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Unione Inquilini- Comunicato stampa, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

Stabilità: ” Il Governo con la legge di stabilità azzera il fondo contributo affitti e condanna centinaia di migliaia di famiglie al baratro dello sfratto per morosità. Ora tutto è chiaro: viene eliminata la tracciabilità degli affitti, nessuna risorsa per l’aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale, nessuna limitazione al libero mercato, ora nessun contributo per evitare gli sfratti per morosità. Per il Governo gli inquilini ( 3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato”
Dichiarazione di Massimo Pasquini, Segretario Nazionale Unione Inquilini.

” Ogni giorno dalla legge di stabilità arriva una coltellata alla schiena agli inquilini. Dopo che l’Unione Inquilini ha denunciato l’abrogazione della norma sul pagamento tracciabile degli affitti di qualunque importo, dopo che è stato cancellata qualsiasi ipotesi di rilancio dell’offerta di alloggi a canone sociale nonostante le 700.000 famiglie collocate utilmente nelle graduatorie comunali, ora scopriamo che al capitolo 1690 del Bilancio del Ministero delle infrastrutture sono state letteralmente azzerate le risorse destinate al fondo nazionale per i contributi affitto alle famiglie in disagio economico. Nel 2015 erano stati stanziati 100 milioni di euro (nel 1998 senza la crisi economica che mordeva erano 350 milioni di euro) ora con la legge di stabilità per gli anni 2016-2017-2018 le risorse disponibili sono ZERO.
Per il Governo gli inquilini (3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato.
Ricordiamo a tutti che in Italia negli anni passati erano circa 300.000 famiglie che grazie al contributo affitto (sempre più tagliato negli ultimi anni) erano riuscite ad evitare lo sfratto per morosità e nonostante questo nel solo 2014 le sentenze di sfratto per morosità, a causa dei ritardi con i quali i comuni erogavano i contributi, anche a distanza di anni ovvero a sfratto eseguito. erano arrivate a oltre 65.000 sulle complessive 77.000. Quindi a centinaia di migliaia di famiglie non solo viene negato del tutto un misero contributo ma viene anche detto che non ci saranno case a canone sostenibile, insomma si arrangino.
Al Presidente del Consiglio chiediamo: è questa la sua idea di equità sociale? Questa è un Paese moderno ? E’ evidente che nel cuore del Presidente Renzi alberga un mattone quello targato speculazione immobiliare rendita”

Unione Inquilini Segreteria Nazionale – Roma 2 novembre 2015

 

tratto dal sito: http://www.unioneinquilini.it/index.php?id=7213 

anche sulla pagina facebook:   https://www.facebook.com/Unione-Inquilini-Roma-362681523797278/?fref=nf

 

Sindacato sotto attacco, la via d’uscita è l’unità, di B. Ugolini

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Bruno Ugolini

Ho davanti una pagina de l’Unità di giovedì 11 settembre 1969. C’è un titolo enorme: “SCIOPERO: i metallurgici iniziano la battaglia per il contratto”. Era l’avvio di quello che il socialista Francesco De Martino battezzerà come “autunno caldo”. Sarebbe interessante andare a vedere le stesse pagine dell’epoca prodotte dal Corriere della Sera o dalle reti televisive. Troveremmo le stesse rampogne, le stesse grida scandalizzate che troviamo oggi in quasi tutti i mass media. Per cui le parole usate nell’editoriale de l’Unità quel giorno del 1969, firmato da Bruno Trentin, potrebbero essere riprodotte anche oggi. Laddove, ad esempio, si sofferma sui “vibranti articoli del Corriere della Sera” i quali non riconoscono più “il Sindacato buono e vilipeso, dai gruppi contestatori”.

Certo viviamo in tempi ben diversi da quel 1969. Allora c’era l’espansione economica, oggi c’è la decrescita infelice. C’è però qualcosa che non cambia. E’ l’atteggiamento prepotente della Confindustria. Oggi vuole cancellare il contratto nazionale per dare ampio spazio a quello aziendale (sapendo che è presente in un’assoluta minoranza di fabbriche). E che cosa chiedeva imperiosamente nel 1969? Lo ricorda ancora Trentin: “la rinuncia dei Sindacati ad ottenere anche a livello aziendale dei miglioramenti integrativi”. Niente contratti aziendali. La solita solfa, capovolta.

E anche allora l’informazione stava quasi tutta impegnata nel sostegno alla parte imprenditoriale. Sempre il Corriere il 19 ottobre del 1969 invoca una “legge sindacale” nonché “uno Stato autorevole”. Mentre il 4 dicembre annota come “le nuove forme di lotta sindacali pongono problemi sulla sopravvivenza stessa delle libere istituzioni”. Non tutti, però, 45 anni fa, si piegavano al conformismo dilagante. C’era chi indagava sul malessere del mondo del lavoro, sulle ragioni dei sindacati. Parliamo di Sergio Turone, Giorgio Bocca, Pietro Radius, Giovanni Russo, Goffredo Parise, Ignazio Silone, Cesare Zappulli.Oggi fare nomi altisonanti è più difficile.

La grande novità sta poi nei comportamenti dell’attuale governo. Le compagini capitanate da Rumor o Forlani non si sarebbero mai sognate di prendere per i fondelli i capi sindacali dell’epoca. Ve lo immaginate un Aldo Moro che accusa Luciano Lama di essere un retrogrado, un conservatore perché non capisce anticipatamente (come poteva avvenire all’epoca) il sorgere del cosiddetto “operaio massa”, la presenza di una forza fresca e combattiva a Mirafiori?

Fatto sta che nella nostra tecnologica epoca, l’informazione sta al gioco. C’è un Belpietro che chiede di “limare le unghie” ai sindacati, mentre il direttore del Sole 24 Ore invoca Di Vittorio e il suo piano del lavoro, ignorando che anche la Cgil della Camusso ha un piano del lavoro. Un piano che il governo non prende in alcuna considerazione, come del resto fecero i governi al tempo di Di Vittorio. E certo resta difficile pensare a quel grande “cafone” che incita gli operai e i braccianti a levarsi il cappello davanti a Squinzi e compagnia.

D’altronde un’altra novità oggi, a proposito di Confindustria, è data dalla scomparsa di quelli che un tempo si chiamavano “falchi” e “colombe”. Gli industriali metalmeccanici e chimici sono accanto a Squinzi nel ripudiare un negoziato sui contratti. Perché mai dovrebbero essere loro a impegnarsi in una trattativa quando hanno a disposizione esponenti di un “governo amico” che già hanno dato molto riassorbendo l’articolo 18 e disponendo notevoli incentivi per l’assunzione di giovani a contratto chiamato indeterminato, anche se nel finale può essere sciolto? Misure che incrementano dello zero virgola qualcosa l’occupazione suscitando un’esultanza ottimistica che non può essere condivisa dall’esercito dei giovani precari rimasti in costante attesa.

Oggi però, di fronte all’imponente campagna antisindacale, molto più forte rispetto al passato, c’è per i sindacati un rischio centuplicato dell’isolamento. Ecco perché sarebbe necessario dare un respiro alto alla battaglia che si preannuncia. Non può essere, credo, una battaglia solo salariale capace di coinvolgere, certo giustamente, operai, impiegati e tecnici attualmente occupati. Le piattaforme, come credo si stia operando, devono essere capaci di parlare anche ai nuovi assunti e a quelli non ancora assunti. Capaci di dare risposte a problemi della diffusione e non della restrizione del lavoro, anche con manovre sugli orari. Capaci di dare risposte alle domande di partecipazione: magari conquistando “consigli di sorveglianza” e replicando così a chi addita sempre l’esempio dei sindacati tedeschi. Piattaforme accompagnate da richieste ai “poteri pubblici” perché cerchino le strade per agire in supplenza di quegli imprenditori che scappano all’estero.

C’è infine un’esigenza sopra tutte le altre. Quella di rafforzare l’unità tra Cgil, Cisl e Uil. Tornano bene le parole di Trentin che chiudono quell’editoriale di tanti anni fa: “La nostra arma decisiva: l’unità e la democrazia di base…Qui sta la chiave del potere che il Sindacato riuscirà ad esprimere con la battaglia d’autunno…qui sta la chiave della vittoria dei lavoratori”.

Bruno Ugolini

tratto da http://www.rassegna.it/articoli/sindacato-sotto-attacco-la-via-duscita-e-lunita

In difesa della Camusso (per una volta), di R. Achilli

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achilli riccardo

L’intervista di Landini su Repubblica dice, in estrema sintesi, tre cose:

– l’unità sindacale lanciata dalla Camusso è roba vecchia, non più sufficiente, e ci vuole un nuovo modello di sindacato, essenzialmente un sindacato unico, come suggerito da Renzi e Scalfari;

– Questo modello di sindacato unico deve prevedere meccanismi democratici più avanzati nell’elezione, da parte dei lavoratori iscritti, non soltanto delle rappresentanze aziendali, ma anche delle strutture dirigenziali, oltre che in una maggiore estensione del meccanismo referendario;

– Occorre una lettura nuova del mondo del lavoro, che inglobi anche chi sta fuori dai meccanismi tradizionali della contrattazione, ovvero, da una parte, i lavoratori non sindacalizzati (il precariato) e dall’altro le aziende che, per scelta o per natura, stanno fuori dai meccanismi della rappresentanza sindacale, oppure sono stanche della contrattazione.

Inizierò dal terzo punto, sul quale concordo con Landini, e direi che sono anni che tutti stiamo dicendo che la lettura del precariato data dal sindacato per lunghi anni, è stata condizionata dal riflesso di riportare indietro, al fordismo, le lancette della storia industriale, per cui la frontiera della proposta al precariato era la richiesta di “stabilizzazione”, e di implementazione di un modello competitivo più avanzato (“una strada alta alla competitività”, direbbe Salvati) fondato sulle competenze e sull’innovazione, che naturalmente tendesse a fidelizzare il lavoratore al posto. Questa lettura è definitivamente saltata per aria con la crisi, con la precarizzazione definitiva del mercato del lavoro, con la constatazione che il capitalismo micro padronale e familistico italiano non è nelle condizioni patrimoniali, finanziarie e culturali per promuovere un modello “alto” di competizione, e che un sistema composto prevalentemente da micro imprese operanti in settori tradizionali o di nicchia, ma non innovativi, ha bisogno di grandi dosi di flessibilità per tenere su mercati in cui esso stesso è precario, in termini di risultati commerciali. E che la strada alta, fino agli anni Novanta, era garantita solo dalla grande industria pubblica, smantellata la quale ci siamo ritrovati con un capitalismo straccione e relazionale, non molto più evoluto del capitalismo comprador e mercantile descritto da Fanon rispetto ai Paesi africani appena decolonizzati.

Di conseguenza, la “nuova lettura” deve ripartire da una analisi del mercato del lavoro e delle sue segmentazioni interne, delle condizioni competitive e delle possibilità della nostra economia nello scenario globale, degli aspetti strutturali del rapporto fra capitale e lavoro, che determinano la distribuzione dei frutti della ricchezza, ed è un lavoro in primo luogo analitico e di studio. Che non c’entra niente, almeno in prima istanza, con il numero dei sindacati, quanto piuttosto con il modo in cui essi si interfacciano all’analisi della situazione con le proposte che sono in grado di fare. che a mio modesto avviso passano per il tramite di uno scambio fra estensione della rappresentanza sindacale e della effettiva partecipazione del sindacato alla vita aziendale e alle decisioni gestionali e garanzia di una maggiore tenuta della pace sociale in azienda, un pò come avviene in Germania. E per proposte operative innovative, ad esempio il rappresentante sindacale territoriale, in grado di dare voce anche agli addetti delle micro imprese prive di rappresentanza interna (ad esempio perché si tratta di botteghe artigiane con un solo addetto, o con due o tre addetti).

Se invece si lega, come fa Landini, la questione di una rilettura dell’azione sindacale a quella del numero dei sindacati in campo, si commette il classico errore del riformismo italiano, che confonde il contenitore con il contenuto, credendo che cambiando il contenitore il contenuto cambierà anch’esso, salvo ovviamente sbagliare sistematicamente.

Sul secondo punto, come non essere d’accordo sul principio generale? Certo, più democrazia interna e meno cooptazione. Certo, più referendum fra i lavoratori. Ma c’è un ma, un ma di tipo operativo, non di principio: senza commettere l’ingenuo errore del movimentismo, che nel nome del popolo sovrano ritiene che l’Eletto sia, di per sé stesso, investito di una autorità e di una onnipotenza divine. Mutatis mutandis, è la stessa logica maggioritaria e plebiscitaria, intrinsecamente autoritaria, di Renzi. La democrazia sindacale vera, profonda, caro Landini, sta dentro un modello di sindacato in grado di incidere nelle scelte aziendali, e cogestirle nell’interesse dei lavoratori. Un sindacato di dirigenti eletti, che però non conta niente, non produce affatto più democrazia. Il referendum fra i lavoratori deve avvenire a valle di un processo negoziale fra le parti che affronti la complessità e trovi soluzioni fattibili, altrimenti sarebbe un referendum alla Catalano, che chiede a lavoratori “volete avere più salario e lavorare meno, oppure avere meno salario e lavorare di più?” Ma le aziende non si gestiscono con i metodi di Catalano.

Sul terzo punto non ci siamo proprio. La storia del sindacato italiano è diversa da quello tedesco. Ed ha portato ad una graduale frammentazione del sidnacato confederale, guidata, almeno inizialmente, da grandi divergenze di principio e di visione della società. che ha condotto a percorsi diversificati, che se riescono a stare dentro un principio unificante di difesa dell’interesse del lavoratore, come propone la Camusso con la sua idea di tornare a forme di unità d’azione fra le tre confederazioni, pur nella reciproca autonomia, sono una ricchezza, non un impoverimento. L’idea dell’unificazione è una infausta consuetudine italiana: partiamo alleati, poi ci mettiamo insieme nell’illusione di essere più forti. E cosa produciamo? Il partito democratico, ad esempio. La verità è che una unificazione sindacale, oggi, schiaccerebbe la CGIL e la FIOM sotto il peso di sindacati molto più moderati, come la CISL e la UIL, spostando l’intero movimento sindacale italiano a destra, esattamente come il processo fusorio del PD ha finito per spostare a destra tutto il centrosinistra italiano. E, esattamente come nel caso del PD, il presunto sindacato unico sarebbe, almeno nei primi anni, una accozzaglia caotica di componenti interne con il loro capobastone. Questo caos paralizzante sarebbe il miglior regalo possibile per la controparte padronale. Per una volta, caro Landini, ha ragione la Camusso. La strada è l’unità d’azione nella diversità organizzativa e nell’autonomia reciproca. E smettiamola per favore con questo modernismo da strapazzo, per cui la proposta della Camusso non va bene perché è “vecchia”, è “roba da anni Settanta”. Sembra di sentir parlare il rottamatore della Valdarno e il suo mito del modernismo a tutti i costi. Intanto negli anni Settanta il sindacato era più efficace e potente di oggi, tanto per dire. Se tornassimo al livello di tutele di quegli anni, noi lavoratori saremmo felicissimi.

Ed una ultima annotazione, caro compagno Landini. Tu giustamente hai detto, recentemente, che il sindacato deve essere più autonomo dalla politica. mi sembra giustissimo. Allora tu stesso sii coerente con le tue affermazioni, e decidi dove vuoi stare, se in politica o nell’agone sindacale, se vuoi essere riformatore della politica oppure del sindacato. Proporsi entrambi gli obiettivi significa “de facto” sottomettere il sindacato alla politica, anziché liberarlo.  L’ora della scelta del campo in cui si vuole combattere inizia ad avvicinarsi, anche per le coalizioni sociali.

Riccardo Achilli