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“ Etica e economia” J. M. Keynes -L’attualità del suo messaggio, di A. Angeli

Il 21 aprile 1946 muore J-M-Keynes. Egli era fortemente legato a Piero Sraffa, di cui è stato il “protettore” nel periodo durante il quale insegnò in Inghilterra 1926, ( con Keynes ha condiviso nel 1961 la medaglia Södeström dell’Accademia svedese delle scienze che costituisce l’antecedente dei premi Nobel di economia), Saffra, legato ad Antonio Grmasci, annoverava tra le sue amicizie anche quella di Bertrand Rassel e di Wittngestein. Muore a Cambridge il 3 settembre 1983. Con questo breve saggio cerco di recuperare il valore di un famoso scritto di Keynes, in cui mi sono imposto di sintetizzarne il pensiero, che ritengo ancora attuale, cosciente che ciò possa esporsi ad una critica di banalizzazione di un pensiero di alto contenuto culturale e teorico. “Etica ed economia” è la sintesi del pensiero di John Maynard Keynes, che affronto nel presente scritto, forse illudendomi di dare un contributo e un segnale alternativo alla indifferenza del momento politico che stiamo vivendo. Il richiamo a Sraffa è sintomatico di una continuità intellettuale che legava i due teorici dell’economia e che ha segnato il XX secolo. Lo scritto vorrebbe offrire uno stimolo alla riflessione sui fenomeni economici e sulla politica economica, sulle trasformazioni del sistema finanziario globalizzato e sul ruolo delle monete e, per l’attualità, dell’Euro. Nel breve scritto che segue, l’impostazione analitica dei temi indicati è appena accennata, mai sospinta fuori del tema, e tuttavia si presta ad una comprensione coerente del pensiero Keynesiano.
— John Maynard Keynes, “ Etica e economia”. Una sintesi del pensiero Keynesiano
Nel Saggio: “ Sono un Liberale?” Keynes scrive :“Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”. Sono queste le conclusioni, con le quali Keynes nello scritto del 1925, consegna le sue riflessioni sulle numerose questioni di ordine politico, economico e sociale, che nel nuovo contesto mondiale, governato dal capitalismo, si vanno prefigurando. E’ quindi con una domanda, la stessa che dà il titolo allo scritto, con cui si chiude il saggio del grande economista, richiamandosi all’unica possibile conclusione che poteva scaturire da un’analisi tanto articolata, quanto problematica, dell’avvicinarsi dei “tempi moderni”. Il senso ultimo di questa visione culturale è quello che accompagnerà Keynes per lungo tempo, fino all’uscita della Teoria Generale nel 1936. Infatti, è con quel poderoso lavoro che sarà data unitarietà e spessore alla critica dell’ economia monetaria di produzione – in cui il capitalismo evidenzia in termini chiari la sua natura di sistema predatorio e iniquo – e alla capacità di autoregolazione dell’economia di mercato.
Il saggio “ Sono un liberale?” è la raccolta di numerosi scritti Keynesiani che riproducono una serie di interventi ed articoli dell’economista, riconducibili alla fine degli anni 20 e 30, dalla lettura dei quali si avverte la forte e avvincente tensione culturale trasmessa dalla riflessione di Keynes sui grandi temi dell’economia del momento, ma con una visione profetica rivolta al futuro. Il testo brilla per la finezza e la rilevante chiarezza espressiva a cui il Keynes faceva ricorso, dando alle sue analisi un sostegno argomentativo tale da rendere fluenti i suoi ragionamenti teorici, altrimenti incomprensibili.
La prima parte mette in luce il tragico passaggio dall’ “ordine” ottocentesco a quello del XX secolo, evidenziando gli squassi del primo conflitto mondiale, per chiarire come le conseguenze a cui porteranno le riparazioni di guerra inflitte ai tedeschi. Peraltro quella fu la circostanza in cui rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles. Nella sua condanna di quelle deliberazioni il rilievo del “problema economico” è dirompente. Infatti, di lì a poco, l’Europa andrà incontro alla Grande Depressione nel 1929, e al secondo conflitto mondiale un decennio più tardi.
Dalla sua posizione di analista della società il “problema economico” è posto come la questione pressante con cui deve fare i conti la società moderna e questo nonostante le meraviglie che il progresso sembra porgere su un piatto d’argento. Egli scrive: “Abbiamo contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica -. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per individuare nuovi impieghi per la forza lavoro”. Un passo che egli ci invia come posta per riflettere sulle prospettive economiche per i nostri nipoti. Nella sostanza, egli ci dice, la “povertà nell’abbondanza” è l’intrinseca contraddizione in cui vive il capitalismo, ed è questa contraddizione che è necessario spiegare se si vuole recuperare un senso positivo nel progresso, sgombrando il campo dagli opposti pessimismi che si vanno fronteggiando. Ossia, da una parte, “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento”
Nella sostanza, prosegue, l’ “amore per il denaro” è alla radice di tutto il sistema, anche se non è propriamente l’ “amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita”, scrive, ma il “possesso del denaro”, che rende il sistema ingiusto. (Auri sacra fames). Inoltre, sul fronte del profitto, è in regime di laissez faire che “il profitto va all’individuo che, per abilità o fortuna, si trova con le sue risorse produttive nel posto giusto al momento giusto” (La fine del laissez faire). E’ in queste condizioni di iniquità, che secondo Keynes, “Un sistema che permette all’individuo abile ( e avido) o fortunato di raccogliere l’intero frutto di questa congiuntura offre chiaramente un incentivo immenso a coltivare l’arte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Così uno dei più forti moventi umani, cioè l’amore per il denaro, viene asservito al compito di distribuire le risorse economiche nel modo migliore per aumentare la ricchezza al fine di ottenere la massima produzione di ciò che è maggiormente desiderato secondo la misura del valore di scambio”.
La questione è persino più ampia e, secondo Keynes, c’è bisogno di una nuova etica perché: “sembra ogni giorno più evidente che il problema morale della nostra epoca ha a che fare con l’amore per il denaro, con l’abituale ricorso al movente del denaro in gran parte delle attività della vita, con l’approvazione sociale del denaro come misura concreta di successo e con l’appello della società all’istinto di accumulazione…” Questa riflessione lo porta a spostare il suo sguardo alla Russia, verso la quale lo spinge un sincero interesse verso il comunismo russo – da cui, secondo Keynes, proviene o spira una sorta di “afflato religioso, poiché, lì, si cerca di costruire una struttura della società in cui le motivazioni economiche, come fattori condizionanti, avranno un’importanza relativa diversa, per il fatto che l’approvazione sociale sarà distribuita in altro modo, e dove i comportamenti da prima erano normali e rispettabili, poi non lo saranno più”. Qui Keynes, espressione della borghesia colta, approfondisce con il dovuto distacco quella che chiama “fede comunista”, evidenziando come per lui non è certamente possibile accettare una “dottrina che, preferendo la melma al pesce, esalta il proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighentjia”, pur ammettendo con decisione che è ineludibile la necessità di una nuova etica dell’economia.
I pensieri keynesiani portano però all’attenzione del lettore qualcosa di ancora più impegnativo nella sua analisi della società. Intanto, per ciò che egli ritiene e indica come una rivoluzione da attuarsi nel metodo dell’analisi economica, facendo quindi camminare a fianco a fianco società ed economia, per cui è solo comprendendo il profondo legame che le tiene insieme, è possibile assimilare il “rivoluzionario” messaggio di cui la Teoria Generale è portatrice.
Nel suo pensiero la funzione del capitalismo è riassunta come una lotteria, in cui domina incontrastata l’incertezza e l’alterità del semplice calcolo probabilistico, essendo infatti la moneta a gettare un ponte tra presente e futuro, sono allora gli spiriti animali degli imprenditori a determinare lo stato e l’andamento della domanda effettiva del sistema economico. Al proposito Keynes precisa: “ è una domanda che, misurandosi esclusivamente sui valori di scambio, nulla ha a che fare con il valore d’uso dei beni prodotti, e dunque con i bisogni che la società esprime”. Molti studiosi di Keynes hanno trovato in questo passaggio un doveroso tributo alle dimenticate analisi di Malthus e a quanto egli aveva intuito in merito al ruolo trainante della domanda nel dirigere il processo produttivo. Qui entra in gioco anche il confronto con Ricardo. Ma è a Piero Sraffa, che si deve il ritrovamento delle lettere mancanti, riguardanti la corrispondenza tra Malthus e Ricardo, nelle quali vi si colgono, di fatto, gli inizi della teoria economica nonchè le linee divergenti, lungo le quali la materia può essere sviluppata. Infatti , Ricardo studia la teoria della distribuzione del prodotto in condizioni di equilibrio, e Malthus si concentra su ciò che determina il volume della produzione giorno per giorno nel mondo reale. Ancora, Malthus tratta dell’economia monetaria in cui viviamo; Ricardo dell’astrazione di una un’economia con moneta neutrale.
Il pensiero di Keynes ha un percorso speculativo e formativo fondato su basi logiche. Era sua consuetudine ritrovarsi con i maggiori logici e matematici a lui coevi. A Cambridge con Russel – matematico e filosofo- che lo guida nelle conversazioni verso una teoria che deve assumere un valore strumentale rispetto alla pratica, che spinge Keynes ad impadronirsi di un linguaggio in cui faccia premio un ragionamento basato sul senso comune. Segue le lezioni di Marshall, da cui apprende i moderni metodi diagrammatici, necessari per cogliere la complessità dei fenomeni sociali e per arricchire la sua preparazione con lo scopo di muoversi nell’ambito della ricerca storica, della filosofia e, cosa inaspettata, proporsi come conoscitore della cosa pubblica.
Keynes, conclude il saggio affermando: “l’economia è una scienza molto pericolosa”, e gli economisti non sono profeti. Ad ogni modo a Keynes non sfugge il fatto che i “tempi moderni necessitano di nuove politiche e nuovi strumenti per adeguare e controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea odierna di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della stabilità e della giustizia sociale”.
Perché riappropriarsi di Keynes , di questo spirito critico, di cui ogni tanto alcuni rimembrano le sue teorie per rianimare un’economia esausta e sostituita dalla finanziarizzazione globale. ma non tanto da essere annoverato nelle fila della cultura marxista.? Perchè questo eretico tra gli eretici, lascia infine che siano altri a rispondere alla domanda da cui è partito: “Sono un liberale?” La risposta sta tutta nella considerazione che dobbiamo dare all’importanza di non banalizzare le forme dei conflitti di classe sapendo leggere con attenzione e mettere a confronto Marx e Keynes.
Albero Angeli
Giuseppe Di Vagno, “il gigante buono”, il primo deputato socialista ucciso dal fascismo, di N. Corrado

Giuseppe Di Vagno (Conversano [BA], 12 aprile – Mola di Bari, 25 sett. 1921). Nacque da Leonardo Antonio e da Rosa Rutigliano, in un’agiata famiglia contadina. Dopo aver compiuto con buoni risultati gli studi liceali presso il locale seminario, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma, ove subì l’influenza politico-giuridica di Enrico Ferri. Laureatosi nel 1912, dopo aver svolto un breve periodo di attività forense nella capitale, si iscrisse al partito socialista e tornò definitivamente a Conversano, ove promosse le lotte popolari e bracciantili di quegli anni. Nelle elezioni del 1914 fu eletto per la lista socialista al Consiglio provinciale. Interventista su basi democratiche prima dello scoppio della guerra, denunciò successivamente la natura imperialista della stessa.
Durante il conflitto, col grado di caporale, fu relegato fra la truppa di stanza in Sardegna a causa delle sue opinioni politiche. Il 10 novembre 1917 venne violentemente attaccato nel Consiglio provinciale per la sua posizione di supposto disfattismo. La violenta polemica ebbe immediata ripercussione in una manifestazione di piazza scatenata contro di lui dai gruppi nazionalisti. Nell’anno successivo incominciò la sua collaborazione ai giornali progressisti “L’Oriente”, “Gazzettino di Puglia” e “Il Giornale del Sud”. Sempre nello stesso anno, per la sua attività politica, venne schedato presso il Casellario politico centrale (8 febbraio).
Dopo la guerra riprese a svolgere l’incarico di segretario dell’Ente provinciale di consumo, che aveva cominciato già da prima del conflitto, suscitando però le critiche di alcuni socialisti operaisti che consideravano l’Ente un’istituzione borghese. È di quegli anni, inoltre, la ripresa su vasta scala dei suoi interventi processuali a difesa di braccianti imputati di reati economico-politici in danno dei latifondisti locali.
Nel 1919, a causa della sua adesione al programma meridionalista di Gaetano Salvemini, fu escluso dalla lista dei candidati del Partito socialista italiano alle elezioni politiche. Superato il momento d’attrito interno al partito, nell’ottobre del 1920 venne riconfermato come rappresentante socialista nel Consiglio provinciale e, nell’anno successivo, nominato direttore dell’organo della federazione socialista di Bari “Puglia rossa”. Durante uno sciopero generale, proclamato dalle organizzazioni proletarie di Conversano il 25 febbraio per protestare contro le violenze fasciste, scoppiarono gravi incidenti popolari. Pur non avendo direttamente partecipato agli scontri, Di Vagno fu indicato dai fascisti come l’animatore degli incidenti. La prepotenza fascista, tollerata dalle autorità governative, giunse al punto da metterlo al bando della cittadina. Egli, comunque, continuò la sua azione di organizzatore del movimento socialista nella regione in un clima di continue violenze: i fascisti, l’8 maggio 1921, a pochi giorni dalla consultazione elettorale politica, incendiarono la Camera del lavoro di Conversano.
Le elezioni del 15 maggio videro, però, un ampio successo di Di Vagno che venne eletto nella lista socialista nella circoscrizione di Bari e Foggia con ben 74.602 voti di preferenza. A Conversano, però, ne ottenne solo 22 a causa delle intimidazioni messe in opera dai fascisti locali. Entrato in Parlamento, venne chiamato a svolgere le funzioni di segretario della commissione Giustizia. Il 30 maggio 1922, con l’intenzione di infrangere la proscrizione fascista, andò a tenere un comizio a Conversano. Al termine della manifestazione una squadra di fascisti provenienti da Cerignola organizzò un attentato contro di lui. Invece di Di Vagno, nell’agguato rimase però ucciso un altro militante socialista, Cosimo Conte, e vennero feriti nove contadini. Durante gli scontri trovò la morte anche il fascista Ernesto Ingravalle. Tentativi di aggressione nel suoi confronti proseguirono nei giorni successivi a Casamassima, Noci e Putignano.
Pochi mesi dopo, mentre si stava recando a Mola di Bari per l’inaugurazione di una sezione, Di Vagno fu avvertito che si stava organizzando un nuovo agguato contro di lui. Ciononostante egli volle ugualmente raggiungere il 25 settembre 1921 il centro costiero pugliese. Dopo un comizio tenuto in piazza XX settembre, una squadra di fascista ispirati da “ras” locale Caradonna proveniente da Conversano lo aggredì a colpi di rivoltella e lanciando una bomba a mano in via Loreto. Ferito gravemente, Giuseppe Di Vagno morì il giorno successivo nel locale ospedale civile.
Per l’omicidio, aggravato e premeditato, furono rinviati a giudizio presso la corte di assise di Bari lo studente Luigi Lorusso, quale esecutore materiale, e altri nove per correità e cooperazione immediata. Il maestro del diritto penale e leader socialista Enrico Ferri, capo del Collegio di difesa della famiglia Di Vagno, parte civile nel processo, dimostrò le lacune dell’istruttoria e la stretta correlazione tra “gli esecutori e cooperatori immediati del delitto e gli autori morali dello stesso”; il grande giurista evidenziò, in particolare, “la propaganda d’odio fatta con ogni mezzo dagli avversari di Di Vagno, e condotta sino all’estrema conseguenza di proclamare la necessaria soppressione di lui”.
Dei 26 imputati di omicidio premeditato la Sezione d’Accusa (questa era la procedura secondo il codice di procedura penale del 1913 allora vigente) della Corte di Appello delle Puglie sedente in Trani, ne aveva rinviati a giudizio dieci (drammatico richiamo, la sentenza è del 25 settembre 1922), dichiarando non doversi procedere contro gli altri, in parte per insufficienza di prove e in parte per non aver commesso il fatto. ln relazione a queste assoluzioni. tra cui quella di chi era stato il principale organizzatore. si svolsero festeggiamenti tra i giovinastri di Conversano al grido di `viva il 25 settembre’. Senonché un mese dopo questo rinvio a giudizio intervenne la Marcia su Roma; e il 22 dicembre 1922 veniva varato il primo dei numerosi decreti di amnistia del regime fascista, il cui articolo 1, comma 1 diceva testualmente:
“E’ concessa amnistia per tutti i reati preveduti nel codice penale, nel codice penale per l’esercito, nel codice penale militare marittimo e nelle altre leggi, anche finanziarie, commessi in occasione o per causa di movimenti politici o determinati da movente politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale, immediato o mediato”.
La Corte d’Assise si trovò di fronte a questa amnistia e la applicò, prima ancora che fosse esaurita la fase processuale. Avrebbe potuto discutere sul concetto di fine nazionale, mediato o immediato, ma se ne guardò bene. Gli imputati poterono tornare a Conversano accolti dai fascisti in modo trionfale.
Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, molti uomini politici, Sandro Pertini in testa, domandarono che si riaprisse il processo per l’uccisione di Giuseppe Di Vagno.
La richiesta era perfettamente in linea con la legge perché sia l’art. 5 del regio decreto legislativo 26 maggio 1944 n. 234, emanato a Salerno, sia l`art. 6 del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944 n. 159 (che a Roma sostituì quel regio decreto), premessa la revocabilità delle amnistie e degli indulti concessi dopo il 28 ottobre 1922, stabilivano che le sentenze pronunziate per delitti di violenza commessi da fascisti potevano essere dichiarare giuridicamente inesistenti quando sulla decisione avesse influito lo stato di morale coercizione determinato dal fascismo.
Sandro Pertini, impegnato nei preparativi per ritornare a combattere al Nord, ebbe tempo non solo per occuparsi di questa rivendicazione, ma per recarsi a Conversano alla tomba di Giuseppe Di Vagno e fu partecipe con Giuseppe Di Vittorio di un grande comizio unitario nel teatro Piccinni di Bari il 24 settembre 1944, nel 23° anniversario dei terribili giorni del 1921.
Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bari aveva già provveduto – sulla base del primo decreto tra i due sopra indicati – a chiedere la riapertura dell’istruttoria nei confronti di tutti gli imputati prosciolti o amnistiati per il delitto di Mola di Bari. E il procedimento fu perfezionato con la sentenza di giuridica inesistenza pronunciata, su conforme requisitoria del sostituto procuratore generale Ernesto Battaglini, il 5 novembre 1945, che sancì l’inesistenza giuridica della sentenza della Sezione d’Accusa presso la Corte di Appello di Trani del 26 settembre 1922.
All’improvviso, però, il giudizio fu trasferito per legittima suspicione alla Corte di Assise di Potenza che, con sentenza 31 luglio 1947, condannò sei degli imputati (uno quale esecutore materiale dell’omicidio e gli altri cinque per correità) a pene varie intorno ai dieci anni di reclusione, pronunciando l’amnistia – ovviamente sulla base di nuovi decreti nel frattempo sopravvenuti – nei confronti di altri.
Peraltro, tutti (anche gli amnistiati) ricorsero per Cassazione e quest’ultima con sentenza del 22 marzo 1948 dichiarò tutti amnistiati sulla base del “decreto Togliatti” del 22 giugno 1946, ritenendo che l’omicidio dovesse ritenersi preterintenzionale date le parti del corpo colpite (solo l’omicidio volontario era escluso da quella amnistia).
Fu una sentenza sommaria, che provocò grandi polemiche, basata su valutazioni di fatto (infondate) che caso mai sarebbero spettate ad un giudice di rinvio: una vicenda chiusa nel clima tipicamente postfascista, a parte giudici e pubblici ministeri filofascisti.
Nicolino Corrado
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Fonti: Fulvio Mazza, “Giuseppe Di Vagno”, Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, Volume 40 (1991); Giuliano Vassalli, “Giuseppe di Vagno (1889-l921)”, Discorso pronunciato nella Sala del Cenacolo della Camera dei deputati il 26 gennaio 2005.
Bibliografia: Roma, Arch. centrale dello Stato, “Casellario politico centrale”, fasc. 19.848; “Atti parlamentari, Camera, Discussioni”, legisl. XXVI, pp. 1595-1615; A. Violante, “Di Vagno“, Bari 1921; G. Salvemini, “Come fu assassinato Giuseppe Di Vagno”, in “Il Ponte”, VIII (1952), pp. 1583 ss.; T. Fiore, Ricordo di P. D., in Rassegna pugliese, II (1967), pp. 358 s.; R. Colapietra, Dal sacrificio di G. D. alla testimonianza di D. Pastina, ibid., VI (1971), pp. 375-379; M. Dilio, D., Bari 1971; S. Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Roma-Bari 1971, pp. 189-199, 230-234; Conversano in cento anni di vita politica e amministrativa 1880-1980. Rassegna di fonti documentarie, Bari 1981, pp. 50-79; T. Aquilino, G. Donno, E. Giustiniani, Dal dopoguerra all’avvento del fascismo (1919-1926). Il movimento socialista e popolare in Puglia dalle origini alla costituzione 1875-1946, I, Bari 1985, pp. 168 s.; M. Fraddosio, L’attività parlamentare dei deputati socialisti pugliesi nella legislazione del primo dopoguerra. Il movimento…, I, Bari 1985, pp. 240-43, 249 ss.; Dizionario biografico del movimento operaio ital., a cura di F. Andreucci-T. Detti, II, Roma 1976, ad vocem.
Una riflessione da sinistra sulla Giunta Raggi, di A. Valeri

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Spesso quando critico la Giunta Raggi, soprattutto nel campo della Cultura, l’obiezione principale che mi viene mossa è quella di non indicare soluzioni alternative.
Ho deciso quindi di pubblicare uno stralcio di un mio articolo di prossima pubblicazione in cui si delineano in modo organico quelle che dovrebbero essere le misure da adottare in concreto per rilanciare la Cultura in questa città.
E’ un po lungo ma credo che ormai da troppo tempo si affronti la questione della Cultura a Roma solo per slogan. E’ invece necessario un ragionamento approfondito che dedico quindi a tutti coloro i quali avranno la bontà di leggerlo.
In questi giorni il Comune di Roma, per voce del suo Vicesindaco e Assessore alla Crescita culturale Luca Bergamo, ha coniato uno slogan nuovo di zecca con l’obiettivo di ridare slancio all’azione amministrativa e che recita pressapoco cosi: “Per Roma non serve una mano di bianco ma riforme strutturali alle quali stiamo lavorando”.
Un’enunciazione che, al di là dei toni roboanti ed ambiziosi, risulta essere assolutamente vacua visto che non è dato di sapere né come si voglia procedere né quale siano questi interventi strutturali.
La sensazione che si è avuto sin dal principio è invece esattamente opposta: quella di una gestione schizofrenica in cui l’agenda di governo è stata sino ad ora più dettata dalle emergenze anziché essere improntata ad una vera nuova visione di asset che da troppo tempo manca per questa città.
Proviamo quindi a mettere nel piatto qualche elemento per dare un po’ più di concretezza alla discussione su come “non dare mani di bianco” ma rilanciare strategicamente le politiche culturali a Roma.
Innanzitutto, ci sarebbe bisogno di un reale luogo di incontro tra amministrazione e operatori culturali e non la solita passerella, né l’ennesimo seminario, ma uno spazio in cui discutere e decidere assieme le priorità di intervento.
Al di là di qualche convegno o assemblea, infatti, in questa città non vi è mai stato un luogo permanente per una gestione partecipativa delle politiche culturali, basato su un nuovo patto sociale che preveda, da una parte, una cessione di sovranità di chi amministra nel decidere le priorità e dall’altra un impegno degli operatori di uscire dalla singola visione della propria condizione personale e lavorare a soluzioni che riformino il settore nel suo complesso.
Trasparenza, partecipazione e corresponsabilità nelle scelte sono oggi gli unici elementi per uscire insieme da una situazione di crisi cronica che colpisce in egual misura amministrazione e mondo della cultura.
Da un confronto come questo uno dei primi problemi ad emergere sarebbe sicuramente quello dell’eccessiva burocratizzazione legata all’organizzazione degli eventi.
Una giungla di leggi, norme, permessi, pareri, controlli, costi, divieti, che costituiscono una zavorra insopportabile al decollo e allo sviluppo culturale sul territorio.
Ci sarebbe bisogno di una “cultura da slegare”, che al pari di quanto fatto per le imprese, possa contare su una reale sburocratizzazione e una forte defiscalizzazione in grado di liberare energie e creatività.
Mi chiedo infatti perché, in tempi di crisi, con tagli draconiani alla cultura, oltre a portare avanti una fondamentale battaglia di civiltà per l’aumento dell’allocazione delle risorse sulla cultura contemporaneamente non si metta mai mano a tutte quelle misure che un amministrazione ha il potere di introdurre per ridurre i costi di chi lavora o vuole intraprendere l’attività culturale.
Quando si affronta questa questione, come alibi si agita lo spauracchio “del mancato introito e della Corte dei Conti” , palesando così l’incapacità politica di intervenire in un nuovo quadro normativo: si preferisce amministrare lo status quo anzi che assumersi la responsabilità di governare introducendo riforme innovative che abbattano questo “cultural divide”. Naturalmente defiscalizzare non basta ed occorre sviluppare nuove politiche di accesso al credito.
Innanzitutto aumentando le voci di bilancio, abbandonando una visione della cultura come qualcosa di superfluo rispetto ad altri servizi essenziali ma elevandola a settore strategico per il benessere, la vitalità, il lavoro e l’offerta turistica della città. Poi facendo un serio e strutturato ricorso alle opportunità che l’Europa ci consente, sia in termini di fondi che di beni e servizi.
Infine un diverso rapporto con il capitale privato, non più basato su una visione di mecenatismo commerciale ma come vero e proprio finanziamento a supporto dell’impresa culturale e della tutela del patrimonio, rivendicando una superiorità del pubblico rispetto al privato e salvaguardando l’interesse collettivo sull’ interesse del singolo. Altra questione cruciale su cui bisognerebbe avere parole chiere e azioni concrete e quello della rigenerazione e fruizione degli spazi. Una questione talmente urgente da non poter più continuare a far finta di nulla.
Non si può neanche parlare di nuova visione culturale della città prescindendo da una ridefinizione complessiva delle necessità dei diversi territori e dei diversi filoni culturali e creando degli spazi che servano a realizzarli in modo organico. Un enorme patrimonio di luoghi chiusi ed abbandonati, di proprietà pubblica e privata, che si vorrebbero alienare per una mera esigenza di cassa o per qualche speculazione legata alla rendita e che prioritariamente dovrebbero invece essere affidati per l’erogazione di quei servizi culturali e sociali che l’amministrazione non è in grado di garantire.
Per fare ciò occorrerebbe attuare un vero e proprio decentramento amministrativo, che superi la duplicazione dei ruoli e degli interventi tra Comune e territori e che affidi poteri specifici agli enti di prossimità e alla periferia, snellendo il carico di lavoro dell’amministrazione centrale che manterrebbe in questo modo i la sola funzione di coordinamento delle attività e controllo e la gestione di grandi eventi.
Personalmente penso che lo strumento più adatto a rispondere a queste necessità sia quello del distretto culturale evoluto, in grado di connettere il tessuto culturale e imprenditoriale di un territorio, creando un’offerta progettuale in grado di attrarre capitale privato e che trasformerebbe le municipalità in veri enti di crescita culturale in grado di dare risposte più immediate al territorio.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dell’Estate Romana e tutti noi possiamo avere in mente cosa significhi una vera rinascita culturale per questa città.
Senza risposte concrete alle questioni fin qui poste l’affermazione di “riforme strutturali” non rappresenterà un processo virtuoso di riscatto collettivo, ma solamente due parole prive di senso per uno slogan già dimenticato.
Andrea Valeri
Omaggio della Francia a Jean Moulin, di N. Corrado

Discorso pronunciato da André Malraux, il 19 dicembre 1964, in occasione della traslazione della salma di Jean Moulin al Panthéon.
Jean Moulin, eroe della Resistenza francese (Béziers, 20 giugno 1899 – Metz, 8 luglio 1943), nel 1937 diventa il più giovane prefetto di Francia. Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il 17 giugno 1940, viene torturato dai tedeschi e tenta il suicidio perchè si rifuta di arrestare alcuni soldati di colore francesi, accusati ingiusta mente di crimini di guerra. Rimosso dalla carica dal governo collaborazionista di Pétain per le sue simpatie politiche all’inizio del mese di novembre 1940, Jean Moulin lascia Parigi per Londra. Il suo incontro con il generale De Gaulle, il 25 ottobre 1941, è decisivo. Incaricato di una triplice missione di propaganda, unificazione militare e federazione dei movimenti della Resistenza nella Francia di Vichy, il suo operato porta alla nascita dell’Armata Segreta (AS) nell’ottobre del 1942, e poi, all’inizio del 1943, alla creazione dei Movimenti Uniti della Resistenza (MUR). Il primo Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR) si riunisce sotto la sua presidenza il 27 maggio del 1943 a Parigi. Ma il 9 giugno il generale Delestraint, capo dell’Esercito segreto unificato, viene catturato a Parigi. Il 21 giugno Jean Moulin, che ha convocato i delegati per garantire la sua sostituzione, viene catturato a Caluire dalla Gestapo di Lione, diretta da Klaus Barbie. Brutalmente torturato, rimane in silenzio e muore sul treno che lo sta deportando in Germania l’8 luglio del 1943.
Il discorso pronunciato da Andrè Malraux, il 19 dicembre 1964, in occasione della traslazione della salma di Jean Moulin al Panthéon: Comme Leclerc entra aux Invalides, avec son cortège d’exaltation dans le soleil d’Afrique, entre ici, Jean Moulin, avec ton terrible cortège. Avec ceux qui sont morts dans les caves sans avoir parlé, comme toi ; et même, ce qui est peut-être plus atroce, en ayant parlé ; avec tous les rayés et tous les tondus des camps de concentration, avec le dernier corps trébuchant des affreuses files de Nuit et Brouillard, enfin tombé sous les crosses ; avec les huit mille Françaises qui ne sont pas revenues des bagnes, avec la dernière femme morte à Ravensbrück pour avoir donné asile à l’un des nôtres. Entre, avec le peuple né de l’ombre et disparu avec elle – nos frères dans l’ordre de la Nuit” (…) “C’est la marche funèbre des cendres que voici. À côté de celles de Carnot avec les soldats de l’an II, de celles de Victor Hugo avec les Misérables, de celles de Jaurès veillées par la Justice, qu’elles reposent avec leur long cortège d’ombres défigurées. Aujourd’hui, jeunesse, puisses-tu penser à cet homme comme tu aurais approché tes mains de sa pauvre face informe du dernier jour, de ses lèvres qui n’avaient pas parlé ; ce jour-là, elle était le visage de la France.
“Come Leclerc entrò agli Invalides, con il suo corteo di esaltazione sotto il sole africano, entra qui, Jean Moulin, con il tuo terribile corteo. Con coloro che sono morti nelle segrete senza parlare, come te; e anche, il che è forse più straziante, dopo aver parlato; con tutti coloro con la divisa a strisce e con la testa rasata dei campi di concentramento, con il corpo per ultimo barcollante per le code terribili di ‘Nacht und Nebel’, e infine, caduto sotto il calcio dei fucili; con le ottomila donne francesi che non sono ritornate dalla prigionia; con l’ultima donna morta a Ravensbrück per aver dato rifugio a uno dei nostri. Entra, con il popolo nato dall’ombra e scomparso con essa – i nostri fratelli nell’ordine della notte “(…) “Questa è la marcia funebre delle ceneri. Accanto a quelle di Carnot con i soldati dell’Anno Secondo, a quelle di Victor Hugo con i Miserabili, a quelle di Jaurès vigilate dalla Giustizia, che esse riposino con la loro lunga processione di ombre sfigurate. Oggi, gioventù, possa tu pensare a quest’uomo come se avvicinassi le tue mani al suo povero volto informe del suo ultimo giorno, alle sue labbra che non avevano parlato: quel giorno, esso era il volto della Francia.”
Nicolino Corrado
Io voglio ancora il PSI, col simbolo e la sua lista, di G. Martinelli

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Quando nel 2007 decisi di partecipare alla Costituente socialista mi fu principalmente chiara una cosa . Ripartecipare ad un Partito il PSI che doveva ritornare ad essere importante nella vita politica e sociale in Italia . Io dopo il 1992 , in particolare, sono stato da socialista laburista nei Democratici di Sinistra e in SEL ma quando decisi di ritornare lo feci in modo chiaro e deciso non fidandomi più di loro . Il tutti questi anni ho cercato con tutte le mie forze di costituire insieme ad altri una vera e forte Comunità Socialista che per primo avesse il compito di riportare il nostro simbolo Socialista o di Area Socialista alle elezioni europee e nazionali. E’ da dopo il 2009 che un simbolo ed una lista socialista o di area non è stata più vista sulle schede elettorali . Non ne parliamo del Patto federativo con il PD renziano . Io ora dico che la speranza di vedere una nostra lista ed un nostro simbolo socialista riformista non l’ho ancora persa anche alleata ad altri Partiti e Movimenti della Sinistra Riformista e di Governo ! Io sono sempre stato chiaro sia nelle riunioni del PSI e sia in quelle di Socialisti in Movimento . Se qualcuno crede che quella prospettiva non è attuabile lo dica apertamente . Io già da ora non sono d’accordo con lui senza se e senza ma !
Gabriele Martinelli
La governabilità non dipende solo dal sistema elettorale, di V. Russo

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In un suo articolo sul Corriere della Sera del 5-06-2017, il prof. Angelo Panebianco facendo eco a tutti quelli che come lui sono aprioristicamente favorevoli al maggioritario lancia l’allarme sul fatto che verosimilmente l’adozione di un sistema “proporzionale” favorirà l’ingovernabilità del Paese. Evidentemente AP ha la memoria corta. Con il sistema proporzionale la DC ha governato per 44 anni anche in situazioni più drammatiche di quelle degli ultimi decenni, ossia, come sostiene Giovanni Sabbatucci con il “golpe in agguato”. Si potrà discutere sulla qualità dell’azione di governo e non mi pone nessun problema accedere all’idea che complessivamente e storicamente la Repubblica sia stata mal governata. Ma questo non dipende dal sistema elettorale dipende dalla qualità della classe politica in particolare e dalla classe dirigente in generale. Prova ne sia che con la II Repubblica non abbiamo visto un grande salto di qualità. Anzi i partiti tradizionali della prima, si sono dissolti per via del leaderismo e della personalizzazione della politica. Addirittura sono sparite alcune delle culture politiche più radicate nella società italiana. Con il crollo del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’URSS (1991) finiva la Guerra Fredda e veniva meno la minaccia esterna che teneva insieme alcune forze politiche minori attorno alla DC. Con il proporzionale e il CAF (la coalizione tra Craxi, Andreotti e Forlani) non si è affrontato il problema del debito pubblico perché nel 1983 l’Italia agganciava la ripresa internazionale, e la “nave andava”. Si perse una occasione storica. In quel periodo, economisti, noti a livello internazionale, sostenevano che era il proporzionale a far lievitare la spesa e il debito pubblici e non il comportamento irresponsabile dei governi in carica. Ma come abbiamo visto, negli ultimi 25 anni, con il maggioritario “coatto” della II Repubblica non si è risolto il problema perché a governi di Centro-Sinistra relativamente virtuosi si sono alternati governi lassisti di Centro-Destra. E poi è arrivata la crisi mondiale che è stata affrontata con politiche economiche sbagliate che in Europa hanno provocata una doppia recessione e, quindi, oggettivamente e in particolare nei Paesi euromed, non c’erano le condizioni per poterlo fare. Allora ragionando in una prospettiva storica, è chiaro che almeno in Italia una sana gestione dei conti pubblici non dipende semplicisticamente dal tipo di sistema elettorale proporzionale o maggioritario ma dai valori che guidano l’azione dei governanti, dai loro comportamenti più o meno responsabili che si alternano alla guida dei paesi, e non ultimo dalle fasi congiunturali che attraversano l’economia mondiale e quelle nazionali. Non sto sostenendo che i sistemi elettorali non c’entrano per niente. Dico che essi concorrono in associazione ad altri fattori che hanno a che fare con l’etica pubblica e l’accountability dei governanti. Purtroppo questi fattori di natura morale in Italia non sono molto apprezzati e praticati nella sfera pubblica né in quella privata della società civile. Purtroppo il debito pubblico italiano è storicamente il frutto del patto criminale (implicito) tra i governi che si sono succeduti alla guida del Paese e gli evasori. Le statistiche ricostruite dalla Banca d’Italia e dall’Istat a partire dall’Unità ci dicono che l’Italia è sempre stato un Paese ad alto debito pubblico prima per via del finanziamento delle Guerre di indipendenza da parte del Piemonte e dei debiti pubblici ereditati dagli Stati preunitari, poi per via delle due Guerre Mondiali e della Grande depressione e, da ultimo, per via dell’ultima depressione. Ma non c’è solo l’evasione fiscale. La corruzione e l’estorsione dilagano nel paese e per debellarla non basta certo la nomina del Commissario straordinario e la creazione dell’ANAC (autorità nazionale anti-corruzione) con risorse umane e materiali limitate.
A proposito di evasione fiscale, ricordo che il Servizio Centrale degli ispettori tributari creato nel 1981 in forza di una legge voluta dai ministri Reviglio e Andreatta è stato sciolto dopo che era stato trasformato in un organo di mera consulenza – come se il problema dell’evasione fosse stato risolto. In vista dell’attuazione del federalismo si sono abrogati controlli esterni ed interni sugli EELL e le Regioni e poi ci si meraviglia che evasione fiscale e corruzione sono stabili e aumentino da 45 anni a questa parte. Nonostante che da cinque anni a questa parte il processo di attuazione del federalismo sia stato bloccato del tutto in concomitanza dell’approvazione della legge di riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 4-12-2016, non c’è stato alcun tentativo di attuare un sistema efficiente ed efficace di controlli interni ed esterni. Non senza menzionare che l’Italia resta la patria delle tre più grandi organizzazioni criminali del mondo che continuano a prosperare nel nostro paese e che si internazionalizzano progressivamente. E continueranno a farlo e, per altro verso, non si capisce che dette associazioni di stampo mafioso, a livello interno, continuano a controllare pacchetti rilevanti di voti qualunque sia il sistema elettorale adottato.
Il Sole 24 Ore nei giorni scorsi ha contato a livello locale 39 simboli di liste per le amministrative e, a livello locale, è vigente un sistema maggioritario, ma possiamo dire che la maggioranza delle Regioni e dei Comuni sono ben governati? E allora alcuni commentatori e politologi dovrebbero capire che la governabilità dipende dall’abilità dei politici al governo di far rispettare le leggi, di risolvere i problemi reali della gente e soprattutto dei più deboli e bisognosi. E questa abilità è tanto più alta quanto più alta è la coesione sociale, quanto più condivisa è l’etica pubblica, quanto più responsabili sono i politici e i funzionari pubblici nei confronti dei loro elettori e dei loro cittadini in generale, quanto più è condivisa è una teoria della giustizia sociale.
Ora è chiaro che in Italia su questo terreno siamo a livelli molto, troppo bassi. E se le principali forze politiche scelgono un sistema elettorale che prevede sue terzi di parlamentari nominati non dai grandi partiti di una volta ma da oligarchie e/o conventicole centralistiche che selezionano i candidati sulla base della fedeltà al leader, è chiaro che il rapporto di agenzia tra elettori ed eletti si allenta e fomenta la deresponsabilizzazione dei politici in generale. Molti si illudono che la risposta potrebbe venire da un leader volitivo e decisionista ma è solo una illusione a cui segue di norma una profonda delusione.
Se il processo legislativo degenera perché il governo ha espropriato all’85% le Camere della loro iniziativa legislativa e più della metà delle leggi viene approvata con il voto di fiducia che riduce al minimo e, alla fine, strozza il dibattito parlamentare, è chiaro che ne consegue la deresponsabilizzazione non solo dei politici ma anche del governo stesso e della PA che il governo dovrebbe controllare nella delicata fase di applicazione della leggi. In questo modo, il governo diventa dominus del tutto e del nulla e se, perversamente, si esercita a dire che è colpa della PA e in fatto la delegittima, non si rende conto che così facendo delegittima se stesso. Anche qualche buona legge resta inattuata e si rimedia proponendo una nuova legge senza aver analizzato i motivi per cui la precedente non è stata attuata e senza una valutazione preliminare dell’idoneità della nuova legge a risolvere il problema. Si consolida la prassi secondo cui i problemi si risolvono con l’approvazione di nuove leggi. Nell’era della sfiducia non solo tra elettori ed eletti ma anche tra i poteri dello Stato, ognuno chiede leggi sempre più precise, casistiche da applicare “burocraticamente” ma non di rado i problemi della gente rimangono irrisolti. Aumenta la sfiducia nei confronti dei politici e delle istituzioni che essi animano. C’è un rischio per la democrazia? Si e qui concordo con il prof. Panebianco ma non è solo un rischio. È una realtà. C’è in corso in Italia, in Europa e nel mondo una deriva autoritaria e tecnocratica che, pur non risolvendo i problemi reali della gente, lavora in tal senso. E la risposta secondo me non è quella del rafforzamento del governo ma delle istituzioni rappresentative.
Vincenzo Russo.
Riferimenti:
Giorgio Galli (1983) L’Italia sotterranea. Storia politica e scandali, Laterza, edizione club degli editori, Mi;a cura di Gianfranco Pasquino, in Paradoxa, anno IX, n. 4, Ott.-Dic. 2015; http://www.novaspes.org/paradoxa/scheda.asp?id=560;
Sabbatucci Giovanni, in Belardelli G., L. Cafagna, E. Galli della Loggia e G. Sabbatucci, Miti e storia dell’Italia unita, Bologna, il Mulino, 1999: 203-216.
tratto dal Blog http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/06/12/la-governabilita-non-dipende-solo-dal-sistema-elettorale/
Quel giorno che le donne scelsero la Repubblica, di G. Bellentani

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Finalmente quel 2 giugno era arrivato. La guerra era finita da un anno e dopo tanto tempo si poteva votare in libertà. In quel Referendum si chiedeva agli italiani di scegliere tra Monarchia e Repubblica, e da questa scelta sarebbe dipeso il futuro del Paese. Erano stati mesi di campagna referendaria pieni di discorsi e di slogan. I favorevoli alla Monarchia ricordavano che l’Unità d’Italia era stata fatta dai Savoia e che scegliere la Repubblica era un salto nel buio, visto che tante erano ancora le disuguaglianze economiche, culturali e sociali che esistevano tra Nord e Sud. Gli italiani, da sempre divisi, si sarebbero potuti ritrovare uniti sotto lo stesso progetto di democrazia? I favorevoli alla Repubblica ricordavano i comportamenti dei Savoia, i quali avevano portato l’Italia in due guerre, causa di centinaia di migliaia di morti, ma che soprattutto avevano permesso che nel Paese si instaurasse una feroce e sanguinaria dittatura, per poi scappare a Brindisi come i più pavidi dei codardi, lasciando i propri sudditi alla mercé dei nazifascisti.
Nelle strade e nelle osterie, ormai non si parlava d’altro. Ciò che invece sembrava irreale era che in quella domenica di giugno del 1946 anche le donne potessero votare. L’Italia, come tanti altri Paesi, avrebbe avuto finalmente il Suffragio Universale. Già nel 1919, le deputate Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff avevano portato in Parlamento questa mozione per estendere il voto alle donne, mozione che era passata alla Camera, ma che poi non ebbe il tempo di passare al Senato, in quanto vennero indette nuove elezioni. Anche Benito Mussolini, quello che considerava le donne alla stregua di serve del marito e fattrici, con la Legge Acerbo, conferì alle donne il diritto di voto, a condizione che dovessero essere mogli di caduti o decorati in guerra, in possesso di titolo di studio e contribuenti per 40 lire annue. Quindi, praticamente pochissime.
Già nel 1944, mentre l’Italia era ancora divisa in due, con le Forze Alleate al Sud e tedeschi e Partigiani al Nord, si pensava al futuro, tant’è che un comunicato luogotenenziale diceva espressamente che “Le forze istituzionali saranno espresse dal popolo italiano, che a tal fine eleggerà a Suffragio Universale un’Assemblea Costituente”.
Sia De Gasperi che Togliatti, avevano grosse perplessità riguardo al voto alle donne. Lo stesso Segretario del PCI dichiarava ai suoi che “le donne di solito optano nelle loro scelte per un passato reazionario”.
Il 10 marzo del 1946 c’erano state le Elezioni Amministrative a suffragio universale per eleggere i Sindaci di duemila comuni e per la prima volta vennero elette due Sindaci donna, Ada Notari e Ninetta Bartoli. Questa volta però si trattò di una scelta a carattere nazionale e non solo locale.
Già di primo mattino le strade erano piene di donne. Le vecchie, coi fazzoletti in testa, sorrette dai figli, andavano ai seggi, per fare una cosa che mai avevano fatto in tutta la loro vita. Prima di morire, erano curiose di fare questa nuova esperienza. Le giovani, col vestito buono e le scarpe della festa, truccate, andavano in gruppo ai seggi, cantando canzoni. Appena la prima delle giovani ricevette la scheda di voto, fu informata che nel caso il documento fosse stato sporcato, il voto sarebbe stato invalidato. La voce corse subito fuori e tutte quelle giovani donne tirarono fuori dalla tasca i fazzoletti, per togliersi il rossetto. Alla sera a casa, padri e mariti non chiesero nulla alle loro donne: sapevano che nella cabina elettorale, ognuna di loro aveva votato come le pareva, senza lasciarsi influenzare da consigli o imposizioni.
Votò l’89,08 % degli aventi diritto e vinse nettamente la Repubblica. Il voto delle donne, che erano circa un milione più degli uomini, si rilevò in termini proporzionali decisivo per la scelta repubblicana. Furono 21 le donne elette alla Costituente. Esse lavorarono assieme agli uomini per scrivere la Costituzione. Una di queste, Teresa Mattei, del PCI, al discorso per il suo insediamento, pronunciò queste belle e semplici parole: “Dall’emancipazione delle donne, tutta la società ne trarrà giovamento, quindi anche gli uomini”.
A queste donne che hanno combattuto al fianco dei Partigiani o che si sono sobbarcate tutto il lavoro domestico mentre i loro uomini erano in montagna o nei campi di prigionia, va tutta la nostra gratitudine. A loro che hanno voluto un futuro migliore per i loro e i nostri figli, a loro che hanno lottato per un Paese fatto di democrazia e diritti, a loro che hanno contribuito a scrivere la Costituzione più bella del mondo, noi diciamo grazie. Il vostro diritto al voto, giusto e inequivocabile, l’avete conquistato e meritato sul campo.
Gianluca Bellentani
Tratto dal Blog https://mimmomirarchi.wordpress.com/2017/05/31/quel-giorno-che-le-donne-scelsero-la-repubblica/
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