memoria storica

Alcune osservazioni sul sistema elettorale tedesco, di V. Russo

Postato il

Vincenzo Russo

.

Sembra che si stia raggiungendo l’accordo tra le principali forze politiche per un sistema elettorale c.d. di stampo tedesco. La prima osservazione da fare è che non esiste un sistema elettorale ottimale, alias, buono per tutti i paesi. I sistemi elettorali vanno calibrati o modulati alle situazioni reali, storiche, politiche e culturali dei diversi paesi. La seconda osservazione fondamentale da ricordare è che il pluralismo è l’essenza della democrazia, ma un eccesso di pluralismo porta alla frammentazione delle forze politiche e rende più difficile se non impossibile l’aggregazione delle medesime. Questa è favorita e più facile se nella società civile ci sono valori largamente condivisi. In sintesi servono una teoria condivisa della giustizia sociale, un’etica pubblica, un grande senso di responsabilità, una forte propensione a cooperare con gli altri per promuovere il bene comune. Se ci sono queste premesse allora può esserci la governabilità potenziale. Voglio sottolineare questa premessa per chiarire il dilemma che comunemente si connette ad alcune decisioni relative al sistema elettorale con riguardo a: rappresentanza e governabilità. I due obiettivi non sono convergenti. Bisogna ricercare un bilanciamento ragionevole dei due tenendo conto che tanto maggiore è il pluralismo tanto più difficile è l’aggregazione delle preferenze che serve in pratica per il funzionamento della democrazia ma tenendo a mente che avere la maggioranza non significa fare la scelta giusta in tutto e per tutti.

Avendo riguardo alla situazione concreta del nostro sistema politico, va ricordato che con le elezioni politiche del 2013 è emerso il M5S che da solo ha raccolto il 25,55% dei voti. Tenuto conto che nel 2013 gli astenuti sono stati poco sopra del 25%, si è determinato un sistema partitico tripolare – in fatto quadripolare – che rende altamente improbabile la maggioranza assoluta di un singolo partito salvo attribuirli un premio di maggioranza che comprimerebbe in maniera eccessiva la rappresentatività della maggioranza. In una situazione reale di questo tipo occorre ripiegare un sistema aperto che assicuri la competitività dei partiti maggiori sapendo che nessuno dei tre potrà raggiungere la maggioranza e, quindi, sarà altamente probabile che bisognerà praticare una coalizione tra due dei tre partiti.

Il sistema tedesco è un compromesso ragionevole tra un sistema proporzionale e quello maggioritario, un sistema misto perché prevede il 50% (298) dei rappresentati scelti con il maggioritario all’inglese, ossia, maggioranza relativa dei voti validi (vince chi arriva prima nel collegio) e il 50% con il proporzionale. Il sistema tedesco prevede il doppio voto (anche disgiunto) in una unica scheda: l’elettore può votare anche per una delle liste bloccate che sono presentate nel Land. Il sistema tedesco prevede anche uno sbarramento al 5% per scoraggiare la proliferazione dei partiti. In altre parole, alla ripartizione dei seggi sulla base dei voti di lista partecipano solo i partiti che abbiano ottenuto il 5% dei voti validi espressi al livello nazionale oppure che abbiano vinto in almeno tre collegi uninominali con propri candidati (collegati). Essendo improbabile che partiti minori possano eleggere da soli tre rappresentanti nei collegi, diventa importante capire come si disegnano i collegi. Un gioco che gli inglesi conoscono bene con il loro sistema maggioritario secco (first past the post). Nel sistema tedesco il disegno dei collegi non è così importante ma diventano rilevanti gli accordi locali tra i partiti, consentendo la sopravvivenza di alcuni partiti minori. Senza un accordo con i partiti maggiori i partiti minori difficilmente possono raggiungere l’obiettivo di tre eletti direttamente nei collegi uninominali e, quindi, a mio giudizio, il sistema penderebbe di più a favore dei grandi partiti. Il sistema prevede le liste bloccate nella parte proporzionale limitando la libera scelta dell’elettore.

Nella pubblicistica corrente il sistema tedesco viene presentato come un sistema proporzionale al 100% (D’Alimonte, il Sole 24 Ore del 23-05-2017). E’ questione di interpretazione dei sistemi misti e le interpretazioni sono opinabili proprio perché i sistemi misti per loro intrinseca natura si prestano a diverse interpretazioni. Un sistema misto che prevede i collegi uninominali, che sceglie il 50% dei seggi con i sistema maggioritario, che prevede lo sbarramento del 5% per potere partecipare alla ripartizione dei seggi scelti con il sistema proporzionale che esclude i partiti minori a favore di quelli maggiori, che prevede le liste bloccate, a mio modesto parere, solo con una certa forzatura si può considerare proporzionale al 100%. Basti dire che se si tiene conto del solo sbarramento del 5% in un contesto caratterizzato da un forte pluralismo e quindi da una forte frammentazione politica – per confermare la nomina di Gentiloni il Presidente Mattarella ha dovuto consultare ben 25 gruppi parlamentari – è vero che esso può produrre una forte semplificazione del sistema politico ma questa viene operata a danno della rappresentatività del sistema. La semplificazione del sistema piace ai politici, al cittadino comune, a tutti ma le società moderne sono strutture complesse, non sono come i villaggi del neolitico e, quindi, bisogna sapere gestire la complessità. Calato in un Paese dove non c’è una etica pubblica largamente condivisa, un sistema elettorale studiato e sperimentato in un Paese ad alta coesione sociale può imprimere ad un sistema politico come il nostro una forte torsione in senso autoritario. Per questi motivi forse sarebbe stato opportuno considerare la previsione di un passaggio graduale ad una soglia di sbarramento così elevata prevedendo una fase transitoria al 3%.

Vincenzo Russo

tratto dal Blog personale dell’autore  http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/05/31/alcune-osservazioni-sul-sistema-elettorale-tedesco/

La grande battaglia: il debito greco sul tavolo dell’Eurogruppo, di A. A. Panagopoulos

Postato il Aggiornato il

Agiris 2

.

Le misure per la riduzione del debito greco nel medio e nel lungo periodo saranno affrontate oggi dall’Eurogruppo, mentre si aspetta dai ministri delle Finanze della eurozona di concludere la seconda valutazione del paese che permetterà il pagamento di una tranche di finanziamento di 7,5 miliardi. La Grecia paga ogni anno tra i 6 e i 7 miliardi di interessi per il suo debito e una riduzione dei soli interessi permetterebbe di aumentare gli investimenti pubblici e far crescere l’economia.
La questione della riduzione del debito rappresenta per Alexis Tsipras, il suo governo e SYRIZA “la madre di tutte le battaglie”, perché la riduzione del debito permetterà e garantirà al paese uno sviluppo forte e sostenibile, la creazione di posti di lavoro e la diminuzione delle diseguaglianze che sono cresciute dalle politiche neoliberiste. Si aspetta che la riunione dell’Eurogruppo di oggi apre la strada per una soluzione nelle prossime settimane, anche se ad Atene e alcuni funzionari europei credono che si potrà avere una soluzione anche oggi.
Il ministro della Finanze Tsakalotos ha detto al parlamento che le misure per la riduzione dei deficit che saranno adottate dal governo di sinistra saranno complessivamente di 14 miliardi per il 7 anni tra il 2015 e il 2022, mentre le misure a favore gli strati deboli e colpiti dalla crisi superano di molto questa cifra. Secondo alcuni calcoli del governo greco le misure positive possono arrivare anche al doppio di quelle non volute e imposte dai creditori, perché le misure positive sono constanti nel tempo mentre quelle imposte transitorie che dureranno solo fino alla fine del commissariamento del paese. Secondo Tsakalotos dalle misure positive saranno beneficiati almeno 6 milioni di greci, sui 10,5 milioni di popolazione. I tagli fatti dai governi di Papandreou, Papadimos e Samaras sono arrivati ai 63 miliardi nei 5 anni che hanno distrutto il paese, senza prendere mai una sola misura a favore della gente.

Papadimitriou, ministro dell’Economia: crescita oltre il 2,1%

Il ministro dell’Economia e dello sviluppo Papadimitriou parlando alla radio “stokokkino” ha detto che la crescita dell’economia greca sarà più alta del 2,1% delle previsioni della Commissione europea se i partner europei manterranno i loro impegni che permetteranno l’entrata della Grecia al Quantitative Easing della BCE, si procede alla riduzione del debito greco e si rafforza la liquidità del mercato.
Papadimitriou ha espresso anche le considerazioni del governo greco per la quattro soluzioni possibili per la questione del debito.
– Come ha detto il ministro dell’Economia il 65% dei prestiti europei dell’ESM ha un tasso di interesse variabile, che espone il paese ad una tendenza al rialzo in futuro. “Quello che vogliamo sono tassi di interesse bassi e fissi”, ha detto.
– Il governo greco sostiene inoltre la riduzione del valore del debito, una remissione in termini nominali, che “non so se siamo in grado di ottenerla, ma la vogliamo”.
– Un’altra soluzione potrebbe essere l’estensione del piano del pagamento degli obblighi esistenti.
– Infine, rispettivamente benefico sarebbe stato anche un periodo di grazia per il mancato pagamento degli interessi per un certo tempo.

Tsipras e Macron: D’accordo sulla riduzione del debito

Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha avuto un colloquio telefonico con il neoeletto presidente francese Emmanuel Macron per quando riguarda il debito greco nel quale il presidente francese “ha detto che spera di raggiungere un accordo presto, che a sua volta sarà di alleviare il peso del debito greco”, secondo fonti del governo greco.
Tsipras ha sottolineato a Mcron la necessità di una soluzione completa per il debito greco “per il bene della Grecia e della zona euro”. “Questa è la rotta di marcia del ministro dell’Economia Bruno Le Mer, che oggi parteciperà dell’Eurogruppo a Bruxelles”, ha aggiunto il palazzo presidenziale dell’Eliseo.
I due hanno convenuto di lavorare in questa direzione e in stretta e costante comunicazione. Macron durante la recente campagna elettorale si è espresso ripetutamente a favore della riduzione del debito greco e gli altri debiti in Europa.

Incontro Le Mer e Schaeuble a Berlino

Il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble durante la conferenza stampa a Berlino con il suo omologo francese Le Mer, poche ore prima dell’Eurogruppo, ha sottolineando che “non stiamo negoziando nuove misure per la Grecia, che richiederebbero un nuovo programma di assistenza” ma facciamo “sforzi… per trovare una soluzione per il debito della Grecia”.
Nel corso della conferenza stampa Schaeuble ha detto che “la zona euro e l’FMI continuano ad avere approcci diversi”, sottolineando però che “cercheremo di trovare una soluzione”. Schaeuble ha attribuito queste differenze alle moderate stime del Fondo per l’economia greca.
Da parte sua il ministro delle Finanze francese Le Mer ha messo in chiaro che Emmanuel Macron vuole che la Grecia rimane nella zona euro. Per quanto riguarda la riunione dell’Eurogruppo di oggi, egli ha osservato che “ci saranno discussioni sulla soluzione tecnica della sostenibilità del debito greco”.

Gabriel, SPD e ministro degli Esteri: dobbiamo mantenete le nostre promesse

In Grecia è stata promessa più e più volte la riduzione del debito, se si saranno le riforme. Ora dobbiamo mantenere la nostra promessa”, ha detto il socialdemocratico ministro degli Esteri tedesco Gabriel chiedendo oggi l’impegno formale della zona euro per la riduzione del debito greco, esprimendo indirettamente una critica contro Schaeuble per le sue dure posizioni.
Schaeuble e gli altri ministri delle Finanze dell’Unione europea si riuniranno oggi per discutere il rilascio della tranche di 7,5 miliardi alla Grecia dopo che il paese ha votato la scorsa settimana le misure richieste dai suoi creditori, che in linea di principio hanno concordato di ristrutturazione del debito, ma non i dettagli.
“Alla Grecia è stata promessa più e più volte la riduzione del debito, se faceva le riforme” ha dichiarato Gabriel al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung. “Ora dobbiamo mantenere la nostra promessa. Questo non dovrebbe fallire a causa della resistenza tedesca°, ha aggiunto.

Moscovici, Commissario europeo: I partner devono
assumere le loro responsabilità

Il Commissario francese Moscovici ha sostenuto che la decisione formale di sospendere la procedura per i disavanzi eccessivi della Grecia sarà presa una volta che sarà adottata una decisione politica totale per la questione greca.
Moscovici ha sottolineato che la Grecia ha ridotto il suo deficit sotto il 3% del Pil sia per il 2016 che per il 2017 aggiungendo che “questa è una buona notizia”. Per il Commissario europeo della Finanze l’Eurogruppo di oggi, discuterà il completamento della seconda valutazione e il percorso del debito greco nel medio e lungo termine. “Spero che in modo positivo”, ha detto il Commissario francese, sottolineando che “dopo quello che è successo da parte delle autorità greche, il popolo greco e il parlamento greco è arrivato il momento che i partner della Grecia prendono le proprie responsabilità”.

Argyrios Argiris Panagopoulos

Il 1° Maggio 1947, nel racconto di Serafino Petta, ultimo sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra

Postato il Aggiornato il

Portella della Ginestra

.

Due giorni fa, al “Giornale di Sicilia”, l’ultimo sopravvissuto all’eccidio dei lavoratori avvenuto a Portella della Ginestra il 1° Maggio 1947 ha lasciato la sua testimonianza importante, che vogliamo ricordare anche noi per capire il valore del 1° Maggio che quest’anno CGIL, CISL e UIL hanno deciso di festeggiare uniti proprio in quella località, per non dimenticare. Questo il suo racconto:

“Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari”, racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Pett, l’ultimo sopravvissuto alla strage di contadini di Portella della Ginestra, che fece 12 morti e 27 feriti.

“Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito – continua -. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare”.

“A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari – spiega Petta -. Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame”.

“Un mese dopo successe però una cosa importante – dice con orgoglio – Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ’52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti”.

.

La fonte di questo articolo è consultabile al link  http://palermo.gds.it/2017/04/30/portella-della-ginestra-la-strage-negli-occhi-dellultimo-sopravvissuto-ora-la-mafia-e-nei-palazzi_659736/

Riflessione sulla sinistra, di M. Pasquini

Postato il

Massimo Pasquini

.

Certo e’ che in questo periodo nella variegata sinistra c’e’ fermento, da qualunque angolature la si veda e’ in atto un ricco e anche variegato dibattito. Vorrei dire la mia. Dall’angolatura di uno di sinistra, dirigente di un sindacato, senza tessera di partito da dieci anni.

Vorrei inizialmente sgomberare il campo da una cazzata che sento spesso ripetere ma tale e’ anche se ripetuta. Mi riferisco alla questione autonomia del sociale e autonomia della politica. Questa e’ una stupidaggine. Non esistono lotte e conflitti senza produrre rappresentanza e sintesi , non esiste rappresentanza, per la sinistra, senza lotte e conflitti. Chi continua a perseverare su questo dualismo e’ ipocrita. Non a caso la Coalizione sociale che aveva proposto Landini e’ per esempio fallita. Fallita nel momento in cui Landini ha negato di rapportare questa anche ad una rappresentanza e sintesi politica.

Io che agisco nel sociale e le mie compagne e i miei compagni dell’Unione Inquilini le nostre cose le facciamo in piena autonomia e senza dipendere da nessuno , ma sentiamo anche la mancanza di una rappresentanza politica che sappia fare sintesi delle nostre lotte e produca innalzamento dei diritti sociali e sappia garantire la possibilita’ di produrre alternativa allo stato di cose presenti.
Da questo punto di vista io non ho bisogno di una sinistra che al massimo produce o propone una rappresentanza di tipo identitaria, come se la partecipazione alle elezioni rappresentasse solo l’occasione di affermare una mera diversità.

Ne’ tanto meno, ho bisogno di una sinistra che si presenti con un orizzonte di una parola che nel cittadini tutti e’ assai squalificata: centro sinistra. Questa parola per i piu’ rappresenta e sintetizza i guasti sociali prodotti negli ultimi 20 anni. Ed in ultimo ancora nessuno riesce a spiegarmi nel centrosinistra chi sarebbe il.centro e chi la sinistra, questo come elementare elemento di chiarezza. 
Insomma ho cercato di rappresentare dubbi e impressioni che mi attraversano e con i quali quotidianamente mi rapporto. Per esempio ogni volta che si rinvia uno sfratto esultiamo giustamente ma poi ? La prospettiva deve essere solo il prossimo picchetto? E il prossimo rinvio fino a quando non verra’ eseguito? Ci piace questa forma di conflitto ma senza che questo produca la politica , politica abitativa che garantisce il passaggio da casa a Casa e cosi’ siamo spuntati e a volte involontariamente riversiamo su quella famiglia la nostra voglia di conflitto. Ma quella famiglia desidera conquistare il passaggio da casa a Casa e noi su questa cosa ci sbattimento la testa e diventiamo impotenti perché a volte oltre il conflitto solidale non andiamo.

Massimo Pasquini

Segretario generale dell’Unione Inquilini

60° Trattato di Roma, di S. Valentini

Postato il

sandro-valentini 2

.

Vedo parecchia confusione nelle celebrazioni dei Trattati di Roma. Si confonde Unione Europea, Euro ed Europa.

L’Europa è una entità politica e culturale e geografica che va dagli Urali ai Pirenei, da Capo Nord a Pantelleria. La costruzione degli Stati Uniti d’Europa non può assolutamente prescindere da questo tratto distintivo. Lo sapeva bene Altiero Spinelli con il suo Manifesto di Ventotene e non a caso non era molto entusiasta di questa UE. Ma nessuno lo rammenta.

A proposito di Ue si dice che senza questa unione non ci sarebbero stati oltre 60 anni di pace nel vecchio continente. Grande bugia. La pace in Europa è stata garantita purtroppo dalla guerra fredda, con la divisione del Continente tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia.
L’Ue di oggi non è la figlia dei Trattati di Roma, bensì del Trattato di Mastricht del 1992 firmato da 12 Paesi, tra cui l’Italia, da cui si partì per giungerte agli attuali 27 paesi.

Un trattato fortemente ispirato al liberalismo politico ed economico e alla supremazia del mercato. Altro che Repubblica fondata sul lavoro come recita la nostra Costituzione!
L’euro è stato adottato solo da alcuni paesi dell’Unione. La Ue ha due velocità nelle politiche monetariste quindi già esiste.

Nella costruzione dell’area dell’euro in questi anni non si è tenuto conto in modo sufficiente di realizzare politiche fiscali, sociali, ecc.

Quando si afferma che si vuole ristrutturare l’UE occore dire fino in fondo tutta la verità. L’UE ho rappresenta un passaggio per costruire gli Stati Uniti d’Europa, cioè un’Europa dei popoli o è destinata a divenire sempre più una delle principali centrali di potere del capitale finanziario nell’epoca della globalizzazione capitalistica.

In questo ambito si pone la questione sia del governo europeo, espressione di un parlamento che abbia poteri sostanziali che delle sorti dell’Alleanza Atlantica e della Nato. Un’Europa che non ha una sua totale autonomia politica e militare, che includa anche l’aspetto non secondario della sicurezza, non sarà mai un’entità unitaria sovrana.

Basta perciò con le ipocrisie di un europeismo che non pone al centro della sua attività la crescita e il benessere dei popoli europei.

Sandro Valentini

8 Marzo: non è la festa della donna ma una ricorrenza!, di M. Saridachi

Postato il Aggiornato il

Marcello Sarid 2

.

La giornata dell’8 marzo viene da tempo definita come Festa della Donna, un termine ormai distorto in cui non ci si ricorda più il vero significato. L’8 marzo, infatti, non è una festa, ma bensì una ricorrenza.

In principio serviva a ricordare tutte le battaglie fatte dalle donne in campo sociale, economico e politico e a tenere viva l’attenzione sulla violenza e la discriminazione che non si possono dire superate.

Una giornata che ha origini americane, negli Stati Uniti esiste dal 1909 e in Italia dal 1922 e che nasce quindi con fine nobile e lontano dalla connotazione consumistica in cui si è trasformata. E’ in quest’ottica che la Festa della donna non ha più senso, perché di certo non serve una data celebrativa per sentirsi donne.

Se la si vede da un’altra prospettiva, ovvero che l’8 marzo non è un giorno di festa, ma una celebrazione per le donne che riuscirono con forza e coraggio ad ottenere gli stessi diritti degli uomini, la parità quindi dei sessi, l’uguaglianza sul lavoro e via dicendo, potrebbe invece averne.

Perché l’8 marzo? E’ ormai versione fantasiosa diffusa che in questa data venga ricordato un incendio in una fabbrica di New York, in cui morirono un centinaio di donne. La disgrazia di certo ci fu, ma il 12 marzo e soprattutto molti anni dopo che la Giornata della donne veniva celebrata.

In realtà, il Woman’s Day negli Stati Uniti, nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale.

Non ci furono ovviamente grandi trasformazioni, se non quella di creare consapevolezza nel potere delle donne. Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino alla celebrazioni della prima giornata della donna il 28 febbraio 1909

Una svolta significativa si ebbe nel 1910 quando 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.

La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.

La prima Giornata internazionale della donna per quanto riguarda l’Italia è stata celebrata nel 1922. Ora a quasi un secolo di distanza da quella ricorrenza vogliamo ricordare alcune delle donne che ora non sono più in vita ma che durante la loro esistenza si sono impegnate davvero per cambiare il mondo e per migliorarlo.

Si tratta in questo caso di donne i cui nomi sono piuttosto noti, ma non dobbiamo dimenticare nello stesso tempo tutte le altre donne che nel completo anonimato, sia in passato che ai giorni nostri, continuano a portare avanti missioni importanti per proteggere tutta l’umanità e il Pianeta.

È per tutte loro che dovremmo recuperare la memoria storica delle reali origini della manifestazione, che non è solo un giorno in cui regalare o ricevere cioccolatini e mimose.

Margherita Hack
Nel 2013 Margherita Hack è volata tra le stelle ma nessuno di noi la dimenticherà mai soprattutto chi ha avuto l’occasione di incontrarla dal vivo e di intervistarla. Margherita Hack ha dedicato tutta la sua vita allo studio dell’astrofisica e alla scoperta dei misteri delle stelle e dell’universo. Era vegetariana dalla nascita e ha dimostrato un grande amore per gli animali. Ha sempre praticato sport fin da giovane e anche con l’avanzare degli anni non ha mai abbandonato la sua passione per la bicicletta. Leggi qui la nostra intervista a Margherita Hack.

Nadine Gordimer

ci ha lasciati nel 2014, quando aveva 91 anni. La ricordiamo come scrittrice e come donna bianca che ha lottato in prima linea contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. Ha combattuto a lungo in nome dell’uguaglianza di tutti gli uomini e ha trattato di questo tema nelle sue opere letterarie. Ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 1991 per aver sfidato gli stereotipi e per essersi opposta a qualsiasi forma di oppressione, razziale o religiosa.

Berta Cáceres

L’attivista Berta Cáceres, che da anni lottava per difendere i diritti delle popolazioni indigene dell’Honduras e che nel 2015 aveva ricevuto il prestigioso Goldman Environmental Prize, da molti considerato il Nobel per l’ambiente, è stata uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016. L’omicidio è stato collegato al suo attivismo. Era infatti impegnata da anni contro la costruzione di una diga e contro lo sfruttamento dei territori indigeni in Honduras.

Dorothy Stang

Sono passati 11 anni dalla morte di Dorothy Stang. Per tutta la vita si era battuta a fianco dei contadini dell’Amazzonia brasiliana per difendere la loro Terra. Era una suora missionaria di origini statunitensi e un personaggio scomodo per via delle sue lotte a tutela dell’ambiente e delle popolazioni brasiliane. Il 12 febbraio 2005 fu uccisa con sei colpi di pistola, quando aveva 73 anni, mentre si trovava nella città di Anapu, nello Stato del Parà.

Masika Katsuva

Masika Katsuva si è battuta per anni per difendere le donne in Congo fino a quando un infarto l’ha scontrata. Masika è stata violentata più volte durante la sua vita come se in Congo fosse la normalità. Qui infatti sono ben 400 mila le donne che ogni anno subiscono una violenza sessuale, con una media di 48 all’ora. Purtroppo nella Repubblica Democratica del Congo, lo stupro è regolarmente praticato come arma di guerra e come uno strumento per mettere a tacere l’universo femminile. Ora che Masika non c’è più, speriamo che altre donne possano lottare in difesa dei propri diritti.

Maria Montessori

Maria Montessori fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia. Fu un medico, un’educatrice e una pedagogista diventata famosa in tutto il mondo per il proprio metodo. Fin da bambina aveva mostrato interesse per le materie scientifiche, come matematica e biologia. Sì laureò alla Sapienza di Roma e si impegnò a favore dei bambini che vivevano nei quartieri poveri della capitale. Dalle sue numerose esperienze di lavoro e di vita elaborò un metodo educativo che ancora oggi viene utilizzato nelle scuole e dalle famiglie di tutto il mondo.

La nostra speranza è che le donne di tutto il mondo possano unirsi per lottare in difesa dei propri diritti e di quelli di tutta l’umanità oltre che per proteggere il Pianeta. Crediamo che l’unione faccia davvero la forza quando si tratta di arginare la violenza e di cambiare il mondo migliorandolo.

Marcello Saridachi

.

Non si distrugge l’idea socialista! I socialisti al fianco di Giacomo Matteotti.

Postato il Aggiornato il

matteotti-foto-3

.

Alcuni giorni fa dei vigliacchi senza nome hanno distrutto la lapide che ricorda l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, posta a Roma nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa ed a Fratta Polesine è stata imbrattata con uno spray la locandina di un convegno a lui dedicato. Noi socialisti diciamo tutti uniti VERGOGNA! e vogliamo ricordare il suo nome e il suo sacrificio come è giusto fare, perché il suo esempio sia un monito per le giovani generazioni ed un avvertimento a tutti coloro che pensano di poter sottovalutare il ritorno del fascismo.

Nato a Fratta Polesine  il 25 maggio 1885, da una famiglia di idee socialiste, nominato nel 1920 segretario della Camera del Lavoro di Ferrara,  Giacomo Matteotti nel 1921 è l’uomo che ha pubblicato l’“Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, in cui si denunciavano per la prima volta le violenze delle squadre d’azione fasciste. Nel 1922 ha fondato, insieme a Filippo Turati e ad altri fuoriusciti dal PSI, il Partito socialista unitario (PSU), di cui è nominato segretario. Pubblicata a Londra, nel 1924, la traduzione del suo libro “Un anno di dominazione fascista”, il 30 maggio 1924, ha coraggiosamente preso la parola alla Camera dei deputati, contestando i risultati delle elezioni tenutesi il 6 aprile e denunciando con chiarezza una serie di violenze, illegalità ed abusi perpetrati dai fascisti. Quel discorso merita di essere ricordato: Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. Il 10 giugno 1924, uscendo di casa a piedi per andare a Montecitorio, viene rapito da alcune persone (che poi si sapranno essere della polizia politica fascista)  e barbaramente ucciso. Il suo corpo senza vita sarà abbandonato in un bosco nel comune di Riano a 25 Km da Roma e ritrovato alcuni giorni dopo. Il 3 gennaio 1925 in un celebre discorso alla Camera, il capo del fascismo Benito Mussolini avrebbe, di fatto giustificato anche quell’assassinio, dicendo: Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!  Giacomo Matteotti però non sarà mai dimenticato dai socialisti italiani e diventerà anzi il simbolo della lotta contro il fascismo, la violenza ed ogni forma di ingiustizia. Dopo Giuseppe Di Vagno, primo socialista ucciso dai fascisti, ci sarà la violenta distruzione della sede dell’«Avanti!», il giornale di riferimento del PSI e saranno in tanti i socialisti uccisi e incarcerati per il coraggio delle loro idee: da Rodolfo Morandi a Giuseppe Saragat a Sandro Pertini, solo per dire i più famosi tra quelli rinchiusi a lungo in carcere dal regime, poi diventati i protagonisti della Resistenza. Lelio Basso e Lina Merlin, Filippo Turati e Pietro Nenni saranno costretti a vivere confinati od a trovare rifugio all’estero. Ma ne cadranno altri purtroppo sotto il fuoco nemico: Eugenio Colorni, uno dei padri del manifesto di Ventotene che getterà in quegli anni le basi dell’Europa unita ed il coraggioso sindacalista Bruno Buozzi, sono ancora nei nostri cuori. Ma Giacomo Matteotti diventerà un simbolo per tutti. Per questo, durante la dura Guerra di Liberazione dal nazifascismo, le formazioni partigiane socialiste si sarebbero chiamate Brigate Matteotti in suo onore.

Pietro Nenni, che rimetterà in piedi il Partito socialista italiano e lo guiderà per decenni con forza, creando negli anni ‘60 i governi di centro-sinistra, dirà di lui: Chiunque aveva avvicinato Matteotti e ne aveva scrutato il pensiero e l’anima, sapeva di essere di fronte ad uno di quegli uomini che ponderano le parole e gli atti, che procedono con metodo rigoroso alla indagine dei fatti politici e sociali, ma che presa la loro via la percorrono fino in fondo, inflessibilmente. Questo morto – al quale fu a lungo contesa una tomba – domina la scena politica italiana.

Oggi che la sua lapide è stata vigliaccamente frantumata in tanti pezzi, che i suoi cocci sono stati lasciati in terra per sfregio, nel cuore di Roma, in una strada di grande traffico, senza che nessuno, ovviamente, abbia visto nulla, noi socialisti ci chiediamo stupiti: ma come è stato possibile e dove stiamo andando a finire? La scomparsa dei Partiti che hanno abbattuto il fascismo e creato la Repubblica e la democrazia produce anche questo. La cosa è gravissima e ci preoccupa molto, anche perché solo qualche giornale riporta l’appartenenza socialista del deputato Matteotti trucidato dal regime. Stiamo cadendo sempre più in basso. 

Per questo ci rivolgiamo alla società civile, ai mezzi d’informazione e a tutti voi cittadini gridando:

Non si attacca la democrazia e non si distrugge l’idea socialista!

____________________________________________________________

I compagni socialisti di Roma, la sezione PSI di Roma Centro “Rodolfo Morandi”, la sezione PSI XIV Municipio di Roma, il Circolo socialista “Andrea Costa” di Ostia Antica, il Circolo culturale “Giacomo Brodolini” Roma Nord, l’Associazione Culturale “Giacomo Matteotti” di Rovigo, i socialisti della federazione provinciale PSI di Trieste, l’Associazione “Il Socialista” di Milano, il Movimento Base Italia, Iniziativa socialista e inoltre hanno aderito numerosi altri compagni socialisti e semplici cittadini.

Firma convinto Giorgio Benvenuto presidente della Fondazione Pietro Nenni e della Fondazione Bruno Buozzi, Condividono l’iniziativa e firmano convinti Giuseppe Ciccarone ed Enzo Bartocci rispettivamente presidente e presidente onorario della Fondazione Giacomo Brodolini, “La Fondazione Lelio e Lilsli Basso si associa alla denuncia ed esprime la sua indignazione”  Elena Paciotti, presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso – ISSOCO; “La Fondazione Di Vagno si associa allo sdegno dei socialisti e dei democratici: Matteotti, come Di Vagno e tutti i Martiri del fascismo e della ideologia della violenza come strumento di lotta politica, sono patrimonio inviolabile del Paese intero” Gianvito Mastroleo presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno; “Apprezziamo e condividiamo la vostra iniziativa. Auspichiamo che la lapide venga ricomposta lasciando evidenti i segni dell’atto vandalico per  non dimenticare l’ultimo oltraggio alla memoria di un uomo politico che, in tempi drammatici per la democrazia nel nostro paese,  ebbe sempre il coraggio di manifestare le proprie idee assumendosene la piena responsabilità verso i lavoratori e le istituzioni” Walter Galbusera presidente della Fondazione Anna Kuliscioff;  “La figura di Matteotti dovrebbe stare a cuore non soltanto ai socialisti di ogni orientamento, ma a tutti coloro che credono nelle idee di democrazia e libertà, e che riconoscono il valore supremo dei principi di legalità e di difesa dello stato di diritto, di cui Matteotti fu uno strenuo propugnatore, e per i quali venne brutalmente assassinato per mano di sicari fascisti strettamente legati al nascente regime mussoliniano. Per questo l’attacco di chiaro segno fascista compiuto contro la lapide commemorativa di Matteotti, nel luogo in cui si consumò l’agguato omicida, costituisce un fatto grave, e non certo derubricabile a mero atto vandalico compiuto da qualche mentecatto sconsiderato. ll Circolo Carlo Rosselli di Milano si unisce allo sdegno ed alla denuncia di quanto accaduto, alla richiesta che la lapide venga prontamente ripristinata, all’invito ad una vigile attenzione verso questi inquietanti episodi, ed alla esortazione a che si proceda in modo non distratto all’individuazione dei responsabili”  Francesco Somaini presidente del Circolo Rosselli di Milano; “Il  ripugnante atto di vandalismo politico sulla lapide che ricorda uno dei più grandi  martiri della democrazia italiana mi induce a ribadire  la necessità storica della ripresa della lotta per gli ideali del socialismo, senza di cui la barbarie, in tanti modi declinata nei tempi odierni, rischia di non avere più avversari” Guido De Martino, Aderiscono il Povinciale ANPI di Roma, il Circolo ANPI don Pietro Pappagallo di Roma e il Circolo ANPI Monterotondo Edmondo Riva, sottoscrive Antonella Guarnieri storica e responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

Chiarezza sul Referendum sul Jobs Act, di C. Baldini

Postato il Aggiornato il

baldini claudia 4

.

Raccogliere 3 milioni di firme non è una passeggiata. Lo dico per quanti alludono che Cgil (sempre fuoco ‘amico’) avrebbe scritto un testo quesito in modo da farselo respingere. Ci vogliono menti ormai cattive o talmente arrabbiate per arrivare a formulare ipotesi che, tra l’altro, farebbero sprofondare anche la classe dirigente dell’unico sindacato storico che nel nostro Paese fa ancora il sindacato. Certo, in un Paese piddino e grillino. Che significa che anche Cgil è fatta di PD e di Grillo (soprattutto Fiom). Ma è una battaglia quotidiana che in tanti si continua con risultati alterni, ma quelli possibili. Una cultura del sospetto che non giova alla chiarezza ed alla verità. Vediamo di ripercorrere le motivazioni del testo referendario.

La materia dei licenziamenti si è evoluta negli anni . All’inizio c’era solo il licenziamento con preavviso obbligatorio. Poi si è via via affermato con l’elaborazione in Statuto della necessità per il datore di lavoro di formulare una ‘Giusta Causa’ per il licenziamento. Ma anche il diritto per il lavoratore che ritenesse arbitrario il licenziamento di ricorrere al giudice. Questo principio della ‘giusta causa’ è stato realizzato in due modi: attraverso la ‘Tutela Obbligatoria’ (art. 8 della legge 604/1966), applicabile alle imprese FINO a 15 dipendenti sulla singola unità produttiva o FINO a 60 su scala nazionale della stessa impresa.

La ‘Tutela Obbligatoria’ prevedeva l’OBBLIGO per il datore di lavoro di reintegra, ossia se il giudice dichiarava illegittimo il licenziamento, il datore di lavoro doveva riassumere oppure offrire risarcimento che, a seconda dell’anzianità di lavoro, andava dalle 3 mensilità a 6 mensilità. In tempi di vacche grasse molti sceglievano il risarcimento, perché il lavoro si trovava.
L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, invecefa un passo avanti nel campo della Tutela reale. Prevedeva infatti, sempre in caso di accertata illegittimità, per il datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato nel posto di lavoro e di corrispondergli una indennità risarcitoria pari alle retribuzioni dalla data del licenziamento sino alla reintegra. Normale direi: hai licenziato senza motivo riassumi e dai il salario perso fino a quel momento. Civiltà.

Vediamo che succede dopo. Il primo grosso attacco al concetto di giusta causa viene dalla Fornero del governo Monti.
Con la legge n. 92/2012 (Riforma Fornero) è stata modificata la disciplina contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e sono stati introdotti distinti regimi di tutela per le diverse ipotesi di illegittimità del licenziamento. La piena tutela reale è¨ rimasta applicabile soltanto al caso di nullità del licenziamento perché discriminatorio. E’ stata poi introdotta una tutela reale “attenuata” (che comporta il diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno sino a un massimo di 12 mensilità ) nel caso in cui non ricorrono gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo “per insussistenza del fatto contestato ovvero perchè il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa” e in caso di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Quindi una rete complessa caso per caso che di fatto ha tolto tutela e avallato solo il riconoscimento di nullità per discriminazione. Che non è così semplice da provare.

Si va avanti quindi di tutela esclusivamente risarcitoria, incentrata sul diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. C’è ancora un altro caso di tutela applicabile in caso di vizio di carattere formale o procedurale e comporta il diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 6 e un massimo di 12 mensilità . La bolgia fatta per aiutare a licenziare arbitrariamente.
Si potrà pure dire che si dovevano fare scioperi ad oltranza, ma si fece un tentativo. Deserto o quasi. Perché in Parlamento PD con Bersani accettò tutto ciò. Diventa difficile anche per un sindacato convinto scendere in piazza.
Andiamo avanti. Come siamo messi a quel punto?
҉҉҉Per tutti i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 sono tuttora in vigore questi differenti regimi di tutela previsti dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; e per i lavoratori di aziende che occupano meno di 16 dipendenti in ciascuna unità produttiva o meno di 60 su scala nazionale continua a essere in vigore la tutela obbligatoria prevista dalla legge n. 604 del 1966 (fatta salva la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio). Per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 si applica invece un nuovo regime di tutela, introdotto dal decreto legislativo n. 23 del 2015 (Jobs Act).҉҉҉

RAGIONIAMO

Il decreto legislativo Jobs Act ha quindi limitato il diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro SOLTANTO ai casi di licenziamento discriminatorio, considerato nullo o in palese falso del fatto contestato. Negli altri casi di licenziamento ILLEGITTIMO, è previsto solo un indennizzo economico, pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio (in misura comunque non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità). La predetta indennità risarcitoria è ridotta a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a dodici mensilità, in caso di vizio formale o procedurale. Per le piccole imprese, al di sotto dei 15 dipendenti, è prevista invece un’indennità da 2 a 6 mensilità. Punto

***L’obiettivo del referendum è quello di abrogare completamente quest’ultima disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 23/2015, e di abrogare nel contempo alcune parti dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: in pratica, si vogliono abolire le modifiche introdotte con la Legge Fornero, per tornare alla vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e quindi a un UNICO REGIME DI TUTELA IN CASO DI LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO(anche in caso di licenziamento viziato solo sul piano formale), incentrato sul diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno in misura piena.**

L’obiettivo del referendum è anche quello di ESTENDERE l’ambito di applicazione della tutela prevista dall’art. 18: già per le imprese agricole con più di 5 dipendenti esiste la stessa tutela. Proprio per la Costituzione che non ammette discriminazioni tra lavoratori nelle stesse condizioni la parte considerata da alcuni propositiva, ma in realtà costituzionalmente legittima, potrebbe essere stralciata.

Sarà la Corte a pronunziarsi, il prossimo 11 gennaio, sull’ammissibilità o meno del quesito.

L’avvocatura dello Stato fa il suo mestiere a favore di Jobs act.
Noi vediamo di fare il nostro. Perché alla fine il risultato è stato anche costituzionalmente dubbio: tutele diverse a parità di mansioni e condizioni. La risultante è sempre la stessa.
Non si tratta di riportare indietro la Storia. Si tratta di equilibrare diritti e doveri nel posto di lavoro.

Buona fortuna Referendum.

Claudia Baldini

L’insostenibile leggerezza della Seconda Repubblica, di A. Valenzi

Postato il

antonio-valenzi-1

.

In tutta coscienza, dopo quanto accaduto dal 2011 in poi (ma dovrei scrivere dal 1992), non sarà per Gentiloni che mi straccio le vesti.

La richiesta del voto subito è suggestiva, ma insensata.
Senza una legge elettorale equivarrebbe a votare a vuoto, sprofondando di nuovo nel caos, che stavolta sarebbe totale. Votare dopo il parere della Consulta sull’Italicum significherebbe dare ogni risoluzione di controversia politica alla Magistratura. Ed è un principio discutibile.

Gentiloni sarà alla guida di un Governo a scartamento ridotto.
Non potrà durare più di un anno (al massimo) e sarà un anno di campagna elettorale permanente, quindi non avrà la piena libertà di manovra di un Monti, di un Letta o di un Renzi che erano alla guida di Governi con prospettive di durata molto più lunghe.

Sempre ammesso poi che riesca a ottenere la fiducia in Parlamento.
Il quadro in cui si muove è fragile. Il partito di cui fa parte, il Pd, è depotenziato rispetto al Pd del 2013 e se andasse a Congresso entro quest’anno (come ci andrà, ne ha tutto l’interesse) dovrà fare i conti con quella minoranza che ha vinto al referendum.

Il Pd non è più dunque quel perno aggregativo del 2013, e questo vorrà dire che molti abbandoneranno la barca, soprattutto tra gli alleati, che cominceranno a fare i conti su come presentarsi alle prossime elezioni.

Non è una situazione “Gentiloni al posto di Renzi e tutto è come prima”. L’onda d’urto del referendum è stata dirompente, e se ne sono accorti.
Piuttosto bisognerà richiamare alla ragione il M5S, che ora più che mai ha bisogno di dotarsi di quella struttura che fino ad oggi ha rifiutato di darsi, ma che adesso diventa imprescindibile. E a situazione mutata, che cambi anche la tattica: l’isolazionismo in cui si è chiuso e che è servito in un momento in cui aprirsi non aveva senso (lo aspettavano cinque anni di opposizione), oggi il senso non lo ha più.
La coalizione referendaria del No deve ora spostarsi sulla tutela della sovranità nazionale, la cui minaccia è oltre Gentiloni.
Fermarsi alla sola vittoria, significa aver fatto un lavoro a metà.

Il Comitato del No non ha sciolto i suoi comitati territoriali, e bene ha fatto. Perché la guerra continua anche dopo la brillante vittoria nella battaglia referendaria. Sono più deboli, ma non sono finiti. Siamo più forti, ma non abbiamo ancora vinto.

Antonio Valenzi

Brevi riflessioni su la proposta di Pisapia, di S. Valentini

Postato il

sandro-valentini 2

.

A me pare che Pisapia ponga una questione giusta ma si rivolge all’uomo sbagliato, a Renzi.
C’è la necessità di ricostruire un campo largo delle forze democratiche e progressiste alternativo a tutti gli altri schieramenti. Il centro sinistra deve marciare almeno su due gambe, e su questo sono d’accordo.
Ma la strategia neocentrista di Renzi va in questa direzione? Mi pare di no. Il progetto di Pisapia passa quindi solo se la strategia neocentrista del Pd, oggi dominante, sarà sconfitta. Attenzione, il renzismo non è solo Renzi, al di la delle sue varianti è una strategia che ha molti sostenitori. E’ la vocazione del maggioritario, su cui il Pd è nato, dunque è in continuità con il veltronismo.
Per un Pd che guardi a sinistra occorre sperare nella forza di persuasione di altre figure, anche tra loro molto diverse, come Bersani e la Bindi, che dicono cose molto giuste, quasi di “rifondazione” del Pd. Saranno in grado di spostare l’area dorotea di Franceschini verso tale progetto, insomma di dar vita a una nuova maggioranza dentro il Pd? L’operazione è possibile ma non certa. Questi dovrebbero essere gli interlocutori del progettodi Pisapia dentro il Pd. 
Seconda interrogativo. Chi ricostruirà la gamba di sinistra di questo progetto?
Bersani? La Bindi, Cuperlo? A me pare che questi vedano solo come orizzonte il Pd, anche se Bersani mi pare molto attento affinché il partito tessa rapporti per costruire il campo largo. A meno di una iniziativa avventuristica (da non escludere di Renzi, ma Mattarella e Franceschini sono pronti a stopparla) non mi pare che la sinistra del Pd, nel suo insieme, sia proiettata ad abbandonare il Pd.
Infine, il dato più drammatico: la sinistra è divisa in tanti rivoli, non si muove unitariamente nella direzione che chiede Pisapia. Gli arroccamenti, le visioni identirarie, i piccoli interessi di bottega la spingono ancora una volta, nonostante il potenziale del bacino a due cifre offerto dal voto referendario sul No, sulle rive del minoritarismo. Occorre allora che si affermi nelle prossime settimane una leadership forte a sinistra, in grado di portare avanti il progetto di Pisapia e nel contempo favorire, dall’esterno, un ricollocamento del Pd sul versante che chiede Bersani. Per fare questo il ruolo di Pisapia è insufficiente. È importante ma troppo poco. Occorre altro!
E qui vado al punto. È necessario che scendano coraggiosamente in campo, come ha fatto Pisapia, altre figure, in particolare mi riferisco a De Magistris e a D’Alema con il sostengo in qualche misura riconoscibile della Cgil. Non è la mia una eresia o una burla da “scherzi a parte”. Se se vuole un nuovo soggetto politico della sinistra che incida, occorre unire e non dividere. Unire senza pregiudizi.
De Magistris è portatore di una visione fondamentale per la sinistra, una visione non politicistica. Egli è attento a tutto ciò che viene dai territori: le grandi lotte per la pace, il lavoro, i beni comuni e la tutela dell’ambiente. Insomma è portatore di una visione per cui la sinistra non è solo la sommatoria di ceti politici ma un movimento ampio capace di rappresentare i conflitti, di movimenti che partecipano da protagonisti al processo costituente di un nuovo e autonomo soggetto politico. Senza un robusto insediamento sociale non vi sarà mai un un uovo soggetto politico della sinistra convincente.
D’Alema, poiché in questa fase, come ha mostrato in tutta la campagna referendaria, è il dirigente più autorevole che la sinistra dispone; ha legami internazionali e rapporti forti con personalità del mondo della cultura. 
Qualcuno prenderà l’iniziativa di porsi sulla strada proposta da Pisapia ma aggiustando il tiro?
Non ne ho idea ma so che bisognerebbe fare qualcosa e subito.

Alessandro Valentini