Sinistra

Considerazioni dalla parte dei vinti, di A. Castronovi

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Mi capita spesso di ripensare agli ideali della mia gioventù che sul finire degli banni ’60 animarono le passioni politiche e civili di una intera generazione. Passioni calde che infiammarono le piazze d’Italia e le grandi fabbriche della giovane classe operaia del Nord, in prevalenza meridionale emigrata a Milano e Torino, attratta dalla prospettiva di vincere la grande corsa infinita verso il progresso e il benessere. Dopo, nulla è stato come prima. Il mondo è cambiato davvero ma non nel senso da tanti di noi auspicato. È tramontata definitivamente la civiltà contadina, hanno vinto l’industrialismo prima e la finanziarizzazione e deindustrializzazione dell’economia poi. I valori del consumismo, dell’individualismo, dell’egoismo sociale, della competitività hanno trionfato su quelli della democrazia del lavoro, dell’uguaglianza e della solidarietà sociale, relegati nella pattumiera della storia.

Vincitori e vinti

Che fine hanno fatto i protagonisti di quella stagione? Ci sono quelli saliti sui carri dei vincitori e quelli rimasti fedeli e coerenti a quegli ideali di gioventù. I primi li ascoltiamo ancora quotidianamente dalle nostre TV nelle vesti di opinionisti e di politici. Dei secondi non parla nessuno, emarginati nella sconfitta e nella memoria collettiva. Sono quelli che non si sono mai arresi e che il mondo hanno provato a cambiarlo davvero mettendosi in gioco anche dentro le organizzazioni politiche e sociali in cui hanno militato. L’onda omologante ha livellato le increspature nel tessuto della storia sollevate dalle ansie e dai moti di rivoluzione sociale che avevano animato le grandi attese di cambiamento di quegli anni. Ha vinto e si è confermato il “trasformismo” italiano. La purezza e l’ingenuità rivoluzionarie che avevano animato la nostra generazione e quella dei nostri nonni che promossero l’organizzazione e le prime  lotte dei movimenti dei lavoratori all’inizio del ventesimo secolo – e che avevano generato figure e personaggi straordinari e generosi come Angelo Antonicelli, contadino “sovversivo” senza-terra  di Massafra, il mio paese d’origine – sono state sostituite dai valori opportunistici e omologanti dei vincitori assunti a modello. Il paese oggi si è assuefatto ai valori dell’individualismo proprietario e dell’egoismo sociale che hanno distrutto gli antichi legami comunitari della società contadina e delle prime leghe operaie. Siamo una generazione di sconfitti.

Ho fatto il sindacalista della Cgil a Roma per una vita intera. Ho toccato con mano le ingiustizie sociali e le sofferenze umane. Ho condiviso la disperazione di chi perde un lavoro vitale per un licenziamento ingiusto, ho conosciuto la generosità e la solidarietà operaia. Ho visto in faccia la viltà del potere verso i più deboli e i più umili insieme alla paura e all’angoscia della sconfitta. Ho conosciuto sindacalisti generosi e instancabili nella loro quotidiana opera di organizzatori e di difensori dei diritti dei lavoratori: ma ne ho conosciuti anche di profittatori, di furbetti e opportunisti, per non dire di disonesti. Mi sono sempre illuso che l’impegno quotidiano e la passione politica e civica che mi hanno guidato nella mia attività, fosse inserito in un processo storico di liberazione e di emancipazione del mondo del lavoro. Eravamo certi, allora, che il vento soffiasse alle nostre spalle. Anch’io pensavo che lo sviluppo industriale era la via per il riscatto del Sud e della mia terra d’origine. Oggi il Sud è purtroppo diventato la discarica di rifiuti inquinanti controllati dalle varie mafie, dopo aver subito le devastazioni provocate alla sua storia e alle sue bellezze naturali dalle servitù industriali delle produzioni chimiche e siderurgiche più inquinanti.

Noi” che ci siamo battuti per il Progresso, abbiamo identificato il “gigantismo” con la “modernità” e considerato il “piccolo” come sinonimo di arretratezza. Abbiamo così sostenuto la grande impresa agricola e industriale rispetto alla proprietà e alla civiltà contadina, alle piccole imprese e all’artigianato; le grandi opere rispetto alle piccole; le grandi banche d’affari a svantaggio delle banche territoriali; i mega-centri commerciali che costellano le nostre periferie urbane rispetto alla rete diffusa dei piccoli negozi di vicinato. Abbiamo privilegiato la metropoli rispetto ai piccoli centri, la città rispetto alla campagna e alla bellezza dei luoghi, e abbiamo contribuito allo spopolamento dei borghi e delle zone interne, oggi devastate dall’incuria umana e dalla forza oscura della natura. Abbiamo assunto la crescita come metro di misura del progresso e il “consumismo” è diventato un’ideologia, sinonimo di benessere, ed invece era una droga di cui avvertiamo i sintomi della dipendenza: è un moto complusivo, automatico, non possiamo farne a meno neanche in epoca di austerità come la nostra.

Perché da ex-sindacalista dico queste cose oggi? Perché sono un pentito dello sviluppo e del progresso? Perché sono “antimoderno” e “nostalgico” del passato”? Penso semplicemente che l’uomo per ritrovare la sua innocenza deve purificarsi degli errori che hanno generato gli orrori del nostro presente. Penso al passato come ad una forza potente che può irrompere nel presente e scuotere la terra e l’ordine ivi esistente.

In Ideologia e Poetica (Per Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, 1973 – Mondadori, Milano) Pasolini affermava: “Preferisco muovermi nel passato proprio perché ritengo il passato unica forza contestatrice del presente. Non c’è niente che possa far crollare il presente come il passato: è una forma aberrante ma tutti i valori che sono stati i valori in cui ci siamo formati, con tutte le loro atrocità, i loro lati negativi, sono quelli che possono mettere in crisi il presente”. Solo i vinti hanno interesse a rievocare le immagini degli sconfitti delle epoche storiche precedenti, mentre i vincitori, detentori del potere, rievocano soltanto la storia ufficiale, cioè la loro.

Le macerie dell’industrialismo

Quello che oggi mi preme è avanzare suggestioni che stimolino e aprano le menti e i cuori per ridare un futuro alle nostre terre più martoriate e alla nuove generazioni alla luce delle lezioni della storia e per non ripetere gli stessi errori.Ritrovare e riconnettere i fili spezzati di una storia che non è stata.

Il mio pensiero corre così al famoso discorso sull’austerità di Berlinguer all’Eliseo del 5 gennaio 1977 e a un Congresso della Cgil dei primi anni’70 e alle domande che ivi echeggiarono, rimaste senza risposta: dove, cosa, come e per chi produrre?Sono domande pertinenti ancora e soprattutto oggi. Produrre qualsiasi cosa in un qualsiasi luogo, togliendo diritti e dignità al lavoro e sfruttandolo in tutti i modi possibili, è cosa che contraddice, infatti, un cambio di paradigma del modello di sviluppo. L’industrialismo e il consumismo si sono rivelate la malattia e non il rimedio alle sofferenze, alle privazioni e alle ristrettezze di cui hanno patito per secoli le classi subalterne. A questo esito, per ironia della storia, hanno contribuito anche le organizzazioni del movimento operaio nate per riscattare i più umili e finite nella “trappola” del progresso. Del resto l’industrialismo è stato una vocazione della cultura sviluppista della sinistra politica e sindacale anche in una città come Roma. Il manifesto congressuale della Camera del Lavoro di Roma del 1977 raffigurava l’ombra di una fabbrica con ciminiera che si rifletteva su Castel S.Angelo! Quella immagine non fece scandalo alcuno. Era dopotutto il simbolo di una rivendicazione storica del movimento operaio romano: il sogno irrealizzato di Roma Capitale come grande città industriale.

Oggi, fortunatamente, simili suggestioni sono tramontate, ma nel passato non si avevano di questi scrupoli. Basti pensare che fino agli anni ’20- ’30 il Gazometro e la Pantanella a Roma erano ubicati nella area industriale del Circo Massimo, ai piedi del Palatino e dell’ Aventino! Chi pensasse e osasse fare una cosa del genere oggi sarebbe da ricovero immediato! Bisognerebbe  essere degli ottusi operaisti, infatti, per rimpiangere le fabbriche in città. Chi sopporterebbe, oggi, i fumi nocivi di una ciminiera a pochi metri dalla finestra di casa? Anche questo è lo scandalo vergognoso di cui è vittima una città ultra-millenaria come Taranto! L’industria chimica e siderurgica ha però già fatto il suo lavoro distruttivo;  negli oceani ci sono continenti di plastica, le nostre coste e pianure sono segnate da  un lunga catena di città e siti inquinati e inquinanti. Sono quarantaquattro le aree in Italia inquinate oltre ogni limite di legge: Trieste, Porto Marghera, Brescia, Mantova, Cengio, Falconara, Termoli, Terni, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Priolo, Gela, Milazzo, Napoli- Bagnoli, Litorale vesuviano, Fiume Sacco, Civitavecchia, Piombino, Casal Monferrato, Livorno, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, ecc..

Ora molte aziende hanno chiuso, e resta il disastro ambientale. L’Italia e le nostre città sono disseminate di siti industriali dismessi, colmi di rifiuti tossici abbandonati, che continuano a disperdere veleni nell’ambiente. Come uscire da uno sviluppo che ha inquinato e avvelenato le nostre città, l’aria, la terra, i mari e le acque insieme ai cuori e alle menti dell’umano, per orientarsi verso un’economia e uno sviluppo basato sulla bellezza e la cura dei luoghi, sulla gentilezza e sull’amore verso l’uomo e la natura, verso la madre-terra? L’illusione del progresso (il nostro) sopravvive purtroppo ancora nelle pratiche politiche e sindacali, sopravvive nelle guerre per le materie prime e nell’industria delle armi e nelle distruzioni che portano con loro. Sopravvive nelle servitù militari e industriali di cui è vittima una città altrimenti bellissima come Taranto con il suo magnifico entroterra e i suoi mari. Sopravvive nella rapina delle risorse naturali e di minerali preziosi dell’Africa da parte dei paesi occidentali e nelle sue terribili guerre tribali per accaparrarsi i dividendi della neo-colonizzazione. Sopravvive nei milioni di profughi ambientali e di quelli in fuga dalle guerre generate per il “nostro” benessere.

Quale speranza per il futuro del lavoro?

Dalla crisi emerge lo scheletro contadino della società italiana”, affermava il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita nel 45° Rapporto del 2011. Tanti giovani acculturati e laureati stanno riscoprendo la terra e la cultura contadina portando con sé innovazione e nuovi saperi. Una nuova cultura contadina innestata sul recupero dei piccoli centri spopolati e/o abbandonati delle zone interne e collinari, sulla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale e paesaggistico, sul turismo sostenibile, sull’eno-gastronomia e sulla agricoltura sostenibile e di qualità: questa può essere la strada per il riscatto del nostro passato e delle sue illusioni. Transitare da un modello concentrazionario – dove si centralizzano risorse, capitali, popolazione, forza-lavoro in un singolo spazio-luogo per ottimizzare le risorse produttive, privilegiando le zone costiere e le pianure – a un modello policentrico diffuso e basato sullo sviluppo localee puntando sulla valorizzazione dei territori e sulla decentralizzazione delle risorse; decongestionando le città e orientando lo spostamento della popolazione urbana, della forza-lavoro, verso le aree interne, le colline e i piccoli centri, dalla città verso la campagna. È un compito, questo, che spetta alla politica ma che tocca da vicino la progettualità sociale delle organizzazioni dei lavoratori. Il lavoro – che è oggi la vittima di uno sviluppo sfuggito al controllo dell’umano – e le organizzazioni dei lavoratori non  possono sottrarsi al dovere storico di riconciliarsi con l’ambiente e la natura, con la società e le comunità locali. Nondimeno in questa missione rimangono le possibilità di riscatto del lavoro da un destino che lo relega oggi alla emarginazione sociale e ad una povertà senza la dignità della povertà contadina e artigiana.

Il capitalismo industriale fordista aveva illuso sulle sue presunte infinite possibilità di ridistribuire ricchezza e prestigio sociale ai salariati. L’organizzazione taylorista del lavoro era stata scambiata come ineluttabile progresso tecnico. Ha invece contribuito potentemente alla sua alienazione e alla spoliazione delle sue qualità e del suo sapere. Oggi la globalizzazione ha distrutto le illusioni del lavoro salariato e delle sua aspirazioni “rivoluzionarie”. Rimangono un esercito di precari e di disoccupati e i cimiteri delle fabbriche dismesse nelle periferie delle nostre città, trasformate per amara ironia della storia – penso a Roma e all’ex Tiburtina Valley da santuari della rivoluzione proletaria a casinò del gioco d’azzardo. Il nucleo forte dei lavoratori stabili si è ridotto sempre di più ed è concentrato nei diversi settori pubblici, nelle imprese locali partecipate che gestiscono servizi pubblici, nelle grandi imprese private di servizi, e in quel poco che resta di imprese industriali ancora competitive sui mercati internazionali. Come ripartire dalle macerie che ci ha lasciato l’industrialismo per reinventare un futuro del lavoro e della società? Come conciliare le speranze di intere generazioni escluse dal cosiddetto “sviluppo” con gli interessi spesso corporativi dei lavoratori più protetti? Sono le domande a cui dovrebbe rispondere un moderno sindacalismo confederale. Il sindacato oggi è purtroppo lontano dal popolo dei precari e dei senza lavoro tanto cari a Giuseppe Di Vittorio e alle sue leghe edili e bracciantili. In tante sue pratiche il sindacato si comporta, specie nei settori forti e protetti dell’economia, come una propaggine dell’impresa e dei suoi interessi. Nei servizi pubblici prevale spesso l’interesse corporativo dei lavoratori sulla difesa e tutela dei diritti dei cittadini.

Il Piano del Lavoro della Cgil che fine ha fatto? Scomparso dall’agenda sociale e politica del paese! Migliaia di pagine scritte che non reggono il confronto con le due scarse e “misere” paginette del Piano di Di Vittorio che mobilitò, con gli scioperi a rovescio e l’occupazione delle terre, milioni di lavoratori edili e braccianti precari e disoccupati per la riforma agraria, per la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’elettrificazione delle campagne, e per un piano di investimenti pubblici per la ricostruzione del paese devastato dalla guerra. Il paragone con l’oggi è impietoso se pensiamo ai milioni di giovani precari e disoccupati senza speranza e senza rappresentanza sociale e politica. Dove sono le priorità strategiche di un moderno Piano del Lavoro? Anche questa la sento come una mia sconfitta.

Riconciliare lavoro e bene comune. Una funzione possibile degli intellettuali

I lavoratori non possono essere estranei, come le imprese globali, ai destini dei territori in cui vivono i popoli che li abitano. Questo non può farlo un sindacalismo corporativo che leghi il destino dei lavoratori solo a quello dell’impresa, estraniandosi così dalla società, dai cittadini e dal perseguimento del bene comune. Il lavoro potrebbe ritrovare la sua funzione emancipatrice se fosse non solo finalizzato alla sua riproduzione sociale ma anche per realizzare l’umanesimo del lavoro e  una nuova civiltà del bene comune.

Walter Benjamin, grande filosofo marxista tedesco del Novecento, è stato un severo critico di una concezione marxista-progressista della Storia e della società dei consumi. Nelle sue Tesidi filosofia e di storia, scriveva: “Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’opinione di nuotare con la corrente. Lo sviluppo tecnico era il filo della corrente con cui credeva di nuotare…”. Il Programma di Gohta ( Il manifesto della socialdemocrazia tedesca del 1875), denunciava Benjamin, definisce il lavoro come ”la fonte di ogni ricchezza e di ogni cultura… cosa che fece inorridire Marx”. E continuava: “Questo concetto della natura del lavoro, proprio del marxismo volgare, non si ferma troppo sulla questione dell’effetto che il prodotto del lavoro ha sui lavoratori finché essi non possono disporne. Esso non vuol vedere che i progressi del dominio della natura e non i regressi della società…Il lavoro, come è ormai concepito, si risolve nello sfruttamento della natura, che viene opposto – con ingenuo compiacimento – a quello del proletariato…”

Certamente è importante conquistare la libertà dalla sofferenza e dal bisogno. Aspiriamo per questo al denaro, al successo, ai beni materiali, alla sicurezza. Il lavoro è un mezzo per raggiungere questi scopi e il movimento sindacale ha svolto questa funzione per tutto il Novecento. Ma è proprio impossibile concepire il lavoro al servizio della società e del bene comune vivendo in armonia con la natura? È un’illusione pensarlo? Lo scetticismo è giustificato. L’idolatria del mercato e del consumismo dei “moderni” hanno sostituito,  nella civiltà industriale occidentale, la spiritualità e l’austerità naturale degli “antichi”. Le passioni “calde” della politica partecipata sono state sostituite da quelle “fredde” dell’economia e del business.Viviamo in una cultura aggressiva e fortemente competitiva che ha permeato anche il mondo del lavoro. L’ “io” ha sovrastato il “noi” e il bisogno di comunità. La democrazia ha smarrito i valori fondativi della Polis ed è degenerata nel mercato dei consumi. Il nostro sviluppo è nefasto perché incoraggia altri popoli a comportarsi come noi e ad adottare i nostri stili di vita e i nostri valori egocentrici e materialisti.

Come invertire questa tendenza a partire da noi? Il nostro sistema di vita può rivelarsi insostenibile per la specie umana e per l’ecologia del vivente. Siamo in grado di cambiare i nostri paradigmi e la nostra cultura per fondare una visione alternativa dello sviluppo e del progresso? È questa la sfida aperta per il pensiero democratico e solidaristico, e per gli intellettuali che dovrebbero essere i promotori e i custodi del bene comune. Nella visione gramsciana, ogni gruppo sociale crea una sua categoria specializzata di intellettuali, organici alla sua funzione storica e produttiva. Così Gramsci elaborò la figura dell’intellettuale organico alla classe operaia, ad una classe che si candidava ad essere egemone nella società industriale. Nell’epoca odierna della  decadenza delle classi che hanno fatto la storia della società industriale – la borghesia produttiva e la classe operaia – gli intellettuali, orfani di questo ruolo storico, sono diventati in gran parte “propagandisti” del pensiero unico e dell’ordine esistente assunto come senso comune, al servizio spesso dei politicanti di turno e dei poteri costituiti. Gli intellettuali che amano il progresso umano, invece – orfani di una “classe” ormai dispersa – non dovrebbero ridursi a essere partigiani sostenitori di partitini o di politici di sinistra autoreferenziali, ma divenire portatori di una visione critica del mondo e del potere, nuovi sacerdoti custodi del bene comune e della sacralità dei beni comuni sociali e naturali, educatori delle nuove generazioni, e severi vigilanti dei costumi e dei comportamenti di quanti li denigrano e li oltraggiano ogni giorno.

Il riscatto dei vinti e un sogno

La sconfitta della nostra generazione, che ha fallito nelle sue ambizioni di palingenesi sociale e che non ha saputo vedere i rischi dell’inseguire il benessere e il successo a tutti i costi, si è risolta nel crollo di tutti i suoi miti fondativi. Questa sconfitta sia di lezione per l’oggi affinché non si smarrisca la memoria degli errori di ieri e delle sue sofferenze. La Storia non è solo un susseguirsi di eventi lineari in cui il passato sia alle nostre spalle. Esso ci parla anche con il linguaggio e la memoria dei vinti e degli sconfitti redenti e non solo con quello dei vincitori, affinché quello che non fu possibile ieri diventi possibile oggi o domani. Per Benjamin la rivoluzione futura ci sarà soltanto se il passato sarà redento. Essa è il “balzo di tigre nel passato”.“Il soggetto della conoscenza” – scrive ancora W. Benjamin – “ è la classe stessa oppressa che combatte.., che porta a termine l’opera della liberazione in nome di generazioni di vinti”. Non so se un giorno il mondo cambierà in meglio. Ma se sarà così, lo sarà non grazie a quelli che sono saliti sul carro dei vincitori, ma grazie ai popoli vinti ma non domati, alle classi oppresse, ai sacrifici e alle testimonianze di tutti quelli che pur sconfitti ed emarginati, non si sono mai arresi. Per concludere. Che cosa posso dire oggi al mio paese e alle terre violentate da cui mi sono distaccato oltre quarant’anni fa, stravolte nella loro identità dalla modernità vincente? Ho un sogno per Taranto e i paesi viciniori, città-martiri vittime di questo industrialismo avvelenato: la chiusura dell’ILVA con una grande cintura verde attorno e un grande Museo da creare lungo la catena produttiva dell’acciaio per testimoniare e mostrare al mondo le brutture e le sofferenze umane dolorose di una certa civiltà industriale, che valga come monito per il futuro dell’umanità e delle nostre terre martoriate.

Antonio Castronovi

tratto dal sito: http://comune-info.net/2016/11/considerazioni-dalla-parte-dei-vinti/


Perché NO, di Claudia Baldini

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C’è un club privato di alcune migliaia di persone, non eletti dai cittadini del mondo, che decide il destino in bene o in male di intere popolazioni. Queste persone con il loro seguito di partner manipolano a loro vantaggio i mercati finanziari e impongono la sudditanza della politica dei governi, strozzando gli Stati, o concedendo benessere. Chiunque si oppone a questa gang subisce o in povertà o in guerra aperta.

In questo modo i grandi Istituti commerciali, azionisti delle Banche Centrali, innanzitutto della Federal Reserve e della BCE, riescono a filtrare o trasferire quelle informazioni che servono a reggere il capitalismo mondiale. Il prezzo di beni primari, azioni, obbligazioni, titoli, valuta non sono il risultato di Economia reale e di contrattazioni libere, ma stabilite da questi banchieri liberticidi che conducono la massa dei piccoli risparmiatori e dei contribuenti e che si sono inventati le agenzie di rating specializzate come Moodys o Standard & Poor’s che determinano attraverso i governi alleati le crisi in modo da procurare cassa al capitalismo-liberismo globale.

Nessuna meraviglia che JP. Morgan entri nel governo americano direttamente, c’è sempre stato indirettamente. Nessuna meraviglia che si permettano di stilare un documento apposito a critica delle Costituzioni ‘socialiste’ dei Paesi europei del sud. Nessuna meraviglia che i potenti del mondo in ogni branchia della società si riuniscano per il Bildenberg con i loro amici a valutare ed indirizzare le economioe dei Paesi. Nessuna meraviglia che anche una insignificante giornalista, ma amica di molti, come Lilly Gruber quest’anno sia stata ammessa alla sessione annuale del Bildemberg.

Il cervello che guida il liberismo risiede in un migliaio o poco più di aziende la cui composizione azionaria è incrociata, ossia se si va a vedere sono sempre gli stessi azionisti che partecipano. Meno dell’ 1% delle multinazionali determina la gestione del 40% del totale
Perché ciò è possibile ed è un salto di qualità notevole rispetto al capitalismo del secolo scorso?
Perché il mondo ha perso le forze antagoniste.
Tutti convergono, con la ‘scusa’ della libertà di consumo, su questo modello globale. Sempre più governi di destra, sempre più dittatori disposti a massacrare i loro popoli, sempre più disinformazione, sempre più distrazioni, sempre più ignoranza. E sparisce la sinistra, non fanno sparire il nome che fa comodo per attrarre adesioni, ma hanno fatto sparire l’ideologia valoriale, convincendo che destra e sinistra non hanno più senso. Non è vero che non hanno senso, è vero che sono poca cosa.

Ancora baluardo di una forma di socialdemocrazia che si oppone al super sfruttamento e ai diritti, resta qualche Paese del nord Europa, mentre di nuovo l’America latina è nella bufera, la Cina si adegua, l’Africa ormai è della Cina. L’Europa l’abbiamo sotto i nostri occhi.
La riforma della Costituzione non è per risparmiare quel poco, non è per velocizzare le leggi è per andare verso un’oligarchia. Renzi e la sua banda di amici sono integrati in questa visione in cambio del potere.
Dobbiamo dare un segno, una spallatina a questa immonda logica di lestofanti.
E quelli che votano Sì li aiutano.
Smettiamola col dire che si o no non cambieranno nulla. Primo, già molto hanno cambiato e manca solo annullare le garanzie della legge madre. E in seguito ci si avvierebbe ad un governo di tipo presidenziale, senza contrappesi.
Non è solo la legge elettorale il male.
L’impianto da distruggere è contenuto nella Costituzione come dicono Lor Signori ‘socialista’.

Per questo il 4 deve essere NO, una valanga di NO.

Claudia Baldini

Il lavoro al tempo del PD, di C. Baldini

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Ci voleva la cosiddetta sinistra al governo per distruggere l’equilibrio delle parti che fanno ‘lavoro’
Oggi sentiamo imprenditori che, a parole, appaiono suadenti, gentili, sempre sorridenti. Ne hanno ben motivo: dopo la ‘Riforma del lavoro’ (occhio alle riforme renziane!!) fanno quello che vogliono. Non c’è limite, non c’è controllo.
Dal non assumere se hai una tessera sindacale o se non garantisci di non volere figli o se non accetti i voucher, al poter licenziare dopo tre anni e riassumere per godere degli sgravi fiscali a pioggia.

La Riforma ha fatto regredire i diritti del lavoratore al primo dopoguerra , sempre sotto ricatto di licenziamento, creato lavoratori ‘schiavi’ che accettano di tutto pur di lavorare. Ad ogni ingiusta decisione del governo , invochiamo scioperi e mobilitazioni. Non è facile mobilitare lavoratori quando sono ricattati, sono finiti i tempi dei grandi sacrifici, anche perchè son finiti i tempi dei grandi sindacalisti. E un sindacato come la Cgil, che pure rimane il solo ancora ad alzare la voce, è scivolato arrampicandosi per i gradini del palazzo.

E se non c’è qualcuno che ti chiama , che dice dei no, che ti esorta a lottare, ti senti solo. Tante le tessere sindacali non rinnovate, ma è bene, pur criticando e lottando per cambiare le cose, ricordare che il sindacato siamo noi.
Noi dovremmo andare a protestare contro patti non graditi. Non ridare la tessera. Farci sentire. Se muore la Cgil, è più dura per tutti. Avremmo dovuto non mollare la lotta contro la Riforma del lavoro . Cofferati non l’avrebbe mollata. Ma Cofferati si è anche sempre reso interprete dell’autonomia dal partito.

E’ indubbio che c’è uno scadimento nella formazione di una dirigenza cresciuta all’interno del palazzo rispetto a chi aveva anche lavorato nel mondo reale. Si instaura un rapporto di fiducia diverso con gli iscritti. E si capisce di più quando si deve proseguire con ogni mezzo la lotta. La lotta che pone in modo arbitrario e contro i lavoratori , una legge che in un mese ha spazzato via lotte di anni.
E a poco serve, per ridare fiducia, proporre referendum e legge per recuperare lo Statuto.

Chiunque può vedere che cosa è diventato lavorare al tempo di Renzi. Ma potrei dire al tempo del PD, perchè tutti hanno votato il jobs act, tutti hanno votato la riforma indecente della scuola, tutti hanno votato i tagli alla sanità e tutti voteranno l’Ape.
Che poi si oppongano forse alla Riforma Costituzionale mi fa piacere , ma non mi fa mutare il giudizio. E questo scivolamento netto a destra era già in embrione alla nascita del PD, fusione che stranamente ha fatto soccombere la parte maggioritaria e prevalere la parte democristiana.

Per questo io sarei più favorevole a lavorare a sinistra e buttarsi a ricostruire una Sinistra unitaria, più che a pensare a continuare un centro sinistra-destra con il PD. Perchè il PD è qualcosa che non contiene più i buoni semi della sua tradizione ma è ‘contaminato’ fortemente da valori opposti. Ed un piccolo partito di sinistra che ponga come centro della sua strategia ancora l’alleanza col PD è destinato a diventare PD per sopravvivere.

Ne vediamo le applicazioni nei consigli regionali dove nulla distingue l’operato di Sel da quello del PD. Perchè quando fai un’alleanza non c’è mai scritto che accettaeranno il jobs act o la deforma della scuola o i tagli alla sanità. Ci sono solo buone cose nei programmi elettorali.

Allora è meglio pochi ma buoni. E se son buoni, cresceranno.
Intanto votiamo NO.
Ma pensiamo anche a come proporci ad un Paese che vota NO alla Deforma Costituzionale e alle Trivelle. Perchè che si vinca o si perda o non si raggiunga il quorum come per le trivelle, sono tanti che dicono NO a questo modo di governare.

Claudia Baldini

Lavoro e casa due diritti precari nell’era del job act, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

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Due parole per dire: questione lavoro e questione abitativa due elementi complementari e ineludibili per il Governo e per noi.
L’Italia o meglio il Governo, compresi quelli che si sono succeduti negli ultimi anni, ha abbracciato e sostenuto con ogni mezzo la estrema precarizzazione del lavoro, ha esaltato il precariato anzi lo ulteriormente affinato arrivando fino al lavoro accessorio quello pagato ( si fa per dire) con i voucher. Eppure dovremmo capire bene quello che sta accadendo in quanto spesso si sottovaluta la questione abitativa e in particolare il nesso tra la precarietà abitativa e la questione lavoro.
La domanda è: come può un governo ultraliberista pensare di affrontare la disoccupazione e la stagnazione economica con i lavori a termine, con la mobilità sospinta a piene mani ( vedi scuola e doccenti mandati da Palermo dove risiedono a insegnare nelle valli bergamasche) se abbiamo un Paese immobilizzato da una percentuale di abitazioni in proprietà elevatissima , intorno al 90 per cento?
Per fare esempi: la Germania, checchè se ne dica, è ancora la locomotiva economica, non solo ha un tasso di disoccupazione molto inferiore al nostro, non solo ha stipendi molto più elevati di quelli corrisposti in Italia ma ha il 65 per cento delle famiglie in locazione. E’ un caso se i Paesi dove la crisi ha aggredito di più i ceti popolari e il ceto medio sono Italia, Grecia e Spagna, tutti paesi con elevatissima percentuale di abitazioni in proprietà?
Come può Renzi spacciare una ripresa economica basata su mobilità e voucher se poi le lavoratrici e i lavoratori hanno case in proprietà o vivono in case di proprietà con i genitori.
Per tornare ai lavoratori della scuola ma come fa un insegnante andare da Palermo alle Valli Bergamasche se lascia una casa di proprietà e deve andare a trovare un affitto che peserà non meno del 50 per cento del suo stipendio.
E’ forse un caso il successo , si fa per dire perchè è una aberrazione etica e sociale definire questi un lavoro, se 1,7 milioni di lavoratari hanno come unico reddito quello dei voucher e non a caso per “lavori” che si svolgono in loco ovvero dove vivono.
E’ pura follia pensare politiche di precarietà abitativa e lavorativa se non si abbandonano le politiche di spinta all’acquisto, e si abbandonano di fatto politiche che aumentino l’offerta di alloggi sociali a canone sociale o agevolato.
Appare del tutto evidente che un Paese immobilizzato da una cosi alta proprietà edilizia non possa avere alcun futuro economico e sostenibile se non si abbandonano le politiche di cementificazione del territorio e di sostegno esclusivo alla rendita immobilare e alla speculazione.
Questa è secondo me una evidente contraddizione che Renzi non risce a sciogliere e che rende evidente il suo fallimento, se non basando il tutto con politche repressive anche di carattere istituzionale.
E’ un peccato che la sinistra tratti la questione abitativa con tale sufficienza e pressapochismo.

Massimo Pasquini

(Segretario generale dell’Unione Inquilini)

Avanti, di C. Baldini

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Per costruire una sinistra europea ci vogliono altri presupposti. Il primo è che si riesca a costruire una sinistra unitaria anti-liberista negli Stati Sovrani.
Il secondo che il sindacato torni a fare la sua parte di difesa dei lavoratori e dei disoccupati, rifiutando accordi indecenti e lesivi della stessa dignità ei lavoratori e dei precari. Si rifiuta e si chiama alla lotta. La Francia ci ha insegnato che si può fare. Non importa se le maggioranze approvano in parlamento, è importante che nei posti di lavoro le persone abbiano fiducia nel sindacato e proseguire la lotta.
Non si piegò la Cgil davanti a Berlusconi, chi fa parte del sindacato deve guardare la tutela di chi lo paga per stare lì. Spero di farmi capire.
Il terzo presupposto è tentare di rianimare quei movimenti che avevano gran parte radici nell’area PD che avevano dato la riscossa contro la destra.
Se la strada è questa ed è lunga sicuramente, possiamo però dire che stiamo costruendo una Sinistra Unitaria. Unitaria significa , pluralismo di vedute, entro um manifesto programmatico condiviso, ma che si riconoscono nell’azione di un singolo Partito. In fondo il Pci era questo. Il Pd non è nato con questa connotazione , ma come partito di centro-sinistra. Debole perché da una fusione di DNA differenti a freddo. Chiunque poteva scegliere di starci per convenienza e infatti Renzi ha lavorato per questo. Non ha scelto Forza Italia perché Berlusconi era inamovibile, ma è andato a farsi consigliare . Si è creato gli sponsor e si è messo in carriera. erto che ha bisogno del supporto della base zoccolo del vecchio DS, ma è una base che non potrà reggere a lungo. Quindi da una parte la politica degli 80 euro e dall’altra qualche soldo ai diciottenni(forse) per gli smart o tablet. Sotto campagne elettorali, come Berlusconi, tira fuori Irpef e quel che seve. Con che soldi? Eh, chiedendo flessibilità all’Europa e aumentando il debito. Se non l’avrà li prenderà dalle pensioni o dalla sanità.

Ed ora una seria domanda a Sinistra Italiana : vi pare un centro sinistra restare alleati con il PD? Da Verdini a Fratoianni? Beh , avete un bello stomaco. Fate pure. Voterò diversamente, anche se mi dispiace per il Paese.
Io sono certa che se invece SI ingranasse la marcia a sinistra, parlerebbe altro linguaggio e a tanti giovani.
E c’è bisogno in Europa che si ricostituisca una Sinistra, per osteggiare TTIP e guerre. Parlare seriamente di migrazione e fare.
Stabilire gli Statuti del lavoro insieme al Sindacato europeo.
Potremmo anche contare su collaborazioni eccellenti come quelle di D’Alema o Cofferati, stimati in Europa da tutti. Solo noi rottamiamo le persone valide. Poi votiamo Sala sindaco.
Questa è una riflessione personale, se ancora qualcuno mi risponde male e offensivo, lo banno, senza nemmeno dirlo.  Perché il rispetto che io porto per gli altri mi è dovuto.

Claudia Baldini

L’impatto liberista, di C. Baldini

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Dagli anni ’90 in poi è subdolamente cambiata la civiltà del vivere, del convivere e la faccia della democrazia, reale. Quando l’ unico metro di valutazione divengono il Pil e le borse, significa che dal lato economico si scatena la corsa al Pil , aumentando competitivita, indipendente dal degrado della qualità della vita e dall’altra non si ha interesse a reinvestire in economia ma la si delega in perdita alla gestione politica.
Subdolamente perché i più speravano che solo la classe operaia dovesse come al solito pagare ed invece grazie alla crisi finanziaria indotta, tutte le categorie stanno soffrendo. Tutti coloro che non hanno accesso alle informazioni che contano, non possono arricchirsi o sopravvivere mediante clic che spostano le regole del gioco al giusto potere.

Quindi diviene meno importante produrre beni o servizi per investire e dare economia reale, piuttosto che aggiungere ricchezza a ricchezza.
E non importa se quel clic manda un Paese fallito o in dittatura, finché rende va bene.

Non è che la trasformazione sia giunta di improvviso , preparata per tempo dalla decisione Usa dell’accorpamento banca commerciale – banca affari. Veniva li a Bretton Woods sancito l’impiego del risparmio per investimento finanziario. Cadeva quindi due capisaldi dell’ economia reale : il credito territoriale e il possesso delle azioni industriali per sostenere le imprese nella loro crescita. Un patto insostituibile per lo sviluppo di un Paese: io compro azioni Fiat perché aiuto il lavoro per tutti. Ora compri e vendi per speculare, al di là della rappresentatività dell’azione. È un po’ come giocare alla roulette rossa sulla sopravvivenza di una economia e dei suoi addetti.
Non è un caso che Sanders pretenda la separazione bancaria, il rigido controllo della Fed sulle società quotate e la drastica limitazioni delle transazioni speculative. Difficile, sì, ma socialismo.
Dalla Cina all’ America, dall’ Europa agli Emirati Arabi, chi detiene leadership sulla Finanza globale, governa il mondo. È dallo scontro e convenienza tra essi che cadono governi, si fanno guerre per il possesso di aree di influenza, si usano dittatori, terroristi e false democrazie al fine di mantenere in equilibrio gli stessi poteri sulla pelle di chi non li ha. Non c’è infatti alcun motivo militare di continuare l’ accerchiamento da parte della coalizione alla Siria, se non quello di sottrarre influenza politica alla Russia. Una volta ci si minacciava con i missili, ora con il controllo del mercato. La strizzatina d’ occhio del fascista Erdogan a Putin è un avviso di sfratto alle 24 basi americane in Turchia. Il massacro dei Curdi ed ogni violazione dei diritti sono effetti collaterali. La posta è il controllo del mercato. E i terroristi nativi e foraggiati da Arabia Saudita e lasciati fare in Turchia sono uno strumento nello scontro di potere.

Anche la debole Europa,inetta e mediocre partecipa al piatto e al sistema attraverso i Ttp.
È ovvio che dovessero sparire le ideologie e la politica dovesse cambiare per non decidere. Perciò non abbiamo teste autonome ,potere politico, ma solo pedine politiche nello scacchiere internazionale. Lo stesso Obama, nonostante le buone intenzioni., ha dovuto soggiacere al mostro creato negli anni di Reagan , Bush e Thatcher.
In Europa non esiste un Paese socialista: la Grecia è alla gogna senza influenza e senza onore.

In Italia, dove abbiamo un Paese diviso tra pubblico,mantenuto col clientelismo, e privato con ogni diritto perduto, né il Pci del dopo Berlinguer, né la Cgil del dopo Cofferati che si è crogiolata nell’ identificazione col Pd, hanno valutato la portata di sconvolgimenti che venivano dalla globalizzazione. Si sono adeguati al concetto di massima competizione, pensando alla qualità decisamente scartata a favore del basso costo.
Non mi spiego diversamente la calata di braghe di D’Alema, Fassino, Chiamparino inquadrati nel New deal malefico della fusione a freddo veltroniana. Fusione con chi questo mercato globale lo incensava, avendo il capitalismo fissato nel suo DNA. Tutto ciò ha portato da Treu, Biagi in poi ad accordi disattesi da difendere con lotte continue per farli rispettare. E Cgil , anche isolata, si è riparata nel Pd, dopo il 2008, con un silenzio assenso colpevole e traditore dei suoi valori. Abbiamo perso il contatto con il degrado culturale e sociale nelle fabbriche, negli uffici. E come al solito bersagliati anziché sorretti a ricompattarsi e porsi riferimento per la difesa dei diritti ci siamo ripiegati sulle singole difese aziendali e sui soli contratti. Pare che qualcosa cambi , ma è molto tardi.

Nel pubblico dopo un perdurare ancora di clientelismo, è precipitato tutto. Niente contratti, furbetti a volte difesi, dirigenti intatti.

Abbiamo ancora la forza e il coraggio di cambiare il nostro palazzo per tornare alla lotta? Non so, ma non c’è scelta è non perché spariamo noi, ma perché nessuno è ora più in grado di noi di tentare.
L’ultima nefandezza del Jobs act ha allargato la faglia tra la dirigenza e la base. Anche qui solo Landini e pochi altri hanno capito. Basta analizzare bene come il Jobs act sia un atto pro poteri forti del mercato. Si è interrotta la fidelizzazione del lavoratore con il suo posto di lavoro che non significava solo stabilità, ma attaccamento e collaborazione. Ha rotto un modesto equilibrio di poteri tra impresa e lavoratori faticosamente conquistato, lo tiene perennemente sulla porta di uscita.

Da Pomigliano in poi con l’ appoggio politico e dei sindacati soliti, Marchionne rappresenta sul mercato dell’usato auto la mano della Finanza e ancora il pd lo loda.

Bisogna tornare all’ origine. Non so come.
E la sinistra non ha finito il suo ruolo. Ma anche qui è sfacelo. Ovviamente,venendo a mancare dalla sinistra il partito maggiore in politica di destra impegnato con ominicchi e furbetti è normale. Quello che non è normale è avere gente che si dice di sinistra, ma vuole alleanze con Verdini.

Non vedo una grande volontà di tentare, di unirsi di rendersi credibili. In fondo dobbiamo trarre forza e unità da chi ripartì dopo la Resistenza anche se era più semplice. Volendo, ora, abbiamo maestri e strumenti culturali alle spalle da far prevalere sui piccoli uomini che abbiamo dentro

In fondo giochiamo il futuro di un Paese che potrebbe anche dare una svolta in Europa.

Claudia Baldini

La Costituzione di Lelio Basso, l’eguaglianza possibile e l’attacco ai nostri diritti, di M. Zanier

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Attribuiva grande valore al movimento di resistenza non solo perché aveva combattuto per la libertà e la giustizia ma perché essendo stata una lotta di popolo aveva promosso la partecipazione delle masse alle scelte politiche del Paese”. Così Aldo Aniasi [1], partigiano in Valsesia e nella Repubblica dell’Ossola, dirigente socialista di livello e poi sindaco di Milano inquadrava un aspetto centrale del pensiero di Lelio Basso.

Resistenza, lotta di popolo, partecipazione delle masse possono sembrare a noi oggi cose circoscritte nel tempo della guerra di liberazione e lontane dai nostri giorni ma invece costituiscono ancora l’intelaiatura di alcuni articoli molto importanti della nostra Costituzione, il n. 3 e il n. 49, che proprio Basso ha contribuito in modo determinante a scrivere e costruire nella loro forma definitiva.

Come ha detto lucidamente Stefano Rodotà[2]: “Contraddizione e conflitto, e partecipazione dei lavoratori, ci conducono così al capolavoro istituzionale di Basso (assistito dalla fiduciosa sapienza giuridica di Massimo Severo Giannini): all’art.3 della Costituzione, e soprattutto a quel suo secondo comma sull’eguaglianza sostanziale che innesta sul tronco istituzionale la contraddizione sociale, che forza le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione. Si precisano così le modalità dell’intreccio tra lotta politica e strumenti istituzionali, e il ruolo di questi strumenti nel processo rivoluzionario”.Chiarendo senza possibilità di dubbi quello che Basso immaginava col termine “rivoluzionario”: “Un processo le cui caratteristiche diventano più chiare nel momento in cui il riferimento alla legalità non allude ad un “dopo”, ad una legalità rivoluzionaria che si pone come momento terminale, successivo alla presa del potere realizzata per vie diverse, ma diventa una delle componenti essenziali di una lotta politica e sociale, qualificando così modalità e caratteri di quel processo.”

La commemorazione di Stefano Rodotà, è chiaramente più ampia di questi pochi passaggi, abbraccia un periodo più vasto che comprende l’impegno di Basso nell’Assemblea Costituente, ma anche il suo contributo nel 1976 alla stesura del documento fondante del diritto delle Nazioni Unite, la cosiddetta Carta d’Algeri, in cui lui individua un legame sostanziale tra la rimozione degli ostacoli materiali per l’individuo indicata nell’art. 3 della Costituzione italiana e quelli per i i popoli nella carta del 1976. E questo ci riporta al momento iniziale del nostro ragionamento, alle parole del partigiano Aldo Aniasi che vedeva nel socialismo di Basso un processo in divenire per portare attraverso la lotta di popolo le masse alla partecipazione democratica del potere.

Ma chi era in quegli anni Lelio Basso e cosa aveva significato il suo pensiero negli anni precedenti la lotta di liberazione e la Resistenza? La domanda non è delle più semplici ma è estremamente importante perché ci permette di ricostruire le origini di un’elaborazione teorica tra le più significative del Novecento che tanto ha influenzato negli anni successivi gli sviluppi e l’affermazione di una politica di classe che è stata uno degli aspetti migliori del socialismo italiano del dopoguerra.

Tra i molteplici studi che si sono susseguiti negli anni su di lui, segnalo per tanti motivi l’ultimo ampio lavoro di Chiara Giorgi[3]che ne ricostruisce il percorso dalla sua formazione alla costruzione passo dopo passo della nostra Carta costituzionale nei lavori dell’Assemblea Costituente.

Basso, che apparteneva alla generazione di Piero Gobetti, Rodolfo Morandi e Carlo Rosselli, ossia di coloro che sentivano sulle loro spalle il peso e la responsabilità di una generazione da reimpostare seguendo gli insegnamenti di Antonio Labriola e Rodolfo Mondolfo, fin dai primi saggi negli anni Venti ha espresso una consapevolezza rara del dover dare vita ad un processo che facesse rinascere su basi nuove il socialismo italiano partendo sia da una lettura attenta dell’opera di Marx che dalla necessità di registrare la coscienza di classe del proletariato. Fin da questi primi scritti, il cammino delle masse proletarie si configura come una pressione del lavoro sul capitale e della classe lavoratrice sullo sviluppo della grande industria. Negli anni insomma dell’affermazione vittoriosa e tronfia del fascismo, con la negazione dei diritti essenziali ed il controllo del regime sulla classe operaia, Lelio Basso, afferma che “il socialismo dev’essere non solo lo sbocco cosciente della rivoluzione proletaria, ma anche la realizzazione del pensiero filosofico del proletariato”. Saranno queste le premesse dell’antifascismo di classe degli anni Trenta, quel Centro socialista interno diretto da Rodolfo Morandi e costruito clandestinamente con Eugenio Colorni, Lucio Luzzatto ed Eugenio Curiel che avrebbe impostato, con maggiore consapevolezza del gruppo di Giustizia e Libertà ormai falcidiato dal regime, le premesse di classe della futura Resistenza e della collaborazione tra socialisti e comunisti per la creazione di un futuro democratico del Paese.

È questo il terreno da cui nasce e si sviluppa in lui la necessità di fare posto alla partecipazione popolare alla democrazia unita alla tutela dei diritti inviolabili della persona umana nell’ordinamento del nuovo Stato italiano. Per questo si batterà con successo nell’Assemblea Costituente per costruire l’impianto dell’articolo 3 e dell’articolo 49 in relazione a quanto espresso nell’articolo 1, ossia normare l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e la loro possibilità di associarsi liberamente per partecipare alle scelte politiche della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Se entriamo ora nelle pieghe della scrittura della Carta costituzionale, diventano ancora più appassionanti le sue posizioni e le sue battaglie per far passare i principi del socialismo e del rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo, visto come parte di un insieme di lavoratori che hanno il diritto di trasformare progressivamente i rapporti di forza che ancora determinano l’esclusione dai processi decisionali.

L’articolo 3

Tutti conosciamo, credo, il testo dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ma dietro questo articolo forse non molti di noi sanno quanto lavoro c’è stato da parte dei costituenti ed in particolare di Lelio Basso, che è riuscito a fare affermare alla nostra Costituzione che non si realizzerà l’uguaglianza affermata nel primo comma (“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) , se lo Stato italiano non avrà rimosso gli ostacoli che impediscono ai suoi cittadini di avere la sostanziale uguaglianza (comma due).  Ed essendo in contrasto il comma due (ci sono ostacoli da rimuovere per realizzare l’uguaglianza ) col comma uno (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge) esiste nell’art. 3 la concezione dei rapporti di forza sociali da modificare progressivamente in uno Stato democratico, di chiara derivazione marxista, che Basso espresse più tardi [4] con queste parole: “riconosce che in Italia c’è un ordine sociale di fatto che è in contrasto con l’ordine giuridico”.  Se la definizione dell’eguaglianza sostanziale che spetta di diritto ai cittadini si configura come un processo in divenire, è anche la critica della definizione di “uomo naturale e isolato” che il suo contributo in Assemblea costituente contesta, affermando che la persona è al centro dei rapporti umani e sociali e si afferma all’interno del contesto sociale. Ed  anche questo è evidentemente un concetto di derivazione marxista che lui porta dentro la legge fondamentale del nuovo Stato italiano.  Non si capisce la portata delle affermazioni contenute nell’art. 3 se non si tiene presente la visione politica complessiva di Basso che nel 1947 [5] espresse con queste parole: “Noi pensiamo che la democrazia si difende […] non cercando di impedire o ostacolare i poteri dello Stato, ma al contrario, facendo partecipare tutti i cittadini alla vita dello Stato […]. Solo se noi otterremo che tutti siano effettivamente messi in condizione di partecipare alla gestione economica e sociale della vita collettiva, noi realizzeremo veramente una democrazia”.

L’articolo 49

L’altro articolo della nostra costituzione sul quale dobbiamo soffermarci è il 49, che recita:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

 Anche qui l’impegno di Basso è stato fondamentale e già da una prima lettura se ne può scorgere il nesso profondo con quanto sancito dall’art.3. Ma nondimeno è legato strettamente con quanto scritto nell’art. 1, secondo cui la sovranità appartiene a tutto il popolo.  È con il riconoscimento ai partiti del ruolo di strumenti democratici per determinare la partecipazione della democrazia, si badi bene, a tutti i partiti, non solo quelli al governo ma anche quelli all’opposizione che in questo articolo si rende manifesto quanto espresso nell’articolo 1 legando ad essi la sovranità popolare, il carattere democratico della forma repubblicana, il riconoscimento di partecipare tutti con le proprie idee e convinzioni politiche alle scelte del governo ed alle osservazioni dell’opposizione, perché entrambe portate avanti da partiti che sono riconosciuti dalla nostra Costituzione perché espressione della libera associazione dei cittadini (che l’articolo 3 afferma essere tutti uguali davanti alla legge senza distinzioni e dunque tutti in grado di esprimere una propria idea politica e di partecipare delle scelte dello Stato). Per Basso i partiti consentono di superare la vecchia logica de sistema parlamentare di impostazione liberale, perché esprimono “le differenze effettive del popolo reale”. Sono i partiti, banditi ricordiamolo sempre dal regime fascista contro il quale i nostri costituenti hanno lottato e Basso con loro, i massimi garanti che questa unitaria volontà corrisponda quanto più possibile agli interessi della popolazione. Sono essi il tramite fra la sovranità popolare riconosciuta dall’art. 1 quale fondamento dello Stato italiano e gli organi deputati a realizzare la sua volontà in forma di legge.

La riforma Renzi- Boschi ed il ruolo dei socialisti

Ricostruito il percorso che ha portato il massimo costituente socialista ad inserire nella Carta costituzionale il riconoscimento dell’inviolabilità dei diritti di ogni cittadino ad esprimere una propria opinione, il ruolo dello Stato che riconoscendo l’esistenza di un ordine sociale difforme da quanto affermato come diritto inviolabile di tutti si deve impegnare a rimuovere gli ostacoli che vi si frappongono, il ruolo dei partiti come espressione massima della volontà popolare e portatori delle diverse istanze della gente che vive quotidianamente le difficoltà più diverse e vuole contribuire col voto a determinare le scelte politiche nazionali dei singoli governi, come potrebbe essere possibile che i socialisti oggi sostengano le ragioni della riforma Renzi-Boschi che di fatto toglie la voce alla gran parte dei cittadini, non riconosce valide e degne di nota le opinioni differenti dal partito che con una risicata maggioranza potrebbe controllare l’intero Parlamento, stravolto peraltro nella sua forma e nelle sue funzioni dall’abolizione di fatto dei contrappesi necessari presenti nella formulazione di una Camera e di un Senato con pari dignità giuridica ed introduce parlamentari nominati direttamente dal Presidente del Consiglio?  Per me tutto questo se per un comune cittadino è inaccettabile, deve esserlo a maggior ragione per chi si definisce nel socialismo, nei suoi principi, nei suoi obiettivi, nel suo orizzonte di trasformazione sociale complessiva attraverso passaggi graduali ed il metodo democratico del confronto delle idee diverse.

Per mantenere la democrazia in Italia, continuare a far sentire ciascuno la nostra voce, confrontarci sui problemi reali e trovare delle soluzioni possibili, al Referendum di ottobre diciamo NO all’attacco del governo Renzi ai nostri diritti in nome della nostra bella inimitabile Costituzione, amata e studiata in tante parti del mondo.

Marco Zanier.


[1] Aldo Aniasi, “Maestro di socialismo”, intervento pubblicato in “Lelio Basso”, edizioni Punto Rosso 2012, p. 137

[2] Stefano Rodotà, “Vocazione costituente” (estratti dal discorso commemorativo tenuto il 15 novembre 1988 presso la sala Zuccari del Senato della Repubblica) ora in “Lelio Basso”, ed. Punto Rosso cit., p. 47

[3] Chiara Giorgi, “Un socialista del Novecento. Uguaglianza libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso”, Carocci editore, 2015

[4] Lelio Basso, “Interventi”, a cura di F. Livorsi, “Stato e Costituzione”, atti del convegno organizzato dalla Fondazione Basso- ISSOCO e dal Comune di alessandria, Marsilio, 1977, p. 130

[5] Lelio Basso, AC, A, 6 marzo 1947

Alcune impressioni sul voto, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Per Renzi l’esito di questo voto è una Caporetto, con inevitabili riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione che si allarga agli strati moderati e centristi dell’elettorato forzista non decolla. A Milano, che era il laboratorio di quanto il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.

Mi pregio solo di ricordare che non abbiamo vinto noi. Noi in questo scenario non ci siamo. Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo economico e dell’aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). E rispetto alla quale come sinistra saremo chiamati a fare opposizione, non a cercare nicchie di utopistica collaborazione. Qui non c’è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l’umore profondo del nostro Paese.

Va anche detto che la base elettorale del M5S è radicalmente isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l’ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di centro destra, e dalla voglia di castigare il simbolo della Milano da bere in salsa renziana. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l’ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.

Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi, ma francamente la vedo dura che questo scontro produca risultati. Perché l’unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D’Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo “mediatori”, in questi mesi (e tra l’altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D’Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all’italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.

Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D’altro canto, Lega e Fratelli d’Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell’ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch’essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.

Quindi, insomma, personalmente non vedo grandi motivi positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione personale di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova. E che ci costringe un’altra volta a guardare alle dinamiche interne del Pd, per quanto poco promettenti esse siano.

Riccardo Achilli

11 giugno 1984- il silenzio assenso, di C. Baldini

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Claudia Baldini 2

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Conoscete tutti quel detto che recita ‘Chi tace, acconsente’. Quante volte l’avremo usato per indicare uno status ben preciso : se non ti va bene quello che dico o che faccio ,devi dirlo , urlarlo, unirti ad altri per acquistare forza ed impedirmelo. Se dici sì , va bene , significa che stai con me.

Se non dici nulla è come se stessi con me. Guardate che, raramente una frase, in così poche parole, racconta l’atteggiamento umano dinanzi alle scelte da compiere.

Conosco le obiezioni, le faccio sempre a me stessa, ma non funzionano, tipo ‘ mi sono stancato, diciamo sempre le stesse cose, non importa nulla a nessuno, ecc..’  Non serve obiettare ai fini del risultato, possiamo solidarizzare con lo sconforto, la stanchezza, ma starete sempre con chi ha scelto al vostro posto. Così, quando i berlusconiani nascondevano la testa nella sabbia, dinanzi alle nefandezze e alle frottole della classe dirigente, oppure dicevano che era colpa dei magistrati, oppure che uno con i suoi soldi fa quello che gli pare, anche incentivare la prostituzione, in realtà si voleva dire : non importa, basta che faccia la politica che serve a me, il mio interesse economico o di potere.

Ecco, questo atteggiamento opportunista è quello che ha prevalso anche in troppi dirigenti comunisti di allora, perché sarebbe stato troppo difficile ed impopolare affrontare in toto la Questione morale.
Ad esempio, perché mai i concorsi erano vinti sempre da quell’architetto? Perché tacevano i commissari? Perché quel semplice assessore è riuscito a farsi la villa? I compagni di sala consiliare , tacevano.
Pensavano male,ma tacevano. E così, di silenzio in silenzio, siamo arrivati al capolinea. Il capolinea che viviamo oggi in tutti i gangli che abbiamo lottato per costruire e che ora dobbiamo ricostruire. Per quell’opportunismo che Enrico conosceva bene all’interno del suo partito, del nostro partito.

Bisognerà pertanto sfrondare, tagliare teste. Perché ora bisogna fare una secca inversione, per il bene dei cittadini futuri. Puntare alla Questione Morale noi, di sinistra, perché è nostro grande patrimonio da riscoprire e concretizzare. Noi non ne facciamo una questione di ‘Noi siamo onesti e voi no’, noi ne facciamo un valore politico per la Sinistra, che avvolga sempre ogni punto di programma, che lo tuteli nella sua realizzazione, che guidi la scelta delle candidature. Poi spetta alla base reimparare la partecipazione e il controllo. Smettere con la delega perenne.

Il PD renziano, in particolare, è la massima espressione della negazione dei valori berlingueriani, dovrà pagare tutto questo. Ma non può pagare, se non andiamo a votare. Basta astenersi.
A ottobre ci sarà un referendum che vale il riscatto di tutti noi.

Perché il non voto è un Silenzio Assenso assoluto. Il bivio è aspro: o si torna ad occuparci della cosa pubblica, innanzitutto salvando la democrazia, poi esercitando un controllo puntiglioso sull’ Amministrazione di essa, o scivoleremo sempre più giù.

Lo dobbiamo promettere solennemente oggi, in questo giorno tristissimo, per quelli di noi che hanno ancora negli occhi il comizio di Padova dove ancora una volta Enrico denunciava il malaffare non solo della DC, ma serpeggiante già da allora nel PCI.

Avanti, cari compagni, caricarsi in spalla la Questione Morale, così bene e pervicacemente riproposta dal NOSTRO amatissimo avo.

Claudia Baldini

Il socialismo che manca e l’approfondimento necessario, di M. Zanier

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Alle ultime elezioni amministrative i socialisti hanno ottenuto risultati inferiori all’1 %. Perché succede questo? io una risposta ce l’ho: la gente non capisce più a che serva votare un socialista perché quasi sempre si trova di fronte a persone reclutate all’ultimo momento che confondono la laicità pura e semplice e l’apertura al pensiero liberale come i tratti forti e distintivi dell’essere socialista. Il socialismo storico, se mi permettete, è un’altra cosa: un pensiero bellissimo che parte dalle contraddizioni del presente per configurare un orizzonte altro della società in cui viviamo attraverso passaggi graduali e riforme strutturali largamente condivise da ampi strati della popolazione stando dalla parte dei lavoratori.
Occorre ripartire dalla formazione politica, dallo studio dei testi, dal socialismo marxista di Lelio Basso, dalle analisi della fase di Francesco De Martino, dalla utopia concreta di Pietro Nenni per realizzare le riforme necessarie al Paese. Occorre avere un partito sganciato dal governo Renzi e dai poteri forti. Occorre ripartire tutti insieme dal No al Referendum di ottobre, partecipando davvero alla raccolta firme del Comitato Socialista per il No.
Solo così potremmo tornare a parlare a strati diversi della popolazione, chiedere agli operai, agli intellettuali, agli studenti, ai tecnici, agli impiegati pubblici e privati di avanzare delle proposte per realizzare un cambiamento delle priorità della politica, che è insieme giusto e necessario. Ripartire dalla politica significa innanzitutto lavorare seriamente dentro il nostro gruppo di compagne e compagni, come una volta, quando c’era il dibattito e le sezioni portavano in alto le richieste elaborate dalla base, riprendere il filo del confronto costruttivo tra militanti e cittadini sulla base delle piattaforme socialiste e del nostro grande patrimonio di idee e di proposte. Ripartiamo da qui, tutti insieme, riprendiamoci il nostro partito, chiudiamo la porta al governo Renzi ed ascoltiamo i problemi seri del Paese. O diamo oggi delle risposte credibili e serie a chi si aspetta il vero cambiamento o non potremo più chiamarci socialisti.

Marco Zanier.