futuro
Per un programma del Partito Unitario dei Lavoratori. di D. Lamacchia

No, non esiste un Partito Unitario dei Lavoratori. Non ancora. Spero che al più presto possa avviarsi un processo che porti alla sua formazione o ad una forza simile. Un partito che abbia l’ambizione di unificare tutte le forze intellettuali ed organizzative che fanno riferimento al mondo del lavoro per dargli la prospettiva di una emancipazione, condizione unica per una emancipazione di tutta la società verso un modello di tipo socialista, democratico ed egualitario.
Dopo gli anni dallo scioglimento del PCI e delle vicende che hanno attraversato le realtà seguite a tale evento, PD, RC, SI, LEU, Art. Uno, ecc. e la catastrofe delle ultime elezioni è inevitabile pensare che se si vuole dare concretezza ad una prospettiva di crescita di una forza di sinistra in Italia si debba partire dal riconoscere che le divisioni sono la causa principale della sconfitta elettorale e della perdita di consenso tra i lavoratori e l’elettorato più in generale.
La necessità di un nuovo partito nasce dal riconoscere vero che nessuna delle realtà attualmente esistenti possa unificare tutte le opzioni in campo. Non serve a nulla fare delle sommatorie ma è necessaria una nuova sintesi.
Non credo che un ruolo unificante possa svolgerlo il PD. Non sono chiari in quel partito le caratterizzazioni identitarie. Fatto che ha portato alle diverse scissioni. Il cambio dei vertici a partire dal Segretario non è sufficiente a colmare il vuoto e le contraddizioni della proposta. Troppo sono sedimentate le abitudini, i caratteri, le culture, i contrasti anche personali.
Da dove partire? Innanzitutto da una condivisione della lettura della situazione internazionale. Grazie agli eventi seguiti allo sfaldamento del blocco sovietico e anche allo sviluppo della tecnologia digitale (il villaggio globale) una situazione nuova si è venuta a determinare nell’equilibrio tra le potenze. È saltato l’equilibrio nato a Yalta subito dopo il II conflitto mondiale. Soprattutto vanno evidenziate la crescita di Cina e India e dei paesi che per un periodo furono chiamati “non allineati”, oggi identificati come BRICS. Alcuni parlano dell’avvento del “secolo cinese”. Difatti va riconosciuta una perdita di egemonia dei paesi occidentali e degli USA in particolare. Fatto che induce a riconoscere la necessità di un mondo pluricentrico capace di coscientizzare che le problematiche vissute dal mondo non sono risolvibili con azioni unilaterali. Valgano ad esempio i problemi del cambiamento climatico, della transizione energetica ad esso connessa, dello sforzo necessario per risolvere problemi endemici come la fame e le malattie, specie quelle infettive, le migrazioni causate dagli squilibri. Un nuovo ordine mondiale necessita e non può venire se non attraverso un passo avanti in direzione di un superamento delle diseguaglianze. Un Europa più unita, coesa, autonoma ne è condizione necessaria. L’attuale conflitto Russia-Ucraina può essere letto come una conseguenza dell’avvenuto disequilibrio tra le potenze. Fermo restando la condanna all’invasione dell’Ucraina da parte russa, va ricercata la via per un cessate il fuoco e l’avvio di trattative tese alla pace.
È da considerare inammissibile che forze di sinistra votino in parlamento come le destre sui provvedimenti tesi all’aiuto all’ucraina, innanzitutto per la fornitura di armi.
Una forza di sinistra non può non considerare la NATO come strumento obsoleto ai fini di un equilibrio tra le potenze. Un ruolo di autonomia necessita da parte europea con la strutturazione di un esercito autonomo capace di imporre un suo punto di vista senza accondiscendenze passive agli USA o ad altre potenze.
Per quanto attiene alle politiche sociali una forza di sinistra non può che avere come riferimento le classi lavoratrici, i sui bisogni, rivendicazioni, volontà di riscatto, aspirazioni, speranze. I cambiamenti nella struttura del mondo economico, nei modi di produzione dovuto all’avvento del digitale ha sicuramente chiuso l’epoca dell’“operaismo” ma non quella dei conflitti sociali e del contrasto “capitale-lavoro”. Lo dicono il diffuso precariato anche di fasce sociali un tempo protette, l’alta disoccupazione giovanile, la perdita di potere salariale, la interruzione della mobilità sociale, il contrasto tra periferie e centri urbani, la solitudine degli anziani per citare solo alcuni delle contraddizioni in atto, più in generale l’acuirsi della forbice tra garantiti e non garantiti.
Una forza di sinistra non può che promuovere ogni azione tesa ad un allargamento e diffusione delle garanzie sociali, di maggiore e più diffuso benessere.
Prioritario deve essere considerata la protezione del potere di acquisto salariale. Ciò può avvenire per mezzo di automatismi come lo fu la scala mobile.
La proposta di stabilire un salario minimo per legge deve essere considerato un obbiettivo perseguibile insieme al rafforzamento della contrattazione nazionale.
L’ipotesi di una riduzione dell’orario di lavoro secondo la logica “lavorare meno, lavorare tutti” deve essere un obiettivo strategico prioritario. Così per l’abolizione del Jobs Act e delle forme di precariato.
La lotta alla disoccupazione soprattutto giovanile deve essere perseguita attraverso politiche di investimenti poderosi da parte pubblica in direzione dei settori cardini dell’economia: trasporti, scuola, formazione e ricerca, sanità, infrastrutture, abitazione, ecc.
Ciò può avvenire attraverso un riequilibrio della spesa privilegiando quella “fruttuosa” verso quella “infruttuosa” riducendo sprechi e investimenti in settori come gli armamenti, un maggiore controllo sugli esiti delle cantierizzazioni, unificazione dei centri di spesa.
Cardine di una politica di sinistra è la riforma del fisco, confermando e migliorando l’impianto progressivo, per mezzo di un taglio del cuneo fiscale soprattutto per la parte gravante sui lavoratori.
La crescita delle entrate deve fondarsi sull’aumento della base contributiva generata dagli investimenti e una efficace lotta alla evasione.
Prioritarie devono essere considerate “riforme di struttura” che mirino ad un rafforzamento del dominio pubblico su quello privato, specie nei settori strategici e sensibili: energia, comunicazione, infrastrutture, sanità, formazione e ricerca, trasporti, con la eliminazione del criterio dannoso che scarica le spese sul pubblico e i profitti sul privato. Si vedano a tale proposito la condizione di alcune realtà come l’Alitalia, la sanità in alcune regioni, il settore siderurgico, il settore delle telecomunicazioni, le autostrade.
Il miglioramento della efficienza dei servizi deve essere realizzato per mezzo di tecniche di controllo della qualità che coinvolgono sia gli operatori che l’utenza, non solo la dirigenza, con incentivazioni salariali degli operatori sulla base di criteri di soddisfazione dell’utenza e il raggiungimento di obiettivi definiti di eccellenza.
Sono questi solo alcune delle tematiche da affrontare. Non meno importanti sono i temi delle forme di partecipazione. Quale partito, con quale struttura organizzativa, nazionale e territoriale, come selezionare i gruppi dirigenti per impedire ingressi miranti al carrierismo o alla rappresentanza di interessi lobbistici o di categoria, all’autoreferenzialità?
Buona riflessione!
Donato Lamacchia
A Salvini il premio Attila dei diritti sociali. di M. Pasquini

Ieri la question time del ministro Salvini, alla Camera, ha reso evidente anche ai ciechi quanto il governo stia preparando e attuando una strategia di affossamento del diritto alla casa relegandolo.a single, forze dell’ordine, padri separati.e studenti (ovviamente ricchi e meritevoli).
Mai Salvini, in diretta tv, ha citato gli sfrattati (40.000 sentenze l’anno), mai ha citato le famiglie nelle graduatorie (oltre 600.000) mai ha citato le 889.000 famiglie in povertà assoluta in affitto.
Salvini ieri ha detto che NON intende rifinanziare il fondo contributo.affitto e morosità incolpevole destinando le 350.000 famiglie richiedenti al baratro dello sfratto.
Ha parlato, ieri, il Salvini di un piano casa di legislatura ma che è un imbroglio, non saranno case popolari e di fatto tra le righe si legge che regaleremo immobili ai privati per fare molto housing e poco social. Insomma ieri si è acclarato come il governo non percepisca o non intenda percepire la vera condizione abitativa in Italia.
Ma ieri Salvini ha anche detto che chiama il Parlamento a collaborare ebbene io credo che il Parlamento dovrebbe accettare la sfida avviando una indagine conoscitiva sulla condizione abitativa in italia, per poi con mozioni programnatiche indicare al governo che piano casa serve al Paese.
Che sia il parlamento a dare le indicazioni al governo su come realizzare un vero piano casa basato sul fabbisogno reale in tutte le sue articolazioni e non sul fabbisogno di costruttori e lobby economiche del mattone.
Segnalo come ieri si sia reso evidente l’assordante silenzio di Comuni e Regioni che non si rendono conto come il colpevole abbandono di politiche abitative pubbliche, che ha portato ad avere meno case popolari e oggi il venire meno di contributi affitto li metta nell’occhio del ciclone sociale che sta per abbattersi su di loro.
Infine, davvero, non è il momento delle autosufficienze, dei distinguo.
O siamo in grado di far si che un vasto fronte dai sindacati ai sindacati inquilini, dal terzo settore all’associazionismo cattolico, dalle università agli urbanisti, coglie la gravità della situazione sociale oppure mettiamoci da parte e assistiamo alla tabula rasa che il governo vuole fare dei poveri
Massimo Pasquini
Perché in Italia il movimento pacifista è così debole? di A. Benzoni

Sto parlando dell’Italia. Perchè non so quale sia la situazione in altri paesi europei.
E questo è già un primo segnale della nostra debolezza. I guerra fondai, leggi quelli che vogliono la prosecuzione del conflitto sino alla vittoria, hanno una potenza di fuoco internazionale. Noi non riusciamo ad uscire dai nostri confini.
Ma siamo deboli anche per altre ragioni. Per ragioni esterne. Ma anche per responsabilità nostre.
Siamo deboli , in primo luogo, perchè la nostra tradizionale area di riferimento, la sinistra laica e cattolica o è diventata francamente ostile o si muove con cautela e “sotto traccia”. Abbiamo un Pd primo tra tutti nell’ardore bellicista avendo assorbito, fino a farne una seconda natura, l’atlantismo senza se e senza ma e la cultura esiziale dell’interventismo democratico. Mentre gli appelli del papa perdono la loro forza scendendo verso terra in un mondo cattolico politicamente allo sbando. O comunque lontano dal mondo della politica.
Siamo deboli perchè, almeno qui da noi, si è affermata una cultura della guerra ( magari per bieche ragioni strumentali) che bolla come putiniano o, peggio ancora, nemico interno, chiunque si azzardi a contestare l’opinione ufficiale. E in cui si si cambiano continuamente le carte in tavola, soffermandosi su “chi è l’aggressore e chi è l’aggredito”, materia su cui l’accordo è pressochè generale ; mentre oggi la materia del contendere, divide chi vuol porre termine alla guerra e chi, invece, vuole proseguirla fino alla vittoria.
Ma siamo deboli anche per deficienze nostre. Una, tutto sommato, veniale. L’altra, invece, rovinosa.
Peccato veniale, affidarci alle manifestazioni; precedute, peraltro da fastidiose e inutili discussioni sul contenuto dell’appello. Ai nostri ( più o meno lontani) tempi le manifestazioni e gli appelli funzionavano eccome; ma perchè c’era la predisposizioni a vederli e ad ascoltarli. Oggi, non più; fino a ignorare il fatto che, nello scorso novembre a Roma c’erano diecine di migliaia di persone e, nella contromanifestazione di Milano, qualche centinaia.
Errore, invece, gravissimo, continuare a insistere sulla parola “pace”. Perchè è una parola che, in sè e per sè, non ci distingue dai nostri avversari ( “siamo tutti per la pace”) Perchè la pace coinciderebbe con il riconoscimento dell’attuale stato di fatto e non va bene. E, infine, perchè la pace si dovrà e si potràcominciare a costruire ma solo nel corso del tempo; una volta, consolidata la fine delle ostilità.
E allora il nostro obbiettivo, la nostra parola d’ordine dovrebbe essere non la pace ma la tregua, oggi provvisoria ma, nell’immediato futuro a tempo indeterminato. Quella che vogliono i popoli del mondo. Quella che porrebbe fine alla deriva che ogni segna l’Europa. E alla corsa folle al riarmo. E al lento logoramento della democrazia un pò dappertutto nel mondo. E, possiamo dirlo tranquillamente, alle sofferenze presenti e future del popolo ucraino.
Alberto Benzoni
La grave ingiustizia della Flat-Tax. di G. Giudice

La Flat-Tax (tassa piatta , con aliquota unica per tutti i redditi) è la proposta centrale della destra. Anche se poi i vari partiti danno cifre diverse, danno un pò i numeri, diciamo. La Flat-Tax è un progetto politico definito, che mira a mantenere alte ed accrescere le disuguaglianze e le ingiustizie fra le cassi sociali, a chiaro vantaggio dei più ricchi. Ma è bene che si sappia, non è solo la destra (la cui proposta è anticostituzionale) ma Calenda, Renzi, la Bonino e settori del PD , se pur rifiutarono la Flat-Tax propongono una forte riduzione del prelievo fiscale. Si muovono , nella sostanza, nella stessa logica. Certamente il nostro sistema fiscale è farraginoso e complicato, Ed una profonda riforma del fisco va implementata. Ma certo in una direzione opposta a quello che propone la destra, Calenda, Bonino. Renzi.
Da un punto di vista di sinistra e socialista il sistema fiscale è uno strumento privilegiato di redistribuzione della ricchezza e del potere a favore dei ceti medio-bassi. Tanto più che le disuguaglianze sociali, sia in Italia , che in altri paesi, hanno da tempo superato una soglia critica. Basta vedere i rapporti Oxfam. E ben prima della pandemia che le ha ulteriormente aggravate. In Italia (secondo Oxfam) il 20% più ricco della popolazione italiana possiede il 60% della ricchezza , nentre il 60% più povero solo 14%. In Inghilterra è ancora peggio, per non parlare degli USA. Una riforma di sinistra del sistema fiscale deve basarsi su una fiscalità fortemente progressiva, che punti a quella redistribuzione del reddito, di cui parlavo. Colpisca le grandi concentrazioni di ricchezza, con una patrimoniale ed una e vera propria tassa sulla ricchezza (finanziaria e non ) , riduca sensibilmente il prelievo sulla classe lavoratrice e tutti i ceti medio-bassi. E la riduca anche sulle piccole imprese artigiane, che, soprattutto nel Sud sono una risorsa importante. A partire , già dalla metà degli anni 80, l’egemonia liberista ha teso principalmente a ridurre le tasse, per colpire il welfare pubblico, a favore della privatizzazione dei beni sociali (Sanità e Scuola). La situazione si è ulteriormente aggravata con la nascita del “finanzcapitalismo ” ed il modello di globalizzazione da esso imposto. E che, in Europa, ha imposto politiche di austerità, tramite la rimercificazione del lavoro. Concludo citando Corbyn:”Abbiamo bisogno di una tassa immediata sul patrimonio, con energia, acqua, ferrovie e posta in mano pubblica per abbassare le bollette e aiutarci a costruire una società più giusta di pace, giustizia e ricchezza condivisa.
Giuseppe Giudice
Conte il nuovo “faro” della sinistra italiana? di D. Lamacchia

Si può imparare dalla storia? Non solo, si deve! Non solo i soggetti individuali, le singole persone, gli intellettuali (ci sono ancora gli intellettuali?), dalla storia devono imparare i soggetti collettivi, cioè coloro che la storia la fanno. Perché questo accenno alla storia? Perché viviamo tempi in cui sembra che dalla storia non si è imparato un gran che. Nei tempi dell’illusione facile generata dalla comunicazione facile si è persa la capacità di riflettere e approfondire e si è persa la capacità di pensare il futuro partendo dal passato. Non si sa più cos’è la “memoria storica”.
Prendiamo il caso della sinistra in Italia ed in Europa. Perché questa perdita di “egemonia culturale” così marcata? Venendo meno l’ideologia “operaista” a causa dei noti sconvolgimenti nei rapporti di produzione determinati dall’”era digitale” la risposta è stata la virata liberista che ha fatto perdere il legame con il proprio soggetto sociale di riferimento, il mondo del lavoro e del disagio sociale. Ha dominato l’illusione che la flessibilità nelle relazioni economico sociale avrebbe apportato e distribuito ricchezza, benessere. Così non è stato ed è sotto gli occhi di tutti. Ad un “pensiero politico forte” si è sostituito un “pensiero politico debole” creatore dell’illusione e, come direbbe il vecchio Marx, di “falsa coscienza” diffusi, in una parola, di populismo, che avrebbe spazzato via il sistema della corruzione e dell’ingiustizia. Non è stato così come è sotto gli occhi di tutti. La domanda “pesante” è, è ancora possibile dare una prospettiva al socialismo? Sebbene liberato dai dogmi operaisti io credo di sì perché le ingiustizie non sono certo finite! Le contraddizioni nel tessuto socio-economico sono ancora tutte al loro posto, da essere usate al fine di cambiamenti profondi in senso egualitario. Esiste il soggetto politico che si può fare carico del compito? Non c’è purtroppo o non ancora. Non può essere l’attuale PD per il groviglio di vecchio “atlantismo” e liberismo che hanno caratterizzato le sue politiche, specie con l’arrivo di Enrico Letta alla segreteria, né sono credibili i vari agglomerati minoritari alla sua sinistra. L’unico a mostrare più saggezza e credibilità è Bersani che però tentenna nella sua capacità di azione, colpa anche dell’improvviso calare come mannaia dell’evento elettorale. Insomma ciò di cui si avverte necessità è la formazione di un soggetto politico forte che raccolga la sfida di rilanciare la prospettiva del socialismo nel nostro paese e nel mondo e di creare una cultura politica di sinistra democratica e libertaria diffusa, capace di fronteggiare l’onda conservatrice.
Come si può constatare è ancora presente una frazione di quel movimento che incarnò in modo maggiore la spinta populista. Mi riferisco al M5S e a Giuseppe Conte che ne è l’attuale reggente. Sono note le vicende governative di cui sono stati protagonisti fino alla caduta di Draghi e all’attuale situazione elettorale. Come si colloca il M5S nel quadro delineato di una prospettiva socialista e di sinistra? A questa domanda Conte ha risposto con un ritornello noto, frutto di “pensiero debole” secondo cui le categorie destra/sinistra appartengono al bagaglio del novecento e che ora si deve far riferimento ai programmi e ai problemi (sic). Addio memoria storica! Non si comprende quindi come sia possibile che vengano da esponenti del vecchio PCI inviti a votare M5S e a considerare Conte come capace di incarnare istanze sociali e prospettive che sono proprie della sinistra. Vero è che le proposte e i programmi non mancano di attenzione al sociale. L’autonomia dimostrata sul piano delle scelte internazionali è apprezzabile ma non mancano di ambiguità. Vedi l’orientamento troppo “filo cinese” e lo scetticismo europeista mostrato spesso in Parlamento europeo e dal loro garante Peppe Grillo.
Conte ispira onestà. Senza dubbio, ma non è l’unico! Una “buona politica” non è solo una faccia pulita.
Una buona politica non è fatta solo di categorie della morale e del sentimento è fatta da programmi giusti e organizzazione, attenzione agli interessi in gioco, agli obiettivi, alle alleanze, alle opportunità contingenti e alle strategie. Insomma va bene come alleato, “compagno di strada” non come “nuovo faro della sinistra”. No, Conte e il M5S non sono di sinistra! Malissimo comunque ha fatto il PD a rifiutare un’alleanza con loro (ipotesi Bersani), alleanza che ha dimostrato alle elezioni “locali” di essere vincente.
Dopo le elezioni questo avrà un peso nella discussione sul futuro della sinistra in Italia. Ecco un tema centrale, cosa accadrà dopo il voto? Sarà possibile avviare un progetto per un nuovo soggetto unitario che dia futuro alla sinistra tutta? Chi ne può essere protagonista? Si guardi al dopo voto quindi e si pensi a dare voce forte a chi potrà essere protagonista di questo obiettivo. Il compito inizia ora, prima del voto. Se dal voto le forze vocate a questa idea venissero mortificate il progetto non avrebbe futuro facile. Dal voto devono uscire forti le forze che vogliono una prospettiva chiaramente di sinistra perché si possano concretamente spostare gli orientamenti anche nei partiti attuali. In primo luogo il PD. Se svolgi una critica di sinistra e a sinistra che devi votare! L’alternativa al “male minore” non può essere il “tanto peggio, tanto meglio”. Conte non è il Melenchon italiano.
Donato Lamacchia
Lo scontro politico in Europa e la questione del diritto di veto. di A. Benzoni

Nel periodo che separa i Trattati di Roma dall’inizio dell’”epoca dei torbidi”, l’esistenza del diritto di veto non aveva mai costituito un problema. Anche perché questo non era stato mai concepito come tutela permanente a tutela di interessi inviolabili; ma semmai come un ostacolo che poteva e doveva essere superato, attraverso una corretta opera di persuasione con annesse piccole contropartite.
Logico che fosse così. Non si aderiva a un blocco politico/militare; si entrava in uno spazio di libertà e di
pace dove tutti avrebbero avuto gli stessi diritti e tutti sarebbero stati sottoposti alle medesime regole. In un mondo la cui gestione era affidata a tecnici e a esperti, in un processo basato sulla mediazione e la
ricerca permanente del consenso; e quindi nella misura del possibile, tenuto al riparo da pressioni politiche esterne come anche da improvvide reazioni popolari.
Di fatto, il passaggio indolore e inconsapevole dall’Europa economica a quella politica, si sarebbe rivelato, a partire dagli inizi degli anni Novanta, del tutto impraticabile. Con una reazione di rigetto che si sarebbe ben presto manifestata prima con la bocciatura della nuova Costituzione nei referendum francesi e olandesi e poi con la contestazione delle politiche di austerità in diversi paesi e con la nascita di nuovi partiti,
variamente antisistema, di tipo populista/sovranista.
E’ in questo quadro che, agli inizi degli anni venti, si pone per la prima volta in discussione il diritto di veto.
A farlo, e in modo esplicito, è il paese forse più sovranista di tutti; la Francia di Macron. Ben consapevole, però, che l’esercizio della sovranità è possibile solo all’interno di un’Europa anch’essa sovrana e indipendente. E, in prospettiva, caratterizzata non dalla concorrenza al ribasso e dal dumping sociale e fiscale ma dalle politiche comuni. Un processo reso peraltro impraticabile dall’alleanza tutt’altro che santa tra rigoristi finanziari del Nord e reazionari dell’Est.
Nessuno si propone, naturalmente, una volta bocciata, di proporre il voto a maggioranza, contrario alle regole e agli stessi principi su cui si basa l’Unione.
L’alternativa è allora quella di far scattare una specie di piano B, consentito anzi previsto dalle regole comunitarie; quello della “cooperazione rafforzata”. Traducibile, in chiaro, nella possibilità, rivendicata
dalla Francia (con il silenzio/assenso degli altri grandi paesi occidentali) di andare avanti da soli sulla via
delle politiche e delle regole comuni (salario minimo, fiscalità, possibilità di sottrarre le politiche di
investimento dai vincoli di Bruxelles e così via), scontando il fatto che questa innovazione virtuosa potesse essere, nel corso del tempo, adottata anche da altri.
Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina (legato, a scanso di equivoci, all’aggressione russa) il quadro cambia radicalmente. Perché, a invocare, non importa se esplicitamente o in linea di fatto, l’abolizione del diritto di veto sono i vertici Ue. E non per procedere più rapidamente lungo questa via. Ma per aprire un percorso che porterà alla scomparsa dell’Europa; o, più esattamente, all’annullamento della sua specificità.
In primo luogo, perchè si tratta di un processo esogeno ed eterodiretto. A premere, a indicare le scelte non sono le autorità interne a ciò preposte, ma gli Stati Uniti e la Nato. E’ la prima volta che ciò accade dai tempi di Messina a oggi; e il dato va sottolineato, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito.
Sono gli Stati Uniti e la Nato a premere per l’entrata, anche se solo simbolicamente immediata, dell’Ucraina nell’Ue. Dimenticando, volutamente, che non esistono le condizioni perché questo processo possa avviarsi e tanto meno concludersi in un futuro prevedibile. Almeno sino a oggi, entravano in Europa solo gli stati la cui condizione interna e internazionale corrispondesse agli standard esistenti nell’Unione; standard da cui l’Ucraina era assai distante prima della guerra; figuriamoci poi dopo.
Sono gli Stati Uniti e la Nato a determinare l’allargamento a Est e la stessa natura del confronto con la Russia. Ma, anche qui, non c’è bisogno di entrare nel merito, per affermare che questa scelta sbarrerebbe definitivamente la strada a quell’Europa politica e militare che si continua a sbandierare a vanvera come sbocco prossimo dell’attuale crisi. E, per inciso anche la realtà di un’Europa come spazio indipendente all’interno di un universo multipolare.
Sono ancora questi due agenti esterni a spingerci verso uno stato di guerra permanente, anche se non combattuta o formalmente dichiarata; e questo a tutto danno, come appare particolarmente nel nostro paese, della stessa funzionalità del sistema democratico.
E sono, infine, queste pressioni esterne a mettere in forse le aperture verso il mondo che ci circonda: vedi il veto turco all’entrata della Svezia e della Finlandia nella Nato; vedi le torsioni nella politica migratoria; vedi, infine, la rinuncia a esercitare un qualsiasi ruolo nell’area mediterranea e mediorientale.
Stiamo parlando, naturalmente, di un processo in corso. Che trova, a livello di stati e di sensibilità politiche, consensi e dissensi. Come è ovvio che sia.
Quello che non è affatto ovvio, per non dire inaccettabile, è che i consensi a questo processo siano veicolati apertamente e in modo martellante: in particolare dall’asse Washington-Varsavia e dall’Europa baltica.
Mentre i dissensi o quanto meno le riserve di fondo dei grandi paesi della vecchia Europa – Francia,
Germania, Italia, Spagna – sono espressi a mezza bocca e rimangono sotto traccia; salvo ad esprimersi, nel momento della scelta, con l’esercizio del diritto di veto. Manifestazione legittima. Ma che segnerebbe
rotture insanabili e tali da mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Europa.
Qui e oggi, quando tutto è ancora in sospeso, un confronto aperto tra queste diverse opzioni è necessario e urgente. E non per arrivare ad una posizione comune qui e oggi; ma per discutere insieme, e a bocce ferme, insieme, sul futuro politico del nostro continente e dei paesi che lo compongono. Senza furbizie e, soprattutto, senza arroganza.
Una pausa, un periodo di tregua che converrebbe, in particolare, al nostro paese. Perché, che lo si voglia o
no, l’Italia sarebbe la prima vittima della nuova alleanza tra l’Europa di Maastricht e quella di Washington/Varsavia. Che si tratti della situazione libica o mediorientale o di nuovi vincoli alla nostra politica di bilancio. Dei nostri rapporti economici e internazionali o della crisi irreversibile del nostro sistema politico. Guai in arrivo di cui ci accorgeremo ben presto.
Alberto Benzoni
L’Europa è in pericolo. di A. Angeli

Del discorso pronunciato da Mario Draghi al Parlamento europeo il 3 maggio riporto i tre paragrafi terminali, introdotti dall’omaggio reso alla memoria di David Sassoli che ha presieduto il Parlamento Europeo in anni difficili e alla sua visione di speranza per un’Europa” che innova, che protegge, che illumina”. Ecco i paragrafi: i padri dell’Europa ci hanno mostrato come rendere efficace la democrazia nel nostro continente nelle sue progressive trasformazioni; l’integrazione europea è l’alleato migliore che abbiamo per affrontare le sfide che la storia ci pone davanti; oggi, come in tutti gli snodi decisivi dal dopoguerra in poi, servono determinazione, visione, ma soprattutto unità. Ho letto l’intero discorso e il pragmatismo politico ( S. Peirce ) ne costituisce la linea discorsiva, propositiva, e tuttavia alla visione realistica propria di una concezione analitica del ragionamento riguardo alla guerra manca quella connessione fra conoscenza e azione. Nel discorso dominante è il richiamo alla pace e all’impegno diplomatico per una tregua della guerra in corso e al sostegno all’Ucraina, che si sviluppa in più direzioni, di particolare rilievo l’impegno a fornire le armi ( lascio ai poltrointellettuali di casa la distinzione tra armi difensive o offensive) per contenere l’invasione e indurre Putin ad una trattativa. Purtroppo, ciò su cui il discorso si impoverisce è la visione strategica sulla quale costruire un pensiero che consideri la realtà della situazione e pragmaticamente strutturi una proposta e una iniziativa alternativa a quella di Washington. Infatti, la realtà di cui l’Europa deve prendere atto è il totale disinteresse di Putin a trattare con l’Europa, essendo il suo obiettivo, la sua vera sfida, quella di indurre l’America di Biden a trattare la resa dell’Ucraina, invero quella degli USA.
Il fatto che nel discorso di Draghi non ci sia alcun accenno alla posizione politica di Biden e di Antony Blinken , che si riassume nell’aspettativa di una sconfitta della Russia sul campo Ucraino che porti alla sostituzione di Putin, non ci deve sorprendere essendo un allievo di quella classe sociale o elitaria allevata ad asset finanziari e diplomazia bancaria; oppure, poiché, come da tempo si profetizza, dovrà incontrarsi con Biden e lì chiarire le sue valutazioni politiche sulla guerra in corso e le eventuali iniziative diplomatiche da seguire, è ragionevole pensare che anche in quella sede prevarrà il pragmatismo: ma per quale obiettivo? Lo stato dei fatti ci dice che Draghi non solo non ha un mandato europeo per far cambiate idea a Biden, ma non è portatore neppure di una proposta europea alternativa, una strategia di lavoro su cui far leva per ottenere una tregua e avviare un percorso diplomatico serio, risolutivo per la pace. Questa miseria di idee mette in pericolo l’Europa, al momento non ancora coinvolta direttamente anche se, come si dice, si trova con i sassi alla porta. Ma è solo un’ipotesi, poiché il “ caso” può nascere in ogni istante; e allora sarebbe troppo tardi e l’America troppo lontana. Ecco, questo è il punto vero della situazione: l’Europa vive nell’alleanza con gli USA in una posizione troppo subordinata, per cui se vuole trovare una soluzione rapida a questa guerra e riportare la pace nel nostro continente, deve cercare all’interno la sua forza e una sua strategia su cui impostare una trattativa che tenga conto della realtà modellata da oltre 70 giorni di guerra. Non è pensabile che Draghi riesca in questa impresa, pur essendo l’Italia, per l’America, un partener storico, poiché le divisioni e quindi la debolezza dell’Europa ( le divisioni sulle sanzioni petrolifere docet ) non gli conferiscono quella credibilità e la forza che solo un Europa unita, attraverso le sue istituzioni, può presentarsi al confronto con gli Americani non per assentire, caso mai per dotare l’alleanza atlantica di una linea politica che corrisponda al livello di guardia della crisi che ormai investe e ridisegna l’attuale assetto geopolitico, di cui l’aggressione Russa all’Ucraina ne rappresenta l’allarmante e irreversibile stato dei fatti.
Poi c’è l’opinione pubblica. Un’inflazione di sondaggi ci rivela l’orientamento degli italiani sulla guerra in corso e sulla politica del governo, sostanzialmente una maggioranza quella che condanna l’aggressione Russa, ma anche una spaccatura simmetrica tra i contrari e incerti riguardo alla fornitura delle armi. Tutti vogliono la pace, anche se le strade da perseguire per raggiungere lo scopo spesso divergono. Poi ci sono le conseguenze economiche e sociali, che la guerra produce e diffonde fino a far presagire sacrifici enormi, che verrebbero a sommarsi a quelli che già il cittadino sopporta da oltre due anni a seguito della pandemia virale. Una situazione che comincia ad avere riflessi sulla tenuta del consenso a sostegno della politica di favore verso l’Ucraina, una reazione dovuta all’assenza di una strategia dalla quale si possa comprendere fin dove il governo o, meglio, la NATO intende spingersi per pervenire ad una tregua e aprire un percorso per la pace. La larga maggioranza che sostiene il governo dà segni di squilibri, con il movimento 5stelle e la Lega che si preparano alle prossime scadenze elettorali di giugno prossimo e le politiche del 2023, profittando delle forti tensioni che percorrono il paese, sia per la crisi economica e la forte inflazione che si mangia i redditi delle pensioni e del lavoro, che per le avvisaglie di una recessione economica che trova nel provvedimento della FED una previsione piuttosto allarmante.
Se quindi il discorso di Draghi a Bruxelles è stato considerato importante e pragmaticamente impegnativo sul piano della forma, nella sostanza segna l’assenza di una visione di emergenza e di piena assunzione di responsabilità da parte dell’Europa sul fronte della guerra e rispetto alla linea interpretativa dell’America, che espone l’Europa a un rischioso confronto con la Russia, contro la quale le sanzioni deliberate hanno un ritorno di fiamma che incendia la nostra debole economia, riorienta l’opinione pubblica verso una caduta di solidarietà a favore dell’Ucraina e di distanziamento dal governo Draghi e dai partiti che lo sostengono a vantaggio di quelle forze, Conte e Salvini, pronte a ricostruire l’avventura di un populismo che si rivelerebbe disastroso per la tenuta della democrazia del nostro Paese.
Alberto Angeli
Campo largo? di D. Lamacchia

Lo ammetto non ho seguito molto il congresso di Articolo Uno (a proposito dove si poteva seguire? Anche colpa dei media che lo hanno parecchio snobbato). Un paio di cose però le ho capite: Roberto Speranza è stato rieletto segretario e che il congresso ha accettato la proposta di Letta (PD) del cosiddetto “campo largo”. Poco cenno si è fatto ai contenuti della proposta politica venuta dal congresso. Probabile responsabilità dei media anche su questo. Comunque pare che tra le proposte ci sia una maggiore attenzione alle dinamiche salariali. Siano ben venute. Ciò che emerge con forza però è la proposta politica del “campo largo”. Una proposta che intende avvicinare se non proprio unire le forze “non di centrodestra” per fronteggiare al meglio la coalizione avversaria sempre più evidentemente a guida Fratelli d’Italia. Che si provi, in vista delle elezioni, a formulare proposte di aggregazione mi sembra abbastanza normale. Ciò che non mi convince sono i contenuti programmatici. Infatti non se ne parla. Mi viene allora da dire, va bene pensare ad un “bus” più grande per allargare il numero di partecipanti alla gita ma vorrei sapere anche chi è proposto alla guida, quel è la meta e qual è il percorso che si intende seguire. Per esempio cosa si pensa della proposta del Prof. Carlo Rovelli di inserire nei programmi finanziari una diminuzione annuale delle spese militari e di sostituirle con investimenti in attività di interesse pubblico? Alla sinistra servono parole, messaggi chiari che rendano credibili l’offerta politica. Servono uomini credibili. Non bisogna diventare “un po’ più di centro” per conquistare elettorato di centro. Uomini come Pisapia, Zedda, Vendola hanno dimostrato in passato di poter conquistare ampi strati di elettorato non di sinistra pur essendo chiaramente di sinistra. Cosa avevano di così “magico” se non la credibilità della loro persona e delle proposte? La mancanza di credibilità ha negli anni creato sfiducia. Prima conquistata dal populismo e ora dalla pratica dell’astensionismo e della rinuncia. Non serve un “campo largo”, serve un Partito Democratico di Sinistra che faccia del lavoro e delle libertà “nuove” (Jus soli, parità di genere, lotta alle discriminazioni di identità, ecc.) il suo “campo di battaglia” identitario. Al primo posto la Pace e un nuovo internazionalismo. L’internazionalismo dei popoli oppressi e non garantiti a cui i benefici dell’era digitale non arrivano. Quei popoli che alla democrazia arrivino attraverso la lotta per i diritti e non per “esportazione” della stessa. Non serve un nuovo partitino che tenta di sfruttare il “mercato aperto” dell’astensionismo come sembra stia facendo De Magistris, sull’onda del risultato elettorale francese. Non ci serve un Melenchon italiano, serve una forza politica radicata nella tradizione del lavoro e delle lotte per la sua nobilitazione e liberazione.
Così si esprime Il neo segretario generale Fiom Cgil, Michele De Palma,
“Il mondo degli operai è radicalmente cambiato rispetto a 50 anni fa, allontanandosi sempre più dalla sinistra. Come può essere recuperato?
Mettendo al centro il lavoro e ripartendo dalle persone, a cominciare dalle donne e dalle giovani generazioni, che per vivere devono lavorare. La crisi della democrazia che stiamo attraversando in maniera così esplicita è causata dal fatto che i partiti, più che preoccuparsi della disaffezione degli elettori, guardano solamente a quante sono le percentuali di coloro che ancora votano. In questo periodo gli operai sono diffidenti, e lo sono giustamente, perché nel corso di questi anni gli si è chiesto di sacrificarsi per il bene del Paese. Loro hanno pagato quei sacrifici e questo ha significato molto spesso non salvare né loro né il Paese che nel frattempo ha perso un asset fondamentale per sedersi fra i Paesi del G7, cioè l’industria. In questo momento i metalmeccanici, ma anche tutti i lavoratori, hanno fatto di necessità virtù perché sono stati lasciati soli. I partiti popolari usciti dalla Seconda guerra mondiale avevano i lavoratori come interlocutori e non solo le imprese. Oggi dobbiamo recuperare quel rapporto, tornando a discutere dei problemi veri dei cittadini e dei lavoratori.”
Il primo Maggio, questo, lo ricordiamo con forza!
Donato Lamacchia
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