Democrazia

La scuola secondo Draghi. di D. Lamacchia

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Nel suo discorso di investitura al senato nell’affrontare il tema della scuola ciò che mi ha colpito è stato il riferimento alla scuola privata e alla possibilità dei ragazzi (le famiglie) di scegliere tra alternative.

A partire da un costo base ognuno deve poter scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. In sostanza un vecchio obiettivo, in parte già attuato, di finanziare le scuole private, in prevalenza scuole cattoliche. In apparenza questo concetto è giusto facendo credere ad una parità di costi tra le due alternative. In realtà la parità è un inganno perché nella realtà i costi si moltiplicano, ai costi per la scuola pubblica si aggiungono quelli per la privata. A meno di ridurre sensibilmente i primi. Cosa attuata dai precedenti governi di matrice centro-destra. Sappiamo tutti come una scuola rinnovata significhi innanzitutto investimenti, forti, in edilizia scolastica. Per rinnovarne la sicurezza e soprattutto per raggiungere l’obiettivo di dimezzare il numero di alunni per classe, se si vuole attuare una didattica degna del nome. Si aggiungano i costi per l’aumento di personale, insegnante e non, e miglioramento della logistica complessiva e si ha un’idea del volume degli investimenti necessari.

Come è possibile, in pratica distinguere tra pubblico e privato? Gli investimenti richiedono sin dall’inizio di stabilire che indirizzo avere, diversamente si ottiene solo spreco senza raggiungere gli obiettivi. Che dire dell’implicazione sul piano sociale di uno sviluppo delle private? Si favorirebbe la creazione di scuole di serie A e scuole di serie B. Indovinate a chi andrebbero le une e a chi le altre. La scuola è l’elemento base per la creazione di ascensori sociali. Se si vuole dare ad ognuno pari opportunità sociale si deve garantire ad ognuno pari opportunità di formazione!

Veniamo al discorso del pluralismo. Ai sovranisti dell’ultima ora non viene in mente che ogni discorso sull’unità nazionale passi attraverso una unità della formazione? Perché allora la spasmodica richiesta di interventi nel privato? Il pluralismo vero è il pluralismo nella scuola non delle scuole. Si cominci con l’introduzione dello studio della storia delle religioni e non di una sola di esse, per esempio. La scuola deve essere mirata alla formazione di cittadini coscienti e critici non solo di cittadini-produttori. Non si deve sapere solo come ma anche perché.

Riformare la scuola quindi significa avere chiara una visione dello sviluppo sociale che si intende avere per adeguare organicamente la formazione dei suoi componenti. E’ necessario impedire perciò l’esistenza di scuole private? Assolutamente no! Chi la vuole è libero di farla, ma se la paghi! Riguardo ai contenuti scolastici? Sarebbe troppo lungo, magari un’altra volta…Solo una domanda, saprà la sinistra capace di difendere la scuola pubblica? Speriamo!

Donato Lamacchia

Cento anni fa (14 febbraio 1921) nasceva Raniero Panzieri. di U. Signorelli

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Fu uno degli esponenti di una sinistra socialista originale , molto lontana da quella “grigia” di Vecchietti e Valori. Tant’è , che pur essendo contrarissimo al centrosinistra non aderì mai al PSIUP.

A dispetto di ciò che gli fu attribuito, non si considerò mai operaista – termine fatto proprio da Tronti e Negri (con i quali ruppe , poco prima di morire). Panzieri, dopo il 1960 rinunziò a tutti gli incarichi nel PSI. Eppure era stato responsabile cultura del PSI, condirettore di Mondo Operaio (ma di fatto direttore). Morandi lo inviò a fare il segretario regionale siciliano del PSI negli anni 50, diresse le lotte contadine e dei minatori, meritandosi l’elogio di Nenni.

La sua grande capacità di unire l’approfondimento teorico con la presenza e la guida nelle lotte, ne fanno un personaggio raro. Panzieri risente molto dell’influenza di Morandi, ma soprattutto del Morandi ante-1946. Quello del socialismo libertario e dei consigli di gestione. Ma era molto interessato al dibattito che si svolgeva oltre le Alpi. Soprattutto in Francia con la rivista “Socialisme ou barbarie”, uno dei punti fermi di una critica da sinistra al socialismo reale. Di qui il suo approfondimento sul tema della non neutralità dell’uso delle macchine, rispetto ai “rapporti di produzione” , a vedere nel Capitale una opera di sociologia. La ripulitura di Marx dall’heghelismo. Il tutto sfocia nel discorso sui “contropoteri” come via per giungere all’autogestione socialista fino a raggiungere la stessa autogestione del Piano. Queste idee sono certo da collocarsi in un certo contesto storico che è quello del neocapitalismo degli anni 60. Ma vi sono delle suggestioni che poi hanno ispirato in parte le lotte dei lavoratori a cavallo tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70. La lotta non solo per gli aumenti salariali, ma anche per modificare l’organizzazione del lavoro.

Riccardo Lombardi integrò parte del Panzieri dei contropoteri nel suo schema del “riformismo rivoluzionario”, dopo il 68. E se ne servì per dare forza al superamento di una visione economicista e produttivista del socialismo. Panzieri , il cui pensiero è rimasto incompiuto per la morte prematura a soli 43 anni, il 9 Ottobre 1964, rappresenta comunque una delle personalità più affascinanti del socialismo italiano del dopoguerra.

Ho avuto la grande opportunità e fortuna di conoscere Raniero Panzieri nella disadorna Federazione PSI di Biella negli anni 1962/63, frequentavo la 1° liceo classico e Raniero teneva lezioni su Marx e Rosa Luxemburg personalmente, o mandava Emilio Agazzi. Erano letture collettive del Capitale, dispense, discussioni ed io ero affascinato e intimidito dalla Sua immensa cultura e semplicità.

Segretario della Federazione era Pino Ferraris e attorno a lui c’erano Franco Ramella, Clemente Ciocchetti ed altri che avevano fondato i “Circoli di nuova resistenza” che Raniero convinse a trasformare in “Centri studi marxisti”.

L’ultima volta che vidi Panzieri gli dissi che avrei fatto giurisprudenza a Torino e che avrei voluto continuare quelle lezioni con Lui, mi diede il Suo numero telefonico e mi disse di chiamarlo se andavo a Torino dove mi stabilii nel 1965, un anno dopo la Sua immatura e rimpianta scomparsa. Vittorio Rieser, ancora iscritto al PSI, mi confermò che Raniero, con il quale aveva collaborato, quando morì era ancora iscritto al PSI e così anche altri Compagni Socialisti che avevano continuato a frequentarLo. Anni dopo conobbi la moglie di Raniero e parlando mi confermò che era morto con la tessera in tasca del PSI che a Torino lo aveva lasciato solo.

Raniero non era solo di un’onestà intellettuale cristallina, ma era anche di una coerenza profondissima per cui preferiva avere torto dentro il Partito piuttosto che ragione fuori di esso e, ribadisco, come Riccardo Lombardi, è morto con la tessera del PSI in tasca. Questa è la vera Storia di vita vissuta e non quella di fatti dedotti per comodità da storici revisionisti di destra o di sinistra.

Ulisse Signorelli

Draghi premier, chi ha vinto? di S. Valentini

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La crisi di governo aperta da Renzi non poteva che avere come inevitabile esito quello di uno spostamento verso un assetto ancora più moderato del quadro politico, con buona pace di Leu che immaginava un patto di legislatura con il Pd, 5 Stelle, con l’aggiunta dei “costruttori”, per intraprendere politiche in grado di affrontare la drammatica emergenza della pandemia in un contesto però di ripresa economica del Paese su basi più eque.

Il patto di fine legislatura tra le tre forze politiche esce a pezzi con l’avvento di Mario Draghi. Lo scopo fondamentale della apertura della crisi era quello di determinare chi avrebbe gestito il Recovery Fund, i 209 miliardi della UE. In altre parole, per quali politiche saranno spesi e soprattutto chi saranno i principali beneficiari di questo enorme fiume di denaro. Questa ripartizione della torta deve essere definita entro aprile e si intreccia con la scadenza del semestre bianco che inizia ad agosto. Dopo si entra nella fase della elezione del Presidente della Repubblica, che dovrà essere del perimetro della nuova maggioranza di Draghi, e dell’iter per l’approvazione di una legge elettorale semi proporzionale. Due atti politici fondamentali per destrutturare il blocco delle destre. I fautori del maggioritario, del bipolarismo e dell’alternanza arricceranno – virtuosi liberali – il naso, ma questa è la strada che imboccherà il nuovo governo e la maggioranza che lo sostiene. La necessità diviene virtù in politica!

Allora vista da questa ottica la crisi è tutt’altro che incomprensibile. Del resto numerosi erano stati i segnali che si andava in questa direzione. Il più importante è stato l’imponente riassetto proprietario dei maggiori media oggi sotto il ferreo controllo dei grandi gruppi monopolistici e delle oligarchie finanziarie. Mi pare allora evidente che la crisi non è solo il risultato dell’egocentrismo di Renzi. Le scelte politiche non si spiegano con una psicologia da accatto. La posta in gioco è molto grande: la collocazione internazionale dell’Italia e il suo futuro post-pandemia. Questione resa ancora più preminente e urgente dal fatto che il Presidente del Consiglio italiano è chiamato a presidiare per il 2021 il vertici del G.20.

La sconfitta di Trump ha aperto in Occidente una fase politica nuova. La destra nazionalista e populista aveva già subito in Europa una pesante sconfitta con la nascita della “maggioranza Ursula” (quella che nel 2019 ha permesso la conferma della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). Questo dato politico va assolutamente evidenziato. E in Italia, dopo il governo giallo-verde del primo Conte vi è stato un riallineamento con Francia e Germania con il Conte bis sostenuto dal Pd. Le oligarchie finanziarie, di qua e al di là dell’Atlantico, non vogliono populisti e nazionalisti al governo. La stagione in cui una parte del capitale finanziario ha fatto loro l’occhiolino, per usarli al fine di dare una base di consenso a feroci politiche neoliberiste, con la elezione di Biden, si è sostanzialmente conclusa. Ci saranno indubbiamente dei forti colpi di coda, ma le forze nazionaliste e populiste sono per ora in fase discendente. Lo ha capito molto bene Giorgetti che chiede di ricollocare la Lega su una posizione moderata e filo atlantica. Ora l’Occidente, nel bel mezzo di una drammatica crisi sanitaria, economica e sociale, ritrova i suoi cosiddetti valori comuni. Ma l’economia cinese va come un treno e quindi vi è bisogno di condurre politiche nuove per competere con il colosso asiatico e i suoi alleati, in primo luogo la Russia. Ovviamente, questa nuova situazione, non favorevole all’Occidente, non risolve i problemi. Le cancellerie europee e quella statunitense sono consapevoli che non è possibile tornare agli equilibri mondiali emersi dopo l’89. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un rovesciamento dei rapporti di forza che si sono determinati dopo il crollo dell’Urss. Il mondo è profondamente cambiato: siamo in un mondo multipolare caratterizzato dal declino statunitense come grande potenza economica. Anche l’UE, (Germania e Francia in testa) vuole dire la sua e ricercare il suo spazio per competere su scala globale con gli altri fondamentali poli dell’economia mondiale. Nazionalisti e populisti escono battuti, sconfitti, ma non per questo l’Occidente ha ritrovato la sua unità di fondo. Può sbandierare i comuni valori, ma le divisioni tra Usa e UE restano tutte e si aggravano, sono evidenti, a iniziare dai rapporti economici e commerciali da stabilire con la Cina e la Russia. La “guerra dei vaccini” si ascrive tragicamente in questo scontro politico, economico e finanziario, prima ancora di essere una emergenza sanitaria.

L’Italia non ha la storia della Francia e neppure è la Germania, locomotiva dell’economia europea. In Italia il partito trasversale atlantico e filo-americano è sempre stato molto forte e nel passato si è scontrato duramente non solo con la sinistra ma anche con le forze che puntavano decisamente all’integrazione economica europea. Il partito filo-americano, oggi rappresentato soprattutto da Renzi e forse da Giorgetti, ma anche da una parte del Pd, (si guardi la fanfara mediatica messa in piedi da Zingaretti sulla vittoria elettorale di Biden e sul mito della democrazia americana, o alle rozze campagne antirusse e anticinesi), si è però indebolito nell’ultimo periodo. Il Pd non ha una posizione strategica sulla grandi questioni geopolitiche, è appiattito sulle decisioni della Casa Bianca, condividendo molte delle scelte compiute in politica estera prima da Obama e poi da Trump, non distinguendosi da quelle più scellerate che quest’ultimo ha fatto. Il partito filo-americano si è indebolito poi anche per la massiccia presenza politica e istituzionale del Movimento 5 Stelle che ha determinato un forte appannamento dell’atlantismo italiano. Da questa situazione scaturisce la manovra degli atlantisti più intransigenti che tentano un riequilibrio che riavvicini l’Italia a Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma i 209 e rotti miliardi di euro e l’enorme debito pubblico accumulato in questi mesi sono garantiti non dagli Usa ma dalla Germania. Troppo spesso si dimentica questo aspetto essenziale. Ecco perché il confronto tra chi vuole una UE atlantista e tra chi invece vuole dare forza e velocità al progetto di vera integrazione è molto forte in seno al blocco politico, finanziario ed economico dominante in Europa.

Gli Usa hanno però i loro drammatici e straordinari problemi da affrontare. Biden è preoccupato dalla instabilità della situazione interna dovuta alla radicalità dello scontro politico in atto nel paese, che è spaccato in due come una mela, deve fare i conti con l’emergenza pandemica e con una crisi economica e sociale, ma anche di valori fondativi del paese, che forse non ha precedenti nella storia americana. Tale situazione lascia pochi margini e possibilità di iniziativa a sostegno degli “amici” europei. Tra l’altro la soluzione non può essere quella di stampare dollari all’infinito per fronteggiare la crisi economica. È una operazione che porta a un ulteriore indebitamento degli Stati Uniti proprio verso la Cina.

Dunque, l’Europa è costretta a fare da sola, per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale, deve camminare sulle sue gambe. Del resto l’UE, oltre a non avere un sostegno economico dagli Usa, come in passato (non credo che si attenuerà la guerra commerciale con la Germania anche se sarà condotta con altre modalità), deve sempre più fare a meno di uno strumento diplomatico e militare di pressione a Est e nel Sud del mondo come la Nato. La presenza di paesi come la Turchia complica e rende molto difficile l’utilizzo della Nato in chiave pro-UE, come strumento di tutela dei suoi interessi. In un mondo multipolare l’UE ha bisogno di una sua maggiore autonomia politica, economica e persino militare dagli Stati Uniti. Essere insomma amica di tutti e competere nello stesso tempo con tutti.

La crisi aperta da Renzi si sviluppa dunque all’interno di questo scenario, cioè la collocazione e il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro che si trova ad un bivio, da un lato la visione perseguita dall’asse strategico franco-tedesco, pur tra limiti e contraddizioni, dall’altro l’antico rapporto di subalternità con gli Usa. Naturalmente lo scontro non è ancora così netto. I margini di mediazione tra le due diverse spinte sono ancora ampi. Ma il confronto è aperto e si gioca oggi una partita che potrebbe porre una forte ipoteca sulla opzione europeista. Il Regno Unito, con la Brexit, ha fatto la sua scelta e vedremo cosa succederà nei prossimi anni in Irlanda e in Scozia. Mentre la Cdu tedesca prepara il dopo Merkel in perfetta continuità con la sua politica, respingendo le posizioni di quella parte del partito che vorrebbero una politica meno europeista. La Francia, anche quando è stata governata dalle sinistre, ha sempre fatto leva sull’orgoglio nazionale francese. L’anello debole dello scenario è l’Italia.

Non è pertanto una polemica pretestuosa quella del leader di Italia Viva che ha criticato Conte per l’intestazione della delega ai servizi segreti o per la condanna troppo tiepida dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti in quanto troppo legato a Trump, forse proprio tramite l’intelligence. La questione della collocazione internazionale dell’Italia non è punto trascurabile della crisi. Nella sua lettura occorre tenerne conto e solo qualche raro commentatore lo ha fatto. La richiesta del Ponte di Messina e del Mes, che in Europa nessun paese ha deciso di utilizzare, sono argomenti di pura propaganda per dare maggiore forza alla polemica politica. Draghi aveva già reso esplicito il suo pensiero a proposito e cioè che non riteneva opportuno chiederlo per non allarmare i mercati. Caso mai l’unico interrogativo legittimo è sapere se effettivamente Renzi sia un paladino della nuova amministrazione democratica americana o si è illuso di poterlo essere. Mi pare che Giorgetti abbia carte migliori da giocare. Comunque si vedrà strada facendo, soprattutto se sarà confermata la notizia che dalla Casa Bianca sarà candidato a Segretario generale della Nato grazie ad una vecchia promessa fatta da Obama. D’altronde i suoi rapporti con l’Arabia Saudita sono un indizio. In politica contano le azioni e quella compiuta da Renzi si colloca nel solco del partito filo-americano.

Il piatto principale però del confronto/scontro è il Recovery Fund, un mucchio di denaro che dovrà affluire dall’UE nei prossimi sei anni. Leggo che molti sostengono, soprattutto a sinistra, che Renzi sia una delle punte di diamante di questo disegno, funzionale al grande capitale. In questa analisi c’è del vero, ma chi sostiene che Renzi sia il maggior sostenitore di politiche neoliberiste nostrane dimentica che anche gran parte del Pd è funzionale a questi interessi, come anche qualcuno del Movimento 5 Stelle, per non parlare dei centristi o di Forza Italia e della Lega. Per essere più esplicito: quali discontinuità ha introdotto Zingaretti rispetto a Renzi? Forse il primo ha come referenti più i sindacati che la Confindustria? Certamente l’attuale segretario del Pd è portatore di una politica economica che contiene alcuni aspetti cari alle socialdemocrazie (aspetti e non nodi tematici fondamentali), ma non vi è stato da parte del Pd nessun ripensamento critico rispetto alle scelte fatte dal centrosinistra in questi trent’anni. La pandemia impone oggi un ulteriore indebitamento del Paese, ma subito dopo, finita l’emergenza, si tornerà a una politica liberista rigorosa. Il trattato di Maastricht è stato sospeso, non è stato abrogato!

Che siamo in piena emergenza lo ha capito molto bene la Germania della Merkel non adottando la stessa politica che aveva condotto nei confronti della Grecia o di altri paesi europei. Con una pandemia in corso, che ha un impatto sociale drammatico, non si è di sinistra perché vengono bloccati i licenziamenti, o perché si potenzia la cassa integrazione, o perché vengono distribuiti un po’ di bonus o sussidi. Misure analoghe sono state prese da quasi tutti i governi, compreso quello del vituperato Trump, quindi non da queste misure si distingue un governo di destra da uno di sinistra. Un governo di sinistra si caratterizza per interventi volti ad una più equa redistribuzione della ricchezza, per le politiche per il lavoro e l’occupazione, per investimenti strutturali nella economia green, per lo sviluppo di servizi pubblici essenziali: sanità, casa, innovazione tecnologica, formazione. Per questo sono convinto che la politica economica di Draghi, a differenza del governo Monti, non sarà, almeno nella fase emergenziale pandemica, segnata da provvedimenti “lacrime e sangue”. Non sarà insomma all’inizio una politica improntata alla pura austerità liberalista. Non è questa la fase che sta attraversando l’UE.

Lo scontro politico dunque che si è aperto con la crisi di governo non è tra riformisti e neoliberisti, cosa che Leu fatica a comprendere, ma muove dalla opzione di quali interessi economici e finanziari deve rappresentare la politica. C’è chi guarda agli Usa e continua a intrecciare i suoi legami con quelli del capitale finanziario americano, chi punta alla Germania, che già controlla, in modo diretto o indiretto, buona parte del tessuto produttivo del Nord del Paese, chi infine vuole fare affari, senza avere troppo lacci politici, con la Cina, ma anche con la Russia. Un groviglio di interessi insomma non riconducibili a una visione politica unitaria del blocco di forze dominanti. Un insieme di contraddizioni che la politica non riesce adeguatamente a mediare. Tutti vogliono mettere le mani sul malloppo che viene dall’UE, avendo però molto chiaro che la parte del leone nel dettare la ripartizione delle risorse non poteva essere prerogativa solo del Movimento 5 Stelle e Conte, insieme ad un Pd ondivago che non ha una visione strategica. Questo è il vero motivo che ha scatenato l’opposizione della Confindustria, della grande stampa e dei media, controllati appunto dalle oligarchie finanziarie, che da tempo lavoravano per giocare la carta Draghi.

L’iniziativa di Renzi, condivisa anche dal Pd (e chissà da chi altro nel centrodestra), partiva dalla necessità di procedere a un forte rimpasto di governo per ridimensionare la presenza nell’esecutivo del Movimento 5 Stelle poi, se ci scappava pure il cambio del premier tanto meglio, nessuno si sarebbe strappato i capelli. Ma il piano iniziale ha imboccato un altro sentiero. La manovra si è combinata con il ruolo di Mattarella che ha imposto tutt’altra piega alla crisi. Il Presidente della Repubblica e il suo fido Franceschini hanno determinato un esito non previsto rispetto agli obiettivi iniziali che si volevano ottenere dalla manovra. Molti commentatori hanno notato che il nome di Draghi è stato proposto da Mattarella appena poco dopo che Fico gli ha riferito l’esito negativo del suo tentativo di rimettere in piedi la maggioranza parlamentare uscente per un Conte ter. Ciò vuol dire che il Presidente della Repubblica stava preparando il “pacco” da giorni, lo aveva pianificato. Mattarella ha lasciato prima bruciare l’ipotesi Conte, e tutti quelli che si illudevano, in testa Zingaretti e Bettini (lo stratega!), di costruire una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle e con i cosiddetti “costruttori”, sono rimasti con un pugno di mosche, per poi compiere un vero e proprio colpo di mano, politico e istituzionale, da Statuto Albertino più che da Carta Costituzionale, più da monarca che da presidente di una repubblica parlamentare. Al Presidente della Repubblica non deve inoltre essere piaciuta – e non si può dargli torto – la campagna acquisti di parlamentari dal centrodestra, tra l’altro solo in parte riuscita, per tentare di formare una maggioranza di governo senza Italia Viva. Un ulteriore degrado e immiserimento della politica che Leu non ha colto. Una ennesima pagina nera del trasformismo parlamentare, questa volta con l’avallo anche della sinistra.

Con estrema abilità, da raffinato democristiano, Mattarella ha azzerato le ambizioni di tutti i principali protagonisti, ma ha fatto in modo che tutte le responsabilità della crisi fossero scaricate su Renzi, che credeva di essere il grande manovratore, ma che invece è stato manovrato come tutti gli altri protagonisti della crisi. L’argomento che ha ben chiaro il Quirinale è che si debba tenere conto della Germania che garantisce il nostro enorme debito pubblico e ci mette in mano ingenti risorse finanziarie. Mi pare più propenso quindi a raccogliere le istanze del processo di integrazione europea che vengono da Berlino. Del resto una partita simile, dalle grandi conseguenze politiche, economiche e finanziarie, persino di ordine geopolitico, non poteva essere lasciata in mano a un governicchio esposto agli umori quotidiani del Movimento 5 Stelle, di Italia Viva e di un Pd senza spina dorsale. Insomma Mattarella ha fatto lo stesso ragionamento che il Pd e Italia Viva avevano fatto su Conte e il Movimento 5 Stelle. Se non ci fossero di mezzo le drammatiche sorti del Paese sembrerebbe una commedia umoristica degli equivoci.

209 miliardi dall’UE saranno dunque gestiti da un tecnocrate della finanza europea che ha solide relazioni con i grandi gruppi monopolistici, con le banche e con le oligarchie finanziarie. Saranno quindi questi poteri forti a realizzare i progetti del Recovery Fund e nello stesso tempo dare tutte le garanzie al capitale finanziario europeo che tali progetti saranno funzionali ai suoi interessi. E non a caso i mercati volano mentre l’economia reale è in agonia. Chi meglio di Draghi può garantire questa straordinaria operazione con una maggioranza di governo in cui tutti i grandi potentati hanno un posto a tavola? L’esito della crisi conferma inoltre che il sistema istituzionale e politico europeo è un sistema a-democratico totalmente dominato dal capitale finanziario. Anche la democrazia formale oramai è stata messa in discussione. Ci vogliono altre prove politiche per capirlo?

Dalla crisi escono quindi con le ossa rotte il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu. Renzi può salvarsi solo se i suoi amici americani gli daranno un incarico di rilievo. Si dirà: Franceschini e Mattarella sono del Pd. Vero. Ma dentro il PD molti ex democristiani sono convinti che occorra ricostruire un forte partito o schieramento neocentrista che sia il polo egemone di un governo moderato e allineato alla maggioranza che governa l’UE. Una formazione che sia l’argine principale di uno schieramento politico e parlamentare impegnato prima di tutto a sbarrare la strada a quelle destre che non intendono ridurre il loro tasso di nazionalismo e di populismo. Facendo leva sulle contraddizioni della Lega l’obiettivo è di ridimensionare il loro spazio politico. Il secondo obiettivo del nuovo polo neocentrista è ridurre la base elettorale del Pd, svuotarlo politicamente e bloccare il suo pur velleitario tentativo di inglobare in modo subalterno la sinistra. Il terzo obiettivo, infine, è impedire che la sinistra possa dare vita a una formazione influente. In questo disegno strategico quindi non c’è spazio per il Pd di Zingaretti senza arte né parte. Questo disegno neocentrista, portato avanti soprattutto dal diffuso mondo ex democristiano, è funzionale, a me pare, alla strategia dell’asse Berlino-Parigi di integrazione europea. Con Draghi si intende normalizzare il quadro politico dopo i grandi guasti determinati da bipolarismo e dal vento populista figlio illegittimo del governo Monti.

In questa prospettiva non regge la critica di chi sostiene che le risorse del Recovery Fund devono essere utilizzate per realizzare progetti qualificati se effettivamente si vuole la loro approvazione da parte della Commissione europea. In questa partita ciò che veramente conta è che i progetti siano organici agli interessi e all’espansione del capitale franco-tedesco. Dunque è necessario correre, fare presto e affidarsi mani e piedi alle oligarchie finanziarie europee. L’obbligo al senso della responsabilità della politica alla fin fine si riduce a questa urgenza posta dalla finanza. Nel 2021 si ripropone insomma, sia pur in forme nuove, il metodo politico della Dc, un partito che sapeva mediare tra le diverse spinte del capitalismo italiano, tra imprese pubbliche e imprese private. Una inedita riesumazione della prima repubblica anche se i cavalli di razza di allora oggi sono dei ronzini, con le dovute eccezioni. Una nuova maggioranza politica centrista, senz’altro amica degli Usa, almeno finché non matureranno altre condizioni dettate dall’asse franco-tedesca. Un forte polo moderato ma centrista insomma che abbia lo sguardo rivolto soprattutto ai padroni dell’UE. Draghi per condurre tale politica è perfetto!

In questo disegno c’è spazio pure per Conte come leader di una parte importante del Movimento 5 Stelle e possa raccogliere anche un po’ di elettorato deluso dal Pd, in modo che, dopo la frantumazione dei partiti attuali, solo dei pezzi marginali vadano alle destre o alla sinistra. Il lavoro di costruzione di un forte polo politico centrista attorno alla figura di Draghi è un cantiere aperto e lungo la strada è indubbio che vi saranno correzioni e assestamenti, ma la via imboccata è questa. Allora una alleanza strategica tra Leu, Pd e Movimento 5 Stelle non regge alla prova delle trasformazioni politiche in corso. In primo luogo in quanto è concepita come operazione di palazzo e non come processo unitario che dovrebbe svilupparsi a partire dai territori. Basta dare una occhiata a quello che è avvenuto in questi anni nelle elezioni amministrative, comunali e regionali, e allo stato dei rapporti tra i tre partiti nei comuni dove si vota, a iniziare da Roma e Torino. In secondo luogo perché una parte dei gruppi dirigenti del Pd e del Movimento 5 Stelle perseguono altre opzioni strategiche e non si muovono nella direzione di costruire una nuova alleanza politica che sia una riesumazione di un centrosinistra, travestito dietro a delle formule amene, magari un po’ più spostato a sinistra. Vi sono contraddizioni strutturali tali in questa potenziale alleanza evocata che impedisce il decollo politico dell’operazione, non ha sufficiente credibilità e consenso elettorale, non è né vincente né centrale.

Molti sostengono che il governo è fragile. Ha una maggioranza parlamentare composita. Ma il governo, nel fronteggiare l’emergenza della pandemia, deve fare tre cose: decidere gli indirizzi e come utilizzare le risorse del Recovery Fund in accordo soprattutto con la Germania; garantire la elezione di un Presidente della Repubblica che sia dentro a questo perimetro e prospettiva del Paese; fare una legge elettorale un po’ più proporzionale, sufficiente a smontare ulteriormente l’attuale centrodestra. E per fare queste cose i numeri di partenza sono più che sufficienti. Cresceranno con il consolidarsi dell’operazione politica. Questo è il suo compito e non ha importanza come definire il governo: maggioranza Ursula, governo istituzionale o di unità nazionale, governo tecnico o politico. La debolezza politica (ma non numerica) della maggioranza parlamentare che lo sostiene è la sua forza, anche perché a questo governo non ci sono alternative se non quella del voto che la maggior parte del Parlamento e delle forze politiche non vogliono. Ma soprattutto non le vuole il grande capitale. L’unico progetto in campo – che ha 209 miliardi di motivazione convincenti – è quello di legare ancora di più il destino del Paese alla Germania. Ecco perché il partito filo-americano non si è rafforzato e alla lunga forse è destinato a soccombere. Questo passaggio della crisi di governo conferma il declino statunitense in atto. Quando invece dei Di Bella da New York, come opinionisti fissi nei Tg, ce ne sarà uno presente tutte le sere da Berlino, forse gli italiani inizieranno a comprendere dove sta andando il Paese.

Per concludere vorrei aggiungere qualche riflessione sulla sinistra. Però ho poco da dire. Posso solo affermare che è totalmente fuori fase e forse conta poco anche per questo. Dovrebbe cogliere i processi in atto, ma non è in grado di farlo. Emergono due tendenze nella martoriata, povera e divisa sinistra, entrambe prive di consistenza politica.

La prima, del tutto politicistica, utilizza l’argomento di non lasciare il governo Draghi alle destre, come se il pericolo fosse la collocazione parlamentare del suo governo. Draghi non è di destra, semplicemente è diretta espressione del potere, quello vero, che pesa e conta. L’atteggiamento da avere rispetto governo Draghi non può essere ridotto a tattica parlamentare, spacciandola per sopraffina manovra togliattiana. Leu non è il Pci e neppure tra le sue file c’è un nuovo Togliatti. La seconda tendenza è ideologica. Si ricorda giustamente cosa rappresenta in termini di potere Draghi e per questa ragione si crede che riproporrà per l’immediato una politica economica di austerità, come fecero la Bce e l’UE dieci anni fa quando soffocarono la Grecia e misero in riga tutta una serie di paesi europei, tra cui l’Italia. Ripeto, non siamo in quella fase. Una politica liberista da adottare, dopo la fine dell’emergenza pandemica, resta una prospettiva di fondo, ma non si concretizzerà nei primi mesi del governo Draghi, anzi produrrà al contrario qualche sorpresa, spiazzando la campagna ideologica di chi denuncia, ancora prima di vedere il governo all’opera, selvagge politiche antipopolari da subito, perdendo così la pochissima credibilità che ancora vanta. Per dirla in altro modo non credo che Draghi chiederà il Mes, o che voglia sopprimere il reddito di cittadinanza (caso mai lo riformerà per farne esclusivamente uno strumento di sussidio per le famiglie più povere) e tratterà con i sindacati su quota cento e soprattutto sul blocco dei licenziamenti. Prevedo che finché il Paese sarà in piena emergenza pandemica si avvarrà dell’attuale sistema emergenziale di protezione sociale per non gettare il Paese nel totale caos sociale. Il suo compito è soprattutto preparare e impostare strategicamente la nuova legislatura che sarà quella sì di “lacrime e sangue”, garantita magari da lui come Presidente della Repubblica.

La sinistra dunque cosa dovrebbe fare? Leu intanto, invece di imbarcarsi nel governo Draghi (mentre scrivo vi è qualche incertezza di Sinistra Italiana), dovrebbe marcare una forte discontinuità politica prendendo le distanze dal governo, anche considerato che ha una modestissima pattuglia di parlamentari, del tutto ininfluente per le sorti della maggioranza. Sarebbe così più credibile per poter promuovere una iniziativa politica rivolta all’insieme della sinistra, sia verso alcuni settori del Movimento 5 Stelle che del Pd, sia verso quelle forze della sinistra fuori dal Parlamento che potrebbero essere sensibili a un processo costituente di un nuovo partito. Occorre da oggi, partendo dalla condizione data, costruire una prospettiva nuova per la sinistra. Ma non mi pare però che sia questo l’intendimento. Dall’altro lato i partitini extra-parlamentari, più o meno residuali e autoreferenziali, dovrebbero sciogliersi invece di agitarsi senza costrutto nel fare spicciola propaganda ideologica. Ma l’aria che tira, anche in questo caso è pessima. Dunque la discussione sulla necessità di costruire una forza di sinistra capace di incidere sugli scenari politici italiani ed europei è rimandata, rinviata a data da destinarsi, con molta probabilità dopo le elezioni politiche.

C’è chi evoca la ripresa della lotta sociale. Ma le tensioni sociali sono già forti, dopo un anno di pandemia, e oggettivamente sono destinate a crescere nei prossimi mesi, nei prossimi due/tre anni. Dopo una prima fase di assoluta emergenza pandemica, che durerà ancora a essere ottimisti fino all’estate, si passerà inevitabilmente al ritorno a politiche rigorose per fronteggiare l’enorme debito pubblico, ma con un piano strategico del Recovery Fund approvato e avviato e con un quadro politico totalmente diverso. Vi è una penuria di risorse che si rivela anche nel caso del Recovery Fund, se non si conduce una politica vera di ridistribuzione della ricchezza e di lotta alle diseguaglianze che naturalmente non si prende in considerazione. Nonostante l’ingente flusso di finanziamenti, dopo una corposa trance iniziale, per i prossimi sei anni non arriverà a erogare che poco più di 10 miliardi all’anno tra finanziamenti a fondo perduto e risparmi di interessi, a meno che l’UE non decida altri provvedimenti. Ben poca cosa rispetto all’enormità di una crisi che ha creato una massa immane di imprese insolventi, come ricordato proprio da Draghi. Diventa allora urgente affidare al “tecnico” l’impostazione di una politica economica fortemente competitiva e selettiva, una politica di assoluto rigore e di contenimento del debito pubblico. La questione vera è quindi la ripresa della lotta politica! Per questo ci sono le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito della sinistra, ma non quelle soggettive. Una volta chiarito che il Pd non giocherà più un ruolo centrale nel quadro politico italiano e sarà nel contempo ridotto, sotto il livello di guardia, il pericolo delle destre nazionaliste e populiste, e quindi verrà meno il ricatto del voto utile, forse si realizzeranno anche le condizioni soggettive per spingere alla formazione di un forte partito della sinistra che non nasca per una politica basata su un illusorio riformismo rinchiuso dentro gli steccati di un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario. Nutro fermamente questa speranza, anche se per i prossimi due o tre anni non vedo all’orizzonte nulla di buono.

P.S.

Chi è Mario Draghi? Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, dove viene chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. È stato confermato da tutti i governi successivi: Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II e Berlusconi II. In questi anni è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano.

Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatena un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Nel 2008, il Presidente emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, ricordando quest’episodio, respinse l’ipotesi di vederlo sostituire Romano Prodi a Palazzo Chigi. Cossiga affermò assai esplicitamente: <<Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs>>. In questa Banca fu dal gennaio 2002 al dicembre 2005, quando divenne Governatore della Banca d’Italia, dove rimase fino alla nomina a quella Centrale Europea nel 2011.

Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, consegnate ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, lo Stato italiano ricavò all’incirca 182.000 miliardi di lire. Secondo alcune stime, il rapporto debito pubblico italiano sul Pil scese dal 125 per cento del 1991 al 115 del 2001. Fu inoltre la guida della commissione governativa che scrisse la nuova normativa in materia di mercati e finanza e per questa ragione viene informalmente chiamata legge Draghi (Decreto legislativo 24 febbraio 1998 e come ben si nota, qui ci si attiene al terrore del debito pubblico, tipica concezione della scuola neoclassica tradizionale, prekeynesiana. Quindi Draghi, svendendo le imprese pubbliche, viene considerato benemerito per aver ridotto questo debito. E poi, solo alla fine del mandato alla BCE, egli si ricorda vagamente di alcune tematiche keynesiane e accenna ad una autocritica per l’austerità caratteristica di tutta la politica economica della UE.

Ci vuole tanto a capire che siamo oramai in un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario e dai suoi tecnocrati? Quando la politica è incapace di prendere decisioni allora subentrano loro con l’appellativo di salvatori della Patria, ma devono solo gestire, come per il Recovery Fund, un fiume di denaro per conto delle oligarchie finanziarie europee, in particolare della Germania.

Quello di Mattarella è un colpo di mano? Sì, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. La Costituzione italiana è solo carta da sbandierare per fare retorica sull’ideologia della democrazia.

Sandro Valentini

Un breve scritto sull’Europa. di A. Angeli

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Essere Europeista costituisce oggi una discriminante politica e una caratteristica identificativa che traccia una netta divisione dal populismo sovranista. Non è un caso, infatti, che proprio una delle caratteristiche richieste da Zingaretti e da Conte ai volenterosi era di dichiararsi Europeisti. Allora qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che questa disposizione favorevole si sia rafforzata a causa dei Recovery Fund, quindi al cambio di pensiero che guida oggi l’Europa in merito alla creazione di bond per finanziare la crisi economica dovuta alla pandemia da Covid 19, che ha preso forma e sostanza con la elezione della signora Ursula Von der Layen, sostenitrice di un programma green per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, nel contempo stimolando l’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone, avendo cura della natura e senza lasciare indietro nessuno. E tuttavia essere europeisti non è una scelta facile e scontata, anzi è un terreno di lotta durissima condotta contro avversari che vorrebbero abbandonare l’euro e portare l’Italia furi dall’Europa imitando la Brexit. Ma anche dichiararsi europeista includendo però dei “ma” comporta che si chiarisca cosa rappresenti questa scelta.

L’affermazione: sono Europeo, ha valore quando si condivide una civiltà; Saint-Simon data l’inizio dell’idea d’Europa a Carlo Magno, una consistente letteratura ne vede l’inizio nell’Illuminismo con Voltaire, ed è proprio nell’esperienza dell’illuminismo, inteso come una sorta di repubblica degli intellettuali, che assume carattere universale e ne illumina l’identità come continuazione del Romanticismo.; mentre per quella che viene indicata come la scuola francese, di orientamento marxista, indica la nascita dell’idea d’Europa nel Medioevo, alle soglie del pensiero Spinoziano. L’Europa è stata la patria del socialismo, nelle sue diverse declinazioni, poiché è su questa parte dell’occidente che ha preso le mosse l’industrializzazione e maturata una conflittualità geopolitica con gli Stati Uniti. L’Europa è storicamente territorio di migrazione, un fenomeno culturale che ne ha segnato un’ identità e la sua unità di base; l’Europa è stata anche territorio di guerre e di regimi totalitari, che hanno scosso le radici dell’allegoria illuministica sostenuta dagli intellettuali : che nello svolgersi dello scontro teorico diventano organici, secondo la definizione della scuola Gramsciana, perché al servizio del socialismo e decisi avversari del fascismo e del nazismo.

Non sfugge come il pensiero d’Europa derivi da un lungo percorso storico/culturale secolare, un pensiero che matura e si rafforza nel corso delle due guerre mondiali, fino a strutturarsi in una realtà altra sul piano della rielaborazione dei principi costitutivi di nuovi valori, che spingono alla nascita di partiti e di una società di massa con nuovi obiettivi il cui orizzonte è il superamento delle forme ideologiche dalle quali ha avuto origine il nazismo e il fascismo. Nel 1956 prendono corpo i primi contrasti tra le forze della sinistra, quando il PCI vota contro l’ingresso dell’Italia nel MEC, a differenza del PSI, con la motivazione del suo legame con l’Unione Sovietica e si oppone quindi all’Unione Europea vista come la costituzione di una forza di accerchiamento dell’Unione sovietica. Questo passo in avanti dell’Europa riposa soprattutto sulla pacificazione raggiunta tra Germania e Francia, da cui poi prenderà corpo e anima la nascita degli Stati Uniti dell’Europa. E’ in questi anni che inizia a circolare l’idea di un Federalismo, che trova nel pensiero di Altiero Spinelli la sua forza culturale e pragmatica, in contrasto con le idee contrarie di De Gaulle e Churchill. La spinta verso l’Europa è elaborata e contenuta nel dal Manifesto di Ventotene”, e trova la sua prima forma nei 6 Paesi che diedero il via al processo di unificazione europea (Italia, Germania Occidentale, Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda), rinunciando ai contenuti del Manifesto perché considerato utopistico. Nel 1951 nasce la CECA, primo passo verso il processo di integrazione, percorso rafforzato dal progetto per un esercito comune europeo, da intendersi come bastione antisovietico. Gli Stati Uniti avrebbero accettato questo esercito a patto che fosse inserito nel Patto Atlantico, ma il progetto fallì per i timori francesi di un riarmo tedesco, e di questo fallimento ancora oggi ne subiamo le conseguenze.

Nel 1957 nascono il M.E.C. e la C.E.E. Irlanda, Gran Bretagna e Danimarca entrano nell’Unione nel 1973. Nel 1981 con l’ingresso della Grecia abbiamo un’ “Europa dei Dieci”, mentre, parallelamente, l’Unione Sovietica organizza la “sua Europa”. Nel 1989 il leader socialista Bettino Craxi lancia l’idea della moneta unica, osteggiata dalla Thatcher; nello stesso anno crolla il muro di Berlino e si pongono nuovi orizzonti per l’allargamento dell’Europa. Nel 1992 entra in vigore il trattato di Maastricht, con i famosi cinque parametri. Nel 1990, con gli accordi di Schengen, si sopprimono i controlli sulle persone alle frontiere intercomunitarie. Nel 1990 entra nell’Europa la ex D.D.R. e nel 1995 nasce l’ “Europa dei Quindici”, con l’ingresso di Austria, Finlandia e Svezia. Tutto però procede con difficoltà, poiché nei cittadini prevale sempre un sentimento di prevalenza per la propria patria, anziché per un processo di unificazione vera. Contestualmente, il 1° Gennaio 1993 vengono eliminate le barriere doganali. La nascita ufficiale dell’Euro viene fatta risalire al 1° Gennaio 1999, quando viene introdotto all’interno di undici Paesi (Francia, Belgio, Italia, Austria, Germania, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Portogallo), ma è nel 2002, precisamente il 3 Maggio 2002, che l’Euro diventa la valuta ufficiale dei Paesi dell’Unione monetaria europea. Nei dodici Paesi aderenti alla Moneta unica vengono fatte circolare otto monete e sette banconote in euro. Rimangono fuori il Regno Unito e la Danimarca, per i quali vige una deroga al Trattato di Maastricht. Anche la Svezia ha deciso, nel 1997, di non aderire alla moneta unica. Oltre ai Paesi membri dell’Unione, altri piccoli Stati come la Repubblica di San Marino, Città del Vaticano e il Principato di Monaco adottano l’euro come moneta circolante. Negli anni successivi la valuta è stata progressivamente adottata da altri stati membri, portando all’attuale situazione in cui diciannove dei ventisette stati UE (la cosiddetta Zona euro) riconoscono l’euro come propria valuta legale. Mercato Unico, 4 libertà fondamentali: libera circolazione delle merci; libera circolazione delle persone; libera circolazione dei capitali; libera circolazione dei servizi. Poi: Unione Monetaria e Unione Bancaria, diritti e tutela dei diritti umani, ma ancor più le fondamenta di una pace duratura. Si può fare di più e meglio’ Certo. Unificazione fiscale, federazione Europea, superamento del Consiglio qualificando il ruolo del Parlamento Europeo; elezioni universali dei componenti il Parlamento, unificazione dei modelli contrattuali e retributivi e del minimo salariale, unificazione delle normative in materia di lavoro e di Welfare, e tante atre riforme possibili, solo se ci battiamo per una crescita dell’interesse e del rilancio dell’Europa. L’Italia exit è solo una pazzia, di chi è privo di idee e punta all’avventura. Su questo dobbiamo confrontarci, su questo terreno culturale in cui il socialismo può ritrovare la sua identità e ragione di rivendicare un ruolo e un consenso per il bene dei lavoratori e del nostro Paese.

Alberto Angeli

La nascita del PCI una necessità non un errore. di D. Lamacchia

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Nel centenario della nascita del PCd’I con la scissione di Livorno del 21 Gennaio 1921 molti sono stati gli interventi tesi a riesaminare i fatti e le ragioni di quegli eventi e molti sono gli autorevoli commentatori. Come è consueto nelle celebrazioni storiche in molti c’è la tendenza a calare nell’attualità le riflessioni. Sta accadendo anche per il centenario del PCI. Il fatto più in evidenza è la tendenza della sinistra italiana alla scissione e del carattere nefasto della stessa. Molti fanno risalire al ’21 di Livorno questa tendenza. A far sentire cioè quell’evento un errore storico primordiale. Anzi alcuni lo vogliono far vivere come una vera e propria colpa. Questo è fatto soprattutto da parte di chi si richiama politicamente e culturalmente al PSI da cui il PCd’I si separò.

La scissione non fu un errore ma una “necessità storica”. In sintesi gli eventi storici che fecero da generatori della scissione furono la rivoluzione russa da un lato e il “biennio rosso” dall’altro. Il processo di industrializzazione seguito alla prima guerra mondiale aveva innescato una situazione di contrapposizione tra capitale e lavoro che aveva generato conflitti che avevano interessato tutta l’Europa, Italia compresa.

L’allora gruppo dirigente del PSI (Turati, Modigliani, Serrati) riteneva che compito del PSI fosse quello non di portare le masse in piazza ma di sviluppare azioni atte a rafforzare la pratica e la cultura del metodo socialista attraverso le sezioni di partito, le cooperative, le case del popolo, ecc.

Dall’altra parte (Gramsci, Bordiga, Terracini, Togliatti, Tasca) si avvertiva l’esigenza di agire sulla carne viva del conflitto di classe con le occupazioni di fabbriche e terre, la realizzazione dei Consigli Operai per portare fino a compimento il rovesciamento dello stato di cose e realizzare ciò che era stato già compiuto in Russia da Lenin e come veniva organizzato e proposto dalla III Internazionale. Da un lato una opzione “socio-culturale” dall’altra l’esigenza di agire sulle leve del conflitto di classe vero e proprio. Non mancava a questi ultimi la coscienza che una leva culturale fosse necessaria, valgano le riflessioni di Gramsci a tale proposito e il suo concetto di “Egemonia” e della necessità che la classe operaia si attrezzasse per operare la propria una volta giunta al potere. Prima però necessitava avercelo il potere!

Queste diverse sensibilità si manifestarono anche nei giudizii che si ebbero sul fenomeno fascista. Come un “accidente” da contrastare con la politica e la battaglia parlamentare da parte socialista (fino all’estremo sacrificio di Matteotti) e con una più radicale opposizione da parte comunista considerando il fenomeno come una risposta che la borghesia stava dando al pericolo di affermazione delle lotte operaie in tutta Europa. Atteggiamento che si evidenziò nella partecipazione attiva alla resistenza e successivamente alla realizzazione della Costituzione dell’Italia repubblicana (Umberto Terracini presidente dell’assemblea Costituente). Nel secondo dopo guerra queste sensibilità distinte si mantennero e si manifestarono allorquando inseguito al “boom economico” di nuovo il conflitto di classe si esasperò con il sostegno da parte comunista del conflitto stesso (lotte operaie al centro nord, occupazione delle terre a sud) e con la scelta da parte socialista di optare per l’azione di governo (partecipazione ai governi di centro-sinistra).

Stesso schema si mantenne negli anni ’80-’90 quando il Craxismo operò per l’opzione riformista che includeva l’abolizione della scala mobile e il PCI di Enrico Berlinguer lottava per sostenerla e difendeva l’occupazione delle fabbriche. Dunque si capisce che il nodo sta nel modo di affrontare e stare nel conflitto di classe. Non un capriccio o un volere personale. Tale è la situazione attuale. Con l’affermarsi dell’era digitale e con la caratterizzazione del capitale da industriale a finanziario sono mutate le caratteristiche del conflitto ma esso non è scomparso. Se è vero che il mutamento dei metodi di produzione ha affievolito la classe operaia e quindi ha reso ininfluente l’”operaismo”, non è venuta meno la necessità di stare al centro del conflitto con proposte che vogliono superare la fase di crisi e che non facciano sentire le classi lavoratrici sole senza nessuno che le rappresenti, facile “preda” di parole d’ordine rassicuranti e parolai di destra ad approfittarne in modo demagogico. La riflessione dunque sia benvenuta ma sia anche proficua e non miri a cercare colpe ma a capire come è possibile costruire un progetto comune.

Donato Lamacchia

Un nuovo Governo per gestire le risorse europee e riformare il Paese. di A. Angeli

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Basta con questo atteggiamento morboso” risponde piccato Conte al giornalista che gli chiedeva del MES. Una dura risposta che è agevole leggere come  l’aforisma: dire a suocera perchè nuora intenda; rimbeccare il giornalista per messaggiare a Zingaretti che la sua insistenza sul MES è patologicamente (politicamente) psicotica. Il Conte di cui parliamo è il Conte tornato vincitore dallo scontro sul Recovery Fund, applaudito dalla maggioranza del Parlamento per questo successo; è il Conte immodesto, fino all’umiltà al punto che si propone di gestire lui, direttamente, i 209 mld dei 750 stanziati dall’Europa per una risposta comune alla più grande recessione economica della storia dell’Unione. E’ il Conte autoconvintosi di essere stato l’artefice – certo, dopo avere convinto la Merkel e Macron con la sua incontestata dialettica – predominante su tutta la difficile trattativa durante la quale ha duellato con il capo dei “frugali” Rutt. Si dice sempre che sarà la storia a giudicare, in specie quando ci si trova di fronte a momenti che hanno proprio il sapore di una novità storica, come quella decisa dall’Europa poiché, per la prima volta, è affermato il principio secondo cui una istituzione europea, la Commissione, viene autorizzata a fare debito comune, un tabù che sarebbe stato impensabile solo qualche mese fa.

Ma non giochiamo con gli equivoci: i mallevadori di questo successo sono Merkel e Macron e i Paesi frugali non hanno subito sconfitte, al pari dei quattro di Visegrad che manterranno intatta la loro visione di una democrazia illiberale e la loro sfida alle istituzioni democratiche dell’Europa. Ecco, il successo di Conte termina là dove la Merkel a Macron hanno portato l’Europa, in uno spazio e in una dimensione da esplorare, un nuovo orizzonte politico su cui ricostruire la ragione e la  forza dell’Istituzione Europea, una prima forma di federalismo, che potrà avere sviluppi imprevedibili e rifondativi di sistema, di integrazione di aree e comparti finanziari, sociali economici, giuridici, di cui l’accordo sul Recovery Fund è un primo, decisivo passo per incamminare i 27 in quella direzione. E’ qui, su questa linea, che demarca la presunta vittoria di Conte dal disegno che presiede all’accordo sul Recovery, che si avverte la limitatezza, l’impreparazione i limiti di questo Governo e del suo Presidente del Consiglio. La scommessa è di poter ancora recuperare l’Italia quale partner indispensabile e insostituibile per dare contenuto a questa sfida. Allora non illudiamoci, le condizionalità sostanziali introdotte con il Recovery Fund, non potranno essere eluse, escluse, superate: le riforme che i nostri protettori si aspettano siano realizzate dovranno rispettare le compatibilità e conciliarsi con il disegno del cambiamento. Non ci saranno appelli e loro non ci daranno tregua perchè troppo compromessi ed esposti ai rischi di un fallimento.

A Conte mancano le tre qualità che Max Weber riteneva sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso della responsabilità, lungimiranza ( dalla Politica come professione 1919 ). Passione nel senso di Sachlichkeit: [obbiettività] dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Da qui la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo politico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La “mancanza di distacco” [Distanzlosigkeit], semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. Spetterebbe al PD prendere l’iniziativa e mettere i 5stelle di fronte ad una implacabile realtà: cogliere l’opportunità del cambiamento che i Recovery Fund e l’Europa ci prospettano mettendo a punto un programma con un nuovo governo guidato da una personalità che esprima al meglio le tre qualità indicate da Mx Weber. Una scelta da compiere in fretta, entro quest’anno, per intraprendere una nuova strada che porti il nostro Paese al centro dell’Europa con un nuovo modello di sviluppo centrato sul lavoro, la solidarietà, l’istruzione generalizzata, l’assistenza sanitaria universale e gratuita e un progetto per l’ambiente e il clima in linea con i valori contenuti nel programma di cui si è dotata la nuova commissione Europea.

Alberto Angeli

Joseph E. Stiglitz – Un Capitalismo progressista. di A. Angeli

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Da pochi mesi è uscito nelle librerie italiane il nuovo lavoro di Joseph Stiglitz: Popolo, Potere e Profitti – Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento. Un lavoro che posiamo considerare la continuità del saggio tradotto e disponibile dal 2002 (Editore Einaudi) e dal titolo La globalizzazione e i suoi nemici, pubblicato nel 2001 negli USA dopo l’esperienza vissuta come componente del Consiglio dei consulenti economici di Bill Clinton durante il primo mandato Presidenziale (93/97) e dal 1997 al 2000 come chef economist e senior vice president presso la Banca Mondiale. In questo lavoro del 2001, di analisi critica delle politiche economiche promosse dalle principali istituzioni della globalizzazione, Stiglitz. come un chirurgo, lavorando sul corpo della globalizzazione minuziosamente ne evidenzia i mali: non funziona per molti poveri del mondo, non funziona per gran parte dell’ambiente e non funziona per la stabilità dell’economia mondiale. La transizione dal comunismo all’economia di mercato è stata gestita talmente male che, rileva l’autore, fatta eccezione per la Cina, il Vietnam e qualche Paese dell’Europa orientale, la povertà è aumentata a dismisura e i redditi sono crollati. Nonostante questi rilievi negativi, Stiglitz si dichiara contro chi vorrebbe abbandonare la globalizzazione, perché non fattibile né auspicabile poiché, evidenzia con puntigliosa precisione, la globalizzazione ha portato enormi vantaggi: il successo dell’Est asiatico nato dalla globalizzazione, per la facilità dell’accesso ai mercati, per le migliorate condizioni di salute e per avere facilitato la creazione di una società civile globale e attiva che combatte per ottenere più democrazia e una maggiore giustizia sociale. Nelle pagine che compongono la parte conclusiva del lavoro illustra le riforme che ritiene indispensabili a raggiungere il cambiamento per rendere la globalizzazione più equa e più efficace nel migliorare il tenore di vita delle popolazioni: insomma, una globalizzazione dal volto umano.

In questo lavoro si coglie una visione ristretta della globalizzazione, poiché è interpretata come un processo teso “ all’eliminazione degli ostacoli al libero commercio ed una più ampia integrazione delle economie nazionali”  la cui “forza” è “l’arricchimento di tutti, in modo particolare dei poveri”. E’ questa una visione della globalizzazione essenzialmente economicistica, che ha in sé un indubbio potenziale accademico, mentre il dibattito dovrebbe basarsi piuttosto sul modo di “amministrare” la globalizzazione, cioè la messa a punto di regole giuridiche e politiche mediante le quali debilitare e inibire le forme speculative della finanza e del monopolio dei mercati. Nella sostanza, partendo da queste idee, ne “La globalizzazione e i suoi oppositori”, egli punta il dito soprattutto contro il FMI. Anche se quasi tutto ciò che scrive è vero; dalla miopia nell’applicazione degli strumenti fino all’arroganza dei suoi funzionari che fanno pressioni per riforme strutturali, ciniche e cariche di sacrifici. Certamente Stiglitz, in questo saggio, dice cose interessanti in materia di economia e in alcuni momenti ha delle ispirazioni di eterodossia, se si pensa alle posizioni tradizionali della prevalente scuola economica di matrice liberale. E tuttavia è evidente che nella globalizzazione influiscono anche altri processi, come quelli che vanno dall’ambito delle ideologie politiche ai modelli culturali di consumo e del mercato, che Stiglitz li rammenta ogni tanto, a volte li intuisce, ma non li elabora in profondità. Nonostante questi limiti, per la scuola di pensiero liberale questo lavoro sembrerebbe avere svelato un nuovo volto di stglitz, dal momento che, un economista liberale come lui, finisce per essere indicato come progressista e imporsi con interesse anche tra le forze di sinistra, convinte di avere trovato in lui un nuovo profeta del progressismo.

E infatti, con l’ultimo saggio: Popolo, Potere e Profitti – un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento, ( anno 2020 editore Einaudi ) che Stiglitz affronta il mercato finanziario e mette in risalto il diffuso malcontento negli Stati Uniti e nel mondo. A suo giudizio non è soltanto la teoria economica ad avere fallito in America, ma anche la politica. Si è determinata una frattura tra l’economia e la politica, rileva, così ne risulta rafforzata la parte economica, cioè coloro che detengono denaro e potere e li hanno usati per riscrivere le regole del gioco economico e politico. C’è una parte ristretta dell’èlite negli Stati Uniti che detiene una quota crescente dei frutti dell’economia, e una base più estesa praticamente priva di risorse e le conseguenze di questa economia e di questa politica hanno ricadute che influenzano la natura della società e dell’ identità americane, determinando una economia e una politica squilibrate, egoiste e miopi e ripercussioni sul sistema economico e politico.  Per buona parte del lavoro il sistema economico e politico dell’America è centrale nell’analisi di Stiglitz, con le sue disuguaglianze profonde e diffuse, la crescente onda razziale, che monta fino a coinvolgere le vette dell’Amministrazione, gli attacchi al sistema giudiziario, a quello universitario e alla scienza, alle comunicazioni, al sistema sanitario impostato con l’Obamacare, fino a rilevare i guasti di un’economia che distrugge l’ambiente e compromette il futuro climatico del mondo, sono i sintomi di una società che declina verso una crisi identitaria e di svalutazione di ogni valore etico, morale e sociale. Molte pagine del saggio chiamano in causa Trump, e la sua politica economica scelleratamente a favore dei ricchi, che con la legge fiscale del 2017 “il parto del più profondo cinismo”, consente a chi lavora nei fondi di private equity di corrispondere un’aliquota massimale del 20%, invece dell’aliquota quasi doppia pagata da altri americani attivi e, a seguito dell’abrogazione dell’imposta minima, sono favorite scappatoie alla corresponsione di una percentuale minima di base del loro reddito.   Una riforma pensata per favorire i ricchi, ma che ha impoverito la classe media e resa più profonda la disuguaglianza di ricchezza, risultando così che il 1% detiene più del 40% ella ricchezza degli S.U., quasi il doppio della quota di redditi ( il reddito si riferisce a quanto guadagna un individuo nell’anno, mentre la ricchezza include bene, asset, posseduto). Per l’americano la ricchezza consiste principalmente del possesso della casa e dell’auto, scontata del mutuo la prima e delle rate da rimborsare la seconda ).

Per uscire dal malessere in cui sono caduti gli Stati Uniti Stiglitz sviluppa un’agenda economica con la quale ripristinare la crescita e la giustizia sociale e consentire alla gran parte dei cittadini  di avere la vita della classe media alla quale aspirano. Lavoro e produttività, incrementare l’apprendimento e la conoscenza, superare l’insicurezza individuale, favorendo la protezione sociale superando le carenze del sistema assicurativo, introdurre il reddito minimo universale; recuperare dignità al lavoro e garantire buone condizioni nei luoghi di lavoro, sostenere la piena occupazione e una politica fiscale efficiente e progressiva, che superi il regressivo sistema americano. Nella previsione di un’economia più dinamica, l’agenda prevede di ripristinare le opportunità e la giustizia sociale, superare le discriminazioni e riportare la giustizia tra le generazioni. Lo scopo, per Stiglitz è consentire una vita dignitosa per tutti, garantendo l’accesso all’università e all’assistenza sanitaria, migliorare il funzionamento del sistema pensionistico intervenendo sull’attuale sistema di security, garantire l’istruzione universale coinvolgendo il governo federale perchè incentivi e sostenga gli stati con opportuni finanziamenti, ritenendo l’istruzione fondamentale per completare l’agenda per una nuova America, guardando ai fallimenti del passato come prologo al futuro e salvare il capitalismo da se stesso.

Non si colgono, nel nuovo saggio 2020, novità rispetto a quello della globalizzazione e suoi nemici anno 2002: là si concludeva con la previsione di rendere più umana la globalizzazione, in questo si vuole salvare il capitalismo da se stesso trasformandolo in progressista. Una lezione accademica lunga 343, in cui l’America e Trump costituiscono l’oggetto dell’analisi socio economica e il laboratorio all’interno del quale costruire l’agenda economica da valere per gli Stati Uniti e sollecitare nei cittadini americani una rivolta contro le politiche sociale e economica di Trump. Manca all’appello l’Europa, mentre è ricordata la Cina ma non la Russia Putiniana, poco è detto della necessità di riformare il WTO e rivedere e ridefinire le norme giuridiche mediante le quali condizionare la globalizzazione finanziaria e i processi speculativi che spesso si materializzano nelle fasi di intermediazione negoziale. Limitarsi a richiedere una riforma fiscale equa e giusta, costituisce una proposta di buon senso, ma non esaurisce il problema di tassare le ricchezze e i patrimoni ( questi, ad esempio, sottoporli ad una forte tassa di successione ) per una giusta redistribuzione delle risorse e delle ricchezze, con il fine di realizzare quanto Stiglitz propone in merito alla formazione e all’istruzione, dalla suola materna all’università. Nulla è detto sui paradisi fiscali, sul principio di unificazione dei diritti alla mobilità, ai temi dell’emigrazione, delle guerre in atto e sui ritardi riguardanti gli accori sul clima, sui quali soprattutto gli Stati Uniti sono fortemente debitori .  Piketty, con il saggio Capitale e Ideologia ( del quale mi sono già interessato ) è stato scientificamente più completo. E’ pur vero che il suo lavoro si sviluppa con dati, grafici e riferimenti storici per un volume di pagine 4 volte superiori, ma nelle conclusioni offre risposte percorribili, plausibili e, sotto un certo punto di vista, anche rivoluzionarie. Per concludere, questo 2020 ci fa scoprire che due eminenti studiosi  dell’economia ( uno, Stiglitz Premio Nobel e l’altro Piketty, con al suo attivo saggi di economia importanti ) si rivelano interessati a realizzare una riforma del capitalismo e della globalizzazione in senso socialista e progressista. Non accontentiamoci, confidiamo che ci aiutino a realizzare il socialismo.

Alberto Angeli

Sessanta anni fa la carica a Porta San Paolo. di M. Zanier

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É per me un grande onore partecipare a questa manifestazione importante e portare i saluti della FIAP.

I fatti di Porta San Paolo, vanno ricondotti al clima pesante del governo Tambroni del 1960 e al fatto che la Dc aveva respinto le istanze di Amintore Fanfani, che voleva aprire il governo monocolore ai socialdemocratici nel 1958 per superare la formula del centrismo: messo in minoranza dalla maggioranza del partito, contraria a questa prospettiva, è costretto l’anno dopo alle dimissioni da segretario e da capo del governo. Ad esso segue il II governo Segni che nel luglio 1959 giustifica in Parlamento l’intervento delle forze di polizia con bombe lacrimogene allo sciopero dei marittimi a Torre del Greco (NA), ricevendo l’appoggio dell’Msi e provocando dure reazioni fra i partiti di sinistra. In quella fase storica va detto che i liberali di Giovanni Malagodi erano estremamente duri con le possibili aperture della Dc verso i partiti della sinistra e il 20 febbraio 1959 fa un discorso di rottura verso quel partito, mentre Saragat auspica un governo Dc – Psdi – Pri con l’appoggio esterno del Psi. Il 23 febbraio il PLI ritira l’appoggio al governo.

Il 25 marzo 1960 nasce il governo monocolore democristiano Tambroni che si regge sull’appoggio esterno dell’Msi guidato da Giorgio Almirante. E’ una svolta pesante perché Almirante aveva avuto delle responsabilità gravissime nella Repubblica Sociale Italiana, avendo firmato lui dopo l’8 settembre 1943 il decreto legge che obbligava i militari italiani e i ribelli in montagna a consegnarsi ai fascisti o ai tedeschi o ad essere fucilati[1].

Il governo Tambroni non sarebbe durato per fortuna che pochi mesi soltanto ma il suo ricordo è ancora molto vivo. La sua decisione di dare spazio ai fascisti e autorizzare il Congresso missino a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza liberata dai partigiani il 23 aprile 1945, aveva fatto insorgere moltissimi lavoratori del porto e delle fabbriche, la protesta si era estesa ai professori universitari e soprattutto a migliaia di ragazzi giovanissimi che scendevano in piazza per la prima volta. La repressione delle forze dell’ordine era stata violenta. Ma l’indignazione e la protesta degli antifascisti non si sarebbe fermata: il 28 giugno Sandro Pertini avrebbe detto a Genova in un discorso memorabile davanti a una folla oceanica che quel Congresso era stato convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, cogliendo il nocciolo della questione.

Nella manifestazione genovese del 30 giugno in quella città saranno 75 i feriti e i contusi tra i manifestanti caricati dalla polizia mentre rientravano a casa alla fine del corteo[2]. Ma il risultato della mobilitazione fu straordinario: il 2 luglio il Congresso missino a Genova viene annullato e il Msi minaccia di ritirare l’appoggio al governo. Il giorno dopo su l’«Avanti!» Nenni scrive che Genova rappresenta la risposta al tentativo governativo di inserire i residui fascisti nella cittadella democratica.

I fatti del 6 luglio 1960 a Porta San Paolo sono da inscriversi in questo contesto in un momento storico preciso: erano passati solo 15 anni dalla fine della Resistenza. La manifestazione di quel giorno contro il governo Tambroni, si badi bene, era stata inizialmente autorizzata dalla Prefettura e solo il giorno prima l’autorizzazione venne negata per motivi di ordine pubblico. Una provocazione? Comunque difficile e complicato comunicare a quel punto ai tanti partecipanti che la manifestazione non si sarebbe svolta più. Di fatto la repressione delle forze dell’ordine fu qualcosa di terribile: per la prima volta dal dopoguerra viene usata la cavalleria contro una manifestazione pacifica. La prima pagina de «l’Unità» del giorno dopo parla di migliaia di poliziotti scagliati contro la folla che portava corone ai martiri antifascisti, di deputati comunisti e socialisti fermati, insultati e percossi, di centinaia di fermi e di feriti, di rastrellamenti nelle case[3]. Fortissima sarà l’eco in Parlamento delle forze democratiche che chiederanno spiegazione al governo delle violenze contro i manifestanti in piazza.

I fatti di Porta San Paolo avvengono subito dopo la rivolta popolare e lo sciopero generale di Genova e prima dei fatti di Reggio Emilia con cinque morti il 7 luglio e i quattro morti l’8 luglio in Sicilia.

La CGIL, che l’8 luglio proclama lo sciopero generale in tutta Italia è, accanto ai partiti antifascisti, agli operai, ai professori, agli studenti e ai molti altri che scesero in piazza, uno dei protagonisti della rivolta contro un governo troppo tenero con le idee e le iniziative neofasciste e tra le forze che ne determinano la caduta il 19 luglio.

La cavalleria che scende in piazza il 6 giugno a Roma guidata da Raimondo d’Inzeo a bastonare i manifestanti indifesi e intimidire i molti parlamentari che aprivano il corteo è il segno per tutte le forze politiche e per la Dc in particolare, che le cose in Italia dovevano cambiare. E non sarà un caso se due anni dopo Aldo Moro, nell’VIII Congresso della DC a Napoli, il 27 gennaio 1962, parlerà del Psi come di una riserva alla quale attingere […] per un più stabile equilibrio in seno alla democrazia italiana chiarendo inoltre l’evidente inutilizzabilità di una destra retriva, diffidente del nuovo, minacciosa. Il 21 febbraio di quell’anno, il IV governo Fanfani sostenuto da Dc, Pri e Psdi con l’appoggio esterno del Psi, cambierà la storia recente del Paese, inaugurando la lunga stagione del centro-sinistra che realizzerà delle riforme fondamentali per la modernizzazione del Paese.

Marco Zanier.

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[1] Simonetta Fiori, «Almirante e gli scheletri di Salò»,  «la Repubblica», 29 maggio 2008

[2] «Drammatica giornata di lotta antifascista nelle piazze di Genova», «Avanti!», 1° luglio 1960

[3] «Fiera battaglia antifascista a Roma contro un selvaggio attacco della polizia», «l’Unità», 7 luglio 1960

Il voto francese e cosa può significare per noi. di A. Benzoni

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Alberto Benzoni

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Appena due anni e mezzo fa, il partito di Macron raggiungeva la maggioranza assoluta alla Camera dei deputati. Oggi, nei settanta o poco più comuni con una popolazione superiore ai cinquantamila abitanti dove si votava per il ballottaggio, nessuno dei candidati eletti è stato eletto sotto le sue bandiere.

Ancora due anni e mezzo fa poco meno del 50% dell’elettorato era rappresentato dai due partiti in lizza per le presidenziali; oggi il numero dei consiglieri eletti da Lrm e dal Rn è tra il 5 e il 10% (secondo alcuni, la percentuale sarebbe anche più bassa).

Nel 2017 non c’era un solo deputato verde. Oggi i verdi sono presenti nelle coalizioni vincenti in più di quaranta comuni; e hanno il sindaco quasi sicuramente a Marsiglia e anche a Lione, Bordeaux, Strasburgo, Grenoble oltre che in altre città medio grandi.

Nel 2017 il partito socialista sembrava sull’orlo del disfacimento: oggi riconquista i suoi vecchi bastioni a Parigi, nell’Ovest e nel Sudovest della Francia e strappa al Pcf, Saint Denis, bastione rosso dal 1929.

Nel 2017, la sinistra, nel suo insieme, era debole e divisa. Oggi ha improvvisamente recuperato, almeno a livello locale, una capacità coalizionale che le ha consentito di vincere nella maggioranza dei confronti

Nel 2017 l’avvento di Macron sembrava aver messo in soffitta la tradizionale contrapposizione destra/sinistra. Oggi questa è tornata all’ordine del giorno

In tutto questo non c’è nulla di straordinario o di imprevedibile. Semmai un ritorno alla normalità.

Prima osservazione: l’uomo solo al comando e il “né di destra né di sinistra” non funzionano in un paese, come la Francia, fortemente politicizzato e strutturato (a rompere gli schemi, dal dopoguerra in poi, c’è stato solo De Gaulle; ma De Gaulle, a differenza di Macron, incarnava un progetto forte e comprensibile).

Il Nostro si è del resto prontamente adeguato al nuovo contesto. Precipitandosi ad accogliere tutte le 151 proposte della Convention citoyenne sul clima (e a sottoporre al referendum le due più importanti). La scritta sul muro che lo terrorizzava avrebbe finora le sembianze di un populista; ora non più.

La vittoria ecologista è anche quella dei socialisti (buoni i loro risultati a livello di sindaci, soprattutto nell’ovest, nel centro-sud-ovest, a Parigi e nella sua cintura; tolto al Pcf Saint Denis, che reggeva dal 1929); e soprattutto, di una generale capacità coalizionale: verdi, formazioni civiche e, assieme a loro, i partiti tradizionali della sinistra.

Hanno votato molto pochi è vero; ma è anche vero che, nel generale disincanto, hanno votato i più motivati e non le truppe cammellate.

Tutto bene” mi direte; “ma dov’è il messaggio per l’Italia”?

Purtroppo il messaggio non c’è. Perché, qui e oggi, non c’è nessuno in grado di riceverlo.

Perché i verdi italiani sono stati massacrati. Da quadri della sinistra antagonista alla ricerca di una collocazione meno impegnativa; dalla tutela soffocante e censoria degli ex comunisti; da giovani virgulti in attesa di più luminosi destini; e, infine, da una classe dirigente che trasuda tristezza da ogni suo poro.

Perché i socialisti sono scomparsi dall’orizzonte; e non solo per colpa degli altri.

Perché la sinistra, a ogni livello è travolta da un passato di sconfitta e dedita a liti perpetue, che rendono pari a zero la sua capacità coalizionale.

E, infine, perché i comuni e la democrazia comunale sono stati le grandi vittime delle riforme istituzionale, del protagonismo di governatori e/o sindaci, salvatori della patria e, infine, della politica di austerità.

Ma, allora, l’unico messaggio importante e cogente che viene dalla Francia è quello di ripartire dai comuni. Facce nuove, cause vere, nuove forze in campo. Libere da qualsiasi legame con un passato che ci condiziona e ci uccide a poco a poco.

Alberto Benzoni

Se essere mamma fa a pugni col lavoro. di S. Bagnasco

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L’Ispettorato del lavoro ci informa che nel 2019 le donne che hanno lasciato volontariamente il lavoro sono state 37.611; nel 2011 erano state 17.175 e anno dopo anno aumentano incessantemente.

Il 65% delle donne lasciano per le difficoltà di conciliare il lavoro con la cura dei figli.
La fascia di età è concentrata tra 29 e 44 anni, nel pieno quindi della vita professionale.

La vita familiare si conferma poco paritaria e il gap tra i generi ancora enorme.

C’è poco da farfugliare di natalità, se non si affronta la questione del diritto per una donna di essere lavoratrice e madre e la questione della disoccupazione giovanile. Perché mi pare ovvio che i giovani sono disoccupati in modo impressionante non perché si fanno pochi figli ma perché questo Paese non offre opportunità ai giovani dopo aver chiesto alle donne di rinunciare al lavoro o a essere madre.

Le ragioni di questi insuccessi, che con costanza raccogliamo anno dopo anno, sono sempre gli stessi: carenza dei servizi per la prima infanzia, costi troppo alti per l’assistenza attraverso nidi o baby sitter, mancanza di posti al nido, mancanza di parenti a supporto delle giovani famiglie, questione sempre più stringente considerato che sempre più spesso le giovani coppie si formano lontane dai luoghi di origine perché lontano dalle rispettive famiglie hanno trovato lavoro.

La realtà è quindi ancora quella di decenni fa, nonostante i fiumi di parole su occupazione femminile, parità di genere e natalità: la donna troppo spesso è ancora posta di fronte alla scelta tra diventare mamma o lavorare.

Non ci siamo!

Adesso si profila il Family Act, vedremo come si concretizzerà; certamente un passo avanti, ma al momento mi sembra inidoneo a risolvere i problemi reali perché al primo posto non c’è il nido accessibile a tutti e la scuola a tempo pieno.
L’assegno universale e i congedi parentali non compensano la mancanza di adeguati servizi per l’infanzia.

Sergio Bagnasco