Democrazia

Sindacato sotto attacco, la via d’uscita è l’unità, di B. Ugolini

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Bruno Ugolini

Ho davanti una pagina de l’Unità di giovedì 11 settembre 1969. C’è un titolo enorme: “SCIOPERO: i metallurgici iniziano la battaglia per il contratto”. Era l’avvio di quello che il socialista Francesco De Martino battezzerà come “autunno caldo”. Sarebbe interessante andare a vedere le stesse pagine dell’epoca prodotte dal Corriere della Sera o dalle reti televisive. Troveremmo le stesse rampogne, le stesse grida scandalizzate che troviamo oggi in quasi tutti i mass media. Per cui le parole usate nell’editoriale de l’Unità quel giorno del 1969, firmato da Bruno Trentin, potrebbero essere riprodotte anche oggi. Laddove, ad esempio, si sofferma sui “vibranti articoli del Corriere della Sera” i quali non riconoscono più “il Sindacato buono e vilipeso, dai gruppi contestatori”.

Certo viviamo in tempi ben diversi da quel 1969. Allora c’era l’espansione economica, oggi c’è la decrescita infelice. C’è però qualcosa che non cambia. E’ l’atteggiamento prepotente della Confindustria. Oggi vuole cancellare il contratto nazionale per dare ampio spazio a quello aziendale (sapendo che è presente in un’assoluta minoranza di fabbriche). E che cosa chiedeva imperiosamente nel 1969? Lo ricorda ancora Trentin: “la rinuncia dei Sindacati ad ottenere anche a livello aziendale dei miglioramenti integrativi”. Niente contratti aziendali. La solita solfa, capovolta.

E anche allora l’informazione stava quasi tutta impegnata nel sostegno alla parte imprenditoriale. Sempre il Corriere il 19 ottobre del 1969 invoca una “legge sindacale” nonché “uno Stato autorevole”. Mentre il 4 dicembre annota come “le nuove forme di lotta sindacali pongono problemi sulla sopravvivenza stessa delle libere istituzioni”. Non tutti, però, 45 anni fa, si piegavano al conformismo dilagante. C’era chi indagava sul malessere del mondo del lavoro, sulle ragioni dei sindacati. Parliamo di Sergio Turone, Giorgio Bocca, Pietro Radius, Giovanni Russo, Goffredo Parise, Ignazio Silone, Cesare Zappulli.Oggi fare nomi altisonanti è più difficile.

La grande novità sta poi nei comportamenti dell’attuale governo. Le compagini capitanate da Rumor o Forlani non si sarebbero mai sognate di prendere per i fondelli i capi sindacali dell’epoca. Ve lo immaginate un Aldo Moro che accusa Luciano Lama di essere un retrogrado, un conservatore perché non capisce anticipatamente (come poteva avvenire all’epoca) il sorgere del cosiddetto “operaio massa”, la presenza di una forza fresca e combattiva a Mirafiori?

Fatto sta che nella nostra tecnologica epoca, l’informazione sta al gioco. C’è un Belpietro che chiede di “limare le unghie” ai sindacati, mentre il direttore del Sole 24 Ore invoca Di Vittorio e il suo piano del lavoro, ignorando che anche la Cgil della Camusso ha un piano del lavoro. Un piano che il governo non prende in alcuna considerazione, come del resto fecero i governi al tempo di Di Vittorio. E certo resta difficile pensare a quel grande “cafone” che incita gli operai e i braccianti a levarsi il cappello davanti a Squinzi e compagnia.

D’altronde un’altra novità oggi, a proposito di Confindustria, è data dalla scomparsa di quelli che un tempo si chiamavano “falchi” e “colombe”. Gli industriali metalmeccanici e chimici sono accanto a Squinzi nel ripudiare un negoziato sui contratti. Perché mai dovrebbero essere loro a impegnarsi in una trattativa quando hanno a disposizione esponenti di un “governo amico” che già hanno dato molto riassorbendo l’articolo 18 e disponendo notevoli incentivi per l’assunzione di giovani a contratto chiamato indeterminato, anche se nel finale può essere sciolto? Misure che incrementano dello zero virgola qualcosa l’occupazione suscitando un’esultanza ottimistica che non può essere condivisa dall’esercito dei giovani precari rimasti in costante attesa.

Oggi però, di fronte all’imponente campagna antisindacale, molto più forte rispetto al passato, c’è per i sindacati un rischio centuplicato dell’isolamento. Ecco perché sarebbe necessario dare un respiro alto alla battaglia che si preannuncia. Non può essere, credo, una battaglia solo salariale capace di coinvolgere, certo giustamente, operai, impiegati e tecnici attualmente occupati. Le piattaforme, come credo si stia operando, devono essere capaci di parlare anche ai nuovi assunti e a quelli non ancora assunti. Capaci di dare risposte a problemi della diffusione e non della restrizione del lavoro, anche con manovre sugli orari. Capaci di dare risposte alle domande di partecipazione: magari conquistando “consigli di sorveglianza” e replicando così a chi addita sempre l’esempio dei sindacati tedeschi. Piattaforme accompagnate da richieste ai “poteri pubblici” perché cerchino le strade per agire in supplenza di quegli imprenditori che scappano all’estero.

C’è infine un’esigenza sopra tutte le altre. Quella di rafforzare l’unità tra Cgil, Cisl e Uil. Tornano bene le parole di Trentin che chiudono quell’editoriale di tanti anni fa: “La nostra arma decisiva: l’unità e la democrazia di base…Qui sta la chiave del potere che il Sindacato riuscirà ad esprimere con la battaglia d’autunno…qui sta la chiave della vittoria dei lavoratori”.

Bruno Ugolini

tratto da http://www.rassegna.it/articoli/sindacato-sotto-attacco-la-via-duscita-e-lunita

Il Campidoglio, la democrazia e i burattini, di M. Foroni

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Foroni 1

Triste e avvilente spettacolo in questi mesi e in questi giorni, a Roma. Per i cuori e le anime democratiche. L’inevitabile epilogo delle epoche senza pensiero, prive di quella Politica, che quando non pensa ai problemi reali delle persone, diviene miseramente politicante. Con gli schieramenti urlanti in piazza, giullari da varie parti in salsa corporativa medievale. A morte il tiranno, il Cola di turno. Burattini senza fili, che questi nemmeno servono.
E ora tutti a candidarsi, evviva il cavallo vincente, quello che per primo arriva, pur prendendo una minoranza di voti, vince e sale sul podio. Quello del burattino più in alto. Le elezioni come rito e scommessa, quelle delle gare degli “onesti” contro le “caste”, utili a far dimenticare che le classi sociali esistono, eccome, ancora.
Perchè quando vi era la Democrazia, le elezioni comunali e regionali non erano “vinte” da nessuno. E il sindaco veniva proclamato, con la sua giunta, a seguito degli accordi tra i partiti della coalizione di maggioranza. Gli accordi politici. Che rappresentavano numericamente la volontà e la scelta dell’elettorato. La mediazione della Politica. E’ dal 1993 , anno horribilis per la democrazia del Paese, quello delle bombe a Roma e Firenze, che abbiamo sistemi elettorali di tipo maggioritario, per le elezioni politiche e le amministrative, con la personalizzazione spinta della politica. L’anno della legge elettorale maggioritaria per il Parlamento, il Mattarellum, dichiarato nel 2014 incostituzionale (come il Porcellum) dalla Consulta. L’anno in cui furono sdoganati i fascisti, e non a caso Gianfranco Fini si candidò a sindaco di Roma, nella gara “tra cavalli” con Francesco Rutelli.
Purtroppo, da alcuni anni, abbiamo perduto memoria di tutto questo. Oggi una cittadina e un cittadino italiani che ha meno di 40 anni non ha minimamente l’idea di cosa voglia dire fare politica, della rappresentanza, di quella democrazia mediata dei Partiti e della partecipazione dal basso, che si ispirava ai dettami della Costituzione. Nella deriva attuale del leaderismo all’americana, abbiamo perduto l’essenza del pluralismo, e ridotta la politica, appunto, ad una gara di cavalli (o di burattini). Tempi bui e tragici, di questo neofascismo strisciante e ambiguo. Cerchiamo con forza di non abbandonare le ultime speranze. Forti dei nostri ideali. Ma è, e sarà, sempre più dura.
Marco Foroni

Combattere gli estremismi prima che sia tardi, di L. Lecardane

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lecardane

Ieri sera sono stato all’iniziativa di tale avvocato Amato Gianfranco sulla cosiddetta teoria gender in provincia di Palermo. Mai e poi mai mi sarei aspettato nel mio paese, nella mia Italia, di vedere un tale spettacolo vergognoso di odio, mistificazioni e falsità. Sul modello io non sono omofobo ma pezzi estratti a caso da linee guida dell’OMS, e, come classico metodo di comunicazione, mettere cose false in mezzo a cose vere che però di per sé non sono un qualcosa per cui indignarsi. Mai nel mio paese avrei immaginato che la storia non avesse insegnato nulla, ieri gli ebrei con la teoria che questi volevano governare tutto grazie alla loro potenza economica, oggi con la sciocchezza della teoria gender che si sta diffondendo, secondo lui, a macchia d’olio, facendo tra altro andare via, per fortuna diverse persone indignate, ma facendone restare sedute altre.

Come ha scritto un docente universitario presente alla serata “mi sembra un incredibile affastellamento confuso di illazioni (per es., l’informazione sul “toccarsi” ai bambini di 0-4 anni previsto dalle Linee guida dell’OMS sarebbe da depravati), scandalismi (foto di uomini in vestiti e biancheria intima femminili,foto di moda tra altro, che a molti del pubblico fa dire “che schifo”, “assurdo”, “ma dove dobbiamo arrivare?!”, “è davvero una vergogna” e insomma tutto ciò che mio nonno diceva quando vedeva una donna con i pantaloni o che fumava o col rossetto), inesattezze (ci sarebbero persone che, ininterrottamente, “un giorno si percepiscono come uomo e il giorno seguente come uomini”) e banalità che pretendono di denunciare “l’irrazionalità” e la “vergogna” di chi crede nel genere (cioè la percezione di sé, sulla base delle categorie socio-culturali all’interno delle quali si vive, come uomo o donna indipendentemente dal sesso, ovvero dalla classificazione, su base fisico-biologica, in maschio e femmina). La percezione di sé, secondo l’avvocato Amato, non conta (è la stessa obiezione che veniva fatta una volta alle donne che si percepivano uguali, per capacità e intelligenza, agli uomini…).”

Peccato che le linee guida dell’OMS parlino dello sviluppo sessuale dei bambini e ne parlino sia l’unione pediatri per amico https://www.uppa.it/speciali/educazione-sessuale/    sia l’ordine psicologi del Lazio , ma non bastasse ciò ecco il documento ufficiale dell’OMS http://www.aispa.it/attachments/article/78/STANDARD%20OMS.pdf dove a pagina 22 si parla de “Lo sviluppo psicosessuale nell’infanzia e nell’adolescenza” , altro che imposizione di non so quali riti sessuali a scuola.

Poi leggo su un giornale nazionale che la regione Lombardia vuole fare l’ennesimo convegno anti-gay ed a questo convegno  è invitata l’autrice di un libro dal titolo “sposati e sii sottomessa” che si rifà, evidentemente,  alla Christian Domestic Discipline (http://www.huffingtonpost.it/2013/07/05/christian-domestic-discipline_n_3550121.html

http://www.huffingtonpost.it/2015/01/21/adinolfi-donna-sottomessa_n_6513662.html  )

e alle parole di Adinolfi, rilasciate in un’intervista facilmente reperibile attraverso i motori di ricerca, il quale afferma che la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Poi leggi le critiche ad una delle parti della legge sulla buona scuola, una delle poche, che, secondo noi,  va bene, cioè i comma 7 e 16 che parlano di pari opportunità, di lotta al bullismo, le quali rinviano alla legge sul femminicidio che sarebbe l’attuazione della Convenzione di Istanbul  (http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/8_marzo_2014/convenzione_Istanbul_violenza_donne.pdf)  che tratta di prevenzione e la lotta contro la  violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, e fai pensieri cattivi sulle vere intenzioni di queste persone.

Quello che molto mi colpisce è il silenzio dei partiti come il Pd, Sel , Altra Europa che, su questa vicenda, non intervengono facendo informazione. Evidentemente conta altro per loro, magari per alcuni conta di più sostenere Renzi o combatterlo, non accorgendosi di quello che accade in questo tempo, in questo luogo e in che modi.

Insomma fanno come quelli che distolsero lo sguardo dalle tragedie che il fascismo e il nazismo si apprestavano a cominciare.

Meno male che allora i Gramsci, i Togliatti, gli studenti cristiani de La Rosa Bianca si opposero, anche se non fu sufficiente.

Net Left, insieme ad altre associazioni, continuerà a fare vera informazione tra la gente indicando leggi, convenzioni europee e tutti gli istituti giuridici che parlano di queste argomenti indicandone le fonti primarie dai siti istituzionali della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea e non da siti che incitano all’odio, edulcorano la realtà o estrapolano frasi. ‪#‎rompiamoilsilenzio

Luca Lecardane

coordinatore regionale Net Left

Le scuole private e l’ICI. La vittoria della Costituzione, di M. Foroni

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Foroni 1

Sentenza storica per il Comune di Livorno: la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata nel 2010 dal Comune agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi. A comunicarlo è proprio il Comune sul suo sito. Per ora la sentenza si applica alle due scuole “Santo Spirito” e “Immacolata” che dovranno versare 422mila euro per gli anni dal 20o4 al 2009. A seguito delle sentenze, si provvederà a notificare anche gli importi dovuti per il 2010 e il 2011. Il pronunciamento della Cassazione potrebbe essere destinato a fare giurisprudenza. Si tratta della prima sentenza sul tema, in Italia.

Con le sentenze 14225 e 14226 depositate l’8 luglio, la suprema Corte ha di fatto ribaltato quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio, sentenziando che, poiché gli utenti della scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza, tale attività è di carattere commerciale, «senza che a ciò osti la gestione in perdita». In proposito il giudice di legittimità ha precisato che, ai fini in esame, è giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, risultando sufficiente l’idoneità tendenziale dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio. E cioè, il conseguimento di ricavi è di per sé indice sufficiente del carattere commerciale dell’attività svolta.

Questo genere di pronunciamento da parte della Corte di Cassazione è il primo in Italia sul tema specifico. La vicesindaco Stella Sorgente in proposito dichiara: «Abbiamo fatto degli incontri con le scuole interessate e l’ufficio tributi, nei quali era stata proposta un’ipotesi di conciliazione fra Comune e Istituti che sarebbe stata vantaggiosa per le scuole stesse, rispetto ad un’eventuale sentenza favorevole per il Comune da parte della Cassazione. Successivamente ci è stato comunicato dalle scuole stesse che avrebbero invece preferito attendere l’esito del giudizio in Cassazione. L’Amministrazione comunale è stata ringraziata per il sincero atteggiamento di apertura e dialogo dimostrato, ma non è stata accettata la proposta fatta. Pertanto, adesso che la Cassazione si è espressa con le due sentenze, le scuole sono costrette a pagare l’intero importo, comprensivo delle relative sanzioni. Ci fa piacere che questa sia la prima sentenza a livello nazionale che riguarda immobili di questa tipologia, destinati ad uso scolastico, affinché sia fatta definitivamente chiarezza sulla legittimità di tali pagamenti tributari da parte degli enti religiosi».

È la vittoria della Costituzione sull’«interpretazione» che ne hanno dato i governi. La sentenza fa scalpore perché è in controtendenza con quello che fanno i governi, compresi quelli di centrosinistra. La Costituzione all’articolo 33 parla di scuola pubblica e aggiunge che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Invece, negli ultimi anni non è stato così. A partire dalla legge Berlinguer, con un governo di centrosinistra, e poi negli anni c’è stato uno smottamento verso la scuola privata. “Senza oneri” per lo Stato non può avere un’interpretazione diversa. Purtroppo i contributi di cui le scuole paritarie già godono e i privilegi di natura fiscale si accompagnano a una contestuale riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica. E sarebbero molto più tollerabili se la scuola pubblica venisse salvaguardata, invece non è così. Non dubito che la scuola privata vada difesa, ma la scuola pubblica dovrebbe avere il primato.” Salvatore Settis

Marco Foroni

Da dove ripartire come socialisti, di M. Zanier

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E’ giunto il momento, secondo me, di creare per gradi un processo di aggregazione a sinistra. Credo che per creare uno schieramento che raccolga le storie migliori della sinistra ci si debba lasciare molto alle spalle ma non penso che questo debbano essere le singole appartenenze quanto piuttosto le differenze, le incomprensioni, le diffidenze storiche direi, perché la storia bella di socialisti e comunisti credo possa e debba costituire il cemento ideale della nuova formazione politica da costruire insieme. Penso alle tante battaglie importanti condotte dalla stessa parte nel passato, alle capacità organizzative che hanno permesso alla sinistra di riempire le piazze e di sostenere le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, penso soprattutto ad un’ottica di classe che credo vada mantenuta o, meglio, recuperata: lo stare dalla parte degli sfruttati e in contrapposizione netta a chi sfrutta e divide per suo tornaconto personale o di categoria. Per i socialisti in particolare credo si debba ripartire da una certa sana critica dell’orizzonte socialdemocratico, così come lo criticavano Basso e De Martino, per immaginare una società socialista da realizzare veramente più giusta ed equa per tanti.

Mi vengono in mente due passaggi: da un lato le parole che Lelio Basso pronunciò nel 1962, poco prima cioè di lasciare il partito per dare vita al Psiup (Per una sinistra socialista, Editoriale del numero di marzo 1962 di Problemi del Socialismo): “L’alternativa non è tra il riformismo della maggioranza e il rifiuto totale di ogni politica, di ogni obiettivo e di ogni strumento che non sia integralmente socialista, come da molte parti ci sentiamo ripetere (rifiuto della costituzione, del parlamento, della democrazia, ecc.), perché il socialismo si costruisce proprio lottando all’interno degli attuali rapporti sociali, delle attuali strutture e sovrastrutture, lottando sul terreno della realtà di oggi, anche con gli strumenti che essa ci offre, anche con la costituzione, anche con il parlamento, anche con quel tanto di democrazia che oggi possediamo, e che dobbiamo progressivamente allargare perché è vero che la costituzione, il parlamento e la democrazia di oggi non sono per sé soli bastevoli di avvicinarci al socialismo” e l’altro di De Martino, nel suo libro del 1989 “Il pessimismo della storia e l’ottimismo della ragione” (p.22): “Il socialismo viene concepito da molti come pienamente compatibile con la sopravvivenza del sistema capitalistico. In tal modo si pensa di acquistare legittimità nella gestione del sistema, ma non si valuta nella sua entità la rinuncia all’autonomia teorica e politica. In tal senso hanno operato correnti maggioritarie della socialdemocrazia europea ed in modo ancor più accentuato il moderno riformismo in Italia, fino a condividere una sorta di esaltazione del ‘privato’ di contro al pubblico. A questo punto cade una effettiva delimitazione tra liberismo e socialismo e si indeboliscono i legami col riformismo originario.”

In questo senso credo che il contributo dei socialisti alla creazione di una nuova concezione della sinstra possa essere interessante anche per i compagni che vengono da altre esperienze, senza per questo avere la presunzione di possedere una verità rivelata ma invece con la voglia di aiutare a superare alcuni limiti di tanti altri tentativi di riaggregazione a sinistra. Intendiamoci però, se come socialisti possiamo essere d’aiuto ai compagni comunisti che con mente aperta e spirito critico intendano dare vita insieme ad un nuovo soggetto di sinistra efficace ed utile a tanti, dall’altra parte dobbiamo, secondo me essere aiutati ad uscire dalla nostra autorefeenzialità e dal nostro isolamento, mascherato da autonomismo e vestito troppo spesso di anticomunismo.

Guardare alla realtà, alle trasformazioni della società, alla gravità della trasformazione della legislazione sul lavoro introdotta dal Jobs Act, votata anche dai nostril rappresentati in Parlamento e dalla maggioranza del PD (anche da molti esponenti storici di sinistra) che ha cancellato le conquiste introdotte dallo Statuto dei Lavoratori ed introdotto una precarietà senza fine e senza scampo per i nuovi assunti, aprirsi al confronto con le questioni nuove come la gestione concreta dei flussi migratori in un momento in cui le destre e non solo stanno portando avanti una battaglia senza quartiere ai diritti basilari delle persone, ripartire dai problemi concreti della casa e dell’abitare mentre sono in aumento gli sfratti nelle gandi città e nei piccolo centri e manca da troppo tempo una politica di rilancio dell’edilizia sociale, parlare di diritto al lavoro per i tanti precari della scuola che sono sotto scacco per colpa delle politiche del governo Renzi, affrontare con coraggio il drama dei tagli alla sanità pubblica che colpiscono i servizi essenziali per i cittadini come i Pronto Soccorso riducendo i servizi e il personale mentre aumentano le sovvenzioni alla sanità private, in barba ai principi contenuti nella nostra Costituzione.

Riparire da qui adesso, tutti insieme. Questo secondo me deve fare oggi la sinistra che si vuole costruire. Senza chiuderci ognuno nel proprio staccato, senza guardarci gli uni e gli altri con diffidenza, abbattendo i muri che ci dividono per tornare a dire la nostra in questo Paese. Ed aiutare la maggior parte della gente che non ce la fa ad alzare lo sguardo ed avere una prospettiva ideale: costruire insieme una società nuova, migliore e socialista.

Marco Zanier

In difesa della Camusso (per una volta), di R. Achilli

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achilli riccardo

L’intervista di Landini su Repubblica dice, in estrema sintesi, tre cose:

– l’unità sindacale lanciata dalla Camusso è roba vecchia, non più sufficiente, e ci vuole un nuovo modello di sindacato, essenzialmente un sindacato unico, come suggerito da Renzi e Scalfari;

– Questo modello di sindacato unico deve prevedere meccanismi democratici più avanzati nell’elezione, da parte dei lavoratori iscritti, non soltanto delle rappresentanze aziendali, ma anche delle strutture dirigenziali, oltre che in una maggiore estensione del meccanismo referendario;

– Occorre una lettura nuova del mondo del lavoro, che inglobi anche chi sta fuori dai meccanismi tradizionali della contrattazione, ovvero, da una parte, i lavoratori non sindacalizzati (il precariato) e dall’altro le aziende che, per scelta o per natura, stanno fuori dai meccanismi della rappresentanza sindacale, oppure sono stanche della contrattazione.

Inizierò dal terzo punto, sul quale concordo con Landini, e direi che sono anni che tutti stiamo dicendo che la lettura del precariato data dal sindacato per lunghi anni, è stata condizionata dal riflesso di riportare indietro, al fordismo, le lancette della storia industriale, per cui la frontiera della proposta al precariato era la richiesta di “stabilizzazione”, e di implementazione di un modello competitivo più avanzato (“una strada alta alla competitività”, direbbe Salvati) fondato sulle competenze e sull’innovazione, che naturalmente tendesse a fidelizzare il lavoratore al posto. Questa lettura è definitivamente saltata per aria con la crisi, con la precarizzazione definitiva del mercato del lavoro, con la constatazione che il capitalismo micro padronale e familistico italiano non è nelle condizioni patrimoniali, finanziarie e culturali per promuovere un modello “alto” di competizione, e che un sistema composto prevalentemente da micro imprese operanti in settori tradizionali o di nicchia, ma non innovativi, ha bisogno di grandi dosi di flessibilità per tenere su mercati in cui esso stesso è precario, in termini di risultati commerciali. E che la strada alta, fino agli anni Novanta, era garantita solo dalla grande industria pubblica, smantellata la quale ci siamo ritrovati con un capitalismo straccione e relazionale, non molto più evoluto del capitalismo comprador e mercantile descritto da Fanon rispetto ai Paesi africani appena decolonizzati.

Di conseguenza, la “nuova lettura” deve ripartire da una analisi del mercato del lavoro e delle sue segmentazioni interne, delle condizioni competitive e delle possibilità della nostra economia nello scenario globale, degli aspetti strutturali del rapporto fra capitale e lavoro, che determinano la distribuzione dei frutti della ricchezza, ed è un lavoro in primo luogo analitico e di studio. Che non c’entra niente, almeno in prima istanza, con il numero dei sindacati, quanto piuttosto con il modo in cui essi si interfacciano all’analisi della situazione con le proposte che sono in grado di fare. che a mio modesto avviso passano per il tramite di uno scambio fra estensione della rappresentanza sindacale e della effettiva partecipazione del sindacato alla vita aziendale e alle decisioni gestionali e garanzia di una maggiore tenuta della pace sociale in azienda, un pò come avviene in Germania. E per proposte operative innovative, ad esempio il rappresentante sindacale territoriale, in grado di dare voce anche agli addetti delle micro imprese prive di rappresentanza interna (ad esempio perché si tratta di botteghe artigiane con un solo addetto, o con due o tre addetti).

Se invece si lega, come fa Landini, la questione di una rilettura dell’azione sindacale a quella del numero dei sindacati in campo, si commette il classico errore del riformismo italiano, che confonde il contenitore con il contenuto, credendo che cambiando il contenitore il contenuto cambierà anch’esso, salvo ovviamente sbagliare sistematicamente.

Sul secondo punto, come non essere d’accordo sul principio generale? Certo, più democrazia interna e meno cooptazione. Certo, più referendum fra i lavoratori. Ma c’è un ma, un ma di tipo operativo, non di principio: senza commettere l’ingenuo errore del movimentismo, che nel nome del popolo sovrano ritiene che l’Eletto sia, di per sé stesso, investito di una autorità e di una onnipotenza divine. Mutatis mutandis, è la stessa logica maggioritaria e plebiscitaria, intrinsecamente autoritaria, di Renzi. La democrazia sindacale vera, profonda, caro Landini, sta dentro un modello di sindacato in grado di incidere nelle scelte aziendali, e cogestirle nell’interesse dei lavoratori. Un sindacato di dirigenti eletti, che però non conta niente, non produce affatto più democrazia. Il referendum fra i lavoratori deve avvenire a valle di un processo negoziale fra le parti che affronti la complessità e trovi soluzioni fattibili, altrimenti sarebbe un referendum alla Catalano, che chiede a lavoratori “volete avere più salario e lavorare meno, oppure avere meno salario e lavorare di più?” Ma le aziende non si gestiscono con i metodi di Catalano.

Sul terzo punto non ci siamo proprio. La storia del sindacato italiano è diversa da quello tedesco. Ed ha portato ad una graduale frammentazione del sidnacato confederale, guidata, almeno inizialmente, da grandi divergenze di principio e di visione della società. che ha condotto a percorsi diversificati, che se riescono a stare dentro un principio unificante di difesa dell’interesse del lavoratore, come propone la Camusso con la sua idea di tornare a forme di unità d’azione fra le tre confederazioni, pur nella reciproca autonomia, sono una ricchezza, non un impoverimento. L’idea dell’unificazione è una infausta consuetudine italiana: partiamo alleati, poi ci mettiamo insieme nell’illusione di essere più forti. E cosa produciamo? Il partito democratico, ad esempio. La verità è che una unificazione sindacale, oggi, schiaccerebbe la CGIL e la FIOM sotto il peso di sindacati molto più moderati, come la CISL e la UIL, spostando l’intero movimento sindacale italiano a destra, esattamente come il processo fusorio del PD ha finito per spostare a destra tutto il centrosinistra italiano. E, esattamente come nel caso del PD, il presunto sindacato unico sarebbe, almeno nei primi anni, una accozzaglia caotica di componenti interne con il loro capobastone. Questo caos paralizzante sarebbe il miglior regalo possibile per la controparte padronale. Per una volta, caro Landini, ha ragione la Camusso. La strada è l’unità d’azione nella diversità organizzativa e nell’autonomia reciproca. E smettiamola per favore con questo modernismo da strapazzo, per cui la proposta della Camusso non va bene perché è “vecchia”, è “roba da anni Settanta”. Sembra di sentir parlare il rottamatore della Valdarno e il suo mito del modernismo a tutti i costi. Intanto negli anni Settanta il sindacato era più efficace e potente di oggi, tanto per dire. Se tornassimo al livello di tutele di quegli anni, noi lavoratori saremmo felicissimi.

Ed una ultima annotazione, caro compagno Landini. Tu giustamente hai detto, recentemente, che il sindacato deve essere più autonomo dalla politica. mi sembra giustissimo. Allora tu stesso sii coerente con le tue affermazioni, e decidi dove vuoi stare, se in politica o nell’agone sindacale, se vuoi essere riformatore della politica oppure del sindacato. Proporsi entrambi gli obiettivi significa “de facto” sottomettere il sindacato alla politica, anziché liberarlo.  L’ora della scelta del campo in cui si vuole combattere inizia ad avvicinarsi, anche per le coalizioni sociali.

Riccardo Achilli

Una analisi del DEF 2015, di R. Achilli

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achilli riccardo

Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme alPiano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governonazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva diquella inizialmente abbozzata).

Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di vera e propria ripresa,della crescita, che quest’anno dovrebbe attestarsi sullo 0,7%, per poi arrivare all’1,4% nel 2016 ed all’1,5% nel 2017. Tale ipotesisi bassa su una ripresa delle esportazioni, che dal +2,7% del 2014 dovrebbero crescere del 3,8% nel 2015 e del 4% in ciascuno dei due anni 2016 e 2017, degli investimenti privati (che dopo il calo di 3,3punti nel 2014 dovrebbero crescere di 1,1 punti nel 2015, e di 2,1punti nel 2016) e dei consumi interni, che dovrebbero crescere dello0,8% nel 2015 (dopo lo 0,3% del 2014) fino all’1,4% nel 2017.Completa questa rosea previsione una riduzione di spesa per interessisul debito pubblico pari a 0,3 punti di PIL (ovvero, per un risparmiopari a poco più di 4,9 miliardi).

Questo quadro macroeconomico a rose e fiori dovrebbe quindi contribuire agli obiettivi di finanza pubblica, ovviamente anch’essi visti in miglioramento. Il deficit nominale sul PIL , passerebbe dal 2,6% del2015 all’1,8% l’anno prossimo, fino ad azzerarsi nel 2018,portando ad un pazzesco avanzo di 0,4 punti nel 2019. Il rapporto fra debito pubblico e PIL scenderebbe, dunque, dal 132,5%, al 130,9% l’anno prossimo, fino al 127,4% nel 2017. Il pareggio strutturale di bilancio (al netto cioè degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum) verrebbe raggiunto nel 2017, scendendo di un puntodecimale fra 2015 e 2016 (da -0,5% a -0,4%).

Questo quadro surreale come un dipinto di Dalì (ma evidentemente privo della stessa qualità artistica) porta ad una prosa nella retorica governativa che sfocia nel dadaismo. Fondamentalmente, tutto ciò verrebbe ottenuto senza aumentare le tasse, ma anzi abbassandole in rapporto al PIL, senza incidere sulla spesa pubblica produttiva, che anzi aumenterà (la spesa pubblica in conto capitale dovrebbe aumentare di 3,5 miliardi fra 2015 e 2016) ed addirittura si sarebbe trovato un presunto bonus di spesa di 1,6 miliardi da destinare a un qualche provvedimento urgente di natura sociale o produttiva (sulla destinazione,l’impetuoso Renzi trova un istante di riflettività, anche perché,come meglio si dirà, non è affatto certo che il cosiddetto bonus,dopo il vaglio della Commissione europea, esisterà ancora). Il cittadino medio, che non ha una laurea in economia, e non sa la differenza fra un quadro tendenziale ed un quadro programmatico dovrebbe essere portato a credere, illudendosi, che il DEF stiaaprendo la strada ad una inversione radicale delle politiche economiche, in direzione di una illuminata espansione economica accompagnata da una armoniosa virtù nei conti pubblici. Ed addirittura, Renzi si spinge a dire che le stime del Def sono“prudenziali” (!) lasciando sottendere chissà quali prelibati frutti di una nuova stagione di sviluppo, che per modestia (!!) non ci vuole ancora disvelare, a noi poveri gufi abituati alla durezza della quotidianità ed al principio della realtà.

Ora, evidentemente, le cose stanno in modo diverso. Una ripresa economica trainata dalle esportazioni presuppone che lo sviluppo del commercio mondiale sia solido. Ora, su questo solido sviluppo pesano enormi incognite, dale cifre non proprio entusiasmanti della ripresa statunitense, che potrebbe arrestarsi improvvisamente quando quest’estate un Congresso molto meno accomodante del passato (anche perché ci avviciniamo alla lunghissima maratona presidenziale) dovrà discutere del nuovo “tetto del debito”, e già circolano ipotesi di politiche di austerità recessive, al rallentamento di quasi tutte leeconomie emergenti (Cina, sulla quale pesa addirittura una potenzialebolla immobiliare e finanziaria, Russia, Brasile) ad un profilo diripresa del Giappone non proprio entusiasmante. Senza contare che,sul mercato europeo, il crescente surplus commercial tedesco schiaccia gli spazi di crescita dei partner (per l’ovvio principio fisico secondo il quale se aumenti le quote di mercato si riducono quelle degli altri). Ed infine, l’effetto di svalutazione dell’euro sul dollaro è, per le stesse ipotesi di base del DEF, limitato alsolo 2015, sostanzialmente arrestandosi negli anni successivi.

D’altro canto, la prevista ripresa della domanda interna per consumi ha aspetti esoterici, atteso che la fase di declino del prezzo del petrolio sembra essersi arrestata, il deflatore dei consumi mostra tensioni inflattive di ritorno già da fine 2015, e la crescita dei redditi,che nelle ipotesi del DEF addirittura passerebbe da +1,3% nel 2015 al+2,4% nel 2016 (cioè raddoppiando la velocità di crescita) è una favoletta ridicola, in una stagione in cui il Jobs Act e l’indebolimento dei sindacati ha eliminato ogni possibilità di negoziare margini di aumento del salario. Stendiamo un velo pietoso sull’aumento previsto degli investimenti, che dovrebbe poggiare su un credito di imposta per le imprese che investono in R&S (ma conmercati ancora instabili le imprese non investiranno), su una aspettativa di ripresa del credito legata al QE della Bce (ma i primidati per il 2015 segnalano un ulteriore peggioramento del creditcrunch, come è evidente. Le banche se ne fottono della maggiore liquidità loro offerta se i loro coefficienti patrimoniali continuano ad essere precari, e se l’aspettativa è che la vigilanza europea unica inasprisca i criteri patrimoniali stessi) esulla partecipazione al modesto programma di investimenti pubblici messo a punto da Juncker, che dovrebbe portare fuori dal calcolo del patto di stabilità alcune voci di investimento, che però ancora nonsono specificate, poiché il regolamento è in redazione, quindi è assai arduo formulare previsioni macroeconomiche in merito). E percarità di Patria tacciamo sugli effetti espansivi delle riformestrutturali attuate dal Governo Renzi, che secondo il DEFporterebbero a 0,4 punti di PIL nel 2016 con una crescita del loropeso fino a 1,8 punti nel 2020. Va rilevato, infatti che, come esprime la tabella a pag. 48 della Sezione I, il grosso dell’impatto proviene dalla riforma del mercato del lavoro (ma evidentemente le imprese non assumono lavoratori solo perché viene abolito l’articolo 18, ma primariamente se ci sono i mercati per poter ampliare la base produttiva, quindi l’effetto espansivo del Jobs Act è una merafavola, come mostrano numerose ricerche sull’impatto della flessibilità lavorativa sulla crescita). Al secondo posto, come impatto, verrebbe la riforma della P.A. che però ha il piccolodifetto di non essere ancora attuata (e peraltro, la tenue speranza di chi scrive è che una simile riforma imbecille non venga attuata mai).

Evidentemente, quindi, poiché la manovra di stabilità per il 2016, al fine di scongiurare le clausole di salvaguardia (essenzialmente, per scongiurare il maxi-aumento dell’Iva, che sarebbe evidentemente la pietra tombale sulle già irreali aspettative di ripresa della domanda interna per consumi) dovrebbe poggiare per almeno 6,5 miliardi sul miglioramento atteso della crescita, è del tutto ovvio che, invece, possiamo aspettarci esattamente l’attivazione di tali clausole, con qualche mese di ritardo, quando la Commissione si sarà stancata del giochino delle tre carte che Renzi inscenerà, insieme ai suoi ciambellani.

Cosa succederà realmente nel 2016 e 2017 ? Succederà che il saldo primario (spese – entrate pubbliche al netto del pagamento degli interessi sul debito) dovrà,nel 2016, migliorare di circa 14 miliardi, rispetto ai 26 miliardi con cui si prevede di chiudere il 2015. Ciò si otterrà mediante un taglio delle spese per 4,1 miliardi, privatizzazioni di ciò che resta del patrimonio imprenditoriale pubblico per circa 8,2 miliardi,ed 1,8 miliardi di maggiori entrate. L’artifizio retorico di Renzi,per cui non vi saranno maggiori tasse, è smascherato dalla manovra che verrà fatta su deduzioni e detrazioni fiscali che, pur mantenendo formalmente inalterate le aliquote fiscali, aumenterà la pressione fiscale per riduzione dell’area dei benefici fiscali(producendo quindi, sul contribuente finale, lo stesso effetto di unaumento effettivo della tassazione). Si tratta cioè né più némeno che di una solenne presa in giro degli italiani, cui la comunicazione renziana ci ha abituati. Sul versante del taglio delle spese, esso sarà sostenuto mediante una nuova, ulteriore, tornata di spending review (che dovrà garantire ben 9,8 miliardi nel 2016, alfine di coprire l’aumento delle spese pubbliche di investimento ed altri aumenti di parte corrente), che sarà così concepita:

  • Per gli enti locali proseguirà il processo di efficientamento già avviato nella Legge di Stabilità 2015 attraverso l’utilizzo dei costi e fabbisogni standard per le singole amministrazioni e la pubblicazione di dati di performance e dei costi delle singole amministrazioni;
  • In tema di partecipate locali saranno attuati interventi di smantellamento (ai danni ovviamente del personale che ci lavora), con particolare attenzione ai settori del trasporto pubblico locale e alla raccolta rifiuti.
  • Numerose strutture periferiche dello Stato saranno chiuse, senza garanzie per il personale, come nel caso delle Province.
  • Immobili utilizzati dalle amministrazioni sanno venduti;
  • Sarà completato il processo di razionalizzazione delle stazioni appaltanti e delle centrali d’acquisto per gli acquisti della PA.

L’insieme di tale manovra sarà recessivo, e, in modo implicito, al di là delle facili ricamature comunicative, lo stesso DEF, nel differenziale fra PIL tendenziale e PIL programmatico, stima tale effetto in 0,3 punti diPIL persi per il 2016 come conseguenza della manovra di stabilità sopra descritta.

E ciò che è ancora più spaventoso è che tale scenario è il migliore possibile. E’infatti del tutto improbabile che la Commissione Europea faccia passare questa ipotesi, per la manovra di stabilità del 2016. Talei potesi, infatti, rinvia al 2017, anziché al 2016, come da impegni assunti, il pareggio strutturale di bilancio. E lo fa autoattribuendosi, del tutto arbitrariamente, la clausola diflessibilità per le riforme fatte e quelle previste nel PNR allegato1 ( sul quale occorrerebbe fare un approfondimento a parte). Ma non èaffatto detto che la Commissione accetti questa impostazione, e conceda effettivamente la flessibilità, anche perché è difficileche si approvi una manovra in cui il grosso è costituito da introitio risparmi di non immediata realizzabilità, come le privatizzazionie la spending review (che come visto in questi anni, comporta benefici diluiti nel tempo). E tra l’altro, la Commissione potrebbe non bersi le ottimistiche previsioni macroeconomiche del Governo (vedi sopra la discussione sulle previsioni). Abbassando l’asticella della crescita, l’entità della correzione di bilancio ovviamente cresce. Nell’ipotesi peggiore, in cui il pareggio di bilancio strutturale dovesse essere imposto per il 2016,infatti, la manovra dovrebbe portare ad un saldo primario di quasi 28 miliardi, in luogo dei 14 previsti, con una perdita di quasi un puntodi PIL.

(1) La clausola di flessibilità prevede infatti condizioni stringenti nella valutazione della fattibilità, efficacia di lungo periodo e rilevanza delle riforme proposte, prima di concedere il bonus.

P.S. sul cosiddetto “tesoretto” da 1,6 miliardi:in realtà, quella somma deriva dalladifferenza fra il deficit/PIL del quadro tendenziale (cioè delquadro delle finanze pubbliche in assenza degli interventi previstidal DEF), pari al 2,5%, e il rapporto che emerge dal quadro programmatico (cioè in presenza di interventi) pari al 2,6%. Queldecimale di differenza ammonta proprio a 1,6 miliardi, e secondo il Governo potrebbe essere concesso dai nuovi regolamenti Ue che interpretano la flessibilità dibilancio, in presenza di un output gap negativo e superiore a 3 punti(cioè in presenza di una crescita inferiore al potenziale massimo dicrescita, stimato mediante la quantificazione del PIL potenziale). Ma se la Commissione dovesse imporre un inasprimento della manovra per il 2016, anche questo tesoretto sparirebbe.

Riccardo Achilli

Lunedì 26 Gennaio ore 18,30 alla Casa per la Sinistra Unita del IX Municipio

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CSU IX Municipio 26 gennaio locandina 001

Lunedì 26 Gennaio alle 18, 30 presso la sede delle Case per la Sinistra Unita del IX Municipio in località sesto ponte, si terrà un’Assemblea per chiedere la realizzazione di uno Statuto per l’Area Metropolitana rivolto ai cittadini e riguardante i loro diritti, che preveda un ruolo diverso dei Municipi e riguardi le loro competenze e la loro autonomia di bilancio, che possa sostenere un rilancio dei Consigli di Quartiere e possa definire un intervento programmatico riguardante un’area vasta in materia di urbanistica, servizi e mobilità. L’Assemblea  intende inoltre occuparsi dei problemi del Quartiere Laurentino- Fonte Ostiense in particolare della vicenda del conguaglio dei diritti di superficie e della trasformazione dello stesso in diritto di proprietà, del grave ritardo della realizzazione e messa in opera del corridoio pubblico della mobilità Metro Laurentina- Tor Pagnotta, esigendo dai privati il rispetto degli accorsi sottoscritti, dell’apertura di un dibattito reale per evitare lo sperpero del denaro pubblico.

Partecipate numerosi!

 

Immigrazione: una conversazione con l’Associazione Dhuumcatu, di S. Macera

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Bachu

Bachu

L’Associazione Dhuumcatu, creata e composta da bengalesi, è da tempo una presenza significativa nella principale metropoli italiana: in prima fila in tutte le manifestazioni per i diritti degli immigrati che si sono svolte nello scorso decennio, offre anche assistenza per le pratiche relative al permesso di soggiorno. Negli ultimi anni ha inoltre sviluppato proficue collaborazioni con le Università La Sapienza e Roma 3, strettamente legate alla possibilità – per gli studenti – di conseguire Master sulle politiche migratorie e sulla convivenza tra etnie nei grandi agglomerati urbani. La sede di questa Associazione è in via Casilina 525, nel quartiere Tor Pignattara, cioè in un’area a forte connotazione multietnica, purtroppo segnata, negli ultimi mesi, da tensioni tra comunità e anche da episodi gravissimi e di cui è necessario ribadire la condanna, come l’omicidio del pachistano Shahzad ad opera di un minorenne romano. Rivolgendoci a Bachcu, che dell’Associazione è uno degli animatori, abbiamo cercato di mettere a fuoco alcuni contorni della situazione degli immigrati a Roma, con l’intento di fuoriuscire dai luoghi comuni veicolati dai media più diffusi.

La nostra conversazione è partita dai rapporti dell’Associazione con le forze del territorio, a partire dai Comitati di Quartiere. Qui ve ne sono almeno tre, di diversa collocazione politica: uno schiettamente di destra, uno di sinistra e un terzo dall’orientamento non chiaro. Esclusa ogni relazione col primo – dedito a speculare su una presunta “emergenza immigrati” – con il secondo vi sono state iniziative comuni, di carattere sociale e culturale, sui temi legati alla riqualificazione d’un territorio che l’amministrazione capitolina ha per molti versi abbandonato a sé stesso. In sostanza, parliamo di azioni volte a combattere il degrado che rifiutano quella retorica imperante che lo associa direttamente alla presenza di “forestieri”. Ma perché, oggi, nella capitale il clima risulta così impregnato d’intolleranza? Secondo Bachcu, una parte della responsabilità è anche del primo cittadino, Ignazio Marino, che in alcune occasioni ha avuto la mano pesante nei confronti di Rom e immigrati – effettuando sgomberi che, per le modalità adottate, sono stati criticati da Amnesty International – salvo esprimersi, in altre circostanze, in termini più consoni ad una cultura democratica. Così, il sindaco ha spianato la strada alle forze di destra e anche di estrema destra, che, su questo fronte, agiscono in modo più lineare ed organico, giungendo a muoversi addirittura nel senso d’una quotidiana istigazione all’odio razziale. Tale opera di sciacallaggio o, comunque, il successo di argomenti rozzamente semplificatori, a ben vedere, possono essere parzialmente spiegati anche alla luce di questioni irrisolte che riguardano l’Italia intera e che si caricano di valenze esplosive soprattutto nelle grandi città.

E’ vero, nel belpaese è sostanzialmente ridicolo parlare di un’invasione, sia perché la percentuale di immigrati (attorno all’8% della popolazione totale) è più contenuta che negli altri grandi Stati europei, sia in considerazione della cospicua flessione dei flussi migratori che si è registrata negli ultimissimi anni, dovuta alla consapevolezza delle difficoltà economiche dell’Italia attuale. Però, quando la classe dirigente nostrana ha cominciato a interessarsi agli immigrati – a partire dalla Legge Martelli (1990) – lo ha fatto considerandoli esclusivamente come manodopera, senza confrontarsi con il loro essere portatori di specifiche culture, tendenze religiose e modi di vita. Poco è stato fatto, insomma, per avviare un serio confronto/scambio con i nativi; anzi, si può dire che una peculiarità italiana è proprio la mancata scelta d’uno dei qualsiasi dei tanti modelli attraverso cui gli Stati cercano di far interagire, nello spazio pubblico, differenti identità culturali. Di più, si è lasciato che – a parte la programmazione dei flussi a seconda delle necessità delle imprese – tutto il resto si regolasse da sé. Il che ha portato le singole comunità s muoversi come meglio potevano: per dire, un nuovo arrivato dallo Sri Lanka in cerca di casa ha potuto trovarla solo in un uno specifico quartiere, attraverso persone della stessa provenienza precedentemente insediatesi nel posto. Si è creato così un fenomeno che i sociologi più attenti riconducono a una sorta di ghettizzazione e che, invece, una classe politica spregiudicata, impegnata nell’assecondare i più bassi istinti per ottenere successi elettorali, ha denominato invasione.

I demagoghi muovono dalla consapevolezza che la presenza di comunità, sia pur piccole, con cui non si comunica è già sentita da alcuni come molesta e che questa percezione può presentarsi in forme più pesanti in quelle aree metropolitane dove il processo spontaneo di cui sopra ha portato a concentrazioni più considerevoli. Dunque, il clima che si registra oggi in una grande città come Roma è, almeno in parte, figlio delle scelte d’una classe dirigente che, nella gestione del processo migratorio, si è disinteressa d’ogni questione legata alla convivenza con gli italiani. Una situazione che, attualmente, risulta complicarsi alla luce di fenomeni che interessano in particolare alcune comunità, come, appunto, quella bengalese. Proprio il difficile momento economico del nostro paese, spinge molti immigrati ad andarsene in Stati meno colpiti dalla crisi: si tratta spesso di quelli che si trovano qui da 12-15 anni e che hanno conseguito una posizione regolare sotto ogni aspetto.

Oggi, se sono bengalesi, si avviano verso paesi come, poniamo, l’Australia, dove ci sono ben altre possibilità occupazionali. E’ un fenomeno che, secondo Bachcu, investe la sua comunità almeno dal 2008 e che lo spinge ad una certa amarezza: “abbiamo perso 15 anni”, ci dice. Ciò perché le persone che se vanno sono proprio quelle che – in virtù della loro non breve permanenza in Italia – hanno sviluppato, qui, una maggiore rete di rapporti al di fuori della propria comunità di appartenenza. La progressiva perdita di queste figure, complica le cose in termini che – chi non vive la realtà quotidiana di certi quartieri romani – non può capire. Oggi, risulta ancor più evidente che, se dei nativi avranno un problema – anche di modeste proporzioni – con un immigrato bengalese, lo ingigantiranno parlandone esclusivamente con altri italiani, mentre, nel caso inverso, difficilmente i bengalesi cercheranno una interlocuzione nell’”altro campo” per risolvere le tensioni. Dunque, le già accennate carenze della politica statale e la fuga dall’Italia in crisi da parte di immigrati che vi risiedono da tanto tempo, creano una dinamica perversa, in cui le appartenenze diventano esclusive e tutto viene letto nell’ottica del “noi e loro”. Una situazione siffatta non può che agevolare quelle forze politiche che, scientemente, agiscono nelle periferie degradate per creare contrapposizioni e favorire una vera e propria guerra tra poveri.

Se dei soggetti vengono percepiti come estranei sarà più facile farne un capro espiatorio verso cui dirottare l’obiettivo malessere generato dalla crisi economica e assumeranno una certa plausibilità anche le frottole e le leggende metropolitane che vedono chi “viene da fuori” sempre avvantaggiato dalle istituzioni (nell’assegnazione degli alloggi popolari, nel sostegno economico e via mistificando). Ora, tale situazione, in realtà non sarebbe irrecuperabile, se le autorità politiche locali e nazionali si decidessero ad intervenire, magari mettendo stabilmente all’opera gli studiosi dei fenomeni sociali per definire politiche atte a favorire l’incontro fra le diversità. Per esempio, valorizzando la presenza degli immigrati di seconda generazione – che andrebbero considerati italiani a tutti gli effetti – e utilizzando il fitto calendario di ricorrenze pubbliche che contraddistingue questo paese per promuovere uno scambio che, sin qui, raramente ha avuto una copertura ufficiale. Per dire, il ricordo della tragedia dei minatori italiani a Marcinelle, nel 1958, potrebbe essere attualizzato con riferimenti anche alla condizione di chi è venuto a cercare fortuna qui da noi. Certo, questi sforzi, nel breve termine, non risolveranno tutti i problemi, ma potrebbero contribuire a limitare le tensioni e il diffondersi di fenomeni di autentico razzismo, orientando anche la stampa verso un atteggiamento più riflessivo e meno allarmista.

Inoltre, a ciò si dovrebbe affiancare una politica tesa a riqualificare quelle periferie urbane che – a Roma in particolare – risultano davvero disastrate e spesso prive di servizi essenziali. Naturalmente, l’Associazione Dhuumcatu pensa anche ad un’azione dal basso, da svolgere nei prossimi tempi assieme alle realtà sociali e politiche con cui ha maggiori rapporti. Un’azione che non si limiti a veicolare i messaggi del tradizionale antirazzismo, facendo riflettere tutti sul fatto che la crisi economica che questo paese sta vivendo non è certo addebitabile agli immigrati, che anzi hanno contribuito, in questi anni, a produrre ricchezza. Si tratta, in sostanza, anche di ribadire che le spese inutili, per un’Italia sempre in difficoltà, non sono quelle – al limite, da razionalizzare – destinate all’accoglienza, ma quelle relative alle cosiddette grandi opere, che si accaniscono su un territorio già sfibrato dalla cementificazione, o legate all’ulteriore rafforzamento dell’apparato bellico. Abbandonando la vena pessimistica da cui s’era fatto prendere prima, Bachcu ci ha assicurato, per il 2015, una grande profusione di energie della sua Associazione nell’organizzazione di iniziative di questo segno.

 Stefano  Macera
l’articolo + stato scritto per la rivista Cassandra

Il Centro socialista interno (1934-1939)- appunti per un dibattito su antifascismo ed unità di classe, di M. Zanier

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Se guardiamo alla  Resistenza come all’elemento centrale della riscossa di un popolo oppresso contro un regime dittatoriale e alla lotta di liberazione dal nazifascismo come  all’ultima fase di  una drammatica guerra civile portata avanti da comunisti, socialisti, e dalle altre forze democratiche, cattolici compresi,  per riconquistare la libertà perduta e ricostruire Paese migliore, allora dobbiamo domandarci come questo processo si sia generato, quali politiche lo abbiano determinato, quale lavoro clandestino lo abbia preparato.
Come i libri di testo di Storia in uso nelle scuole anche l’enciclopedia virtuale Wikipedia circoscrive la Resistenza partigiana italiana all’ “opposizione, militare o anche soltanto politica, condotta nell’ambito della seconda guerra mondiale – dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente invasione dell’Italia da parte della Germania nazista e la conseguente invasione dell’Italia da parte della Germania nazista – nei confronti degli occupanti e della Repubblica Sociale Italiana da parte di liberi individui, partiti e movimenti organizzati in formazioni partigiane, nonché delle ricostituite forze armate del Regno del Sud che combatterono a fianco degli Alleati

Il Fascismo storicamente inizia con la marcia su Roma nel 1922, la Resistenza partigiana inizia ufficialmente l’8 settembre 1943, il periodo compreso tra quelle due date è necessariamente da identificare con il lavoro politico clandestino degli antifascisti italiani che hanno preparato la lotta di liberazione.

La nascita e l’affermazione del Fascismo

Andiamo per gradi. Nel 1922 Mussolini marcia su Roma con decine di migliaia di squadristi pretendendo il potere politico del Regno d’Italia. Al suo arrivo a Roma il Re d’Italia Vittorio Emanuele III  gli dà l’incarico di formare un nuovo Governo. Solo in un secondo momento quel Governo ottiene il voto di fiducia da parte delle due Camere e quindi anche la  necessaria giustificazione formale della sua presa del potere. Nella descrizione del Ventennio, gli storici distinguono di solito due fasi.  

La prima fase del Fascismo comprende il periodo dal 1922 al 1924 e va sotto il nome di “Fascismo parlamentare”: nel 1922 il Governo Mussolini ottiene dal Parlamento i pieni poteri per le riforme amministrative e fiscali; quello stesso anno viene creato il Gran Consiglio del Fascismo, organo posto sotto la diretta dipendenza del Presidente del Consiglio (da quel momento cioè organi dello Stato con organi di un solo partito coincidono); nel 1923 le squadre d’azione (o Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) vengono assimilate all’esercito regolare e con la Legge Acerbo (Legge 18 novembre 1923 n° 2444) si stabilisce che devono essere attribuiti 2/3 dei seggi della Camera alla lista vincitrice (cioè un forte premio di maggioranza); nel 1924 le elezioni vengono  vinte dai fascisti dopo forti pressioni ed intimidazioni, quello stesso anno il deputato socialista Giacomo Matteotti  che ha denunciato i brogli viene brutalmente assassinato. Per protesta molti deputati abbandonano il Parlamento e si ritirano sull’Aventino.

La seconda fase del Fascismo  comprende il periodo che va dal 1925 al 1939 e si caratterizza per la  costruzione ed il rafforzamento del regime attraverso  leggi costituzionalmente rilevanti (“leggi fascistissime”): nel 1926 vengono  dichiarati decaduti i deputati che si erano ritirati sull’Aventino, inizia la soppressione del pluralismo politico. E’ il 1926 ll’anno da cui iniziare il nostro discorso. Perché se  prima, Mussolini aveva portato avanti  un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura è solo nel 1926 che scioglie il Parlamento, costringe al confino tutte le forze democratiche lasciando al Governo solo il Partito Fascista. Sempre quell’anno, sui luoghi di lavoro abolisce le rappresentanze dei dei sindacati liberi sostituendole coi sindacati fascisti (uno dei lavoratori e uno dei datori di lavoro per ogni settore) direttamente controllati dal regime, abolisce la libertà di stampa, sopprime i giornali antifascisti, istituisce la pena del confino, introduce la pena di morte, crea la polizia segreta (OVRA) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, col compito di reprimere i reati politici, cioè gli oppositori del Fascismo.
Senza la libertà di parola, senza rappresentanza parlamentare democratica e pluralista, senza organizzazioni sindacali libere con cui costruire percorsi coi lavoratori, ma soprattutto senza la direzione e l’organizzazione territoriale dei rispettivi partiti, i comunisti e i socialisti rimasti in Italia, dal 1926 si devono organizzare necessariamente in gruppi clandestini, controllati da vicino dalla polizia segreta e sotto la costante minaccia della prigionia.

Tutto questo mentre  il Fascismo continuava il suo terribile cammino: schiacciando i diritti e l’unità dei lavoratori in patria; muovendo guerra ai lavoratori che nel 1936 in Spagna erano insorti contro la dittatura franchista;  proclamando la nascita dell’Impero d’Italia dopo aver aggredito l’Etiopia e condotto contro di essa una guerra feroce; emanando nel 1938 le vergognose leggi razziali in cui vennero vietati ai cittadini italiani di religione ebraica i diritti elementari tra cui il divieto per i bambini frequentare le stesse scuole degli altri bambini italiani, per gli insegnanti di esercitare la professione nelle scuole del Regno. Leggi razziali che, è bene ricordarlo, spianarono la strada alle successive deportazioni di milioni di italiani di religione ebraica nei campi di sterminio hitleriani.

Oggi noi sappiamo che negli anni seguenti quel regime avrebbe maledettamente legato il destino italiano a quello tedesco, trascinando l’Italia in una guerra assurda e sanguinosa e gli italiani nella miseria più nera.    

                      Una nuova generazione di socialisti


Per i socialisti l’antifascismo si esprime in un primo momento con l’adesione alle posizioni di Giustizia e Libertà ovvero attraverso la condanna e il rifiuto di tutta la negatività del Fascismo e la difesa dei valori della democrazia che il Regime ha cancellato. Ma nonostante l’attivismo instancabile di quegli antifascisti, il Fascismo si afferma, si struttura, mette radici nella società e colpisce coi molti arresti chi vi si oppone, compresi molti coraggiosi compagni di quel movimento che a un certo momento entra in crisi. E’ la generazione di socialisti successiva, che ha visto sin da piccola la concreta affermazione del Fascismo e che non può semplicemente condannarlo ma vuole trovare il modo di capirne gli ingranaggi per farlo crollare dall’interno, ritrovare un rapporto con la classe operaia, elaborare una nuova strategia di lotta. I nuovi quadri sono maturati negli anni dal ’24 al ’26, cioè negli anni in cui il movimento operaio organizzato viene liquidato definitivamente, hanno voluto superare la lettura di Marx della generazione precedente e guardano al futuro, ossia alla maturazione del PCI e al modo in cui si radica nella società. Oltre a Marx hanno letto Kausky, la Luxemburg, O. Bauer, Lenin (e magari il “Che fare?” li ha portati a chiedersi come uscire da quel presente opprimente), collaborano alle riviste di politica e cultura come “Rivoluzione liberale”, “Quarto Stato”, “Pietre”.
Nel 1933 sulle pagine dei “Quaderni di Giustizia e Libertà” il giovane Lelio Basso, dietro uno pseudonimo, denuncia i limiti di quell’impostazione antifascista e ne propone a quello stesso gruppo il superamento: “La crisi continuata e le ultime manifestazioni di forza del regime- che attraversa oggi indubbiamente il suo momento più felice- ci impongono di seguire un’altra strada. Non possiamo illuderci fidando in rivoluzioni prossime e non possiamo lavorare per l’imprevedibile. Il fascismo durerà e noi dobbiamo compiere un’opera lunga e lenta di penetrazione di idee e di rieducazione morale soprattutto fra i giovanissimi.” Ma la sua proposta non viene raccolta. Lelio Basso contribuirà a dirigere prima il Centro socialista interno, poi il PSI poi il PSIUP.
D’altronde, già nel 1931  un altro giovane socialista di grande spessore e destinato ad avere un ruolo di primaria importanza sia nella formazione e nella gestione del Centro socialista interno che del  Partito Socialista Italiano del dopoguerra, Rodolfo Morandi, era uscito dal gruppo Giustizia e Libertà perché le condizioni materiali del tempo spingevano ad attuare un rivolgimento politico.
In effetti la situazione era cambiata rapidamente: in Germania nel 1933 Adolf Hitler, leader del partito Nazionalsocialista era stato eletto cancelliere e chiamato dal presidente Hindenburg a formare un governo di coalizione con altre forze della destra nazionalista. Nelle successive elezioni il Nazismo, manipolando i risultati con violenze e intimidazioni ancora maggiori rispetto a quelle fasciste, aveva ottenuto la maggioranza assoluta e il potere, sciogliendo qualsiasi partito d’opposizione e autodecretandosi unico partito ammesso in Parlamento. Il movimento operaio era stato diviso e sconfitto una seconda volta.


La svolta del 1934

Nell’antifascismo italiano la svolta arriva nel 1934. E’ l’anno dello sciopero degli operai parigini contro il tentato “putch” fascista e della feroce repressione della rivolta proletaria contro il tentativo autoritario dell’austriaco Dolfuss.
Ma è anche l’anno del riavvicinamento dell’Internazionale comunista all’Internazionale socialista. Le forze della Sinistra decidono di riunirsi: in Francia i socialisti della SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia) e il PCF (Partito Comunista Francese) stipulano un patto di unità d’azione, in Italia- dice Aldo Agosti nel suo saggio- “PSI e PCI siglano un patto analogo: nonostante persistano divergenze fondamentali di dottrina, di metodo e di tattica che impediscono una fusione organica, si stabilisce una linea comune tra i due partiti contro la minaccia della guerra, per strappare alle prigioni le vittime  del Tribunale speciale, per la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, per la libertà sindacale e la libertà di organizzazione, di stampa e di sciopero; e si impegnano a coordinare azioni comuni in vista di quegli obiettivi e a spianare la strada in ogni paese a una politica d’unità d’azione.”
L’inasprirsi del regime fascista, ora supportato da quello hitleriano in Germania, la maggiore debolezza del  movimento operaio internazionale, la ricerca dei socialisti e dei comunisti di un fronte comune antifascista, non ultimi lo sperpero del denaro pubblico in tempi di crisi con le guerre coloniali (l’invasione dell’Etiopia è del 1934) e l’affacciarsi alla scena politica di una generazione nuova di compagni che vogliono concretamente restituire la libertà al Paese, creano le condizioni materiali della svolta che si attua nel 1934.  Scrive Stefano Merli nel suo saggio: “il ’34 segna non solo un arresto dell’attività di GL, ma una vera e propria crisi dell’antifascismo aclassista e d’élite. La nuova generazione non riconosce più in GL quel movimento che aveva sperato capace di superare le tare della vecchia organizzazione, non vi vede soprattutto un nucleo di pensiero omogeneo e operante che sia sorto, come ambiva, dalla sintesi del pensiero marxista e di quello democratico, termine questo troppo generico e stanco nella significazione usuale”.

E’ così che una sera del 1934 a Milano, in via Telesio, in una riunione clandestina , un gruppo di compagni socialisti decide di dare vita ad un percorso nuovo in una struttura che si farà carico della crisi del movimento operaio e dei suoi partiti, superando i limiti degli schieramenti esistenti attraverso una precisa scelta strategica: creare una politica per il proletariato italiano. Era nato il Centro socialista interno.
I nomi erano quelli di vecchi organizzatori del Partito come Domenico Viotto e Umberto Recalcati, delle nuove leve intellettuali come Lucio Luzzatto, Lelio Basso, Rodolfo Morandi, accanto a una componente operaia.

                Dalla centralità operaia  all’unità di classe

Quello che urge oggi- scrive  Rodolfo Morandi nel 1935– è una riclassificazione delle premesse politiche della lotta socialista, che si attui sia nella rigenerazione dei suoi motivi fondamentali e perciò nella identificazione degli elementi che ne hanno determinato il temporaneo declino sia nella ricerca di un punto fermo verso il quale si possano orientare, con garanzie di concretezza, tutte le forze socialiste”.

Il punto da cui ripartire per questi compagni è il collegamento coi lavoratori, in particolare quelli delle fabbriche delle città industrializzate: la classe operaia acquista una centralità programmatica senza precedenti.

Come spiega molto bene Aldo Agosti nel suo saggio: “Per i militanti del Centro interno il rapporto partito-classe non è il rapporto fra  la classe come immediatezza sociale, come massa indifferenziata, e il partito come portatore all’esterno della coscienza: tra il partito avanguardia cosciente e la classe, alienata e dispersa, c’è l’organizzazione politica di massa che si dà autonomamente i propri obiettivi e autonomamente ne esprime i propri quadri dirigenti. In  questa prospettiva, il partito diventa strumento e non il solo con cui la massa esprime i propri interessi politici e attraverso cui si dirige.” Per esempio Eugenio Curiel, un compagno due volte coraggioso perché di famiglia ebrea, che in quegli anni oggettivamente pericolosi collabora prima con la direzione esiliata a Parigi del PCI, poi col Centro socialista interno, scrive nel suo “Lo Stato operaio” esattamente questo: al centro del suo lavoro politico non è preventivamente il partito ma  la massa la quale crea autonomamente i propri strumenti di espressione, compito della direzione politica è quello di aderire alla “lotta spontanea” delle masse per concretamente guidarlo ai fini che ha impliciti. Solo attraverso questa adesione sarà possibile ricostruire il legame partito-classe che era stato dissolto dalla crisi del dopoguerra e dal Fascismo.
In fondo, la strategia che mette a punto questo gruppo clandestino è quella più funzionale alla ricostruzione di una politica per i lavoratori in assenza della struttura del partito: ripartire da quello che c’è sul territorio, dalle condizioni che vivono i lavoratori, dalle loro proteste e dalla loro lotta, ricostruendo con loro un nuovo tessuto politico nelle organizzazioni sindacali esistenti, coi quadri che non intendono  più seguire le direttive del Regime. O agivano in questo modo o erano costretti ad aspettare inermi l’eventuale caduta del Regime ed il ritorno in patria dei partiti ora costretti all’estero. Partiti che inevitabilmente non avendo potuto seguire da vicino le sconfitte recenti della classe operaia non sarebbero stati in grado di articolare una politica efficace per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.  “Riclassificare” la politica socialista in Italia significava allora necessariamente stare vicini agli operai nelle fabbriche, collegarli agli altri lavoratori, con lo sguardo rivolto al movimento operaio internazionale e pronti a sfruttare ogni momento di debolezza  del Fascismo per organizzare una forma di lotta efficace. Anche perché in quegli anni non era possibile sprecare le occasioni.

Il dirigente del PSI che dalla sede emigrata di Parigi si accorge  dell’importanza del attività del gruppo clandestino milanese e ne sostiene, anzi addirittura ne sprona il lavoro è Giuseppe Faravelli che nel 1935 scrive loro di “trasformare i rapporti tra  avanguardie e masse da occasionali in costanti, da esterni in interni, moltiplicando le occasioni e le iniziative capaci di mettersi in movimento e ad esprimere esse medesime dei capi.” Ma entrare in contatto coi lavoratori nel 1934-1935 non è facile perché il regime vive in quegli anni un momento di forza e la sua rete di controlli è ancora impenetrabile.

Il terreno naturale di un gruppo di compagni operante a Milano negli anni Trenta che voleva ricostruire un rapporto politico importante coi lavoratori doveva necessariamente essere la  classe operaia dei grandi complessi industriali intorno alla città e degli altri stabilimenti nel Nord Italia. E’ in fabbrica infatti che grazie al lavoro costante della componente operaia del gruppo (come Marco Riccardi che paga  con la vita il suo coraggio) il Centro socialista interno riesce lentamente a superare i controlli, lavorando dentro il sindacato fascista con alcuni quadri giovani non ancora pienamente inseriti nell’apparato e soprattutto stando attento a cogliere i motivi di malcontento dei lavoratori per poi schierarsi al loro fianco quando si ribellavano al regime. Ma dietro l’impegno pratico del gruppo sta anche la forza organizzativa e la capacità analitica del suo massimo dirigente, Rodolfo Morandi, che in “Storia della grande industria moderna in Italia” aveva già capito il funzionamento del Capitalismo industriale italiano e che vedeva necessario anche nel nostro Paese sovvertire i rapporti di forza per creare una giusta redistribuzione della ricchezza.
Il salto di qualità avviene  tra l’estate del 1936 e la primavera del 1937: dai primi contatti con alcune élites intellettuali e operaie, il Centro socialista interno passa a mettere radici solide a Milano e in Lombardia, penetrando in modo capillare nelle spaccature dell’organizzazione fascista aperte dall’ insofferenza delle masse. Nello stesso periodo riesce a stabilire contatti organici e stabili con le altre correnti antifasciste, comunisti soprattutto ma anche repubblicani. Ma soprattutto accanto al centro milanese vengono alla luce tutta una serie di centri secondari (Gruppo Erba, Gruppo Rosso, Gruppo De Grada…) dotati di una certa autonomia di azione ma coordinati tra loro e diretti politicamente dalla sede centrale. Le carte rimaste dimostrano che nella strategia di Morandi era previsto che nel caso in cui la sede milanese fosse caduta in mano fascista, gli elementi migliori di questi centri, formati alla stessa scuola, con la stessa prospettiva e con lo stesso metodo di lotta, avrebbero potuto costruire un secondo Centro socialista interno e continuare il lavoro iniziato.

Cosa è successo?  La guerra coloniale in Etiopia del 1934 e la guerra di Spagna del 1936 hanno intaccato la fiducia del popolo italiano nelle scelte del Duce perché hanno imposto restrizioni e sacrifici per delle cose non necessarie. Scrive nel suo saggio Stefano Merli: ”Mentre fino a pochi mesi prima la lotta degli illegali era tutto quanto poteva vantare l’antifascismo il cui lavoro concreto nella realtà fascista doveva limitarsi all’aderenza minuta ai bisogni elementari delle masse; ora sono queste che con un’imponenza imprevista vengono in in primo piano superando gli argini delle parole d’ordine e anche la stessa organizzazione clandestina che è incapace di disciplinarle. Le cronache degli ultimi mesi del 1936 e dei primi del 1937 sono ricche di notizie su manifestazioni pubbliche e su arresti in seguito al malcontento collettivo per le imposte di guerra, le ritenute, l’insufficienza dei salari, ecc.”

 Agitazioni spontanee si sviluppano nelle fabbriche e nelle campagne e prendendo spesso il carattere di sollevazioni antifasciste mentre Radio Madrid e Radio Barcellona e eccitano gli animi dando notizia della sconfitta delle camicie nere in Spagna, nella battaglia di Guadalajara.

E’ in questa situazione che l’apparato repressivo fascista si mette in moto con l’obiettivo dichiarato di individuare e colpire i gruppi clandestini che potrebbero creare problemi al Regime.  Nella serie di arresti a catena che si susseguono in quel periodo, per la prima volta dopo più di tre anni cade anche il Centro socialista interno. E’ il 1937: tra gli arrestati c’é Lucio Luzzatto dei fondatori (verrà liberato nel 1942 si impegnerà di nuovo nella lotta antifascista e diventerà uno dirigenti del Movimento di unità proletaria, sarà nella Direzione del PSI nel 1943  dopo la Liberazione farà parte del Comitato centrale del PSI sino al 1957  poi sarà tra i fondatori del PSIUP) e Aligi Sassu del Gruppo Rosso ma soprattutto molti giovani. Al momento dell’arresto Rodolfo Morandi è fuori città per lavoro ma appena viene a conoscenza dell’accaduto torna rapidamente a Milano per farsi arrestare, per prendersi le responsabilità politiche davanti al gruppo e dare l’esempio ai giovani militanti. In prigione resterà fino al 1943 e pure tra mille privazioni e punizioni non smetterà di pensare alle condizioni della classe operaia e alla liberazione dal nazifascismo, insegnando il marxismo di nascosto ai detenuti e stringendo un’ amicizia fraterna coi comunisti imprigionati. Una volta libero, parteciperà attivamente alla Resistenza.

Se la repressione fascista era stata un duro colpo, per i socialisti milanesi che avevano teorizzato di porre la classe prima del partito e subordinato la ricostruzione del tessuto politico all’azione congiunta coi lavoratori, il fascino della mobilitazione spontanea delle masse cui avevano assistito lo era di più. E’ Eugenio Colorni, direttore del Centro socialista interno dopo l’arresto di Morandi, che per la prima volta dal 1926 scopre di essere “indietro rispetto alle masse” e in un articolo del Giugno 1937 pubblicato sul Nuovo Avanti! intitolato “La spontaneità è una forma di organizzazione” ragiona apertamente sulla maturazione delle masse e sui limiti dell’organizzazione dei partiti rivoluzionari, incapaci di creare una proficua collaborazione con esse quando siano in grado di sviluppare una lotta. E’ un passaggio importante: é il partito che guarda alle masse con  il rispetto di chi vuole capirne le istanze prima di comandarle (ma la lezione avrà scarsi echi nella politica italiana.

Eugenio Colorni, intelligente e coraggiosa guida dei compagni milanesi, verrà catturato l’anno dopo nelle persecuzioni razziali, perché appartenente a una famiglia ebrea, e inviato al confino a Ventotene dal 1939 al 1941. Verrà ucciso a Roma dalla milizia fascista poco prima della Liberazione. Aveva comunque avuto il tempo di contribuire a gettare le basi del PSIUP.

Lotta di classe e Resistenza

Leggere la storia del Centro socialista interno senza tenere conto della prospettiva di  lavoro di lunga durata che si prefiggevano per cambiare radicalmente la situazione italiana, sarebbe un grave errore. Nel momento stesso in cui prende corpo e si sviluppa la sua azione politica di opposizione radicale al Fascismo, la liberazione nazionale diventa non solo l’obiettivo per abbattere  il regime ma anche il processo di unificazione del proletariato industriale e contadino contro un sistema di produzione e contro una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

Lo dice chiaramente il massimo dirigente del gruppo, Rodolfo Morandi: “Il socialismo è anzitutto lotta di una classe, per la sua ascesa e la sua liberazione. La libertà proletaria sarà conquistata col radicale sovvertimento dei rapporti economici esistenti, su un piano d’estesa collettivizzazione. Le libertà proletarie saranno istituti che assicureranno una libertà non nominale ai lavoratori nel processo di produzione. Chiarire a noi stessi il senso, la concreta portata e figura di tutto questo, ecco precisamente quello che la nostra critica deve conseguire.” (Problemi di politica socialista”, 1935).

La concezione del socialismo di Rodolfo Morandi è quindi quella marxiana: una società divisa in classi in cui il cui cambiamento sostanziale, cioé la redistribuzione della ricchezza dai pochi sfruttatori alla moltitudine degli sfruttati può attuarsi solo attraverso l’unità della classe unica degli sfruttati e il rovesciamento dei rapporti di produzione. L’unità della classe, in un periodo profondamente segnato dall’isolamento dei lavoratori, dalla mancanza dei diritti essenziali, dall’impossibilità di far sentire la propria voce, diventa la condizione preliminare per dare vita ad un’Italia non solo libera dal Fascismo ma anche profondamente democratica e giusta. Il lavoro a stretto contatto con la classe operaia prima e le masse contadine poi, cogliendone i malumori e comprendendone i bisogni reali, il modo di realizzarla.


D’altronde, qualche anno prima, sempre Morandi aveva scritto: Il nostro compito è di definire precisamente il denominatore rivoluzionario sotto il quale si ha da operare quella unità, che ha da essere una formazione di lotta capace di una forza d’attrazione nuova nell’ambiente italiano. Perché tale realmente avvenga, l’unità auspicata non si dovrà acquistare a prezzo della chiarezza, della coerenza interiore, della rigorosa determinazione delle sue formule. Essa non si può risolvere nella semplice determinazione dei programmi, di vedute differenti, giacché non si tratta per noi di operare una semplice ‘concentrazione’ ancora tra i partiti di colore più acceso. Si tratta di dare al moto spontaneo delle più larghe masse della popolazione un orientamento chiaro e fattivo.” (Capisaldi di agitazione, 1932).

L’accadimento reale che permette al Centro socialista interno di penetrare attraverso le rigide maglie del controllo fascista e di istituire i collegamenti di classe tra il proletariato nazionale e quello internazionale è senza dubbio la Guerra di Spagna che – come si legge nel documento elaborato collettivamente: “ha messo finalmente in evidenza, chiari agli occhi di tutti, i termini della lotta di classe, come necessariamente si riduce al suo estremo”. Più avanti si legge “la necessità che vi è dovunque, per il proletariato di prepararsi all’urto, di forgiare le proprie armi rivoluzionarie” e che in Spagna in quel momento “si gettano le basi del prossimo avvento del socialismo spagnolo; si adottano successivi provvedimenti, si estende il controllo operaio, si limita l’impresa capitalistica, rendendo ormai  impossibile un ritorno dello sfruttamento capitalistico (…)” (“La guerra spagnola”, 1937).

Oggi sappiamo che le cose che non sarebbero andate così: i rivoluzionari che sostenevano la causa repubblicana furono sconfitti e nel 1939 iniziò la dittatura di Francisco Franco. Ma in quel momento, con quelle parole, il gruppo milanese aveva dato ai lavoratori italiani sfruttati la speranza del cambiamento e nella rivoluzione gli aveva indicato la strada per realizzarlo. Ma facciamo attenzione al metodo: se la Guerra civile spagnola è un esempio concreto di rivoluzione in atto da praticare anche in patria, questa si può realizzare solo partendo dalle contraddizioni materiali del Capitalismo italiano. Cioè non si può calare dall’alto la guida di un processo ma bisogna costruire la propria azione e il proprio ruolo a stretto contatto con le masse ed in relazione alla loro capacità di organizzare una forma matura di lotta. Cioè non si vuole limitare la rivoluzione alla conquista del potere, sostituendo “all’autorità della borghesia quella di un Comitato centrale socialista”, come diceva Rosa Luxemburg, ma si vuole tendere a fare della rivoluzione lo strumento per la liberazione totale della classe oppressa portandola a gestire direttamente gli strumenti della produzione.
Ma oltre che nel metodo, il loro scarto qualitativo sostanziale sta nella strategia rivoluzionaria rispetto a quella elaborata dal PCI di quegli stessi anni, fino a Gramsci compreso: ”Il problema gramsciano del tradurre nella esperienza italiana l’esperienza leninista era superato nel ’37 – scrive Stefano Merli nel suo saggio- e a questa constatazione vanno riportate le osservazioni identiche a quelle originarie; la classe operaia tentava esperienze in base alle quali il rapporto tra essa e il partito […] andava posto in altro modo e soprattutto non era più al centro della coscienza rivoluzionaria. Il programma centrista è giocoforza un programma di governo rivoluzionario che ha davanti non il partito ma la nuova società.”

Il Regime fascista aveva capito perfettamente la pericolosità di un lavoro clandestino impostato in questo modo. Lo dimostrano la cura estrema con cui vengono programmati ed eseguiti gli arresti del 1937 e gli atti del processo – li riporta Aldo Agosti nel suo saggio- in cui a Morandi, Luzzatto, Sassu e ad altri viene imputato di “aver promosso e organizzato una associazione avente il fine di compiere […] fatti diretti a mutare la forma del governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento dello Stato” e di aver partecipato nel territorio dello Stato ad associazione diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato.”

L’esperienza politica del Centro socialista interno però non finisce con gli arresti del 1937: continua a lavorare sotto la guida di Eugenio Colorni mentre il testimone di questa esperienza verrà raccolto dal Gruppo Rosso e dal Gruppo Erba, dai quali usciranno i quadri della Resistenza.

Ma anche il gruppo fondatore darà un contributo importante alla lotta di liberazione: nel 1942 Lucio Luzzatto si unirà alla Resistenza, di ritorno dal confino; un anno dopo  Lelio Basso, che era stato recluso in un campo di concentramento, poi Morandi, dopo sei anni di carcere, insieme a Eugenio Curiel e ad altri coraggiosi sopravvissuti.

Ci si potrebbe chiedere legittimamente come abbiano lavorato questi compagni in un clima così cambiato di insurrezione diffusa dopo l’Armistizio. Come abbiano interagito con la Resistenza e la politica di unità nazionale. Ebbene la risposta è: esattamente come avevano fatto prima, cioè guardando con gli occhi aperti la realtà, spingendo l’insurrezione partigiana verso un rivolgimento complessivo della società e dando centralità alle istanze dei lavoratori nel costruire una politica unitaria coi comunisti.      

Così mentre Curiel nel 1943 dirà ai partigiani che: “Conquistare l’indipendenza non significa quindi soltanto cacciare il tedesco ma spezzare le reni al fascismo e ai gruppi del grande capitale finanziario che esso rappresenta” (“Fronte Nazionale, Società Nazionale, Blocco Nazionale”); sarà ancora Morandi nel 1944 a intervenire nel dibattito del CLN dicendo: “A noi pare che socialisti e comunisti non debbano perdere la sensibilità di classe nel praticare la politica d’unità. D’altra parte ciò che i socialisti hanno in vista è semplicemente di rimettere alla classe lavoratrice i suoi diritti, garantendone la possibilità di far dal basso, attraverso forme rappresentative che essa stessa nel corso della lotta si dà” (“Politica di classe”).


                                  Prospettive attuali


Se  con metodo e serietà sapremo individuare i bisogni materiali dei lavoratori e costruire le politiche sociali in grado di risolvere i loro problemi, dandogli una nuova centralità nella elaborazione delle politiche per lo sviluppo, avremo gettato le basi della costruzione di una prospettiva di lunga durata: la trasformazione della società nella direzione del Socialismo. Se tutto questo lo hanno già fatto i nostri compagni col Centro socialista interno in anni molto più difficili dei nostri, certamente anche noi possiamo farlo oggi.

Marco Zanier

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Per la ricostruzione di quel periodo e di quella fase della politica socialista in Italia, mi sono avvalso essenzialmente di questi testi:


“Fronte antifascista e politica di classe- socialisti e comunisti in Italia 1923-1939” a cura di Stefano Merli, ed. De Donato, 1975 (fra i quali soprattutto il saggio di Stefano Merli  “Fronte antifascista e politica unitaria di classe nel dibattito e nel lavoro del Centro socialista interno”);

“La democrazia del socialismo” di Rodolfo Morandi, a cura di Stefano Merli, ed. Einaudi Reprints, 1975;

“Rodolfo Morandi- il pensiero e l’azione politica” di Aldo Agosti, ed. Laterza, 1971.