memoria storica

16 agosto 1924 – 16 agosto 2024. di M. Amato

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I fascisti di ogni epoca e generazione hanno odiato (e continuano a odiare) tanto Giacomo Matteotti perché egli ne ha rappresentato e ne rappresenterà in eterno l’esatta antitesi; la testimonianza vivente, prolungatasi oltre la morte, che tutto ciò che essi spacciano per la loro ideologia è volgare ciarpame, paccottiglia fuori dalla Storia. Cent’anni fa come adesso.

Se i fascisti hanno avuto e hanno il culto della guerra, Matteotti fu un pacifista integrale e intransigente, convinto che a pagare il prezzo della guerra, di ogni guerra, sono solo i ceti subalterni.

Se il fascismo ha avuto e ha un profondo, inesausto disprezzo per la democrazia, il segretario del Psu ne fu, nei suoi 39 anni di vita, uno dei più strenui e appassionati difensori. Sacrificando a questa laica religione perfino l’esigenza dell’unità di classe.

Infine, se il fascismo fu lo strumento di dominio con cui i ceti dominanti – gli industriali del Nord, gli agrari del Sud – risposero al biennio rosso e all’avanzata delle masse lavoratrici, fino all’istituzione di un regime ferocemente di classe, Matteotti fu instancabile apostolo di un’idea basata sui valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza e della lotta senza quartiere a ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Questo vale per ieri, ma anche per oggi.

Matteotti continua a essere odiato dai fascisti perché il mito del suo martirio, e l’impatto che esso ha avuto sulla memoria pubblica italiana e

internazionale, resistono a ogni tentativo di revisionismo.

Quell’odio serve a ricordarci per sempre che il fascismo non è un’idea, ma un crimine.

E che l’unico campo possibile per la nostra democrazia nata dalla Resistenza è quello dell’antifascismo.

Radicale. Intransigente. Inflessibile. Eterno.

Come ci ha insegnato il compagno Giacomo Matteotti da Fratta Polesine.

Massimiliano Amato

Prima riflessione sui risultati definitivi delle elezioni francesi. di G. Giudice

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I risultati definitivi (annunziati dal ministro degli interni sono questi: 33,1% al RN di Le Pen e Bardella (con il supporto di una parte degli ex gollisti ; 28% alla Sinistra del Nuovo Fronte Popolare; 20,7 % ai “centristi liberali” di Macron.

Se (come avevano previsto i sondaggi da tempo) l’estrema destra razzista, xenofoba è la prima formazione politica, rappresenta comunque solo un terzo degli elettori francesi. E , su questa base è seriamente in forse che possa prendere la maggioranza assoluta al II turno.

La sinistra unificata ha un ottimo risultato (ben oltre un quarto degli elettori), tenendo anche conto che la lista è stata messa a punto a meno di due settimane dal voto. Sapendo mettere da parte anche i dissensi su alcuni punti. Sono nettamente prevalse le ragioni unitarie. E certamente il merito va al Compagno Mélenchon che ha saputo trovare la quadra nel modo migliore, coinvolgendo i suoi ex compagni del PS (che è cresciuto alle europee) , il piccolo PCF e i Verdi. La sinistra si è presentata alle elezioni con un programma fortemente alternativo a quello di Macron, alle sue politiche antisociali, che hanno notevolmente accresciuto le disuguaglianze e le ingiustizie , gestite con arroganza e protervia , e segnato da pulsioni autoritarie. Per non parlare delle uscite squinternate sul voler mandare truppe francesi in Ucraina.

Comunque la sinistra può rappresentare l’unico vero argine alla destra reazionaria. Infatti la La Pen ha espressamente detto che il vero nemico da combattere è la sinistra di Melenchon. Il quale (con il consenso dei suoi alleati) ha espressamente affermato che in eventuali triangolazioni nei collegi , essi si ritireranno e (turandosi il naso) voterebbero per un candidato di Macron. L’imperativo categorico è quello di impedire alla destra di prendere la maggioranza assoluta in parlamento , per la catastrofe democratica e civile che si abbatterebbe sul paese. Del resto, già due anni fa, alle presidenziali del 2022 Jean Luc , giunto terzo a pochi passi dalla le Pen , disse apertamente “al secondo turno nessun voto vada alla Le Pen” .

La sinistra in Francia ha preso 9 milioni di voti, ed ha la possibilità di espandersi, tenendo anche conto che solo la metà degli elettori del RN è apertamente razzista e fascista. La feccia della società francese. L’altra metà ha espresso più un voto “contro” (Macron) che non un voto per. E comunque la sinistra , tra i nostri cugini d’oltralpe , mostra una sua vitalità ; quanto meno esiste una sinistra con forti connotazioni socialiste.

In Italia purtroppo non è così. L’unica forza veramente definibile di sinisttra in parlamento è l’AVS . IL PD nonostante i passi in avanti della Schlein non lo è. Non dimentichiamo che nel Pd hanno ancora grande influenza i Letta , i Gentiloni, i guardiani dell’austerità europea. E che definiscono Mélenchon un sovranista di sinistra (una contraddizione in termini) speculare alla Le Pen. Mélenchon ha sempre parlato di sovranità democratica , che egli ben distingue dal concetto di sovranità nazionale. E’ un autentico socialista internazionalista come lo era Matteotti (o Jaurès) . Lo hanno accusato di essere antisemita perché ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza dal governo fascista di Netanyau. Del resto lo stesso Sanchez è stato accusato di antisemitismo perchè la Spagna ha riconosciuto lo stato palestinese e ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza. Del resto lo stesso Gutierres aveva detto le stesse cose.

I veri antisemiti sono i governanti di Israele, perché , con le loro azioni criminali di fatto scatenano l’odio verso gli ebrei. Ma tanti ebrei sostengono apertamente la causa palestinese e condannano un governo fascista che tradisce i valori più profondi dello stessi ebraismo. Mélenchon è stato anche accusato di essere filo-Putin. Un’enorme bugia. Ecco cosa disse Mélenchon in un’intervista al settimanale l’Express il 31 maggio 2022 “Vladimir Putin è un uomo che ha violato tutte le regole internazionali, ha invaso un Paese sovrano, ha commesso crimini di guerra e minacciato il mondo di un conflitto nucleare, tutto ciò è odioso”, spiega Jean Luc Mélenchon in una lunga intervista al settimanale L’Express.Il tribuno della gauche, rivelazione delle ultime presidenziali ( è andato a un passo dal ballottaggio) e leader della coalizione di sinistra radicale (Nupes) che sfiderà Macron alle legislative del 12 giugno, non ha alcuna simpatia per le politiche atlantiste e ha spesso criticato l’espansionismo strisciante della Nato a est. È non lesina bordate all’Unione europea che vorrebbe rifondare da cima a fondo.

Ma di fronte all’invasione dell’Ucraina è sempre stato chiarissimo: nessuna equidistanza. Un approccio coerente da parte di chi peraltro non ha mai avuto atteggiamenti compiacenti verso il capo del Cremlino a differenza di molti politici occidentali che per lunghi anni hanno visto in Putin un “elemento di stabilità”: «La colpa è nostra, siamo stati compiacenti a Grozny in Cecenia e ad Aleppo in Siria, ora ne paghiamo le conseguenze».

Ecco come la pensa Mélenchon …i veri amici di Putin vanno cercati nell’estrema destra europea, nella Lega. Certo Mélenchon si è sempre battuto per una soluzione politica e dilpomatica evitando una escalation bellica senza fine. Ma il giudizio è netto ed inequivocabile, lo considera un criminale. Mi fermo qui , aspetto commenti…Mélenchon con Corbyn…

Giuseppe Giudice

Palazzina LAF. La storia di una sconfitta ( e di una grande civiltà oltraggiata). di A. Castronovi

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Ho visto Palazzina LAF, il film italiano diretto e interpretato da Michele Riondino al suo debutto da regista. Il film è tratto da ” Fumo sulla città” , libro dello scrittore Alessandro Leogrande che avrebbe dovuto anche firmare la sceneggiatura ma che purtroppo durante la lavorazione del film è venuto a mancare. Il film racconta la tragedia di una città , Taranto, e dei suoi figli sfortunati, simboleggiati nelle figure umane sfigurate e abbruttite rinchiuse in un reparto-confino dell’ex ILVA, a sua volta erede dell’Italsider, la fabbrica d’acciaio di Stato più grande d’Europa, che doveva rappresentare il simbolo del riscatto del Mezzogiorno e di una delle sue più importanti città, erede dell’antica civiltà greco-mediterranea: la spartana Taranto. Quella Taranto che dette i natali ad illustri intellettuali come Aristosseno, musicista e filosofo pitagorico uno dei principali allievi di Aristotele; Livio Andronico, il ” poeta religioso” di Roma; Archita, filosofo della corrente dei Pitagorici, amico di Platone, allievo di Pitagora, ed illustre matematico, scienziato, astronomo, musicista, politico e stratega. Le scuole della città ce li ricordano ancora tramandandone la memoria con licei e scuole ad essi intitolati . Io mi sono diplomato in uno di questi . Quella stessa Taranto i cui paesaggi e bellezze naturali furono cantati e resi immortali da Virgilio nelle Georgiche e da Orazio nelle sue Odi.

Nel film questa città non si vede, non si percepisce, ma si vede il mostro che l’ha mangiata e deturpata, si vede la terra avvelenata che uccide la pastorizia, si vedono pezzi della sua degradata periferia, i Tamburi, quartiere reso famoso per le vittime da avvelenamento causate dal fumo nero che lo sovrasta. In questo quartiere era andato a vivere il protagonista del film, Caterino Lamanna, un operaio appena promosso a capo-squadra in cambio di servigi da rendere come spia dell’azienda e inviato nel reparto-confino della LAF, dove erano rinchiusi e mobbizzati decine di lavoratori e di sindacalisti che non si erano arresi e sottomessi alla disciplina di fabbrica.

È un film di denuncia di un episodio scandaloso della storia del conflitto sociale e di classe in Italia, conflitto rimosso e dimenticato dalla coscienza nazionale, ma che un tempo nutriva le speranze di riscatto sociale di un popolo e dei suoi ceti subalterni. Taranto è una città martirizzata ancora oggi da uno sviluppo disumano, cresciuto come un cancro da quella fabbrica disumana in cui ho visto nascere i primi metal-mezzadri, secolari contadini e braccianti che si trasformavano improvvisamente in operai, pur rimanendo contadini nell’anima. Ho visto negli anni ’70 i grandi cortei operai sfilare in città con le bandiere rosse e riempire le sue piazze. E ricordo i brividi e la commozione che ti davano quelle immagini.

Un futuro e una speranza sembravano possibili. Poi tutto è finito. Inesorabilmente. Poi è arrivata la normalizzazione neoliberale. Il socialismo buttato nella pattumiera della storia, la lotta di classe diventata un residuo del passato. Il mondo del lavoro viene così cacciato nell’inferno che nella ex-ILVA è rappresentato dalla Palazzina LAF. Ma quella palazzina è il reparto-confino di una storia intera , la storia del novecento, del secolo delle rivoluzioni sociali e proletarie, del secolo delle sue sconfitte e dei suoi tradimenti, di un secolo di cui si vuole cancellare persino la memoria nelle nuove generazioni. Diciamocelo. I nostri avversari sono stati “bravi”.Ci hanno sconfitto nella lotta di classe e stanno cancellando la memoria stessa delle lotte dei vinti anche nei suoi figli. Ma la Storia, come profetizzava Benjamin, sta alle nostre spalle con le sue macerie, e basta uno sguardo rivolto al passato per riconoscerla. È questa la chiave attraverso cui i rejetti possono redimersi e risollevarsi, riprendendosi il proprio posto nella storia. È l” Apocalisse” – Rivelazione che i vincitori di oggi temono: la resurrezione e il ritorno dei vinti.

Antonio Castronovi

Articolo già pubblicato su “L’interferenza”.

https://www.linterferenza.info/cultura/palazzina-laf-la-storia-sconfitta-grande-civilta-oltraggiata/?fbclid=IwAR34DKzBmss9Xxfl5q_2zWBKZeMGVQk0if-MOZgcgKx4fNPykc37NQUvHoE

Elogio dell'”impolitico”. di D. Lamacchia

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La mente corre a quell’intervista di Scalfari a Enrico Berlinguer a fine Luglio ’81, “I partiti non fanno più politica” così si espresse Enrico proprio all’inizio dell’intervista.

In quella frase c’era la chiave di tutta la sua concezione dello Stato e della sua riflessione politica di quegli anni: la morte della politica e la abdicazione del ceto politico al dettato costituzionale di rifondare l’Italia sul piano morale e istituzionale. Lo Stato era diventato null’altro che un terreno di conquista per un ceto politico che rincorreva ormai solo potere e consenso estorto con corruttele, pratiche consortili, abusi, senza finalità progettuali. La “questione morale” era diventata così centrale da non poter più essere elusa ma affrontata con decisione, pena il degrado della democrazia.

Cosa aveva generato una simile deriva? Si potrebbe dire che con la fine del “boom economico” e dell’industrializzazione del paese, cominciò quella trasformazione dell’assetto strutturale del sistema di produzione che col tempo verrà definito” rivoluzione digitale”. Era finito un ciclo espansivo che fu caratterizzato da un conflitto di classe che si espresse con le lotte operaie e le rivendicazioni sociali. Il ceto politico rispecchiava quel clima e ne seguiva di pari passo i contenuti e le progettualità tutte ispirate ai contenuti Costituzionali. Con l’era digitale cominciò a scomparire un ceto sociale rappresentato dai lavoratori delle fabbriche e dei luoghi di lavoro più in generale. La scolarizzazione di massa aveva consentito insieme alle ristrutturazioni aziendali l’allargarsi di un ceto medio terziarizzato e più soggetto all’evolversi dei processi tecnologici e alle sue precarizzazioni del posto di lavoro. Vennero gli anni della “flessibilità”, della fine della “scala mobile. Sul piano politico si arrivò alla stagione del “pentapartito”. Sistema che incarnò in modo implacabile l’era del degrado. Un tentativo di riformare il sistema con la proposta di “Moro” di sbloccare il sistema, finì con il brutale assassinio dello stesso. In sostanza il ceto politico dimostrò l’incapacità di sapersi autoriformare.

Fu allora che a prendere le redini in mano fu la Magistratura. Si avviò cioè quella lunga stagione chiamata di “Mani pulite”. Si smantellò così il sistema dei partiti e si concluse quella che fu chiamata “prima Repubblica”.

A rappresentare emblematicamente la scena fu la fuga di Craxi ad Hammamet.

La sinistra non fu in grado di interpretare le “nuove situazioni” e non ebbe la capacità di offrire una proposta che consentisse di ricevere quel consenso che avrebbe potuto avviare il paese su binari di salvezza. A quel ceto politico moderato e neo precario e a quel ceto operaio in declino non fu offerta una proposta che potesse unirli in un programma di cambiamento. Venne a crearsi così un vasto ceto di scontenti che presto si tramutò in vasto ceto disilluso, disorientato, abbandonato. In una parola si costituì un vasto ceto “impolitico” alla mercè di illusionisti.

In questo clima nacque il “Berlusconismo”. Tutto divenne “merce” in un misto di antistatalismo scambiato per liberismo, di populismo scambiato per “democrazia diretta”, di degrado culturale scambiato per libertà e creatività, dell’immagine scambiata per sostanza.

Ma come in tutte le favole c’è sempre uno “scorpione” che punge sé stesso. Così accadde che i “media” che lo resero potente lo declassarono a figura minore. Altri lo soppiantarono nel circo della politica- spettacolo senza valori.

Oggi con la sua morte, purtroppo non si chiude un ciclo ma siamo all’apice del trionfo dell’”impoliticità” dal momento che al governo ci sono coloro che dell’impoliticità sono il massimo della rappresentanza.

Sono essi coloro che meglio rappresentano l’anti costituzionalismo, eredi contro cui la Costituzione fu scritta e che rimane un baluardo delle speranze nate sui monti e nelle galere con sacrificio di sangue per un paese veramente libero e maturo. A ricordarcelo ci sono uomini come Pertini, Ciampi, Ingrao. Ci sono uomini come Falcone e Borsellino e quanti altri sono morti per realizzare quella Costituzione contro coloro che la vorrebbero affossare con la cultura dell’antistato.

Loro si che sono un esempio per la nazione non Berlusconi, pace all’anima sua.

Donato Lamacchia

Via Rasella. di E. Malantrucco

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I partigiani che agivano nelle zone urbane, erano usi fare azioni di quel tipo. Negare la legittimità di quelle azioni significa negare la legittimità di tutta la Resistenza. Il che ovviamente è cosa che ama fare l’uomo di destra.

Ma commette un errore storico.

Non è vero che i partigiani di Via Rasella fossero al corrente che la rappresaglia sarebbe stata della natura che conosciamo: fino ad allora non era accaduto niente di simile nella Roma occupata. E di azioni partigiane ce ne erano state, anche molto violente.

I fatti sono accaduti nel marzo del ’44, si preparava la città già da tempo all’arrivo degli alleati, che però tardarono fino a giugno. Hitler stava perdendo il controllo, sapeva che gli Alleati stavano risalendo la penisola. La guerra la stava perdendo.

La rappresaglia che lui voleva era di 50 italiani per ogni tedesco ucciso. Furono i vari Kesserling a convincerlo a contenere a 10.

Talmente non era scontato quel tipo di rappresaglia che la comunicazione che venne data, con “l’ordine è già stato eseguito”, fu a cose fatte, le cave ardeatine vennero fatte saltare proprio per evitare sommosse cittadine. Se fosse dipeso da Kesserling soltanto non avrebbe agito così, non per bontà d’animo, ma perché era pericoloso.

A compilare l’elenco furono i fascisti locali, molto zelanti, al punto da eccedere di cinque persone. (so’ cinque in più, che faccio, lascio signò?)

La Bozen che passava per via Rasella non era fatta di mammolette. Non era una banda militare, ma un corpo di guardia altoatesino addestrato dalle SS.

Controllavano l’occupazione della città. Quindi colpire loro significava colpire l’occupazione nazista nel cuore.

Quello dei Partigiani fu quindi un atto di guerra.

Queste non sono opinioni. Questa è storia.

L’unica opinione che metto in questo scritto è che Ignazio La Russa non è degno di essere la seconda carica dello Stato nato dalle ceneri di una dittatura orribile e di una occupazione sanguinaria fatta da un Paese che trucidava e gassava.

Elisabetta Malantrucco

“Ha da passa’ ‘a nuttata”. di R. Papa

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Chiedere a Meloni di essere antifascista un giorno e poi dimenticarsene negli altri 364.

E’ facile nel giorno delle Fosse Ardeatine rimproverare a Meloni di aver usato “italiani”, che tali erano

ma non tutti e poi mai dimenticarlo, erano italiani anche i fascisti che aiutarono i nazisti ad uccidere, e a non aver detto “antifascisti” che tali non erano tutti, perché in mezzo ai 335 ci finirono pure dei disgraziati che in carcere ci stavano per altri motivi.

E che forse morire per un ideale, per quanto giusto, non ne avevano proprio voglia.

Ma il problema per me non è questo.

Per me il problema di fondo è che la destra fascista o meno ha vinto le elezioni e che Meloni sta portando questo paese nel consesso di paesi conservatori e reazionari, sta mettendo in atto politiche antiumane dai migranti a Cospito, e ora togliere il reato di tortura , ci sta allontanando dai paesi europei per consegnarci al potere Nato e quindi americano, ma nello stesso tempo strizzare l’occhio alla Russia…non si sa mai!

Quelli erano tempi in cui una guerra civile spezzo’ l’Italia in due, ma anche un paese dove milioni di italiani cercavano solo di portare a casa la pagnotta. Non tutti furono eroi! Ci furono anche quelli che si misero alla finestra e per parafrase Eduardo:

“Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando?’. Gennaro intuisce e risponde con il suo tono di pronta saggezza: ‘S’ha da aspettà, Ama’. Ha da passà ‘a nuttata’”.

Da allora sono passati settantotto anni e forse sarebbe il caso di consegnare quella storia agli storici e magari su quei libri far studiare i nostri giovani e non solo, che di fascismo e antifascismo o o o niente sanno ma spesso nemmeno vogliono sapere e impegnare le nostre passioni e quelle dei nostri giovani a problemi che riguardano il futuro non certo il passato. Due giorni fa ci eravamo tutti preoccupati della crisi idrica, su cui si combatteranno le prossime guerre…abbiamo una guerra nel giardino di caso e oggi gli americani hanno affermato che ci stiamo avviando verso la “guerra mondiale” e noi impegnano la nostra intelligenza politica su “questioni” di settantotto anni fa che stanno bene, per ricordarcene, nei libri di storia.

E’ proprio vero “ha da passa’ ‘a nuttata”.

Roberto Papa

La Comune di Parigi: una democrazia operaia. di A. Angeli

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Un dovere celebrare il 152° anniversario della Comune di Parigi, quando nacque il primo governo operaio che influenzò le idee di Karl Marx.

La Comune di Parigi rappresenta storicamente la prima esperienza rivoluzionaria che vide i lavoratori assumere brevemente il potere e dare corpo al primo governo operaio. La rivoluzione operaia nacque 152 anni fa nel mese di marzo, precisamente il 18-03-1871. Il movimento operaio governò la città per 72 giorni tra marzo e maggio 1871, con al centro la libertà e la democrazia. Karl Marx descrisse la Comune di Parigi come: “La prima rivoluzione in cui la classe operaia è stata apertamente riconosciuta come l’unica classe capace di iniziativa sociale, anche dalla gran parte della classe media parigina – negozianti, commercianti, mercanti – il ricco capitalista è il solo escluso”. Frederick Engels in seguito scrisse: “La Comune di Parigi è stata la dittatura del proletariato. La prima esperienza di liberazione dalla schiavitù della borghesia e del patriziato”.

La Comune nasce a seguito di una sconfitta militare francese. Tutto inizia nel 1870, quando scoppiò la guerra tra Francia e Prussia. Le forze francesi furono rapidamente distrutte all’inizio di ottobre 1870 e Parigi fu posta sotto assedio totale. I governanti francesi firmarono un armistizio con la Prussia alla fine del 1870. Il popolo considerò quell’accordo un tradimento, a cui si associarono quanti avevano cercato di difendere Parigi. In particolare l’affare fece infuriare la Guardia Nazionale, una forza che costituita prevalentemente dalle fasce più povere della popolazione.

I testi ci ricordano che il comitato centrale della Guardia Nazionale aveva collocato e approntato 400 cannoni in varie parti della città pronti per l’attacco. Al fine di coordinare e organizzarne il controllo, il capo del nuovo governo provvisorio, uscito dall’armistizio, Adolphe Thiers, ordinò il 18 marzo il sequestro dei cannoni. Questo scatenò una reazione da cui prese corpo la resistenza, che si preparò a fronteggiare l’esercito francese, che nel frattempo era riuscito a mettere al sicuro i cannoni, subito però fronteggiato e ostacolato da miglia di lavoratori che si convogliarono nei punti nevralgici per impedirne l’occultamento. Le donne, nella circostanza, svolsero un ruolo fondamentale nell’intimidire i soldati e alimentare le aspettative della resistenza. A Louise Michel, membro della Guardia Nazionale, fu affidato il ruolo di difendere le armi.

Subito si mosse dirigendosi verso la chiesa e suonò le campane per chiamare a raccolta la popolazione. Richiamò attorno a se oltre 200 donne, per affrontare il forte esercito formato da oltre 3.000 soldati. Questo segnò l’inizio della rivolta. Al proposito, Michel scrisse: “Siamo corsi al doppio suono delle campane, sapendo che c’era pronto ad attaccarci un esercito in formazione di battaglia. Ci aspettavamo di morire per la libertà. Tutto il genere femminile era al nostro fianco, non so come ma abbiamo vinto il primo scontro.»

Nel frattempo Thiers ordinò ai soldati di sparare contro la mobilitazione e disarmare gli operai. Ma i soldati rifiutarono, portando sezioni dell’esercito a unirsi ai parigini contro i generali. Due di questi furono assassinati dai loro soldati. Allora Thiers ordinò l’evacuazione di Parigi. Le donne durante la rivolta si comportarono come gli uomini e parteciparono attivamente alla costruzione delle barricate, brandirono le armi e si unirono a comitati. Molte di loro pretesero e ottennero un comando e si dimostrarono all’altezza del compito e spesso più coraggiose degli uomini. Con il loro esempio anticiparono quello che divenne poi il pensiero di Karl Marx. Infatti, Marx, sapeva che per raggiungere la liberazione le donne dovevano lottare per sé stesse. “È vero, forse, che alle donne piacciono le ribellioni contro il potere. Non siamo migliori noi uomini quanto al potere, ma il potere non ci ha ancora corrotti e noi guardiamo con interesse al ruolo delle donne ”.

Il 26 marzo i lavoratori si riunirono e deliberarono di eleggere un proprio consiglio che lavorasse nel proprio interesse per la sicurezza e la liberazione. Marx scrisse: “Il vecchio mondo si contorceva in convulsioni di rabbia alla vista della bandiera rossa”. Engels da parte sua aggiunse: «la Comune si servì di due espedienti infallibili. In primo luogo la creazione dei responsabili di tutti i posti di comando mediante le elezione. In secondo luogo, tutti i funzionari, indipendentemente dal grado, furono retribuiti come gli altri lavoratori, una parità di trattamento introdotta per prevenire il carrierismo”. A differenza dei parlamenti borghesi, infatti, tutti i membri degli organismi dirigenti furono eletti democraticamente con il voto dei lavoratori in rivolta. La Comune fece della Guardia Nazionale il principale corpo armato. Allo scopo fu introdotto un tetto salariale, fu deliberato di chiudere i banchi dei pegni e sospeso il debito dello Stato e sancita la separazione tra chiesa e stato, stabilendo la libertà delle religioni allora presenti nella Comune e la laicità dello stato. Fu abolito il lavoro minorile, concesse pensioni alle vedove/vedovi della guardia uccisa e fu stabilito il diritto dei dipendenti a rilevare un’attività.

l’internazionalismo venne assunto come visione del nuovo rapporto con gli altri popoli per la conquista della pace perpetua, impegnando la Comune a difendere l’autodeterminazione dei popoli, quale punto di riferimento della nuova politica verso gli altri Stati. Forte fu la spinta, da parte dei lavoratori, a combattere ogni proposito nazionalista rivendicato dagli ex leader della borghesia aristocratica e dalla nobiltà, poiché in contrasto con l’ideale della fratellanza universale che deve unire tutti i popoli e le razze, senza diversità alcuna sia culturale che di colore. “La bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale”, venne sancito dalla rivoluzione.

Tuttavia, una parte della classe aristocratico/borghese sopravvissuta alla rivoluzione, che manteneva ancora un controllo sulle grandi proprietà terriere, le attività commerciali e il controllo dei porti e delle dogane, manifestò la sua insoddisfazione e si dichiarò contraria alla leadership della Guardia Nazionale. Ma, il suo vero obiettivo era di impedire ai lavoratori la gestione amministrativa e politica della nuova realtà, conquistata con la rivoluzione. Infatti, superate le divergenze tra aristocrazia e borghesia, accantonate le differenze politiche nazionaliste preesistenti con i generali Prussiani, si unirono per mettere in atto la distruzione delle organizzazioni armate dei lavoratori parigini. Una reazione che Marx aveva purtroppo previsto. La Comune non poté raggiungere il suo obbiettivo del pieno potere statale poiché le forze che si organizzarono contro di essa si rivelarono troppo grandi e meglio organizzate. La prima reazione prese corpo il 21 maggio, allorché le forze statali fecero irruzione in città e massacrato le truppe rivoluzionarie e i civili della Guardia Nazionale. Dopo sette giorni di terribili scontri il 28 maggio la Comune fu soppressa dall’esercito, cui seguì una dura repressione, con oltre 30.000 morti durante i combattimenti o giustiziate direttamente una volta capitolare. I processi militari, che ne breve tempo vennero organizzati, coinvolsero ulteriori 40.000 ex combattenti o organizzatori della Comune, con conseguenti esecuzioni, lavori forzati o incarcerati con pene che prevedevano l’isolamento totale fino alla morte. Furono ripristinati i benefici a favore della borghesia, dei nobili e del clero reinsediando i privilegi del patriziato.

La Comune era stata schiacciata, sconfitta, cancellata. E tuttavia la breve esperienza della rivoluzione Comunarda offriva alla storia un esempio concreto di un nuovo modello di società democratica, egualitaria, rispettosa dei diritti e delle differenze di genere e per il superamento delle divisioni di classe sociale. La Comune è stata cruciale nel pensiero di Karl Marx, sia sull’importanza del concetto di classe che sul ruolo dello stato. La riflessione su quella rivoluzione gli ha permesso di approfondire e ampliare le sue idee. E quell’esperienza e le riflessioni elaborate da Marx sono ancora oggi una lezione storica, la quale, seguendo le sue parole, “sarà celebrata per sempre come il glorioso precursore di una nuova società e i suoi martiri saranno custoditi nel grande cuore della classe operaia”

Alberto Angeli

L’opposizione governativa. di M. Zanier

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Il governo Meloni è il primo di centro-destra della storia repubblicana trainato da una donna certo, ma soprattutto da un partito di destra con ancora la fiamma tricolore nel simbolo. C’è stato, è vero, il governo Tambroni nel 1960 durato pochi mesi a maggioranza Dc con l’appoggio esterno del Msi e ci sono stati negli anni Novanta e Duemila i governi Berlusconi con nella maggioranza Alleanza Nazionale, in cui però Fini aveva fatto un percorso diverso dall’attuale premier, ed erano trainati da Forza Italia, che è un partito sostanzialmente padronale e dalla Lega, oltreché da spezzoni dell’ex Dc.

La maggioranza uscita dalle urne il 26 settembre scorso, che hanno visto la vittoria del centro destra e al suo interno l’affermazione di Fratelli d’Italia, il partito della destra guidato da Giorgia Meloni, in posizione nettamente preminente, è stato confermato dalle ultime elezioni regionali, in cui l’astensione è stata un dato drammatico.

Da cittadino italiano che si riconosce nei valori della Costituzione nata dalla Resistenza, sono naturalmente preoccupato della piega che ha preso la nostra democrazia rappresentativa e della mancanza di un’opposizione unita, realmente propositiva ed efficace. Questo però non mi impedisce di tenere gli occhi aperti ed osservare con interesse e una certa speranza l’incertezza dei primi passi del governo in carica.

Andiamo per gradi. Come sicuramente molti di noi ricordano, fin dall’inizio Silvio Berlusconi si è mostrato contrariato a dover affidare ad un’altra persona che non fosse lui la guida del governo di centro-destra e, aggiungo io, sicuramente lo disturbava il dover prendere ordini da una formazione di destra nata dopo Forza Italia e dopo i suoi governi di centro-destra, ma molto probabilmente anche dal fatto di essere comandato da una giovane donna. Come dimenticare gli appunti velenosi che rabbiosamente scriveva il fondatore del centro-destra a favore di telecamera in Parlamento mentre si stava formando la coalizione attuale?

Questo scoglio, che un politico più accorto avrebbe potuto superare con una certa diplomazia, ossia mettendoci per un momento nei panni della Meloni, mantenendo il punto politico del governo guidato da lei ma riconoscendo all’anziano Berlusconi ancora un ruolo di facciata nel nuovo governo, magari firmando l’accordo di coalizione ad Arcore e chiamandolo al telefono ogni tanto (come pare talvolta suggerire il suo fedelissimo Gasparri) si è dimostrato un ostacolo insuperabile che affiora spesso tra le onde in tempesta in cui naviga il governo.

Ma la saggezza non è la migliore alleata di Giorgia Meloni che nei confronti di Berlusconi ha preferito mostrare il pugno duro, umiliandolo prima nella firma dell’accordo di coalizione in via della Scrofa dove ha sede il suo partito, Fratelli d’Italia, facendo capire chi comanda ora nel centro-destra, ribadendo il concetto con l’affermazione a favore di telecamere : Non sono ricattabile! e sottolineando periodicamente che la sua coalizione è coesa e che vota compatta, indipendenteme3nte da ciò che afferma il presidente di Forza Italia, evidentemente a titolo personale.

E’ per questo, credo, che Berlusconi ha fatto ad urne regionali ancora aperte quella famosa dichiarazione contro Zelensky e l’intervento militare italiano al fianco dell’Ucraina, preparando l’amaro boccone che la Meloni ha dovuto mandare giù a Kiev, col presidente ucraino che dava di fatto dell’inaffidabile a lei ed alla sua maggioranza e metteva per la seconda volta in discussione il ruolo in Europa dell’attuale governo italiano ( la prima volta era stato dopo l’altolà di Sanremo provocato soprattutto dall’alleato Matteo Salvini) che è già in difficoltà di suo agli occhi del mondo per non essere più guidato da una personalità internazionalmente riconosciuta come Mario Draghi.

Insomma: la situazione è grave ma non è seria, come direbbe Ennio Flaiano, se guardiamo bene la maggioranza governativa. Questo fa ben sperare chi, come me, si auspica la fine in tempi ragionevoli di questo strano esperimento governativo che di fatto non ha un orizzonte naturale molto lontano nel tempo, dato che non sembra voler seguire la linea degli interessi personali e aziendali di quello che è ancora il padrone del Centro Destra, ossia Silvio Berlusconi, il quale non ci sta evidentemente a ricoprire un ruolo defilato nella coalizione e che è a capo di un partito personale ed aziendale che molto probabilmente non sopravviverà alla sua dipartita.

Nella Lega, d’altronde, la leadership di Matteo Salvini, il terzo incomodo della coalizione di governo, è molto più debole di un tempo e quel partito è destinato, secondo me, dopo di lui a diventare più moderato o a tornare ad una dimensione locale.

Sulle altre componenti non mi soffermo perché il loro peso nella coalizione è poco determinante.

Il lavoro politico di un’opposizione degna di questo nome, dunque, sarebbe facilitato in partenza. Il problema è che un fronte compatto e propositivo alternativo a questo strano governo, ancora non c’è. Perché da solo il Movimento 5 Stelle non può fare molto ed è difficile ancora capire come potrà agire il Partito Democratico che sta per concludere a giorni il suo lungo ed estenuante percorso alla ricerca di un o una nuovo o nuova Segretario. Sinistra Italiana e i Verdi sono cresciuti un po’ ma non rappresentano ancora una fetta importante dell’elettorato. Manca inoltre una vera forza di sinistra, che io amerei avesse in sé i germi del migliore pensiero socialista, in grado di contribuire alla definizione di un fronte compatto e nulla purtroppo me la fa intravedere in modo significativo.

Al momento non resta quindi che osservare, non senza una qualche soddisfazione, gli elementi che nel governo in carica remano contro Giorgia Meloni, perché se non esiste ancora un’opposizione efficace, esiste per fortuna un’opposizione governativa.

Marco Zanier

A Salvini il premio Attila dei diritti sociali. di M. Pasquini

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Ieri la question time del ministro Salvini, alla Camera, ha reso evidente anche ai ciechi quanto il governo stia preparando e attuando una strategia di affossamento del diritto alla casa relegandolo.a single, forze dell’ordine, padri separati.e studenti (ovviamente ricchi e meritevoli).

Mai Salvini, in diretta tv, ha citato gli sfrattati (40.000 sentenze l’anno), mai ha citato le famiglie nelle graduatorie (oltre 600.000) mai ha citato le 889.000 famiglie in povertà assoluta in affitto.

Salvini ieri ha detto che NON intende rifinanziare il fondo contributo.affitto e morosità incolpevole destinando le 350.000 famiglie richiedenti al baratro dello sfratto.

Ha parlato, ieri, il Salvini di un piano casa di legislatura ma che è un imbroglio, non saranno case popolari e di fatto tra le righe si legge che regaleremo immobili ai privati per fare molto housing e poco social. Insomma ieri si è acclarato come il governo non percepisca o non intenda percepire la vera condizione abitativa in Italia.

Ma ieri Salvini ha anche detto che chiama il Parlamento a collaborare ebbene io credo che il Parlamento dovrebbe accettare la sfida avviando una indagine conoscitiva sulla condizione abitativa in italia, per poi con mozioni programnatiche indicare al governo che piano casa serve al Paese.

Che sia il parlamento a dare le indicazioni al governo su come realizzare un vero piano casa basato sul fabbisogno reale in tutte le sue articolazioni e non sul fabbisogno di costruttori e lobby economiche del mattone.

Segnalo come ieri si sia reso evidente l’assordante silenzio di Comuni e Regioni che non si rendono conto come il colpevole abbandono di politiche abitative pubbliche, che ha portato ad avere meno case popolari e oggi il venire meno di contributi affitto li metta nell’occhio del ciclone sociale che sta per abbattersi su di loro.

Infine, davvero, non è il momento delle autosufficienze, dei distinguo.

O siamo in grado di far si che un vasto fronte dai sindacati ai sindacati inquilini, dal terzo settore all’associazionismo cattolico, dalle università agli urbanisti, coglie la gravità della situazione sociale oppure mettiamoci da parte e assistiamo alla tabula rasa che il governo vuole fare dei poveri

Massimo Pasquini

Onore a Giorgio Ruffolo. di G. Giudice

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Ho appena appreso della scomparsa del carissimo compagno Giorgio Ruffolo.

Storico rappresentante della cultura politica socialista. So che era malato da tempo. Era nato nel 1926.

In Lucania abbiamo avuto l’onore di avere Giorgio come deputato. Ci fermavamo a parlare spesso: Lui ci rammentava della sua forte amicizia con Federico Caffè, che considerava il suo vero maestro. E spesso lo accompagnava a Cambridge, patria degli economisti post-keynesiani come la Robinson e Piero Sraffa. E del suo forte legame con il nostro Paolo Sylos Labini. Giorgio, in giovantù era stato Trotzkista, come Rino Formica. Iscritto al PSI fin dal 1944, come tutti i giovani di ispirazione trotzkista , aderì al PSLI di Saragat, tranne uscirne nel 1950. E rientando nel PSI nel 1958 , dopo la svolta autonomista. Superò il trotzkismo e si avvicinò ad Antonio Giolitti. Grande sostenitore della politica di programmazione economica, fu economista all’OCSE, coordinatore del Centro Studi dell’ENI di Mattei. Poi , per lunghi anni Segretario della Programmazione Economica. Un economista non accademico, che però valeva molto di più di molti economisti accademici.

Il suo approccio all’economia era di carattere sistemico. Intendeva l’economia non come un sistema chiuso, ma aperto ad altre discipline , come la sociologia, l’antropologia, l’ecologia. Aveva una cultura enciclopedica. Profondo conoscitore di Marx , come di Keynes e di Schumpeter. Ammiratore di Karl Polanyi. Fu un critico radicale del neoliberismo. Nel suo gran bel libro “La Qualità sociale” fa conoscere a fondo le teorie neoliberiste e monetariste di Milton Fridman e della Scuola di Chicago. Come quella dei teorici del privatismo economico e delle “politiche dell’offerta” . A cui mosse un attacco formidabile proprie sulle loro radici epistemologiche.

Si definiva un “socialista liberale”, ma, precisava , non nel senso di Tony Blair, ma in quello autentico di Carlo Rosseli. Coordinatore del “Progetto Socialista ” del 1977 (opera ben più consistente e corposa del “Vangelo Socialista di Pellicani (verso il quale non mancò di profondere critiche) …..fu un critico di Craxi, non un suo antagonista. Diceva che bisogna sempre distinguere tra Craxi ed il craxismo. Nondimeno , pur essendo un profondo sostenitore dell’autonomia socialista, rifiutò il “bonapartismo” di Craxi e la sua gestione del partito.

Severo critico del togliattismo non fu però mai anticomunista. Ebbe ottimi rapporti con uomini del calibro di Gerardo Chiaromonte. Insieme a Luciano Gallino (anch’egli socialista) fu il primo a mettere in evidenza la forte tendenza alla finanziarizzazione dell’economia capitalista nella globalizzazione neoliberista. Fu un europeista convinto, ma anche un profondo critico della deriva che la UE stava prendendo, fino a sostenere l’idea della doppia circolazione monetaria (comE Gallino) nel suo ultimo libro “Il film della crisi” scritto con il caro amico e compagno Stefano Sylos Labini, figlio di Paolo. Ci sarebbe tanto altro da dire su Giorgio.

Condivisi con lui l’esperienza della Fed Laburista, e la entrata nei DS che per me fu un fallimento.

Caro Giorgio, con te se ne va un pezzo importante della mia formazione politica. Ma anche tu sei stato cancellato dalla “damnatio memoriae” della cultura socialista. Riposa in pace carissimo compagno socialista.

Giuseppe Giudice