. E se i governi non riescono più a collocare titoli di Stato, vanno in default perché non possono più rimborsare i debiti in scadenza. Se i titoli in Borsa precipitano, il problema diviene molto serio per le imprese e di conseguenza il paese perde ricchezza: i consumi calano, le imprese fatturano meno e dunque di conseguenza licenziano.
Le borse non sono più espressione di economie reali. Gli Usa sono attraversati con il corona virus da una profonda crisi economica e sociale ma Wall Street si mantiene stabile, addirittura spesso chiude in positivo. Un’analisi tramite gli strumenti della dottrina economica novecentesca non aiuta a comprendere la situazione. I mercati finanziari si muovono ormai indipendentemente dall’andamento dell’economia reale. Ma i mercati finanziari non sono delle entità sconosciute, astratte o “gli investitori che valutano”, ma dei ristrettissimi gruppi di potere, legati a una potenza imperialistica, che conducono operazioni speculative aumentando a dismisura le loro ingenti rendite e profitti a discapito dell’economia reale, cioè della produzione e del commercio.
Il capitale finanziario dunque con l’acquisto e la vendita di valuta sempre più volatile si insinua nell’economia reale fino a controllarla. Per questo attraverso tanti meccanismi condiziona pesantemente il mondo reale. E chi soprattutto ne fa le spese di questa “globalizzazione finanziaria” sono i paesi emergenti di nuova industrializzazione la cui economia si rifà al tradizionale capitalismo industriale o quei paesi dell’Occidente, come quelli dell’area mediterranea, che hanno fragilità economiche e sociali storiche, la cui borghesia capitalistica è sempre stata ancella e stracciona delle grandi potenze imperialistiche. Ma pur se servile sotto la protezione di questi potentati si è arricchita.
La stessa nozione di imperialismo pertanto deve essere aggiornata. L’imperialismo è mutato poiché è mutata la forma del capitale, che non è più in Occidente quello della fase industriale studiata da Marx e del capitalismo monopolistico di Stato analizzato da Lenin. Non siamo insomma più né al tradizionale neocolonialismo né a una forma di imperialismo solo predatorio delle risorse e materie prime di altri paesi. Oggi una parte sempre più importante dello sfruttamento e della rapina imperialistica avviene attraverso i meccanismi di mercato del capitale finanziario.
Il primo significativo passo della formazione di un mercato finanziario del tutto autonomo dall’economia reale è stato la messa in discussione degli accordi di Bretton Woods nel 1971 da parte dell’amministrazione Nixon. Il sistema monetario globale siglato nel 1944 prevedeva la convertibilità del dollaro in oro. Alla conferenza di Bretton Woods collaborarono i più autorevoli economisti dell’epoca. Keynes fu uno degli artefici degli accordi. Si fissò un valore di conversione tra oro e dollaro in modo da stabilizzare il sistema: disincentivare le speculazioni impedendo gli eccessivi movimenti di capitali al fine di evitare altre crisi sistemiche simili a quella del ’29. In pratica possedere un dollaro significava possedere oro. Alla conferenza aderirono molti paesi, anche quelli poveri e i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Le banche centrali di ciascun paese erano tenute ad intervenire per mantenere le parità stabilite. La convertibilità oro dollaro impediva agli Stati Uniti e a ogni paese di creare moneta a proprio piacimento, per farlo dovevano possedere oro in proporzione alla nuova moneta emessa.
La decisione di Nixon di mettere in discussione gli accordi di Bretton Woods fu presa per finanziare la guerra del Vietnam. Gli americani bruciarono 12 mila tonnellate d’oro con grave rischio per le riserve auree. Fu così che fu abbandonata la corrispondenza oro-dollaro passando alla politica di stampare moneta senza vincoli allo scopo di finanziare la guerra in Indocina. Il sistema valutario da organizzato e sicuro per il capitalismo iniziò a trasformarsi in un sistema senza certezze, con un dollaro sempre più volatile. Oltre ai cambi fissi, gli accordi istituirono il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, enti a cui fu affidato il compito di vigilare sul sistema monetario e concedere prestiti ai paesi in disavanzo.
La messa in discussione della convertibilità fra oro e dollaro rappresenta quindi la prima principale causa che ha condotto alle crisi finanziarie dei nostri tempi. Le libere fluttuazioni valutarie, la fine del riferimento aureo del dollaro hanno determinato un mercato valutario e finanziario senza limiti, senza vincoli e senza regole. Un mercato dove l’unica legge è quella del massimo profitto. La fine di Bretton Woods ha segnato l’inizio di un periodo di grande instabilità valutaria, di mostruose speculazioni finanziarie.
Il secondo decisivo passaggio è avvenuto nel 1995 con la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio, Wto, che ha assunto il ruolo precedentemente svolto dal Gatt. Il Wto promuove la liberalizzazione commerciale e la libera circolazione dei capitali in tutto il mondo prescindendo dalle ricadute occupazionali. L’obiettivo dichiarato del Wto è quindi quello dell’abolizione o della riduzione delle barriere tariffarie al commercio internazionale. Tutti i paesi membri sono tenuti a garantire verso gli altri membri dell’organizzazione lo “status” di “nazione più favorita”. Le condizioni applicate al paese più favorito (vale a dire quello cui vengono applicate il minor numero di restrizioni) sono applicate a tutti gli altri Stati.
Molte sono le critiche al Wto. Le più importanti: la prima che è una organizzazione settoriale che pone attenzione solo agli aspetti commerciali ed è indifferente e insensibile alle tematiche ambientali; la seconda è che promuove la globalizzazione dell’economia, la liberalizzazione commerciale, la libera circolazione dei capitali in tutto il mondo senza considerare le ricadute occupazionali; infine la terza è che gli Stati del Nord del mondo, cioè gli Stati occidentali e imperialistici, privilegiano le proprie multinazionali e i propri interessi nazionali invece di promuovere lo sviluppo su scala mondiale. A conferma dello squilibrio di potere che il Wto determina tra gli stati membri dell’organizzazione, sta il fatto che la liberalizzazione del commercio dei prodotti agricoli ha favorito soprattutto le produzioni commerciabili degli Stati nel Sud del mondo e non viceversa, in quanto le derrate del Sud rimangono tagliate fuori dai mercati settentrionali. Non a caso il processo decisionale dell’organizzazione è dominato dai “tre grandi” poli imperialistici: Stati Uniti, Unione europea e Giappone, accusati di utilizzare il Wto per esercitare un eccessivo potere sugli stati membri più deboli che sono obbligati a ratificare le convenzioni sottoscritte dal Consiglio generale, pena l’applicazione di sanzioni e l’imposizione dell’obbligo di recepire gli accordi. Prima l’ingresso della Russia, avvenuto nel 2011, e successivamente di un gigante economico come la Cina ha modificato in parte i rapporti di forza.
Da qui anche la guerra dei dazi di Trump: tentare di riacquistare quel ruolo predominante messo oggi in discussione dal colosso cinese e dalle contraddizioni inter imperialistiche ormai insanabili e che gli Usa non riescono più a governare. A tale proposito occorre dire che l’ascesa economica della Cina negli ultimi trent’anni è stata sottovalutata. L’Occidente ha sempre avuto l’idea che potesse esserci un modello unico e che potesse esserci un modello diverso che aveva successo non rientrava negli schemi del pensiero unico dominante. L’autorevolissimo Economist dava per finita la Cina nel 1990, mentre tardivamente ci si è accorti che sta diventando la più grande potenza economica del mondo. Se si mette a confronto il modello Occidentale liberale con il modello cinese, in quest’ultimo l’equilibrio fra Stato e mercato è profondamente diverso. In Occidente è il mercato del capitale finanziario che regola lo Stato mentre i cinesi hanno mantenuto la prerogativa che sia lo Stato ad avere la capacità di guida dei processi economici. Il modello cinese è stato considerato anomalo e perdente, prossimo al crash, invece ha funzionato e ha consentito al paese di avere una crescita straordinaria che non ha uguali nella storia della umanità. La Cina alla fine degli anni ottanta rappresentava il 2% del Pil del mondo, nel frattempo il Pil è cresciuto quattro volte, ed ora la Cina rappresenta il 20 %. È cresciuta da 2 a 80 ed è una cosa che non ha precedenti! La parte più miope della cultura occidentale considera la Cina come una variante del modello sovietico. Questa è una lettura superficiale perché non tiene conto della storia cinese e di quanto il marxismo cinese si sia ibridato con il confucianesimo. Di fatto il sistema cinese ha delle flessibilità che il modello sovietico non aveva. Il modello sovietico era poco duttile e quindi a un certo punto si è spezzato.
Certamente anche la Cina deve fare i conti con la pandemia e il rischio della deglobalizzazione poiché la sua economia è stata fortemente proiettata verso le esportazioni. Ma chi pensa che la Cina pagherà più di tutti il rallentamento del commercio mondiale non prende in esame che il paese sta cambiando. Negli ultimi anni, sotto la guida di Xi Jinping, sta avvenendo un mutamento radicale del tipo di sviluppo. La politiche dell’industrializzazione e dell’esportazioni hanno subito un netto ridimensionamento. La Cina oggi investe molto di più sulla innovazione e sulla ricerca, anziché soltanto sulla produzione di beni a basso valore aggiunto. È stata la fabbrica del mondo, ma oggi non è più così. Una parte di queste produzioni si sono trasferite in altri paesi asiatici, mentre i cinesi hanno investito sull’innovazione superando gli USA in produzione di brevetti. E poi hanno investito sul recupero ambientale, anche per avere più consenso interno e quindi meno inquinamento e hanno puntato sulla ricerca e hanno aumentato i salari. Ciò ha consentito al mercato interno di diventare, rispetto al passato, un volano più importante nel sostegno dell’economia e della crescita.
Quando affermo quindi la necessità di una “scelta di campo” a favore dell’asse Pechino-Mosca (come ho sostenuto in altri articoli) non penso alla riesumazione del vecchio campo socialista contro l’imperialismo statunitense, bensì a un campo scaturito dalla caotica fase multipolare, che è andata nell’ultimo ventennio affermandosi. Vi è una oggettiva convergenza tra paesi socialisti o di orientamento socialista, paesi con forme di capitalismo monopolistico di Stato, paesi capitalistici di nuova industrializzazione e paesi che lottano per uscire da una condizione di povertà assoluta, nel contrastare la volontà di dominio assoluto del capitale finanziario, espressione che contraddistingue l’Occidente e le sempre più aspre sue contraddizioni inter-imperialistiche.
In questo contesto meglio si comprende il ruolo di potenze come l’Iran e il Messico e altri paesi che non sono certamente campioni di democrazia o portatori di visioni socialiste. La battaglia storica dei cinesi, ma anche dei russi, non è contro la globalizzazione, cioè la libera circolazione di merci (e anche di manodopera), ma contro la “globalizzazione finanziaria” che produce un più sofisticato sfruttamento dei popoli, instabilità, corsa al riarmo e guerre. La distensione, la pace e la cooperazione sono alla base di questa politica che non attua odiose interferenze nella politica interna dei paesi loro alleati. Gli unici che si ergono gendarmi del mondo e hanno basi militari in ogni angolo del pianeta (anche perché gli altri poli imperialistici, giapponese e tedesco, non dispongono di arsenali militari) sono gli Usa. Non vi è una sola base militare cinese – mi risulta – fuori dal paese.
Se la sinistra europea non coglie questo nuovo aspetto geopolitico non va da nessuna parte, è destinata ad andare a rimorchio di altri, magari dietro a un rozzo atlantismo che si schiera sempre e comunque con gli Stati Uniti anche se sono governati da un presidente pericoloso e inquietante come Trump, o appresso alle intenzioni e ai sogni dei centri di potere franco-tedesco che vorrebbero un’Europa politicamente e militarmente autonoma in grado di competere in termini imperialistici con tutti, a Est come a Ovest. E non è sufficiente, come auspica D’Alema, che nel prossimo futuro si affermino di qua e al di là dell’Atlantico forze liberaldemocratiche in grande sintonia tra loro per ricostruire un ordine mondiale dove l’Europa possa svolgere un ruolo decisivo.
È un’analisi politicistica poiché non affronta la questione vera: come imbrigliare e sconfiggere il capitale finanziario. Oggi tutto parlano (anche a sproposito) che dopo la sbornia neoliberista degli anni ’80 e ’90 con la pandemia si torna a Keynes, al protagonismo dello Stato. Il neoliberalismo ha fatto il suo tempo. Occorrono non politiche di rigore per contenere l’inflazione ma politiche di d’investimenti pubblici attraverso un nuovo protagonismo dello Stato. Ma se il neoliberalismo in politica è stato il quadro dentro il quale si è costruito il libero mercato della compravendita di moneta come merce oggi il problema non è tornare a Keynes e superare conseguentemente il neoliberalismo. Il punto è sempre il solito. Prendiamo ad esempio l’Italia: manca un prestatore di ultima istanza, che garantisca acquisti senza limiti dei titoli di Stato, contenendo l’aumento dei tassi d’interesse. L’Italia ha un debito di circa il 135% del Pil e paga interessi più alti rispetto a quelli tedeschi e olandesi che hanno un debito tra il 50 e 60% del Pil. Quindi, per fare più spesa pubblica bisogna emettere titoli di debito, aumentando il debito in percentuale del Pil. Si prevede che il debito italiano possa salire oltre al 150% del Pil. Dunque, in mancanza di un prestatore di ultima istanza, lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi aumenterà e con esso la spesa per interessi, che rischia di creare problemi di sostenibilità molto gravi del debito. Il problema perciò è di come estirpare il capitale finanziario che del neoliberalismo è il figlio legittimo molto potente e può permettersi di essere pure un po’ meno rigorista del padre.
Keynes avanzava le sue proposte in un quadro capitalista nel pieno del suo sviluppo industriale. Siamo in questa fase in Occidente? Se gli Stati devono fare i conti con i rendimenti dei titoli di Stato e con il mercato finanziario, se non riescono a rifinanziare il proprio debito quali politiche di crescita e di sviluppo possono fare? Vanno comunque in default o in grande difficoltà, nonostante le buone intenzioni riformiste. La lotta contro il capitale finanziario e le sue espressioni imperialistiche non è questione nazionale e solo in certa misura è europea: è questione globale. La “scelta di campo” non è una scelta ideologica ma una precisa scelta politica per fronteggiare il ruolo deleterio e inumano del capitale nella sua forma più devastante: quella finanziaria. Non si tratta dunque di imitare modelli altrui, di fare come la Cina o come la Russia, bensì di costruire un largo e vincente schieramento di forza e di paesi alternativo al capitale finanziario. Questa è la posta in gioco in questo squarcio del XXI secolo. Ecco perché Keynes non è sufficienti ma occorre tornare a Marx lottando per la realizzazione di strumenti internazionali alternativi (ed è quello che stanno facendo i cinesi), iniziando a riportare i sistemi bancari sotto il controllo pubblico, a smantellare i paradisi fiscali, a creare istituzioni internazionali che non siano, come il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale, organismi che rispondano ai mercati finanziari, ma all’economia reale. Occorre insomma introdurre “elementi di socialismo” e per dirla con Berlinguer, di cui ricorre l’anniversario della nascita, lavorare per “un nuovo ordine mondiale”.
Riscoprire inoltre lo strumento della programmazione democratica, concetto considerato vetusto, in disuso. Lo Stato dovrebbe entrare nella produzione di beni e servizi, anche in settori dove ci sono i privati. Ma soprattutto ci sarebbe bisogno di una pianificazione dell’economia e, più precisamente, di una produzione sociale. Dare pertanto un senso progressista alla programmazione come faceva il Pci. Però è evidente che questo non è possibile in una economia basata sul dominio del capitale finanziario. Richiede il ribaltamento del paradigma del libero mercato. Tutto ciò dimostra la totale inadeguatezza dell’attuale forma di mutazione del capitale insensibile a soddisfare i bisogni sociali, anche quelli più elementari, come la sicurezza sanitaria. Ecco, di nuovo, non è sufficiente Keynes, ma ci vuole Marx.
Occorrerebbe rilanciare una programmazione promossa e coordinata dallo Stato solo così le politiche riformiste alla Keynes hanno un senso per diventare parte del processo di trasformazione della società, per lottare contro le abnormi diseguaglianze, per un modello di sviluppo ecocompatibile, per tendere alla piena occupazione, per un welfare più robusto e qualificato. Ma se il pubblico non espropria il capitale finanziario del suo immenso potere, se le rendite finanziarie non vengono mortalmente colpite in una lotta senza quartiere, qualsiasi prospettiva riformista è destinata al fallimento. L’Unione europea è in grado di ricostruirsi prendendo questa direzione, cioè di mettere al bando le oligarchie finanziarie? E la sinistra che fa?
La “scelta di campo” implica anche un riposizionamento e un riavvicinamento della sinistra europea alla sinistra del resto del mondo. Il divario è oggi grande, profondo. Ricuperare il valore politico dell’internazionalismo favorisce la crescita di un vasto schieramento di forze e di paesi e soprattutto rafforza il ruolo della stessa sinistra europea, troppo timida e molto poco incisiva. Una “scelta di campo” che potrebbe nuovamente farle svolgere un peso di primo piano a livello universale, come quando Marx e Engels scrissero “uno spettro si aggira per l’Europa” come memorabile inizio del loro Manifesto. Uno spettro dunque che preoccupi davvero il capitale finanziario e non dei zombi sopravvissuti al Novecento.

PS.
Le riflessioni contenute in questo articolo non hanno niente a che fare con il vecchio e ozioso dibattito che negli anni passati ha attraversato la sinistra sui margini di riformismo di un sistema neoliberista. La risposta negativa (cioè che non vi erano margini) era tesa a negare qualsiasi accordo di governo con forza riformiste, progressiste e socialdemocratiche. Eravamo dunque in un’altra fase, quella unipolare dominata dagli Usa dopo l’89, in cui la sinistra doveva condurre una battaglia difensiva e modulare la sua azione politica in base ai rapporti di forza dati. Oggi la situazione è molto diversa, siamo in un mondo multipolare con un “campo”, quello cinese-russo, di cui la sinistra mondiale è parte integrante. Il confronto quindi avviene in termini del tutto inediti. Superare l’attuale mutazione del capitale in capitale finanziario è il primo e fondamentale compito della sinistra. È in atto uno scontro durissimo in cui anche la sinistra europea dovrebbe dire la sua. Vi sono forze liberaldemocratiche legate a una parte delle borghesie nazionali che vorrebbero in Europa svincolarsi dal dominio del capitale finanziario. In questa contraddizione tentiamo di inerirci e dire la nostra o ci proclamiamo estranei a tutto ciò in nome di ideologismi di diverse tendenze: marxista-leninista, movimentista e radicale erede del ‘68 o come risultato di visioni espressione dei cosiddetti nuovi soggetti antagonisti che molto spesso però strizzano l’occhio alle correnti socialdemocratiche più avanzate o a quelle ambientaliste? O a chi semplicemente è orfano della “democrazia dell’alternanza”? Possibile che alcune timide aperture a un dialogo costruttivo con la Cina le fanno i soli Di Maio e D’Alema? Di che cosa si discute a sinistra? Nulla di veramente importante, di strategico.

Sandro Valentini

La scelta di campo e la lezione di Togliatti. di S. Valentini

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Quando Togliatti attuò la svolta di Salerno, con il partito nuovo – di massa – ed enunciò in termini compiuti la strategia della democrazia progressiva tramite la quale realizzare l’avanzata del Pci verso il socialismo – la via italiana al socialismo – contribuendo così in modo decisivo anche al varo della Carta Costituzionale, riconfermò senza nessuna incertezza la scelta di campo con l’Urss. Non è che in Italia Togliatti volesse fare “come in Russia”, ma era cosciente che senza quel campo socialista, che svolgeva il ruolo di contrappeso all’imperialismo Usa, non si sarebbero mai determinate le condizioni per realizzare nel nostro Paese una strategia “rivoluzionaria”, democratica e socialista. E l’insieme di quelle scelte fecero grande per quarant’anni il Partito comunista italiano.
Pare che tutto questo dibattito oggi sia consegnato agli storici. Siamo in un altro mondo. Che siamo in un altro mondo è del tutto evidente, ma davvero da quel insegnamento di Togliatti non si trae oggi nessun insegnamento per la politica, per condurre una lotta incisiva per la trasformazione della società?
Purtroppo c’è voluto il corona virus per rendere esplicito e chiaro che siamo in un mondo multipolare caratterizzato da un lato dagli imperialismi (Usa – Giappone – polo franco-tedesco), con le loro drammatiche e brutali contraddizioni, in forte competizione tra loro (Trump conduce la guerra commerciale non solo alla Cina ma anche all’Europa), e dall’altro lato, dall’asse Pechino-Mosca allargato ai paesi socialisti, come Cuba e Vietnam, e a paesi che stanno lottando per liberarsi, alcuni anche militarmente, da politiche imperialiste; e infine una serie di paesi, soprattutto africani e sudamericani, che guardano con simpatia a quest’asse. E questo asse sta formando un nuovo campo, molto più forte, mi pare, del disciolto campo socialista sovietico. Questo è il risultato geopolitico oggi della globalizzazione.
Si dirà, come si fa a mettere insieme nello stesso campo la Russia con la Cina? Anche qui sarebbe bene tornare ai “fondamentali”. Gli imperialismi sono sempre più espressione del dominio del capitale finanziario, cosa assai diversa del sistema capitalistico industriale. Un capitale finanziario che usa oramai la moneta, non tanto come strumento di scambio di merci, ma come se fosse essa stessa una merce; si vende e si compra valuta, per realizzare lauti profitti, trasformati poi in rendite per nuove transazioni finanziarie speculative. Le transazioni in denaro sono oggi di gran lunga il maggiore dei “commerci” nel mondo. La Russia ha certamente introdotto forme di capitalismo monopolistico di Stato, ma di uno Stato che però lotta duramente contro le oligarchie finanziarie (si guardi ai provvedimenti duri del governo contro gli oligarchi o al giudizio articolato del Partito comunista russo, primo partito di opposizione, sulla Presidenza Putin); mentre la Cina, governata da un partito comunista, e un paese che tenta la via della trasformazione, sia pur tra limiti e contraddizioni, verso il socialismo.
Vi è quasi una divisione dei ruoli tra Pechino e Mosca. Alla Russia soprattutto quello politico e militare. Sue sono quasi tutte le importanti iniziative politiche a livello internazionale. È come se i cinesi avessero deciso di non spendere troppo in armamenti (rammento che la terza potenza nucleare per numero di testate è la Francia e non la Cina) e delegassero ai russi il compito di mantenere gli equilibri planetari politici e militari. Dal canto loro i russi utilizzano l’ombrello cinese di super potenza economica e tecnologica (nonostante che la Siberia abbia circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta) per garantirsi un livello economico e sociale di vita non molto dissimile da quello occidentale. Così tra le due potenze vi è una convergenza di interessi tali che le ha portate a stringere un’alleanza strategica.
Se si valuta con un po’ di obiettività gli avvenimenti venezuelani (altro paese strategico per le risorse del suo sottosuolo), iraniani e siriani, emerge l’incapacità delle potenze imperialistiche a risolvere in modo a loro favorevole, la situazione. Se si valuta la presenza cinese in Africa, con la realizzazione in primo luogo di grandi opere infrastrutturali, si comprende meglio l’influenza crescente di Pechino in questo continente in cui, passo dopo passo, sta soppiantamdo l’Occidente, un tempo appunto colonizzatore dell’Africa.
In questa globalizzazione fatta di cose molto diverse, in questa molteplicità della fase, sempre più evidente è – il corona virus sta lì a confermarlo, impietoso è il confronto tra Cina e Usa – il declino statunitense di super potenza dominatrice del mondo. Non è più così e non lo è già da diversi anni. E anche per questo suo declino che crescono le contraddizioni tra gli imperialismi, proprio perché non vi più un polo considerato egemone come nel passato. Gli Usa mantengono ancora un certo vantaggio in quanto sono una superpotenza militare, Germania e Giappone, come si sa, non lo sono.
Dunque vi è un campo, solido e forte, che compete su scala globale con gli imperialismi, tra l’altro sempre più divisi. Ma questo la sinistra italiana ed europea lo ha capito? Mi pare di no. C’è un divario oramai abissale tra la sinistra di tutto il mondo e quella europea, sempre più subalterna al pensiero liberale, e cosa peggiore, se si guarda a quello che succede nell’Ue, è investita da una crisi grave di consensi e di prospettiva, in particolare il Partito socialista europea, del tutto incapace di contrastare gli egoismi delle borghesie capitalistiche e il ruolo invasivo del capitale finanziario franco-tedesco.
Ecco allora che torna di grande attualità la lezione di Togliatti. Non si tratta, ovviamente, di imitare modelli altrui, ma di considerare il campo costruito da Pechino e Mosca un contrappeso formidabile per realizzare un’alternativa alle politiche neoliberiste espressione dell’assoluto dominio del capitale finanziario. Lottare, insomma, per una Europa dei popoli, come prima tappa di un processo democratico di avanzata al socialismo.
Se non si mette mano a una riforma vera e profonda dell’Ue, a iniziare dai trattati rigoristi, a dare un ruolo e capacità legislativa al Parlamento europeo per un welfare unitario e un sistema fiscale unico, se non si riforma la Bce, che diventi effettivamente la banca degli Stati Uniti d’Europa e non il punto di raccordo e di riferimento del sistema bancario e dell’alta finanza preoccupata solo di controllare l’inflazione, se non si realizza un grande piano pubblico per la ripresa e l’occupazione uscendo dai vincoli e dai lacci del debito, se non si cancella la norma della stabilità e del pareggio di bilancio (che noi in Italia abbiamo messo diligentemente in Costituzione), non vi sarà proposta che tenga, compresi gli eurobond, si continuerà a essere sempre sotto schiaffo del capitale finanziario, cioè di quella ristrettissima oligarchie che disegnano la politica e di volta in volta indicano la via da prendere.
Per condurre una lotta senza quartiere al capitale finanziario occorre una sinistra capace di farlo e che abbia, anche fuori Europa, delle alleanze forti e strategiche, per avere più peso, per contare, per influenzare e far crescere un movimento di massa per riformare dalle fondamenta l’Ue. Non una sinistra subalterna al pensiero liberaldemocratico, per cui siamo giunti al punto che all’Onu l’Europa vota sempre con gli Usa di Trump, anche quando si tratta di superare, in tempi di corona virus, tutti gli odiosi imbarchi (o sanzioni) posti da questa brutale e tragica (anche quando rasenta il ridicolo) amministrazione americana, con grande soddisfazione di chi è preoccupato delle posizioni scarsamente atlantiste del Ministro degli esteri Di Maio. Ma in nome di quali interessi l’Ue avalla le sanzioni o gli embarghi alla Russia, all’Iran, al Venezuela e a Cuba? L’omertà dei politici e dei media regna sovrana. Anche una parte consistente della cosiddetta sinistra radicale tace. Così però non si va da nessuna parte, si è solo pedine di un gioco che ha nell’ormai sperimentata maggioranza Ppe e Pse il punto di equilibrio politico voluto dal capitale.
Se la sinistra non fa una precisa scelta di campo, in quanto antimperialista ed internazionalista, e in questa quadro, in un rapporto stretto e continuo tra teoria e prassi, definisce, come fece Togliatti, una sua strategia, inevitabilmente allora il suo destino sarà, ancora per un lungo periodo, quello di restare forza ininfluente in un continente che avrebbe invece bisogno di una ben altra sinistra,altre idee e iniziative, se non vuole essere travolto dal caos del multipolarismo e dallo strapotere della Germania, come è successo alla Grecia. Occorre una sinistra quindi che si batta per una Europa rifondata e che sia solidale, stringendo forti relazioni, con tutti i progressisti della terra che si battono per un altro mondo possibile.

Sandro Valentini

C’erano una volta le “riforme di struttura”. di G. Giudice

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Quelle vere. Per ammissione dello stesso Riccardo Lombardi che delle “riforme di struttura” fece il suo cavallo di battaglia, il primo, in Italia,a pronunciarle , in uno scritto postumo, fu Rodolfo Morandi , quando era ministro dell’industria (nei governo di Unità Nazionale postbellici). Per Morandi tali riforme avrebbero dovuto modificare profondamente i rapporti di potere e gli equilibri tra le classi a favore dei lavoratori. In Lombardi diventano lo strumento per avviare una transizione democratica e graduale al socialismo. Dopo il 68 Lombardi arricchì questa sua impostazione , tramite il recupero della tematica dei “contropoteri ” di Panzieri e Foa. Poi questo termine ha subito quello che Giorgio Ruffolo definiva come “rovesciamento semantico” . Le riforme strutturali diventano quelle del prof Monti, ispirate al monetarismo più duro, alle politiche di austerità e dei tagli alla spesa sociale , alla riduzione dei diritti dei lavoratori. L’opposto del loro significato originario. Ma è comunque doveroso per noi socialisti di sinistra reagire ai rovesciamenti semantici. E fare una battaglia di idee per ricondurre il termine al suo significato autentico per come storicamente si è espresso. Il non reagire ti porta alla subalternità.

Giuseppe Giudice

Idealismo e materialismo. di R. C. Gatti

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Renato Gatti

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Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – reali – mi formo la rappresentazione generale “frutto”, se vado oltre e immagino che il “frutto” – la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che “il frutto” è la “sostanza” della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito.

Karl Marx (La sacra famiglia)

Leggendo l’interessantissimo articolo di Paolo Borioni su Pandora ho avvertito un disagio, che ho fatto fatica a inquadrare, ma che covando nel profondo ha messo in moto un processo di ricerca e riflessioni che spero di tradurvi nel seguito di questo intervento. Vediamo quel che dice il Borioni.

Escludere lo sfruttamento

Il titolo, il messaggio dell’articolo è l’esclusione dello sfruttamento indicato come l’obiettivo comune della “parabola storica del liberalismo e del possibile incontro con il pensiero socialista”. Il riferimento storico si rifà al New Deal e alla socialdemocrazia, periodi in cui “ le società occidentali riuscirono a creare le condizioni affinché il capitalismo non dominasse indisturbato impedendo che esso dispiegasse i suoi effetti più negativi”. E si rifà pure agli anni tra il 1930 e il 1980 anni in cui “un movimento operaio organizzato ha spinto ad attuare politiche di riforme per costringere gradualmente il capitalismo a non usare lo sfruttamento come leva competitiva. Si tratta di politiche di welfare, della domanda, politiche attive del lavoro, di investimento pubblico, che sono state sviluppate e coordinate per dimostrare che l’innovazione avviene meglio e più sistematicamente qualora vengano esclusi gli incentivi a competere mediante lo sfruttamento”. ”Il recupero del consenso popolare, la ricostruzione di una democrazia partecipata, il rifiuto del neolibelarismo globale e dell’ordolibelarismo europeo passano per il confronto con il capitalismo in merito all’ammissibilità dello sfruttamento”.

Definire lo sfruttamento

Quando andiamo a definire lo sfruttamento abbiamo due contributi:

quello di Roosvelt che “permette di identificare il punto fondamentale di una possibile congiunzione fra liberalismo e socialismo democratico: Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese” (Discorso sul National Recovery 1933);

quello del primo ministro danese Krag che “scriveva nel 1944 I socialisti lottano per una distribuzione del reddito molto più egualitaria dell’attuale (…) più è ineguale la distribuzione del reddito, maggiore è il risparmio (…) maggiore è il pericolo che esso sia così grande che non ne seguano investimenti e allora abbiamo la crisi” (In Anderson Socialistiske okonomer og Keynes)

Ovviamente la definizione di Roosvelt è molto limitante essendo addirittura più limitata della concezione che il capitalismo ha del salario, esso infatti deve bastare non solo alla sopravvivenza dei suoi lavoratori ma anche alla loro riproduzione finalizzata a sostituire la mano d’opera che viene a mancare e ad alimentare un esercito di riserva.

Viene allora introdotto il concetto di welfare che “non va considerato come un mero diritto di cittadinanza liberale, ma anche come un sistema che influisce sul mercato del lavoro, determinando il grado di maggiore o minore mercificazione dei lavoratori, di coloro che in altri contesti siano indicati come persone o cittadini”. “Il mercato del lavoro appare dunque un ambito decisivo, in quanto è la dignità del lavoro, più di altre sfere, a determinare la qualità dell’essere persona o cittadino. In un contesto capitalistico attenuare le protezioni (o le politiche per la piena occupazione) implica per i lavoratori l’essere sfruttati in condizioni di crescente minorità”.

Quali programmi allora

Si può dunque comprendere su quale tipo di keynesismo socialisti e liberal possono trovare un punto di convergenza” “parità capitale-lavoro che si congiunga a un insieme di politiche che prevedano la protezione dei salari, la produzione delle competenze – ovvero le politiche attive del lavoro – e del concorso pubblico (in aggiunta a quello privato) come garanzia della domanda reale delle competenze prodotte”. “Dunque sulla strada verso un’innovazione democratica, un’economia senza sfruttamento, occorre potenziare e coordinare investimento progettuale, politiche attive, ricerca e welfare concependo quest’ultimo come pavimento che escluda l’economia informale e precaria. Chi lavora deve poter contare su un’assicurazione ampiamente finanziata dallo Stato, la quale in caso di mobilità, garantisca un tasso di sostituzione prossimo all’ultima retribuzione percepita, con una distanza minore per i salari più bassi. A coloro invece che perdono o non possano disporre di queste prestazioni è necessario garantire un reddito meno elevato ma significativo, vicino all’attuale reddito di cittadinanza. Entrambi questi strumenti dovrebbero essere connessi, nel modo più sistematico possibile a politiche attive che siano a loro volta legate all’investimento di lungo periodo”.

Mie considerazioni

Il modello socialdemocratico nordeuropeo che l’autore ci indica, ci rimanda ad un’altra domanda ovvero se quel modello sia ancora il modello adeguato alla storia attuale. Non sottovaluto le conquiste di quel modello, anzi ci sarebbe da dire magari lo avessimo anche noi, tuttavia non possiamo nasconderci che forse la situazione in cui viviamo ci chiede qualche ripensamento. Il modello che ci viene proposto è il classico modello alla Olof Palme con la sua metafora del pelo da radere senza ledere la pecora. Ecco che allora dobbiamo rivolgere il ragionamento sullo stato di salute della pecora e se, stante quello stato di salute, dobbiamo pensare ad un riformismo con quella pecora, all’interno cioè di quella struttura od invece non sia tempo di pensare a riforme di struttura (riprendo le parole di Riccardo Lombardi), che mettano cioè in discussione l’attuale struttura proponendo e perseguendo un nuovo modello di sviluppo.

La vera differenza che esiste all’interno del pensiero socialista sta, a mio parere, proprio in questa alternativa tra un riformismo dell’esistente modello di sviluppo e un atteggiamento riformatore di superamento dell’attuale modello di sviluppo. Mi pare che questo argomento dialettico sia sempre stato presente e che oggi, o forse da sempre, sia giunto ad un livello finale.

Eppure, in un suo passaggio, Paolo Borioni centra, a mio modo di vedere, il punto filosofico essenziale del pensiero socialista; egli scrive “La prima deriva da quanto appena affermato: anche se in un orizzonte riformista e democratico il socialismo deve, con i suoi alleati, contendere al capitalismo la nozione di razionalità economica”.

Ma questa razionalità economica non nasce nel regno dell’idealismo disgiunto dalla storia e dall’evidenza delle cose, essa deve nascere dall’osservazione e dalla critica del reale. (Mi riviene alla mente la Filosofia della miseria di Proudhom cui Marx rispose con la Miseria della filosofia). Quando Roosvelt, come ci ricorda l’autore, tenta di creare “le condizioni affinchè il capitalismo non dominasse indisturbato, impedendo che esso dispiegasse i suoi effetti più negativi” non giunge a questa conclusione da riflessioni speculative, ma sull’onda della crisi del ‘29. Crisi alla quale ne sono seguite innumerevoli altre, fino a quella del 2007 i cui effetti sono ancora pesantemente lì a condizionare la vita dei paesi. E tali crisi sono destinate a ripetersi probabilmente sempre più di frequente e sempre più gravi.

C’è da chiedersi quindi se si può pensare ad un riformismo all’interno di questo modello di sviluppo o se invece la “razionalità economica” del socialismo non debba rivendicare il suo primato e indicare un nuovo modello di sviluppo.

Certo la dignità del lavoratore, la protezione dei salari, la lotta alle disuguaglianze, la protezione assicurativa, il welfare etc. sono tutte cose auspicabili ma esse non colgono il vero punto della situazione attuale. Ci sono obiettivi che questo tipo di approccio lascia negletti: cosa produrre, come produrre, quali investimenti strategici privilegiare, quale domani preparare per le nuove generazioni etc. Ma sarà o no una cosa importante se partecipare o meno alla costruzione del sincrotrone del CERN, se investire nella ricerca, nella sanità, nella scienza. Basta la democrazia formale senza una reale eguaglianza tra capitale e lavoro?

Il monopolio del capitale nelle scelte politiche è il vero ente programmatore del nostro futuro, ed oggi il capitale proprio a causa dell’inadeguatezza del sistema produttivo capitalistico ad affrontare le crisi che esso stesso produce, di fronte alle difficoltà del produrre un saggio di profitto soddisfacente al capitale stesso, alle difficoltà di mantenere l’egemonia imperialistica, non può che tentare di trovare nuove fonti di profitto dalla emarginazione del mondo del lavoro utilizzando il miglior prodotto del lavoro stesso, ovvero la tecnologia, e d’altro canto ricercare nella finanziarizzazione una fonte di profitto più elevato di quel che la crisi produttiva possa oggi produrre.

Questi due elementi, ovvero:

l’appropriazione da parte del capitale del bene comune rappresentato dalla tecnologia, frutto tipico del mondo del lavoro, utilizzato come mezzo di contrasto alla caduta del saggio tendenziale del profitto;

la fuga del capitale dal mondo produttivo verso la finanza che, per sua natura, non crea ricchezza ma la sposta dagli outsiders verso gli insiders nella più classica espressione dell’income by appropriation;

sono le basi materialistiche di interpretazione della realtà, cui andrebbero a mio parere dedicati i nostri sforzi. Gli sforzi per scavare diritti, protezioni, dignità, welfare all’interno di una struttura in crisi di sopravvivenza, sono sforzi, a mio modo di vedere senza speranza, e meglio andrebbero impegnati per affermare la razionalità economica del socialismo.

Renato Costanzo Gatti

Il pacifismo e le guerre. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Il pacifismo, come movimento politico organizzato, nasce, cent’anni dopo la rivoluzione francese e cent’anni prima della caduta del muro, al congresso di fondazione della Seconda internazionale. Suo nemico, il capitalismo, portato all’uso della violenza dalle sue contraddizioni interne ma soprattutto dalla necessità di contrastare, in ogni modo e ricorrendo a qualsiasi mezzo, il processo di emancipazione del proletariato. Suo fratello/coltello, l’interventismo democratico: comune l’intendimento di costruire un mondo migliore (che per quest’ultimo, si identifica con l’emancipazione dei popoli oppressi); opposti metodi da adottare che si identificano, nel secondo caso, con il ricorso alla guerra.

Tutti e due si collocano nell’ambito della sinistra e occasionalmente avranno modo di convergere (come nella seconda guerra mondiale). Come, nel corso del novecento, avranno modo di convergere i socialisti (per i quali la guerra è un male in sé) e gli altri fratelli/coltelli, i comunisti (per i quali le guerre sono giuste o ingiuste a seconda della natura delle forze in campo).

Ciò premesso i pacifisti, intendono battersi contro la guerra in tre modi: nei casi specifici impedendola e operando perché cessi al più presto; in linea generale e permanente, lottando per evitare processi, comportamenti o crisi politiche suscettibili di portare ad un conflitto aperto.

Questi i protagonisti; intorno a loro movimenti di opinione suscettibili di assumere un’identità e una forza propria; e il cui ruolo, in ultima istanza, risulta quasi sempre determinante. All’interno di un universo che ha come suo epicentro l’Occidente.

Questi i protagonisti che, dopo la caduta del muro, credono di essere arrivati al traguardo. Con metodi diversi. Ma con un orizzonte comune davanti a loro.

Trent’anni dopo i due fratelli/coltelli sono totalmente scomparsi dallo schermo. Gli interventisti democratici perché rei confessi di “pubblicità ingannevole” di progetti che con la democrazia e i diritti umani non avevano proprio nulla a che fare. I pacifisti perché incapaci non dico di intervenire ma di fare sentire la propria voce in un mondo percorso da guerre di ogni tipo e svolte con qualsiasi mezzo, nei confronti di tutti e in ogni angolo del globo; molte delle quali sull’orlo di degenerare e in modo catastrofico. Senza che nessuna, dico nessuna di questi sembri avviata a qualche tipo di componimento.

Mai come ora ci sarebbe bisogno di pacifismo e di pacifisti; ma mai come ora la loro assenza è stata così totale.

Perché? Il problema è cruciale; ma non è facile da risolvere. Né possiamo ricorrere a schemi ideologici nell’affrontarlo. Anche perché, in uno schema ideologico, ci si schiera con i buoni contro i cattivi; mentre, qui e oggi, latitano i primi mentre proliferano i secondi.

Inutile poi, per non dire fastidiosa, la solita lagna sulla “sinistra che non c’è più”. E ve lo dice uno che, su questo tema, ci sta inzuppando il pane; e da mesi. Basti dire, da ora in poi, che la sinistra sta ancora nel paese dei balocchi in cui è approdata decenni fa. Possibile, e magari anche probabile che il crescere dei pianti e delle urla la risveglino dal suo sonno beota. Ma ciò avverrà gradualmente; e non riesco francamente a vedere i suoi pallidi esponenti alla testa di un qualsiasi corteo.

Per l’intanto la protesta non ha bisogno di nessun imprimatur. Perché c’è e cresce in tutto il mondo. Ma, per diventare politicamente rilevante nella lotta contro le guerre, ha bisogno di due cose: istituzioni e/o centri decisionali cui fare riferimento; e soprattutto una sufficiente attenzione da parte della pubblica opinione. Mentre, qui e ora, non ha a propria disposizione né l’una né l’altra.

Qualche breve considerazione sul primo punto. Per sottolineare il fatto che nessuna, dico nessuna, delle grandi organizzazioni internazionale abbia espresso una sola opinione, o formulato una qualsiasi proposta, su una qualsiasi delle grandi crisi in atto. Mentre la principale di queste, l’Onu e il suo consiglio di sicurezza, ha addirittura rinunciato a riunirsi; se non altro per fare proprio l’innocuo appello di Guterres alla tregua dei combattimenti durante la pandemia.

Un fatto gravissimo, questo. E ancor più grave l’indifferenza totale che lo circonda. Due elementi che privano la protesta di una cassa di risonanza essenziale per la sua stessa esistenza in vita.

A limitare drasticamente la nostra capacità di ascolto concorrono invece una serie di fattori: alcuni ereditati dal passato; altri frutto dell’evoluzione in atto lungo questi anni; altri ancora, forse i più significativi, relativi alla radicale mutamento della natura e della portata della guerra nel momento presente.

Difficile così, in primo luogo, scendere in strada contro un pericolo di conflitto generale e devastante che abbiamo cancellato e per sempre dalle nostre menti dopo il 1989 e fino al punto di rifiutarsi di vedere i suoi molteplici segnali premonitori. E ancora, accettare il fatto, pur oggettivamente evidente, che l’America di Trump sia diventata il principale pericolo per l’ordine e per la pace mondiale, dopo essere giunti, tutti, a considerarla come il suo principale pilastro.

E, ancora, difficile guardare al mondo esterno come variabile indipendente del nostro destino dopo essersi rancorosamente ripiegati, tutti, all’interno dei nostri confini (con un provincialismo che nel nostro paese è giunto a livelli difficilmente superabili.

E, infine, e soprattutto, difficile capire che le strategie internazionali di oggi, in un mondo senza né ordine né regole, sono diventate “guerre condotte con altri mezzi”.

Non mancano certo, in questo sistema, i conflitti armati aperti. Ma si svolgono nelle periferie e per interposta persona. Mentre, ad occupare la scena sono le sanzioni, le guerre economiche, le interferenze reciproche talora eversive, i soprusi dei governanti nei confronti dei governati; le massime sofferenze per i popoli, il minimo rischio per chi le arreca. Il tutto in un contesto in cui non si danno soluzioni ai conflitti in corso ma, nel contempo, in cui i contendenti non vanno oltre certi limiti; perché superarli li sottoporrebbe a rischi inaccettabili.

Manca, dunque, in tutti questi drammi, l’incubo della “guerra che torna”; l’unico in grado di scuotere i cuori e le menti. Il che ci lascia liberi di condurre le guerre che ci coinvolgono direttamente, quelle contro il coronavirus e le sue possibili conseguenze.

Si aggiunga, a completare il quadro che le guerre, quelle in cui la gente muore non di stenti o di malattie ma perché colpita da un qualche ordigno, sono lontane da noi. E che a morire sono gli altri senza il minimo rischio personale o ricaduta psicologica per l’uccisore: perché a determinare l’esito fatale saranno bombe intelligenti o asettici droni.

Nulla, in tutto questo, suscettibile di muovere pulsioni pacifiste.

Pure la causa del pacifismo non finirà nella pattumiera della storia. Perché diventerà un elemento di una causa e di uno schieramento assai più ampi: quelli che separano i difensori di un ordine mondiale basata sulla solidarietà e quello che lo concepiscono come sbocco di una lotta di tutti contro tutti. Una partita, questa, appena cominciata; e tutta aperta.

Alberto Benzoni

L’articolo è tratto dal sito alganews.it al link: https://www.alganews.it/2020/05/03/il-pacifismo-e-le-guerre/?fbclid=IwAR2LC3yqtVwijbKfvfkKbF2rFN6kPHIR9VkntrrrLTew3xfkAV_2lYRjYXA

Antifascismo come lotta di classe. di P. P. Caserta

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Il 25 aprile, come anche il primo maggio, è caduto quest’anno in piena pandemia. Tra i due temi e le due ricorrenze esiste, come sempre, un intimo legame. Sia l’antifascismo che il Lavoro sembrerebbero, per altro, aver bisogno da tempo di una cura rinvigorente. Il 25 aprile è la ricorrenza della liberazione dal nazifascismo e momento fondativo della Prima repubblica nata dalla Resistenza. L’antifascismo non è in alcun modo negoziabile. Esiste oggi, purtroppo, un grave logorio dell’antifascismo, la cui colpa non è tuttavia ascrivibile soltanto a chi non ne riconosce la necessità, a chi disprezza apertamente la democrazia e agli anti-antifascisti, ma anche a chi sostiene l’antifascismo in modo solo nominalistico. Chi si dichiara antifascista solo perché antipopulista e “anti-sovranista” ma non ha mai mezza parola da dire sull’élite tecno-finanziaria oggi dominante (ossia, per mantenere tutti i termini di una analogia necessaria, sull’odierno ceto padronale) collabora attivamente alla condizione di difficoltà nella quale versa oggi l’antifascismo. Così l’antifascismo è diventata una delle strutture discorsive non soltanto dell’ideologia mercatista e globalista egemone nell’attuale ciclo neo /ordo-liberale, ma anche dei movimenti post-ideologici che ne presidiano gli spazi perché nulla cambi. Un esempio immediato è fornito dalle Sardine, che si dichiarano antifasciste ma non si capisce di cosa possano mai essere ‘partigiane’; o meglio, lo si è ben compreso quando sono corse dai Benetton. Antifascismo dichiarato e piena difesa sia dell’élite che dei partiti di sistema. La bibita annacquata è servita. Insomma quanto di più innocuo si possa immaginare. Occorre, invece, perché sia investito del suo significato migliore, ma anche perché ritrovi slancio (forse un ritorno al principio, per dirla con Machiavelli) ritrovare come l’antifascismo fu prima di tutto lotta di classe. Il fascismo fu, infatti, padronale e anti-socialista fin dai suoi esordi. Bisogna ritrovare come l’antifascismo fu in primo luogo lotta di classe per non lasciarne la difesa retorica a parolieri, sardine e padroni. Il fronte antifascista fu ovviamente composito e non c’è dubbio che ne fecero parte formazioni nella cui tradizione di pensiero la lotta di classe non solo non gioca un ruolo, ma rappresentò una prospettiva avversata. Tuttavia, concretamente, si toglierebbe moltissimo all’antifascismo dimenticandone la rilevante dimensione di lotta non solo di popolo, ma di classe, prima. Se oggi la vitalità dell’antifascismo appare sbiadita, ci sono molte ragioni, ma almeno una di queste dipende non dai neo/post/eternamente-fascisti in circolazione, bensì dal fatto che si è smarrita la via maestra del conflitto. Basterebbe riflettere su quanti, tra coloro che si dichiarano antifascisti, mostrano di mettere ancora il tema del conflitto in una posizione preminente. Questo smarrimento ha aperto spazi ai rigurgiti reazionari, ultra-nazionalisti, fascistodi e in alcuni casi palesemente autoritari, ma perché a monte ha lasciato campo libero al neoliberismo dagli effetti fascistizzanti. In conclusione esiste un falso antifascismo non solo delle élite, come è del tutto chiaro, ma anche di quanti sono in una condizione falsamente alternativa, in realtà di pieno supporto, con le èlite, perché si limitano a sbandierare l’anti-populismo, riduttivamente inteso come nuovo fascismo, ma hanno completamente abbandonato i temi, le pratiche e i luoghi del conflitto.

Pier Paolo Caserta

tratto dal Blog personale dell’autore pubblicato a questo link https://casertapierpaolo.wixsite.com/ilmiosito/post/antifascismo-come-lotta-di-classe

Il paradosso di Keynes. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Non siamo ancora alla catastrofe, e tuttavia i segnali sono evidenti e incontrovertibili. Tutti gli indici economici sono al negativo e sicuramente nella immediata prospettiva, senza l’aiuto dell’Europa, con la quale dobbiamo trattare e concludere un accordo, ci troveremmo al default economico e sociale e nel breve volgere di tempo, costretti ad accettare un’austerity pesantissima o usciere dall’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sociali alle quali seguirebbero sicuramente ricadute sulla tenuta democratica del paese. Due dati: quello della disoccupazione e a seguire della domanda aggregata, scandiscono il tempo di questa crisi alla quale il governo può sopperire indebitandosi oltre ogni immaginazione, senza indugiare su MES si o MES no, una volta accertata la caduta di ogni condizionalità. D’altro canto, la crisi epidemica ha scansioni temporali di diffusione non coincidenti con le necessità del paese di riavviare la macchina produttiva,  e l’esperienza vissuta in questi sessanta giorni di lockdown ha spinto il paese ad adottare difese che hanno inciso fortemente su tutti i settori della produzione e quindi nella formazione della ricchezza.

Tuttavia, ora si tratta di ripartire e puntare alla ripresa, allo sviluppo della produzione e alla creazione della ricchezza, dentro un disegno e un progetto di sviluppo che porti il paese nella modernità, nella green economy, nella digitalizzazione, nei nuovi processi informatizzati, insomma nella società dei Big data. Le condizioni ci sono tutte. Infatti, una volta superata l’epidemia, sarà come se il paese dovesse ripartire da zero. Spetta quindi al governo dimostrare intelligenza e lungimiranza, proprio ora che l’Europa ha accantonato molti vincoli, deliberato sostegni finanziari di diverso tipo e natura, e sembra orienta ad adottare i recovey bond, dopo che sarà costituito il recovey fund; spetta, quindi, al governo e alle forze di maggioranza  dare prova di volontà, di lucidità, di coerenza. 

Tuttavia non dobbiamo nasconderci che ci sono ostacoli non indifferenti a trovare tutte le risorse  necessarie, questo perché  il governo  non ha messo a punto alcun progetto sia per la parte che riguarda la linea di sviluppo che intende seguire per la difesa delle aziende fondamentali e delicate per lo sviluppo del paese, che per quantificare lo stock di risorse finanziarie delle quali indicare presuntivamente il fabbisogno al fine di costruire un quadro macroeconomico affidabile e perseguibile.  Nel frattempo ci sarà l’imperativo categorico del lavoro che manca e della necessaria riorganizzazione del welfare, puntando convintamente al superamento della povertà, della precarietà, del lavoro nero o sottopagato, anche inventando un nuovo sistema di redistribuzione della ricchezza. Magari anche rivedendo gli astrusi strumenti finora messi in campo  ( quota cento, reddito cittadinanza, e tanto altro ) senza un significativo ritorno di  risultati sul fronte del lavoro e della diminuzione della povertà. Certo, questa non è la classica congiuntura economica, che si caratterizza per mancanza d’investimenti e disoccupazione. E’ qualcosa di più e, per l’ordine di grandezza del disastro economico, è di più difficile.   

Per questo un breve richiamo a Keynes, il quale aveva ben presente che, in antitesi a quanto ritenuto dai teorici a lui precedenti, la situazione d’insufficienza della domanda è un duraturo fenomeno di squilibrio tra risparmi e investimenti (pensiamo alle enormi disparità di reddito e all’abbondanza di ricchezza privata, pari questa a quattro volte il debito pubblico). Nella Teoria generale del 1936, scriveva: Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata… di scavar fuori di nuovo i biglietti…, non dovrebbe più esistere disoccupazione e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente”. Insomma, anche scavare buche, per poi riempirle, potrebbe essere di stimolo alla ripresa. Uscendo dalla metafora, si pensi alle difficoltà per la nostra agricoltura, la quale presto si troverà a fare i conti con la mancanza di manodopera per provvedere ai raccolti; si pensi alla formazione dei lavoratori, alla quale il paese dovrà ricorre nel breve tempo e che sarà giocoforza determinata dalla fase post covid19: trasporti, scuola, luoghi di lavoro, servizi, commercio, industrie, poiché il nuovo paradigma del lavoro sarà il distanziamento, la protezione, la salvaguardia della salute. E ciò comporterà una rivalutazione delle condizioni di lavoro e degli stessi processi, delle stesse procedure, del modello organizzativo.  Ecco, scavare buche per poi riempirle ci serve per capire che nessuno deve essere di peso, che il momento nel quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo e a fare la nostra parte è ora. Altrimenti, nella buca, ci cadremo tutti.

Alberto Angeli

Mio padre. di F. Marchi

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Mio padre è stato un partigiano, comandante di una Brigata operativa in Umbria e nell’alto Lazio. I suoi racconti di lotta e di guerra partigiana sono stati per me un grande insegnamento. Mi raccontò molte volte di quella volta in cui uccise un soldato tedesco. “Fortunatamente – diceva – non sai a chi spari, spari nel mucchio, loro sparano, tu spari. Ma quella volta non c’erano dubbi, ero stato io ad uccidere quel ragazzo. Gli tirai una bomba a mano proprio nella sua buca. Rimasi sconvolto. Era la prima volta che avevo la piena consapevolezza di avere ucciso un uomo, un altro ragazzo come me. E’ tremendo, anche se sai di stare dalla parte giusta non riesci a toglierti dalla mente quel ragazzo a cui hai tolto la vita. E sai che devi andare avanti, specie se hai la responsabilità di altri uomini. Tornai al nostro rifugio e vomitai per un giorno intero”.

Il racconto di quanto avvenuto, per la verità, sarebbe molto più cruento, ma sarebbe solo di pessimo gusto scendere in particolari. Me lo ha raccontato tante volte, forse per farmi capire che bisogna combattere con tutte le nostre forze per quello in cui crediamo ma non dobbiamo mai odiare, non dobbiamo mai perdere la nostra umanità. Per lo meno è così che l’ho interpretato.

E’ stato un combattente, un militante e un dirigente socialista per lungo tempo.
Se ne è andato quasi 17 anni fa all’età di 85 anni. Nacque il 16 aprile del 1918, lo stesso giorno (chissà, il caso) e lo stesso mese in cui è nata una persona che mi sta molto a cuore. Lo porto sempre con me, ogni giorno mi fa compagnia, è come se fosse vivo. E quando devo prendere una qualsiasi decisione penso sempre a cosa mi avrebbe detto mio padre. “Agisci sempre secondo coscienza”. “Fai sempre la cosa giusta”. Questo è stato il suo insegnamento. Questo è rimasto scolpito dentro di me come se fosse intagliato nella roccia.
Ricordo ancora la prima volta che andai con lui ad un comizio proprio a Porta San Paolo. Ero un ragazzino, mi portai dietro il pallone e cominciai a palleggiare da solo come fanno appunto i ragazzini, praticamente per tutta la durata del comizio. Mio padre si salutava con un sacco di amici e compagni, ridevano, scherzavano e parlavano, di politica, ovviamente, che a me allora annoiava terribilmente e mi chiedevo cosa ci trovasse lui di tanto appassionante. Era una manifestazione unitaria, come si diceva una volta, dei due grandi partiti della Sinistra, il PCI e il PSI. Incredibilmente, me la ricordo ancora, forse perché è stata appunto la prima della mia vita. Ricordo che c’erano tanti operai edili con il tradizionale cappello di carta di giornali sulla testa, come usavano allora, poi gli operai della Stefer con la divisa blu, quelli dell’Atac e i taxisti con i taxi (erano di colore verde e poi diventarono gialli) con le bandiere rosse.

Si allontanò diversi anni più tardi da quella sinistra in cui da sempre aveva militato, fin dagli anni dell’occupazione nazifascista. Era molto amareggiato da quello che quella sinistra stava diventando ed era già in larghissima parte diventata. Oggi, se ci fosse ancora, credo che ne sarebbe letteralmente disgustato. Da una parte penso che sia stato meglio che se ne sia andato prima di assistere a quella totale degenerazione, a quello scempio che io invece, suo figlio, ho vissuto.

Celebro così, il mio 25 aprile, Festa della Liberazione, da tempo ridotta ad una ipocrita kermesse, esattamente come il 1 Maggio e il suo maledetto “concertone”.
Tutto molto triste.

Fabrizio Marchi

L’articolo è tratto dal sito linterferenza.info al link http://www.linterferenza.info/attpol/mio-padre/?fbclid=IwAR218IoCpncW5Au7KCrSS96zbIFlpTlCZbyFqwRI5VjQFWUdabew2aB9bfo

Preparare un’alternativa a questo Governo. di A. Angeli

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C’è del tragico, nella confusa strategia del Governo per il reperimento delle vitali risorse finanziarie con le quali affrontare l’emergenza e disegnare un orientamento, un orizzonte oltre il quale condurre il paese una volta superata questa difficile fase pandemica.  Aspettando Godot, cioè che Conte si svegli, La BCE, la Banca centrale europea,  il 12 marzo ha allargato di 120 miliardi di euro il suo piano di acquisti di titoli pubblici e privati tramite l’emissione di nuova moneta (il Quantitative easing, che era già in corso con l’obiettivo di comprare 240 miliardi di euro di titoli). Il 18 marzo, il piano di acquisti per il 2020, è stato rafforzato con un nuovo programma aggiuntivo da 750 miliardi. Il programma è stato anche reso più flessibile perché è stato slegato dall’obbligo di acquistare titoli di diversi Stati in proporzione alla loro presenza nel capitale della Bce: questo le ha permesso a marzo di acquistare 12 miliardi di titoli italiani e solo 2 miliardi di titoli tedeschi. Da qui alla fine dell’anno la Bce comprerà 220 miliardi di titoli italiani, tra Btp, obbligazioni private e altri titoli. Il fondo salva stati viene finanziato con 240 miliardi. Anche il MES è stato sdoganato per affrontare questa crisi pandemica, senza condizionalità per le spese sanitarie, ma respinto con sdegno da Conte e i 5Stelle. Da 4 anni le banche private possono ottenere denaro a tasso zero dalla Bce. Dal 12 marzo le regole patrimoniali sono state allentate per favorire l’aumento del credito.

Altri sostegni sono previsti a favore dei Prestiti concessi alle imprese da Bei e Comse, la Banca europea per gli investimenti, i cui azionisti sono tutti gli Stati dell’Unione europea, la quale ha proposto la creazione di un fondo da 25 miliardi che servirà a garantire prestiti alle imprese per 200 miliardi di euro. Stop al patto di stabilità dal 20 di marzo. Con questa decisione la Commissione europea ha deciso di applicare, per la prima volta nella sua storia, la “clausola di salvaguardia” prevista dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Utilizzo immediato dei fondi disponibili, per cui per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Il 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione. Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro Pil, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali. Sempre la Commissione Europea raccoglierà risorse sui mercati emettendo un prototipo di Eurobond (con tripla A, quindi a tassi bassissimi), che saranno a disposizione dei Paesi che hanno bisogno di prestiti con scadenze a lungo termine, come il nostro paese. Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà Ue (strumento di sostegno ai Paesi colpiti da calamità naturali), per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale. La misura permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.

La reazione di Conte, quasi imperturbabile e fredda: “Lotteremo fino alla fine per gli eurobond”. E sul Mes: “Non è adeguato, l’Italia non ne ha bisogno. Tanto per non mettere in difficoltà Di Maio. Per il resto del governo, silenzio.  Quindi, il governo si muove alla cieca, senza un piano e al buio. Cosi nessuno, proprio il nessuno omerico, sa quanti soldi serviranno per portare il paese fuori dalla crisi e quale sia il piano del Governo per fronteggiare l’emergenza e il piano di sviluppo per il dopo, nonostante l’inflazione delle commissioni speciali, costituite allo scopo di indagare sul sistema dell’universo infinito. Come l’asino di Buridano, Conte non sa scegliere e rischia di far morire il paese.  Non mancano certo le proposte, dalla patrimoniale estesa, partendo da una fascia di reddito di 80.000€, a quella di conteggiare il risparmio privato a diminuzione del debito pubblico che, secondo lo studio apparso sul Sole 24 Ore, consentirebbe di abbatterlo per il 25% della sua grandezza. O, ancora, rivolgersi ai risparmi privati depositati o in titoli, per un valore di circa di 1800 mld di euro, con l’emissione di un Btp ad hoc, denominato titolo salva Italia, per raccogliere poche decine di miliardi da rendere quando?, con quale interesse e per sostenere quale programma? Insomma, comunque si giri la frittata, è sempre al risparmio degli italiani verso cui  guarda e si orienta l’attenzione degli economisti sicuramene della scuola del pensatore Austriaco  Friedrich August von Hayek.  Altre strade sono possibili, ma non è questo il governo dal quale aspettarci una risposta all’altezza dei problemi e delle difficoltà. Spetterebbe al PD e alla sinistra riformista farsi carico di una proposta, un progetto, al quale legare l’emergenza e disegnare il dopo, dimostrando audacia, fierezza riformista sui temi e sulle politiche da sostenere e proporre all’Europa per il futuro dell’Italia, quale unica strada da seguire per indicare ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, una prospettiva credibile, coinvolgendoli nella preparazione, ciascuno secondo le sue capacità e le sue possibilità, perché sentano così di avere contribuito a renderla possibile.

Alberto Angeli