Democrazia

I tre pilastri della sinistra, di M. M. Pascale

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pascale

 

Relazione alla tavola rotonda “ricostruire la sinistra”, Civitavecchia, 5 luglio 2014

 

Libertà e giustizia sociale. Un vecchio enunciato di Sandro Pertini che ha scosso a suo tempo la politica italiana in maniera trasversale. Due parole semplici ma potenti. Libertà vuol dire poter disporre di se, poter essere ed esistere nel mondo. Aristotele diceva che era libero solo “chi possedeva almeno uno schiavo”. Spartaco rispose impugnando la spada contro i padroni. La libertà è anche un punto di vista. Non la si impara, la si costruisce. La libertà viene a noi attraverso l’autonomia economica che porta a poter soddisfare bisogni materiali e ci dà la possibilità di soddisfare i bisogni spirituali. Il lavoro diventa, da sintomo di schiavitù, simbolo di libertà. Avere un salario che porti un avanzo rispetto alle spese, poterlo gestire, vuol dire essere liberi.

Ma se solo alcuni sono liberi, la libertà esiste? La risposta è no. Esiste solo il sopruso. Per rendere possibile la libertà noi abbiamo bisogno dello strumento della giustizia sociale. Ogni uomo nasce libero, compito nostro, interpretando J. J. Rousseau, è quello di evitare che cada in catene. Pari opportunità di partenza, stimolo a chi resta indietro o parte svantaggiato, ma anche incentivazione dell’impegno e dei meriti. La giustizia sociale non è rendita di posizione, ma è la strada verso una società migliore.

Ecco quindi cos’è la sinistra. Da ognuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni ed i suoi meriti. Ma forse non dovremmo neanche chiamarla più “sinistra”, nome che ci fa pensare, oggi, ad intellettuali prezzolati che di giorno predicano Marx e Gramsci e la sera parlano con Berlusconi per proporre il loro ultimo libro ad Einaudi o a Mondadori. Politici di professione, cacciatori di “contatti” che portino a scorciatoie per l’ascesa nei salotti che contano, conduttori televisivi dal ghigno cattivo più o meno radical chic, eroi di carta che parlano, parlano e basta, di camorra, godendosi lauti diritti d’autore.  Sarebbe il caso di creare tra noi e tutta questa genia di parassiti una certa distanza e ripeto, provocando, forse un nome nuovo per i concetti espressi dalla forma storica che noi chiamiamo “sinistra” non sarebbe una cattiva idea.

Su questo ci penseremo.

Ma dato che noi siamo qui ed ora, mi preme pormi e porvi un interrogativo. Mi chiedo e vi chiedo,che fare a Civitavecchia? Francamente sono rimasto frastornato, dopo la vittoria dei 5 stelle, dal coro bipartisan che si levava dalle opposizioni, dentro e fuori l’aula consiliare, e che ripeteva, a mo’ di mantra “siamo collaborativi”. Ne comprendo, al limite, l’esigenza tattica, ma ci vedo anche una palese incapacità di lettura dei dati politici. I nostri rappresentanti credono di avere a che fare con un “nemico convenzionale”, che si combatte, vero, ma con cui si può anche dialogare, al limite fare la pace dopo la guerra, perché, in fondo, esistono valori comuni che possono portare a linee di azione condivise. Per fare un esempio: il social housing è stato ed è una preoccupazione sia della sinistra che del mondo cattolico e ambedue questi soggetti, nonostante le feroci battaglie combattute, hanno sempre collaborato per portare avanti progetti.

Eppure è evidente che con i 5 stelle non sia così. La vicenda di TVS, ad esempio, la dice lunga sul tema della difesa del lavoro e sulla sua irrilevanza nei disegni della “nuova politica”. Il comune di Civitavecchia non è stato neanche invitato al tavolo ministeriale che doveva discutere il problema. Gli altri comuni interessati si sono presentati lo stesso, con tanta faccia tosta, sbattendo i pugni sul tavolo. I nostri amministratori sono rimasti incollati alle loro poltrone, preferendo il “tavolo dei bambini” più piccolo, minoritario e destinato al fallimento.

Semplicemente per loro il lavoro non è un valore così importante. Lo si difende a tempo perso.

Pari opportunità? Giustizia sociale? Quando sento l’assessore al welfare dire che “i servizi sociali non sono ad personam” e che gli utenti “debbono recarsi in ufficio, riempire un modulo ed aspettare”, mi si gela il sangue nelle vene. I servizi sociali sono ad personam, ogni caso è diverso dall’altro e la data di presentazione delle domande non coincide mai con la gravità e con l’urgenza del caso. Una donna maltrattata, un bambino abusato, una famiglia cui è crollata la casa non possono sedersi ed aspettare il loro turno. Dietro alla visione burocratica si cela l’arroganza di chi vuole eliminare il bisogno dalla città, ma non perché vede un mondo migliore, non perché risolve il problema, ma semplicemente perché la vista dei bisognosi offende lo sguardo del piccolo borghese.

Meriti? Certo i 5 stelle hanno la qualità dei curricula e le competenze tra le loro parole d’ordine. Eppure guardiamo chi sono, questi meritevoli. Tra eletti, amministratori e delegati, l’unica loro dote, oggettivamente, è quello di aver votato e  fatto campagna elettorale per loro. Marx li definirebbe, in blocco, senza mezzi termini, “studenti e giuocatori di biliardo”. Questo mentre le eccellenze, quelle vere, continuano ad andare ogni mattina verso Roma, dove vengono stritolate dal precariato.

Quali valori comuni possiamo avere noi, figli e nipoti della grande tradizione socialista, con loro? Loro ogni giorno demoliscono i tre pilastri della sinistra: libertà, giustizia sociale e merito. Loro hanno portato, in Italia e a Civitavecchia, un abbrutimento della politica, con la pratica quotidiana del linciaggio mediatico contro chiunque fosse in disaccordo. L’egemonia dell’urlo, il razzismo strisciante, evidentissimo nell’alleanza tra Grillo e Farage, che si estrinseca a Civitavecchia con il mitologema antisemita applicato ai cinesi.

La politica, per i 5 stelle, non è geometria, ma è degradata a luogo in cui si risolvono contraddizioni psicologiche di fondo.

Compagni, senza tanti giri di parole: vogliono la morte dei nostri valori. Vogliono, da un punto di vista politico, la nostra morte. Di fronte a questa evidenza vi domando, cosa dovremmo fare? Dovremmo “collaborare” oppure sarebbe lecito difendersi? La domanda è retorica, ovviamente. Dobbiamo difenderci con tutto quello che abbiamo a disposizione, coprendoci le spalle gli uni con gli altri. Quando si è nella stessa trincea la morte del compagno, per quanto antipatico possa essere, mi scopre il fianco. Io divento vulnerabile.

La sinistra, nella sua genesi storica, ha dimostrato ampiamente un fatto. Ogni qual volta c’è stato un soggetto che ha provato ad essere egemone sugli altri, si è sempre perso. Veltroni e la teoria dell’autosufficienza ne sono un esempio. La sinistra ha vinto, in Italia e a Civitavecchia, solo quando si è presentata unita. I più sofisticati, a questo punto, obietteranno impugnando la categoria di governabilità. D’accordo. Ma la politica non è solo amministrazione, bensì anche visione del mondo. Oltretutto la nostra carta costituzionale (che è sempre valida, finché non ne avremo un’altra) non cita la governabilità come valore, bensì la democrazia. Sono due cose profondamente diverse ed io, nel mio piccolo, preferisco la democrazia, quella dei padri fondatori, al vile dominio dell’amministratore di condominio.

Ma voglio anche farmi carico della categoria di governabilità, perché poi è pur sempre un governo (nazionale o locale) che deve agire per il raggiungimento degli obiettivi.

Come si governa, efficacemente, tutti insieme?

Dobbiamo tutti, senza eccezione, guarire dal berlusconismo, che ci ha contaminato negli ultimi anni. I partiti, anche se difendono “una parte” del corpo sociale, debbono svolgere alloro interno una dialettica tra diversi punti di vista. Non possiamo permetterci più partiti “padronali”, che rispondono ad un solo uomo o partiti “azienda” che difendono ciecamente gli interessi di una sola lobby. Questo deve essere un impegno condiviso e comune. Non possiamo permetterci di congelare la mobilità generazionale: chi ha fatto il suo tempo dia pure buoni consigli, ma si faccia di lato. Non possiamo permettere alla vanità personale, alle psicologie particolari, di governare i partiti. Non possiamo permetterci di essere schiavi dei voti, che sono importanti, certo, ma dobbiamo capire che in politica servono, in egual misura, tre cose: certamente i voti, ma anche le capacità organizzative e le capacità intellettuali.

Proprio per questo dobbiamo abbandonare lo schema perverso della dittatura degli eletti. La politica non può coincidere con la pura e semplice amministrazione.

Queste le mie considerazioni per ricostruire la sinistra. Il mio augurio e che si riparta qui, tutti insieme, per l’edificazione di una casa comune.

Mario Michele Pascale

Renzi, le riforme e la Costituzione, di M. Ferro

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michele ferro 1

Renzi dovrebbe smettere di turlupinare gli italiani con bugie e falsità sul problema delle riforme istituzionali.
Non è vero che le riforme istituzionali le ha chieste l’Europa. Anzi sarebbe gravissimo se così fosse. I Paesi europei non possono permettersi di interferire sulle modalità che ciascun Paese ha scelto per organizzare, secondo la propria storia e le proprie tradizioni, il sistema di democrazia interna, purché questo sistema rispetti i principi fondamentali della democrazia parlamentare.
L’Europa ha chiesto di riformare il nostro sistema economico perché esso sia confacente con le regole economiche che regolano l’Unione. (ed anche su questo ci sarebbe da obiettare che il nostro sistema economico deve rispondere, non solo alle esigenze dell’Europa, ma prioritariamente alle esigenze irrinunziabili del nostro Paese, soprattutto in materia di lavoro e di occupazione, ma anche di sviluppo e di protezione internazionale del nostro sistema industriale).
L’obiettivo di Renzi è quello di costruire un sistema parlamentare che sia il più controllabile possibile da parte del Governo. La riforma del Senato con un sistema elettorale indiretto che rischia di creare un Senato quasi monocolore, un sistema elettorale maggioritario che cancella totalmente il principio costituzionale della rappresentatività e che consente ai Capi dei Partiti di scegliere i deputati secondo il loro grado di sudditanza, costituiscono il più grave e subdolo tentativo nella storia della Repubblica di attentato alla nostra Democrazia.
Tenuto fermo il principio dell’intoccabilità della prima parte della Costituzione, la seconda Parte, l’Ordinamento della Repubblica, può avere, nel corso del tempo, necessità di adeguamento alle mutate situazioni politiche e sociali, ma tali interventi debbono tener conto degli equilibri e dei contrappesi che i Nostri Padri costituenti riuscirono ad introdurre nella Carta costituzionale. E’ perciò senz’altro possibile rivedere i poteri e le competenze del Senato tenendo conto che comunque questo deve esercitare un potere di controllo e di seconda lettura su alcune importanti materie rilevanti per l’intero sistema democratico.
Per quanto riguarda la Legge elettorale Renzi sa perfettamente che l’attuale proposta dell’italicum presenta notevoli aspetti di incostituzionalità e quindi è soggetta ad essere respinta dalla Corte costituzionale, ma sa anche che i tempi che la Corte impiegherà per farlo sono talmente lunghi che comunque la nuova legge può essere utilizzata per almeno due legislature e questo gli permetterebbe comunque, per questo periodo, di governare con un Parlamento costituito a sua immagine e somiglianza.
I più rilevanti aspetti di incostituzionalità della legge elettorale riguardano il premio di maggioranza che potrebbe consentire ad un Partito che ottenesse il 37% dei voti di impossessarsi del Governo del Paese a scapito del rimanente 63% dei cittadini che non lo hanno votato, e le soglie di sbarramento che impedirebbero a organizzazioni politiche che pur ottenendo un rilevante numero di voti (4% o perfino l’8%) di essere rappresentati in Parlamento (in tutte e due i casi il principio di rappresentatività verrebbe disatteso).
L’unica speranza per evitare questa deriva è che i Parlamentari (Deputati e Senatori) che hanno a cuore le sorti della Democrazia e il rispetto della Costituzione, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, votino secondo la propria coscienza e non secondo le indicazioni dei propri Capi – partito.

Michele Ferro

Costruire le Case per la Sinistra Unita obiettivo della Lega dei Socialisti, di F. Bartolomei

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franco

Cari Compagni, questo risultato del PD di Renzi al 40% sancisce il punto di arrivo di una svolta centrista del baricentro politico del paese che caratterizzera’ per un lunghissimo il quadro di governo del paese . E’ un risultato che , unico caso in Europa, riassume in un solo partito ( con la sola appendice del NCD e dei minuscoli reduci Montiani) uno spazio elettorale pressoche’ coincidente con quello che sottende l’accordo del resto d’europa tra i Popolari , i Liberali , ed i Socialdemocratici . E’ un risultato che sancisce… la fine del bipolarismo imperfetto della II Republica , la fine della sinistra come componente di massa del nostro sistema politico , e la nascita di un sistema politico, garantito dalla riforma elettorale in cantiere , nuovamente imperniato su un blocco centrale di governo pressoche’ inamovibile . E’ un risultato che blinda la direzione politica del PD Renziano verso la ricostituzione di un blocco elettorale di natura tendenzialmente centrista- democratico , all’interno del quale si porta definitivamente a compimento la logica trasformazione dei vecchi diessini in una sua subalterna componente di ispirazione simil – blairiana , priva di autonomia politica e culturale. Questo nuovo blocco di governo si muovera’ nel solco di una gestione moderata del paese secondo i dettami della nuova gestione dell’economia occidentale , impostata in modo probabilmente piu’ flessibile dalle nuove autorita’ monetarie europee ed internazionali , in cui Draghi rappresenta il piu’ intelligente punto di congiunzione tra le necessita’ del sistema bancario internazionale e le esigenze di governo delle economie avanzate . I Socialisti Italiani in tutto cio’ cesseranno di esistere come soggetto autonomo, rendendo esplicita quella loro attitudine alla collateralita’ che ne ha caratterizzato il ruolo in tutta la II repubblica , purtroppo da ben prima che Nencini facesse di necessita’ virtu’ coprendosi con la copertina , per la verita ‘ sempre piu’ logora , della nostra appartenenza al PSE . Non a caso Il risultato dei candidati Socialisti nella lista del PD e’ stato disastroso , come prevedibile . L’unica nota lieta e’ il raggiungimento del quorum della lista Tsipras, alla quale questo risultato elettorale complessivo affida compiti molto piu’ grandi delle sue attuali spalle . Per noi della Sinistra Socialista questo risultato costituisce uno stimolo in piu’ a continuare nel nostro disegno di costruire una nuova forza Socialista alternativa al PD , riunendo a partire dai territori i Socialisti e tutte le forze che hanno contribuito al buon risultato della lista Tsipras . Le” Case per la Sinistra Unita “, trasformate in un progetto di aggregazione nazionale e non piu’ solo un esperimento romano , allo stato attuale sono lo strumento concreto che possiamo attivare per tentare di arrivare alla costituente della nuova forza della sinistra . La costituzione di una nuova sogettivita’ politica a sinistra del PD e’ in effetti un processo molto complesso che necessita’ di una omogeneita’ politica ancora tutta da costruire , e che non puo’ essere affidato solo ai diversi e conflittuali gruppi dirigenti sopravvissuti alla sconfitta della vecchia Rifondazione , ma necessita’ della presenza primaria e centrale di una forte componente Socialista . Inoltre SeL, come gia’ fatto altre volte , con la posizione di ieri di fatto si e’ sottratta per ora , per salvaguardare la sua unita’ interna , al processo costituente , le forze della ex rifondazione da sole non bastano a far decollare un progetto del genere, e lo stesso Tsipras , ovviamente , non potra’ entrare nei processi di politica interna italiana , e sopratutto avra’ bisogno di un buon accordo con Renzi, utile alla sua politica di avvicinamento al governo greco . Un processo costituente a sinistra fondato su un rapporto esclusivo tra Rifondazione e Sel, oltre a rischiare di non nascere nell’immediato , darebbe comunque un respiro corto ad una operazione di ricostruzione della sinistra italiana che dovrebbe avere una ben piu’ ampia portata, per cui noi Socialisti se non assumiamo una forte iniziativa per condizionare la qualita’ e la pluralita’ di tutto questo processo rischieremmo seriamente di rimanere in mezzo ad un guado , tra una sinistra ufficiale fagocitata in toto da Renzi , ed una riedizione in piccolo della originaria Rifondazione , riproducendo quella stessa situazione che si sarebbe creata se avessimo aderito alle scorse elezioni politiche alla lista Ingroia , che riuscimmo ad evitare a caro prezzo interno solo utilizzando una nostra candidatura Socialista alle regionali del Lazio , ed azzeccando le previsioni politiche sulla sconfitta di Bersani . Le “Case per la Sinistra Unita’” costituiscono in questo senso un momento di aggregazione dalla base , aperta ed unitaria , tra i compagni appartenenti a diverse componenti politiche della sinistra che si riconoscono in questo disegno di fondo, che si pone l’obiettivo di costruire un tessuto nuovo di rapporti politici ed organizzativi su cui innestare il futuro processo costituente nazionale , anticipandone dal basso il lavoro di elaborazione politica e di costruzione organizzativa diffusa sul territorio. Tutto questo mentre nel PSI , di fatto ormai morto come soggetto politico reale , ci sara’ poco da fare in questi prossimi tre anni , in cui Nencini ,come fatto gia’ in passato, simulera’ una ripresa di autonomia fasulla , che cancellera’ alle prossime politiche tornando nelle liste PD ( ora divenuto PSE ) , se non addirittura fin dalle prossime regionali laddove il Partito e’ troppo debole per fare la lista da solo. Purtroppo per noi oggi un margine per ricostruire un quadro come quello del congresso di Venezia ,migliorando le nostre posizioni interne nel Partito , non c’e piu’ , perche’ l’adesione al PSE di Renzi , ed il suo successivo successo elettorale ,consolidano la posizione di Nencini , in un partito retto da amministratori , politici professionisti , molto furbi nella tutela del loro staus , nel quale la passione vera per l’autonomia e l’identita’ socialista e’ solo un giocattolino buono per i pochi militanti in buona fede rimasti , che si fanno gabbare da Nencini ad ogni suo alito minuscolo di iniziativa politica. Inoltre il vecchio e radicato sub strato culturale dell’anticomunismo Craxiano permane duro a morire bloccando ogni nostro tentativo di forzare sulla costituente a sinistra , per cui l’unico nostro attacco che potrebbe trovare consensi puo’ avvenire solo su una posizione rigorosamente identitaria , come avvenuto all’ultimo CN , che in ogni caso non e’ la nostra , e che comunque ci porterebbe fuori dal nostro progetto di fondo . La linea della autonomia Socialista infatti , ancor piu’ alla luce della vittoria elettorale di Renzi , finirebbe alla prova dei fatti per riportare il Partito , per stato di necessita’ , come gia’ avvenuto alle politiche ed alle primarie del 2012/ 2013 con la non presentazione di un socialista , ad un nuovo ingresso nelle liste del PD alle prossime elezioni politiche. Tra l’altro in Direzione tutti i compagni tradizionalmente sostenitori di posizionifortemente identitarie si sono astenuti proprio perche’ non hanno ragioni frontali di opposizione al rapporto con il PD, ritenendo la sua adesione finale al PSE un passo determinante sul terreno di una appartenenza che ritengono condizione prima per qualsiasi atto politico . Questo e’ il quadro esistente, e questo spiega la mia personale volonta’ smettere di inseguire Nencini in una marcatura defatigante sul suo terreno ,che qualche denigratore, per ritagliare scientificamente per se ‘ , o per la sua organizzazione , uno spazio sulla nostra pelle, scambia in modo interessato per cedimento nella contrapposizione interna alla linea della segreteria Nencini , figuriamoci poi di fronte ad una proposta come quella di estendere il patto federativo con il PD alle realta’ territoriali , che riproduce su tutta Italia l’esempio autodistruttivo delle regionali Piemontesi e del risultato debolissimo dei 4 socialisti nella lista del PD alle europee. Pur di fronte alla confusione del quadro di riferimento nel quale siamo costretti ad agire restiamo ,comunque ,sempre piu’ convinti di due cose : 1) Che Lo schema dei riferimenti politici europei non puo’ essere risolto per i Socialisti nella dialettica PSE -PPE , a maggior ragione dopo il voto di Francia Italia e Grecia , ed il compito della Sinistra Socialista deve essere quello di costruire con tutta la Sinistra Socialista Europea, ormai parimente appartenente ad entrambi gli schieramenti esistenti , PSE e GUE , un tessuto unitario attorno ad una comune progetto di riforma degli assetti economici ed istituzionali dell’Unione . 2) Che solo da una ridefinizione del rapporto tra Comunisti e Socialisti , che porti ad una loro nuova comune soggettivita’ politica sulla base di un ripensamento critico delle loro rispettive esperienze , puo’ rinascere la sinistra nel nostro paese , ne’ piu’ ne’ meno come gia’ avvenuto in Francia , Grecia , e Germania, sulla base di una acquisizione chiara della consapevolezza che solo un impostazione fondata sull’impianto politico e teorico del Socialismo di Sinistra , italiano ed europeo , puo’ consentire la ricostruzione di una nuova forza politica a sinistra del PD sufficentemente rappresentativa e credibile . Per questo riteniamo che le ” Case per la Sinistra unita ” possano essere un primo progetto concreto , e realizzabile nell’immediato , per lavorare a questo grande disegno di rinascita della Sinistra , in Italia ed in Europa , ed alla luce delle difficolta’ esistenti siano , di fatto , l’unico tentativo serio di far vivere un progetto del genere attraverso un rapporto unitario , diretto e nuovo, tra diverse componenti di provenienza Socialista e Comunista.

Franco Bartolomei

PD, il primato dell’economia sulla politica, di G. N. Marras

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pd simbolo

Nello spazio politico che dovrebbe essere occupato dalla sinistra, la candidatura di Tsipras rappresenta un importante segnale per uno specifico motivo: conferire centralità e importanza ad un paese come la Grecia, regione periferica dell’eurozona e vittima sacrificale delle politiche di austerity decise sull’asse Bruxelles-Berlino. Tutti sappiamo che la crescita esponenziale dell’intelaiatura burocratico-amministrativa degli organi di governo dell’Europa non si è tradotta in una crescita della coesione sociale dell’Europa, (o nel concetto filosofico-politico dell’Europa dei popoli) bensì in politiche di rigore fiscale e austerity. Bisogna invertire questa tendenza e i paesi del Mediterraneo sono chiamati per raccogliere questa sfida. L’Altra Europa con Tsipras si presenta quindi come foriera di opportunità, il movimento che si sta costituendo in queste settimane potrebbe innescare quella scintilla necessaria per avviare una discussione necessaria in Italia: offrendo la storica occasione di elaborare un nuovo soggetto politico a sinistra, aperto e plurale. Una forza rappresentativa in grado di condannare le conseguenze sociali di un capitalismo finanziario predatorio, talvolta, perpetuato nella sua forma edulcorata del liberismo di sinistra. Forze politiche come il PD hanno perpetuato, e tuttora continuano a confermare, un modus operandi attendista in materia di gestione e programmazione della linea politico-economica abbracciando totalmente dettami conformi alla dottrina liberista laissez-faire. La proposta politico economica di un partito che si dice di sinistra deve andare in direzione di un monitoraggio delle attività dei mercati al fine di favorire un direzionamento delle risorse finanziarie verso attività realmente produttive piuttosto che verso quelle speculative. Difesa del Welfare e valorizzazione il capitale umano per la creazione di vero lavoro, le regole d’azione per un partito che si proclama “di sinistra”. Partiti come il PD hanno invece favorito una progressiva infiltrazione di oligarchie finanziarie all’interno dei loro organi di potere, una scelta che rischia di innescare un processo distruttivo per lo stato sociale e i diritti dei cittadini europei svantaggiati che vivono nella periferia dell’eurozona. La disoccupazione di massa, l’incremento statistico dei rapporti di lavoro precari e degli junk jobs, riduzione forzata dei salari (si veda il caso Electrolux), distruzione di migliaia di posti di vero lavoro, sono fenomeni accentuati dalle politiche di austerity e fanno ricadere sulle famiglie il peso della recessione economica. Nel frattempo ad essere in pericolo è la stessa democrazia, in tutta Europa si riaccendono pericolosi focolai populisti e xenofobi, l’euroscetticismo (sia di destra che di sinistra) impazza dalla Bretagna fino all’Attica. È necessario rivedere i trattati europei come il fiscal compact, il patto di stabilità, e il piano europeo per il lavoro, riformare il sistema bancario, (separando definitivamente le banche di risparmio e credito dalle banche speculative d’investimento) , favorire un “New Deal” che garantisca un forte intervento pubblico nell’economia. Permane in numerose orientamenti politici del centrosinistra italiano, l’illusoria convinzione dell’attuabilità di un progetto riformista della politica che trascuri totalmente l’analisi sugli aspetti finanziari e lobbistici che muovono la stessa politica nel mondo globale. L’attuale crisi è la conseguenza di sconsiderate scelte dei governi sul piano finanziario globale. Le scelte del PD dimostrano come il partito confidi in una sorta di autoregolazione del mercato economico, demandando il ruolo di monitoraggio del mercato al potere finanzcapitalistico personificato dalla finanza globale. Nulla di più assurdo, un mercato autoregolato è mera utopia. In questo senso giungono straordinarie analisi e considerazioni elaborate con magistrale lucidità da autori classici come Marx, Polanyi, Keynes, Schumpeter, Federico Caffè, Hyman Minsky, e più recentemente anche da autori “liberals” come Krugman e Stiglitz. L’egemonia neoliberista corre (anche e soprattutto) sul filo dell’informazione: idee liberiste ammantano le narrazioni dei media generalisti e col tempo hanno imposto un nuovo registro di valori dominanti per la sinistra, cementando nella coscienza dei cittadini che si dicono orientati a sinistra, teorie che promuovono le privatizzazioni come lecite e giuste. L’appiattimento dell’orizzonte critico e analitico della sinistra europea non consente di affrontare con autorevolezza e serietà il complesso fenomeno della globalizzazione economica e culturale in corso: la delocalizzazione della produzione (transplant), la finanziarizzazione dei sistemi industriali, sono evidenti segnali di un ridimensionamento dell’economia reale oggi ridottasi a giochi borsistici gestiti da holding transazionali. La distruzione creatrice del capitalismo magistralmente descritta da Schumpeter. Tornando alla politica, all’interno dello scenario italiano, numerosi militanti del centro-sinistra perpetuano l’illusoria e utopica convinzione che un PSE condizionato dall’interno possa essere un autorevole propugnatore di valide soluzioni per la crisi e le problematiche strutturali dei paesi euromediterranei. La lista Tsipras si pone in rottura totale con questi orientamenti liberisti che hanno preso piede nella sinistra politica. I detrattori del progetto consci della potenziale erosione del consenso dei partiti a cui sono legati fanno piovere le prime critiche. La maggior parte delle critiche mosse da sinistra giungono da tutti gli individui protagonisti della oramai solida tradizione della sinistra frazionista italiana. Questi non si stancano di contestare il progetto, e, comodamente imbracciati alla loro tastiera, scrivono articoli al vetriolo, dove la lista Tsipras viene sempre dipinta con giudizi complessivi apocalittici e negativi. L’artificio retorico e dialettico è il miglior strumento per mascherare il rancore per l’assenza “iconoclastica” di un simbolo di riferimento, gelosie pregresse, pregiudizi diffusi e revanchismi correntizi di partiti in via di dissoluzione ora divenuti fortemente ridimensionati in termini di consenso elettorale. Da destra i liberisti di sinistra distribuiti tra varie forze politiche, gettano facilmente discredito evidenziando –le peraltro lecite- riserve sul ruolo degli intellettuali nella costituzione della lista, altri ancora forti dell’egemonia neo-liberista dei media, hanno prontamente bollato il progetto “L’altra Europa con Tsipras” affiancando nelle narrazioni giornalistiche che lo riguardano, aggettivi come “comunisti”, “radicale” al fine di affibbiare un’etichetta estremistica per delegittimare agli occhi dell’opinione pubblica europea la valenza della proposta. In questo orientamento culturale rientrano a pieno titolo anche sia i fassiniani e i civatiani che, nonostante la loro debacle politica all’interno del PD, si sono sentiti chiamati in causa (chissà perché) e hanno seguito gli sviluppi del processo di costruzione della lista Tsipras, volgendo timidissimi encomi per il progetto. Interessante oggetto di discussione è l’indiscutibile movimento d’opinione messo in moto all’interno del PD dal “disobbediente democratico” Civati. Il suo operato politico non è da considerarsi come insignificante: la passione politica e la compilazione tematica messa in moto dal suo movimento d’opinione, risulta essere uno dei principali indicatori di un desiderio politico, quello di immaginare una realtà alternativa all’attuale panorama politico e culturale del PD. Impossibile sminuire il lavoro e la passione politica che ha animato la chimerica illusione civatiana di un PD di sinistra. La gratuità e la spontaneità di tanti (non troppi) militanti che animano la base di quel partito, non serve però a garantire un’alternativa praticabile, nonostante tanti di loro continuino a dedicarsi all’attività politica nelle sedi e nei circoli con passione e speranza. È la buona faccia del partito, quella delle timide buone pratiche. Ottimi propositi che certo non bastano per invertire la tendenza dominante che anima il PD, quella forma mentis affaristico-lobbistica che ha contaminato anche parte consistente della base, un agire sociale strumentale mosso dalla convenienza immediata estranea alla logica della gratuità delle idee. Ergo il problema nel caso di Civati è la prassi, la strategia pragmatica per la realizzazione politica delle proposte avanzate. I civatiani si configurano quindi come incapaci di guardare a sinistra, forse intimoriti dall’idea di superare un qualche tipo di invisibile limes dell’ortodossia socialista. Chissà. Allora mi rivolgo anche ai civatiani ricordando loro che è dalla società civile che dovrebbe emergere la politica. Con questo intendo dire che un politico di sinistra che desidera maturare una profonda conoscenza riguardo la composizione sociale del suo potenziale elettorato, o quello cui sostiene di volersi rivolgere, deve necessariamente avvicinarsi alle esigenze e ai bisogni di quei gruppi sociali esclusi dalla rappresentanza. Un progressivo processo di “insalottimento” (più che imborghesimento) ha allontanato quel partito dal paese reale. Quindi è dal magma sociale che dovrebbe emergere la politica, l’alternativa dovrebbe crearla lo stesso Civati se solo avesse il coraggio di maturare una scelta: mettere al servizio di tutte le persone della sinistra cui desidera rivolgersi, i contributi e le analisi elaborate nei suoi mesi di lavoro, maturare un progressivo dialogo con le realtà escluse dalla rappresentanza politica di sinistra (e sono tante) occupando finalmente uno spazio a sinistra in grado di coagulare sempre nuovi consensi e perché no partecipando attivamente alla costruzione della lista Tsipras. Tanti sono i cittadini che rimasti delusi dalla politica hanno rimpinguato le percentuali elettorali del M5S, perché esausti dalla oramai innegabile prassi affaristico-clientelare che avvolge parte consistente del PD. Altri continuano a vedere nell’astensionismo l’unica soluzione, altri ancora ripiegano sul tradizionale voto di scambio poiché proletarizzati dalla crisi economica. Se Civati e i suoi avranno il coraggio e l’intenzione di rivolgersi a questi gruppi sociali, piuttosto che al salotto di Montecitorio, avranno la possibilità di mostrare ai potenziali elettori se la loro è una “disobbedienza democratica” è fine a se stessa o è una convinzione ideologica indirizzata verso il desiderio di un’altra politica. Personalmente non credo che il personaggio Civati abbia il coraggio di mettere al servizio della comunità della sinistra extrapolitica i contributi sopra descritti, però non si può richiedere uno sforzo più alto: sganciarsi dal PD per lui e i suoi seguaci significherebbe abbandonare quella visione incantata, quella granitica illusione della scelta del percorso più comodo quando ci si trova davanti ad un bivio. Egli in quanto esponente del PD, è orientato verso un’idea di partito a vocazione maggioritaria, difficile che possa scegliere di mettere a disposizione il suo lavoro, le competenze e il consenso raccolto in questi anni da lui e dal suo staff a vantaggio di un partito minoritario (elettoralmente parlando) come SEL che per giunta ha scelto di avviare un processo costituente interessante per la lista Tsipras, quindi il dialogo e il confronto con altre realtà sociali della sinistra. Amici civatiani del PD abbiate il coraggio di ammetterlo: la poltrona è comoda e ci vuole un coraggio da leoni per abbandonarla a vantaggio di un cantiere incognita a sinistra del PD. L’errore storico dei partiti tradizionali è quello di essersi rinchiusi in una metodologia di valutazione complessiva degli individui calibrata solo esclusivamente sull’appartenenza politica e sulla loro capacità di “muovere voti”. Certo siamo in democrazia rappresentativa e i voti sono quello che conta, ma bisogna avere la lucidità di realizzare che viviamo in una società del lavoro in cui numerose persone operano e lavorano nell’associazionismo, nei movimenti e nelle battaglie civili, nella maggior parte dei casi le persone che si dedicano a queste battaglie acquisiscono competenze trasversali (organizzazione, gestione, amministrazione) ben più edificanti e costruttive della maggior parte delle pratiche politiche tradizionali. Non è proficuo ignorare completamente che il processo in atto di disaffezione e allontanamento dalla politica ridimensiona fortemente a livello elettorale ogni finalità diretta al cambiamento e alla gestione e valorizzazione dei nuovi fermenti sociali. Rinnovo ai critici e ai detrattori naif della sinistra extraparlamentare il suggerimento di non essere troppo “choosy” (usando una celebre espressione in voga nei tempi dei governi commissariati dalla BCE) perché le opportunità di ricostruzione della sinistra prima o poi cesseranno definitivamente. Non vorrei che proprio gli attuali detrattori della lista cadano dalle nuvole, come accadde in occasione delle politiche nazionali italiane del febbraio del 2013, quando il M5S sbancò alle urne. Ricordo quindi che il M5S sarà presente alle europee, non stupitevi se il populismo e la demagogia diverranno di casa nel parlamento europeo (o forse lo sono già vista la presenza di deputati leghisti?). L’importante è che questo promemoria arrivi alla sinistra radical-naif. Affinché la sinistra italiana non rimanga la sinistra del “qualcun altro avrebbe dovuto”. Dipende tutto da noi, anche questa volta.

Gian Nicola Marras

giornalista dell’edizione sarda de “Il manifesto”

 

Articolo pubblicato il 16 marzo 2014  dal sito: http://www.manifestosardo.org/pd-il-primato-delleconomia-sulla-politica/

Comitato promotore referendum “Stop all’austerità” NOTA SUI REFERENDUM PROPOSTI SULLA LEGGE 243/2012

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fiscal

 

1. Premessa

 

L’Italia, sia per il tramite dell’Unione europea che mediante il Fiscal Compact (vale a dire il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’unione economica e monetaria), ha assunto alcuni obblighi che incidono sulle procedure e sui contenuti delle decisioni di finanza pubblica che per Costituzione spettano invece agli organi di indirizzo politico della collettività: Governo e Parlamento.

In particolare va ricordato che, procedendosi a una rigorosa applicazione di un obbligo di carattere “promozionale” assunto con il Fiscal compact, la Costituzione è stata modificata nel 2012 mediante l’approvazione della legge costituzionale n. 1 del 2012, recante la “introduzione del principio di pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”. Per dare attuazione al nuovo principio costituzionale è stata dunque approvata la legge n. 243 del 2012, che è oggetto dei quattro referendum abrogativi che il Comitato Promotore (vedi nomi in calce) ha presentato oggi depositandoli in Cassazione per la raccolta delle firme.

L’obiettivo che il Comitato Promotore intende perseguire è quello di abrogare alcune disposizioni della legge n. 243 del 2012, che consentono un’applicazione del principio costituzionale di equilibrio di bilancio attraverso modalità e condizioni eccessivamente rigorose, oltre quanto previsto nel Fiscal Compact stesso, che renderanno necessarie politiche di austerità eccessive, solo dannose per il Paese, e in particolare per lo sviluppo, il lavoro e la stessa stabilità dei conti pubblici.

*

Ecco le conseguenze dell’ottusa austerità, dal 2007 al 2013:

Aumento del tasso di disoccupazione da a 6.1% al 12.7%

Aumento del tasso di disoccupazione giovanile (15-24) da 20,3% a 43,3%%

Diminuzione dell’occupazione da 23.222.000 a 22.408.000 unità

Diminuzione del PIL reale di: 8.5%

Aumento del debito-PIL da 103.3% a 132.7%

Aumento del deficit-PIL 1.6% a 2.8%

Imprese cessate: 2880601

Un progetto così importante come quello europeo, rafforzato da una moneta comune che spinge al dialogo tra stati membri e che ci fa trovare uniti al tavolo geopolitico delle negoziazioni mondiali, è messo in crisi da politiche ottusamente austere che, come già ampiamente dimostrato dai numeri, non solo non rimettono in ordine le finanze pubbliche dei Paesi membri, ma impediscono di generare un clima favorevole alle necessarie riforme e creano scoramento, scetticismo e disillusione – specie tra i più giovani – sul senso di un progetto in comune.

E’ quanto mai urgente in Europa ripristinare la possibilità di politiche economiche favorevoli alla ripresa degli investimenti, pubblici e privati, e della domanda interna all’area dell’euro.

 

2. Obiettivo generale delle richieste referendarie

L’obiettivo complessivo dei quesiti è modificare la legge n. 243 del 2012, abrogando quelle disposizioni che impongono ovvero consentono un’applicazione del principio costituzionale di equilibrio di bilancio secondo modalità e condizioni eccessivamente rigorose, addirittura oltre quanto è previsto nel Trattato cd. “Fiscal Compact”. Si tratta di norme che comportano politiche di austerità dannose per il Paese, e in particolare per lo sviluppo, il lavoro e la stessa stabilità dei conti pubblici.

In definitiva, l’obiettivo complessivo dei quesiti è modificare in più punti la legge n. 243 del 2012, abrogando quelle parti che prescrivono un’applicazione nazionale esasperata e pertanto ingiusta degli obblighi di bilancio assunti in sede europea.

Sinteticamente, si invitano i votanti a esprimere sulle scheda referendarie il loro “SI” ad una corretta applicazione dei vincoli europei sul bilancio, in breve a dire “SI alla fine dell’ottusa austerità, sì all’Europa del lavoro e dello sviluppo”.

 

3. I singoli quesiti.

 – Quesito n. 1

Il primo quesito riguarda l’art. 3, in quelle parti in cui sia nel comma 3, che nel comma 5, lett. a, si è specificato che si considera rispettato il principio costituzionale di equilibrio dei bilanci quando in sede di programmazione finanziaria e di bilancio si assicura “almeno” il conseguimento dell’obiettivo a medio termine (OMT) (ovvero il rispetto del percorso di avvicinamento all’OMT), così come quando, in sede di verifica effettuata nel primo dell’esercizio successivo a quello di riferimento, sia accertato che, in una delle due alternative previste, il saldo strutturale risulti “almeno pari” all’OMT.

Con questi due “almeno” si prescrive che il principio costituzionale di equilibrio dei bilanci si intende rispettato non solo quando si persegue una politica di bilancio rispettosa dei vincoli assunti in sede europea, ma anche quando, sia nella programmazione finanziaria che nella valutazione delle politiche di bilancio in base ai dati di consuntivo, si intenda riferirsi a obiettivi di bilancio – cioè, più esattamente, ad un saldo strutturale di bilancio – ancora più impegnativo rispetto al conseguimento dell’obiettivo a medio termine come stabilito in sede europea.

In particolare, nell’art. 3, comma 3, si prescrive quanto segue:

3. I documenti di programmazione finanziaria e di   bilancio stabiliscono, per ciascuna annualita’ del periodo di programmazione, obiettivi del saldo   del   conto   consolidato,   articolati   per sottosettori,   tali   da   assicurare   almeno   il   conseguimento dell’obiettivo di medio termine ovvero il rispetto del percorso di avvicinamento a tale obiettivo nei casi previsti dagli articoli 6 e 8. Nei medesimi documenti sono indicate le misure da adottare per conseguire gli obiettivi del saldo del conto consolidato.” (grassetto e sottolineato nostri)

Nel comma 5 si prescrive quanto segue:

“5. L’equilibrio dei bilanci si considera conseguito quando il saldo strutturale, calcolato nel primo semestre dell’esercizio successivo a quello al quale si riferisce, soddisfa almeno una delle seguenti condizioni:

a) risulta almeno pari all’obiettivo di medio termine ovvero evidenzia uno scostamento dal medesimo obiettivo inferiore a quello indicato dall’articolo 8, comma 1;

b) assicura il   rispetto   del   percorso   di   avvicinamento all’obiettivo di medio termine nei casi previsti dagli articoli 6 e 8 ovvero evidenzia uno scostamento dal medesimo percorso inferiore a quello indicato dall’articolo 8, comma 1.” (grassetto e sottolineato nostri)

L’abrogazione di entrambi gli “almeno” dai due articoli produce quindi la conseguenza che, nell’applicazione del principio costituzionale di equilibrio dei bilanci, quest’ultimo si consideri rispettato nel corso dell’approvazione delle decisioni nazionali di bilancio e nel corso della successiva valutazione in base ai dati di consuntivo allorché ci si riferisca all’obiettivo a medio termine come definito in conformità agli impegni assunti in sede europea, senza quindi poter aggravare gli obiettivi di bilancio così imposti.

In sostanza, questo quesito – relativo ai due predetti “almeno” – tende a eliminare quelle disposizioni che, agendo nel medesimo senso, consentono che nella definizione delle politiche di bilancio si assumano obiettivi più stringenti di quelli provenienti dall’Europa.

 

– Quesito n. 2:

Il secondo quesito riguarda l’art. 3, comma 2, relativamente alla rigida identificazione del principio costituzionale sull’equilibrio dei bilanci con l’obiettivo a medio termine stabilito in sede europea.

L’art. 3, comma 2, prescrive quanto segue:

“2. L’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo a medio termine.”

Tale regola impone l’esatta ed assoluta coincidenza tra il canone costituzionale relativo all’equilibrio di bilancio e l’obiettivo a medio termine (OMT) stabilito in sede europea. Tale identificazione non è imposta dalla Costituzione che, ben diversamente, prevede che le pubbliche amministrazioni assicurano l’equilibrio dei bilanci “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”. Inoltre, tale identificazione non è prevista in termini così stringenti ed automatici dal Fiscal compact, il quale, infatti, prevede l’impegno delle parti contraenti di assicurare la “rapida convergenza” verso il rispettivo OMT, e tenendo conto dei “rischi specifici del paese sul piano della sostenibilità”, così come del fatto che i “progressi verso l’obiettivo di medio termine e il rispetto di tale obiettivo sono valutati globalmente”. Tutti questi aspetti di applicazione progressiva, flessibile e per l’appunto “equilibrata” dell’obiettivo a medio termine non sono considerati dall’art. 3, comma 2, della legge n. 243 del 2012, che stabilisce invece un principio di meccanica ed assoluta coincidenza tra il principio costituzionale di equilibrio del bilancio (che, va sottolineato, non coincide con il “pareggio”), e il saldo strutturale di bilancio stabilito in sede europea quale obiettivo a medio termine.

 

– Quesito n. 3.

Il terzo quesito concerne l’art. 4, comma 4, in relazione alle finalità per le quali la legge consente il ricorso all’indebitamento.

L’art. 4, comma 4, prescrive quanto segue:

4. Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 6, comma 6, non è consentito il ricorso all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie”.

Questa disposizione consente dunque di ricorrere all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie soltanto per fronteggiare gli eventi straordinari di cui al comma 2, lett. b dell’art. 6 (“eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria del Paese”), ma non qualora si intenda procedere a tali operazioni per altre ragioni di politica economica.

Tale limite alle condizioni di ricorso all’indebitamento non risulta dalla Costituzione, né scaturisce dagli impegni assunti in sede europea né con vigenti trattati internazionali (ad esempio, con lo stesso Fiscal Compact).

Si tratta di una limitazione degli strumenti di azione pubblica in materia di politica economica, che non solo non trova copertura alcuna nella Costituzione, ma si pone anche in contraddizione con il dettato costituzionale. La Costituzione, infatti, consente l’indebitamento non soltanto se si verificano eventi eccezionali, ma anche “al fine di considerare gli effetti del ciclo economico” (cfr. art. 81, comma 2, Cost.). Rispetto a tale ben più ampio campo di interventi di politica economica, dunque, l’indebitamento anche mediante operazioni relative alle partite finanziarie è costituzionalmente consentito.

 

– Quesito n. 4

Il quarto quesito riguarda l’art. 8, comma 1, in relazione al meccanismo di correzione degli scostamenti.

L’art. 8, comma 1, prescrive quanto segue:

“1. Il Governo, nei documenti di programmazione finanziaria e di bilancio, in base ai dati di consuntivo, verifica se, rispetto all’obiettivo programmatico, si registri uno scostamento negativo del saldo strutturale, con riferimento al risultato   dell’esercizio precedente ovvero, in termini cumulati, ai risultati dei due esercizi precedenti,   pari   o   superiore   allo   scostamento   considerato significativo dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli accordi internazionali in   materia,   ad   esclusione   degli   scostamenti autorizzati ai sensi dell’articolo 6. Il Governo, qualora stimi che tale scostamento si rifletta sui risultati previsti per gli anni compresi nel periodo di programmazione, ne evidenzia l’entità e le cause e indica contestualmente misure tali da assicurare, almeno a decorrere dall’esercizio finanziario successivo a quello in cui è stato accertato lo scostamento, il conseguimento dell’obiettivo programmatico strutturale.” (grassetto e sottolineato nostri).

Nella parte in cui si fa riferimento allo scostamento considerato significativo dagli accordi internazionali in materia si va al di là di quanto previsto dagli impegni assunti in sede europea – che non rinviano ad ulteriori accordi internazionali -, e al di là di quanto risulta dal Fiscal Compact, ove non si determina in alcun modo la “significatività” degli scostamenti, così implicitamente rinviando alla normativa di diritto europeo (v. art. 3, comma 1, lett. e), ma tale “significatività” è richiamata soltanto come il presupposto per l’attivazione automatica del meccanismo di correzione.

Con l’abrogazione di tale parte della disposizione si delimita l’attivazione del meccanismo automatico di correzione al solo verificarsi dei presupposti come definiti dall’ordinamento dell’Unione europea, così evitando anche un’interpretazione potenzialmente estensiva della vincolatività del Fiscal Compact rispetto alle decisioni nazionali di finanza pubblica connesse all’attivazione automatica del meccanismo di correzione.

Tra l’altro, il giudizio di ammissibilità di tale quesito potrebbe essere la sede per sottoporre alla Corte costituzionale una questione interpretativa di più ampio respiro relativa alla posizione del Fiscal Compact nel quadro degli obblighi assunti in sede europea e nei rapporti con i principi costituzionali, in particolare con l’art. 97, comma 1, Cost. ove si precisa che l’equilibrio dei bilanci è assicurato dalle pubbliche amministrazioni soltanto “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”, e non in relazione all’osservanza di obblighi assunti mediante trattati internazionali.

 

4. Il testo dei quesiti.

 Quesito n. 1:

«Volete voi che siano abrogati l’art. 3, comma 3, limitatamente alla parola: “almeno”, e l’art. 3, comma 5, lettera a), limitatamente alla parola: “almeno”, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»

 

Quesito n. 2:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 3, comma 2 (“L’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo a medio termine.”) della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»

 

Quesito n. 3:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 8, comma 1, limitatamente alle seguenti parole: “e dagli accordi internazionali in materia”, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»

 

Quesito n. 4:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 4, comma 4 (“Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 6, comma 6, non è consentito il ricorso all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie.”) della legge 24 dicembre 2012, n. 243, recante “Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’art. 81, sesto comma, della Costituzione”?»

 

5. La “normativa di risulta”

La normativa risultante dall’abrogazione conseguente all’approvazione dei quesiti proposti, è per ciascun quesito la seguente:

Quesito 1): nell’applicazione del principio costituzionale di equilibrio dei bilanci, quest’ultimo si considera rispettato anche quando è riferito al solo perseguimento dell’obiettivo stabilito in sede europea: non sarà più consentito il perseguimento di obiettivi di bilancio più gravosi di quelli definiti in sede europea.

Quesito 2): viene soppressa l’automatica e rigida identificazione del principio costituzionale di equilibrio dei bilancio con l’obiettivo stabilito in sede europea.

Quesito 3): si elimina il vincolo che impone di ricorrere all’indebitamento per realizzare operazioni relative alle partite finanziarie soltanto quando ricorrono gli eventi straordinari definiti dalla legge.

Quesito 4): l’attivazione automatica del cd. “meccanismo di correzione” rispetto ad eventuali scostamenti di bilancio, avverrà soltanto quando previsto dall’Unione europea e non anche quando ciò è previsto da trattati internazionali.

 

 6. Denominazioni dei quesiti

 Le cd. denominazioni dei quesiti – che, al fine di rendere più esplicito l’oggetto della consultazione, appariranno sulle schede insieme ai quesiti stessi (ai sensi dell’art. 32, ultimo comma, legge n. 352/1970) – saranno poi definite dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione, sentito il Comitato promotore.

In via del tutto preliminare, si possono ipotizzare le seguenti denominazioni, utilizzabili, ad esempio, anche durante la campagna referendaria:

Quesito n. 1:

Abrogare le norme che consentono di stabilire obiettivi di bilancio più gravosi di quelli definiti dall’Unione europea.

Quesito n. 2:

Abrogare la norma che limita ai soli casi straordinari previsti dalla legge il ricorso all’indebitamento pubblico per operazioni finanziarie.

Quesito n. 3:

Abrogare la norma che impone manovre correttive di bilancio anche quando imposto da trattati internazionali.

Quesito n. 4:

Abrogare la norma che identifica rigidamente e tassativamente il principio costituzionale di equilibrio dei bilanci pubblici con un obiettivo di bilancio stabilito in sede europea.

 

IL COMITATO PROMOTORE

 

1) Mario Baldassarri, professore universitario di economia politica

2) Danilo Barbi, CGIL nazionale

3) Leonardo Becchetti, professore universitario di economia politica

4) Mario Bertolissi, professore universitario di diritto costituzionale

5) Melania Boni, dirigente pubblico

6) Flaviano Bruno, consulente

7) Rosella Castellano, professore universitario di finanza matematica

8) Massimo D’Antoni, professore universitario di scienza delle finanze

9) Paolo De Ioanna, consigliere di Stato

10) Antonio Pedone, professore universitario di scienza delle finanze

11) Laura Pennacchi, responsabile Forum Economia CGIL

12) Nicola Piepoli, presidente Istituto Piepoli

13) Gustavo Piga, professore universitario di economia politica

14) Riccardo Realfonzo, professore universitario di economia politica

15) Giulio Salerno, professore universitario di diritto pubblico

16) Cesare Salvi, professore universitario di diritto civile.

 

Email del Comitato: referendumstopausterita@gmail.com

 

Stop austerità! Partita la raccolta firme per il Referendum contro il Fiscal Compact, di M. Luciani

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fiscal

 

Come è noto il Referendum Abrogativo sull’autorizzazione dei trattati internazionali in Italia, diversamente che in altri paesi europei, è incostituzionale.

Al solo fine di garantire il rigido rispetto del Fiscal Compact, però, in Italia è stata modificata la Carta Costituzionale e tale modifica secondo la Corte di Cassazione può essere sottoposta a Referendum Popolare. Sarà la Corte Costituzionale a pronunciarsi in via definitiva quando verranno consegnate almeno 500.000 firme valide.

Con la legge 243 del 2012 la maggioranza delle larghissime intese del governo Monti introdusse per deliberata scelta, non essendo in alcun modo obbligata, un vincolo di subalternità del nostro paese alle volontà della Commissione Europea e della BCE.

Il provvedimento fu approvato con maggioranza superiore ai due terzi del Parlamento e, perciò, non fu necessario il Referendum Confermativo.

La nuova norma, modificando l’articolo 81 della Costituzione italiana, stabilisce l’obbligo del pareggio di bilancio rendendo, nei fatti, incostituzionale la dottrina keynesiana del finanziamento in deficit (il “deficit spending”).

In forza di tale nuova norma i cittadini non hanno più facoltà di dare mandato ai loro rappresentanti di decidere una politica economica diversa da quella neo-liberista.

Gli effetti del neo-liberismo nella crisi economica e finanziaria sono sotto gli occhi di tutti: dal 2007 al 2013 le misure di austerità introdotte nel nostro paese hanno raddoppiato il tasso di disoccupazione, non solo riducendo il numero totale degli occupati, ma impedendo anche agli anziani di andare in pensione per far posto ai giovani; hanno ridotto il PIL reale del 9% e hanno aumentato il peso del debito sul PIL dal 103,3% al 132,7%. Un ulteriore stock di debito di 70-80 miliardi è in arrivo e deriva dal ritardo dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni verso terzi. E per fortuna che lo spread è diminuito…

Il quadro appena descritto smentisce in modo categorico le teorie secondo le quali per ridurre il debito bisogna ridurre la spesa perché invece, così facendo, si innesca una spirale recessiva senza fine che, nel tempo, aggrava sempre di più il debito sovrano invece di ridurlo.

Sulla strada della continuità con questa politica neo-liberista si sta muovendo il governo Renzi che ha confermato nel Documento Economico e Finanziario (DEF) gli impegni del patto di bilancio europeo (Fiscal Compact), salvo poi promettere una flessibilità sugli impegni immediati che, oltre a dover essere compatibile con l’articolo 81 della Costituzione modificato, in un quadro siffatto, rinvia i problemi a tempi successivi, ma, rinviandoli in questa prospettiva, inevitabilmente li aggrava.

Sarà compito dei candidati della Lista Tsipras e del GUE prendere le iniziative atte a cambiare gli accordi vigenti nell’Unione Europea che stringono il cappio al collo delle economie più deboli: dal Fiscal Compact al Fondo Salva Stati ai regolamenti six pack e two pack che mettono sotto tutela gli stati membri in quanto prima di varare la legge di bilancio devono farsi approvare il progetto di bilancio. “Avete fatto i compiti?” non è una battuta!

Intanto però occorre sviluppare nel nostro paese, qui ed ora, la mobilitazione politica e sociale per raggiungere l’obiettivo ancorché parziale di rendere di nuovo possibile, almeno di diritto se non di fatto, l’investimento pubblico senza il quale non ci sono né sostegno alla domanda interna, né programmazione economica.

Con i 4 quesiti del Referendum abrogativo della legge 243 i cittadini possono cancellare le limitazioni introdotte in senso restrittivo e rendere possibili sostanziali cambiamenti di segno della politica economica e sociale del nostro paese.

La mobilitazione referendaria deve perciò concentrare al massimo le forze di un vasto campo di soggettività politiche e sociali che comprenda almeno tutte le organizzazioni e gli organismi che hanno animato l’esperienza della Lista Tsipras, settori del PD, la CGIL, la sinistra sociale e diffusa, sapendo che superare il mezzo milione di firme e raggiungere la soglia di sicurezza entro settembre, dovendo attraversare agosto, è un obiettivo ambizioso, raggiungibile solo a condizione di uno straordinario impegno pratico la cui responsabilità ognuno deve assumere su se stesso.

Le Case per la Sinistra Unita a Roma sono a disposizione per partecipare alla raccolta delle firme e all’organizzazione dei tavoli.

CONTATTATECI!

Massimo Luciani

 

Passo dopo passo, di S. Valentini

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Pur tra tanti limiti e contraddizioni s’intravvede, dopo il voto alla europee, l’avvio a sinistra di un processo nuovo, in forte discontinuità con le esperienze fallimentari dell’ultimo decennio. Aver superato lo scoglio del quorum del 4%, dopo anni di rovinose sconfitte elettorali, apre nuovi scenari e orizzonti.

L’Assemblea Nazionale di Sel va in questa direzione. Per questo sono da considerare positive le conclusioni dei suoi lavori, pur restando nell’ambito del partito divisioni e opzioni diverse. Divisioni e opzioni diverse che si sono immediatamente manifestate nel gruppo alla Camera dei Deputati di Sel sulla discussione di quale orientamento avere sul provvedimento del Governo sugli 80 euro. Discussione forte che ha portato tra l’altro alle dimissioni di Migliore da Capogruppo.

L’accento della discussione è ora spostato sulla natura e sui caratteri di una forza di sinistra, con un Pd – renziano – a oltre il 40%, con la brusca frenata del Movimento 5 Stelle, che comunque resta il secondo partito in Italia, ma dove emergono diverse e significative contestazioni alla linea di Grillo, e un centrodestra in crisi che non riesce, per ora, a uscire dalla tenaglia del berlusconismo. Non poteva che essere così. Anche la vicenda dell’opzione di Barbara Spinelli va inquadrata come momento di questa discussione.

La Lista Tsipras ha prodotto un risultato politico importante. Per la prima volta, dopo tanti anni, la sinistra si è presentata ad una elezione con una sola lista. È questo un dato da non sottovalutare. La necessità di superare il quorum ha unito, ha fatto prevalere un po’ in tutti una spinta forte all’unità. Ma la spinta all’unità, che è comunque un valore da coltivare, non è un progetto politico. Per questo la Lista Tsipras nata come “cartello elettorale” non è in grado di trasformarsi, come le vicende post-elettorali confermano – in un centro propulsivo per la costruzione di una influente sinistra . Nel suo ambito infatti si fronteggiano diverse e radicate opzioni culturali, prima ancora che politiche e strategiche. Diversità che impediscono la trasformazione della Lista in un embrione di un nuovo soggetto politico. Di questo, senza faziosità ed eccessive polemiche, occorre prendere atto.

Il rilancio su basi del tutto nuovo di una moderna sinistra del XXI secolo non passa e non passerà su operazioni elettorali, sia pur importanti, da non sottovalutare, ma dalla condivisione di un progetto politico alla cui base vi deve essere la ricerca di una identità culturale comune. Con ciò non si vuole sostenere la marginalità del valore delle intese elettorali, quando sono possibili e necessarie, ma solo evidenziare il concetto – non sempre chiaro a sinistra – che tale ricerca non va confusa con quella ben più importante di indicare un progetto, un percorso di ricostruzione della sinistra appunto su basi nuove, lasciandoci alle spalle le macerie dell’ultimo ventennio. I firmatari dell’Appello per la costruzione a Roma delle “Case per la sinistra unita” hanno sostenuto con grande determinazione la Lista Tsipras senza però indicare preferenze di candidature e soprattutto non hanno aderito al Comitato elettorale di Coordinamento. Sappiamo che con questa scelta abbiamo suscitato qualche antipatia e che c’è chi ci ha guardato con sospetto, ma a noi interessava e ci interessa il progetto politico e non un passaggio elettorale sia pur decisivo. Per questo siamo nati e per questo lavoriamo. Il passaggio elettorale o s’intreccia in termini fecondi con il progetto o rischia di divenire esclusivamente un momento elettoralistico senza nessun respiro strategico; un passaggio che inizia e si conclude con una elezione e magari con una rappresentanza istituzionale del tutto autoreferenziale.

A rieleggere il nostro Appello a distanza di alcuni mesi pare che sia stato scritto ieri, all’indomani del voto e della discussione che si è aperta.

Al centro della discussione infatti non vi è oggi – pare un paradosso – il valore dell’unità, ma il carattere e la natura della sinistra, che resta ancora strettamente schiacciata tra radicalismo e subalternità. Il risultato delle urne in questo senso non aiuta. Dal voto la spinta al settarismo e a visioni identitarie e residuali traggono nuove motivazioni, come altrettanto trae nuovi argomenti la tendenze di racchiudere l’azione politica nel campo ampio del Pd, magari insieme ad altre forze, come il Psi e alcune aeree moderate di centro, che avevano prima in Monti il punto di riferimento. Negli ultimi vent’anni si è predicato molto sul tema dell’autonomia. Ma questa autonomia raramente è stata coltivata e praticata come necessità di affermare una propria cultura tramite la quale lavorare per un insediamento sociale. Purtroppo l’autonomia è stata esclusivamente coniugata e messa in relazione, positivamente o negativamente, al tema delle alleanze, degli accordi elettorali e di governo. Per questo crediamo che radicalismo e subalternità siano le due facce di una brutta medaglia.

Anche Sel, nata per contrastare il minoritarismo del Prc al Congresso di Chianciano, e la deriva moderata Ds-Pd, pur rivendicando fin dalla sua nascita una sua autonoma cultura, non è riuscita ad andare oltre al quadro del centrosinistra, trovandosi improvvisamente senza un solido orientamento nel momento in cui l’azione travolgente di Renzi ha spazzato via lo scenario politico su cui Sel aveva investito per marcare la sua presenza nel Paese.

Da qui oggi occorre ripartire. Dall’autonomia culturale della sinistra. Un’autonomia che può produrre novità e dischiudere nuovi orizzonti solo se riesce a coniugare il binomio cultura di governo e azione di trasformazione. Insomma se saprà essere una forza capace di governare la trasformazione, cioè di introdurre elementi sociali tratti dai valori e dai principi del socialismo. E questa capacità di essere forza di governo e di trasformazione prescinde – come del resto insegna la storia del Pci – dalla collocazione parlamentare: si può essere forza di opposizione mantenendo però forte una cultura di governo per non alzare solo i “cartelli dei no”.

È un binomio che va oltre a quello tradizionale di autonomia e unità.

L’autonomia infatti non s’intreccia solo con la politica, ma diviene il tratto culturale di una sinistra portatrice di valori sociali condivisi di ampi settori popolari e dunque per questo in grado di insediarsi nel sociale; come la capacità di produrre un’azione di governo per la trasformazione ingloba in sé anche il valore dell’unità, cioè la capacità non solo di realizzare intese elettorali o programmatiche, ma anche di avere l’intelligenza di attuare in concreto tali accordi con modalità, tempi e passaggi che possono minare l’unità se non si ha una solida cultura di governo.

Ecco perché affermiamo che occorre ripartire dai territori per la costruzione di una sinistra popolare in Italia. Non siamo né basisti né movimentisti e non siamo così stolti da credere che un ambizioso progetto politico di ricostruzione della sinistra possa essere la pura e semplice sommatoria di esperienze locali, sia pur significative. Sappiamo che occorre una visione nazionale – anzi europea – per dare una valenza credibile e strategica al progetto. Ma neppure crediamo che la realizzazione di un progetto così impegnativo possa essere affidato alle capacità e alla volontà dei gruppi dirigenti. Non seguiamo la moda dell’antipolitica, oggi molto in voga, che conduce alla negazione della funzione democratica dei partiti. Siamo semplicemente convinti che un’operazione promossa dall’alto dai gruppi dirigenti della sinistra – se ci fosse caso mai questa determinazione – sarebbe una sommatoria, tra l’altro per difetto, delle singole debolezze. Un meno sommato a un mendo non dà un più, ma un valore negativo più grosso: una debolezza più grande. Siamo attenti alla discussione in corso dentro Sel o quella in atto in aree significative, come quella di “Essere comunisti” del Prc o della sinistra del Psi. Come non sottovalutiamo il malessere della sinistra del Pd e le crescenti insofferenze nel Movimento 5 Stelle. Non ci sfugge neppure l’importanza del processo apertosi nella Cgil, con la possibilità di raccogliere attorno alla Fiom una grande aerea della sinistra sindacale. Tutto ciò è importante, è segno di una vitalità che ancora c’è a sinistra, che quel 4% (che in prospettiva può essere molto di più) ha contribuito ad alimentare.

Ma la nostra convinzione è che senza la risoluzione della questione dell’insediamento sociale della sinistra questa vivacità, come in altre occasioni, è destinata a deludere.

Da qui la proposta delle “Case per la sinistra unita” – e insistiamo Case per la sinistra e non della sinistra per dare il senso di un processo aperto che deve essere sopportato da un lavoro di lunga lena – come uno degli strumenti per la formazione di una cultura di governo e della trasformazione, come centri propulsivi di lotte e di iniziativa sociale, come spazi politici moltiplicatori di forze ed energie.

Siamo pertanto per la costruzione di “Case” per contribuire ad avviare e dare impulso a un processo. Non siamo per parole d’ordine ridondanti, come “costituente” o “scioglimento dei partiti”. La prospettiva di un nuovo soggetto politico non si costruisce con fughe in avanti, con astrazioni o definendo oggi a tavolino cosa questo soggetto dovrà essere. Siamo invece molto interessati all’apertura di un processo nuovo, di forte discontinuità anche con il recente passato. Per questo crediamo che le “Case” debbano misurarsi immediatamente con i problemi sociali reali e drammatici presenti nei territori per tentare di dare risposte e soluzioni con la lotta e l’azione, non disgiunte però dalla necessità di indicare la soluzione dei problemi. Non ci interessa fare delle “Case” la bella o brutta copia delle sezioni di partito, cioè luoghi di un generico dibattito o di propaganda politica o di iniziative elettorali.

Il nostro obiettivo è molto più ambizioso: le “Case” come centri di attività sociale, di lotta, ma anche di analisi e di costruzione della proposta politica. E chiediamo a tutti i militanti dei partiti della sinistra, ma anche a quelli impegnati nell’associazioni e ai quadri sindacali di partecipare attivamente a questo laboratorio, sulla base del criterio “una testa un voto”. E chiediamo alle Segreterie dei partiti di aprire le loro sedi alle “Case per la sinistra”, di dare il loro fattivo contributo alla loro realizzazione, proprio perché, come abbiamo scritto nell’Appello, vogliamo lavorare non contro ma con i partiti.

Attiviamolo tutti insieme questo processo e sulla base del suo sviluppo valuteranno passaggi e modalità successive. Ma oggi è decisivo partire. E noi siamo partiti.

A fine giugno sarà inaugurata la “Casa” di San Lorenzo. Passo dopo passo stiamo portando avanti il programma che si siamo proposti nell’assemblea dei firmatari dello scorso maggio.

Sono oltre dieci, ad oggi, le sedi che possiamo aprire, ma non ci interessa aprirle tanto per dire che ci siamo, insomma per mettere sulla mappa di Roma una bandierina per rivendicare la nostra visibilità. Vogliamo politicamente prepararle al meglio le assemblee costitutive delle “Case” coinvolgendo forze vere e vive della sinistra, politica, sociale e sindacale, romana. Vogliamo che le “Case” siano una novità irreversibile nello scenario politico romano. Stiamo dunque lavorando per aggregare e raccogliere nuove e significative adesioni, per consolidare rapporti e relazioni, soprattutto con l’articolato mondo dell’associazionismo. E abbiamo gettato lo sguardo anche fuori dai confini romani. Il nostro Appello infatti ha suscitato interesse. Iniziative simili alla nostra e strutture territoriali unitarie sono sorte un po’ in tutta Italia. Ad Asti e a Torino, a Milano, nelle Marche, a Bari e a Napoli, in Calabria e in Sardegna operano strutture unitarie che hanno svolto la campagna elettorale sulla Lista Tsipras ma a latere del Comitato elettorale, condividendo con noi la medesima scelta: di impegnarsi a lavorare sul progetto di un nuovo soggetto politico unitario della sinistra italiana, un progetto tutto da costruire, ma che è possibile avviare perché oggi vi è la consapevolezza di voler ripartire dai territori e dalla necessità dell’insediamento sociale.

Crediamo che sia maturo il momento di un primo incontro nazionale di queste realtà per valutare come insieme dare vigore e impulso alla costruzione di momenti organizzativi nei territori e per rendere irreversibile il processo unitario. Un lavoro che crediamo si debba intrecciare anche con quello di quei tanti Comitati territoriali della Lista Tsipras che non intendono sciogliersi e che sulla base dell’esperienza fatta intendono procedere sulla strada della costruzione di una moderna sinistra, nuova, in netta discontinuità con le pratiche del radicalismo e della subalternità.

Nelle prossime settimane lavoreremo anche per rendere possibile questo incontro nazionale, per mettere le prime basi al progetto politico.

Sandro Valentini

 

 

 

 

Renzi, Tsipras e il futuro della sinistra, di P. Ciofi

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Renzidi Paolo Ciofi

Con la vittoria sonante di Renzi cambiano radicalmente non solo i rapporti di forza tra i partiti ma anche i modi di intendere e di praticare la politica, in particolare nella distinzione dei ruoli tra destra e sinistra. È sconvolto il sistema politico che ha attraversato il ventennio berlusconiano, e il cambiamento in atto deve essere attentamente valutato. Non si tratta solo della crisi evidente dell’assetto bipolare, bensì di un processo più ampio e profondo, sebbene non consolidato, che attiene alle forme e ai contenuti della democrazia, alla funzione dei partiti e dei corpi intermedi, e quindi alla concreta possibilità di esercitare i diritti individuali e sociali costituzionalmente garantiti. A cominciare dal diritto al lavoro, che in Italia e in Europa ha segnato un passaggio storico.

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Costituzione, democrazia, riforme, di G. Rodano

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Giulia RodanoRelazione  di  Giulia Rodano all’Assemblea del 13 maggio 2014 per la costruzione delle Case per la Sinistra unita

Anche a quanti, come me, non sono costituzionalisti non sarà difficile vedere come il tema della costituzione, della sua modifica o della sua difesa e applicazione sia tornato prepotentemente all’ordine del giorno.

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