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La scelta di campo e la lezione di Togliatti. di S. Valentini

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Quando Togliatti attuò la svolta di Salerno, con il partito nuovo – di massa – ed enunciò in termini compiuti la strategia della democrazia progressiva tramite la quale realizzare l’avanzata del Pci verso il socialismo – la via italiana al socialismo – contribuendo così in modo decisivo anche al varo della Carta Costituzionale, riconfermò senza nessuna incertezza la scelta di campo con l’Urss. Non è che in Italia Togliatti volesse fare “come in Russia”, ma era cosciente che senza quel campo socialista, che svolgeva il ruolo di contrappeso all’imperialismo Usa, non si sarebbero mai determinate le condizioni per realizzare nel nostro Paese una strategia “rivoluzionaria”, democratica e socialista. E l’insieme di quelle scelte fecero grande per quarant’anni il Partito comunista italiano.
Pare che tutto questo dibattito oggi sia consegnato agli storici. Siamo in un altro mondo. Che siamo in un altro mondo è del tutto evidente, ma davvero da quel insegnamento di Togliatti non si trae oggi nessun insegnamento per la politica, per condurre una lotta incisiva per la trasformazione della società?
Purtroppo c’è voluto il corona virus per rendere esplicito e chiaro che siamo in un mondo multipolare caratterizzato da un lato dagli imperialismi (Usa – Giappone – polo franco-tedesco), con le loro drammatiche e brutali contraddizioni, in forte competizione tra loro (Trump conduce la guerra commerciale non solo alla Cina ma anche all’Europa), e dall’altro lato, dall’asse Pechino-Mosca allargato ai paesi socialisti, come Cuba e Vietnam, e a paesi che stanno lottando per liberarsi, alcuni anche militarmente, da politiche imperialiste; e infine una serie di paesi, soprattutto africani e sudamericani, che guardano con simpatia a quest’asse. E questo asse sta formando un nuovo campo, molto più forte, mi pare, del disciolto campo socialista sovietico. Questo è il risultato geopolitico oggi della globalizzazione.
Si dirà, come si fa a mettere insieme nello stesso campo la Russia con la Cina? Anche qui sarebbe bene tornare ai “fondamentali”. Gli imperialismi sono sempre più espressione del dominio del capitale finanziario, cosa assai diversa del sistema capitalistico industriale. Un capitale finanziario che usa oramai la moneta, non tanto come strumento di scambio di merci, ma come se fosse essa stessa una merce; si vende e si compra valuta, per realizzare lauti profitti, trasformati poi in rendite per nuove transazioni finanziarie speculative. Le transazioni in denaro sono oggi di gran lunga il maggiore dei “commerci” nel mondo. La Russia ha certamente introdotto forme di capitalismo monopolistico di Stato, ma di uno Stato che però lotta duramente contro le oligarchie finanziarie (si guardi ai provvedimenti duri del governo contro gli oligarchi o al giudizio articolato del Partito comunista russo, primo partito di opposizione, sulla Presidenza Putin); mentre la Cina, governata da un partito comunista, e un paese che tenta la via della trasformazione, sia pur tra limiti e contraddizioni, verso il socialismo.
Vi è quasi una divisione dei ruoli tra Pechino e Mosca. Alla Russia soprattutto quello politico e militare. Sue sono quasi tutte le importanti iniziative politiche a livello internazionale. È come se i cinesi avessero deciso di non spendere troppo in armamenti (rammento che la terza potenza nucleare per numero di testate è la Francia e non la Cina) e delegassero ai russi il compito di mantenere gli equilibri planetari politici e militari. Dal canto loro i russi utilizzano l’ombrello cinese di super potenza economica e tecnologica (nonostante che la Siberia abbia circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta) per garantirsi un livello economico e sociale di vita non molto dissimile da quello occidentale. Così tra le due potenze vi è una convergenza di interessi tali che le ha portate a stringere un’alleanza strategica.
Se si valuta con un po’ di obiettività gli avvenimenti venezuelani (altro paese strategico per le risorse del suo sottosuolo), iraniani e siriani, emerge l’incapacità delle potenze imperialistiche a risolvere in modo a loro favorevole, la situazione. Se si valuta la presenza cinese in Africa, con la realizzazione in primo luogo di grandi opere infrastrutturali, si comprende meglio l’influenza crescente di Pechino in questo continente in cui, passo dopo passo, sta soppiantamdo l’Occidente, un tempo appunto colonizzatore dell’Africa.
In questa globalizzazione fatta di cose molto diverse, in questa molteplicità della fase, sempre più evidente è – il corona virus sta lì a confermarlo, impietoso è il confronto tra Cina e Usa – il declino statunitense di super potenza dominatrice del mondo. Non è più così e non lo è già da diversi anni. E anche per questo suo declino che crescono le contraddizioni tra gli imperialismi, proprio perché non vi più un polo considerato egemone come nel passato. Gli Usa mantengono ancora un certo vantaggio in quanto sono una superpotenza militare, Germania e Giappone, come si sa, non lo sono.
Dunque vi è un campo, solido e forte, che compete su scala globale con gli imperialismi, tra l’altro sempre più divisi. Ma questo la sinistra italiana ed europea lo ha capito? Mi pare di no. C’è un divario oramai abissale tra la sinistra di tutto il mondo e quella europea, sempre più subalterna al pensiero liberale, e cosa peggiore, se si guarda a quello che succede nell’Ue, è investita da una crisi grave di consensi e di prospettiva, in particolare il Partito socialista europea, del tutto incapace di contrastare gli egoismi delle borghesie capitalistiche e il ruolo invasivo del capitale finanziario franco-tedesco.
Ecco allora che torna di grande attualità la lezione di Togliatti. Non si tratta, ovviamente, di imitare modelli altrui, ma di considerare il campo costruito da Pechino e Mosca un contrappeso formidabile per realizzare un’alternativa alle politiche neoliberiste espressione dell’assoluto dominio del capitale finanziario. Lottare, insomma, per una Europa dei popoli, come prima tappa di un processo democratico di avanzata al socialismo.
Se non si mette mano a una riforma vera e profonda dell’Ue, a iniziare dai trattati rigoristi, a dare un ruolo e capacità legislativa al Parlamento europeo per un welfare unitario e un sistema fiscale unico, se non si riforma la Bce, che diventi effettivamente la banca degli Stati Uniti d’Europa e non il punto di raccordo e di riferimento del sistema bancario e dell’alta finanza preoccupata solo di controllare l’inflazione, se non si realizza un grande piano pubblico per la ripresa e l’occupazione uscendo dai vincoli e dai lacci del debito, se non si cancella la norma della stabilità e del pareggio di bilancio (che noi in Italia abbiamo messo diligentemente in Costituzione), non vi sarà proposta che tenga, compresi gli eurobond, si continuerà a essere sempre sotto schiaffo del capitale finanziario, cioè di quella ristrettissima oligarchie che disegnano la politica e di volta in volta indicano la via da prendere.
Per condurre una lotta senza quartiere al capitale finanziario occorre una sinistra capace di farlo e che abbia, anche fuori Europa, delle alleanze forti e strategiche, per avere più peso, per contare, per influenzare e far crescere un movimento di massa per riformare dalle fondamenta l’Ue. Non una sinistra subalterna al pensiero liberaldemocratico, per cui siamo giunti al punto che all’Onu l’Europa vota sempre con gli Usa di Trump, anche quando si tratta di superare, in tempi di corona virus, tutti gli odiosi imbarchi (o sanzioni) posti da questa brutale e tragica (anche quando rasenta il ridicolo) amministrazione americana, con grande soddisfazione di chi è preoccupato delle posizioni scarsamente atlantiste del Ministro degli esteri Di Maio. Ma in nome di quali interessi l’Ue avalla le sanzioni o gli embarghi alla Russia, all’Iran, al Venezuela e a Cuba? L’omertà dei politici e dei media regna sovrana. Anche una parte consistente della cosiddetta sinistra radicale tace. Così però non si va da nessuna parte, si è solo pedine di un gioco che ha nell’ormai sperimentata maggioranza Ppe e Pse il punto di equilibrio politico voluto dal capitale.
Se la sinistra non fa una precisa scelta di campo, in quanto antimperialista ed internazionalista, e in questa quadro, in un rapporto stretto e continuo tra teoria e prassi, definisce, come fece Togliatti, una sua strategia, inevitabilmente allora il suo destino sarà, ancora per un lungo periodo, quello di restare forza ininfluente in un continente che avrebbe invece bisogno di una ben altra sinistra,altre idee e iniziative, se non vuole essere travolto dal caos del multipolarismo e dallo strapotere della Germania, come è successo alla Grecia. Occorre una sinistra quindi che si batta per una Europa rifondata e che sia solidale, stringendo forti relazioni, con tutti i progressisti della terra che si battono per un altro mondo possibile.

Sandro Valentini

C’erano una volta le “riforme di struttura”. di G. Giudice

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Quelle vere. Per ammissione dello stesso Riccardo Lombardi che delle “riforme di struttura” fece il suo cavallo di battaglia, il primo, in Italia,a pronunciarle , in uno scritto postumo, fu Rodolfo Morandi , quando era ministro dell’industria (nei governo di Unità Nazionale postbellici). Per Morandi tali riforme avrebbero dovuto modificare profondamente i rapporti di potere e gli equilibri tra le classi a favore dei lavoratori. In Lombardi diventano lo strumento per avviare una transizione democratica e graduale al socialismo. Dopo il 68 Lombardi arricchì questa sua impostazione , tramite il recupero della tematica dei “contropoteri ” di Panzieri e Foa. Poi questo termine ha subito quello che Giorgio Ruffolo definiva come “rovesciamento semantico” . Le riforme strutturali diventano quelle del prof Monti, ispirate al monetarismo più duro, alle politiche di austerità e dei tagli alla spesa sociale , alla riduzione dei diritti dei lavoratori. L’opposto del loro significato originario. Ma è comunque doveroso per noi socialisti di sinistra reagire ai rovesciamenti semantici. E fare una battaglia di idee per ricondurre il termine al suo significato autentico per come storicamente si è espresso. Il non reagire ti porta alla subalternità.

Giuseppe Giudice

Idealismo e materialismo. di R. C. Gatti

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Renato Gatti

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Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – reali – mi formo la rappresentazione generale “frutto”, se vado oltre e immagino che il “frutto” – la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che “il frutto” è la “sostanza” della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito.

Karl Marx (La sacra famiglia)

Leggendo l’interessantissimo articolo di Paolo Borioni su Pandora ho avvertito un disagio, che ho fatto fatica a inquadrare, ma che covando nel profondo ha messo in moto un processo di ricerca e riflessioni che spero di tradurvi nel seguito di questo intervento. Vediamo quel che dice il Borioni.

Escludere lo sfruttamento

Il titolo, il messaggio dell’articolo è l’esclusione dello sfruttamento indicato come l’obiettivo comune della “parabola storica del liberalismo e del possibile incontro con il pensiero socialista”. Il riferimento storico si rifà al New Deal e alla socialdemocrazia, periodi in cui “ le società occidentali riuscirono a creare le condizioni affinché il capitalismo non dominasse indisturbato impedendo che esso dispiegasse i suoi effetti più negativi”. E si rifà pure agli anni tra il 1930 e il 1980 anni in cui “un movimento operaio organizzato ha spinto ad attuare politiche di riforme per costringere gradualmente il capitalismo a non usare lo sfruttamento come leva competitiva. Si tratta di politiche di welfare, della domanda, politiche attive del lavoro, di investimento pubblico, che sono state sviluppate e coordinate per dimostrare che l’innovazione avviene meglio e più sistematicamente qualora vengano esclusi gli incentivi a competere mediante lo sfruttamento”. ”Il recupero del consenso popolare, la ricostruzione di una democrazia partecipata, il rifiuto del neolibelarismo globale e dell’ordolibelarismo europeo passano per il confronto con il capitalismo in merito all’ammissibilità dello sfruttamento”.

Definire lo sfruttamento

Quando andiamo a definire lo sfruttamento abbiamo due contributi:

quello di Roosvelt che “permette di identificare il punto fondamentale di una possibile congiunzione fra liberalismo e socialismo democratico: Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese” (Discorso sul National Recovery 1933);

quello del primo ministro danese Krag che “scriveva nel 1944 I socialisti lottano per una distribuzione del reddito molto più egualitaria dell’attuale (…) più è ineguale la distribuzione del reddito, maggiore è il risparmio (…) maggiore è il pericolo che esso sia così grande che non ne seguano investimenti e allora abbiamo la crisi” (In Anderson Socialistiske okonomer og Keynes)

Ovviamente la definizione di Roosvelt è molto limitante essendo addirittura più limitata della concezione che il capitalismo ha del salario, esso infatti deve bastare non solo alla sopravvivenza dei suoi lavoratori ma anche alla loro riproduzione finalizzata a sostituire la mano d’opera che viene a mancare e ad alimentare un esercito di riserva.

Viene allora introdotto il concetto di welfare che “non va considerato come un mero diritto di cittadinanza liberale, ma anche come un sistema che influisce sul mercato del lavoro, determinando il grado di maggiore o minore mercificazione dei lavoratori, di coloro che in altri contesti siano indicati come persone o cittadini”. “Il mercato del lavoro appare dunque un ambito decisivo, in quanto è la dignità del lavoro, più di altre sfere, a determinare la qualità dell’essere persona o cittadino. In un contesto capitalistico attenuare le protezioni (o le politiche per la piena occupazione) implica per i lavoratori l’essere sfruttati in condizioni di crescente minorità”.

Quali programmi allora

Si può dunque comprendere su quale tipo di keynesismo socialisti e liberal possono trovare un punto di convergenza” “parità capitale-lavoro che si congiunga a un insieme di politiche che prevedano la protezione dei salari, la produzione delle competenze – ovvero le politiche attive del lavoro – e del concorso pubblico (in aggiunta a quello privato) come garanzia della domanda reale delle competenze prodotte”. “Dunque sulla strada verso un’innovazione democratica, un’economia senza sfruttamento, occorre potenziare e coordinare investimento progettuale, politiche attive, ricerca e welfare concependo quest’ultimo come pavimento che escluda l’economia informale e precaria. Chi lavora deve poter contare su un’assicurazione ampiamente finanziata dallo Stato, la quale in caso di mobilità, garantisca un tasso di sostituzione prossimo all’ultima retribuzione percepita, con una distanza minore per i salari più bassi. A coloro invece che perdono o non possano disporre di queste prestazioni è necessario garantire un reddito meno elevato ma significativo, vicino all’attuale reddito di cittadinanza. Entrambi questi strumenti dovrebbero essere connessi, nel modo più sistematico possibile a politiche attive che siano a loro volta legate all’investimento di lungo periodo”.

Mie considerazioni

Il modello socialdemocratico nordeuropeo che l’autore ci indica, ci rimanda ad un’altra domanda ovvero se quel modello sia ancora il modello adeguato alla storia attuale. Non sottovaluto le conquiste di quel modello, anzi ci sarebbe da dire magari lo avessimo anche noi, tuttavia non possiamo nasconderci che forse la situazione in cui viviamo ci chiede qualche ripensamento. Il modello che ci viene proposto è il classico modello alla Olof Palme con la sua metafora del pelo da radere senza ledere la pecora. Ecco che allora dobbiamo rivolgere il ragionamento sullo stato di salute della pecora e se, stante quello stato di salute, dobbiamo pensare ad un riformismo con quella pecora, all’interno cioè di quella struttura od invece non sia tempo di pensare a riforme di struttura (riprendo le parole di Riccardo Lombardi), che mettano cioè in discussione l’attuale struttura proponendo e perseguendo un nuovo modello di sviluppo.

La vera differenza che esiste all’interno del pensiero socialista sta, a mio parere, proprio in questa alternativa tra un riformismo dell’esistente modello di sviluppo e un atteggiamento riformatore di superamento dell’attuale modello di sviluppo. Mi pare che questo argomento dialettico sia sempre stato presente e che oggi, o forse da sempre, sia giunto ad un livello finale.

Eppure, in un suo passaggio, Paolo Borioni centra, a mio modo di vedere, il punto filosofico essenziale del pensiero socialista; egli scrive “La prima deriva da quanto appena affermato: anche se in un orizzonte riformista e democratico il socialismo deve, con i suoi alleati, contendere al capitalismo la nozione di razionalità economica”.

Ma questa razionalità economica non nasce nel regno dell’idealismo disgiunto dalla storia e dall’evidenza delle cose, essa deve nascere dall’osservazione e dalla critica del reale. (Mi riviene alla mente la Filosofia della miseria di Proudhom cui Marx rispose con la Miseria della filosofia). Quando Roosvelt, come ci ricorda l’autore, tenta di creare “le condizioni affinchè il capitalismo non dominasse indisturbato, impedendo che esso dispiegasse i suoi effetti più negativi” non giunge a questa conclusione da riflessioni speculative, ma sull’onda della crisi del ‘29. Crisi alla quale ne sono seguite innumerevoli altre, fino a quella del 2007 i cui effetti sono ancora pesantemente lì a condizionare la vita dei paesi. E tali crisi sono destinate a ripetersi probabilmente sempre più di frequente e sempre più gravi.

C’è da chiedersi quindi se si può pensare ad un riformismo all’interno di questo modello di sviluppo o se invece la “razionalità economica” del socialismo non debba rivendicare il suo primato e indicare un nuovo modello di sviluppo.

Certo la dignità del lavoratore, la protezione dei salari, la lotta alle disuguaglianze, la protezione assicurativa, il welfare etc. sono tutte cose auspicabili ma esse non colgono il vero punto della situazione attuale. Ci sono obiettivi che questo tipo di approccio lascia negletti: cosa produrre, come produrre, quali investimenti strategici privilegiare, quale domani preparare per le nuove generazioni etc. Ma sarà o no una cosa importante se partecipare o meno alla costruzione del sincrotrone del CERN, se investire nella ricerca, nella sanità, nella scienza. Basta la democrazia formale senza una reale eguaglianza tra capitale e lavoro?

Il monopolio del capitale nelle scelte politiche è il vero ente programmatore del nostro futuro, ed oggi il capitale proprio a causa dell’inadeguatezza del sistema produttivo capitalistico ad affrontare le crisi che esso stesso produce, di fronte alle difficoltà del produrre un saggio di profitto soddisfacente al capitale stesso, alle difficoltà di mantenere l’egemonia imperialistica, non può che tentare di trovare nuove fonti di profitto dalla emarginazione del mondo del lavoro utilizzando il miglior prodotto del lavoro stesso, ovvero la tecnologia, e d’altro canto ricercare nella finanziarizzazione una fonte di profitto più elevato di quel che la crisi produttiva possa oggi produrre.

Questi due elementi, ovvero:

l’appropriazione da parte del capitale del bene comune rappresentato dalla tecnologia, frutto tipico del mondo del lavoro, utilizzato come mezzo di contrasto alla caduta del saggio tendenziale del profitto;

la fuga del capitale dal mondo produttivo verso la finanza che, per sua natura, non crea ricchezza ma la sposta dagli outsiders verso gli insiders nella più classica espressione dell’income by appropriation;

sono le basi materialistiche di interpretazione della realtà, cui andrebbero a mio parere dedicati i nostri sforzi. Gli sforzi per scavare diritti, protezioni, dignità, welfare all’interno di una struttura in crisi di sopravvivenza, sono sforzi, a mio modo di vedere senza speranza, e meglio andrebbero impegnati per affermare la razionalità economica del socialismo.

Renato Costanzo Gatti

Il pacifismo e le guerre. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Il pacifismo, come movimento politico organizzato, nasce, cent’anni dopo la rivoluzione francese e cent’anni prima della caduta del muro, al congresso di fondazione della Seconda internazionale. Suo nemico, il capitalismo, portato all’uso della violenza dalle sue contraddizioni interne ma soprattutto dalla necessità di contrastare, in ogni modo e ricorrendo a qualsiasi mezzo, il processo di emancipazione del proletariato. Suo fratello/coltello, l’interventismo democratico: comune l’intendimento di costruire un mondo migliore (che per quest’ultimo, si identifica con l’emancipazione dei popoli oppressi); opposti metodi da adottare che si identificano, nel secondo caso, con il ricorso alla guerra.

Tutti e due si collocano nell’ambito della sinistra e occasionalmente avranno modo di convergere (come nella seconda guerra mondiale). Come, nel corso del novecento, avranno modo di convergere i socialisti (per i quali la guerra è un male in sé) e gli altri fratelli/coltelli, i comunisti (per i quali le guerre sono giuste o ingiuste a seconda della natura delle forze in campo).

Ciò premesso i pacifisti, intendono battersi contro la guerra in tre modi: nei casi specifici impedendola e operando perché cessi al più presto; in linea generale e permanente, lottando per evitare processi, comportamenti o crisi politiche suscettibili di portare ad un conflitto aperto.

Questi i protagonisti; intorno a loro movimenti di opinione suscettibili di assumere un’identità e una forza propria; e il cui ruolo, in ultima istanza, risulta quasi sempre determinante. All’interno di un universo che ha come suo epicentro l’Occidente.

Questi i protagonisti che, dopo la caduta del muro, credono di essere arrivati al traguardo. Con metodi diversi. Ma con un orizzonte comune davanti a loro.

Trent’anni dopo i due fratelli/coltelli sono totalmente scomparsi dallo schermo. Gli interventisti democratici perché rei confessi di “pubblicità ingannevole” di progetti che con la democrazia e i diritti umani non avevano proprio nulla a che fare. I pacifisti perché incapaci non dico di intervenire ma di fare sentire la propria voce in un mondo percorso da guerre di ogni tipo e svolte con qualsiasi mezzo, nei confronti di tutti e in ogni angolo del globo; molte delle quali sull’orlo di degenerare e in modo catastrofico. Senza che nessuna, dico nessuna di questi sembri avviata a qualche tipo di componimento.

Mai come ora ci sarebbe bisogno di pacifismo e di pacifisti; ma mai come ora la loro assenza è stata così totale.

Perché? Il problema è cruciale; ma non è facile da risolvere. Né possiamo ricorrere a schemi ideologici nell’affrontarlo. Anche perché, in uno schema ideologico, ci si schiera con i buoni contro i cattivi; mentre, qui e oggi, latitano i primi mentre proliferano i secondi.

Inutile poi, per non dire fastidiosa, la solita lagna sulla “sinistra che non c’è più”. E ve lo dice uno che, su questo tema, ci sta inzuppando il pane; e da mesi. Basti dire, da ora in poi, che la sinistra sta ancora nel paese dei balocchi in cui è approdata decenni fa. Possibile, e magari anche probabile che il crescere dei pianti e delle urla la risveglino dal suo sonno beota. Ma ciò avverrà gradualmente; e non riesco francamente a vedere i suoi pallidi esponenti alla testa di un qualsiasi corteo.

Per l’intanto la protesta non ha bisogno di nessun imprimatur. Perché c’è e cresce in tutto il mondo. Ma, per diventare politicamente rilevante nella lotta contro le guerre, ha bisogno di due cose: istituzioni e/o centri decisionali cui fare riferimento; e soprattutto una sufficiente attenzione da parte della pubblica opinione. Mentre, qui e ora, non ha a propria disposizione né l’una né l’altra.

Qualche breve considerazione sul primo punto. Per sottolineare il fatto che nessuna, dico nessuna, delle grandi organizzazioni internazionale abbia espresso una sola opinione, o formulato una qualsiasi proposta, su una qualsiasi delle grandi crisi in atto. Mentre la principale di queste, l’Onu e il suo consiglio di sicurezza, ha addirittura rinunciato a riunirsi; se non altro per fare proprio l’innocuo appello di Guterres alla tregua dei combattimenti durante la pandemia.

Un fatto gravissimo, questo. E ancor più grave l’indifferenza totale che lo circonda. Due elementi che privano la protesta di una cassa di risonanza essenziale per la sua stessa esistenza in vita.

A limitare drasticamente la nostra capacità di ascolto concorrono invece una serie di fattori: alcuni ereditati dal passato; altri frutto dell’evoluzione in atto lungo questi anni; altri ancora, forse i più significativi, relativi alla radicale mutamento della natura e della portata della guerra nel momento presente.

Difficile così, in primo luogo, scendere in strada contro un pericolo di conflitto generale e devastante che abbiamo cancellato e per sempre dalle nostre menti dopo il 1989 e fino al punto di rifiutarsi di vedere i suoi molteplici segnali premonitori. E ancora, accettare il fatto, pur oggettivamente evidente, che l’America di Trump sia diventata il principale pericolo per l’ordine e per la pace mondiale, dopo essere giunti, tutti, a considerarla come il suo principale pilastro.

E, ancora, difficile guardare al mondo esterno come variabile indipendente del nostro destino dopo essersi rancorosamente ripiegati, tutti, all’interno dei nostri confini (con un provincialismo che nel nostro paese è giunto a livelli difficilmente superabili.

E, infine, e soprattutto, difficile capire che le strategie internazionali di oggi, in un mondo senza né ordine né regole, sono diventate “guerre condotte con altri mezzi”.

Non mancano certo, in questo sistema, i conflitti armati aperti. Ma si svolgono nelle periferie e per interposta persona. Mentre, ad occupare la scena sono le sanzioni, le guerre economiche, le interferenze reciproche talora eversive, i soprusi dei governanti nei confronti dei governati; le massime sofferenze per i popoli, il minimo rischio per chi le arreca. Il tutto in un contesto in cui non si danno soluzioni ai conflitti in corso ma, nel contempo, in cui i contendenti non vanno oltre certi limiti; perché superarli li sottoporrebbe a rischi inaccettabili.

Manca, dunque, in tutti questi drammi, l’incubo della “guerra che torna”; l’unico in grado di scuotere i cuori e le menti. Il che ci lascia liberi di condurre le guerre che ci coinvolgono direttamente, quelle contro il coronavirus e le sue possibili conseguenze.

Si aggiunga, a completare il quadro che le guerre, quelle in cui la gente muore non di stenti o di malattie ma perché colpita da un qualche ordigno, sono lontane da noi. E che a morire sono gli altri senza il minimo rischio personale o ricaduta psicologica per l’uccisore: perché a determinare l’esito fatale saranno bombe intelligenti o asettici droni.

Nulla, in tutto questo, suscettibile di muovere pulsioni pacifiste.

Pure la causa del pacifismo non finirà nella pattumiera della storia. Perché diventerà un elemento di una causa e di uno schieramento assai più ampi: quelli che separano i difensori di un ordine mondiale basata sulla solidarietà e quello che lo concepiscono come sbocco di una lotta di tutti contro tutti. Una partita, questa, appena cominciata; e tutta aperta.

Alberto Benzoni

L’articolo è tratto dal sito alganews.it al link: https://www.alganews.it/2020/05/03/il-pacifismo-e-le-guerre/?fbclid=IwAR2LC3yqtVwijbKfvfkKbF2rFN6kPHIR9VkntrrrLTew3xfkAV_2lYRjYXA

Antifascismo come lotta di classe. di P. P. Caserta

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Il 25 aprile, come anche il primo maggio, è caduto quest’anno in piena pandemia. Tra i due temi e le due ricorrenze esiste, come sempre, un intimo legame. Sia l’antifascismo che il Lavoro sembrerebbero, per altro, aver bisogno da tempo di una cura rinvigorente. Il 25 aprile è la ricorrenza della liberazione dal nazifascismo e momento fondativo della Prima repubblica nata dalla Resistenza. L’antifascismo non è in alcun modo negoziabile. Esiste oggi, purtroppo, un grave logorio dell’antifascismo, la cui colpa non è tuttavia ascrivibile soltanto a chi non ne riconosce la necessità, a chi disprezza apertamente la democrazia e agli anti-antifascisti, ma anche a chi sostiene l’antifascismo in modo solo nominalistico. Chi si dichiara antifascista solo perché antipopulista e “anti-sovranista” ma non ha mai mezza parola da dire sull’élite tecno-finanziaria oggi dominante (ossia, per mantenere tutti i termini di una analogia necessaria, sull’odierno ceto padronale) collabora attivamente alla condizione di difficoltà nella quale versa oggi l’antifascismo. Così l’antifascismo è diventata una delle strutture discorsive non soltanto dell’ideologia mercatista e globalista egemone nell’attuale ciclo neo /ordo-liberale, ma anche dei movimenti post-ideologici che ne presidiano gli spazi perché nulla cambi. Un esempio immediato è fornito dalle Sardine, che si dichiarano antifasciste ma non si capisce di cosa possano mai essere ‘partigiane’; o meglio, lo si è ben compreso quando sono corse dai Benetton. Antifascismo dichiarato e piena difesa sia dell’élite che dei partiti di sistema. La bibita annacquata è servita. Insomma quanto di più innocuo si possa immaginare. Occorre, invece, perché sia investito del suo significato migliore, ma anche perché ritrovi slancio (forse un ritorno al principio, per dirla con Machiavelli) ritrovare come l’antifascismo fu prima di tutto lotta di classe. Il fascismo fu, infatti, padronale e anti-socialista fin dai suoi esordi. Bisogna ritrovare come l’antifascismo fu in primo luogo lotta di classe per non lasciarne la difesa retorica a parolieri, sardine e padroni. Il fronte antifascista fu ovviamente composito e non c’è dubbio che ne fecero parte formazioni nella cui tradizione di pensiero la lotta di classe non solo non gioca un ruolo, ma rappresentò una prospettiva avversata. Tuttavia, concretamente, si toglierebbe moltissimo all’antifascismo dimenticandone la rilevante dimensione di lotta non solo di popolo, ma di classe, prima. Se oggi la vitalità dell’antifascismo appare sbiadita, ci sono molte ragioni, ma almeno una di queste dipende non dai neo/post/eternamente-fascisti in circolazione, bensì dal fatto che si è smarrita la via maestra del conflitto. Basterebbe riflettere su quanti, tra coloro che si dichiarano antifascisti, mostrano di mettere ancora il tema del conflitto in una posizione preminente. Questo smarrimento ha aperto spazi ai rigurgiti reazionari, ultra-nazionalisti, fascistodi e in alcuni casi palesemente autoritari, ma perché a monte ha lasciato campo libero al neoliberismo dagli effetti fascistizzanti. In conclusione esiste un falso antifascismo non solo delle élite, come è del tutto chiaro, ma anche di quanti sono in una condizione falsamente alternativa, in realtà di pieno supporto, con le èlite, perché si limitano a sbandierare l’anti-populismo, riduttivamente inteso come nuovo fascismo, ma hanno completamente abbandonato i temi, le pratiche e i luoghi del conflitto.

Pier Paolo Caserta

tratto dal Blog personale dell’autore pubblicato a questo link https://casertapierpaolo.wixsite.com/ilmiosito/post/antifascismo-come-lotta-di-classe

Il paradosso di Keynes. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Non siamo ancora alla catastrofe, e tuttavia i segnali sono evidenti e incontrovertibili. Tutti gli indici economici sono al negativo e sicuramente nella immediata prospettiva, senza l’aiuto dell’Europa, con la quale dobbiamo trattare e concludere un accordo, ci troveremmo al default economico e sociale e nel breve volgere di tempo, costretti ad accettare un’austerity pesantissima o usciere dall’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sociali alle quali seguirebbero sicuramente ricadute sulla tenuta democratica del paese. Due dati: quello della disoccupazione e a seguire della domanda aggregata, scandiscono il tempo di questa crisi alla quale il governo può sopperire indebitandosi oltre ogni immaginazione, senza indugiare su MES si o MES no, una volta accertata la caduta di ogni condizionalità. D’altro canto, la crisi epidemica ha scansioni temporali di diffusione non coincidenti con le necessità del paese di riavviare la macchina produttiva,  e l’esperienza vissuta in questi sessanta giorni di lockdown ha spinto il paese ad adottare difese che hanno inciso fortemente su tutti i settori della produzione e quindi nella formazione della ricchezza.

Tuttavia, ora si tratta di ripartire e puntare alla ripresa, allo sviluppo della produzione e alla creazione della ricchezza, dentro un disegno e un progetto di sviluppo che porti il paese nella modernità, nella green economy, nella digitalizzazione, nei nuovi processi informatizzati, insomma nella società dei Big data. Le condizioni ci sono tutte. Infatti, una volta superata l’epidemia, sarà come se il paese dovesse ripartire da zero. Spetta quindi al governo dimostrare intelligenza e lungimiranza, proprio ora che l’Europa ha accantonato molti vincoli, deliberato sostegni finanziari di diverso tipo e natura, e sembra orienta ad adottare i recovey bond, dopo che sarà costituito il recovey fund; spetta, quindi, al governo e alle forze di maggioranza  dare prova di volontà, di lucidità, di coerenza. 

Tuttavia non dobbiamo nasconderci che ci sono ostacoli non indifferenti a trovare tutte le risorse  necessarie, questo perché  il governo  non ha messo a punto alcun progetto sia per la parte che riguarda la linea di sviluppo che intende seguire per la difesa delle aziende fondamentali e delicate per lo sviluppo del paese, che per quantificare lo stock di risorse finanziarie delle quali indicare presuntivamente il fabbisogno al fine di costruire un quadro macroeconomico affidabile e perseguibile.  Nel frattempo ci sarà l’imperativo categorico del lavoro che manca e della necessaria riorganizzazione del welfare, puntando convintamente al superamento della povertà, della precarietà, del lavoro nero o sottopagato, anche inventando un nuovo sistema di redistribuzione della ricchezza. Magari anche rivedendo gli astrusi strumenti finora messi in campo  ( quota cento, reddito cittadinanza, e tanto altro ) senza un significativo ritorno di  risultati sul fronte del lavoro e della diminuzione della povertà. Certo, questa non è la classica congiuntura economica, che si caratterizza per mancanza d’investimenti e disoccupazione. E’ qualcosa di più e, per l’ordine di grandezza del disastro economico, è di più difficile.   

Per questo un breve richiamo a Keynes, il quale aveva ben presente che, in antitesi a quanto ritenuto dai teorici a lui precedenti, la situazione d’insufficienza della domanda è un duraturo fenomeno di squilibrio tra risparmi e investimenti (pensiamo alle enormi disparità di reddito e all’abbondanza di ricchezza privata, pari questa a quattro volte il debito pubblico). Nella Teoria generale del 1936, scriveva: Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata… di scavar fuori di nuovo i biglietti…, non dovrebbe più esistere disoccupazione e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente”. Insomma, anche scavare buche, per poi riempirle, potrebbe essere di stimolo alla ripresa. Uscendo dalla metafora, si pensi alle difficoltà per la nostra agricoltura, la quale presto si troverà a fare i conti con la mancanza di manodopera per provvedere ai raccolti; si pensi alla formazione dei lavoratori, alla quale il paese dovrà ricorre nel breve tempo e che sarà giocoforza determinata dalla fase post covid19: trasporti, scuola, luoghi di lavoro, servizi, commercio, industrie, poiché il nuovo paradigma del lavoro sarà il distanziamento, la protezione, la salvaguardia della salute. E ciò comporterà una rivalutazione delle condizioni di lavoro e degli stessi processi, delle stesse procedure, del modello organizzativo.  Ecco, scavare buche per poi riempirle ci serve per capire che nessuno deve essere di peso, che il momento nel quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo e a fare la nostra parte è ora. Altrimenti, nella buca, ci cadremo tutti.

Alberto Angeli

Mio padre. di F. Marchi

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Mio padre è stato un partigiano, comandante di una Brigata operativa in Umbria e nell’alto Lazio. I suoi racconti di lotta e di guerra partigiana sono stati per me un grande insegnamento. Mi raccontò molte volte di quella volta in cui uccise un soldato tedesco. “Fortunatamente – diceva – non sai a chi spari, spari nel mucchio, loro sparano, tu spari. Ma quella volta non c’erano dubbi, ero stato io ad uccidere quel ragazzo. Gli tirai una bomba a mano proprio nella sua buca. Rimasi sconvolto. Era la prima volta che avevo la piena consapevolezza di avere ucciso un uomo, un altro ragazzo come me. E’ tremendo, anche se sai di stare dalla parte giusta non riesci a toglierti dalla mente quel ragazzo a cui hai tolto la vita. E sai che devi andare avanti, specie se hai la responsabilità di altri uomini. Tornai al nostro rifugio e vomitai per un giorno intero”.

Il racconto di quanto avvenuto, per la verità, sarebbe molto più cruento, ma sarebbe solo di pessimo gusto scendere in particolari. Me lo ha raccontato tante volte, forse per farmi capire che bisogna combattere con tutte le nostre forze per quello in cui crediamo ma non dobbiamo mai odiare, non dobbiamo mai perdere la nostra umanità. Per lo meno è così che l’ho interpretato.

E’ stato un combattente, un militante e un dirigente socialista per lungo tempo.
Se ne è andato quasi 17 anni fa all’età di 85 anni. Nacque il 16 aprile del 1918, lo stesso giorno (chissà, il caso) e lo stesso mese in cui è nata una persona che mi sta molto a cuore. Lo porto sempre con me, ogni giorno mi fa compagnia, è come se fosse vivo. E quando devo prendere una qualsiasi decisione penso sempre a cosa mi avrebbe detto mio padre. “Agisci sempre secondo coscienza”. “Fai sempre la cosa giusta”. Questo è stato il suo insegnamento. Questo è rimasto scolpito dentro di me come se fosse intagliato nella roccia.
Ricordo ancora la prima volta che andai con lui ad un comizio proprio a Porta San Paolo. Ero un ragazzino, mi portai dietro il pallone e cominciai a palleggiare da solo come fanno appunto i ragazzini, praticamente per tutta la durata del comizio. Mio padre si salutava con un sacco di amici e compagni, ridevano, scherzavano e parlavano, di politica, ovviamente, che a me allora annoiava terribilmente e mi chiedevo cosa ci trovasse lui di tanto appassionante. Era una manifestazione unitaria, come si diceva una volta, dei due grandi partiti della Sinistra, il PCI e il PSI. Incredibilmente, me la ricordo ancora, forse perché è stata appunto la prima della mia vita. Ricordo che c’erano tanti operai edili con il tradizionale cappello di carta di giornali sulla testa, come usavano allora, poi gli operai della Stefer con la divisa blu, quelli dell’Atac e i taxisti con i taxi (erano di colore verde e poi diventarono gialli) con le bandiere rosse.

Si allontanò diversi anni più tardi da quella sinistra in cui da sempre aveva militato, fin dagli anni dell’occupazione nazifascista. Era molto amareggiato da quello che quella sinistra stava diventando ed era già in larghissima parte diventata. Oggi, se ci fosse ancora, credo che ne sarebbe letteralmente disgustato. Da una parte penso che sia stato meglio che se ne sia andato prima di assistere a quella totale degenerazione, a quello scempio che io invece, suo figlio, ho vissuto.

Celebro così, il mio 25 aprile, Festa della Liberazione, da tempo ridotta ad una ipocrita kermesse, esattamente come il 1 Maggio e il suo maledetto “concertone”.
Tutto molto triste.

Fabrizio Marchi

L’articolo è tratto dal sito linterferenza.info al link http://www.linterferenza.info/attpol/mio-padre/?fbclid=IwAR218IoCpncW5Au7KCrSS96zbIFlpTlCZbyFqwRI5VjQFWUdabew2aB9bfo

Preparare un’alternativa a questo Governo. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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C’è del tragico, nella confusa strategia del Governo per il reperimento delle vitali risorse finanziarie con le quali affrontare l’emergenza e disegnare un orientamento, un orizzonte oltre il quale condurre il paese una volta superata questa difficile fase pandemica.  Aspettando Godot, cioè che Conte si svegli, La BCE, la Banca centrale europea,  il 12 marzo ha allargato di 120 miliardi di euro il suo piano di acquisti di titoli pubblici e privati tramite l’emissione di nuova moneta (il Quantitative easing, che era già in corso con l’obiettivo di comprare 240 miliardi di euro di titoli). Il 18 marzo, il piano di acquisti per il 2020, è stato rafforzato con un nuovo programma aggiuntivo da 750 miliardi. Il programma è stato anche reso più flessibile perché è stato slegato dall’obbligo di acquistare titoli di diversi Stati in proporzione alla loro presenza nel capitale della Bce: questo le ha permesso a marzo di acquistare 12 miliardi di titoli italiani e solo 2 miliardi di titoli tedeschi. Da qui alla fine dell’anno la Bce comprerà 220 miliardi di titoli italiani, tra Btp, obbligazioni private e altri titoli. Il fondo salva stati viene finanziato con 240 miliardi. Anche il MES è stato sdoganato per affrontare questa crisi pandemica, senza condizionalità per le spese sanitarie, ma respinto con sdegno da Conte e i 5Stelle. Da 4 anni le banche private possono ottenere denaro a tasso zero dalla Bce. Dal 12 marzo le regole patrimoniali sono state allentate per favorire l’aumento del credito.

Altri sostegni sono previsti a favore dei Prestiti concessi alle imprese da Bei e Comse, la Banca europea per gli investimenti, i cui azionisti sono tutti gli Stati dell’Unione europea, la quale ha proposto la creazione di un fondo da 25 miliardi che servirà a garantire prestiti alle imprese per 200 miliardi di euro. Stop al patto di stabilità dal 20 di marzo. Con questa decisione la Commissione europea ha deciso di applicare, per la prima volta nella sua storia, la “clausola di salvaguardia” prevista dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Utilizzo immediato dei fondi disponibili, per cui per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Il 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione. Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro Pil, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali. Sempre la Commissione Europea raccoglierà risorse sui mercati emettendo un prototipo di Eurobond (con tripla A, quindi a tassi bassissimi), che saranno a disposizione dei Paesi che hanno bisogno di prestiti con scadenze a lungo termine, come il nostro paese. Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà Ue (strumento di sostegno ai Paesi colpiti da calamità naturali), per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale. La misura permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.

La reazione di Conte, quasi imperturbabile e fredda: “Lotteremo fino alla fine per gli eurobond”. E sul Mes: “Non è adeguato, l’Italia non ne ha bisogno. Tanto per non mettere in difficoltà Di Maio. Per il resto del governo, silenzio.  Quindi, il governo si muove alla cieca, senza un piano e al buio. Cosi nessuno, proprio il nessuno omerico, sa quanti soldi serviranno per portare il paese fuori dalla crisi e quale sia il piano del Governo per fronteggiare l’emergenza e il piano di sviluppo per il dopo, nonostante l’inflazione delle commissioni speciali, costituite allo scopo di indagare sul sistema dell’universo infinito. Come l’asino di Buridano, Conte non sa scegliere e rischia di far morire il paese.  Non mancano certo le proposte, dalla patrimoniale estesa, partendo da una fascia di reddito di 80.000€, a quella di conteggiare il risparmio privato a diminuzione del debito pubblico che, secondo lo studio apparso sul Sole 24 Ore, consentirebbe di abbatterlo per il 25% della sua grandezza. O, ancora, rivolgersi ai risparmi privati depositati o in titoli, per un valore di circa di 1800 mld di euro, con l’emissione di un Btp ad hoc, denominato titolo salva Italia, per raccogliere poche decine di miliardi da rendere quando?, con quale interesse e per sostenere quale programma? Insomma, comunque si giri la frittata, è sempre al risparmio degli italiani verso cui  guarda e si orienta l’attenzione degli economisti sicuramene della scuola del pensatore Austriaco  Friedrich August von Hayek.  Altre strade sono possibili, ma non è questo il governo dal quale aspettarci una risposta all’altezza dei problemi e delle difficoltà. Spetterebbe al PD e alla sinistra riformista farsi carico di una proposta, un progetto, al quale legare l’emergenza e disegnare il dopo, dimostrando audacia, fierezza riformista sui temi e sulle politiche da sostenere e proporre all’Europa per il futuro dell’Italia, quale unica strada da seguire per indicare ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, una prospettiva credibile, coinvolgendoli nella preparazione, ciascuno secondo le sue capacità e le sue possibilità, perché sentano così di avere contribuito a renderla possibile.

Alberto Angeli

Sveglia! di S. Valentini

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Nella sostanza riscrivo un articolo che FB mi ha censurato. Voglio verificare se è così solerte di farlo di nuovo.

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In Italia dietro alle polemiche mascherine sì mascherine no, tamponi sì tamponi no, si nasconde una cruda verità: non abbiamo né mascherine, né tamponi e né sufficiente materiale sanitario, tra cui i ventilatori, per affrontare in modo adeguato l’emergenza drammatica della pandemia. L’elevato numero di morti è causato da questo terribile dato, oltre che da sottovalutazioni, carenze ed errori del nostro sistema sanitario, in particolare da quello lombardo, rispetto ad altri paesi europei come la Germania.

E’ solo responsabilità di questo Governo e delle Regioni? O non sono responsabili tutti i governi che in questi trent’anni si sono susseguiti nel Paese? Tutti hanno operato tagli alla sanità pubblica e impostato una politica di sua progressiva privatizzazione. La Lombardia di questo processo è uno degli esempi più evidenti.

Anche gli imprenditori non sono esenti da responsabilità. In questi anni hanno fatto la scelta di non produrre mascherini, tamponi e attrezzature sanitarie per fronteggiare una possibile pandemia che gli scienziati sostenevano che prima o poi sarebbe arrivata. Non lo hanno fatto in quanto i profitti di queste produzioni sono marginali: da queste produzioni non si ricavano lauti profitti. E la politica non solo non ha sollecitato tali produzioni ma addirittura ha sostenuto e coperto le scelte e le strategie dell’industria farmaceutica nella sua finalità esclusivamente di lucro. Così si è messo in discussione il primo diritto fondamentale dei cittadini: il diritto alla salute per tutti. Ora siamo costretti a importare la produzione di questi materiali sanitari dall’estero in quantitativi enormi ma è evidente che con la pandemia in atto anche la possibilità di garantirsi un numero sufficiente di questi materiali è oggi difficile e richiede tanto tempo.

Tutto il sistema con la pandemia scricchiola rischia di rotolare. Che fare? Allora avanti con la retorica. Restiamo, nonostante tutto, il paese dei poeti, dei navigatori ed ect. ect. Ma risorse sulla ricerca e sulla formazione zero! Il capitalismo italiano è – come insegna Gramsci – un capitalismo straccione. E la sua classe dirigente – e non mi riferisco solo ai politici, ma anche agli intellettuali, ai giornalisti, agli scienziati, spesso modesti poiché i migliori sono emigrati all’estero – è espressione di questo capitalismo che perpetua il suo dominio riproducendo l’antico divario, mai colmato, tra un nord sempre più nella sfera di influenza del capitale tedesco e di un sud abbandonato al suo destino. A riguardo i radicali di sinistra nostrani, spesso inconcludenti, che osteggiarono negli anni ’60 il giudizio di Giorgio Amendola sul capitalismo italiano oggi sorvolano su quel confronto e gli storici tacciono. Però con orgoglio tutti sostengono che il nostro sistema sanitario è tra i migliori del mondo e siamo la settima potenza mondiale! Ma se il coronavirus avesse avuto l’epicentro non in Lombardia ma in città come Napoli, Bari, Palermo o Cagliari, di che cosa staremmo a discutere oggi? Nella drammatica disgrazia l’Italia è stata pure fortunata.

Ora molto si discute e si polemizza sulla ripresa, in un Paese messo in ginocchio – e stava messo male anche prima della pandemia -. Si discute sulle risorse per fronteggiare l’emergenza economica e sociale e di come avviare la ripresa, sull’UE, sul ruolo della BCE, sul MES e sugli eurobond. Nonostante gli sforzi del Governo le risorse messe a disposizione sono del tutto insufficienti e date spesso a pioggia, senza un vero piano per fronteggiare l’emergenza sociale. A questo proposito la lettera inviata a tutti i prefetti dal Ministro degli Interni un po’ m’inquieta. Che occorra fare molta attenzione al rischio di penetrazioni mafiose è un giusto allarme, penso per città come Roma, Napoli, Palermo, ma anche per città come Milano. Ma che il Ministro parli nella lettera anche di gruppi estremistici che potrebbero far leva sul grave disagio sociale per creare problemi mi lascia molto perplesso. A chi si riferisce? A gruppi fascisti? Allora lo dica! Se domani, in una fabbrica qualunque, ci dovessero essere degli scioperi spontanei – come già è avvenuto – perché gli operai non si sentono tutelati da un padrone che non prende le necessarie misure di sicurezza, questi lavoratori sono degli estremisti da perseguire? E se cresce di tono e di intensità, soprattutto nelle grandi periferie urbane, la protesta sociale dei più deboli e dei più esposti alla crisi economica e sociale la risposta dello Stato è di garantire la tutela dell’ordine pubblico con misure di polizia? Esagero? Spero di sì, ma questa lettera un poco mi preoccupa.

Vado all’Europa o meglio all’UE. Questa Unione è stata costruita, come disse Altero Spinelli, sulla sabbia, cioè come unione monetaria e basta e senza che la BCE diventasse la banca centrale della stessa unione. Infatti la BCE è il punto di incontro degli interessi delle oligarchie finanziarie e delle banche. Dei suoi indirizzi non risponde al Parlamento europeo, che non ha nessun potere, e neppure risponde alle volontà politiche dei singoli Stati. Si giudica un grande successo la sospensione della parità di bilancio ma nessuno ricorda che questa scelta della politica del rigore neoliberista fu messa addirittura nella Carta Costituzionale. La sospensione della regola della parità di bilancio è già qualcosa, ma dopo, superata l’emergenza sanitaria, che ne sarà di questa regola? Si tornerà alla politiche di rigore? E chi pagherà l’enorme debito pubblico accumulato, tra l’altro in una fase di drammatica recessione? Si fanno polemiche, anche molto aspre, su MES e Eurobond ma nessuno indica un’altra strada, alternativa a questa UE, cioè alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa con politiche economiche e fiscali, comuni, con uno stato sociale non frantumato, ma rafforzato, qualificato e comune, a iniziare dal sistema sanitario. Gli Eurobond si ottengono se si lavora per questa prospettiva, se si superano le politiche neoliberiste imposte dal capitale finanziario; senza un’azione politica efficace gli Eurobond diventano una bandierina propagandistica per nascondere una dura verità: l’UE altro non è che l’asse Berlino-Parigi, espressione del dominio invasivo del capitale finanziario e l’Italia di questo asse è un vassallo.

Se è vero che con la globalizzazione, iniziata con la fine della convertibilità del dollaro in oro, ha come tratto fondamentale la trasformazione della moneta da strumento di scambio a merce, anzi è divenuta la merce più pregiata, per cui l’attività di vendere e compare moneta è molto più redditizia del vendere o compare merci, si è passati, almeno in Occidente, a una nuova fase del capitale, che si riproduce molto di più velocemente con le transazioni finanziarie speculative e non più con la tradizionale attività produttiva. Allora o l’Occidente supera questa fase del capitale o il rischio del suo declino, soprattutto qui in Europa, sarà inarrestabile. Aumenteranno le diseguaglianze sociali, saliranno le tensioni sociali e un ristretto manipolo di persone deterrà sempre di più una immane ricchezza. E dal punto di vista dei beni materiali e delle risorse energetiche strategiche sarà sempre più dipendente dall’industria cinese, molto sofisticata e tecnologicamente avanzata o dalla Russia, che con la Siberia detiene all’incirca il 50 per cento delle risorse energetiche strategiche del pianeta.

Ecco perché la pandemia in Occidente da emergenza sanitaria rapidamente si sta trasformando in una terribile crisi economica e sociale. E i primi paesi che rischiano di rimetterci le penne in Europa sono quelli mediterranei, come Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. Non è in discussione la democrazia. Da tempo siamo ormai in Europa in un sistema politico sempre meno democratico e sempre più a-democratico, in cui chi conta, chi prende le decisioni politiche ed economiche vere, non sono i politici, ridotti a essere dei tecnici che devono solo amministrare e gestire il presente e quello che offre, ma sono i manager dell’alta finanza, le banche, persone non elette da nessuno ma semplicemente designate o cooptate che quasi sempre sono in ombra, dietro le quinte, insomma sono i Draghi.

Ma il coronavirus ha riproposto con durezza – e qui vengo alla frase per cui forse FB mi ha censurato – anche il conflitto sociale, la lotta di classe che nell’89 troppo sbrigativamente si era data per morta in nome di un capitalismo che avrebbe garantito a tutti un futuro di pace, di benessere e di progresso. La lotta di classe si manifesta oggi in tutta la sua forza. Mi si può censurare ma così è, ed è un processo in atto che nessuna censura o stucchevoli retoriche possono fermare e che si ripropone, anche se i media, i politici e l’intellighenzia non ne parlano. Ma per trasformare la protesta sociale in azione politica per la trasformazione della società, per liberarci una volta per tutte dalle politiche neoliberiste e guardare avanti, al futuro, a una prospettiva socialista, occorre costruire un soggetto politico della sinistra all’altezza della fase. Insomma che raccolga il disagio sociale trasformandolo in iniziativa politica, in lotta di classe appunto. Allora sveglia! È ora di riprendere la partita, di spezzare i lacci e i laccioli del pensiero liberaldemocratico in tutti questi anni subalterno alle dottrine e alle pratiche neoliberiste.

Sandro Valentini

Il colpo di stato di Orbàn. di A. Angeli

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A coloro che verranno ( Bertolt Brecht )

Davvero, vivo in tempi bui!

La parola innocente è stolta. Una fronte distesa

vuol dire insensibilità. Chi ride,

la notizia atroce

non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando

discorrere d’alberi è quasi un delitto,

perché su troppe stragi comporta silenzio!

E l’uomo che ora traversa tranquillo la via

mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici

che sono nell’affanno?

 

È l’incipit della lunga e bellissima poesia che inizia: “ Davvero, vivo in tempi bui!”, in cui il riferimento alla dittatura hitleriana è palese. Dittatura che non solo portò alla morte di milioni di persone nei campi di concentramento, ma costrinse molti artisti e scrittori a scappare dalla Germania, tra cui lo stesso Bertolt Brecht. La poesia risale, infatti, all’esilio danese di Brecht e allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939. Nella seconda parte della poesia possiamo leggere la ribellione contro il regime hitleriano, pur essendo egli cosciente di non poter ottenere grandi risultati. Tuttavia, nel prosieguo del testo, l’autore  esprime l’intima soddisfazione e orgoglio per essere riuscito a minare l’autorità dei potenti. L’ultima parte della poesia manifesta l’appello alla coscienza e alla lotta democratica rivolto alle generazioni future, con la speranza che riescano a portare a termine la lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni iniziata dai loro padri.

A noi la notizia è stata data, l’Europa ha come socio un governo fascista: Viktor Orbàn, primo ministro dell’Ungheria si è fatto attribuire pieni poteri dal parlamento, nonostante la forte contrarietà dell’opposizione.  Scopriamo così che Il virus Covid19 contagia anche le fondamenta della democrazia rappresentativa e parlamentare, fino a indebolirne le funzioni costituzionali, poste sotto condizionamento dalla necessità di una rapida risposta all’epidemia, determinando così uno stato di emergenza che favorisce il rafforzamento dei singoli governi. Un fatto inedito, che impone l’annichilimento di ogni afflato alla libertà e mobilità, motivato e giustificato dall’inderogabile necessità sanitaria che impone l’adozione di misure e provvedimenti di isolamento e distanziamento dei cittadini, obbligati al rispetto del lockdowm. Forzando questo stato di necessità , che pur deve comunque attivarsi nel rispetto delle prerogative del Parlamento, il primo ministro Ungherese, ottenendo i pieni poteri dal Parlamento Ungherese ( dalla sua maggioranza: 138 si contro 53 no ) ha completato il ciclo autoritario, da tempo in corso di sperimentazione, sfidando  le norme dell’Europa in materia di democrazia e di rispetto delle minoranze. I quattro di Visegrad:  Ungheria, Polonia Repubblica Ceca e Slovacchia, da tempo si sono posizionati su un terreno di sfida alla storia democratica dell’Europa.

Con il colpo di stato di Orbàn, il disegno di una balcanizzazione sovranista dell’Europa muove i primi passi, offrendosi quindi come punto di riferimento per i sovranisti dell’Europa. Da noi, i sovranisti di casa, Meloni, Salvini, ( FI o Tajani non si è pronunziata ) non hanno certo perso l’attimo, manifestando immediato intesse per il colpo di stato compiuto dal camerata Orbàn, mentre si sbracano contro i provvedimenti di Conte, con i quali è imposto il lockdowm agli italiani per combattere efficacemente l’epidemia del covid19 , una risposta dall’Europa è dovuta, rapida e decisa: Orbàn deve essere espulso dal consesso Europeo e rivolgere un deciso richiamo agli altri  rimanenti soci del gruppo di Visegrad: cancellare tutti i provvedimenti autoritari  adottati e in netto, chiaro contrasto con la tradizione democratica dell’Europa.  

 Alberto Angeli