Democrazia

Reddito di cittadinanza e chiacchiere stupide. di J. Nannini

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Il reddito di cittadinanza avrà numerosi difetti nella formulazione legislativa e nella sua materiale applicazione amministrativa, ma il tono e i presupposti con cui lo si attacca alla radice non devono far parte della cultura di nessuno che si definisce socialista , democratico, di centro-sinistra…

Una democrazia compiuta non ha soltanto il compito di garantire il lavoro, le cui condizioni storiche sono mutate ( e chi lo nega non ha idea del Paese in cui vive), ma ha il dovere di evitare che che ogni essere umano, occupato disoccupato o inoccupabile, viva nella povertà e nella miseria.

Proposte di “mettere a lavorare chi prende i soldi e sta sto divano ” e tutta quella retorica cancerogena che ha attaccato anche una parte di sinistra parte da un latente sentimento : coltivare i sensi di colpa di chi è in difficoltà .

Per ogni “furbetto” che ruba il RDC ci sono 1000 famiglie che mettono il piatto in tavola e questo è un fallimento dell’apparato amministrativo, non dei percettori .

Infine un’ultima cosa , la più evidente e fastidiosa. Una riposta a chi si chiede se è giusto che un percettore di reddito di cittadinanza prenda solo 200 euro in meno ad un lavoratore che si rompe le ossa : ciò che è ingiusto non è prendere un sussidio senza far niente, ma che in questo Paese si lavori come bestie per 1000 euro al mese e senza tutele, con salari bloccati da 30 anni e un impoverimento disumano della classe lavoratrice e delle nuove generazioni

Alziamo i salari che sono da fame , non coltiviamo i sensi di colpa in un Paese sempre più povero in cui ogni minima forma di proprietà e benessere per chi è in difficoltà viene travolta da reazionarie pretese di economisti fasulli.

A sinistra , tra i socialisti e i democratici, abbiamo il dovere di combattere la povertà e alcune forme di ricchezza ingiusta, non il benessere di chi lavora e di chi è affamato .

Jacopo Nannini

Berlusconi al Quirinale. di M. Gambino

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Moltissimi anni fa, quando ero ancora giovane e ingenuamente convinto che svelare verità sui potenti servisse a qualcosa, scrissi insieme a Claudio Fracassi un libro che raccontava la vera storia della straordinaria cavalcata di Silvio Berlusconi, da figlio di un impiegato di banca a padrone del Paese. Lui ci querelò, noi portammo in tribunale i documenti che avevamo utilizzato per scrivere, i suoi avvocati li lessero e decisero che era meglio chiudere la faccenda. Dopo innumerevoli rinvii causati dalla mole dei suoi impegni, Silvio Berlusconi apparve in aula col suo codazzo di miracolati, si sperticò in lodi per i miei avvocati, fece il piacione con la cancelliera e poi lesse una lettera con cui ci dava atto di aver correttamente esercitato il nostro mestiere.

Nel libro scrivevamo che l’uomo più potente della nazione aveva investito denari mafiosi, pagava il pizzo ai clan, aveva un braccio destro che dava del tu ai boss, aveva ricevuto finanziamenti dalla P2, faceva scrivere leggi a suo uso e consumo da politici prezzolati e via discorrendo.

In qualunque altro grande Paese occidentale, in base alle leggi non scritte dell’etica, dell’onore personale e del gioco democratico, Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi un attimo dopo aver riconosciuto che non eravamo due pericolosi diffamatori ma due onesti giornalisti. Noi però eravamo in Italia.

Questa vecchia storia mi è tornata in mente perché si è ripetuta quasi uguale pochi giorni fa: la Cassazione ha definitivamente assolto altri due biografi di Berlusconi, il magistrato Luca Tescaroli e il giornalista Ferruccio Pinotti, dall’accusa di aver diffamato il cavaliere e la Fininvest. Nel loro libro, avevano scritto che a partire dal 1974, e per molti anni, le aziende del cavaliere avevano pagato una specie di contributo volontario periodico di 200 milioni di lire, prima a Bontade e poi a Riina.

Come nel caso della nostra assoluzione, la notizia è passata quasi sotto silenzio. Ancora una volta il fatto che l’uomo più potente d’Italia abbia intrattenuto rapporti di ottimo vicinato con gli assassini di Falcone e Borsellino non interessa allo stesso popolo che ogni anno si commuove, o immagina di farlo, agli anniversari di Falcone e Borsellino.

Pasolini sbagliava nel dire che l’Italia è un Paese senza memoria: al contrario, la maggioranza del Paese ha una memoria antica, strisciante e sorda; si specchia e si riconosce in chiunque incarni l’uomo di Macchiavelli, meglio ancora se nella simpatica versione portata al cinema da Alberto Sordi; il nostro eroe non è chi rispetta le leggi o le fa osservare, ma chi le elude o le infrange, a patto che non si faccia beccare. Stiamo con i disonesti, purché siano anche furbi. Se poi sono anche simpatici, come Berlusconi, è un trionfo. Per questo abbiamo avuto per sette volte come presidente del Consiglio uno che brigava con la mafia e per questo, tutto sommato, Berlusconi al Quirinale rappresenterebbe plasticamente il Paese che siamo.

Michele Gambino

Fascisti sulla Terra. di G. Polo

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Sono partiti in duemila da piazza del Popolo a Corso d’Italia. Camminando con calma, in corteo, alla testa Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i capi di Forza Nuova. Fascisti pregiudicati. Nessuno li ha fermati. In mezz’ora sono arrivati alla sede nazionale della Cgil – passando accanto a un paio di blindati delle forze dell’ordine – hanno sfondato le porte del sindacato, iniziando a rompere tutto. Un manipolo di carabinieri li guardava, lasciando fare. Coerenti con il motto del “noi tireremo dritto” hanno imboccato il corridoio di fronte all’ingresso, sono entrati nelle stanze dei redattori della casa editrice sindacale e hanno fatto l’unica cosa che sanno fare e che hanno sempre fatto, cent’anni fa come oggi: sfasciare ogni cosa, computer e scaffali, libri e quadri, scrivanie e sedie, trasformando il lavoro in macerie. Dalla Questura, nessuna reazione. Qualcuno è salito al quarto piano, voleva bruciare la porta dell’ufficio di Maurizio Landini. Un poliziotto infiltrato tra loro li ha convinti a lasciar perdere. Dopo quaranta minuti sono usciti, imboccando la strada per Palazzo Chigi con l’intenzione di farne una romana Capitol Hill. Lì sono stati fermati. A fatica, con i Palazzi del potere sotto assedio. Dicono che il centro della città era troppo intasato per permettere alla polizia d’intervenire rapidamente. Loro, invece, si sono mossi senza problemi. E nemmeno correndo, per ore. Forse Salvini qualche eredità al Viminale l’ha lasciata. Gridavano “libertà, libertà”, ed erano migliaia. I fascisti in testa, gli altri dietro. Gli “altri” chi? “Noi siamo il popolo”, scandivano. E certamente un pezzo di popolo sono. Quello che concepisce la libertà come una proprietà personale, di cui non deve rispondere a nessuno; soprattutto, di chi non la coniuga con la responsabilità, con il dovere di vivere insieme agli altri: “mi faccio gli affari miei”, nessuna interferenza. Egoismo assoluto. Radicato nella storia italiana dei sudditi mai cittadini, stimolato dal plebiscitarismo, eccitato dal sospetto per tutto ciò che è estraneo o che turba la “comunità degli atomi solitari”, un forestiero come un vaccino. La natura profonda della destra. In “basso” è la paura di perdersi negli altri cui si reagisce cercando di spaventare tutti gli altri. In “alto” è la demagogia populista o lo squadrismo fascista che trovano consenso e rappresentanza. In “mezzo” il lavoro come luogo dello scontro, perché è lì che si definisce la cittadinanza, anche dei tanti lavoratori che non si vogliono vaccinare.Ed è su questo che ci si batte, su questo si gioca la Costituzione, materiale e formale. Non un retorico dibattito sui “nostalgici”: la discrimine non è essere figli o meno del Ventennio, il punto di demarcazione è il fascismo di oggi. Quello in idee e azioni, in carne e ossa.

Gabriele Polo

pubblicato su Ytali.com

Riflessioni sul voto. di A. Benzoni

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In Francia, alle regionali della scorsa primavera, ha votato il 33% degli elettori. Lì, il disfacimento del sistema dei partiti e, in particolare, lo spappolamento dello schieramento di sinistra, è giunto ai suoi livelli più estremi. Alle presidenziali, invece, la partecipazione sarà intorno all’80%. Lì la personalizzazione della politica, con il Prescelto che fa e disfa e “decide tutto lui” è giunta ai suoi livelli più estremi.

In Germania, alle ultime politiche, ha votato il 77%. Più o meno come cinque anni fa. Lì le istituzioni, partiti compresi, funzionano; così come funzionano in molti altri paesi d’Europa occidentale con un tasso abbastanza simile di partecipazione elettorale. E lì, per inciso, esistono i partiti socialdemocratici, dati da tutti per morti.

In Italia, alle politiche di tre anni fa, ci fu una partecipazione del 70/75%%; il 55/60% di quel voto dato a tre formazioni populiste e variamente antisistema, i 5S, la Lega di Salvini e Fd’I. Oggi, siamo scesi, su di un campione più ristretto, al 55% di cui questi tre partiti rappresentano tra il 30 e il 40%.

Questo per corroborare con qualche dato, quello che dovrebbe essere politicamente evidente a un primo esame. E cioè che il calo della partecipazione è dovuto, essenzialmente, alla trasformazione del voto di protesta in non voto. Liberi voi di valutare se questo sia un fatto positivo oppure no.

Ciò detto l’elettorato si è spaccato a metà e sulla base di criteri, diciamo così, utilitaristici. Chi si attendeva qualcosa dal “sistema” (aggiungendo, nel caso fosse ancora necessario dirlo, che in questa attesa non c’era nulla di ideologico) ha votato; chi non s’attendeva nulla, si è astenuto. Salvo a ricredersi (non si tratta di un abbandono definitivo a differenza di quello che accade negli Stati uniti) in presenza di una offerta nuova e più appetibile.

Il passaggio all’astensione, così come l’orientamento di quelli che hanno votato, riflette peraltro un mutamento radicale della psicologia collettiva.

In primo luogo, si sono smorzate le indignazioni, le paure e, con esse, le pulsioni eversive, con la relativa carica di odio. A tutto danno di un centro-destra che aveva continuato ad alimentarle giocando quasi tutte le sue carte sul fallimento delle politiche sanitarie ed economiche dei governi; per essere regolarmente smentito dai fatti. Dimenticandosi, per inciso, che quello che era in grado di ferire Giuseppi sarebbe regolarmente rimbalzato sulla corazza di Draghi.

A prevalere, calata la grande febbre, la richiesta di tutela e di protezione; e, ad accoglierla, papà Pd, da sempre attrezzato alla bisogna.

A favorire la sua indiscutibile vittoria, altri due elementi: il crollo del “fattore identità”; e, accanto ad esso, la presenza ormai costante di sistemi elettorali che esaltano il ruolo dell’individuo rispetto alla collettività e, nel contempo spingono, addirittura sin dal primo turno (come in questo caso), a premiare il “voto utile” rispetto a quello di opinione e, in particolare, a quello di appartenenza.

A passare all’incasso, appunto, il Pd di Letta. Che, da una parte, fa il vuoto accanto a sé cannibalizzando completamente le forze alla sua sinistra, ridotte ad una subalternità senza principi o rinchiuse in un identitarismo delirante; e, dall’altra, incassa il voto utile; in nome, peraltro, del “meno peggio” e senza sforzarsi più di tanto per diventare migliore.

I successi senza fatica hanno, peraltro, una controindicazione grave: la tendenza all’autocompiacimento; la rinuncia a pensare; l’istintiva autocensura nei confronti di qualsiasi iniziativa sgradita ad un “sistema” di cui si adottano, magari inconsciamente, tutti i tabù.

Carenze ritenute irrilevanti in un contesto di apparente unanimismo sulle questioni fondamentali (e, in questo senso, perfettamente rappresentato dalla figura di Draghi); ma che diverranno fatale elemento di debolezza quando si tratterà di decidere chi deve pagare i costi della crisi e della fuoruscita dalla medesima. E, nel contempo, stabilire se le esigenze della collettività su questioni vitali come l’ambiente o il lavoro debbano, o no, fare premio su quelle di “lorsignori”, leggi del potere costituito.

A quel punto i casi saranno due: o saremo in presenza di un grande movimento di popolo e di cittadini che risveglierà il Pd dal suo sonno beato e assisteremo alla nascita di un grande partito socialdemocratico; o la disfatta della sinistra e, con essa, della democrazia ci sarà. E sarà definitiva.

Alberto Benzoni

Il caos regna a Berlino e getta sull’Europa un’ombra cupa. di A. Angeli

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II giorno dopo il voto i display che riproducono i risultati illuminano una Berlino che si appresta a salutare i 16 anni di potere della Merkel. Non domani, poiché il risultato del voto proietta sulla società politica Tedesca una situazione caotica, di difficile composizione fino a indurre a pensare che prima di dicembre non sarà possibile formare un governo. Infatti, nessun partito ha superato il 26% dei voti e il divario tra i due maggiori partiti premiati dal voto, SPD e CDU/CSU risulta minimo, pochi decimali. Le altre forze politiche, i verdi (GRUNE) e i liberali (FDP) seguono con risultati appaganti ma non corrispondenti alle attese, più lontani quelli di Die Linke. Nel frattempo, la Merkel continuerà a governare. Insomma, un risultato che ha sorpreso e rimescolato i pronostici di molti osservatori. Fin dall’inizio della campagna i verdi e l’unione cristiano-democratica sono stati i favoriti, rivelandosi nel corso della campagna una valutazione sbagliata, poiché i candidati dei due partiti non sono riusciti a convincere gli elettori di essere degni della fiducia richiesta agli elettori. Invero, anche il Partito socialdemocratico, guidato da Olaf Scholz, ha tradito le aspettative che via via sono andate crescendo fino ad aumentare la stima dell’elettorato. Con il risultato del voto è svanito anche questo obiettivo.

Un successo della SpD poteva rappresentare un ottimo risultato sia per i Tedeschi sia per l’Europa. La Germania si trova ora di fronte a una serie di sfide urgenti, crescenti disuguaglianze, infrastrutture fatiscenti e cambiamenti climatici distruttivi. Per questo le elezioni rappresentavano quindi un’opportunità per il paese di tracciare un corso migliore e più equo per il 21° secolo. Invece, il risultato consegna al presente una Germania bloccata, nonostante il lavoro pragmatico della Merkel: attenta, cauta, avversa a grandi cambiamenti , e purtuttavia non pienamente rispondente al compito di guidare un grane Paese con una rilevante responsabilità nell’ordine mondiale del 21° secolo. Eppure, non sono mancate nei candidati alla cancelleria plateali recite di avvicinamento al metodo Merkel, rivelatesi mimesi contraffatte e per niente riconducibili alla serietà del metodo e del prestigio dell’esempio che si stava copiando. Annalena Baerbock, la leader dei Verdi, ha cercato di coltivare un’immagine di rigore e competenza, imitando la Merkel. Incolpata di uno scandalo di plagio, e forse ritenuta dagli elettori senza esperienza di governo, presto ha perso l’appeal e il suo primo vantaggio nella campagna ed è finita portando il suo partito a solo il 14% dei voti. Anche Armin Laschet, successore della Merkel alla guida della Democrazia Cristiana, ha tentato di rappresentare un’aura di competenza ed efficienza. Ma lo sforzo è stato minato da una campagna irregolare e disseminata di errori, incapsulata dalle sue battute sorde durante una visita alle vittime delle inondazioni in estate. Nel condurre il partito al 24 per cento, ha presieduto a una performance storicamente scadente. Tuttavia, cercherà ancora di mettere insieme una coalizione. Poi c’è Scholz. Pur candidato per il Partito socialdemocratico, ha fatto ogni sforzo per associarsi al metodo Merkel, proponendosi, piuttosto che con Laschet, come vera opzione di continuità. Come vice cancelliere e ministro delle finanze nell’amministrazione della signora Merkel, la manovra è stata facile: ha persino adottato il gesto della mano del “triangolo del potere” tipico della signora Merkel. Ha funzionato, fino a un certo punto. Ma il quasi 26 per cento conquistao dal suo partito non è sufficiente per assicurare a Scholz la carica di cancelliere.

A prima vista la convergenza tra i candidati, aspiranti alla Cancelleria, rende il quadro politico difficile . Dopo 16 anni di governo della signora Merkel, il paese si è stabilizzato in uno status quo apparentemente incrollabile: ma economicamente, socialmente ed ecologicamente, c’è molto da cambiare. L’economica Tedesca è fatta di esportazione orientata al commercio internazionale e può vantare con un consistente settore manifatturiero. La Germania premia soprattutto la stabilità monetaria. Tutto ciò che potrebbe influenzare la competitività internazionale del Paese è escluso in via pregiudiziale e stragiudiziale. Inoltre, il freno all’indebitamento, una legge cementata nella costituzione nel 2009 che vieta i deficit di bilancio, pone un duro limite a ciò che è possibile: ci sarà poco spazio per un programma di investimenti finanziato dal debito o per grandi spese infrastrutturali. In questo contesto, nessuna ristrutturazione fondamentale dell’economia sembra fattibile. Apparentemente, l’economia ha successo. Ma i guadagni economici non sono stati ampiamente condivisi e equamente distribuiti, tanto che la disuguaglianza della ricchezza è aumentata – l’1% più ricco possiede quasi un quarto di tutta la ricchezza – e la Germania ha uno dei più grandi settori a basso salario tra le nazioni nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Circa un lavoratore su cinque, quasi otto milioni di persone, guadagna meno di 11,40 euro, per ogni ora di lavoro. Il malcontento sociale, di conseguenza, è in aumento. C’è stato un notevole rinnovamento degli scioperi negli ultimi 10 anni e il termine “società di classe”, precedentemente bandito, è tornato nel dibattito pubblico. La rabbia più amorfa, che trova espressione a sostegno dell’estrema destra Alternativa per la Germania e delle teorie del complotto anti-vaccinazione, si è diffusa nella società. Ci vorrebbero cambiamenti profondi per affrontare alle radici le difficoltà in cui si trova oggi la Germania. In più, se indirizziamo la nostra attenzione ai risultati del voto e agli uomini chiamati a governare questi passaggi, nessuno dei maggiori partiti sembra in grado di assumersi l’incarico.

Anche sul fronte della lotta alla crisi climatica è improbabile un approccio ambizioso per quanto riguarda una politica di transizione climatica. Prescindendo dalle difficoltà a mettere insieme una coalizione e scontata una improbabile intesa per una colazione nella quale comunque i verdi saranno sicuramente presenti e quindi anche il loro impegno a “rendere possibile l’impossibile”, la presenza dei Liberal Democratici – un partito di liberali classici e imprenditori per i quali il mercato e le nuove tecnologie dovrebbero risolvere la crisi climatica, non lo Stato – metterà un forte freno a una politica di svolta nella lotta alla crisi climatica. Ma superato eventualmente questo scalino delle difficoltà sullo sfondo permangono molteplici crisi e scalini da salire. La pandemia continua a mettere a dura prova il Paese, la NATO ha subito una storica sconfitta in Afghanistan e le inondazioni di quest’estate prodotte dai cambiamenti climatici hanno devastato vaste aree di quel Paese causando quasi 200 vittime. Sullo sfondo poi pesano i temi della politica internazionale: dai rapporti difficili con gli USA, specie dopo l’Afghanistan, la costruzione di una forza militare tutta europea come risposta a questa crisi, dal gasdotto Russo ai problemi dell’Africa e dei migranti, senza ignorare i difficili e controversi rapporti con la Turchia. Individualmente, ogni problema ha un risvolto significativo. Presi insieme, equivalgono a un grande e complesso mondo su cui la Germania esercita una sua influenza e svolge un suo ruolo di potenza. Poi c’è il momento europeo, dove è attesa e richiesta una leadership decisa, audacie e innovativa. Tutto il resto è un’attesa, una speranza. Una scommessa.

Alberto Angeli

È iniziata l’offensiva contro il welfare sanitario universalistico? di P. P. Caserta

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Un senatore di Forza Italia ha proposto, in caso di obbligo vaccinale contro il covid, di escludere i non vaccinati dalle cure del SSN. Una boutade senza conseguenze? Non ne sarei sicuro.

Del resto la caccia alle streghe è ufficialmente iniziata e ora si può cavalcare il vento. La guerra tra vaccinati e non vaccinati serve a preparare il terreno proprio per questa roba qui, a far passare l’attacco al welfare sanitario universalistico dopo aver aizzato le folle contro i non vaccinati. Lo si era fin troppo facilmente previsto, scrivendolo anche qui. Avanti così ed è chiarissimo dove sto: dalla parte della difesa del welfare universalistico contro ogni eventuale offensiva condotta con il pretesto della pandemia.

I “no-vax” sono utili a dirottare l’attenzione non una volta ma ben due: a ritroso, dai pluridecennali tagli alla sanità pubblica che hanno accresciuto l’impatto e la letalità della pandemia; e in avanti, per giustificare la prosecuzione e anzi l’inasprimento delle stesse ricette. Ovviamente, nel più breve termine, è già pronto il capro espiatorio per il prossimo lockdown: la colpa non sarà di quello che non si è fatto per affrontare i nodi strutturali (si veda il caso della scuola: classi sovraffollate, ricerca di spazi e di aule, trasporti), ma dei non vaccinati bollati con lo stigma del no-vax.

Dopo decenni di tagli alla sanità pubblica è iniziata l’offensiva contro il welfare sanitario universalistico?

Pier Paolo Caserta

L’Afghanistan, una dura lezione per l’arroganza occidentale. di A. Angeli

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Il 15 agosto del 1971, con una dichiarazione del Presidente USA Richard Nixon finì il regime dei cambi fissi di Bretton Woods  mettendo fine alla convertibilità del dollaro in oro. 15 agosto 2021 Kabul viene occupata dai Talebani costringendo ad una fuga umiliante Ashraf Ghani Presidente dell’Afghanistan e quanto rimaneva delle rappresentanze delle forze di occupazione internazionali. Mentre i civili, gli addetti alle ambasciate e quanti hanno collaborato con le forze occidentali, le ONG, e i rappresentanti dei media vivono un avvilente e struggente situazione in attesa di potersi imbarcare su un aereo per la fuga da un Paese ormai nelle mani dei nemici giurati: i Talebani. Qualcuno si chiederà: ma sono due avvenimenti distinti e distanti? La lezione della storia è molto chiara: gli americani non sono fatti per occupare i paesi feudali  di mezzo mondo, come non erano nella condizione di rispettare gli accordi Bretton Woods e  decise di uccidere il sistema dei cambi fissi decidendo di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Anche gli inglesi molto tempo fa dovettero affrontare la follia dell’invasione dei paesi sotto sviluppati, correva l’anno 1842 quando circa 17.000 soldati, mogli e servitori dell’esercito britannico e indiano furono uccisi mentre cercavano di ritirarsi attraverso le montagne innevate verso Jalalabad.

L’idea che i Paesi occidentali,  con la loro rappresentanza di super potenza, cioè gli USA, avrebbero trasformato l’Iraq e l’Afghanistan in una democrazia jeffersoniana si è rilevato un arrogante errore di calcolo, guidato da macho hybris, non dalla sicurezza nazionale. Se per puro caso della storia gli americani e i suoi soci internazionali avessero potuto rimanere in Afghanistan per un secolo – mantenendo in vita i burattini corrotti e ladroni, dando ascolto ai generali USA e ai comandanti dei 300.000 mila soldati Afghani scioltisi come la neve al sole, che hanno sempre mentito impegnando e sprecando trilioni –  beh da oggi non potranno più farlo. Intanto è prioritario impegnare tutti i mezzi necessari per non lasciare le decine di migliaia di afghani che ci hanno aiutato alla tenera misericordia dei talebani. E dare ascolto al rapporto delle Nazioni Unite che ci ricorda il vero volto dei talebani, che stanno dando la caccia a quanti hanno  lavoravato con l’America o la NATO, così come le loro famiglie, e minacciano di ucciderle.

Oggi scopriamo ( invero, lo avevamo già scoperto con Saigon, prima ancora con la Corea ) che il più grande esercito della terra dipende dalla “diplomazia  e dal dialogo aperto con i talebani”,, per salvare le persone che hanno rischiato la vita per gli USA e la NATO.  Non hanno ispirato fiducia  quanti si sono alternati nelle conferenze stampa da Biden alla Merkel, da Di Maio a Johson e gli altri soci,  che sono andate  in onda anche quando alcuni afgani dell’esercito hanno lasciato il loro paese a bordo di aerei americani e i talebani hanno sequestrato armi, elicotteri e camion americani lasciati in dono dall’esercito americano in fuga. Donald Trump avrebbe potuto rendere ( pretendere ) il passaggio più sicuro e ordinato  con quanto da lui negoziato. Il suo “accordo di resa” del 2020, come lo ha definito il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale HR McMaster in un’intervista con Bari Weiss, nascondeva proprio questa umiliante fuga di una grande potenza. Eppure, nei lunghi quattro anni di Presidenza abbiamo scoperto come Trump sia un terribile negoziatore. Biden avrebbe potuto muoversi con più competenza e dire ai talebani che non stava rispettando l’accordo fatalmente imperfetto di Trump e rinegoziarlo per evitare questa disgraziata improvvidenza che travolge la vita di migliaia di famiglie e di giovani Afghani. Ma  sia Trump che Biden erano così impazienti di andarsene, che i loro pasticci si sono fusi in una burocrazia strangolante.

Il Dipartimento di Stato ha indugiato per mesi nell’ottenere i visti per gli alleati afghani e, mentre i talebani occupavano città, paesi e capoluoghi di provincia, ha trascurato la pianificazione di emergenza per una possibile evacuazione. Tuttavia, fa rabbia assistere alle parate dei nostri politici responsabili in qualche modo di questo disastro, che si pavoneggiano davanti alle telecamere, o ascoltare i conduttori dei talk show  italiani o di altri paesi che ci “spiegano” i fatti e interpretano ciò che ognuno di noi, se non prevenuto o cieco è in grado di vedere, commentare e giudicare; e questo avviene ormai da oltre 20 anni, dall’Iraq all’Afghanistan. Eppure, ognuno di noi avrebbe dovuto immaginare che un 15 agosto prima o poi sarebbe venuto e che la storia, come ci invita a ricordare Marx, si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

Alberto Angeli

Un esempio storico per costruire un mondo civile e giusto. di A. Angeli

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Le avventure di Conte, ovvero del Barone di Munchausen. di Alberto Angeli

Erodoto, Senofonte, Platone e tanti altri si sono cimentati nel corso del periodo dell’antichità classica ad esplorare e trattare gli aspetti sociali riguardanti l’amore tra persone dello stesso sesso. Tra queste, nelle terre elleniche, la forma più diffusa dei rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso era prevalentemente quella tra adolescenti e adulti, che in quel periodo era indicato come pederastia. Dalla lettura dei testi scopriamo che i greci non concepivano l’orientamento sessuale come un identificatore sociale, questo era dovuto al fatto che la società greca non era interessata a distinguere il comportamento sociale dal sesso in cui erano coinvolti i partecipanti, limitandosi a considerare solo il ruolo che ciascuno dei partecipanti assumeva nel rapporto e nell’atto sessuale, indicandoli come passivo o attivo. Si sa con ampiezza di analisi che tali rapporti erano considerati in contrasto con le rigide convenzioni sociali che con tali atti erano violate. Dalle letture dei pensatori dell’epoca non si trovano elementi per valutare come fossero considerati i rapporti sessuali fra le donne e quale fosse il giudizio della società su tale comportamento, soprattutto se si tiene conto di quanto scritto in materia dalla poetessa di Lesbo, Saffo.

Nello scorrere dei secoli, dopo i greci, dei romani e poi dal medio evo e, superando il periodo della modernità fino alle soglie del XXI secolo, anche a causa di una forte ingerenza religiosa nell’orientamento culturale e sociale sulla formazione delle leggi riguardanti appunto i comportamenti considerati innaturali e offensivi della cultura e delle leggi allora in vigore, gli orientamenti omosessuali, transessuali, donne e disabili si palesano come atti criminali e quindi condannabili.

In questo 1°/4 del XXI secolo in molti paesi che fondano la loro cultura su principi di laicità dello stato e su un sistema democratico/ parlamentare, dello svolgimento della vita politica e istituzionale, si colgono significativi cambiamenti e l’adozione di conseguenti provvedimenti di sostegno a LGBT+, compreso il riconoscimento giuridico del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Anche da noi, in Italia, la questione dell’orientamento sessuale e dei rapporti tra persone dello stesso sesso è al centro di un difficile scontro di natura culturale, in cui centrale è la ragione di coloro che si battono contro ogni criminalizzazione dell’omofobia. Per raggiungere questo obiettivo è stato predisposto un Ddl da parte del parlamentare On. Alessandro Zan in corso di approvazione al senato della Repubblica, avendo ricevuto già il voto positivo della Camera. L’opposizione della destra, alla quale si è associata IV di Renzi, rende il percorso del Ddl difficile e, a seconda del risultato, con possibili riflessi negativi sulla maggioranza di governo che sostiene Draghi.

Purtroppo, coloro che si battono contro una legge necessaria per introdurre nel nostro sistema diritti inalienabili e sanzioni contro l’omotransfobia e la misoginia, sono la continuità storica di una cultura fascista, autoritaria e una concezione della superiorità razziale, una retrocultura da fa valere contro i più deboli. Merita al proposito ricordare un evento di forte interesse culturale, poiché coinvolge una donna omossessuale. Si tratta di un libro, uscito nel 1925, in cui si dà voce alle lesbiche. L’autrice si chiamava Eve Adams pseudonimo del nome Evelyn Addams, e il suo libro “Lesbian Love”. L’autrice, considerata all’epoca indecente, nata ebrea, trova la sua fine nel Passenger 847 su Transport 63 to Auschwitz.

Il libro, “Lesbian Love”, è una raccolta di racconti e illustrazioni pubblicato nel febbraio 1925. Esplora i risvegli sessuali e la natura che sfida il genere di diverse dozzine di donne di diversa collocazione sociali che Adams aveva incontrato in Greenwich Village e nei suoi viaggi, come commessa itinerante di periodici multilingue rivoluzionari. Ha cambiato i nomi dei suoi personaggi per proteggere le loro identità.

Negli anni ’20, Adams gestiva una sala da tè per lesbiche e un ritrovo letterario nel seminterrato di 129 Macdougal Street nel Greenwich Village. All’epoca, libri come quello della Adams erano considerati indecenti e bruciati . Le sue 150 copie stampate di “Lesbian Love” sono scomparse. Nel tempo il suo lavoro svanì dalla memoria. Suo fratello più giovane, Yerachmiel Zahavy, perse le sue tracce durante la seconda guerra mondiale. Ha inviato lettere alla Croce Rossa chiedendo dove si trovasse, ma sono state restituite senza risposta. In seguito cercò lei e altri membri della famiglia in Israele e negli Stati Uniti, ma senza successo. Sul letto di morte nel 1983, Yerachmiel chiese a suo nipote Eran Zahavy, allora 18enne, di continuare le ricerche. “Devi cercare Chawa”, disse, usando il nome di nascita di Adams. Quello che non sapeva era che sua sorella era stata catturata e mandata nel campo di concentramento di Auschwitz nella Polonia occupata dai nazisti. Il giovane Zahavy mantenendo fede alla richiesta di suo nonno si mise a fare ricerche. Attraverso un contatto con un drammaturgo che aveva scritto pezzi teatrali su Adams, riuscì a ricostruire la vita della lontana parente.

Secondo le cronache Chawa Zloczower è nata il 27 giugno 1891 a Mlawa, in Polonia. Piena di voglia di viaggiare, da giovane si imbarcò sulla SS Vaderland ad Anversa, in Belgio, e, all’età di 20 anni, arrivò da sola a Ellis Island a New York il 4 giugno 1912. Parlava sette lingue, incluso l’ebraico, e scrisse in una lettera a un amico che si sentiva completamente a casa e da nessuna parte. “In tutto il mondo, sono una straniera”, scrisse, “e nel paese in cui sono nata, sono ebrea”. Presto assunse la traduzione inglese del suo nome, Eve. E appoggiandosi a quella che il suo biografo, Jonathan Ned Katz , ha descritto come “la sua persona androgena”, ha combinato “un po’ di Eva, un po’ di Adamo” per un nome più adatto a lei. Preferendo i vestiti da uomo e la compagnia delle donne, Adams ha vissuto la sua vita con audacia in un momento in cui il mondo considerava che l’unico modo decente di viverlo era tenerlo a porte chiuse. Tra i suoi amici annoverava gli anarchici e rivoluzionari Emma Goldman e Alexander Berkman , nonché l’autore di rottura dei tabù Henry Miller .

Il governo degli Stati Uniti considerava Adams un “agitatrice”. Si mosse l’FBI guidata da J. Edgar Hoover , la “Divisione radicale” dell’agenzia, che l’accusa di spionaggio. Fu arrestata nel 1927 da un agente di polizia sotto copertura , Margaret M. Leonard , che era entrata nell’Hangout di Eve e aveva ottenuto una copia di “Lesbian Love”. Il libro fu ritenuto indecente e Adams è stata trattenuta con diverse accuse, tra cui per manifesta condotta disordinata. Fu condannata e trascorse 18 mesi in prigione prima di essere deportata in Polonia il 7 dicembre 1927. Nel 1934 si trasferisce a Parigi, dove, nei caffè, vende libri proibiti, tra cui “Tropic of Cancer” di Henry Miller. Nel giugno 1940, mentre le truppe tedesche si avvicinavano a Parigi, lei fugge nel sud della Francia dove aiuta la Resistenza. Viene arrestata mentre viveva a Nizza e trasporta nel campo di internamento di Drancy a Parigi nel dicembre 1943. Trasferita ad Auschwitz nel 1945, come è stato rilevato dai registri del campo di prigionia, è sottoposta alla doccia con altri 850 ebrei. Una strada nel 18° arrondissement di Parigi, sulla riva destra vicino a Porte de La Chapelle, porta ora il suo nome, celebrando il suo contributo alla città come “attivista pioniera per i diritti delle donne”. Anche una scuola e un asilo sono intitolati a lei, e per questo autunno è prevista una cerimonia di inaugurazione che coinvolge le ambasciate polacca e americana.

Alberto Angeli

2 Giugno 1946: dalla Monarchia costituzionale alla Repubblica. di U. Signorelli

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2 giugno. Viva la Repubblica, grazie Nenni! - Avanti

Il 2 Giugno è la festa della Repubblica, l’atto fondativo, che lo stesso popolo italiano ha decretato con il proprio voto nel referendum istituzionale del 1946.

Il vero dramma è che molti lo ignorino e che non si senta in maniera diffusa e unitaria il desiderio di festeggiare.

Osservo solo l’accettazione fredda di una festa del tutto svuotata di senso, snaturata dai soliti rituali ufficiali: parate militari, evoluzioni di frecce tricolori alla presenza delle massime autorità dello Stato.

Una Repubblica nata dalla Resistenza, fondata su una Costituzione che “ripudia” la guerra noi non la festeggiamo con i fuochi pirotecnici, i balli in piazza e i pranzi collettivi come fanno gli americani il 4 Luglio e i francesi il 14.

Assistiamo ai tentativi costanti di tutte le destre di cancellare il 25 Aprile, che ci ricorda la vittoria sul nazifascismo, come la festa intestata all’Anpi, così come il Primo Maggio sarebbe appannaggio dei sindacati, ma perché il 2 Giugno non è sentito come la festa della libertà e della democrazia?

La Repubblica è nata dopo una guerra anche civile, in cui gli italiani si sono venuti a trovare su due fronti contrapposti e la barricata non è stata abbattuta del tutto.

La nascita di una nazione è importante per il suo sviluppo successivo come quella di un bambino. Il 2 Giugno 1946 è nata la Repubblica italiana, un po’ “in sordina, senza gesti giacobini, senza rappresaglie e senza comitati di salute pubblica: Repubblica in prosa e a lumi spenti”, così Calamandrei; gli italiani hanno dato “scacco al re”in modo civile e composto: una grande prova di maturità politica e di resistenza morale, dopo 20 anni di fascismo e 3 di guerra; la penisola trasformata in un enorme campo di battaglia in cui tutta la popolazione venne coinvolta, con sofferenze e patimenti, mai prima di allora conosciuti. Una situazione che ha messo a rischio la stessa unità nazionale. Unità che la Resistenza riesce a ricomporre solo in parte, maggiormente dove spira il “vento del nord”, mentre il “regno del Sud”, liberato dagli alleati vede il riorganizzarsi dei tradizionali gruppi dominanti, fermi al potere con il beneplacito degli alleati. Un’Italia divisa geograficamente, che rischia di sfasciarsi insieme alla sconfitta della guerra fascista e che dal giugno del ’45 è guidata da un uomo integerrimo: Ferruccio Parri, messo però nella più assoluta impossibilità di agire dal ferreo controllo alleato che è responsabile in primis della mancata epurazione delle più alte sfere dello Stato e della burocrazia. Per i partiti antifascisti una reale possibilità di rinnovamento è la Costituente e la vittoria della Repubblica al Referendum istituzionale.

Anche i cattolici votano per la Repubblica, ma ben 6 degli 8 milioni di voti democristiani vanno alla monarchia; certo l’atteggiamento di De Gasperi non è adamantino, da politico avveduto lascia libertà di coscienza al proprio elettorato, ben consapevole che se la Chiesa non prende una posizione pubblica netta, è però filomonarchica tanto da ritardare il rientro in Italia di don Sturzo, sincero repubblicano. La Dc è inoltre una convinta sostenitrice del voto alle donne, in quanto le reputa maggiormente influenzabili dalla Chiesa. La monarchia sabauda, anche in questo frangente, gioca sporco, ben salda sul trono, cerca di rimandare la prova elettorale per riconquistare consenso, ben sostenuta dai partiti di destra: liberali, monarchici e fascisti, che rifanno capolino e in seguito ingrossano le fila de L’uomo qualunque di Giannini.

Anche Togliatti con la solita ambiguità e doppiezza, lascia la libertà di coscienza al proprio elettorato nella paura di perdere parte del proprio elettorato popolare, seguendo anche le direttive di Mosca che in accordo con gli alleati lasciano indeterminata la questione della monarchia.

I Socialisti sono gli unici che fanno una fortissima campagna elettorale per la Repubblica, senza se e senza ma, e Pietro Nenni con lo slogan “La Repubblica o il caos” ne è l’emblema, il vero Padre della Repubblica che si riallaccia al filo rosso socialista del Risorgimento e della Resistenza.

La fotografia lo coglie nell’ultimo infiammato appello radio per la Repubblica.

Il profilo severo di donna turrita, inserito nella scheda del referendum sulla forma istituzionale dello Stato dai fautori della Repubblica, è un’immagine classica, l’unica immagine che riescono a proporre i partiti che portano avanti la battaglia per la Repubblica.

Casa Savoia ripropone lo stemma monarchico. Una monarchia che ricorre al ridicolo del re di Maggio, ultima carta da giocare visto che ormai non si può più rimandare, mentre avrebbero dovuto, con dignità, allontanarsi dall’Italia, che hanno loro sì portato nel baratro del fascismo, della guerra e della distruzione, non solo non fanno alcun passo indietro, ma con il supporto delle gerarchie cattoliche, conducono una campagna referendaria serrata, accusando poi i fautori della Repubblica di “brogli”elettorali.

La Repubblica si e’ poi presa la sua rivincita e l’immagine di una donna giovane e bella ne è diventata la rappresentazione.

La giovane donna sorridente che alza sulla propria testa la prima pagina del Corriere della Sera in cui campeggia la scritta “è nata la Repubblica italiana” e’ pubblicata dal settimanale Il Tempo il giorno della proclamazione della Repubblica. Una foto scattata da Federico Patellani.

L’avere ignorato per 70 anni l’identità di questa donna ha reso più facile farla diventare l’icona di tutte le donne e delle loro lotte, ma, grazie ad un “crowdsourcing intorno a un sorriso”, quel bellissimo volto ha un nome e un cognome: Anna Iberti, che all’epoca aveva 24 anni e lavorava al giornale Socialista l’Avanti.

La nostra Repubblica nasce tra luci ed ombre, per questo dovremmo festeggiarla tutti nel segno dell’unità, della democrazia e della libertà.

Buon settantacinquesimo anno Repubblica Italiana!

Ulisse Signorelli

Uomo e Natura di D. Lamacchia

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“Gli esseri viventi infatti rappresentano un sistema chiuso: essi sono caratterizzati dall'”invarianza” e dalla “teleonomia” cioè dalla capacità di trasmettere la propria struttura genetica alle generazioni successive. Quando si verifica una mutazione questa è da ascrivere non ad un’impossibile interazione con l’ambiente ma piuttosto con eventi casuali verificatisi al suo interno:
«Gli eventi iniziali elementari, che schiudono la via dell’evoluzione ai sistemi profondamente conservatori rappresentati dagli esseri viventi sono microscopici, fortuiti e senza alcun rapporto con gli effetti che possono produrre nelle funzioni teleonomiche.»

Tuttavia, dal momento in cui la modifica nella struttura del DNA si è verificata, una volta avvenuta la mutazione «l’avvenimento singolare, e in quanto tale essenzialmente imprevedibile, verrà automaticamente e fedelmente replicato e tradotto, cioè contemporaneamente moltiplicato e trasposto in milioni o miliardi di esemplari. Uscito dall’ambito del puro caso, esso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni. La selezione opera in effetti in scala macroscopica, cioè a livello dell’organismo.» “Citazione da “Caso e Necessità” di J. Monod.

La Natura non è altro che un sistema in evoluzione sottoposto alla legge della dialettica fra “caso” e “necessità”. Cioè un evento si verifica per caso (si verifica però in quanto ci sono le condizioni perchè si possa verificare) e poi procede per via “necessaria” cioè condizionato dall’ambiente in direzione determinata. Se ci sono le condizioni esso si replica e si diffonde. Così si spiega la selezione darwiniana e il perchè delle estinzioni di alcune specie e della evoluzione di alcune altre.

Non così per l’uomo! L’uomo possiede quella particolare proprietà che è la coscienza e con essa il pensiero. Il pensiero ha generato il linguaggio. Il linguaggio serve a decrivere e comunicare il pensiero. Il pensiero e il linguaggio altro non sono che astrazioni, cioè modelli rappresentativi della realtà che egli intente comunicare…e trasformare. In quanto modelli essi non sono perfetti, non possono mai totalmente rappresentare la realtà. L’idea di bicchiere non rappresenta ogni tipo di bicchiere ma è un’idea approssimata. Sono necessarie altre specificazioni se sivuole indicare uno specifico bicchiere: da acqua, a calice, di vetro o plastica, ecc.

Una mappa stradale non può essere perfetta, se fosse perfetta sarebbe in scala 1:1. Ma una mappa sì fatta non sarebbe nè pratica nè utile, infatti non si potrebbe maneggiarla…! Una a scala minore sarebbe più utile ma non perfetta perché perderebbe in dettaglio. Più il modello è perfetto meno è utile. Meno è pefetto più è utile (principio di indeterminazione). Data la loro imperfezione i modelli richiedono continui aggiornamenti a seconda della realtà che si intende rappresentare o del dettaglio che è richiesto. Cioè il modello è al servizio della realtà,  cambia a seconda della realtà da rappresentare e non viceversa. Non sono i modelli a far mutare la realtà, essi però, sono usati dall’uomo come strumenti ai fini della trasformazione della natura e del mondo, per vivere il mondo. Essi sono i linguaggi parlati e scritti: la matematica, le leggi della fisica e delle scienze in generale ma anche i modelli comportamentali singoli e di gruppo. Essi sono “cultura” .L’uomo con la cultura è in grado di determinare il corso della dialettica “caso-necesità”. I dinosauri si estinsero perchè non ci furono più le condizioni (perse per caso) per la loro esitenza. Nessuno lo ha programmato! L’evoluzione delle forze produttive nel medioevo determinarono l’avvento della borghesia. In questo caso qualcono prese coscienza della “situazione” e ne diresse il processo fino a determinarne l’egemonia sociale e politica. Il cancro si sviluppa per caso (date certe condizioni) ma i medici usando i loro modelli sono in grado di intervenire per cambiare il destino della sua evoluzione. I medici però sono tali perchè hanno appreso i linguggi e i modelli della medicina che altri hanno trasmesso loro. Il resto della natura non fa così. L’uomo con la cultura domina la natura! Non è pari ad essa. Cartesio e Newton sono tra coloro che più hanno determinato l’evoluzione del linguaggio umano, non hanno violato la natura ma inventato uno strumento per meglio descriverla. L’uomo però non può sostituirsi totalmente alla natura, non può sostituire se stesso in quanto ne è parte. Non può diventare puro pensiero! Il pensiero e i linguaggi possono evolvere ma non possono cancellare la natura! Il contrasto uomo-natura di  un certo pensiero “ambientalista” perciò è sbagliato. Non esiste alcun limite nel rapporto uomo-natura tra pensiero e natura. Ovvio che l’uomo nella continua ricerca di adattare la natura a sé stesso non può mancare di salvaguardarla. Il processo dialettico uomo-natura è di co-evoluzione, è infinito e perciò stesso indirizzabile. L’idea che questa co-evoluzione possa avere un limite risulta quindi completamente errata. L’idea che “l’uomo” attraverso la sua evoluzione possa necessariamente distruggere la natura è errata! Certi uomini magari si. Politiche errate finalizzate allo spreco, alla poca attenzione, cioè al mancato rispetto, si, non l’uomo in generale. E’ nei programmi che si deve guardare per evitare che il rispetto manchi, non agli oggetti. Non sono gli oggetti in sè ad essere sbagliati, contro la natura ma le loro finalità e/o caratteristiche. La co-evoluzione non può essere che una continua ricerca di armonia tra uomo e natura. La “modernità” può quindi essere definita come la attualizzazione, diffusione, condivisione dei risultati della co-evoluzione.

Per questi ragionamenti l’affermazione secondo cui “non si può avere uno sviluppo infinito in un mondo finito” risulta falsa! Per sviluppo non si deve intendere “accumulo di beni, specie se di consumo” ma evoluzione del rapporto uomo-natura finalizzato alla creazione di benessere sempre più elevato e diffuso. Se il mondo è limitato per chi deve essere riservato?

In età moderna e contemporanea si sono avuti principalmente due diversi sistemi di approccio nel rapporto uomo-natura. Quello di tipo capitalistico e quello di tipo socialista. Nel primo caso l’attività di trasformazione è finalizzata alla produzione di profitto attraverso la produzione di beni di consumo,

beni che intendono soddisfare bisogni, che si possono distinguere in primari ed “evoluti”.

I primari sono generalmente individuati nei bisogni di alimentazione, salute, istruzione, abitazione, ecc.e generalmente definibili come bisogni connaturati da un criterio di “quantità”. E’  sufficiente che i beni atti a soddisfarli si posseggano o no. Sono questi i bisogni che caratterizzano i ceti meno protetti, poveri, emarginati. I bisogni evoluti sono quelli che in genere sono caratterizzati da un connotato di “qualità”. Una volta liberi dai bisogni primari è facile lasciarsi “trascinare” da bisogno di “qualità”: una casa più grande, un vestito più ricercato, una vacanza, un consumo “culturale”, un ambiente più pulito, una politica meno corrotta, infrastutture e servizi più evoluti, ecc. Questi in genere sono bisogni espressi da ceti più abbienti, ceto medio-alto, ecc, ceti che hanno avuto occasione di accantonare risparmio. Nelle società a regime capitalistico molta parte delle produzioni sono finalizzate alla soddisfazione di questi bisogni. Anzi, attraverso i sistemi di comunicazione viene esercitata un’azione (attraverso la pubblicità esplicita o occulta) atta a stimolare, a indurre alcuni di essi per creare domanda di consumo e quindi di produzione e conseguenti ricavi per il produttore/venditore. Fenomeno che va, come noto, sotto il nome di società dei consumi.  Consumi che finiscono col rappresentare, sulla base del loro grado di diffusione, un indice di “ricchezza” della collettività che ne è protagonista. La competitività è motore dell’ economia e ragione di continua innovazione nella produzione di merci.

Nell’ambito delle economie socialiste l’assenza di competitività rendeva quelle economie e società, stagnanti. Perquanto in grado di soddisfare alcuni bisogni primari esse erano lente nel soddisfare bisogni evoluti. Il carattere di “chiusura” delle società impediva lo stimolo ad innovare o a determinare nuovi bisogni, o a reprimerli se essi venivano stimolati dal confronto con le società capitalistiche, “aperte”.

La condizione poteva riassumersi nel seguente modo: “tutti uguali ma tutti poveri”. Per contrapposizione la società capitalistica non sapeva e non sa  contrapporre la condizione “tutti uguali ma tutti ricchi” inquanto l’accesso alla ricchezza è riservata solo ai ceti protetti o “garantiti”.

Un altro modo di distinguere i due sistemi è nel fare le seguenti considerazioni. Nelle società socialiste si sapeva bene per chi produrre o lavorare ma meno per cosa produrre o lavorare. Gli obiettivi sociali erano abbastanza chiari come le sue finalità. Non altrettanto chiaro era cosa produrre per soddisfare quali bisogni attraverso la produzione di quali beni se non quelli strettamente primari (sebbene questi ultimi spesso caratterizzati da penuria causata da burocrazia, ritardi, inefficenze).

Nelle società capitalistiche è abbastanza chiaro per cosa lavorare o produrre: i beni di consumo (presenti in abbondanza). Non altrettanto chiaro è per chi. Infatti essi non sono a disposizione di tutti. Il prezzo dei beni (e i salari) discrimina chi può o non può accedere al loro uso e consumo.

Una contrapposizione si determina tra chi esprime bisogni primari e chi bisogni evoluti. Una fabbrica può soddisfare bisogni primari come il lavoro ma può andare contro chi esprime il bisogno di un’ambiente non inquinato. Contrapposizione si determina tra competitività, motore di sviluppo, di abbondanza ed efficienza ed equità sociale. Contrapposizione si determina tra gli stimoli alla creazione propri della competitività e i processi di formazione di desideri, bisogni collettivi, modelli identitari. Si pensi alle mode, al prevalere di valori collettivi o egemoni, tutti legati ai sistemi di comunicazione di massa in legame diretto col sistema delle produzioni.

Una nuova “utopia” può identificarsi con una società in cui è molto più chiaro per chi produrre, cosa produrre, perchè produrre, come produrre. Una società in cui il meccanismo della formazione dei bisogni e desideri non è vincolato nè a ideologie nè asservito a ragioni economiche che producono feticismo o alienazione. Può la sinistra oggi farsi interpetre di questa “utopia”? Quali modelli culturali è capace di elaborare per superare la contrapposizione tra bisogni primari e bisogni evoluti, tra garantiti e non garantiti, tra esigenza di libertà ed equità sociale, in generale, che garantiscano uno sviluppo armonioso della relazione di co-evoluzione uomo-natura e della sua attualizazione come cultura della modernità?

Donato Lamacchia