Democrazia

La legge di bilancio ignora le politiche abitative, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

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La legge di Bilancio che sarà approvata oggi al Senato con il voto di fiducia (ad un governo dimissionario) ci consegna una legge di bilancio che a mia memoria, per la prima volta non contempla nessuna, nessuna, nessuna norma che abbia anche solo superficialmente a che fare con le politiche abitative.

Zero euro per programmi di aumento di offerta di alloggi a canone sociale. Zero euro per il fondo contributo affitto, in assoluta continuità con la legge di stabilità per il 2016. Fondo morosità incolpevole che dai circa 60 milioni di euro del 2016 viene ridotto a 36 milioni di euro (ovvero un contributo, per i soli sfrattati per morosità del 2015, pari a circa 50 euro mensili).

In questo modo il Governo condanna per i prossimi tre anni le 700.000 famiglie collocate nelle graduatorie a continuare ad abitare le graduatorie, senza alcuna prospettiva.

In questo modo si condannano le 350.000 famiglie che avevano diritto al contributo affitto al baratro dello sfratto per morosità per l’azzeramento del contributo affitto.

In questo modo si condannano le circa 60.000 famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto per morosità, e che avrebbero il diritto a ricevere un contributo di 12.000 euro per stipulare un nuovo contratto ed uscire dallo sfratto, a subire l’onta di poter, al massimo e per una parte minoritaria di loro ad avere un contributo medio mensile di circa 50 euro per uscire dallo sfratto per morosità.

Quanta miserevole e sciatta politica vedo in Italia.

Ma non è solo il Governo che segna una assoluta indifferenza sulla questione abitativa e sul livello di precarietà raggiunta, a ruota Regioni e Comuni, nessuno escluso, perseguono la stessa strada.

Avanti con l’ipocrisia sparsa a piene mani l’importante è fare il presepe con due palestinesi, coppia di fatto e baraccati che esprimevano una speranza, che oggi le amministrazioni, centrali e locali, fanno morire.

Massimo Pasquini (Segretario nazionale dell’Unione Inquilini)

Poche considerazioni sul referendum, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Questo voto ha una rilevanza sotto numerosi aspetti, ci consegna la lettura di un Paese che forse non conoscevamo granché. E’ evidentemente un voto di classe, il No è stato portato avanti, oltre che da una piccola élite intellettuale illuminata (penso ad esempio ai costituzionalisti schierati per il No, ai tanti appelli venuti dal mondo accademico) soprattutto da quel largo schieramento sociale che i “benefici” delle riforme renziane non lo hanno visti, o hanno addirittura visto peggiorare le loro condizioni: disoccupati di lungo periodo e giovani inoccupati ben lontani dagli illusori bricolage delle politiche per il lavoro fai-da-te: ti do’ un voucher e poi te la vedi tu come spendertelo in un mondo di squali come quello del sistema formativo; ceti medi che sprofondano verso la povertà e vivono l’assillo della minaccia quotidiana di perdere il lavoro, piccola borghesia in parziale proletarizzazione ed angariata da un carico fiscale tutt’altro che in riduzione, insegnanti deportati in puro stile titino in giro per l’Italia ed umiliati dal Rondolino di turno, dipendenti pubblici che non si sono accontentati della mancetta degli 85 euro, perché non vedono valorizzato il loro lavoro quotidiano e sono umiliati dalla retorica della burocrazia soffocante, precari sempre più precarizzati e partite IVA prese in giro con la modesta riformicchia a loro dedicata.

Non è un caso, ed è la cartina di tornasole del connotato di classe di questo voto, che i risultati più netti arrivino dal Mezzogiorno, dall’area territoriale, cioè, che più di tutte raccoglie la sofferenza sociale del nostro Paese. E che ci insegna una grande lezione di dignità e riscatto. Tutti noi pensavamo che il voto al Sud sarebbe stato manovrato ed inquinato dai feudatari del voto, quando non addirittura dalle organizzazioni criminali. Il 67% del No in Calabria, i risultati di province come Salerno e Napoli ci parlano di un Sud ben più autonomo ed arrabbiato di quanto pensassimo. I meccanismi consociativi affogano nella progressiva riduzione delle risorse finanziarie necessarie per ungere le ruote. La spending review diventa il killer di una classe politica notabiliare meridionale che da sempre garantiva di attaccare il ciuccio dove voleva il padrone. Abbandonato a sé stesso dal Governo Renzi, che prima ha svuotato il Fondo Sviluppo e Coesione per altri fini, e poi ha rivenduto banali riprogrammazioni dei fondi strutturali già assegnati come miracolistici Masterplan, il Sud lancia la sua voce di dolore, ma anche di dignità. E ricorda alla politica che niente, in questo Paese, può essere fatto senza dedicare sforzi e progettualità vera al grande malato.

Dentro questo voto soffiano molti venti: sicuramente il vento della stanchezza, di un Paese allo stremo, per otto anni di crisi alternata a stagnazione, e di assenza di prospettive di riscatto a breve. Questo Paese non ha accettato la retorica del cambiamento continuo, dell’innovazione per l’innovazione, proposta dai renziani. A Bagnoli, ad esempio, servono condizioni di abitabilità decenti, ambiente, lavoro e legalità, non le futuristiche strutture immaginate da Renzi per chiudere l’infinita storia della riconversione dell’ex polo siderurgico. E così in tutte le Bagnoli che ricoprono questo Paese, anche in un Nord che ha perso il suo connotato mitico di locomotiva economica, e che oggi lotta fra aziende che chiudono, condizioni lavorative sempre più disastrose, disgregazione di quel tessuto di coesione sociale che era garantito dal vecchio modello distrettuale, oggi preso letteralmente a mazzate dalla concorrenza dal lato dei costi esercitata dai Paesi emergenti (spesso operanti addirittura dentro la casa distrettuale, vedi Prato ed il distretto parallelo e clandestino dei cinesi) e dall’incapacità morale e progettuale dei rampolli odierni dell’imprenditoria settentrionale nel proporre un patto sociale e produttivo fatto di coesione, compartecipazione, innovazione e qualità. La disgregazione dell’impianto contrattuale, per inseguire un modello americano di competitività aziendale, non rilancia la produttività perché scarica semplicemente sul salario i mancati guadagni di redditività dell’azienda. La burocrazia confindustriale è fra i principali sconfitti di questo voto, perché ha creduto, attraverso la riforma costituzionale, di trasferire alle istituzioni pubbliche il modello padronale-efficientistico ed accentratore, oramai obsoleto, che rappresenta la base culturale della nostra borghesia. Questo modello di governance, che esclude la cogestione e il dialogo organizzativo interno, è il principale responsabile, insieme ad un sistema creditizio asfittico e politicizzato ed allo smantellamento della grande impresa pubblica che faceva innovazione radicale, della spoliazione industriale del Paese e dell’asfissia del nostro processo di accumulazione. Non è stato permesso, a questo modello perdente, di trasferirsi nella sfera costituzionale.

Se soffia il vento della stanchezza, soffia anche quello della rabbia e del rancore, e la nostra classe dirigente farebbe bene a stare molto attenta, perché gonfia le vele del populismo, e preannuncia rese dei conti ben più violente di quelle di un voto referendario. Nei tanti renziani che oggi sfogano la delusione per la sconfitta richiamando il modello-Renzi e prendendosela con un Paese che non lo avrebbe capito, o che non avrebbe il coraggio di seguirlo, è assente ogni consapevolezza razionale minima circa ciò che sta montando dentro il Paese reale. I sistemi politici ed ideologici che spingono popolazioni intere verso miti futuristici e mete gloriose, incuranti delle sofferenze sociali ed individuali che tale processo innesca, sono destinati al crollo. E’ vero per gli Khmer Rossi ed è vero anche per il renzismo.

L’unico modo per sconfiggere il populismo è quello di scendere al livello delle ansie, delle paure, delle frustrazioni, delle sofferenze che lo alimentano. Sapendo dare a queste la priorità rispetto al disegno generale ed agli obiettivi futuri. Dicendo che Ventotene, che il multiculturalismo dell’immigrazione, che il pareggio strutturale di bilancio, che la crescita della curva di produttività, sono meno importanti della cura del bene comune, della preoccupazione per dare lavoro al giovane di Polistena, della tutela dell’ospedale pubblico dal rischio di chiusura, della garanzia di condizioni di sicurezza pubblica per chi vive nelle tante Tor Bella Monaca delle nostre città devastate e “americanizzate”, dove i meno abbienti vengono ghettizzati in periferie sempre più lontane e squallide. Arroccarsi su una presunta superiorità del progetto sulle persone (quand’anche essa fosse reale, e non è il caso del renzismo) su una spinta ad andare avanti per andare avanti, a riformare per riformare (quale che sia il costo da pagare) e su una politica fatta di oscuro tecnicismo ed opacità nella gestione del potere (opacità che la deforma-Boschi, con le sue cervellotiche procedure legislative, avrebbe accresciuto) consegnerà il Paese a Grillo, forse ad un Grillo alleato con Salvini.

Per questo serve un progetto collettivo, che sia però basato sull’analisi delle condizioni di vita dei singoli, in grado di restituire speranze rispetto ai loro obiettivi esistenziali. Per tale progetto, il tecnicismo oligarchico renziano è chiaramente inadeguato. Il populismo lo è altrettanto. Solo la sinistra è in grado di recuperare, nella sua tradizione culturale che vede nel partito e nel sindacato gli aggregatori della domanda sociale, e i produttori di una élite politica in grado di produrre coscienza di classe (rimettendo insieme i pezzi di classe frammentati attorno ad un progetto di rinascita comune) e dare una indicazione sul “che fare”, una speranza per il futuro.

Riccardo Achilli

 

Ora è palude, di C. Baldini e O. Basso Persano

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baldini claudia 4 orietta-basso-persano

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Abbiamo difeso la Costituzione. Abbiamo stoppato un pericoloso progetto che puntava ad esautorare il Parlamento ed evitato una probabilissima deriva oligarchica.

E questa, chi, come tanti di noi aderiva ai Comitati del No, sanno che è stata una dura, durissima battaglia fatta in mezzo alla gente. Per le strade, nei mercati, nelle scuole, davanti ai centri commerciali e, non ultima come importanza, in rete. Tante iniziative pubbliche, confronti tra politici, lezioni dei costituzionalisti.
Risultato : il popolo è tornato a votare. Nonostante la nausea che Renzi nelle ultime settimane ha procurato persino ai suoi sostenitori. In tutto il Paese sentivi dire “Basta, lasciateci un canale”
Stando alle diffide Agcom disattese, il PD dovrebbe pagare multe salate.

Bene , ora tutto ciò è alle spalle. Davanti ci sono forse elezioni politiche anticipate. Questa è la richiesta che viene almeno da Lega e Grillo. Noi giudichiamo sbagliatissima questa idea
Già Renzi ha fatto il loro gioco, non vorrei che lo rinforzassimo. Fermiamoci un attimo a pensare.

Il Paese, come risulta anche da questo Si o No è molto spaccato. I No a voce spiegata vengono dalle zone più povere, dai giovani senza futuro, dai lavoratori a cui hanno tolto i diritti. Poi vengono anche da coloro che hanno solo rigettato questa nefanda revisione costituzionale.

Ma non servirebbe andare ad elezioni. I partiti o movimenti come quelli che chiedono il voto non sono quelli che possono lottare contro il liberismo e dare un altro volto al sociale ed alla economia del Paese. Il Movimento 5 stelle è un agglomerato di tendenze diverse, ondeggiante tra sinistra e Farage. Che cosa andrebbero a fare se vincessero le elezioni? Con quale legge elettorale? Quella che hanno osteggiato fin qui? E la Lega? Qual è la politica economica della Lega?

Una: ritorno al passato. Via dall’Europa e muri . E senza il premio non si governa da soli. Con chi potrebbero allearsi. Tra loro? Bene , allora credo che ci saranno fuoriusciti da una parte e dall’altra. Si torneranno a rimpinguare le file di Forza Italia, e di nuovo la sinistra del movimento sarà senza casa.
Pensate che responsabilità di omicidio colposo di sinistra ha assunto il PD con la sua malaugurata creazione. Non ha più una identità certa. Dipende solo da un leader. Segue i diktat liberisti come farebbe un Berlusconi qualunque. Anzi meglio, perché Berlusconi una opposizione bene o male ancora a sinistra l’aveva.

I senza tetto siamo noi gruppi di sinistra. Siamo anche parecchi come singoli, non siamo spariti nel nulla. Rabbiosamente il referendum ci ha tirato fuori di casa. Avevamo già dato dei segnali di vita con il referendum sulle trivelle.

Non c’è nessun partito come uno di sinistra che possa governare per la gente e non per l’esercizio del potere. Ci possono essere delinquenti, deviazioni, allucinazioni, ma se è di sinistra l’antidoto ce l’ha. E’ la maggioranza della sua gente che controlla, che partecipa, che non abbandona il suo cervello a nessuno. Il punto è che abbiamo dormito sonni profondi, sognato di vivere di rendita, passato un anno a discutere sul sesso degli angeli. O meglio, sul concetto di sinistra e di centrosinistra. Con un piccolo particolare che in giro ci sono solo partiti di destra e centro destra.

Nonostante la pessima prova che abbiamo dato alle amministrative, sparando anche sui nostri candidati, non abbiamo ritenuto di fare subito un congresso. Perciò ora siamo ancora invisibili per i più.
Certo, abbiamo sentito due ottimi interventi di Fratoianni e Civati stamane, ma ognuno nella sua nicchia. Giusto parlare di sinistra, ma bisogna crearla eh, non c’è mica. Ci sono persone rinchiuse ognuna nel suo dire, ma non c’è un Partito della Sinistra Italiana. Non c’è nemmeno una classe dirigente chiara. Perché alcuni guardano ancora alla Madonna e nessuno ha osato lasciarli lì da soli a continuare la contemplazione.
Si continua a dire che il problema è complesso. Ah, ma se non fosse complesso, l’avrebbe risolto anche Ciaone. Sarà anche complesso ma ormai è vitale: togliamo la malattia o tutta la gamba?
Eppure il manifesto Fratoianni, di Cosmopolitica, è chiaro, semplice e condivisibile. Ci vuole un partito di sinistra. Quando ci sarà un decente Partito della sinistra Italiana , che sia aperto a tutta la gente che si sente di appartenere alla sinistra, e non dobbiamo stare sempre a ripetere quali sono i caratteri distintivi dell’essere persone di sinistra, si inizia a ricostruire. Dal 2%? Va bene ,però avanti con chiarezza e lavoro. Forse si andrà al 4 la prossima volta. Ci saranno i ballottaggi tra i maggiori? Bene decideremo di volta in volta il meno peggio. Arriverà prima o poi, se insistiamo con la coerenza, un tempo diverso. Beato chi ci sarà.

Ora non siamo pronti per colpa nostra

Se si dovesse andare ad elezioni politiche dovremmo tornare a fare una sinistra patchwork, elettorale. E non credibile. Brutta davvero. E il tempo lo abbiamo avuto. Anche le persone, se cambiassero mentalità, avremmo di grande livello. Ma tant’è.

Che contributo possiamo dare noi da qui, come si usa dire dal basso?

Enorme e di qualità, perché non ci interessano le poltrone, ma i nostri giovani, i nostri malati, i nostri anziani e i nostri bambini. Anzi ci interessano tutti coloro che sono discriminati, disoccupati, malati senza cure, piccoli affamati o bombardati. E vogliamo che il mondo inverta la sua rotta.
E da tempo ci siamo abituati a discutere lealmente e produttivamente.
Orietta ed io abbiamo pensato di cominciare a ragionare di un possibile programma tematico.
Per l’Economia, il Lavoro, i Diritti, la Scuola e vedremo. Proporremmo delle idee alla discussione e faremo un sondaggio limitato al tema in discussione. In modo che si possa capire l’orientamento sintetizzato dei compagni e amici, che sono tantissimi in rete. Sfrutteremo al massimo le condivisioni per estendere la spinta a discuterne. Che inevitabilmente diverrà anche una spinta verso l’alto. Sia ben chiaro che si condivide con tutti, chi vota pd , chi vota 5 stelle, e stop.

Perché gente di sinistra si è persa e spersa ovunque. Dopo il lavoro fatto nei Comitati insieme ad alcuni del Pd e a tanti stellati abbiamo realizzato una verità: siamo noi che li abbiamo costretti ad emigrare, per contare qualcosa. E’ ora di chiarirsi

Non dobbiamo fare dei manifesti programmatici ma tirare fuori proposte di sinistra. Che dovremo mediare nella realtà capitalista ma che comunque aiutino la gente e non i potenti.
Senza chiedere la luna, quella ne aveva diritto solo Pietro Ingrao. Loro ce l’avevano lasciata la luna .

Claudia Baldini e Orietta Basso Persano

Gli insulti, la politica e la Costituzione, di M. Foroni

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Foroni 1
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Come era facilmente prevedibile, visto il clima di lacerazione e livore tra gli italiani creato da chi avrebbe voluto scardinare la Costituzione democratica (e di cui pagheremo le conseguenze per un lungo tempo), gli sconfitti dal voto degli italiani procedono con reiterati insulti e offese: “avete ritardi mentali se festeggiate, avete consegnato l’Italia alla destra, vi meritate Salvini e Berlusconi, hanno votato NO le periferie razziste, l’ANPI è come Casa Pound…”. Ce ne faremo una ragione.

Ciò purtroppo accade perché si tende a ideologizzare il contendere al livello di bassa politica, della personalizzazione, perdendo di vista la reale posta in gioco. Che riguarda esclusivamente le regole del contendere politico stesso. Perché questo rappresentano le Costituzioni moderne post belliche: un insieme di regole e controlli equilibrati tra vari organi costituzionali, che servono a garantire che nessuna parte prevalga sull’altra, a prevenire pericolose fughe verso derive oligarchiche e autoritarie, e far si che i diritti e i doveri fondamentali ed il bene comune non vengano sopraffatti, nel rispetto della volontà e della rappresentatività del popolo votante, unico sovrano (art. 1).

E questo era nell’intento del costituenti nel 1946-47, alla fine della Guerra di Liberazione, che ci hanno dato una Costituzione così solida e bella che ha resistito, nella storia della Repubblica fin dagli anni ‘60, ai tentativi eversivi, alla strategia della tensione, al terrorismo, ad attacchi reiterati, e garantito convivenza, rispetto tra le parti politiche, e che ci ha dato (ad esempio e tra gli altri) come Presidenti della Camera Pertini, Ingrao, Iotti e anche il fascista dichiarato Fini.

Perché ciò che conta è il riconoscimento e il rispetto di queste regole da parte di tutti i partecipanti alla contesa politica. Sinistra e Destra. E sarà compito dei partiti, dei movimenti dei vari schieramenti quello di proporre in modo convincente alle cittadine e ai cittadini, una Politica alta, un programma e un progetto di società e di sviluppo, nel segno della partecipazione e nel rispetto dei principi inderogabili definiti nella Carta.

Viva sempre la Costituzione della Repubblica.

Marco Foroni

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Il palazzo e il paese reale, di S. Valentini

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Ciò che più mi ha impressionato del voto referendario è la distanza crescente tra il paese reale e il palazzo. Alta affluenza alle urne (che avrebbe dovuto dare un vantaggio al Sì) con il 60% dei No è un dato straordinario che dice quanto un certo modo di fare politica sia lontano dal senso comune e dai sentimenti della gente normale. Un voto che non ha punito duramente solo Renzi e la sua maggioranza, di partito e parlamentare, ad iniziare dai tanti parlamentari di destra e di sinistra che in questi anni hanno cambiato per opportunità casacca magari per un incarico ministeriale, ma l’insieme dei media, dell’intelleghenzia e del mondo dello spettacolo, tutti gran parte schierati in modo acritico e del tutto conformista per il Sì. Tutti ora dicono che non avevano previsto tale sconquasso,; lo stesso è successo con la vittoria di Trump negli Usa. La crisi dei sistemi liberaldemocratici è evidente, per alcuni aspetti drammatica. Sarebbe ora di mandare a casa non solo gran parte del ceto politico, ma anche moltissimi opinionisti, giornalisti, intellettuali, presentatori e professoroni dell’alta finanza ma tutti legati a qualche banca, che con i loro faccioni hanno letteralmente occupato in questi anni le televisioni, in particolare di quelle pubbliche finanziate con il canone della gente normale. Tutti a casa ad iniziare dalla Presidentessa della Rai nonché Presidentessa della Trilateral italiana. Sarebbe ora di non leggere più i giornali della cosiddetta grande stampa che si definiscono d’informazione, come La Repubblica, La Stampa e il Corriere della Sera. Sarebbe ora di una riforma politica e morale del Paese di gramsciana memoria. Non è vero che dalla crtisi si esce solo a destra o con 5 Stelle, dalla crisi si può uscire anche a sinistra se tutta la sinistra farà con coerenza la sua parte ricostruendo un campo democratico e progressista.

Alessandro Valentini

Lo spartiacque della democrazia, di C. Baldini

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baldini claudia 4

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Il fronte del SI vuole una democrazia “èlitaria ed oligarchica”, monopartitica; il fronte del NO vuole invece una democrazia “popolare e partecipata”, pluralista.
Se Renzi fosse stato un politico e non un despota, avrebbe consentito lo spacchettamento del quesito referendario; all’indomani del 4 dicembre avrebbe potuto procedere a riproporre le modifiche costituzionali degli articoli che il popolo referendario boccerebbe con il NO .
Era il modo per non porre la megarevisione costituzionale come “ plebiscito sulla sua persona” e porla invece come “massima disponibilità di eseguire e concretizzare la volontà popolare”.
Dal punto di vista politico il 5 dicembre comunque la spaccatura del Paese è compiuta. SI o NO, l’estremizzazione plebiscitaria ha portato e porterà ulteriormente a dividere il Paese.
Le responsabilità sono tutte del Pd che ha prodotto il ddl Boschi con una maggioranza “zoppa” figlia dell’incostituzionale Porcellum.
Un’assurda personalizzazione che ha buttato alle ortiche lo spirito e l’amalgama del 48.
Il danno è fatto! Il ddl Boschi bisognerà votarlo o rigettarlo in blocco…..e la previsione della elezione della sola Camera dei Deputati con un premio di maggioranza ipermaggioritario ad un solo Partito, farebbe acquisire, concentrare, ruolo e funzione legislativa-politica- governativa in capo ad un Partito, al suo Leader ed al suo Governo, divenendo una combinazione pericolosa vicina quasi al “potere assoluto”, determinando conseguentemente tutte le cariche fiduciarie di gestione del potere pubblico fino ai posti di comando più reconditi. Oltretutto verrebbe premiata la migliore delle minoranze, mentre le restanti parti politiche che sono la maggioranza del Paese verrebbero completamente escluse o scarsamente rappresentate. Qualcuno ha dei dubbi che oggi il potere lo si esercita per il potere?
A qualcuno sorge il dubbio che per mantenere la democrazia il potere vada limitato, e non concentrato perché chi lo esercita tende sempre ad usarlo oltre il limite?
E allora bisogna porsi la domanda : la nostra democrazia è matura per sopportare gli squilibri di potere? NO. E se non lo è oggi, figuriamoci cosa potrebbe succedere con il ddl Boschi, con qualunque partito o uomini ascendenti al potere.
Il NO non è come principio contro Renzi, ma è un NO di “salvaguardia della democrazia popolare”. Chiunque si trovi ad essere Capo dell’Esecutivo dovrà provare a fare leggi più vicine alla volontà popolare, condivise dalla gran parte degli italiani. Il titolo del quesito referendario dice una cosa, negli articoli del ddl Boschi c’è il contrario; una democrazia si basa sul voto e se il voto viene tolto al popolo per eleggere direttamente i rappresentati del Senato, non è questo che vuole la Costituzione Italiana.
Votare NO, è come dire ad alcuni politici improvvisati ed ignoranti che non son buoni né per sé e né per gli altri, dire basta alla campagna di disinformazione e di falsità : nel tagliare i 200 Senatori all’art.40 nelle disposizioni finali “costituzionalizza i vitalizi “ per tutti i Senatori……..

“ La strada maestra è una nuova Costituente eletta con il proporzionale per nuove Istituzioni”

Facciamoglielo capire a questi politicanti in carriera.

Claudia Baldini

Domenica voto NO contro l’autocrazia, di M. Luciani

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Massimo Luciani

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Spero che domenica 4 fallisca il miserabile tentativo di contrabbandare per anticasta e per contenimento di costi l’impresentabile pateracchio che modifica chiavi in mano 47 articoli della Carta Costituzionale.
Nel vecchio testo vi erano principi comprensibili a chiunque, nel nuovo testo si inseriscono regolamenti oscuri ai più.
La parte peggiore è quella che riguarda il presunto superamento del bicameralismo perfetto, ma anche per i fautori del monocameralismo non può che essere riconosciuta come peggiorativa la modifica che si vuole introdurre.
Si dice che si supera il bicameralismo perfetto affidando al nuovo Senato compiti quasi esclusivi di rappresentanza delle istituzioni territoriali, quasi una elevazione di rango della Conferenza Stato-Regioni, punto. Non è così: il nuovo Senato “Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione
degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”. Ma se gran parte dell’attività legislativa consiste proprio nel recepimento di indicazioni della UE e veramente si pensa di affidarle a Sindaci, Presidenti di Regioni ed esponenti di giunte che dovranno andare a Roma solo 3-4 volte al mese è evidente che al massimo potranno soltanto certificare con il visto provvedimenti che saranno così sottratti alla sovranità popolare. Non potranno programmare alcuna attività dal momento che i mandati dei senatori scadranno ciascuno in corrispondenza delle elezioni amministrative e comunali del territorio di appartenenza.

Si dice che si vogliono ridurre i costi della politica, ma per ridurre le retribuzioni e i vitalizi non occorre modificare la costituzione: sarebbe molto più facile, basterebbe volerlo.
In realtà si vuole rafforzare i poteri dell’esecutivo perché gli “investitori” chiedono governabilità. Lo dimostra la corsia preferenziale che si vuole istituire con il “voto a data certa” sui disegni di legge “essenziali per l’attuazione del programma di governo”. Si vuole limitare la sovranità popolare sottraendo poteri al suffragio universale e affidando sempre di più le decisioni alla tecnocrazia e all’autocrazia degli specialisti. Se si accresce la governabilità riducendo la rappresentatività il risultato è più autocrazia e meno democrazia

In realtà si accentrano poteri e dove si accentrano i poteri il sistema che si vorrebbe rendere più stabile diventa invece più vulnerabile. Il rischio della svolta autoritaria nei sistemi accentrati è una categoria del novecento, divenuta ormai obsoleta? Quel rischio non è più reale? Mah! Mi permetto di dissentire.

Però qualcosa la possiamo dire senza tema di smentita: di leggi non se ne fanno poche, ma troppe, più che in qualsiasi altro stato dell’Unione Europea. Di solito non si seguono procedure troppo lunghe, a meno che non si tratti per esempio di conflitto di interessi, ma troppo veloci: la Monti-Fornero Pensioni, il Jobs Act sono validi esempi. Ma soprattutto diciamo che le leggi sono tanto peggiori quanto maggiore è la governabilità. L’Assicurazione Generale Obbligatoria, Lo Statuto dei Lavoratori, la Scala Mobile dei salari, ma anche il diritto di famiglia, la Basaglia, il Servizio Sanitario Nazionale li abbiamo conquistati quando i governi erano instabili, le legislature duravano poco più di un anno, l’opposizione era forte, il salario era una variabile indipendente, gli operai volevano il figlio dottore. Tanto disordine, ma tante conquiste.

Massimo Luciani

Un NO in difesa dello spirito repubblicano. Scritto soprattutto per i più giovani, di S. Valentini

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sandro-valentini 2

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Che la seconda parte della Costituzione dovesse essere modificata, mentre la prima parte – quella dei principi fondamentali – dovrebbe finalmente essere completamente attuata, è fuori discussione.
Dovrebbe essere modificata per riordinare i rapporti tra Stato e Regioni (comprese le cinque Regioni a Statuto speciale, che sono divenute sempre più un pozzo senza fondo di spreco enorme di risorse pubbliche) e per razionalizzare e rendere più veloce ed efficace il momento legislativo con la costruzione dell’Unione europea e la elezione a suffragio popolare del suo Parlamento. Occorre avere solo tre livelli legislativi: europeo, nazionale e regionale. Per questa ragione il Senato dovrebbe essere trasformato in Camera delle autonomie come nel modello istituzionale tedesco, mettendo così fine al bicameralismo paritario, con una riduzione drastica del numero dei parlamentari, non più di 500 Deputati e 200 Senatori.

Ma le proposte di modifica costituzionale approvate a maggioranza dal Parlamento (la stessa che sostiene a colpi di voto di fiducia l’esecutivo) su iniziativa e impulso del governo non prevede tutto ciò. È a voler essere buoni sono un pasticcio che determina confusione e una pericolosa instabilità delle istituzioni, rischiando di favorire l’onda montante in corso nel Paese di ogni genere di populismo; a voler essere cattivi riducono gli spazi di democrazia in quanto modifiche costituzionali e combinato disposto dell’Italicum (la legge elettorale definita da Renzi la migliore del mondo), consegnerebbero a una minoranza anche del solo 30 per cento dei votanti – si badi – una maggioranza parlamentare del 51 per cento.

La questione non scandalizza più di tanto Sabino Cassese, autorevole costituzionalista del Sì, che candidamente ha detto che la democrazia è il governo della minoranza più forte perché questo è ciò che emerge dai cosiddetti sistemi liberaldemocratici con un’economia di mercato. Alla malora dunque la conquista del “principio una testa un voto”, realizzata con lacrime e sangue a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento dal movimento democratico, socialista e comunista, tramite il suffragio universale (comprese le donne) per attuare pienamente un regime democratico effettivamente rappresentativo.
Una proiezione dei 100 senatori che dovrebbero comporre il nuovo Senato (95 dei quali saranno eletti dai Consigli regionali, di cui 21 Sindaci e 74 Consiglieri regionali e 5 nominati a vita dal capo dello Stato) mostra che il Pd avrebbe quasi la maggioranza, la quale sarebbe ottenuta con i Consiglieri regionali Senatori eletti dai partiti locali delle Regioni a Statuto speciale (si capisce così il senso del voto di scambio sancito dalle modifiche costituzionali per cui i due Senatori della Valle D’Aosta rappresenteranno 40.000 elettori ciascuno mentre i Senatori delle Marche rappresenteranno 700.000 elettori ciascuno! ) e dai senatori a vita.

Lo scenario a questo punto sarebbe semplice: maggioranza parlamentare schiacciante al partito che ha appena un terzo dei voti dei votanti, cioè al Pd, Presidente della Repubblica sempre allo stesso partito (eleggibile tra l’altro con la maggioranza dei votanti presenti), Corte Costituzionale monopolio sempre del Pd. Non male come progetto del governo della minoranza più forte!

Nel merito poi non è vero che si supera il bicameralismo, il Senato continuerebbe ad avere importanti poteri: partecipare alla elezione del Presidente della Repubblica, eleggere la sua quota di componenti nella corte Costituzionale, ratificare i trattati internazionali e richiedere di valutare le proposte di legge della Camera se un terzo ne farà richiesta, con buona pace per chi sostiene che sarebbe abolita la famosa “navetta” tra le due camere! Dalle modifiche costituzionali si comprende solo che i Senatori saranno eletti dai singoli Consigli regionali tra i loro membri, mentre 21 saranno i Sindaci, che dovranno essere scelti tra gli oltre 8.000 Sindaci degli altrettanto 8.000 Comuni italiani.

Dunque ci tolgono la possibilità di votare i Senatori per cui la composizione di questa Camera sarà totalmente nelle mani delle trattative nei e tra i partiti, a livello locale e nazionale, come già avviene con la Composizione dei Consigli delle aree metropolitane e oggi per le Province decostituzionalizzate, ma non soppresse. Infine saranno nominati Senatori, con tanto di immunità parlamentare e probabilmente con lauti rimborsi quei Consiglieri regionali che non troveranno spazio nella giunta come assessori, nel governo del Consiglio e della Presidenza o come Presidenti delle Commissioni. Sarà quindi il personale politico meno qualificato dei Consigli regionali, spesso quello inquisito, che andrà a comporre il cosiddetto Senato delle regioni e delle autonomie.

Anche nel rapporto tra Stato e Regione le modifiche costituzionali presentano una forte negatività. Si attua con queste proposte una nuova centralizzazione dei poteri in mano dello Stato senza tra l’altro una riforma vera della pubblica amministrazione. Un processo forte di accentramento (non è questo un ulteriore segnale di riduzione degli spazi di democrazia?) mettendo sostanzialmente in discussione l’ordinamento della Repubblica che si articola in Stato, Regioni e autonomie locali.

Il paradosso è che si affida ai Consigli regionali il compito di comporre il Senato ma gli stessi sono privati di poteri importanti per realizzare le politiche territoriali. Ovviamente le 5 Regioni a Statuto speciale resteranno fuori da questo processo accentratore. Potranno impunemente continuare a spendere e sperperare risorse pubbliche!

Si dice che questa riforma è un primo passo per modernizzare il Paese, per cambiare. Non si comprende però perché non siano state poste tra le modiche costituzionali alcune questioni di grande importanza per il futuro del Paese.

Prima di tutto sopprimere la norma della parità di bilancio voluta in Costituzione dal centrodestra e avallato dal Pd. Renzi vuole fare un braccio di ferro con l’Unione europea per avere meno austerità e più politiche per la crescita, però nulla dice e ha fatto per togliere dalla Costituzione una norma che sancisce in termini costituzionali proprio le politiche di austerità.
Si dice di voler maggiore stabilità di governo ma non si è voluto introdurre la norma della fiducia costruttiva alla tedesca con la quale si evitano crisi al buio riducendo il trasformismo e il malcostume del cambio di casacca passando da un gruppo parlamentare all’altro o con la nascita di gruppi il cui unico scopo è sostenere una maggioranza non espressione del voto popolare per avere qualche poltrona ministeriale.

Si dice infine di voler ridurre i costi della politica, ma non si riducono il numero dei deputati e soprattutto non si mette mano al riordino della miriade di enti intermedi non elettivi che prosperano tra Comune e Regione (Comunità montane, Consorzi, ect), come non s’intende rimuovere quell’istituto napoleonico a-democratico del Prefetto.

L’aspetto però più grave e persino pericoloso di queste modifiche è che hanno messo in discussione quello spirito repubblicano che animò i padri costituente nella stesura della Carta: la Costituzione è di tutti, non di una parte e le sue eventuali modifiche non possono assolutamente essere ridotte come attuazione di un programma di governo su cui formare una maggioranza parlamentare.
La contrapposizione tra la Dc e il Pci era forte, tra l’altro in una situazione internazionale caratterizzata dalla divisione del mondo in due sfere d’influenza, quella Usa e quella Sovietica. Ma i padri costituenti seppero dar vita, nonostante ciò, a una Costituzione da tutti pienamente condivisa, considerata tra le migliori del mondo e della storia dell’umanità; ma soprattutto si evitarono crisi istituzionali e momenti di tensione tali da mettere in pericolo la convivenza civile e democratica di un popolo ideologicamente diviso da profondi solchi e alti steccati.

Con questo referendum sta passando l’idea invece che una maggioranza parlamenta può modificare profondamente la Costituzione. Avevamo già avuto esperienze negative del genere, sia da parte del centrosinistra sia del centrodestra; ma le corpose modifiche che il Pd di Renzi vorrebbe introdurre rappresentano un pesante e pericoloso salto di qualità non solo per porre in soffitta la Carta costituzionale, ma anche lo spirito con cui i costituenti avevano con grande impegno lavorato nello scrivere la Costituzione, prolungando quell’unità democratica realizzatasi con la Resistenza. Renzi avrebbe dovuto muoversi con maggiore cautele e prudenza anche perché il Parlamento è stato in parte delegittimato dalla Corte Costituzionale che lo ha considerato eletto da una legge non del tutto conforme ai principi costituzionali.

È vero la prima parte, quella dei principi fondamentali, non è stata toccata da queste modifiche, però l’aver brutalmente rimosso lo spirito repubblicano, anche in modo plastico, con il Presidente del Consiglio, ministri e sottosegretari impegnati a sostegno del Sì, fino a legare l’esito del referendum con la tenuta del governo, sviliscono la Carta costituzionale anche in quella parte sulle grandi enunciazioni di principio. L’aver cosparso questo veleno nel Paese è la più grave delle responsabilità politiche e storiche del Pd di Renzi. Solo se fosse per questo, per le lacerazioni e nuove divisioni che si stanno introducendo e producendo nel Paese, occorre votare No.

Alessandro Valentini

Considerazioni dalla parte dei vinti, di A. Castronovi

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Mi capita spesso di ripensare agli ideali della mia gioventù che sul finire degli banni ’60 animarono le passioni politiche e civili di una intera generazione. Passioni calde che infiammarono le piazze d’Italia e le grandi fabbriche della giovane classe operaia del Nord, in prevalenza meridionale emigrata a Milano e Torino, attratta dalla prospettiva di vincere la grande corsa infinita verso il progresso e il benessere. Dopo, nulla è stato come prima. Il mondo è cambiato davvero ma non nel senso da tanti di noi auspicato. È tramontata definitivamente la civiltà contadina, hanno vinto l’industrialismo prima e la finanziarizzazione e deindustrializzazione dell’economia poi. I valori del consumismo, dell’individualismo, dell’egoismo sociale, della competitività hanno trionfato su quelli della democrazia del lavoro, dell’uguaglianza e della solidarietà sociale, relegati nella pattumiera della storia.

Vincitori e vinti

Che fine hanno fatto i protagonisti di quella stagione? Ci sono quelli saliti sui carri dei vincitori e quelli rimasti fedeli e coerenti a quegli ideali di gioventù. I primi li ascoltiamo ancora quotidianamente dalle nostre TV nelle vesti di opinionisti e di politici. Dei secondi non parla nessuno, emarginati nella sconfitta e nella memoria collettiva. Sono quelli che non si sono mai arresi e che il mondo hanno provato a cambiarlo davvero mettendosi in gioco anche dentro le organizzazioni politiche e sociali in cui hanno militato. L’onda omologante ha livellato le increspature nel tessuto della storia sollevate dalle ansie e dai moti di rivoluzione sociale che avevano animato le grandi attese di cambiamento di quegli anni. Ha vinto e si è confermato il “trasformismo” italiano. La purezza e l’ingenuità rivoluzionarie che avevano animato la nostra generazione e quella dei nostri nonni che promossero l’organizzazione e le prime  lotte dei movimenti dei lavoratori all’inizio del ventesimo secolo – e che avevano generato figure e personaggi straordinari e generosi come Angelo Antonicelli, contadino “sovversivo” senza-terra  di Massafra, il mio paese d’origine – sono state sostituite dai valori opportunistici e omologanti dei vincitori assunti a modello. Il paese oggi si è assuefatto ai valori dell’individualismo proprietario e dell’egoismo sociale che hanno distrutto gli antichi legami comunitari della società contadina e delle prime leghe operaie. Siamo una generazione di sconfitti.

Ho fatto il sindacalista della Cgil a Roma per una vita intera. Ho toccato con mano le ingiustizie sociali e le sofferenze umane. Ho condiviso la disperazione di chi perde un lavoro vitale per un licenziamento ingiusto, ho conosciuto la generosità e la solidarietà operaia. Ho visto in faccia la viltà del potere verso i più deboli e i più umili insieme alla paura e all’angoscia della sconfitta. Ho conosciuto sindacalisti generosi e instancabili nella loro quotidiana opera di organizzatori e di difensori dei diritti dei lavoratori: ma ne ho conosciuti anche di profittatori, di furbetti e opportunisti, per non dire di disonesti. Mi sono sempre illuso che l’impegno quotidiano e la passione politica e civica che mi hanno guidato nella mia attività, fosse inserito in un processo storico di liberazione e di emancipazione del mondo del lavoro. Eravamo certi, allora, che il vento soffiasse alle nostre spalle. Anch’io pensavo che lo sviluppo industriale era la via per il riscatto del Sud e della mia terra d’origine. Oggi il Sud è purtroppo diventato la discarica di rifiuti inquinanti controllati dalle varie mafie, dopo aver subito le devastazioni provocate alla sua storia e alle sue bellezze naturali dalle servitù industriali delle produzioni chimiche e siderurgiche più inquinanti.

Noi” che ci siamo battuti per il Progresso, abbiamo identificato il “gigantismo” con la “modernità” e considerato il “piccolo” come sinonimo di arretratezza. Abbiamo così sostenuto la grande impresa agricola e industriale rispetto alla proprietà e alla civiltà contadina, alle piccole imprese e all’artigianato; le grandi opere rispetto alle piccole; le grandi banche d’affari a svantaggio delle banche territoriali; i mega-centri commerciali che costellano le nostre periferie urbane rispetto alla rete diffusa dei piccoli negozi di vicinato. Abbiamo privilegiato la metropoli rispetto ai piccoli centri, la città rispetto alla campagna e alla bellezza dei luoghi, e abbiamo contribuito allo spopolamento dei borghi e delle zone interne, oggi devastate dall’incuria umana e dalla forza oscura della natura. Abbiamo assunto la crescita come metro di misura del progresso e il “consumismo” è diventato un’ideologia, sinonimo di benessere, ed invece era una droga di cui avvertiamo i sintomi della dipendenza: è un moto complusivo, automatico, non possiamo farne a meno neanche in epoca di austerità come la nostra.

Perché da ex-sindacalista dico queste cose oggi? Perché sono un pentito dello sviluppo e del progresso? Perché sono “antimoderno” e “nostalgico” del passato”? Penso semplicemente che l’uomo per ritrovare la sua innocenza deve purificarsi degli errori che hanno generato gli orrori del nostro presente. Penso al passato come ad una forza potente che può irrompere nel presente e scuotere la terra e l’ordine ivi esistente.

In Ideologia e Poetica (Per Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, 1973 – Mondadori, Milano) Pasolini affermava: “Preferisco muovermi nel passato proprio perché ritengo il passato unica forza contestatrice del presente. Non c’è niente che possa far crollare il presente come il passato: è una forma aberrante ma tutti i valori che sono stati i valori in cui ci siamo formati, con tutte le loro atrocità, i loro lati negativi, sono quelli che possono mettere in crisi il presente”. Solo i vinti hanno interesse a rievocare le immagini degli sconfitti delle epoche storiche precedenti, mentre i vincitori, detentori del potere, rievocano soltanto la storia ufficiale, cioè la loro.

Le macerie dell’industrialismo

Quello che oggi mi preme è avanzare suggestioni che stimolino e aprano le menti e i cuori per ridare un futuro alle nostre terre più martoriate e alla nuove generazioni alla luce delle lezioni della storia e per non ripetere gli stessi errori.Ritrovare e riconnettere i fili spezzati di una storia che non è stata.

Il mio pensiero corre così al famoso discorso sull’austerità di Berlinguer all’Eliseo del 5 gennaio 1977 e a un Congresso della Cgil dei primi anni’70 e alle domande che ivi echeggiarono, rimaste senza risposta: dove, cosa, come e per chi produrre?Sono domande pertinenti ancora e soprattutto oggi. Produrre qualsiasi cosa in un qualsiasi luogo, togliendo diritti e dignità al lavoro e sfruttandolo in tutti i modi possibili, è cosa che contraddice, infatti, un cambio di paradigma del modello di sviluppo. L’industrialismo e il consumismo si sono rivelate la malattia e non il rimedio alle sofferenze, alle privazioni e alle ristrettezze di cui hanno patito per secoli le classi subalterne. A questo esito, per ironia della storia, hanno contribuito anche le organizzazioni del movimento operaio nate per riscattare i più umili e finite nella “trappola” del progresso. Del resto l’industrialismo è stato una vocazione della cultura sviluppista della sinistra politica e sindacale anche in una città come Roma. Il manifesto congressuale della Camera del Lavoro di Roma del 1977 raffigurava l’ombra di una fabbrica con ciminiera che si rifletteva su Castel S.Angelo! Quella immagine non fece scandalo alcuno. Era dopotutto il simbolo di una rivendicazione storica del movimento operaio romano: il sogno irrealizzato di Roma Capitale come grande città industriale.

Oggi, fortunatamente, simili suggestioni sono tramontate, ma nel passato non si avevano di questi scrupoli. Basti pensare che fino agli anni ’20- ’30 il Gazometro e la Pantanella a Roma erano ubicati nella area industriale del Circo Massimo, ai piedi del Palatino e dell’ Aventino! Chi pensasse e osasse fare una cosa del genere oggi sarebbe da ricovero immediato! Bisognerebbe  essere degli ottusi operaisti, infatti, per rimpiangere le fabbriche in città. Chi sopporterebbe, oggi, i fumi nocivi di una ciminiera a pochi metri dalla finestra di casa? Anche questo è lo scandalo vergognoso di cui è vittima una città ultra-millenaria come Taranto! L’industria chimica e siderurgica ha però già fatto il suo lavoro distruttivo;  negli oceani ci sono continenti di plastica, le nostre coste e pianure sono segnate da  un lunga catena di città e siti inquinati e inquinanti. Sono quarantaquattro le aree in Italia inquinate oltre ogni limite di legge: Trieste, Porto Marghera, Brescia, Mantova, Cengio, Falconara, Termoli, Terni, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Priolo, Gela, Milazzo, Napoli- Bagnoli, Litorale vesuviano, Fiume Sacco, Civitavecchia, Piombino, Casal Monferrato, Livorno, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, ecc..

Ora molte aziende hanno chiuso, e resta il disastro ambientale. L’Italia e le nostre città sono disseminate di siti industriali dismessi, colmi di rifiuti tossici abbandonati, che continuano a disperdere veleni nell’ambiente. Come uscire da uno sviluppo che ha inquinato e avvelenato le nostre città, l’aria, la terra, i mari e le acque insieme ai cuori e alle menti dell’umano, per orientarsi verso un’economia e uno sviluppo basato sulla bellezza e la cura dei luoghi, sulla gentilezza e sull’amore verso l’uomo e la natura, verso la madre-terra? L’illusione del progresso (il nostro) sopravvive purtroppo ancora nelle pratiche politiche e sindacali, sopravvive nelle guerre per le materie prime e nell’industria delle armi e nelle distruzioni che portano con loro. Sopravvive nelle servitù militari e industriali di cui è vittima una città altrimenti bellissima come Taranto con il suo magnifico entroterra e i suoi mari. Sopravvive nella rapina delle risorse naturali e di minerali preziosi dell’Africa da parte dei paesi occidentali e nelle sue terribili guerre tribali per accaparrarsi i dividendi della neo-colonizzazione. Sopravvive nei milioni di profughi ambientali e di quelli in fuga dalle guerre generate per il “nostro” benessere.

Quale speranza per il futuro del lavoro?

Dalla crisi emerge lo scheletro contadino della società italiana”, affermava il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita nel 45° Rapporto del 2011. Tanti giovani acculturati e laureati stanno riscoprendo la terra e la cultura contadina portando con sé innovazione e nuovi saperi. Una nuova cultura contadina innestata sul recupero dei piccoli centri spopolati e/o abbandonati delle zone interne e collinari, sulla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale e paesaggistico, sul turismo sostenibile, sull’eno-gastronomia e sulla agricoltura sostenibile e di qualità: questa può essere la strada per il riscatto del nostro passato e delle sue illusioni. Transitare da un modello concentrazionario – dove si centralizzano risorse, capitali, popolazione, forza-lavoro in un singolo spazio-luogo per ottimizzare le risorse produttive, privilegiando le zone costiere e le pianure – a un modello policentrico diffuso e basato sullo sviluppo localee puntando sulla valorizzazione dei territori e sulla decentralizzazione delle risorse; decongestionando le città e orientando lo spostamento della popolazione urbana, della forza-lavoro, verso le aree interne, le colline e i piccoli centri, dalla città verso la campagna. È un compito, questo, che spetta alla politica ma che tocca da vicino la progettualità sociale delle organizzazioni dei lavoratori. Il lavoro – che è oggi la vittima di uno sviluppo sfuggito al controllo dell’umano – e le organizzazioni dei lavoratori non  possono sottrarsi al dovere storico di riconciliarsi con l’ambiente e la natura, con la società e le comunità locali. Nondimeno in questa missione rimangono le possibilità di riscatto del lavoro da un destino che lo relega oggi alla emarginazione sociale e ad una povertà senza la dignità della povertà contadina e artigiana.

Il capitalismo industriale fordista aveva illuso sulle sue presunte infinite possibilità di ridistribuire ricchezza e prestigio sociale ai salariati. L’organizzazione taylorista del lavoro era stata scambiata come ineluttabile progresso tecnico. Ha invece contribuito potentemente alla sua alienazione e alla spoliazione delle sue qualità e del suo sapere. Oggi la globalizzazione ha distrutto le illusioni del lavoro salariato e delle sua aspirazioni “rivoluzionarie”. Rimangono un esercito di precari e di disoccupati e i cimiteri delle fabbriche dismesse nelle periferie delle nostre città, trasformate per amara ironia della storia – penso a Roma e all’ex Tiburtina Valley da santuari della rivoluzione proletaria a casinò del gioco d’azzardo. Il nucleo forte dei lavoratori stabili si è ridotto sempre di più ed è concentrato nei diversi settori pubblici, nelle imprese locali partecipate che gestiscono servizi pubblici, nelle grandi imprese private di servizi, e in quel poco che resta di imprese industriali ancora competitive sui mercati internazionali. Come ripartire dalle macerie che ci ha lasciato l’industrialismo per reinventare un futuro del lavoro e della società? Come conciliare le speranze di intere generazioni escluse dal cosiddetto “sviluppo” con gli interessi spesso corporativi dei lavoratori più protetti? Sono le domande a cui dovrebbe rispondere un moderno sindacalismo confederale. Il sindacato oggi è purtroppo lontano dal popolo dei precari e dei senza lavoro tanto cari a Giuseppe Di Vittorio e alle sue leghe edili e bracciantili. In tante sue pratiche il sindacato si comporta, specie nei settori forti e protetti dell’economia, come una propaggine dell’impresa e dei suoi interessi. Nei servizi pubblici prevale spesso l’interesse corporativo dei lavoratori sulla difesa e tutela dei diritti dei cittadini.

Il Piano del Lavoro della Cgil che fine ha fatto? Scomparso dall’agenda sociale e politica del paese! Migliaia di pagine scritte che non reggono il confronto con le due scarse e “misere” paginette del Piano di Di Vittorio che mobilitò, con gli scioperi a rovescio e l’occupazione delle terre, milioni di lavoratori edili e braccianti precari e disoccupati per la riforma agraria, per la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’elettrificazione delle campagne, e per un piano di investimenti pubblici per la ricostruzione del paese devastato dalla guerra. Il paragone con l’oggi è impietoso se pensiamo ai milioni di giovani precari e disoccupati senza speranza e senza rappresentanza sociale e politica. Dove sono le priorità strategiche di un moderno Piano del Lavoro? Anche questa la sento come una mia sconfitta.

Riconciliare lavoro e bene comune. Una funzione possibile degli intellettuali

I lavoratori non possono essere estranei, come le imprese globali, ai destini dei territori in cui vivono i popoli che li abitano. Questo non può farlo un sindacalismo corporativo che leghi il destino dei lavoratori solo a quello dell’impresa, estraniandosi così dalla società, dai cittadini e dal perseguimento del bene comune. Il lavoro potrebbe ritrovare la sua funzione emancipatrice se fosse non solo finalizzato alla sua riproduzione sociale ma anche per realizzare l’umanesimo del lavoro e  una nuova civiltà del bene comune.

Walter Benjamin, grande filosofo marxista tedesco del Novecento, è stato un severo critico di una concezione marxista-progressista della Storia e della società dei consumi. Nelle sue Tesidi filosofia e di storia, scriveva: “Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’opinione di nuotare con la corrente. Lo sviluppo tecnico era il filo della corrente con cui credeva di nuotare…”. Il Programma di Gohta ( Il manifesto della socialdemocrazia tedesca del 1875), denunciava Benjamin, definisce il lavoro come ”la fonte di ogni ricchezza e di ogni cultura… cosa che fece inorridire Marx”. E continuava: “Questo concetto della natura del lavoro, proprio del marxismo volgare, non si ferma troppo sulla questione dell’effetto che il prodotto del lavoro ha sui lavoratori finché essi non possono disporne. Esso non vuol vedere che i progressi del dominio della natura e non i regressi della società…Il lavoro, come è ormai concepito, si risolve nello sfruttamento della natura, che viene opposto – con ingenuo compiacimento – a quello del proletariato…”

Certamente è importante conquistare la libertà dalla sofferenza e dal bisogno. Aspiriamo per questo al denaro, al successo, ai beni materiali, alla sicurezza. Il lavoro è un mezzo per raggiungere questi scopi e il movimento sindacale ha svolto questa funzione per tutto il Novecento. Ma è proprio impossibile concepire il lavoro al servizio della società e del bene comune vivendo in armonia con la natura? È un’illusione pensarlo? Lo scetticismo è giustificato. L’idolatria del mercato e del consumismo dei “moderni” hanno sostituito,  nella civiltà industriale occidentale, la spiritualità e l’austerità naturale degli “antichi”. Le passioni “calde” della politica partecipata sono state sostituite da quelle “fredde” dell’economia e del business.Viviamo in una cultura aggressiva e fortemente competitiva che ha permeato anche il mondo del lavoro. L’ “io” ha sovrastato il “noi” e il bisogno di comunità. La democrazia ha smarrito i valori fondativi della Polis ed è degenerata nel mercato dei consumi. Il nostro sviluppo è nefasto perché incoraggia altri popoli a comportarsi come noi e ad adottare i nostri stili di vita e i nostri valori egocentrici e materialisti.

Come invertire questa tendenza a partire da noi? Il nostro sistema di vita può rivelarsi insostenibile per la specie umana e per l’ecologia del vivente. Siamo in grado di cambiare i nostri paradigmi e la nostra cultura per fondare una visione alternativa dello sviluppo e del progresso? È questa la sfida aperta per il pensiero democratico e solidaristico, e per gli intellettuali che dovrebbero essere i promotori e i custodi del bene comune. Nella visione gramsciana, ogni gruppo sociale crea una sua categoria specializzata di intellettuali, organici alla sua funzione storica e produttiva. Così Gramsci elaborò la figura dell’intellettuale organico alla classe operaia, ad una classe che si candidava ad essere egemone nella società industriale. Nell’epoca odierna della  decadenza delle classi che hanno fatto la storia della società industriale – la borghesia produttiva e la classe operaia – gli intellettuali, orfani di questo ruolo storico, sono diventati in gran parte “propagandisti” del pensiero unico e dell’ordine esistente assunto come senso comune, al servizio spesso dei politicanti di turno e dei poteri costituiti. Gli intellettuali che amano il progresso umano, invece – orfani di una “classe” ormai dispersa – non dovrebbero ridursi a essere partigiani sostenitori di partitini o di politici di sinistra autoreferenziali, ma divenire portatori di una visione critica del mondo e del potere, nuovi sacerdoti custodi del bene comune e della sacralità dei beni comuni sociali e naturali, educatori delle nuove generazioni, e severi vigilanti dei costumi e dei comportamenti di quanti li denigrano e li oltraggiano ogni giorno.

Il riscatto dei vinti e un sogno

La sconfitta della nostra generazione, che ha fallito nelle sue ambizioni di palingenesi sociale e che non ha saputo vedere i rischi dell’inseguire il benessere e il successo a tutti i costi, si è risolta nel crollo di tutti i suoi miti fondativi. Questa sconfitta sia di lezione per l’oggi affinché non si smarrisca la memoria degli errori di ieri e delle sue sofferenze. La Storia non è solo un susseguirsi di eventi lineari in cui il passato sia alle nostre spalle. Esso ci parla anche con il linguaggio e la memoria dei vinti e degli sconfitti redenti e non solo con quello dei vincitori, affinché quello che non fu possibile ieri diventi possibile oggi o domani. Per Benjamin la rivoluzione futura ci sarà soltanto se il passato sarà redento. Essa è il “balzo di tigre nel passato”.“Il soggetto della conoscenza” – scrive ancora W. Benjamin – “ è la classe stessa oppressa che combatte.., che porta a termine l’opera della liberazione in nome di generazioni di vinti”. Non so se un giorno il mondo cambierà in meglio. Ma se sarà così, lo sarà non grazie a quelli che sono saliti sul carro dei vincitori, ma grazie ai popoli vinti ma non domati, alle classi oppresse, ai sacrifici e alle testimonianze di tutti quelli che pur sconfitti ed emarginati, non si sono mai arresi. Per concludere. Che cosa posso dire oggi al mio paese e alle terre violentate da cui mi sono distaccato oltre quarant’anni fa, stravolte nella loro identità dalla modernità vincente? Ho un sogno per Taranto e i paesi viciniori, città-martiri vittime di questo industrialismo avvelenato: la chiusura dell’ILVA con una grande cintura verde attorno e un grande Museo da creare lungo la catena produttiva dell’acciaio per testimoniare e mostrare al mondo le brutture e le sofferenze umane dolorose di una certa civiltà industriale, che valga come monito per il futuro dell’umanità e delle nostre terre martoriate.

Antonio Castronovi

tratto dal sito: http://comune-info.net/2016/11/considerazioni-dalla-parte-dei-vinti/


Perché NO, di Claudia Baldini

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C’è un club privato di alcune migliaia di persone, non eletti dai cittadini del mondo, che decide il destino in bene o in male di intere popolazioni. Queste persone con il loro seguito di partner manipolano a loro vantaggio i mercati finanziari e impongono la sudditanza della politica dei governi, strozzando gli Stati, o concedendo benessere. Chiunque si oppone a questa gang subisce o in povertà o in guerra aperta.

In questo modo i grandi Istituti commerciali, azionisti delle Banche Centrali, innanzitutto della Federal Reserve e della BCE, riescono a filtrare o trasferire quelle informazioni che servono a reggere il capitalismo mondiale. Il prezzo di beni primari, azioni, obbligazioni, titoli, valuta non sono il risultato di Economia reale e di contrattazioni libere, ma stabilite da questi banchieri liberticidi che conducono la massa dei piccoli risparmiatori e dei contribuenti e che si sono inventati le agenzie di rating specializzate come Moodys o Standard & Poor’s che determinano attraverso i governi alleati le crisi in modo da procurare cassa al capitalismo-liberismo globale.

Nessuna meraviglia che JP. Morgan entri nel governo americano direttamente, c’è sempre stato indirettamente. Nessuna meraviglia che si permettano di stilare un documento apposito a critica delle Costituzioni ‘socialiste’ dei Paesi europei del sud. Nessuna meraviglia che i potenti del mondo in ogni branchia della società si riuniscano per il Bildenberg con i loro amici a valutare ed indirizzare le economioe dei Paesi. Nessuna meraviglia che anche una insignificante giornalista, ma amica di molti, come Lilly Gruber quest’anno sia stata ammessa alla sessione annuale del Bildemberg.

Il cervello che guida il liberismo risiede in un migliaio o poco più di aziende la cui composizione azionaria è incrociata, ossia se si va a vedere sono sempre gli stessi azionisti che partecipano. Meno dell’ 1% delle multinazionali determina la gestione del 40% del totale
Perché ciò è possibile ed è un salto di qualità notevole rispetto al capitalismo del secolo scorso?
Perché il mondo ha perso le forze antagoniste.
Tutti convergono, con la ‘scusa’ della libertà di consumo, su questo modello globale. Sempre più governi di destra, sempre più dittatori disposti a massacrare i loro popoli, sempre più disinformazione, sempre più distrazioni, sempre più ignoranza. E sparisce la sinistra, non fanno sparire il nome che fa comodo per attrarre adesioni, ma hanno fatto sparire l’ideologia valoriale, convincendo che destra e sinistra non hanno più senso. Non è vero che non hanno senso, è vero che sono poca cosa.

Ancora baluardo di una forma di socialdemocrazia che si oppone al super sfruttamento e ai diritti, resta qualche Paese del nord Europa, mentre di nuovo l’America latina è nella bufera, la Cina si adegua, l’Africa ormai è della Cina. L’Europa l’abbiamo sotto i nostri occhi.
La riforma della Costituzione non è per risparmiare quel poco, non è per velocizzare le leggi è per andare verso un’oligarchia. Renzi e la sua banda di amici sono integrati in questa visione in cambio del potere.
Dobbiamo dare un segno, una spallatina a questa immonda logica di lestofanti.
E quelli che votano Sì li aiutano.
Smettiamola col dire che si o no non cambieranno nulla. Primo, già molto hanno cambiato e manca solo annullare le garanzie della legge madre. E in seguito ci si avvierebbe ad un governo di tipo presidenziale, senza contrappesi.
Non è solo la legge elettorale il male.
L’impianto da distruggere è contenuto nella Costituzione come dicono Lor Signori ‘socialista’.

Per questo il 4 deve essere NO, una valanga di NO.

Claudia Baldini