diritti dei lavoratori

La logica lavorativa di chi è di destra. di G. De Grassi

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Quanto sono belli i discorsi sulla meritocrazia e quelle teorie secondo cui, se sei povero, è solo colpa tua. Non si tratta di guadagnare tanto o poco: a volte anche quel minimo mensile — che per alcuni non è niente — può fare davvero la differenza. Basta una spesa improvvisa, un imprevisto, e tutto si complica.

Poi arriva lo stipendio, che nel mio caso non ha una cadenza regolare: sono compensi legati alle ore lavorative e a una serie di fattori più grandi di me, e spesso anche delle stesse società con cui collaboro. E alla fine, quando arrivano quei soldi, ci si ritrova con più spese di quando si era cominciato.

Un contratto a tempo indeterminato, magari mentre si studia? Fattibile, sì, ma con 1200 euro al mese oggi si può vivere bene? La scelta sembra questa: meglio guadagnare tanto una tantum o poco ma con costanza? Onestamente direi la seconda, se non fosse che spesso questa comporta di diventare schiavi di qualcuno (salvo rari casi). Nel primo caso ci si sente liberi, anche se liberi non lo si è davvero.

Il punto è proprio questo: le condizioni in cui oggi siamo costretti a lavorare. Aprirmi una partita IVA? Un’ulteriore catena. E mentre cerco di essere preciso nei pagamenti e nel risolvere le varie situazioni, cresce quella pressione e quella voce che ci accusa — noi giovani — di essere nullafacenti, come se nella vita esistessero solo il lavoro e il sacrificio. Ma non è nemmeno di questo che si tratta: il fine ultimo, ormai, sembra essere solo pagare per tutto, e spesso aspettare mesi per ricevere ciò che si è guadagnato.

Io personalmente mi sono sempre dato da fare. Ho lavorato molto per persone che mi hanno fatto mille promesse, ma nei fatti il mio lavoro è spesso rimasto non retribuito, nonostante le ore spese e gli anni impiegati ad apprendere una competenza. Eppure, per alcuni, “basta schiacciare due tasti al computer” e il gioco è fatto. Facile parlare quando i concorsi pubblici si facevano con la quinta elementare, e non servivano certificazioni come l’ICDL, l’alfabetizzazione digitale o il Trinity.

Siamo una generazione colta, ma costretta a vivere come chi non ha mai fatto nulla nella vita. E non dico che non ci sia lavoro, perché il lavoro c’è: il problema è che non è pagato in modo adeguato, né nei tempi né nei compensi.

Invece di spendere il PNRR in armi, usatelo per pagare i docenti che hanno già lavorato, e soprattutto per creare nuovi posti di lavoro. Le idee ci sono, ma manca la volontà di investire: ognuno pensa al proprio orticello. E in questo, la cara Giorgia Meloni è bravissima — proprio come lo è stata la sinistra prima di lei.

Volete un’Italia migliore? Iniziate a garantire il vero lavoro, non un’occupazione che riscaldi la sedia per tot mesi per poi ricominciare da capo; rendete il lavoro più semplice e più umano così da poter sembrare di non lavorare nemmeno un giorno, portando risultati migliori a casa.

Questa è la mia idea di lavoro.

Gianmarco De Grassi

Prima riflessione sui risultati definitivi delle elezioni francesi. di G. Giudice

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I risultati definitivi (annunziati dal ministro degli interni sono questi: 33,1% al RN di Le Pen e Bardella (con il supporto di una parte degli ex gollisti ; 28% alla Sinistra del Nuovo Fronte Popolare; 20,7 % ai “centristi liberali” di Macron.

Se (come avevano previsto i sondaggi da tempo) l’estrema destra razzista, xenofoba è la prima formazione politica, rappresenta comunque solo un terzo degli elettori francesi. E , su questa base è seriamente in forse che possa prendere la maggioranza assoluta al II turno.

La sinistra unificata ha un ottimo risultato (ben oltre un quarto degli elettori), tenendo anche conto che la lista è stata messa a punto a meno di due settimane dal voto. Sapendo mettere da parte anche i dissensi su alcuni punti. Sono nettamente prevalse le ragioni unitarie. E certamente il merito va al Compagno Mélenchon che ha saputo trovare la quadra nel modo migliore, coinvolgendo i suoi ex compagni del PS (che è cresciuto alle europee) , il piccolo PCF e i Verdi. La sinistra si è presentata alle elezioni con un programma fortemente alternativo a quello di Macron, alle sue politiche antisociali, che hanno notevolmente accresciuto le disuguaglianze e le ingiustizie , gestite con arroganza e protervia , e segnato da pulsioni autoritarie. Per non parlare delle uscite squinternate sul voler mandare truppe francesi in Ucraina.

Comunque la sinistra può rappresentare l’unico vero argine alla destra reazionaria. Infatti la La Pen ha espressamente detto che il vero nemico da combattere è la sinistra di Melenchon. Il quale (con il consenso dei suoi alleati) ha espressamente affermato che in eventuali triangolazioni nei collegi , essi si ritireranno e (turandosi il naso) voterebbero per un candidato di Macron. L’imperativo categorico è quello di impedire alla destra di prendere la maggioranza assoluta in parlamento , per la catastrofe democratica e civile che si abbatterebbe sul paese. Del resto, già due anni fa, alle presidenziali del 2022 Jean Luc , giunto terzo a pochi passi dalla le Pen , disse apertamente “al secondo turno nessun voto vada alla Le Pen” .

La sinistra in Francia ha preso 9 milioni di voti, ed ha la possibilità di espandersi, tenendo anche conto che solo la metà degli elettori del RN è apertamente razzista e fascista. La feccia della società francese. L’altra metà ha espresso più un voto “contro” (Macron) che non un voto per. E comunque la sinistra , tra i nostri cugini d’oltralpe , mostra una sua vitalità ; quanto meno esiste una sinistra con forti connotazioni socialiste.

In Italia purtroppo non è così. L’unica forza veramente definibile di sinisttra in parlamento è l’AVS . IL PD nonostante i passi in avanti della Schlein non lo è. Non dimentichiamo che nel Pd hanno ancora grande influenza i Letta , i Gentiloni, i guardiani dell’austerità europea. E che definiscono Mélenchon un sovranista di sinistra (una contraddizione in termini) speculare alla Le Pen. Mélenchon ha sempre parlato di sovranità democratica , che egli ben distingue dal concetto di sovranità nazionale. E’ un autentico socialista internazionalista come lo era Matteotti (o Jaurès) . Lo hanno accusato di essere antisemita perché ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza dal governo fascista di Netanyau. Del resto lo stesso Sanchez è stato accusato di antisemitismo perchè la Spagna ha riconosciuto lo stato palestinese e ha definito crimini di guerra quelli commessi a Gaza. Del resto lo stesso Gutierres aveva detto le stesse cose.

I veri antisemiti sono i governanti di Israele, perché , con le loro azioni criminali di fatto scatenano l’odio verso gli ebrei. Ma tanti ebrei sostengono apertamente la causa palestinese e condannano un governo fascista che tradisce i valori più profondi dello stessi ebraismo. Mélenchon è stato anche accusato di essere filo-Putin. Un’enorme bugia. Ecco cosa disse Mélenchon in un’intervista al settimanale l’Express il 31 maggio 2022 “Vladimir Putin è un uomo che ha violato tutte le regole internazionali, ha invaso un Paese sovrano, ha commesso crimini di guerra e minacciato il mondo di un conflitto nucleare, tutto ciò è odioso”, spiega Jean Luc Mélenchon in una lunga intervista al settimanale L’Express.Il tribuno della gauche, rivelazione delle ultime presidenziali ( è andato a un passo dal ballottaggio) e leader della coalizione di sinistra radicale (Nupes) che sfiderà Macron alle legislative del 12 giugno, non ha alcuna simpatia per le politiche atlantiste e ha spesso criticato l’espansionismo strisciante della Nato a est. È non lesina bordate all’Unione europea che vorrebbe rifondare da cima a fondo.

Ma di fronte all’invasione dell’Ucraina è sempre stato chiarissimo: nessuna equidistanza. Un approccio coerente da parte di chi peraltro non ha mai avuto atteggiamenti compiacenti verso il capo del Cremlino a differenza di molti politici occidentali che per lunghi anni hanno visto in Putin un “elemento di stabilità”: «La colpa è nostra, siamo stati compiacenti a Grozny in Cecenia e ad Aleppo in Siria, ora ne paghiamo le conseguenze».

Ecco come la pensa Mélenchon …i veri amici di Putin vanno cercati nell’estrema destra europea, nella Lega. Certo Mélenchon si è sempre battuto per una soluzione politica e dilpomatica evitando una escalation bellica senza fine. Ma il giudizio è netto ed inequivocabile, lo considera un criminale. Mi fermo qui , aspetto commenti…Mélenchon con Corbyn…

Giuseppe Giudice

La rivolta del mondo agricolo si diffonde in tutta Europa. di A. Angeli

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Gli agricoltori stanno organizzando rivolte in tutta Europa. In Italia e in Francia è stata programmata una mobilitazione che dovrebbe assediare le capitali dei due paesi. In Francia, già da alcuni anni gli agricoltori sollevano dure proteste contro le politiche del green deal dell’Europa. Quando parliamo dei paesi in cui dilaga la protesta, parliamo di Francia, Germania, Polonia, Belgio, Spagna, Paesi Bassi, Romania, Italia e Grecia  e del mondo degli agricoltori che stanno protestando con tattiche come bloccare le strade con i loro trattori, scaricano letame vicino agli edifici pubblici, spruzzano merda liquida sulle stazioni di polizia, mobilitano ovini e pecore per chiudere le città. E tanti trattori, rappresentativi di una classe sfiduciata, da mettere in crisi gli indici d’inquinamento ambientale, e tanti danni alla mobilità, una lotta  che però trova larghi consensi tra la popolazione, che condivide i motivi della lotta e le accuse alla grande intermediazione e distribuzione, rimproverate di arricchirsi pagando prezzi da fame i prodotti della terra mentre loro arricchiscono.   

Purtroppo, come accade di fronte ai movimenti spontanei , che si formano al di fuori delle linee ordinarie delle rappresentanze di settore e che si distinguono per la particolare natura sociale, politica e economica, immediatamente l’estrema destra  s’inserisce per manipolare gli obiettivi della lotta e assumere la guida della protesta. E’ ciò che sta avvenendo in alcuni paesi, in cui gli slogan dell’estrema destra sono dominanti e diretti contro l’Europa e le sue politiche. In Germania, il partito di estrema destra AfD si è affiancato alle  mobilitazioni, come sta accadendo in Italia e in Francia da parte dei movimenti di estrema destra, anche se alcuni agricoltori in Germania si sono uniti alle proteste di massa contro l’AfD.

Anche questa volta la sinistra Europea, cioè i progressisti e riformisti di nuova generazione, è in affanno, in ritardo su una questione che è all’ordine del giorno da anni. Non c’è da scrivere molto sulla presa di posizione del Pd, salvo evidenziare che si limita a fare delle contestazioni al Ministro Lollobrigida e al legame di parentela  con la Presidente del Consiglio. E’ agli agricoltori, almeno a quella parte in lotta e che reagisce, prendendo le distanze  dalle ingerenze della destra e dal riposizionarsi della Coldiretti a fianco del Governo contro l’Europa, che dovrebbe dire qualcosa, spiegare la sua idea di progetto politico per questo settore importante per la tenuta economica del Paese.  

Gli agricoltori in lotta affermano di essere gravati dai debiti, schiacciati da potenti rivenditori e aziende agrochimiche, colpiti da condizioni meteorologiche estreme, indeboliti dalle importazioni provenienti da altri Paesi a prezzi concorrenti ,  per cui sono costretti a fare affidamento su un sistema di sussidi che favorisce i grandi attori del settore a scapito delle piccole realtà agricole. Purtroppo gli agricoltori sono nettamente divisi tra quelli con grandi proprietà terriere che impiegano molti lavoratori, e i piccoli produttori autonomi che fanno affidamento quasi interamente sul lavoro familiare. E poi ci sono i mostri dell’industria agroalimentare: Esselunga. Ipercoop/Coop&Coop. NaturaSì  Coop.FamilamSuperstore- IperFamila. Interspar. Tigros. Conad Superstore/Spazio Conad.  Lactalis, Nestlé, Danone – e le catene di vendita – Leclerc, Carrefour, Esselunga, che si chiudono ad ogni richiesta di revisione delle condizioni  ( prezzi )di conferimento dei prodotti agricoli  La rivolta dei contadini mostra come le classi dominanti sopravvivano attraverso il divide et impera.

Le federazioni sindacali dovrebbero coinvolgere i lavoratori  con iniziative di sostenere agli agricoltori. Ma, purtroppo, non c’è alcuna spinta per l’unità di lotta che potrebbe riunire la famiglia del contadino con 1.200 euro al mese, con la commessa di 58 anni che teme di non vedere mai la sua pensione e il giovane migrante che viene sfruttato dai grandi produttori agricoli e che subisce molestie da parte della polizia. L’ unità non è mai facile, ma potrebbe essere costruita su un programma di cambiamento e di lotta contro la destra al governo e le grandi imprese.  Questa è la strada che la sinistra deve percorrere, sapendo che l’unità del mondo del lavoro, di cui il mondo agricolo è parte fondamentale, è il risultato che il potere economico e la destra temono di più ed è per questo che si stanno riorganizzando indicando l’Europa come il nemico da sconfiggere alle prossime elezioni Europee. Spetta alla sinistra impedire che si realizzi questo disegno.

Alberto Angeli

Palazzina LAF. La storia di una sconfitta ( e di una grande civiltà oltraggiata). di A. Castronovi

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Ho visto Palazzina LAF, il film italiano diretto e interpretato da Michele Riondino al suo debutto da regista. Il film è tratto da ” Fumo sulla città” , libro dello scrittore Alessandro Leogrande che avrebbe dovuto anche firmare la sceneggiatura ma che purtroppo durante la lavorazione del film è venuto a mancare. Il film racconta la tragedia di una città , Taranto, e dei suoi figli sfortunati, simboleggiati nelle figure umane sfigurate e abbruttite rinchiuse in un reparto-confino dell’ex ILVA, a sua volta erede dell’Italsider, la fabbrica d’acciaio di Stato più grande d’Europa, che doveva rappresentare il simbolo del riscatto del Mezzogiorno e di una delle sue più importanti città, erede dell’antica civiltà greco-mediterranea: la spartana Taranto. Quella Taranto che dette i natali ad illustri intellettuali come Aristosseno, musicista e filosofo pitagorico uno dei principali allievi di Aristotele; Livio Andronico, il ” poeta religioso” di Roma; Archita, filosofo della corrente dei Pitagorici, amico di Platone, allievo di Pitagora, ed illustre matematico, scienziato, astronomo, musicista, politico e stratega. Le scuole della città ce li ricordano ancora tramandandone la memoria con licei e scuole ad essi intitolati . Io mi sono diplomato in uno di questi . Quella stessa Taranto i cui paesaggi e bellezze naturali furono cantati e resi immortali da Virgilio nelle Georgiche e da Orazio nelle sue Odi.

Nel film questa città non si vede, non si percepisce, ma si vede il mostro che l’ha mangiata e deturpata, si vede la terra avvelenata che uccide la pastorizia, si vedono pezzi della sua degradata periferia, i Tamburi, quartiere reso famoso per le vittime da avvelenamento causate dal fumo nero che lo sovrasta. In questo quartiere era andato a vivere il protagonista del film, Caterino Lamanna, un operaio appena promosso a capo-squadra in cambio di servigi da rendere come spia dell’azienda e inviato nel reparto-confino della LAF, dove erano rinchiusi e mobbizzati decine di lavoratori e di sindacalisti che non si erano arresi e sottomessi alla disciplina di fabbrica.

È un film di denuncia di un episodio scandaloso della storia del conflitto sociale e di classe in Italia, conflitto rimosso e dimenticato dalla coscienza nazionale, ma che un tempo nutriva le speranze di riscatto sociale di un popolo e dei suoi ceti subalterni. Taranto è una città martirizzata ancora oggi da uno sviluppo disumano, cresciuto come un cancro da quella fabbrica disumana in cui ho visto nascere i primi metal-mezzadri, secolari contadini e braccianti che si trasformavano improvvisamente in operai, pur rimanendo contadini nell’anima. Ho visto negli anni ’70 i grandi cortei operai sfilare in città con le bandiere rosse e riempire le sue piazze. E ricordo i brividi e la commozione che ti davano quelle immagini.

Un futuro e una speranza sembravano possibili. Poi tutto è finito. Inesorabilmente. Poi è arrivata la normalizzazione neoliberale. Il socialismo buttato nella pattumiera della storia, la lotta di classe diventata un residuo del passato. Il mondo del lavoro viene così cacciato nell’inferno che nella ex-ILVA è rappresentato dalla Palazzina LAF. Ma quella palazzina è il reparto-confino di una storia intera , la storia del novecento, del secolo delle rivoluzioni sociali e proletarie, del secolo delle sue sconfitte e dei suoi tradimenti, di un secolo di cui si vuole cancellare persino la memoria nelle nuove generazioni. Diciamocelo. I nostri avversari sono stati “bravi”.Ci hanno sconfitto nella lotta di classe e stanno cancellando la memoria stessa delle lotte dei vinti anche nei suoi figli. Ma la Storia, come profetizzava Benjamin, sta alle nostre spalle con le sue macerie, e basta uno sguardo rivolto al passato per riconoscerla. È questa la chiave attraverso cui i rejetti possono redimersi e risollevarsi, riprendendosi il proprio posto nella storia. È l” Apocalisse” – Rivelazione che i vincitori di oggi temono: la resurrezione e il ritorno dei vinti.

Antonio Castronovi

Articolo già pubblicato su “L’interferenza”.

https://www.linterferenza.info/cultura/palazzina-laf-la-storia-sconfitta-grande-civilta-oltraggiata/?fbclid=IwAR34DKzBmss9Xxfl5q_2zWBKZeMGVQk0if-MOZgcgKx4fNPykc37NQUvHoE

La svolta autoritaria, di A. Valentini

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Molti a sinistra allarmati gridano alla svolta autoritaria. CGIL e UIL tentano timidamente di rialzare la testa e promuovono uno sciopero generale (8 ore di sciopero) molto articolato, che tra l’altro non coinvolge alcuni settori pubblici considerati vitali. Ma nonostante uno sciopero così blando, il Governo Meloni, addirittura Salvini invocano la precettazione, i media – fatte poche eccezioni – e quasi tutto il sistema dei partiti – espressione della metà degli elettori – si scagliano contro il diritto di sciopero e contro le due Confederazioni che hanno deciso una modesta mobilitazione sindacale, mentre sarebbero necessarie ben altre mobilitazioni di lotta per tutelare il mondo del lavoro, drammaticamente colpito dalla crisi e dai provvedimenti di un Governo perfettamente in linea con i falchi neoliberisti dalla Ue. Come del tutto inadeguata è stata la reazione dell’opposizione alla proposta costituzionale del centrodestra della elezione diretta del premier. Se tale proposta costituzionale dovesse essere realizzata l’Italia sarebbe l’unico paese al mondo ad avere un simile sistema istituzionale. Da qui il “grido di dolore”, l’allarme, il pericolo di una svolta autoritaria. Pare che nessuno si sia accorto che la svolta già c’è stata e si è affermata nel corso degli ultimi trent’anni. Con l’ascesa del dominio del capitale finanziario, ascesa sancita dal trattato di Maastricht, si è realizzato in Italia, come in tutto l’Occidente, un sistema politico a-democratico che ha messo in discussione anche il diritto di sciopero, regolandolo con molti limiti e restrizioni. La Costituzione è stata manomessa, attenzione non tanto nei principi fondamentali (nessuno è così sprovveduto da metterli in discussione) ma negli articoli successivi che regolano la loro attuazione. Dunque, le scelte di questo Governo sono il risultato di politiche in cui paritarie sono le responsabilità sia del centrodestra sia del centrosinistra. Si guardi, per fare un solo esempio, alla politica estera schiacciata sull’atlantismo e con tutti i media a sostenerla. Gridare allora alla svolta autoritaria quando tutti i buoi sono scappati dalla stalla politicamente significa solo mettersi lungo la striscia del susseguirsi di pesanti atti che hanno smantellato tutte le conquiste politiche, economiche, sociali e democratiche della prima Repubblica, che hanno condotto a questo sistema a-democratico, in cui le decisioni che contano sono prese da una ristretta élite finanziaria per giunta fuori dall’Italia. Se non è autoritarismo questo sistema non so che significato dare al concetto di autoritarismo. Una vera forza di cambiamento rivoluzionario allora invece di gridare al lupo, che si è già mangiato quasi tutto quello che c’era da mangiare, dovrebbe attrezzarsi di una strategia che contrasti tale sistema politico a-democratico espressione del capitale finanziario.

Comunque pur con i tanti e tanti limiti alla sciopero della CGIL e UIL aderisco. Meglio poco, anzi pochissimo del tutto insufficiente, che niente. Ma la strada da percorrere non è sicuramente questa.

Sandro Valentini

Ha un futuro la destra italiana? di M. Zanier

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Quando si guarda al Governo Meloni, spesso si è preoccupati del rischio di una lunga sterzata a destra della politica italiana e più di un osservatore ha gridato all’inizio di un nuovo Ventennio. Se è comprensibile la preoccupazione di molti per le politiche sociali e culturali di destra che possano ledere diritti fondamentali e non ascoltare le richieste provenienti dagli strati sociali più bassi, sulla longevità di questa maggioranza o sulla riproducibilità in futuro di questa coalizione di centro-destra nutro molte perplessità.

La coalizione che il 25 settembre 2022 ha vinto le elezioni politiche ottenendo il 44% dei voti con un’astensione che ha superato il 63% dei votanti, era costituita del 26% di Fratelli d’Italia, la Lega ferma al 9%, Forza Italia all’8% e Noi Moderati che non raggiungeva l’1%.

Se questo raggruppamento si chiama di Centro-Destra è per la presenza di Forza Italia e, in misura minore dei centristi di destra di Maurizio Lupi (che ha raccolto anche i voti democristiani dell’Udc di Lorenzo Cesa), che bilanciano in senso moderato i due partiti più schiettamente di Destra che sono Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e la Lega di Matteo Salvini, che sono la maggioranza relativa e orientano questa coalizione in modo nuovo rispetto al passato. Ma queste sono cose note.

Quello su cui si riflette molto poco, secondo me, è che l’anello debole di questa maggioranza di governo è costituita dai moderati, ossia da Forza Italia soprattutto che è modellata da sempre sulla persona del suo leader, Silvio Berlusconi, che è nato nel 1936 e non può essere immortale e che non presuppone un vero ricambio generazionale al suo interno, nonostante si diano molto da fare Maurizio Gasparri, Antonio Tajani e il giovane Alessandro Cattaneo. Nessuno in quel partito, questa è una certezza, può prendere il posto per quell’elettorato di Berlusconi, che è il carismatico padrone del suo partito e che continua ad orientare molte testate giornalistiche oltreché il suo apparato di emittenti televisive. Quando lui non ci sarà più un giorno (gli auguro lontano), il suo partito sarà destinato a sciogliersi come neve al sole o a ridimensionarsi fortemente anche e soprattutto come immaginario popolare per quell’elettorato ed i suoi deputati, senatori e amministratori locali non potranno essere automaticamente “saltare il fosso” come hanno fatto alcuni di loro oggi entrando in Fratelli d’Italia, perché non è automatico che chi ha votato un partito moderato e padronale voti un partito postfascista come quello guidato da Giorgia Meloni. Non è così che funziona.

Senza l’8% di Forza Italia, i democristiani di destra che rendono presentabile questa coalizione di nostalgici, non si aggregheranno, credo, automaticamente al carrozzone di Giorgia Meloni e Salvini (anche lui mi pare insidiato all’interno della Lega da una nuova generazione di amministratori locali ambiziosi) e lei non potrà andare lontano, non avendo matematicamente i numeri per governare ancora. Quindi mettiamo da parte la paura di una lunga e salda coalizione di Destra-Centro. Questa perciò rischia di essere per la Meloni la prima e l’unica occasione di stare al governo del Paese.

Anche perché i moltissimi che l’hanno votata nel 2022, giocandosi così l’ultima carta, sperando cioè che l’unica persona che non era mai stata alle leve del comando, potesse dare loro delle risposte e delle soluzioni definitive, si renderanno presto conto che non potrà essere così. Perché è contro l’aumento dei salari più bassi, perché dovrà ancora proseguire le politiche sull’immigrazione impostate negli anni passati dato che lo chiedono gli industriali che hanno bisogno di manodopera strutturale, perché i suoi esponenti di spicco parlano con disprezzo dei giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza mandandoli a zappare nei campi, senza tanti giri di parole e attaccano i diritti delle coppie omosessuali che in una certa misura hanno votato (incautamente direi) per il centro-destra.

Ovviamente lo sgretolamento a fine legislatura della coalizione guidata dalla Meloni non risolve al mio avviso il problema di una rappresentanza politica degna e responsabile.

Il fronte progressista che ha fatto un salto di qualità prima con la conferma di Giuseppe Conte a capo di un Movimento 5 Stelle ancorato ad una proposta progressista, poi con l’elezione di Elly Schlein al vertice del Partito Democratico che si pone in grande discontinuità col moderatismo di Enrico Letta e si collega alle richieste della CGIL da un lato, del popolo arcobaleno dall’altro e fa cartello sul salario minimo con le altre opposizioni. Ma non basta. Bisogna ripartire, secondo me, dai territori, dalla Scuola e dalla Salute pubblica, dalla difesa dell’ambiente, dai luoghi di lavoro, prendendo una posizione ferma nei confronti delle aziende che delocalizzano e licenziano operai ed impiegati da un giorno all’altro, in contesti spesso meno combattivi della realtà operaia della GKN che da qualche anno sta facendo scuola. C’è bisogno a sinistra di una visione del futuro, di un’idea di trasformazione graduale e profonda della società che a me piace chiamare ancora Socialismo.

Marco Zanier.

Per un programma del Partito Unitario dei Lavoratori. di D. Lamacchia

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No, non esiste un Partito Unitario dei Lavoratori. Non ancora. Spero che al più presto possa avviarsi un processo che porti alla sua formazione o ad una forza simile. Un partito che abbia l’ambizione di unificare tutte le forze intellettuali ed organizzative che fanno riferimento al mondo del lavoro per dargli la prospettiva di una emancipazione, condizione unica per una emancipazione di tutta la società verso un modello di tipo socialista, democratico ed egualitario.

Dopo gli anni dallo scioglimento del PCI e delle vicende che hanno attraversato le realtà seguite a tale evento, PD, RC, SI, LEU, Art. Uno, ecc. e la catastrofe delle ultime elezioni è inevitabile pensare che se si vuole dare concretezza ad una prospettiva di crescita di una forza di sinistra in Italia si debba partire dal riconoscere che le divisioni sono la causa principale della sconfitta elettorale e della perdita di consenso tra i lavoratori e l’elettorato più in generale.

La necessità di un nuovo partito nasce dal riconoscere vero che nessuna delle realtà attualmente esistenti possa unificare tutte le opzioni in campo. Non serve a nulla fare delle sommatorie ma è necessaria una nuova sintesi.

Non credo che un ruolo unificante possa svolgerlo il PD. Non sono chiari in quel partito le caratterizzazioni identitarie. Fatto che ha portato alle diverse scissioni. Il cambio dei vertici a partire dal Segretario non è sufficiente a colmare il vuoto e le contraddizioni della proposta. Troppo sono sedimentate le abitudini, i caratteri, le culture, i contrasti anche personali.

Da dove partire? Innanzitutto da una condivisione della lettura della situazione internazionale. Grazie agli eventi seguiti allo sfaldamento del blocco sovietico e anche allo sviluppo della tecnologia digitale (il villaggio globale) una situazione nuova si è venuta a determinare nell’equilibrio tra le potenze. È saltato l’equilibrio nato a Yalta subito dopo il II conflitto mondiale. Soprattutto vanno evidenziate la crescita di Cina e India e dei paesi che per un periodo furono chiamati “non allineati”, oggi identificati come BRICS. Alcuni parlano dell’avvento del “secolo cinese”. Difatti va riconosciuta una perdita di egemonia dei paesi occidentali e degli USA in particolare. Fatto che induce a riconoscere la necessità di un mondo pluricentrico capace di coscientizzare che le problematiche vissute dal mondo non sono risolvibili con azioni unilaterali. Valgano ad esempio i problemi del cambiamento climatico, della transizione energetica ad esso connessa, dello sforzo necessario per risolvere problemi endemici come la fame e le malattie, specie quelle infettive, le migrazioni causate dagli squilibri. Un nuovo ordine mondiale necessita e non può venire se non attraverso un passo avanti in direzione di un superamento delle diseguaglianze. Un Europa più unita, coesa, autonoma ne è condizione necessaria. L’attuale conflitto Russia-Ucraina può essere letto come una conseguenza dell’avvenuto disequilibrio tra le potenze. Fermo restando la condanna all’invasione dell’Ucraina da parte russa, va ricercata la via per un cessate il fuoco e l’avvio di trattative tese alla pace.

È da considerare inammissibile che forze di sinistra votino in parlamento come le destre sui provvedimenti tesi all’aiuto all’ucraina, innanzitutto per la fornitura di armi.

Una forza di sinistra non può non considerare la NATO come strumento obsoleto ai fini di un equilibrio tra le potenze. Un ruolo di autonomia necessita da parte europea con la strutturazione di un esercito autonomo capace di imporre un suo punto di vista senza accondiscendenze passive agli USA o ad altre potenze.

Per quanto attiene alle politiche sociali una forza di sinistra non può che avere come riferimento le classi lavoratrici, i sui bisogni, rivendicazioni, volontà di riscatto, aspirazioni, speranze. I cambiamenti nella struttura del mondo economico, nei modi di produzione dovuto all’avvento del digitale ha sicuramente chiuso l’epoca dell’“operaismo” ma non quella dei conflitti sociali e del contrasto “capitale-lavoro”. Lo dicono il diffuso precariato anche di fasce sociali un tempo protette, l’alta disoccupazione giovanile, la perdita di potere salariale, la interruzione della mobilità sociale, il contrasto tra periferie e centri urbani, la solitudine degli anziani per citare solo alcuni delle contraddizioni in atto, più in generale l’acuirsi della forbice tra garantiti e non garantiti.

Una forza di sinistra non può che promuovere ogni azione tesa ad un allargamento e diffusione delle garanzie sociali, di maggiore e più diffuso benessere.

Prioritario deve essere considerata la protezione del potere di acquisto salariale. Ciò può avvenire per mezzo di automatismi come lo fu la scala mobile.

La proposta di stabilire un salario minimo per legge deve essere considerato un obbiettivo perseguibile insieme al rafforzamento della contrattazione nazionale.

L’ipotesi di una riduzione dell’orario di lavoro secondo la logica “lavorare meno, lavorare tutti” deve essere un obiettivo strategico prioritario. Così per l’abolizione del Jobs Act e delle forme di precariato.

La lotta alla disoccupazione soprattutto giovanile deve essere perseguita attraverso politiche di investimenti poderosi da parte pubblica in direzione dei settori cardini dell’economia: trasporti, scuola, formazione e ricerca, sanità, infrastrutture, abitazione, ecc.

Ciò può avvenire attraverso un riequilibrio della spesa privilegiando quella “fruttuosa” verso quella “infruttuosa” riducendo sprechi e investimenti in settori come gli armamenti, un maggiore controllo sugli esiti delle cantierizzazioni, unificazione dei centri di spesa.

Cardine di una politica di sinistra è la riforma del fisco, confermando e migliorando l’impianto progressivo, per mezzo di un taglio del cuneo fiscale soprattutto per la parte gravante sui lavoratori.

La crescita delle entrate deve fondarsi sull’aumento della base contributiva generata dagli investimenti e una efficace lotta alla evasione.

Prioritarie devono essere considerate “riforme di struttura” che mirino ad un rafforzamento del dominio pubblico su quello privato, specie nei settori strategici e sensibili: energia, comunicazione, infrastrutture, sanità, formazione e ricerca, trasporti, con la eliminazione del criterio dannoso che scarica le spese sul pubblico e i profitti sul privato. Si vedano a tale proposito la condizione di alcune realtà come l’Alitalia, la sanità in alcune regioni, il settore siderurgico, il settore delle telecomunicazioni, le autostrade.

Il miglioramento della efficienza dei servizi deve essere realizzato per mezzo di tecniche di controllo della qualità che coinvolgono sia gli operatori che l’utenza, non solo la dirigenza, con incentivazioni salariali degli operatori sulla base di criteri di soddisfazione dell’utenza e il raggiungimento di obiettivi definiti di eccellenza.

Sono questi solo alcune delle tematiche da affrontare. Non meno importanti sono i temi delle forme di partecipazione. Quale partito, con quale struttura organizzativa, nazionale e territoriale, come selezionare i gruppi dirigenti per impedire ingressi miranti al carrierismo o alla rappresentanza di interessi lobbistici o di categoria, all’autoreferenzialità?

Buona riflessione!

Donato Lamacchia

Pierre-Joseph Proudhon. di A. Angeli

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Il 19 gennaio 1865 muore Pierre-Joseph Proudhon , ( era nato il 15 gennaio 1809, Besançon, Francia), libertario francese, socialista e giornalista. Il suo pensiero si spinse oltre il socialismo fino a elaborare dottrine radicali improntate ad una visione anarchica . Nacque in povertà, come figlio di un incapace bottaio e taverniere, e all’età di nove anni lavorò come pastore nelle montagne del Giura . L’infanzia trascorsa in campagna e l’ascendenza contadina di Proudhon influenzarono le sue idee fino alla fine della sua vita, e la sua visione della società ideale rimase quasi fino alla fine quella di un mondo in cui i contadini e i piccoli artigiani, come suo padre, potessero vivere in libertà e una povertà dignitosa, perché il lusso gli ripugnava, e non lo cercava mai per sé o per gli altri.

Proudhon in tenera età mostrò i segni della brillantezza intellettuale e vinse una borsa di studio per il college di Besançon. Nonostante l’umiliazione di essere un bambino in sabot (scarpe di legno) tra i figli di mercanti, sviluppò il gusto per l’apprendimento e lo mantenne anche quando i disastri finanziari della sua famiglia lo costrinsero a diventare un apprendista tipografo e poi un compositore. Mentre imparava il mestiere, imparava da solo il latino, il greco e l’ebraico, e in tipografia non solo conversava con vari liberali e socialisti locali, ma incontrava e subiva l’influenza di un concittadino di Besançon, l’utopista socialista Charles Fourier .

Con altri giovani stampatori, Proudhon tentò in seguito di fondare la propria stampa, ma una cattiva gestione distrusse l’impresa. Questa esperienza alimentò in lui un crescente interesse per la scrittura, che lo portò a sviluppare una prosa francese difficile da tradurre ma ammirata da scrittori vari come Flaubert, Sainte-Beuve e Baudelaire. Alla fine, nel 1838, una borsa di studio assegnata dall’Accademia di Besançon gli permise di studiare a Parigi . Ora, con il tempo libero per formulare le sue idee, scrisse il suo primo libro significativo, Qu’est-ce que la propriété? (1840;Cos’è la proprietà? , 1876). Ciò creò scalpore, poiché Proudhon non solo dichiarò: “Sono un anarchico”; ma affermò: “La proprietà è un furto!”

Questo slogan, che acquistò molta notorietà, fu un esempio dell’inclinazione di Proudhon ad attirare l’attenzione ea mascherare la vera natura del suo pensiero inventando frasi sorprendenti. Non ha attaccato la proprietà nel senso generalmente accettato, ma solo il tipo di proprietà con cui un uomo sfrutta il lavoro di un altro. La caratteristica della proprietà che lui distingueva da quella sfruttatrice si identificava nel diritto dell’agricoltore di possedere la terra che lavora e dell’artigiano la sua officina e i suoi strumenti – che considerava essenziale per la conservazione della libertà. La sua principale critica al comunismo, sia di tipo utopico che marxista , era che distruggeva la libertà togliendo all’individuo il controllo sui suoi mezzi di produzione. Nell’atmosfera un po’ reazionaria della monarchia di luglio negli anni Quaranta dell’Ottocento, Proudhon venne accusato per le sue dichiarazioni in Cos’è la proprietà? ; fu portato in tribunale quando, nel 1842, pubblicò un sequel più provocatorio, Avertissement aux propriétaires ( avviso ia proprietari, 1876). In questo primo dei suoi processi, Proudhon sfuggì alla condanna perché la giuria ritenne coscienziosamente di non poter comprendere chiaramente le sue argomentazioni e quindi di non poterle condannare.

Nel 1843 si recò a Lione per lavorare come impiegato amministrativo in una ditta di trasporti d’acqua. Lì incontrò una società segreta di tessitori , la Mutualisti, che avevano sviluppato una dottrina protoanarchica che insegnava che le fabbriche della nascente era industriale potevano essere gestite da associazioni di lavoratori e che questi lavoratori, con l’azione economica piuttosto che con la rivoluzione violenta, potevano trasformare la società. Tali punti di vista erano in disaccordo con la tradizione rivoluzionaria giacobina in Francia e il suo centralismo politico. Tuttavia, Proudhon accettò le loro opinioni e in seguito rese omaggio ai suoi mentori e rappresentanti della classe operaia lionese adottando il nome di Mutualismo per la sua forma di anarchismo .

Oltre a incontrare gli oscuri teorici della classe operaia di Lione, Proudhon conobbe anche la femminista socialista Flora Tristan e, nelle sue visite a Parigi, fece la conoscenza di Carlo Marx ,Mikhail Bakunin e il socialista e scrittore russo Aleksandr Herzen. Nel 1846 contestò contro Marx l’organizzazione del movimento socialista, opponendosi alle idee autoritarie e centraliste. Poco dopo, quando Proudhon pubblicò il suo Système des contradditions économiques, ou Philosophie de la misère (1846 Contraddizioni del sistema economico e Filosofia della povertà del 1888), Marx lo attaccò aspramente in un libro polemico “La misère de la philosophie” ( La povertà della filosofia ). Fu l’inizio di una frattura storica tra socialisti libertari e autoritari e tra anarchici e marxisti che, che dopo la morte di Proudhon, avrebbe lacerato il socialismo, aprendo un duri contrasto filosofico e poltico tra Marx e il discepolo di Proudhon Bakunin, contrasto filosofico che sopravvive ancora oggi.

All’inizio del 1848 Proudhon abbandonò il suo incarico a Lione e andò a Parigi, dove in febbraio fondò il giornale Le Représentant du peuple. ( La Rappresentanza del popolo ). Durante l’anno rivoluzionario del 1848, e nei primi mesi del 1849, curò un totale di quattro giornali; i primi erano periodici anarchici più o meno regolari e tutti furono a loro volta distrutti dalla censura del governo. In seguito svolse una parte minore nella Rivoluzione del 1848 , che considerava priva di qualsiasi solida base teorica. Anche se fu eletto all’Assemblea Costituente della Seconda Repubblica nel giugno 1848, si limitò principalmente a criticare le tendenze autoritarie che stavano emergendo nella rivoluzione e che portarono alla dittatura di Napoleone III . Proudhon ha anche tentato senza successo di istituire una banca popolare basata sul credito reciproco e sugli assegni di lavoro, che pagava il lavoratore in base al tempo impiegato per il suo prodotto. Alla fine fu imprigionato nel 1849 per aver criticato Louis-Napoleon, che era diventato presidente della repubblica prima di dichiararsi imperatore Napoleone III; Proudhon rimase in prigione fino al 1852.

Le sue condizioni durante la prigionia erano, per gli standard del XX secolo, leggere. I suoi amici potevano fargli visita e gli era permesso di uscire occasionalmente e girare per Parigi. Si sposò e generò il suo primo figlio mentre era in prigione. Dalla sua cella curò anche gli ultimi numeri del suo ultimo giornale (con l’assistenza finanziaria di Herzen) e scrisse due dei suoi libri più importanti, i mai tradotti Confessions d’un révolutionnaire (1849) e Idée générale de la révolution au XIX del secolo (1851;L’idea generale della rivoluzione nell’Ottocento pubblicato nel 1923). Quest’ultimo – nel suo ritratto di una società mondiale federale con frontiere abolite, stati nazionali eliminati e autorità decentralizzata tra comuni o associazioni di località, e con contratti liberi che sostituiscono le leggi – presenta forse più completamente di qualsiasi altra opera di Proudhon la visione del suo ideale di società. Dopo la scarcerazione, avvenuta nel nel 1852, fu costantemente vessato dalla polizia imperiale; trovò impossibile pubblicare i suoi scritti e si mantenne preparando guide anonime per investitori e altri simili lavori di hacking. Quando, nel 1858, convinse un editore a pubblicare il suo capolavoro in tre volumi “De la Justice dans la Révolution et dans l’église”, in cui opponeva una teoria umanistica della giustizia ai presupposti trascendentali della chiesa, il suo libro fu sequestrato. Fuggito in Belgio, fu condannato in contumacia a un’ulteriore reclusione. Rimase in esilio fino al 1862, sviluppando le sue critiche al nazionalismo e le sue idee di federazione mondiale (incarnate in Du Principe fédératif, 1863).

Al suo ritorno a Parigi, Proudhon cominciò a guadagnare influenza tra gli operai. Gli artigiani parigini che avevano adottato le sue idee mutualiste furono tra i fondatori della Prima Internazionale poco prima della sua morte nel 1865. La sua ultima opera, completata sul letto di morte, De la capacité politique des classs ouvrières (1865), sviluppò la teoria secondo cui la liberazione dei lavoratori deve essere il loro compito più impegnativo, da attuare attraverso l’azione economica.

In sintesi: Proudhon non fu il primo ad enunciare la dottrina che oggi si chiama anarchismo; prima che lo rivendicasse, era già stato abbozzato, tra gli altri, dal filosofo inglese William Godwin e reso in prosa e dal suo seguace Percy Bysshe Shelley in versi. Proudhon era un pensatore solitario che rifiutava di ammettere di aver creato un sistema e detestava l’idea di fondare un partito. C’era quindi qualcosa di ironico nell’ampiezza dell’influenza che le sue idee svilupparono in seguito. Erano importanti nella Prima Internazionale e in seguito divennero la base della teoria anarchica sviluppata da Bakunin (che una volta osservò che “Proudhon era il maestro di tutti noi”) e dallo scrittore anarchico Peter Kropotkin. I suoi concetti furono influenti tra gruppi così vari come i populisti russi , i nazionalisti radicali italiani degli anni Sessanta dell’Ottocento, i federalisti spagnoli degli anni Settanta dell’Ottocento e il movimento sindacalista che si sviluppò in Francia e divenne poi potente in Italia e in Spagna. Fino all’inizio degli anni ’20, Proudhon rimase l’influenza più importante e riferimento del radicalismo della classe operaia francese, mentre in maniera più diffusa le sue idee di decentramento in altri Paesi e le sue critiche al governo trovarono la loro rinascita nel tardo XX secolo, anche se a volte la loro origine non è stata ricondotta al filosofo Proudhon.

Alberto Angeli

Un lavoro da intraprendere per sconfiggere la crisi che ci ha consegnati alla destra protofascista. di A. Angeli

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Oggi è consuetudine dire che ‘tutto è spettacolo’: la politica è spettacolo, la giustizia è spettacolo, la vita privata è spettacolo… Ebbene, qualcuno l’aveva previsto oltre 40 anni fa, tanto che la sua fama è dovuta principalmente proprio ad un suo libro intitolato “La società dello spettacolo” dello scrittore Guy Debord, un teorico marxista francese, filosofo, regista, critico del lavoro, membro dell’Internazionale. Una sua frase ci permette di entrare nel tema: “- nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. E il vero, per quanto riguarda il nostro paese, è rappresentato dai discendenti del Fascismo che oggi sono alla guida dell’Italia, proprio al compimento dei 100 anni dalla marcia su Roma. La storia si ripete, ci ricorda Karl Marx: la prima come tragedia la seconda come farsa. Gli applaudenti di questa cinica commedia sono i cosiddetti opinionisti, quella parte che controlla l’informazione cartacea e televisiva, indirizza l’opinione con i talk show e obnubila la mente di molti spettatori: mettiamo alla prova il nuovo Governo, aspettiamo i primi provvedimenti. Poi giudicheremo. Intanto. Intanto, si colgono già cambiamenti d’umore, di opinioni, anche di giudizi sulle prime mosse della Premier, la quale chiede di essere indicata come Primo Ministro, anche se l’Accademia della Crusca evidenzia che si deve indicare come Ministra. Una prima donna alla guida del Governo. Una donna determinata, scrupolosa, non ricattabile aggiunge Lei. Da parte di giornalisti di firma importante non lesinano rilievi positivi, sottolineature cariche di impliciti complimenti. Madrid è ormai lontana, e anche la rappresentazione della Meloni su quanto urlato dal Palco di Vox è riposto negli archivi, come del resto tutto il passato. Ora conta solo il futuro, in cui sta scritto il suo itinerario di Patria, Dio e famiglia, che ha portato alla elezione dei Presidenti del Senato e della Camera, nonché di alcuni Ministri che, senza infingimenti, dovrebbe leggersi come un itinerario su cui questo Governo intende orientarsi per comprimere diritti, libertà, conquistate con tante difficili lotte. Poi ci sono i temi dell’economia, il Pnrr, del lavoro, della lotta alle diseguaglianze, della formazione, dell’università, della ricerca e la lotta contro la povertà. Ma già oggi ci sono le questioni aperte, pesantissime, della crisi economica che avanza con l’inflazione al 10%, i costi dell’energia che ha ormai sbilanciato i redditi delle famiglie, la tenuta delle imprese, la difficolta degli approvvigionamenti delle materie prime e dei microchip. E la guerra in corso, ai confini dell’Europa e con la guerra il diffondersi di una spaventosa crisi mondiale, che annuncia l’avvicinarsi di una carestia e l’aumento della disperazione di chi vive in Paesi poveri, con l’attesa ripresa della migrazione di milioni di esseri umani in fuga verso l’Europa. Poi, il grande tema dell’accoglienza, sulla quale, invero, l’Europa è completamente assente, su cui la destra e FdI in particolare hanno minacciati uno sbarramento con navi militari. Non c’è quindi nulla di cui gioire, con la nascita di un Governi parafascista.

E i partiti della minoranza usciti dal voto del 25 settembre? La cosiddetta opposizione che già dà prova di una paurosa incapacità di analisi, di responsabilità di fronte al pericolo che il paese sta correndo. Anzi, si muovono facendosi opposizione tra loro. Il PD, alla ricerca di una sua identità, sembra smarrirsi nella nebbia delle candidature alla sostituzione di Letta, anziché aprirsi al paese, confrontarsi con la società in modo radicale, muoversi nelle realtà della quotidianità in cui la gente si muove, organizza la propria vita e deicide del proprio futuro, spesso disorientata dalla lontananza della politica, delle stesse istituzioni, così rompe, frattura ogni rapporto con i partiti, con le istituzioni, ed esprime nel voto questa sua rabbia, la delusione accumulata in questi anni appesantiti dalla pandemia, prima, e oggi dalla guerra e dall’aggravarsi della situazione sociale e economica: inflazione, povertà, incertezza sul futuro prossimo, non quello del domani. E poi c’è la figura di Conte, il novello riformista, che dopo avere abbandonato il “Vaffa”, ha scoperto come sia facile recuperare consensi ricorrendo a proporre l’assistenzialismo come medicina alternativa alla lotta di classe. Un esperto nella recita, visto che ha recitato una lunga commedia con il Governo da lui presieduto e sostenuto anche da Salvini e Berlusconi. E’ la terza forza elettorale del Paese e lui si sente gaudenteme nte riformista, una trasformazione da che lo porta a sfidare furbescamente il PD sul terreno dell’assistenzialismo, dei benefit, dei bonus, senza una visione politica del futuro economico, produttivo, finanziario del Paese. Eppure, il PD dovrà elaborare una strategia per sottrarsi a questa sfida che Conte vorrebbe condurre sul terreno dell’uomo qualunque, rivolgendosi al mondo che ha cessato da tempo di rappresentare con la dovuta lucidità e coerenza. Poi ci sono Renzi e Calenda, che si autodefiniscono liberali riformisti, pronti a sostenere un agenda Draghi, un movimento in aperta sfida al PD con propositi di polemica quotidiana, oggi resa più convinta dal successo conseguito nel voto del 25 settembre, confidando sulla crisi che investe quel partito. Un raggruppamento insolito, quello tra Renzi e Calenda, fino a ieri in duro contrasto e poi uniti dall’avventura, anche è difficile svelare verso quel porto intendano approdare. Certo, non è sinistra, anche se il sostantivo Riformista accompagna l’idea liberale. Insomma, la società aperta e i suoi nemici, cioè la democrazia è messa a dura prova dalla difficile situazione in cui si volge la vita politica, amministrativa e sociale del nostro Paese.

Da questa breve nota si comprende come nel panorama politico si avverta la mancanza di un’idea di sinistra, di una voce socialista, riformista, innovativa e rivolta all’orizzonte, là dovrà essere recuperato il rapporto con il mondo del lavoro e degli esclusi. Non potrà farlo il PD, un partito interclassista, né Conte, come abbiamo visto, né il duo Calenda/Renzi. Solo una forza che in questi anni è stata sempre ai margini dell’area politica della sinistra e quindi niente affatto compromessa con gli errori, le ambiguità del PD. Il socialismo si ritrova in quei movimenti sociali che si sono costituiti a difesa dell’ambiente, del clima, delle libertà di genere. Si è sempre collocato dalla parte del lavoro, degli esclusi, e fortemente aperto all’accoglienza e bene integrato con quelle forze che si battono per la pace, senza condizionamenti e a difesa dei diritti e della giustizia e quindi contro ogni autoritarismo. I socialisti devono uscire all’aperto e proporsi come artefici di un rassemblement aperto a tutte le forze riformiste, libertarie, pacifiste, ai giovani e lì ridefinire una movimento, inventare, se necessario, un nuovo fronte del socialismo che guarda oltre al futuro analizzando gli errori del presente per costruire un progetto di società adatta al XXI secolo. Un lavoro difficile, ma che solo i socialisti, riunendosi e muovendosi in quella direzione, potranno sostenere e realizzare.

Angeli Alberto

Conte il nuovo “faro” della sinistra italiana? di D. Lamacchia

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Si può imparare dalla storia? Non solo, si deve! Non solo i soggetti individuali, le singole persone, gli intellettuali (ci sono ancora gli intellettuali?), dalla storia devono imparare i soggetti collettivi, cioè coloro che la storia la fanno. Perché questo accenno alla storia? Perché viviamo tempi in cui sembra che dalla storia non si è imparato un gran che. Nei tempi dell’illusione facile generata dalla comunicazione facile si è persa la capacità di riflettere e approfondire e si è persa la capacità di pensare il futuro partendo dal passato. Non si sa più cos’è la “memoria storica”.

Prendiamo il caso della sinistra in Italia ed in Europa. Perché questa perdita di “egemonia culturale” così marcata? Venendo meno l’ideologia “operaista” a causa dei noti sconvolgimenti nei rapporti di produzione determinati dall’”era digitale” la risposta è stata la virata liberista che ha fatto perdere il legame con il proprio soggetto sociale di riferimento, il mondo del lavoro e del disagio sociale. Ha dominato l’illusione che la flessibilità nelle relazioni economico sociale avrebbe apportato e distribuito ricchezza, benessere. Così non è stato ed è sotto gli occhi di tutti. Ad un “pensiero politico forte” si è sostituito un “pensiero politico debole” creatore dell’illusione e, come direbbe il vecchio Marx, di “falsa coscienza” diffusi, in una parola, di populismo, che avrebbe spazzato via il sistema della corruzione e dell’ingiustizia. Non è stato così come è sotto gli occhi di tutti. La domanda “pesante” è, è ancora possibile dare una prospettiva al socialismo? Sebbene liberato dai dogmi operaisti io credo di sì perché le ingiustizie non sono certo finite! Le contraddizioni nel tessuto socio-economico sono ancora tutte al loro posto, da essere usate al fine di cambiamenti profondi in senso egualitario. Esiste il soggetto politico che si può fare carico del compito? Non c’è purtroppo o non ancora. Non può essere l’attuale PD per il groviglio di vecchio “atlantismo” e liberismo che hanno caratterizzato le sue politiche, specie con l’arrivo di Enrico Letta alla segreteria, né sono credibili i vari agglomerati minoritari alla sua sinistra. L’unico a mostrare più saggezza e credibilità è Bersani che però tentenna nella sua capacità di azione, colpa anche dell’improvviso calare come mannaia dell’evento elettorale. Insomma ciò di cui si avverte necessità è la formazione di un soggetto politico forte che raccolga la sfida di rilanciare la prospettiva del socialismo nel nostro paese e nel mondo e di creare una cultura politica di sinistra democratica e libertaria diffusa, capace di fronteggiare l’onda conservatrice.

Come si può constatare è ancora presente una frazione di quel movimento che incarnò in modo maggiore la spinta populista. Mi riferisco al M5S e a Giuseppe Conte che ne è l’attuale reggente. Sono note le vicende governative di cui sono stati protagonisti fino alla caduta di Draghi e all’attuale situazione elettorale. Come si colloca il M5S nel quadro delineato di una prospettiva socialista e di sinistra? A questa domanda Conte ha risposto con un ritornello noto, frutto di “pensiero debole” secondo cui le categorie destra/sinistra appartengono al bagaglio del novecento e che ora si deve far riferimento ai programmi e ai problemi (sic). Addio memoria storica! Non si comprende quindi come sia possibile che vengano da esponenti del vecchio PCI inviti a votare M5S e a considerare Conte come capace di incarnare istanze sociali e prospettive che sono proprie della sinistra. Vero è che le proposte e i programmi non mancano di attenzione al sociale. L’autonomia dimostrata sul piano delle scelte internazionali è apprezzabile ma non mancano di ambiguità. Vedi l’orientamento troppo “filo cinese” e lo scetticismo europeista mostrato spesso in Parlamento europeo e dal loro garante Peppe Grillo.

Conte ispira onestà. Senza dubbio, ma non è l’unico! Una “buona politica” non è solo una faccia pulita.

Una buona politica non è fatta solo di categorie della morale e del sentimento è fatta da programmi giusti e organizzazione, attenzione agli interessi in gioco, agli obiettivi, alle alleanze, alle opportunità contingenti e alle strategie. Insomma va bene come alleato, “compagno di strada” non come “nuovo faro della sinistra”. No, Conte e il M5S non sono di sinistra! Malissimo comunque ha fatto il PD a rifiutare un’alleanza con loro (ipotesi Bersani), alleanza che ha dimostrato alle elezioni “locali” di essere vincente.

Dopo le elezioni questo avrà un peso nella discussione sul futuro della sinistra in Italia. Ecco un tema centrale, cosa accadrà dopo il voto? Sarà possibile avviare un progetto per un nuovo soggetto unitario che dia futuro alla sinistra tutta? Chi ne può essere protagonista? Si guardi al dopo voto quindi e si pensi a dare voce forte a chi potrà essere protagonista di questo obiettivo. Il compito inizia ora, prima del voto. Se dal voto le forze vocate a questa idea venissero mortificate il progetto non avrebbe futuro facile. Dal voto devono uscire forti le forze che vogliono una prospettiva chiaramente di sinistra perché si possano concretamente spostare gli orientamenti anche nei partiti attuali. In primo luogo il PD. Se svolgi una critica di sinistra e a sinistra che devi votare! L’alternativa al “male minore” non può essere il “tanto peggio, tanto meglio”. Conte non è il Melenchon italiano.

Donato Lamacchia