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La nuova Bad Godesberg della sinistra italiana? di D. Lamacchia

Bad Godesberg borgo di Bonn dove nel 1959 si tenne il congresso della SPD e dove la stessa decise di adottare un programma non più rivoluzionario ma più marcatamente socialdemocratico con apertura al riformismo, al mercato e alle classi medie.
Perché il richiamo a Bad Godesberg? Perché si sta assistendo in questi giorni ad uno stravolgimento della cultura politica di gran parte della sinistra storica italiana o di ciò che ne è rimasto dopo la fine del PCI. Molti sono i temi su cui ci si divide, dal ruolo del mercato, dell’ecologia, delle istituzioni, delle alleanze politiche, ecc.
Ciò che ha fatto emergere la guerra è che una divisione si è creata tra chi ha abbracciato convintamente una cultura “atlantista” e chi no.
Cosa si intende per ”atlantismo”? L’insieme delle visioni politiche ed economiche che sottostanno al “Patto atlantico”. Personalità che magari in gioventù hanno marciato per condannare convintamente l’intervento in Vietnam dell’America, hanno condannato il golpe fascista in Cile sostenuto dalla stessa America e i successivi interventi militari tesi ad “esportare democrazia”, ora si ritrovano affianco dell’America e della NATO ad approvare aiuti militari all’Ucraina in nome dei valori di democrazia e libertà per cui starebbero a battersi gli ucraini stessi contro “l’impero delle dittature” rappresentato da Putin. Senza entrare nel merito delle cause e concause della mai troppo condannabile invasione da parte dell’autocrate russo, qui si vuole analizzare il fenomeno “schieramento atlantista” di gran parte dell’opinione di sinistra italiana. Insomma questa sinistra ha sposato interamente il concetto secondo cui Putin avrebbe invaso l’Ucraina perché con l’ingresso in NATO della stessa, un pezzo importante del suo mondo si convertirebbe ai principi di libertà e di democrazia da lui avversati. A conferma di una contrapposizione tra “mondo libero” quello occidentale da una parte e “mondo delle oppressioni” dall’altro. Di qui la necessità di schierarsi senza esitazioni da parte della democrazia. Sebbene questa rappresentazione, per ragioni di spazio, è molto schematizzata, devo dire che ha il limite di tutte le semplificazioni. Non rappresenta tutta la verità e come tutte le semplificazioni nascono con lo scopo di giustificare pensieri e azioni. Ci sono differenza tra occidente e oriente? Certo! Ci si può divertire ad andare indietro al mondo greco-romano patria del pensiero critico classico e del diritto che ha forgiato tutta la cultura del mondo occidentale o all’illuminismo, alla cultura del liberalismo scaturita dalla rivoluzione francese, al positivismo e ancora alla rivoluzione democratico-borghese che ha visto l’occidente come protagonista. Mentre ad est veniva conservata una storia tutta basata sul principio di autorità che mai ha abbandonato una origine “tribale”, patriarcale fino all’epoca dei soviet e all’oligarchia odierna. Tutto oro ciò che luccica ad occidente? Assolutamente no. Al pensiero liberale e critico di Spinoza, Locke, Montesquieu, Kant si sono contrapposti i regimi autoritari dei monarchi e imperatori assolutisti e dei regimi nazi-fascisti di epoca contemporanea. Leggiamoci o rileggiamoci la sofferta vita di Karl Marx per esempio, uno tra tanti, costretto dai regimi autoritari a vagare tra un paese e l’altro d’Europa per sfuggire alla persecuzione. Come se una dicotomia si sia sempre attuata tra pensiero teoretico e azione politica. Che dire della cultura razzista e colonialista, di certa cultura oscurantista di stampo religioso diffusa per tutto il ‘900 fino ai giorni nostri? Ci si può liberare di tutto ciò con una scrollata di spalle? Non sono storia e memoria dell’occidente? Pur tuttavia la sinistra è chiamata a fare i conti con certa “memoria”. Dopo le esperienze da “socialismo realizzato” che soluzione dare al “conflitto” tra uguaglianza e libertà? Come rispondere al trasferimento di impresa da un paese più ricco con salari più alti ad uno con salari più bassi che genera sviluppo e benessere tra altri lavoratori? Come conciliare piena occupazione e salvaguardia ambientale? Come conciliare piena occupazione e sviluppo tecnologico? Come conciliare sicurezza sociale e debito pubblico? Come conciliare le migrazioni epocali con i principi di uguaglianza e solidarietà umana? Come si fa a convivere tra culture diverse in un mondo globalizzato quando gli scambi da un “mondo” a l’altro non sono più una scelta ma un dato di fatto ineludibile? Cosa produrre? Come produrre? Per chi produrre? Solo alcuni degli interrogativi pesanti a cui necessita dare risposta. La risposta a questi interrogativi rappresenta la sfida del pensiero egualitario. Sono forse le risposte chiuse nelle pieghe del pensiero “atlantista”? Non sono chiuse in quel modello il liberismo, il mercatismo, l’ordoliberalismo? Non sono questi modelli basati sul principio della competizione? Non richiede la competizione la definizione di un mondo “chiuso” da contrapporre ad un altro altrettanto chiuso. “Aperto” sì, ma solo al suo interno e chiuso verso l’esterno? Non diventa perciò questa competizione anche di tipo militare? La NATO non è funzionale a questo modello? Le sfide del mondo ineludibilmente globalizzato non richiedono invece la ricerca di modelli basati sul principio della cooperazione? Conosco l’obiezione, per cooperare bisogna essere in due almeno e quindi necessita che anche l’ ”altro” ne abbia volontà ma se questa volontà non c’è la chiusura è inevitabile. Vero! Ma ciò non ci esime dall’avere una visione che contrasta con questa prospettiva e dal lavorare perché si affermi una visione da “mondo aperto”. Come si esce da una situazione di transizione se non con uno sguardo verso il futuro e non con uno sguardo verso il passato? Non diventa così l’atlantismo un arnese obsoleto anzi addirittura pericoloso? Perché allora una parte della sinistra ha abbracciato l’atlantismo? Non posso che dire che l’abbia fatto per incapacità di saper guardare lontano per chiudersi in una zona di confort facile a portata di mano. Una volontà tesa a scrollarsi di dosso l’ultimo tabù e liberarsi di un peccato originale che fu l’aver condiviso il passato con il sovietismo ora incarnatosi inconsciamente in Putin. “Komunismo” ecco di cosa emendarsi. Liberiamoci pure della “K” ma non smarriamo una visione egualitaria per la soluzione dei problemi. Rileggiamo Gramsci e il suo rapporto con il liberalismo gobettiano, Ingrao. Ingrao ha speso tutta la sua vita a cercare di conciliare egualitarismo e libertà. Riprendiamo il suo pensiero per un nuovo governo unitario del mondo. Quando egli scriveva di queste cose era considerato, me compreso, troppo in avanti coi tempi. Ora siamo in quei tempi! Ci siamo con tutta la drammaticità di una guerra che rischia di diventare tragedia mondiale. Non ci si può nascondere dietro schemi sorpassati e inefficaci, serve la visione di una prospettiva “aperta” alla cooperazione, non di ”atlantismo”.
Donato Lamacchia
Nel discorso di Putin i prodromi della guerra. di A. Angeli

Osserva bene l’immagine, la distanza tra Putin e i membri del consiglio di sicurezza, che rende efficacemente l’idea del senso di autoritarismo o Cesarismo che quell’autocrate rappresenta. E’ in questa recita che l’acme del potere, manipolando la storia al solo scopo di affermare il sogno di Putin per una grande Russia, usa l’arma ottocentesca della guerra per scatenare l’apocalisse. Seguiamo alcuni passaggi del delirante discorso di Putin, per capirne il senso, l’obbiettivo e il significato. Un discorso durato oltre un’ora con il quale il Presidente della Russia si è spinto ben oltre lo scopo dichiarato di riconoscere l’indipendenza di due territori appartenenti all’Ucraina, occupati dai separatisti con il sostegno dei soldati Russi. Un discorso traboccante di nazionalismo intransigente, una paranoica rabbia contro l’occidente, ricostruzioni storiche ridondanti di falsità, un senso di perduto orgoglio imperiale. Ma lasciamo parlare Putin, che dopo l’occupazione delle due provincie ucraine Donetsk e Luhansk, articola una prolissa giustificazione per una ulteriore invasione dell’Ucraina, la quale trasmette a buon intenditore minacce per una probabile avanzata verso Kiev..
“Da tempo immemorabile, le persone che vivono nel sud-ovest di quella che è stata storicamente terra russa si chiamano Russi e Cristiani Ortodossi . Quindi, inizierò con il fatto che l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia o, per essere più precisi, dai bolscevichi, la Russia comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi associati lo fecero in un modo estremamente duro per la Russia: separando, recidendo ciò che è storicamente terra russa”.
Stando a Putin i confini dell’Ucraina sono una creazione artificiale di pianificatori sovietici che hanno ingiustamente donato la legittima terra russa all’interno della Repubblica socialista sovietica ucraina. In realtà, i confini interni sovietici riflettevano secolari divisioni culturali e politiche, così come quella che gli stessi censitori di Mosca ritennero essere una maggioranza etnica ucraina in tutto quel territorio, inclusa quella che oggi è l’Ucraina orientale.
I commenti di Putin, che si basano sulla sua giustificazione per l’annessione della Crimea nel 2014 implicano un mandato per affermare la sovranità russa su parte o tutta l’Ucraina orientale, anche se per ora sta solo riconoscendo l’indipendenza dei separatisti sostenuti da Mosca che ne controllano parti. I suoi ripetuti riferimenti all’Ucraina come artificiale e il suo passato continua affermando che: “l’Ucraina non è nemmeno uno stato”, per cui, come ha affermato nel 2008, suggeriscono l’interpretazione che spetta alla Russia la possibilità di dichiarare tutta l’Ucraina un’invenzione storica, che serve a giustificare un’invasione più ampia. Al proposito prosegue: “E oggi la “progenie riconoscente” ha distrutto i monumenti a Lenin in Ucraina. La chiamano de-comunizzazione. Vuoi la de-comunizzazione? Molto bene, questo ci sta benissimo. Ma perché fermarsi a metà? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe la vera de-comunizzazioni per l’Ucraina”.
Putin sta espressamente suggerendo che gli ucraini avrebbero dovuto ringraziare Vladimir Lenin, il leader fondatore del Comunismo sovietico che Putin incolpa per i confini dell’Ucraina, piuttosto che rovesciare le statue dell’era sovietica durante le proteste del 2014 contro il governo filo-Mosca di Kiev. Una lettura che ci consente di cogliere nel suo riferimento alla “reale de-comunizzazione” che Putin si stia preparando a cancellare quella che considera l’effettiva eredità di Lenin ridisegnando con la forza i confini dell’Ucraina a suo piacimento.
Continua: “ l’immunità statale dalla malattia del nazionalismo stava diffondendosi. Come ho già detto, non c’era un diritto di secessione dall’Unione Sovietica”. Un passaggio del disco molto chiaro poiché Putin si presenta allo stesso tempo come un difensore del nazionalismo russo, attraverso rivendicazioni territoriali sanguinolente, e come combattente contro la “malattia del nazionalismo”, in questo caso la lunga lotta dell’Ucraina per l’autonomia nazionale. Questa contraddizione è radicata nella sua ossessione per lo scioglimento dell’Unione Sovietica, a cui dedica una lunga parte del suo discorso.
“È ora che radicali e nazionalisti, compresi e principalmente quelli in Ucraina, cessino di prendersi il merito di aver ottenuto l’indipendenza. Come possiamo vedere, questo è assolutamente sbagliato. La disintegrazione del nostro Paese unito è stata determinata dagli errori storici e strategici da parte dei dirigenti bolscevichi e della dirigenza del PCUS, errori commessi in tempi diversi nella costruzione dello stato e nelle politiche economiche ed etniche. Il crollo della Russia storica nota come URSS è sulla loro coscienza”. Un passaggio, questo, che non lascia dubbi sulle vere intenzioni del Presidente della Russia. Infatti, putin sostiene che l’Ucraina e altre ex repubbliche sovietiche sono state manipolate per dichiarare l’indipendenza da Mosca da opportunisti egocentrici. In realtà, la stragrande maggioranza degli ucraini – comprese le regioni dell’Ucraina orientale che Putin suggerisce siano state strappate dalla Russia contro la volontà dei loro residenti – ha votato per stabilire uno stato indipendente. Nella sostanza, da questi riferimenti si evince come Putin ritenga lo stato ucraino come una creazione illegittima: un atto di furto alla Russia; allora è inevitabile che agli ucraini ritornino sotto il governo di Mosca. Si tratta di una pericolosa escalation che suscita preoccupazione in tutta Europa, poichè Putin suggerisce che questo vale per tutte le ex repubbliche sovietiche. Tre di questi paesi sono ora membri della NATO, il che significa che l’alleanza si è impegnata nella loro difesa: Estonia, Lettonia e Lituania. Ma per Putin: “Le autorità ucraine – lo sottolineo – hanno iniziato costruendo la loro statualità sulla negazione di tutto ciò che ci univa, cercando di distorcere la mentalità e la memoria storica di milioni di persone, di intere generazioni che vivono in Ucraina. Non sorprende che la società ucraina abbia dovuto affrontare l’ascesa del nazionalismo di estrema destra, che si è rapidamente trasformato in russofobia e neonazismo aggressivi”.
Quanto riportato costituisce una esplicita presa di posizione di Putin per una guerra dichiarata e condotta per impadronirsi non solo di parti dell’Ucraina ma spingere la sua determinazione oltre i confini di quel Paese, verso l’Europa. L’Occidente, in particolare l’Europa, hanno sul tavolo una precisa minaccia alla pace ed un uomo al comando di una potenza militare che si è posto un disegno preciso, un obbiettivo: ricostruire l’impero Russo del XIX secolo e con la stessa mentalità di quell’epoca muove le sue forze, confidando sulla incapacità di una risposta decisa e all’altezza del momento da parte dell’Occidente – USA e Europa -. Non sono le sanzioni la risposta sufficiente, è necessario ricorre all’ONU e rivendicare ottenere e costruire un corpo militare sotto l’egida dell’ONU, anche se la Russia dovesse far valere la sua condizionalità, da disporre ai confini oggetto dell’atto di guerra da parte di una potenza militare contro uno stato e un popolo indifeso.
Alberto Angeli
La Bielorussia, la Polonia e i migranti: chi tira i fili della crisi. di A. Angeli

Si fa sempre più grave e tesa la situazione al confine occidentale della Bielorussia, dove migliaia di migranti sono stati spinti ( guidati con forza? ) dai soldati di Lukaschenko con lo scopo di fare saltare i confini con la Polonia. Una Pressione che ha costretto Polonia e Lituania a dichiarare lo stato di emergenza e a chiudere le frontiere ammassando migliaia di militari e erigendo un filo spinato, tutto per fermare i migranti ( quanti: diecimila, 15.000 ?) che cercano cercano disperatamente di entrare in occidente. I rischi di una incontrollata azione induce a temere che la situazione possa degenerare in uno scontro violento . D’altro canto è proprio l’escalation programmata a suo tempo dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko, fin dal maggio 2021, di ” inondare l’Europa di droga e migranti “, contro cui l’Europa esprime una forte condanna e guarda con preoccupazione a quanto sta avvenendo. Ormai è chiaro, si tratta di una rappresaglia per le sanzioni imposte dell’Europa in seguito all’atterraggio forzato di un aereo commerciale e alla detenzione di due dei passeggeri , il giornalista dell’opposizione Roman Protasevich e la sua compagna, la cittadina russa Sofia Sapega, dalle autorità bielorusse nel maggio 2021.
Se stiamo a quanto dichiarano da chi ha svolto indagini al riguardo ( corroborate anche da precise accuse da parte degli stessi migranti ) l’esercito bielorusso ha trasportato un gran numero di persone, molte in fuga dai conflitti del Medio Oriente, e le ha scortate al confine con la Polonia, dove ora sono intrappolate tra le difese del confine polacche e l’esercito bielorusso. Sul caso più di un esperto di questioni inerenti all’aera e dei rapporti tra Russia e Bielorussia ( cioè Putin e Lukaschenko ), la situazione si presta ad essere interpretata come un manovra voluta dalla Russia per consolidare la dipendenza di Lukashenko dal Cremlino. Ma il vero obiettivo è senza ombra di dubbio ravviabile nella volontà di Putin di aumentare l’influenza di Mosca sui negoziati con Berlino, per accelerare la certificazione del gasdotto Nord Stream 2, poiché la cancelliera tedesco uscente, Angela Merkel, ha invitato la Russia ad intervenire per superare rapidamente la crisi.
Il governo polacco stima che oltre ai migranti già numerosi ai suoi confini altri potrebbero essere raccolti lungo il confine con la Bielorussia , secondo quanto riferito, scortati da personale militare bielorusso. Allora può accadere di tutto, con i militari polacchi sotto pressione che ricorrono sempre più spesso a misure sempre più violente, fino a rendere la situazione incontrollabile per la una escalation di accuse in corso tra i due paesi confinanti. Questa tensione induce a considerare non del tutto esclusa una imprevedibile reazione da parte di une delle due sentinelle che si fronteggiano lungo la frontiera, anche se gli ultimi avvenimenti ( cancellazione dei voli dai Paesi da cui partivano i migranti come turisti per la Bielorussia e l’apertura di Punti a garantire comunque i rifornimenti di metano all’Europa e l’invito a Lukschenko a calmarsi ) inducono a considerare altamente improbabile la minaccia di un conflitto, ch potrebbe coinvolgere la NATO e la Russia. Timore che ha spinto anche lo stesso Lukashenko a dichiarare che non cerca lo scontro. Ci si domanda se questi sono segnali rassicuranti, anche se le prospettive di un’immediata riduzione dell’escalation sembrano al momento improbabili, dato che l’UE ha deciso questa settimana di ampliare la portata delle attuali sanzioni contro la Bielorussia, proprio la cosa che ha scatenato in primo luogo le ritorsioni di Lukashenko. Pertanto, con l’adozione di un nuovo pacchetto di sanzioni che potrebbe verificarsi il 25 novembre, l’attuale crisi potrebbe estendersi fino a dicembre e fino al 2022.
Ma la crisi ha anche un altro risvolto, in quanto ha messo a fuoco il ruolo e gli interessi della Russia Putiana, con i leader del governo della Polonia che hanno accusato direttamente Putin di avere orchestrato questa intricata situazione. Non è chiaro, solo per chi non vuole pensare, fino a che punto il Cremlino sia direttamente coinvolto nella promozione dell’attuale crisi, ma la situazione fa comunque il gioco della Russia. Inevitabilmente spingerà ulteriormente Lukashenko sotto l’influenza di Mosca – qualcosa che il Cremlino alla fine sembra cercare, almeno stando agli avvisi diretti all’usurpatore lukaschenko . In particolare, il 4 novembre, Russia e Bielorussia hanno finalmente firmato i tanto attesi cosiddetti programmi sindacali, o road map per l’integrazione . Questi documenti cercano in definitiva di avvicinare i due stati integrando i loro sistemi economici e amministrativi. Sebbene i dettagli dei documenti non siano pubblici, le informazioni disponibili suggeriscono che sono stati notevolmente annacquati . Tuttavia, il fatto che ciò sia avvenuto dopo anni di stallo di Lukashenko sottolinea la crescente influenza della Russia sulla Bielorussia.
Si tenga inoltre conto di un altro fronte., da cui ricaviamo la notizia che l’escalation della crisi arriva tra rinnovate notizie di un altro ammassamento di truppe russe al confine con l’Ucraina . Con l’occidente preoccupato dalla crisi dei migranti e Kiev, che invia anche truppe e aumenta le forze di frontiera per prevenire qualsiasi potenziale ricaduta, il Cremlino potrebbe approfittare della situazione per provocare un’ulteriore destabilizzazione in Ucraina. Queste rinnovate tensioni ai confini arrivano subito dopo la visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin , nella regione del Mar Nero, inclusa l’Ucraina, per ribadire il sostegno di Washington. In passato, tali eventi ed espressioni di sostegno all’adesione dell’Ucraina alla Nato hanno provocato un forte contraccolpo da parte della Russia . Mosca vede l’Ucraina e altri stati post-sovietici come sotto la sua sfera di influenza. In quanto tale, un’escalation del conflitto tra Ucraina e Russia rimane improbabile, ma gli sviluppi servono a ricordare il potenziale di una rapida escalation, soprattutto alla luce delle preoccupazioni sulla quantità di equipaggiamento militare che la Russia ha lasciato al confine con l’Ucraina orientale quando si è ritirato ad aprile.
Per tutti i motivi su esposti l’evoluzione della crisi dei migranti al confine bielorusso rappresenta la più grave escalation delle tensioni regionali tra la Bielorussia e l’Europa da anni. Inoltre, con l’UE che si limita ad ampliare le sanzioni contro Minsk , rimane lo scenario più probabile che Lukashenko continuerà a perseguire l’attuale strategia di ritorsione. Pertanto, anche la situazione umanitaria nell’area continuerà a deteriorarsi, soprattutto a causa dell’abbassamento delle temperature prima dell’inverno e delle segnalazioni che gli operatori umanitari non sono in grado di entrare nell’area , rischiando una vera e propria crisi umanitaria.
La democrazia affronta nuove minacce; l’Europa, tutti i paesi dell’Europa, attraversano un periodo di sconvolgimenti dopo la Brexit; gli Stati Uniti tracciano un percorso difficile per uscire dall’amministrazione Trump; il coronavirus sta devastando gran parte del mondo. La disuguaglianza è in aumento e le divisioni nella società si stanno ampliando, spesso alimentate dalla retorica incendiaria dei governi. E non dobbiamo illuderci sul fatto che qualsiasi aiuto dalla Russia per risolvere la crisi bielorussa avrà probabilmente un prezzo. E tuttavia, l’Europa non può e non deve chiudere gli occhi di fronte al dramma che si avvicina per quella parte dell’umanità spregiativamente utilizzata dalla Russia e dal suo servo Lukaschenko, dia prova di coraggio, di grande spirito umanitario, un mondo diverso perché basato sulla solidarietà e senso dell’umanità, aperto e pronto all’accoglienza salvando bambini, donne e anziani sottraendoli al gioco di potenze stupide e senza anima .
QUESTA è L’EUROPA CHE TUTTI VOGLIAMO CHE SIA.
Albero Angeli
Israele – Palestina: due popoli due stati. Per raggiungere la pace l’Europa esca dal sogno dell’equidistanza. di A. Angeli

Nonostante il rinvio della Corte Suprema Israeliana, l’imminente sfratto di sei famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme est, ha inizialmente scatenato duri scontri tra israeliani e palestinesi , fino a trasformarsi in un vero conflitto armato con Hamas, dando vita ad una spirale verso l’ennesima guerra. La causa del confitto sembra doversi attribuire ad una parola, che nella comunità ebraica americana, europea e del resto del mondo è sconosciuta, anche se si ratta di un termine evocativo poiché la parola “la Nakba, o “catastrofe” in arabo, riassume gli oltre 700.000 palestinesi che sono stati espulsi o sono fuggiti terrorizzati durante la fondazione di Israele. Nakba evoca le espulsioni che si sono susseguite da allora: i circa 300.000 palestinesi che Israele ha sfollato quando ha conquistato la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nel 1967; i circa 250.000 palestinesi che non potevano tornare in Cisgiordania e a Gaza dopo che Israele aveva revocato i loro diritti di residenza tra il 1967 e il 1994; le centinaia di palestinesi scacciati e le cui case Israele ha demolito solo nel 2020. Gli sfratti di Gerusalemme est sono stati quindi il combustibile che ha portato all’esasperazione la popolazione palestinese contro un modello autoritario di espulsione vecchio quanto Israele stesso.
Evidentemente, la parola : Nakba, diffusa tra i palestinesi che ne conoscono il significato terribile per il loro popolo, non è così terribile per gli ebrei per i quali questa parola: “la Nakba” è legata indissolubilmente alla creazione dello Stato di Israele. Dalle dodici tribù alla nascita del sionismo 1897, dal 1929 sotto l’influenza Inglese e fino al 1947 anno della deliberazione dell’ONU a favore della creazione di uno Stato Ebraico, storicamente il problema della convivenza di questi due popoli costituisce una ignominia della incapacità delle potenze mondiali a dare una soluzione definitiva al problema di due popoli due stati. Il nodo del problema che rende problematica e difficile la soluzione è dato dal peso demografico che vede i palestinesi prevalere, senza ovviamente ignorare un’altra verità, anch’essa di impedimento a trovare una soluzione: gli interessi geopolitici ( e petroliferi ) in cui il ruolo di Israele è fondamentale per i giochi in atto tra le grandi potenze America, Russia, Cina e i Principati arabi come contorno. Infatti, senza l’espulsione di massa dei palestinesi nel 1948, i leader sionisti non avrebbero avuto né la terra né la capacità di accogliere gli ebrei sparsi per il mondo nella misura necessaria a creare uno stato ebraico forte e autorevole come lo conosciamo.
Per disinnescare questa miccia, che rimane sempre accesa e pronta a trasmettere l’input all’esplosione, è necessario immaginare e mettere in calendario un altro tipo di politica da parte di Israele, in cui centrale diventi una disponibilità a ragionare su un programma in cui prevalente diventi l’idea di considerare i palestinesi cittadini uguali, con pari diritti e doveri, quindi non più una minaccia demografica che, per molte ragioni ormai, costituisce oggi solo un pretesto utile alla destra Israeliana e alla parte retrograda dei Rabbini , per mantenere uno stato di tensione e di continua attesa di una guerra ( non più solo di Jhavè ebraico ). Una parte considerevole di Ebrei, e con essi molti intellettuali, sono dell’avviso che occorra trovare una soluzione rapida al problema della convivenza e disporsi anche alla creazione di due stai e due popoli. Infatti, molti di essi trovano al quanto ironico che da parte della destra Israeliana e rabbinica si insista sull’aspettativa che i palestinesi abbandonino l’idea o la speranza di tornare in patria, questo perché nessuno popolo nella storia umana ha dimostrato tanto attaccamento e ostinazione per un ritorno alla propria terra quanto lo sono stati gli Ebrei. E questo desiderio va avanti da oltre 2000 anni. Per cui non si può chiedere ad un altro popolo, che possiede gli stessi diritti di abbandonare ogni speranza o pretesa a insediarsi sulla terra dei suoi avi. “Dopo essere stato esiliato con la forza dalla loro terra”, proclama la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele , “il popolo ha mantenuto fede ad essa per tutta la sua dispersione”. Se l’impegno a superare l’esilio è sacro per gli ebrei, come possiamo condannare i palestinesi perché si battono per realizzare la stessa cosa?
Non dobbiamo esser sprovveduti, non significa che l’eventuale ritorno dei rifugiati sarebbe un processo semplice, sappiamo quanto è lungo il procedere della giustizia. Insomma, Israele non deve portare avanti il proposito di fare di Gerusalemme una città ebraica; rifiutandosi di affrontare la Nakba del 1948, il governo israeliano e i suoi alleati, USA,UE, ma anche l’ONU, si assumono la grave responsabilità della continuità che la Nakba continui. C’è al proposito un bellissimo fatto riguardo al modo diverso con cui i cittadini guardano al problema, lo ha scritto George Bisharat, un professore di diritto palestinese-americano, a proposito della casa a Gerusalemme che suo nonno aveva costruito e di cui era stato derubato dagli Israeliani. Infatti, un ex soldato israeliano che lì aveva vissuto lo contattò inaspettatamente. “Mi dispiace, ero cieco. Quello che abbiamo fatto è sbagliato, ma io vi ho partecipato e non posso negarlo”, ha detto l’ex soldato quando si sono incontrati, e poi ha aggiunto: “Devo alla tua famiglia diversi mesi di affitto”. Bisharat in seguito scrisse che sentiva di doversi ispirare nei suoi comportamenti all’umanità israeliana. “Proprio quella risposta, scritta con il cuore e la speranza, è ciò che Israele deve mettere in atto per riunirsi con i palestinesi”, così da recuperare la grande saggezza dei palestinesi e la loro buona volontà per trasformare le relazioni tra i due popoli”. Due popoli, due stati. Da qui passa la pace e la forza della ragione per una convivenza che possa essere esempio per tutti.
Alberto Angeli
Draghi premier, chi ha vinto? di S. Valentini

La crisi di governo aperta da Renzi non poteva che avere come inevitabile esito quello di uno spostamento verso un assetto ancora più moderato del quadro politico, con buona pace di Leu che immaginava un patto di legislatura con il Pd, 5 Stelle, con l’aggiunta dei “costruttori”, per intraprendere politiche in grado di affrontare la drammatica emergenza della pandemia in un contesto però di ripresa economica del Paese su basi più eque.
Il patto di fine legislatura tra le tre forze politiche esce a pezzi con l’avvento di Mario Draghi. Lo scopo fondamentale della apertura della crisi era quello di determinare chi avrebbe gestito il Recovery Fund, i 209 miliardi della UE. In altre parole, per quali politiche saranno spesi e soprattutto chi saranno i principali beneficiari di questo enorme fiume di denaro. Questa ripartizione della torta deve essere definita entro aprile e si intreccia con la scadenza del semestre bianco che inizia ad agosto. Dopo si entra nella fase della elezione del Presidente della Repubblica, che dovrà essere del perimetro della nuova maggioranza di Draghi, e dell’iter per l’approvazione di una legge elettorale semi proporzionale. Due atti politici fondamentali per destrutturare il blocco delle destre. I fautori del maggioritario, del bipolarismo e dell’alternanza arricceranno – virtuosi liberali – il naso, ma questa è la strada che imboccherà il nuovo governo e la maggioranza che lo sostiene. La necessità diviene virtù in politica!
Allora vista da questa ottica la crisi è tutt’altro che incomprensibile. Del resto numerosi erano stati i segnali che si andava in questa direzione. Il più importante è stato l’imponente riassetto proprietario dei maggiori media oggi sotto il ferreo controllo dei grandi gruppi monopolistici e delle oligarchie finanziarie. Mi pare allora evidente che la crisi non è solo il risultato dell’egocentrismo di Renzi. Le scelte politiche non si spiegano con una psicologia da accatto. La posta in gioco è molto grande: la collocazione internazionale dell’Italia e il suo futuro post-pandemia. Questione resa ancora più preminente e urgente dal fatto che il Presidente del Consiglio italiano è chiamato a presidiare per il 2021 il vertici del G.20.
La sconfitta di Trump ha aperto in Occidente una fase politica nuova. La destra nazionalista e populista aveva già subito in Europa una pesante sconfitta con la nascita della “maggioranza Ursula” (quella che nel 2019 ha permesso la conferma della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). Questo dato politico va assolutamente evidenziato. E in Italia, dopo il governo giallo-verde del primo Conte vi è stato un riallineamento con Francia e Germania con il Conte bis sostenuto dal Pd. Le oligarchie finanziarie, di qua e al di là dell’Atlantico, non vogliono populisti e nazionalisti al governo. La stagione in cui una parte del capitale finanziario ha fatto loro l’occhiolino, per usarli al fine di dare una base di consenso a feroci politiche neoliberiste, con la elezione di Biden, si è sostanzialmente conclusa. Ci saranno indubbiamente dei forti colpi di coda, ma le forze nazionaliste e populiste sono per ora in fase discendente. Lo ha capito molto bene Giorgetti che chiede di ricollocare la Lega su una posizione moderata e filo atlantica. Ora l’Occidente, nel bel mezzo di una drammatica crisi sanitaria, economica e sociale, ritrova i suoi cosiddetti valori comuni. Ma l’economia cinese va come un treno e quindi vi è bisogno di condurre politiche nuove per competere con il colosso asiatico e i suoi alleati, in primo luogo la Russia. Ovviamente, questa nuova situazione, non favorevole all’Occidente, non risolve i problemi. Le cancellerie europee e quella statunitense sono consapevoli che non è possibile tornare agli equilibri mondiali emersi dopo l’89. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un rovesciamento dei rapporti di forza che si sono determinati dopo il crollo dell’Urss. Il mondo è profondamente cambiato: siamo in un mondo multipolare caratterizzato dal declino statunitense come grande potenza economica. Anche l’UE, (Germania e Francia in testa) vuole dire la sua e ricercare il suo spazio per competere su scala globale con gli altri fondamentali poli dell’economia mondiale. Nazionalisti e populisti escono battuti, sconfitti, ma non per questo l’Occidente ha ritrovato la sua unità di fondo. Può sbandierare i comuni valori, ma le divisioni tra Usa e UE restano tutte e si aggravano, sono evidenti, a iniziare dai rapporti economici e commerciali da stabilire con la Cina e la Russia. La “guerra dei vaccini” si ascrive tragicamente in questo scontro politico, economico e finanziario, prima ancora di essere una emergenza sanitaria.
L’Italia non ha la storia della Francia e neppure è la Germania, locomotiva dell’economia europea. In Italia il partito trasversale atlantico e filo-americano è sempre stato molto forte e nel passato si è scontrato duramente non solo con la sinistra ma anche con le forze che puntavano decisamente all’integrazione economica europea. Il partito filo-americano, oggi rappresentato soprattutto da Renzi e forse da Giorgetti, ma anche da una parte del Pd, (si guardi la fanfara mediatica messa in piedi da Zingaretti sulla vittoria elettorale di Biden e sul mito della democrazia americana, o alle rozze campagne antirusse e anticinesi), si è però indebolito nell’ultimo periodo. Il Pd non ha una posizione strategica sulla grandi questioni geopolitiche, è appiattito sulle decisioni della Casa Bianca, condividendo molte delle scelte compiute in politica estera prima da Obama e poi da Trump, non distinguendosi da quelle più scellerate che quest’ultimo ha fatto. Il partito filo-americano si è indebolito poi anche per la massiccia presenza politica e istituzionale del Movimento 5 Stelle che ha determinato un forte appannamento dell’atlantismo italiano. Da questa situazione scaturisce la manovra degli atlantisti più intransigenti che tentano un riequilibrio che riavvicini l’Italia a Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma i 209 e rotti miliardi di euro e l’enorme debito pubblico accumulato in questi mesi sono garantiti non dagli Usa ma dalla Germania. Troppo spesso si dimentica questo aspetto essenziale. Ecco perché il confronto tra chi vuole una UE atlantista e tra chi invece vuole dare forza e velocità al progetto di vera integrazione è molto forte in seno al blocco politico, finanziario ed economico dominante in Europa.
Gli Usa hanno però i loro drammatici e straordinari problemi da affrontare. Biden è preoccupato dalla instabilità della situazione interna dovuta alla radicalità dello scontro politico in atto nel paese, che è spaccato in due come una mela, deve fare i conti con l’emergenza pandemica e con una crisi economica e sociale, ma anche di valori fondativi del paese, che forse non ha precedenti nella storia americana. Tale situazione lascia pochi margini e possibilità di iniziativa a sostegno degli “amici” europei. Tra l’altro la soluzione non può essere quella di stampare dollari all’infinito per fronteggiare la crisi economica. È una operazione che porta a un ulteriore indebitamento degli Stati Uniti proprio verso la Cina.
Dunque, l’Europa è costretta a fare da sola, per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale, deve camminare sulle sue gambe. Del resto l’UE, oltre a non avere un sostegno economico dagli Usa, come in passato (non credo che si attenuerà la guerra commerciale con la Germania anche se sarà condotta con altre modalità), deve sempre più fare a meno di uno strumento diplomatico e militare di pressione a Est e nel Sud del mondo come la Nato. La presenza di paesi come la Turchia complica e rende molto difficile l’utilizzo della Nato in chiave pro-UE, come strumento di tutela dei suoi interessi. In un mondo multipolare l’UE ha bisogno di una sua maggiore autonomia politica, economica e persino militare dagli Stati Uniti. Essere insomma amica di tutti e competere nello stesso tempo con tutti.
La crisi aperta da Renzi si sviluppa dunque all’interno di questo scenario, cioè la collocazione e il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro che si trova ad un bivio, da un lato la visione perseguita dall’asse strategico franco-tedesco, pur tra limiti e contraddizioni, dall’altro l’antico rapporto di subalternità con gli Usa. Naturalmente lo scontro non è ancora così netto. I margini di mediazione tra le due diverse spinte sono ancora ampi. Ma il confronto è aperto e si gioca oggi una partita che potrebbe porre una forte ipoteca sulla opzione europeista. Il Regno Unito, con la Brexit, ha fatto la sua scelta e vedremo cosa succederà nei prossimi anni in Irlanda e in Scozia. Mentre la Cdu tedesca prepara il dopo Merkel in perfetta continuità con la sua politica, respingendo le posizioni di quella parte del partito che vorrebbero una politica meno europeista. La Francia, anche quando è stata governata dalle sinistre, ha sempre fatto leva sull’orgoglio nazionale francese. L’anello debole dello scenario è l’Italia.
Non è pertanto una polemica pretestuosa quella del leader di Italia Viva che ha criticato Conte per l’intestazione della delega ai servizi segreti o per la condanna troppo tiepida dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti in quanto troppo legato a Trump, forse proprio tramite l’intelligence. La questione della collocazione internazionale dell’Italia non è punto trascurabile della crisi. Nella sua lettura occorre tenerne conto e solo qualche raro commentatore lo ha fatto. La richiesta del Ponte di Messina e del Mes, che in Europa nessun paese ha deciso di utilizzare, sono argomenti di pura propaganda per dare maggiore forza alla polemica politica. Draghi aveva già reso esplicito il suo pensiero a proposito e cioè che non riteneva opportuno chiederlo per non allarmare i mercati. Caso mai l’unico interrogativo legittimo è sapere se effettivamente Renzi sia un paladino della nuova amministrazione democratica americana o si è illuso di poterlo essere. Mi pare che Giorgetti abbia carte migliori da giocare. Comunque si vedrà strada facendo, soprattutto se sarà confermata la notizia che dalla Casa Bianca sarà candidato a Segretario generale della Nato grazie ad una vecchia promessa fatta da Obama. D’altronde i suoi rapporti con l’Arabia Saudita sono un indizio. In politica contano le azioni e quella compiuta da Renzi si colloca nel solco del partito filo-americano.
Il piatto principale però del confronto/scontro è il Recovery Fund, un mucchio di denaro che dovrà affluire dall’UE nei prossimi sei anni. Leggo che molti sostengono, soprattutto a sinistra, che Renzi sia una delle punte di diamante di questo disegno, funzionale al grande capitale. In questa analisi c’è del vero, ma chi sostiene che Renzi sia il maggior sostenitore di politiche neoliberiste nostrane dimentica che anche gran parte del Pd è funzionale a questi interessi, come anche qualcuno del Movimento 5 Stelle, per non parlare dei centristi o di Forza Italia e della Lega. Per essere più esplicito: quali discontinuità ha introdotto Zingaretti rispetto a Renzi? Forse il primo ha come referenti più i sindacati che la Confindustria? Certamente l’attuale segretario del Pd è portatore di una politica economica che contiene alcuni aspetti cari alle socialdemocrazie (aspetti e non nodi tematici fondamentali), ma non vi è stato da parte del Pd nessun ripensamento critico rispetto alle scelte fatte dal centrosinistra in questi trent’anni. La pandemia impone oggi un ulteriore indebitamento del Paese, ma subito dopo, finita l’emergenza, si tornerà a una politica liberista rigorosa. Il trattato di Maastricht è stato sospeso, non è stato abrogato!
Che siamo in piena emergenza lo ha capito molto bene la Germania della Merkel non adottando la stessa politica che aveva condotto nei confronti della Grecia o di altri paesi europei. Con una pandemia in corso, che ha un impatto sociale drammatico, non si è di sinistra perché vengono bloccati i licenziamenti, o perché si potenzia la cassa integrazione, o perché vengono distribuiti un po’ di bonus o sussidi. Misure analoghe sono state prese da quasi tutti i governi, compreso quello del vituperato Trump, quindi non da queste misure si distingue un governo di destra da uno di sinistra. Un governo di sinistra si caratterizza per interventi volti ad una più equa redistribuzione della ricchezza, per le politiche per il lavoro e l’occupazione, per investimenti strutturali nella economia green, per lo sviluppo di servizi pubblici essenziali: sanità, casa, innovazione tecnologica, formazione. Per questo sono convinto che la politica economica di Draghi, a differenza del governo Monti, non sarà, almeno nella fase emergenziale pandemica, segnata da provvedimenti “lacrime e sangue”. Non sarà insomma all’inizio una politica improntata alla pura austerità liberalista. Non è questa la fase che sta attraversando l’UE.
Lo scontro politico dunque che si è aperto con la crisi di governo non è tra riformisti e neoliberisti, cosa che Leu fatica a comprendere, ma muove dalla opzione di quali interessi economici e finanziari deve rappresentare la politica. C’è chi guarda agli Usa e continua a intrecciare i suoi legami con quelli del capitale finanziario americano, chi punta alla Germania, che già controlla, in modo diretto o indiretto, buona parte del tessuto produttivo del Nord del Paese, chi infine vuole fare affari, senza avere troppo lacci politici, con la Cina, ma anche con la Russia. Un groviglio di interessi insomma non riconducibili a una visione politica unitaria del blocco di forze dominanti. Un insieme di contraddizioni che la politica non riesce adeguatamente a mediare. Tutti vogliono mettere le mani sul malloppo che viene dall’UE, avendo però molto chiaro che la parte del leone nel dettare la ripartizione delle risorse non poteva essere prerogativa solo del Movimento 5 Stelle e Conte, insieme ad un Pd ondivago che non ha una visione strategica. Questo è il vero motivo che ha scatenato l’opposizione della Confindustria, della grande stampa e dei media, controllati appunto dalle oligarchie finanziarie, che da tempo lavoravano per giocare la carta Draghi.
L’iniziativa di Renzi, condivisa anche dal Pd (e chissà da chi altro nel centrodestra), partiva dalla necessità di procedere a un forte rimpasto di governo per ridimensionare la presenza nell’esecutivo del Movimento 5 Stelle poi, se ci scappava pure il cambio del premier tanto meglio, nessuno si sarebbe strappato i capelli. Ma il piano iniziale ha imboccato un altro sentiero. La manovra si è combinata con il ruolo di Mattarella che ha imposto tutt’altra piega alla crisi. Il Presidente della Repubblica e il suo fido Franceschini hanno determinato un esito non previsto rispetto agli obiettivi iniziali che si volevano ottenere dalla manovra. Molti commentatori hanno notato che il nome di Draghi è stato proposto da Mattarella appena poco dopo che Fico gli ha riferito l’esito negativo del suo tentativo di rimettere in piedi la maggioranza parlamentare uscente per un Conte ter. Ciò vuol dire che il Presidente della Repubblica stava preparando il “pacco” da giorni, lo aveva pianificato. Mattarella ha lasciato prima bruciare l’ipotesi Conte, e tutti quelli che si illudevano, in testa Zingaretti e Bettini (lo stratega!), di costruire una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle e con i cosiddetti “costruttori”, sono rimasti con un pugno di mosche, per poi compiere un vero e proprio colpo di mano, politico e istituzionale, da Statuto Albertino più che da Carta Costituzionale, più da monarca che da presidente di una repubblica parlamentare. Al Presidente della Repubblica non deve inoltre essere piaciuta – e non si può dargli torto – la campagna acquisti di parlamentari dal centrodestra, tra l’altro solo in parte riuscita, per tentare di formare una maggioranza di governo senza Italia Viva. Un ulteriore degrado e immiserimento della politica che Leu non ha colto. Una ennesima pagina nera del trasformismo parlamentare, questa volta con l’avallo anche della sinistra.
Con estrema abilità, da raffinato democristiano, Mattarella ha azzerato le ambizioni di tutti i principali protagonisti, ma ha fatto in modo che tutte le responsabilità della crisi fossero scaricate su Renzi, che credeva di essere il grande manovratore, ma che invece è stato manovrato come tutti gli altri protagonisti della crisi. L’argomento che ha ben chiaro il Quirinale è che si debba tenere conto della Germania che garantisce il nostro enorme debito pubblico e ci mette in mano ingenti risorse finanziarie. Mi pare più propenso quindi a raccogliere le istanze del processo di integrazione europea che vengono da Berlino. Del resto una partita simile, dalle grandi conseguenze politiche, economiche e finanziarie, persino di ordine geopolitico, non poteva essere lasciata in mano a un governicchio esposto agli umori quotidiani del Movimento 5 Stelle, di Italia Viva e di un Pd senza spina dorsale. Insomma Mattarella ha fatto lo stesso ragionamento che il Pd e Italia Viva avevano fatto su Conte e il Movimento 5 Stelle. Se non ci fossero di mezzo le drammatiche sorti del Paese sembrerebbe una commedia umoristica degli equivoci.
209 miliardi dall’UE saranno dunque gestiti da un tecnocrate della finanza europea che ha solide relazioni con i grandi gruppi monopolistici, con le banche e con le oligarchie finanziarie. Saranno quindi questi poteri forti a realizzare i progetti del Recovery Fund e nello stesso tempo dare tutte le garanzie al capitale finanziario europeo che tali progetti saranno funzionali ai suoi interessi. E non a caso i mercati volano mentre l’economia reale è in agonia. Chi meglio di Draghi può garantire questa straordinaria operazione con una maggioranza di governo in cui tutti i grandi potentati hanno un posto a tavola? L’esito della crisi conferma inoltre che il sistema istituzionale e politico europeo è un sistema a-democratico totalmente dominato dal capitale finanziario. Anche la democrazia formale oramai è stata messa in discussione. Ci vogliono altre prove politiche per capirlo?
Dalla crisi escono quindi con le ossa rotte il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu. Renzi può salvarsi solo se i suoi amici americani gli daranno un incarico di rilievo. Si dirà: Franceschini e Mattarella sono del Pd. Vero. Ma dentro il PD molti ex democristiani sono convinti che occorra ricostruire un forte partito o schieramento neocentrista che sia il polo egemone di un governo moderato e allineato alla maggioranza che governa l’UE. Una formazione che sia l’argine principale di uno schieramento politico e parlamentare impegnato prima di tutto a sbarrare la strada a quelle destre che non intendono ridurre il loro tasso di nazionalismo e di populismo. Facendo leva sulle contraddizioni della Lega l’obiettivo è di ridimensionare il loro spazio politico. Il secondo obiettivo del nuovo polo neocentrista è ridurre la base elettorale del Pd, svuotarlo politicamente e bloccare il suo pur velleitario tentativo di inglobare in modo subalterno la sinistra. Il terzo obiettivo, infine, è impedire che la sinistra possa dare vita a una formazione influente. In questo disegno strategico quindi non c’è spazio per il Pd di Zingaretti senza arte né parte. Questo disegno neocentrista, portato avanti soprattutto dal diffuso mondo ex democristiano, è funzionale, a me pare, alla strategia dell’asse Berlino-Parigi di integrazione europea. Con Draghi si intende normalizzare il quadro politico dopo i grandi guasti determinati da bipolarismo e dal vento populista figlio illegittimo del governo Monti.
In questa prospettiva non regge la critica di chi sostiene che le risorse del Recovery Fund devono essere utilizzate per realizzare progetti qualificati se effettivamente si vuole la loro approvazione da parte della Commissione europea. In questa partita ciò che veramente conta è che i progetti siano organici agli interessi e all’espansione del capitale franco-tedesco. Dunque è necessario correre, fare presto e affidarsi mani e piedi alle oligarchie finanziarie europee. L’obbligo al senso della responsabilità della politica alla fin fine si riduce a questa urgenza posta dalla finanza. Nel 2021 si ripropone insomma, sia pur in forme nuove, il metodo politico della Dc, un partito che sapeva mediare tra le diverse spinte del capitalismo italiano, tra imprese pubbliche e imprese private. Una inedita riesumazione della prima repubblica anche se i cavalli di razza di allora oggi sono dei ronzini, con le dovute eccezioni. Una nuova maggioranza politica centrista, senz’altro amica degli Usa, almeno finché non matureranno altre condizioni dettate dall’asse franco-tedesca. Un forte polo moderato ma centrista insomma che abbia lo sguardo rivolto soprattutto ai padroni dell’UE. Draghi per condurre tale politica è perfetto!
In questo disegno c’è spazio pure per Conte come leader di una parte importante del Movimento 5 Stelle e possa raccogliere anche un po’ di elettorato deluso dal Pd, in modo che, dopo la frantumazione dei partiti attuali, solo dei pezzi marginali vadano alle destre o alla sinistra. Il lavoro di costruzione di un forte polo politico centrista attorno alla figura di Draghi è un cantiere aperto e lungo la strada è indubbio che vi saranno correzioni e assestamenti, ma la via imboccata è questa. Allora una alleanza strategica tra Leu, Pd e Movimento 5 Stelle non regge alla prova delle trasformazioni politiche in corso. In primo luogo in quanto è concepita come operazione di palazzo e non come processo unitario che dovrebbe svilupparsi a partire dai territori. Basta dare una occhiata a quello che è avvenuto in questi anni nelle elezioni amministrative, comunali e regionali, e allo stato dei rapporti tra i tre partiti nei comuni dove si vota, a iniziare da Roma e Torino. In secondo luogo perché una parte dei gruppi dirigenti del Pd e del Movimento 5 Stelle perseguono altre opzioni strategiche e non si muovono nella direzione di costruire una nuova alleanza politica che sia una riesumazione di un centrosinistra, travestito dietro a delle formule amene, magari un po’ più spostato a sinistra. Vi sono contraddizioni strutturali tali in questa potenziale alleanza evocata che impedisce il decollo politico dell’operazione, non ha sufficiente credibilità e consenso elettorale, non è né vincente né centrale.
Molti sostengono che il governo è fragile. Ha una maggioranza parlamentare composita. Ma il governo, nel fronteggiare l’emergenza della pandemia, deve fare tre cose: decidere gli indirizzi e come utilizzare le risorse del Recovery Fund in accordo soprattutto con la Germania; garantire la elezione di un Presidente della Repubblica che sia dentro a questo perimetro e prospettiva del Paese; fare una legge elettorale un po’ più proporzionale, sufficiente a smontare ulteriormente l’attuale centrodestra. E per fare queste cose i numeri di partenza sono più che sufficienti. Cresceranno con il consolidarsi dell’operazione politica. Questo è il suo compito e non ha importanza come definire il governo: maggioranza Ursula, governo istituzionale o di unità nazionale, governo tecnico o politico. La debolezza politica (ma non numerica) della maggioranza parlamentare che lo sostiene è la sua forza, anche perché a questo governo non ci sono alternative se non quella del voto che la maggior parte del Parlamento e delle forze politiche non vogliono. Ma soprattutto non le vuole il grande capitale. L’unico progetto in campo – che ha 209 miliardi di motivazione convincenti – è quello di legare ancora di più il destino del Paese alla Germania. Ecco perché il partito filo-americano non si è rafforzato e alla lunga forse è destinato a soccombere. Questo passaggio della crisi di governo conferma il declino statunitense in atto. Quando invece dei Di Bella da New York, come opinionisti fissi nei Tg, ce ne sarà uno presente tutte le sere da Berlino, forse gli italiani inizieranno a comprendere dove sta andando il Paese.
Per concludere vorrei aggiungere qualche riflessione sulla sinistra. Però ho poco da dire. Posso solo affermare che è totalmente fuori fase e forse conta poco anche per questo. Dovrebbe cogliere i processi in atto, ma non è in grado di farlo. Emergono due tendenze nella martoriata, povera e divisa sinistra, entrambe prive di consistenza politica.
La prima, del tutto politicistica, utilizza l’argomento di non lasciare il governo Draghi alle destre, come se il pericolo fosse la collocazione parlamentare del suo governo. Draghi non è di destra, semplicemente è diretta espressione del potere, quello vero, che pesa e conta. L’atteggiamento da avere rispetto governo Draghi non può essere ridotto a tattica parlamentare, spacciandola per sopraffina manovra togliattiana. Leu non è il Pci e neppure tra le sue file c’è un nuovo Togliatti. La seconda tendenza è ideologica. Si ricorda giustamente cosa rappresenta in termini di potere Draghi e per questa ragione si crede che riproporrà per l’immediato una politica economica di austerità, come fecero la Bce e l’UE dieci anni fa quando soffocarono la Grecia e misero in riga tutta una serie di paesi europei, tra cui l’Italia. Ripeto, non siamo in quella fase. Una politica liberista da adottare, dopo la fine dell’emergenza pandemica, resta una prospettiva di fondo, ma non si concretizzerà nei primi mesi del governo Draghi, anzi produrrà al contrario qualche sorpresa, spiazzando la campagna ideologica di chi denuncia, ancora prima di vedere il governo all’opera, selvagge politiche antipopolari da subito, perdendo così la pochissima credibilità che ancora vanta. Per dirla in altro modo non credo che Draghi chiederà il Mes, o che voglia sopprimere il reddito di cittadinanza (caso mai lo riformerà per farne esclusivamente uno strumento di sussidio per le famiglie più povere) e tratterà con i sindacati su quota cento e soprattutto sul blocco dei licenziamenti. Prevedo che finché il Paese sarà in piena emergenza pandemica si avvarrà dell’attuale sistema emergenziale di protezione sociale per non gettare il Paese nel totale caos sociale. Il suo compito è soprattutto preparare e impostare strategicamente la nuova legislatura che sarà quella sì di “lacrime e sangue”, garantita magari da lui come Presidente della Repubblica.
La sinistra dunque cosa dovrebbe fare? Leu intanto, invece di imbarcarsi nel governo Draghi (mentre scrivo vi è qualche incertezza di Sinistra Italiana), dovrebbe marcare una forte discontinuità politica prendendo le distanze dal governo, anche considerato che ha una modestissima pattuglia di parlamentari, del tutto ininfluente per le sorti della maggioranza. Sarebbe così più credibile per poter promuovere una iniziativa politica rivolta all’insieme della sinistra, sia verso alcuni settori del Movimento 5 Stelle che del Pd, sia verso quelle forze della sinistra fuori dal Parlamento che potrebbero essere sensibili a un processo costituente di un nuovo partito. Occorre da oggi, partendo dalla condizione data, costruire una prospettiva nuova per la sinistra. Ma non mi pare però che sia questo l’intendimento. Dall’altro lato i partitini extra-parlamentari, più o meno residuali e autoreferenziali, dovrebbero sciogliersi invece di agitarsi senza costrutto nel fare spicciola propaganda ideologica. Ma l’aria che tira, anche in questo caso è pessima. Dunque la discussione sulla necessità di costruire una forza di sinistra capace di incidere sugli scenari politici italiani ed europei è rimandata, rinviata a data da destinarsi, con molta probabilità dopo le elezioni politiche.
C’è chi evoca la ripresa della lotta sociale. Ma le tensioni sociali sono già forti, dopo un anno di pandemia, e oggettivamente sono destinate a crescere nei prossimi mesi, nei prossimi due/tre anni. Dopo una prima fase di assoluta emergenza pandemica, che durerà ancora a essere ottimisti fino all’estate, si passerà inevitabilmente al ritorno a politiche rigorose per fronteggiare l’enorme debito pubblico, ma con un piano strategico del Recovery Fund approvato e avviato e con un quadro politico totalmente diverso. Vi è una penuria di risorse che si rivela anche nel caso del Recovery Fund, se non si conduce una politica vera di ridistribuzione della ricchezza e di lotta alle diseguaglianze che naturalmente non si prende in considerazione. Nonostante l’ingente flusso di finanziamenti, dopo una corposa trance iniziale, per i prossimi sei anni non arriverà a erogare che poco più di 10 miliardi all’anno tra finanziamenti a fondo perduto e risparmi di interessi, a meno che l’UE non decida altri provvedimenti. Ben poca cosa rispetto all’enormità di una crisi che ha creato una massa immane di imprese insolventi, come ricordato proprio da Draghi. Diventa allora urgente affidare al “tecnico” l’impostazione di una politica economica fortemente competitiva e selettiva, una politica di assoluto rigore e di contenimento del debito pubblico. La questione vera è quindi la ripresa della lotta politica! Per questo ci sono le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito della sinistra, ma non quelle soggettive. Una volta chiarito che il Pd non giocherà più un ruolo centrale nel quadro politico italiano e sarà nel contempo ridotto, sotto il livello di guardia, il pericolo delle destre nazionaliste e populiste, e quindi verrà meno il ricatto del voto utile, forse si realizzeranno anche le condizioni soggettive per spingere alla formazione di un forte partito della sinistra che non nasca per una politica basata su un illusorio riformismo rinchiuso dentro gli steccati di un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario. Nutro fermamente questa speranza, anche se per i prossimi due o tre anni non vedo all’orizzonte nulla di buono.
P.S.
Chi è Mario Draghi? Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, dove viene chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. È stato confermato da tutti i governi successivi: Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II e Berlusconi II. In questi anni è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano.
Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatena un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Nel 2008, il Presidente emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, ricordando quest’episodio, respinse l’ipotesi di vederlo sostituire Romano Prodi a Palazzo Chigi. Cossiga affermò assai esplicitamente: <<Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs>>. In questa Banca fu dal gennaio 2002 al dicembre 2005, quando divenne Governatore della Banca d’Italia, dove rimase fino alla nomina a quella Centrale Europea nel 2011.
Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, consegnate ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, lo Stato italiano ricavò all’incirca 182.000 miliardi di lire. Secondo alcune stime, il rapporto debito pubblico italiano sul Pil scese dal 125 per cento del 1991 al 115 del 2001. Fu inoltre la guida della commissione governativa che scrisse la nuova normativa in materia di mercati e finanza e per questa ragione viene informalmente chiamata legge Draghi (Decreto legislativo 24 febbraio 1998 e come ben si nota, qui ci si attiene al terrore del debito pubblico, tipica concezione della scuola neoclassica tradizionale, prekeynesiana. Quindi Draghi, svendendo le imprese pubbliche, viene considerato benemerito per aver ridotto questo debito. E poi, solo alla fine del mandato alla BCE, egli si ricorda vagamente di alcune tematiche keynesiane e accenna ad una autocritica per l’austerità caratteristica di tutta la politica economica della UE.
Ci vuole tanto a capire che siamo oramai in un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario e dai suoi tecnocrati? Quando la politica è incapace di prendere decisioni allora subentrano loro con l’appellativo di salvatori della Patria, ma devono solo gestire, come per il Recovery Fund, un fiume di denaro per conto delle oligarchie finanziarie europee, in particolare della Germania.
Quello di Mattarella è un colpo di mano? Sì, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. La Costituzione italiana è solo carta da sbandierare per fare retorica sull’ideologia della democrazia.
Sandro Valentini
Un nuovo Governo per gestire le risorse europee e riformare il Paese. di A. Angeli

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“Basta con questo atteggiamento morboso” risponde piccato Conte al giornalista che gli chiedeva del MES. Una dura risposta che è agevole leggere come l’aforisma: dire a suocera perchè nuora intenda; rimbeccare il giornalista per messaggiare a Zingaretti che la sua insistenza sul MES è patologicamente (politicamente) psicotica. Il Conte di cui parliamo è il Conte tornato vincitore dallo scontro sul Recovery Fund, applaudito dalla maggioranza del Parlamento per questo successo; è il Conte immodesto, fino all’umiltà al punto che si propone di gestire lui, direttamente, i 209 mld dei 750 stanziati dall’Europa per una risposta comune alla più grande recessione economica della storia dell’Unione. E’ il Conte autoconvintosi di essere stato l’artefice – certo, dopo avere convinto la Merkel e Macron con la sua incontestata dialettica – predominante su tutta la difficile trattativa durante la quale ha duellato con il capo dei “frugali” Rutt. Si dice sempre che sarà la storia a giudicare, in specie quando ci si trova di fronte a momenti che hanno proprio il sapore di una novità storica, come quella decisa dall’Europa poiché, per la prima volta, è affermato il principio secondo cui una istituzione europea, la Commissione, viene autorizzata a fare debito comune, un tabù che sarebbe stato impensabile solo qualche mese fa.
Ma non giochiamo con gli equivoci: i mallevadori di questo successo sono Merkel e Macron e i Paesi frugali non hanno subito sconfitte, al pari dei quattro di Visegrad che manterranno intatta la loro visione di una democrazia illiberale e la loro sfida alle istituzioni democratiche dell’Europa. Ecco, il successo di Conte termina là dove la Merkel a Macron hanno portato l’Europa, in uno spazio e in una dimensione da esplorare, un nuovo orizzonte politico su cui ricostruire la ragione e la forza dell’Istituzione Europea, una prima forma di federalismo, che potrà avere sviluppi imprevedibili e rifondativi di sistema, di integrazione di aree e comparti finanziari, sociali economici, giuridici, di cui l’accordo sul Recovery Fund è un primo, decisivo passo per incamminare i 27 in quella direzione. E’ qui, su questa linea, che demarca la presunta vittoria di Conte dal disegno che presiede all’accordo sul Recovery, che si avverte la limitatezza, l’impreparazione i limiti di questo Governo e del suo Presidente del Consiglio. La scommessa è di poter ancora recuperare l’Italia quale partner indispensabile e insostituibile per dare contenuto a questa sfida. Allora non illudiamoci, le condizionalità sostanziali introdotte con il Recovery Fund, non potranno essere eluse, escluse, superate: le riforme che i nostri protettori si aspettano siano realizzate dovranno rispettare le compatibilità e conciliarsi con il disegno del cambiamento. Non ci saranno appelli e loro non ci daranno tregua perchè troppo compromessi ed esposti ai rischi di un fallimento.
A Conte mancano le tre qualità che Max Weber riteneva sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso della responsabilità, lungimiranza ( dalla Politica come professione 1919 ). Passione nel senso di Sachlichkeit: [obbiettività] dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Da qui la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo politico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La “mancanza di distacco” [Distanzlosigkeit], semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. Spetterebbe al PD prendere l’iniziativa e mettere i 5stelle di fronte ad una implacabile realtà: cogliere l’opportunità del cambiamento che i Recovery Fund e l’Europa ci prospettano mettendo a punto un programma con un nuovo governo guidato da una personalità che esprima al meglio le tre qualità indicate da Mx Weber. Una scelta da compiere in fretta, entro quest’anno, per intraprendere una nuova strada che porti il nostro Paese al centro dell’Europa con un nuovo modello di sviluppo centrato sul lavoro, la solidarietà, l’istruzione generalizzata, l’assistenza sanitaria universale e gratuita e un progetto per l’ambiente e il clima in linea con i valori contenuti nel programma di cui si è dotata la nuova commissione Europea.
Alberto Angeli
Vittoria? di S. Bagnasco

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Considero positivo, nonostante le criticità, l’accordo raggiunto in Europa sul cosiddetto Recovery Fund, ma non trovo ci sia nulla da esultare, al punto di sproloquiare di vincitori.
Se ci sono dei vincitori vuol dire che ci sono degli sconfitti e questo in ogni caso non va bene in una comunità sovranazionale.
Più produttivo sarebbe tentare di comprendere in cosa consiste l’intervento europeo.
Nessuno ci regala 209 miliardi di euro; stiamo parlando sostanzialmente di debito che andrà restituito e in più sottoposto a condizioni e gradimento del Consiglio europeo.
Le condizioni poste coincidono con le raccomandazioni fatte all’Italia, che da tempo sono viste con sdegno da buona parte del mondo politico italiano, e con gli obiettivi che l’UE si è data (transizione verde e digitalizzazione).
Le raccomandazioni che ci riguardano direttamente sono: riforma del fisco, riforma del lavoro, riforma della giustizia, riduzione del debito e a questo scopo andranno indirizzate tutte le entrate straordinarie, taglio strutturale della spesa pubblica pari a 0,6% del PIL.
Ciascun Paese presenterà entro l’autunno un piano triennale (2021-2023) che, una volta approvato dalla Commissione e dal Consiglio europeo, diventerà esecutivo ma dovrà soddisfare i target intermedi e finali. Il Comitato economico e finanziario verificherà questi target e se in questa sede qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà chiedere che il Consiglio europeo deliberi la sospensione dell’erogazione dei finanziamenti.
Il piano approvato consentirà di ricevere il 70% dei fondi nel biennio 2021-2022 e il 30% l’anno successivo. L’Italia, dunque, dovrebbe ricevere 146 miliardi nei prossimi due anni e 63 nel 2023, ma attenzione perché il piano è sottoposto a revisione nel 2022, prima della ripartizione della tranche relativa al 2023. Su questi fondi potremo ricevere una anticipazione pari al 10% già a fine anno, diversamente bisognerà attendere con molta probabilità la primavera 2021.
In confronto le condizioni per l’utilizzo del fondo Mes destinato alle spese sanitarie dirette e indirette sono una passeggiata in riva al mare.
Perché si esulta per un prestito condizionato che si chiama Recovery Fund e si ostinano a dire no al prestito immediatamente disponibile rappresentato dal fondo Mes per le spese sanitarie?
In definitiva, si tratta di prestiti con condizionalità minori con il fondo Mes, maggiori con il Recovery.
Quando qualcuno, a partire da Conte, spiegherà perché bisogna esultare per il condizionato prestito del Recovery e stare alla larga dal poco condizionato fondo Mes … allora si potrà cominciare a discutere seriamente, chiudendo la stagione dell’infantilismo politico.
Pioveranno sull’Italia 209 miliardi di euro di cui 81,4 a fondo perduto? Abbiamo vinto la lotteria?
Le cose non stanno esattamente in questi termini.
I cosiddetti aiuti a fondo perduto sono in realtà quasi tutti prestiti; perché questi fondi arrivano dall’emissione di bond da parte della Commissione europea che aumenterà il bilancio dell’Unione Europea messo a garanzia.
Ogni Paese contribuisce pro quota al bilancio dell’UE e con certezza al momento sappiamo che circa 55 miliardi di questi 81,4, erroneamente definiti a “fondo perduto”, dovranno essere restituiti a partire dal 2027. Tutti i prestiti dovranno essere in ogni caso restituiti entro il 2058.
In definitiva, di prestiti stiamo parlando e realisticamente non potrebbe essere diversamente poiché l’UE vive con le contribuzioni dei Paesi membri e se si finanzia sui mercati a sua volta deve rimborsare quanto raccolto.
La cosa vera d cui dovremmo esultare è che per la prima volta i Paesi UE hanno deciso di sottoscrivere un debito comune e abbiamo così l’opportunità di rimettere in piedi il Paese senza ricorrere direttamente ai mercati finanziari facendo lievitare i già stratosferici interessi.
Una opportunità che spetterà a noi saper cogliere.
A questo punto, due considerazioni dal mio punto di vista non secondarie.
Questa “vittoria” è stata comprata svincolando di fatto gli aiuti finanziari dal rispetto dello “stato di diritto” e dei principi fondativi dell’UE, con grande soddisfazione soprattutto di Ungheria e Polonia.
Con questo accordo è altamente probabile che il quantitative easing, di cui l’Italia è il primo beneficiario, non sarà rinnovato e questo deve indurci a grande cautela perché se non operiamo con equilibrio tra assistenza, rilancio dell’economia e risanamento della macchina statale, rischiamo di far schizzare lo spread e di conseguenza i tassi di interesse.
L’altro punto da tenere presente è che adesso in nome della pandemia è stato abbandonato il cosiddetto “capital key”, vale a dire la regola secondo cui la BCE può acquistare titoli dei paesi membri rispettando le quote di partecipazione di ogni Paese al capitale della BCE. Se dovesse essere ripristinato questo principio, l’Italia perderebbe un vantaggio di cui sinora ha goduto.
Si tenga infine presente che la contribuzione di ogni Paese alla BCE è in relazione a due parametri: popolazione e PIL. Anche il bilancio dell’UE è basato per il 70% sulle contribuzioni di ciascun paese con riferimento alla quota di PIL nazionale sulla somma dei PIL dei paesi membri.
Ne consegue che un cittadino lussemburghese contribuisce in misura doppia rispetto a un cittadino italiano; anche un cittadino olandese, finlandese e austriaco contribuisce più di un italiano. Quindi, finiamola di stupirci per la giusta attenzione che questi Paesi hanno per l’utilizzo dei soldi europei.
Abbiamo una grande opportunità, ma non parliamo di vittoria perché la partita deve ancora iniziare e la vera vittoria ci sarà quando ci metteremo alle spalle atavici comportamenti.
Non trasformiamo una non-vittoria in una vera e pesante sconfitta.
Sergio Bagnasco
Appunti per un dibattito più serio sul MES. di V. F. Russo

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Il MES (meccanismo per la stabilità dell’Eurozona, alias, fondo salva Stati) nasce nel 2010 come evoluzione della EFSF (strumento per la stabilità finanziaria europea) per offrire assistenza finanziaria sulla base di un emendamento all’art. 136 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea). Questo dice che i Paesi membri PM dell’Eurozona “possono attivare il meccanismo se indispensabile per la salvaguardia della stabilità dell’eurozona nel suo insieme e che la necessaria assistenza finanziaria richiesta sarà assoggettata a precisa condizionalità”.
Chiariamo subito che la missione fondamentale del MES è garantire la stabilità finanziaria dell’area euro nel suo insieme e che stabilizzazione finanziaria non significa quella del ciclo economico che resta compito delle politiche economiche dei Paesi Membri (PM). La dotazione iniziale di risorse da prestare ai PM che lo richiedano fu fissata in 500 miliardi ed è stata incrementata successivamente.
L’art. 12 prevede le condizionalità che il MES può collegare alle due principali linee di credito attivabili su richiesta di un PM in difficoltà: a) le PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line), che comportano una condizionalità attenuata; e linee di credito rafforzate, ECCL (Enhanced Conditions Credit Line), dove la condizionalità è relativamente maggiore ma sempre concordata nel Memorandum d’intesa.
L’art. 13 prevede i termini della condizionalità che sono concordati all’interno di un Memorandum di intesa tra il paese richiedente assistenza e il MES anche attraverso le c.d. Clausole di azione collettiva a suo tempo fissate dall’Eurogruppo il 28-11-2010. La procedura di richiesta di assistenza da parte degli PM scatta dopo che si sia accertata l’esistenza di un rischio per la stabilità dell’area euro o di uno o più PM. È prevista anche la possibilità di partecipazione del Fondo monetario internazionale FMI in ragione della sua storica esperienza in materia.
L’art. 14 prevede la precautionary financial assistance, ossia, l’assistenza finanziaria precauzionale tesa a prevenire le crisi che, se non affrontate tempestivamente, di norma, portano alla perdita dell’accesso ai mercati finanziari come è successo alla Grecia. Il programma di assistenza preventiva viene elaborato dal Consiglio e dal Direttore del MES sulla base di un Report preparato dalla Commissione europea. Dopo un primo utilizzo delle risorse (prestito oppure il ricavo di un acquisto di titoli del DP (debito pubblico) emessi dal PM richiedente nel mercato primario) il MES d’intesa con la Commissione europea e con la BCE decidono se la linea di credito aperta è sufficiente per continuare oppure se occorre attivare altri strumenti di assistenza finanziaria. Credo che anche da questa sintesi dell’art 14 emerge chiaramente come l’alternativa proposta da alcuni critici del MES (BCE si MES no) è mal posta e infondata. La BCE è comunque coinvolta. Il MES interviene con operazioni analoghe che fa la BCE. Ma c’è di più, senza un intervento preliminare del MES, la BCE non potrebbe attivare le Outright Monetary Transactions OMT che prevedono acquisti illimitati di titoli del debito pubblico di PM in difficoltà nonostante i primi interventi del MES. È coinvolta soprattutto la Commissione che è organo di governo che deve prevenire i rischi di crisi sistemiche della stabilità dell’Eurozona innescati da uno o più PM per motivi diversi, cause simmetriche e asimmetriche. Rebus sic stantibus, il rifiuto di avvalersi degli strumenti di assistenza del MES sarebbe un suicidio.
L’Art. 15 prevede l’utilizzo di linee di credito attivabili dal MES per la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie dei PM. Questi prestiti vengono concessi seguendo la stessa procedura riassunta nell’art. 14: Memorandum d’intesa tra MES e PM richiedenti a seguito di un Report della Commissione europea.
L’art. 16 è rubricato come prestiti (diretti) del MES ed è probabilmente l’articolo che i suoi contestatori hanno in mente quando attaccano questa istituzione. Non lo dicono perché molti di loro non hanno letto il Trattato e parlano per sentito dire. Ai sensi dell’art. 16 il MES offre i suoi prestiti in cambio di programmi di aggiustamenti macro-economici concordati nel Memorandum d’intesa definito anche questo sulla base di un Report della Commissione europea che, di noma, propone le famigerate riforme strutturali. È questa la odiata condizionalità che esponenti dell’opposizione non vogliono trascurando che squilibri macroeconomici nei conti pubblici, nella bilancia dei pagamenti, prima o poi, creano rischi di instabilità non solo per il paese che li ha causati o subiti ma anche per l’area euro nel suo insieme. Trascurando che nella Commissione e nello stesso Board del MES e della BCE ogni PM ha i suoi rappresentanti e che nel MES l’Italia, come la Francia e la Germania, ha potere di veto in ragione dell’entità della sua quota di partecipazione e del suo voto per i casi di particolare urgenza. Trascurando che in una istituzione sovranazionale e anche in uno Stato federale vero e proprio uno Stato federato non ottiene aiuti ad libitum senza alcuna condizionalità. Non pochi Italiani credono nelle favole e nella Fata Misericordiosa che li deve assistere comunque a prescindere da ogni valutazione di merito di credito. E’ noto che non pochi italiani sono creduloni e, per questo motivo, politici disinvolti dell’opposizione e anche del M5S hanno gioco facile a continuare ad ingannare i loro stessi elettori. Chiusa la parentesi, ribadisco che questa appena descritta è la missione fondamentale del MES: assistenza finanziaria ai PM dell’Eurozona aprendo linee di credito, acquistando titoli del debito pubblico emessi dai PM in difficoltà che ne fanno richiesta, offrendo direttamente prestiti ai sensi dell’art. 16 citato. Da ultimo il MES è stato autorizzato ad aprire una linea di credito per le spese sanitarie dirette ed indirette provocate dal Covid-19 ma per carità non solo l’opposizione ma neanche il governo vuole avvalersi di essa.
Come previsto dall’art. 21 del Trattato, il MES si procura la liquidità per svolgere la sua missione emettendo titoli da piazzare nei mercati finanziari, indebitandosi con banche, con istituzioni finanziarie o “con altre persone o istituzioni” – sì proprio così. Detto in altre parole, a ben riflettere il ruolo del MES è quello di un Ufficio del Tesoro e/o del debito pubblico che fa quello che attualmente non possono fare la Commissione europea e la BCE. Se questo è vero, è del tutto infondata la demonizzazione che del MES si è fatta in Italia. Di certo, porta lo stigma del caso Grecia ma pochi sanno o ricordano che a prescrivere quelle operazioni non era il solo MES. Dietro e sopra di esso c’era la Troika formata da delegati della BCE, FMI e CE. E sappiamo ancora chi c’era dietro e sopra la stessa Troika: il Consiglio europeo e l’Eurogruppo. E se l’Italia non avesse voluto il massacro della Grecia avrebbe potuto porre il veto. Ma non l’ha fatto.
Venendo brevemente alle questioni urgenti sul tavolo: come trovare le ingenti risorse per finanziare il rilancio della crescita che, in questa fase, si collega alla riconversione ecologica e alla digitalizzazione dell’economia, ai fabbisogni straordinari di finanziamento degli ammortizzatori sociali, allo sviluppo sostenibile, in sintesi, ai cosiddetti Recovery Bond ed ora anche ad un aggiuntivo e/o collaterale strumento di trasferimenti a fondo perduto, collegati al QFP (Quadro finanziario poliennale) non ancora approvato è stato posto e sollevato anche dalla Presidente della CE Ursula Von Der Leyen la questione di soluzioni ponte nel suo recente discorso davanti al PE. Se si dovesse prendere sul serio la proposta di una soluzione ponte non vedo altra soluzione “tempestiva” che l’utilizzo del MES che, nel giro di qualche mese, potrebbe essere autorizzato ad aprire nuove linee di credito previa emissione dei famigerati eurobond. Ogni altra soluzione rischia di slittare alla Primavera 2021 se non oltre.
Ancora non sappiamo cosa significhi esattamente l’aggancio del Recovery Fund al QFP (non un vero bilancio come a disposizione di ogni governo di un paese centralizzato o decentralizzato). Secondo me, non significa granché o meglio può significare che il servizio del debito pubblico emesso dal Fondo sarà finanziato con i contributi dei PM al QFP – ancora non approvato. La cosa non cambia radicalmente rispetto al modo in cui viene finanziato il MES. Agganciare l’emissione di eurobond alla contestuale costituzione di una capacità fiscale all’interno del bilancio come alcuni propongono è proposta fumosa per due motivi principali: 1) richiede tempi lunghi per raggiungere un accordo tra i PM pur in presenza di elaborate proposte di diversa consistenza e provenienza; 2) perché data l’entità delle risorse necessarie per la grande trasformazione e per uscire dalla recessione servono alcune migliaia di miliardi di euro e non vedo tributi propri che possano finanziare un tale livello di spesa pubblica. Ragionevolmente possono finanziare il servizio del nuovo debito pubblico da emettere. Ma data la natura delle spese da fare (a media e lunga produttività) è scelta obbligata ed equa ricorrere alla emissione di debito pubblico.
Ho spiegato in miei interventi precedenti che per come è finanziato il QFP non c’è solidarietà se non in termini minimi in relazioni ai fondi strutturali, regionali e in generale di coesione. Infatti, il QFP è costruito con il metodo dei saldi netti: ognuno contribuisce in base al PIL; poi cerca di riprendersi il massimo possibile riducendo la contribuzione netta. anche questa è concorrenza fiscale al ribasso.
L’altro modello, in una necessitata fase transitoria, è e resta quello del MES questo costruito sulla base del modello BCE; qual è allora la differenza? Agganciando il Recovery Fund al QFP avremmo un modello generale analogo a quello della BCE per interventi su shock simmetrici e asimmetrici; il MES resterebbe uno strumento speciale complementare e integrativo per correggere o combattere shock asimmetrici riguardanti uno o più PM con squilibri particolari sui conti pubblici, sul debito, nella sanità pubblica, ecc.
In Italia il MES è stato demonizzato dallo stesso governo Conte per via del dissenso interno alla stessa maggioranza di governo che ripetutamente ha dichiarato che non si avvarrà dei finanziamenti che potrebbe ricevere per le spese sanitarie dirette e indirette che ha dovuto effettuare a causa del Covid-19. Raffinati giuristi mettono in evidenza che la Commissione e la BCE sono istituzioni europee previste dai Trattati e quindi di diritto comunitario mentre il MES è una istituzione creata con un Trattato intergovernativo e quindi di diritto internazionale. Come economista osservo che gli obiettivi di politica economica perseguiti sono gli stessi anche il MES è istituzione europea in ragione della missione che gli è stata affidata. E questa può riassumersi nel coordinamento delle politiche economiche e finanziarie che la Commissione non riesce a conseguire nonostante le norme del Patto di stabilità e crescita, del semestre europeo, del MES e quelle del Fiscal Compact di cui, a suo tempo, si è detto e scritto di peggio rispetto al MES.
Nella teoria della politica economica si sono sempre contrapposte due visioni di condotta pratica della stessa: regole o discrezionalità. I paesi egemoni dell’UE che non si fidano degli altri né di loro stessi hanno scelto di sviluppare le regolamentazioni più particolareggiate ma si scontrano con quelli che prendono sottogamba dette regole. Secondo studi e ricerche del FMI le regole elaborate direttamente nei Trattati e negli annessi regolamenti, direttive e raccomandazioni sono state sempre ampiamente violate e/o ignorate. Nel frattempo per via della globalizzazione e della piena libertà dei movimenti di capitale si sono sviluppate le società di rating che guidano gli investitori internazionali e valutano le prospettive di crescita dei vari paesi del mondo. In altre parole, si è sviluppata una certa funzione di monitoraggio (secondo alcuni di disciplina) dei mercati che, in qualche caso, essa è stata utilizzata a fini di lucro. Nella UE, alcuni governi egemoni hanno ammonito i PM poco propensi al rispetto delle regole concordate minacciando di lasciarli in preda a detta “disciplina dei mercati” ma neanche questa ha funzionato secondo le aspettative. La mia valutazione è che non è possibile elaborare regole scritte casistiche che prevedano tutti gli eventi futuri. Pochi avevano previsto l’arrivo della crisi dei mutui subprime e il suo diffondersi a livello mondiale nel 2008. Nessuno ha previsto l’arrivo del Covid-19. Il senno di poi ci conferma che l’UE ha affrontato male e tardi la prima crisi. Adesso sta rispondendo meglio e più rapidamente alla Pandemia e alla recessione ma resta il fatto che l’assetto istituzionale e gli strumenti a disposizione sono inadeguati. Non abbiamo l’Unione bancaria, meno che mai un mercato unico dei capitali, non abbiamo un vero e proprio governo al centro in grado di svolgere una politica economica ad un tempo unitaria e debitamente articolata a livello continentale. Abbiamo un Parlamento europeo senza il potere sovrano di istituire tributi propri. Abbiamo al vertice un Consiglio europeo giano bifronte più attento agli interessi nazionali che a quelli europei. Va sostituito con un Senato federale eletto direttamente dai cittadini europei. Anche i nuovi strumenti che sono stati proposti recentemente che segnano una significativa svolta nella direzione giusta restano insufficienti rispetto alla dimensione e complessità dei problemi da affrontare. PQM è urgente abbandonare la prevista Conferenza e riaprire il cantiere delle riforme istituzionali per passare ad un assetto di stampo più genuinamente federale. L’unica istituzione che può aprire una tale fase costituente è il Parlamento europeo. Ma sarà in grado di farlo?
Vincenzo F. Russo
Tratto dal Blog personale dell’autore al link: http://enzorusso.blog/2020/05/25/appunti-per-un-dibattito-piu-serio-sul-mes/

