Costituzione italiana

Il Governo chiede sobrietà nelle manifestazioni per il 25 aprile. di A. Angeli

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Il Governo ha deciso: cinque giornate di lutto nazionale per la morte di Papa Francesco. Una scelta che va oltre la consuetudine istituzionale, che in casi simili prevedeva tre giorni. Una decisione che da sola basterebbe a far riflettere, per il fatto che coinvolge il 25 aprile, 80° della liberazione, e per questo solleva più di un interrogativo. Sì, perché contemporaneamente arriva anche un invito – chiamiamolo pure un ammonimento – alla sobrietà nelle manifestazioni del 25 aprile. E non un 25 aprile qualunque: l’80° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Una data fondativa della nostra Repubblica, della nostra democrazia. Un giorno che non è solo memoria, ma attualità viva, partecipazione, consapevolezza, lotta per i diritti e la libertà.

Il messaggio del Governo è chiaro: si può piangere il Papa, ma si deve quasi abbassare il tono della celebrazione della Liberazione. E questa indicazione – perché di questo si tratta – arriva proprio mentre l’ANPI e altre realtà democratiche stanno organizzando manifestazioni in tutto il Paese per ricordare la lotta partigiana, l’antifascismo, la nascita della democrazia italiana. Iniziative che mobiliteranno migliaia di persone, animate da ideali che hanno fondato questo Paese.

E allora viene da chiedersi: non è forse questo un tentativo nemmeno troppo velato di ridimensionare il significato politico del 25 aprile? Di spegnere quell’entusiasmo che ogni anno riempie le piazze? Un entusiasmo che, evidentemente, a questo Governo dà fastidio. Un Governo di destra, incapace persino di pronunciare la parola antifascismo, che mostra la sua insensibilità proprio nel momento in cui dovrebbe unire il Paese nel ricordo di chi ha lottato per la libertà.

La morte di Papa Francesco è un dolore vero, profondo. È un lutto che colpisce anche a sinistra, tra chi ha riconosciuto nella sua voce un’eco forte dei valori della giustizia sociale, della difesa dei poveri, degli ultimi, della pace. Ma proprio per questo, Francesco non dovrebbe diventare un pretesto per silenziare altro. Al contrario: la sua eredità vive anche nelle piazze del 25 aprile, tra chi crede ancora che la politica debba occuparsi degli ultimi e che la pace non sia solo una parola da usare nei discorsi ufficiali.

Questo Governo avrebbe potuto fare una scelta diversa. Avrebbe potuto riconoscere la grandezza di Francesco non solo con il lutto formale, ma trasformando questo momento in un’occasione di riflessione, di rilancio ideale. Avrebbe potuto unire la sua figura al ricordo della Liberazione, rilanciando una visione alta del Paese, capace di opporsi alle disuguaglianze, all’autoritarismo che avanza, alle nuove forme di esclusione sociale. Ma ha scelto altro, perché sono visioni che non le appartengono.

Ha scelto di accentuare il lutto, e allo stesso tempo di smorzare il significato di una giornata che appartiene al popolo. Ha scelto di fare silenzio sul 25 aprile, quasi a volerlo mettere in secondo piano. E così, quel che resta è un messaggio chiaro: si vuole impedire che la piazza diventi consapevolezza, che la memoria diventi partecipazione, che la gente si ricordi chi siamo e da dove veniamo.

Ma le piazze ci saranno, eccome. Perché la morte di Papa Francesco, se vissuta davvero, non può che condurre a una rinnovata voglia di giustizia, di uguaglianza, di pace. E il 25 aprile sarà, come sempre, un momento di lotta civile e di speranza. E anche un momento di denuncia: contro un governo che, dietro al lutto, nasconde la paura della democrazia.

Alberto Angeli

La Repressione a Pisa e a Firenze: un atto di forza contro il Libero Pensiero e un attacco alla Democrazia. di A. Angeli

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Nell’ultimo episodio di ciò che gran parte dell’informazione interpreta come un preoccupante trend autoritario, le cariche della polizia contro gli studenti pro Palestina a Pisa e a Firenze, hanno suscitato l’indignazione delle forze di opposizione, le quali si sono dichiarate pronte a presentare interrogazioni parlamentari al ministro Piantedosi. Questi atti di violenza, non respingimenti ma manganellate da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, tutti giovani studenti, che stavano esercitando il loro diritto democratico di esprimere opinioni e solidarietà, solleva serie preoccupazioni sulla direzione in cui si sta dirigendo il paese.

L’uso sproporzionato della forza per reprimere il libero pensiero, rappresenta un attacco fondamentale ai principi democratici che dovrebbero essere al centro della nostra società. La democrazia si basa sulla libertà di espressione, sulla diversità di opinioni e sul rispetto per i diritti umani. Tuttavia, l’azione della polizia a Pisa e Firenze sembra indicare un tentativo di soffocare tali valori, suscitando serie e ragionevoli preoccupazioni sulla messa in pericolo delle fondamenta stesse della nostra società democratica.

In un contesto, in cui la situazione geopolitica richiede un dibattito aperto e onesto su questioni come il conflitto in Medio Oriente, è essenziale che la libera voce degli studenti e dei cittadini venga rispettata e ascoltata anziché repressa con la forza oppressiva e lesiva. Infatti, l’utilizzo di cariche contro manifestanti pacifici è non solo un segnale di intolleranza ma anche una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Le forze di opposizione, sensibili a questa crescente minaccia alla democrazia, stanno agendo con decisione annunciando interrogazioni parlamentari. Il ministro Piantedosi è chiamato a rispondere delle azioni della polizia sotto la sua responsabilità e a dimostrare se il governo è disposto a difendere i principi democratici o se preferisce scorciatoie autoritarie nel gestire le divergenze di opinione.

È imperativo che il dibattito politico rimanga aperto e costruttivo, senza ricorrere alla violenza come risposta alle divergenze ideologiche e politiche. La forza non dovrebbe mai essere uno strumento per piegare il libero pensiero; al contrario, dovrebbe essere la forza delle idee e della discussione a plasmare il nostro futuro collettivo.

Quanto accaduto a Pisa e Firenze richiede una riflessione profonda sulla situazione attuale e sulle minacce alla democrazia. Il popolo italiano merita un governo che rispetti e protegga quanti intendono manifestare le loro opinioni e i diritti fondamentali nella piena libertà di espressione che la Costituzione stabilisce e tutela in termini inderogabili, promuovendo un clima di apertura e tolleranza. La risposta alle divergenze ideologiche e di opinione, quando espresse nel rispetto delle norme generali, non dovrebbe mai essere la repressione, ma piuttosto il dialogo costruttivo e il rispetto reciproco, pilastri essenziali di una società democratica sana.

Alberto Angeli

La svolta autoritaria, di A. Valentini

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Molti a sinistra allarmati gridano alla svolta autoritaria. CGIL e UIL tentano timidamente di rialzare la testa e promuovono uno sciopero generale (8 ore di sciopero) molto articolato, che tra l’altro non coinvolge alcuni settori pubblici considerati vitali. Ma nonostante uno sciopero così blando, il Governo Meloni, addirittura Salvini invocano la precettazione, i media – fatte poche eccezioni – e quasi tutto il sistema dei partiti – espressione della metà degli elettori – si scagliano contro il diritto di sciopero e contro le due Confederazioni che hanno deciso una modesta mobilitazione sindacale, mentre sarebbero necessarie ben altre mobilitazioni di lotta per tutelare il mondo del lavoro, drammaticamente colpito dalla crisi e dai provvedimenti di un Governo perfettamente in linea con i falchi neoliberisti dalla Ue. Come del tutto inadeguata è stata la reazione dell’opposizione alla proposta costituzionale del centrodestra della elezione diretta del premier. Se tale proposta costituzionale dovesse essere realizzata l’Italia sarebbe l’unico paese al mondo ad avere un simile sistema istituzionale. Da qui il “grido di dolore”, l’allarme, il pericolo di una svolta autoritaria. Pare che nessuno si sia accorto che la svolta già c’è stata e si è affermata nel corso degli ultimi trent’anni. Con l’ascesa del dominio del capitale finanziario, ascesa sancita dal trattato di Maastricht, si è realizzato in Italia, come in tutto l’Occidente, un sistema politico a-democratico che ha messo in discussione anche il diritto di sciopero, regolandolo con molti limiti e restrizioni. La Costituzione è stata manomessa, attenzione non tanto nei principi fondamentali (nessuno è così sprovveduto da metterli in discussione) ma negli articoli successivi che regolano la loro attuazione. Dunque, le scelte di questo Governo sono il risultato di politiche in cui paritarie sono le responsabilità sia del centrodestra sia del centrosinistra. Si guardi, per fare un solo esempio, alla politica estera schiacciata sull’atlantismo e con tutti i media a sostenerla. Gridare allora alla svolta autoritaria quando tutti i buoi sono scappati dalla stalla politicamente significa solo mettersi lungo la striscia del susseguirsi di pesanti atti che hanno smantellato tutte le conquiste politiche, economiche, sociali e democratiche della prima Repubblica, che hanno condotto a questo sistema a-democratico, in cui le decisioni che contano sono prese da una ristretta élite finanziaria per giunta fuori dall’Italia. Se non è autoritarismo questo sistema non so che significato dare al concetto di autoritarismo. Una vera forza di cambiamento rivoluzionario allora invece di gridare al lupo, che si è già mangiato quasi tutto quello che c’era da mangiare, dovrebbe attrezzarsi di una strategia che contrasti tale sistema politico a-democratico espressione del capitale finanziario.

Comunque pur con i tanti e tanti limiti alla sciopero della CGIL e UIL aderisco. Meglio poco, anzi pochissimo del tutto insufficiente, che niente. Ma la strada da percorrere non è sicuramente questa.

Sandro Valentini

Elogio dell'”impolitico”. di D. Lamacchia

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La mente corre a quell’intervista di Scalfari a Enrico Berlinguer a fine Luglio ’81, “I partiti non fanno più politica” così si espresse Enrico proprio all’inizio dell’intervista.

In quella frase c’era la chiave di tutta la sua concezione dello Stato e della sua riflessione politica di quegli anni: la morte della politica e la abdicazione del ceto politico al dettato costituzionale di rifondare l’Italia sul piano morale e istituzionale. Lo Stato era diventato null’altro che un terreno di conquista per un ceto politico che rincorreva ormai solo potere e consenso estorto con corruttele, pratiche consortili, abusi, senza finalità progettuali. La “questione morale” era diventata così centrale da non poter più essere elusa ma affrontata con decisione, pena il degrado della democrazia.

Cosa aveva generato una simile deriva? Si potrebbe dire che con la fine del “boom economico” e dell’industrializzazione del paese, cominciò quella trasformazione dell’assetto strutturale del sistema di produzione che col tempo verrà definito” rivoluzione digitale”. Era finito un ciclo espansivo che fu caratterizzato da un conflitto di classe che si espresse con le lotte operaie e le rivendicazioni sociali. Il ceto politico rispecchiava quel clima e ne seguiva di pari passo i contenuti e le progettualità tutte ispirate ai contenuti Costituzionali. Con l’era digitale cominciò a scomparire un ceto sociale rappresentato dai lavoratori delle fabbriche e dei luoghi di lavoro più in generale. La scolarizzazione di massa aveva consentito insieme alle ristrutturazioni aziendali l’allargarsi di un ceto medio terziarizzato e più soggetto all’evolversi dei processi tecnologici e alle sue precarizzazioni del posto di lavoro. Vennero gli anni della “flessibilità”, della fine della “scala mobile. Sul piano politico si arrivò alla stagione del “pentapartito”. Sistema che incarnò in modo implacabile l’era del degrado. Un tentativo di riformare il sistema con la proposta di “Moro” di sbloccare il sistema, finì con il brutale assassinio dello stesso. In sostanza il ceto politico dimostrò l’incapacità di sapersi autoriformare.

Fu allora che a prendere le redini in mano fu la Magistratura. Si avviò cioè quella lunga stagione chiamata di “Mani pulite”. Si smantellò così il sistema dei partiti e si concluse quella che fu chiamata “prima Repubblica”.

A rappresentare emblematicamente la scena fu la fuga di Craxi ad Hammamet.

La sinistra non fu in grado di interpretare le “nuove situazioni” e non ebbe la capacità di offrire una proposta che consentisse di ricevere quel consenso che avrebbe potuto avviare il paese su binari di salvezza. A quel ceto politico moderato e neo precario e a quel ceto operaio in declino non fu offerta una proposta che potesse unirli in un programma di cambiamento. Venne a crearsi così un vasto ceto di scontenti che presto si tramutò in vasto ceto disilluso, disorientato, abbandonato. In una parola si costituì un vasto ceto “impolitico” alla mercè di illusionisti.

In questo clima nacque il “Berlusconismo”. Tutto divenne “merce” in un misto di antistatalismo scambiato per liberismo, di populismo scambiato per “democrazia diretta”, di degrado culturale scambiato per libertà e creatività, dell’immagine scambiata per sostanza.

Ma come in tutte le favole c’è sempre uno “scorpione” che punge sé stesso. Così accadde che i “media” che lo resero potente lo declassarono a figura minore. Altri lo soppiantarono nel circo della politica- spettacolo senza valori.

Oggi con la sua morte, purtroppo non si chiude un ciclo ma siamo all’apice del trionfo dell’”impoliticità” dal momento che al governo ci sono coloro che dell’impoliticità sono il massimo della rappresentanza.

Sono essi coloro che meglio rappresentano l’anti costituzionalismo, eredi contro cui la Costituzione fu scritta e che rimane un baluardo delle speranze nate sui monti e nelle galere con sacrificio di sangue per un paese veramente libero e maturo. A ricordarcelo ci sono uomini come Pertini, Ciampi, Ingrao. Ci sono uomini come Falcone e Borsellino e quanti altri sono morti per realizzare quella Costituzione contro coloro che la vorrebbero affossare con la cultura dell’antistato.

Loro si che sono un esempio per la nazione non Berlusconi, pace all’anima sua.

Donato Lamacchia

Via Rasella. di E. Malantrucco

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I partigiani che agivano nelle zone urbane, erano usi fare azioni di quel tipo. Negare la legittimità di quelle azioni significa negare la legittimità di tutta la Resistenza. Il che ovviamente è cosa che ama fare l’uomo di destra.

Ma commette un errore storico.

Non è vero che i partigiani di Via Rasella fossero al corrente che la rappresaglia sarebbe stata della natura che conosciamo: fino ad allora non era accaduto niente di simile nella Roma occupata. E di azioni partigiane ce ne erano state, anche molto violente.

I fatti sono accaduti nel marzo del ’44, si preparava la città già da tempo all’arrivo degli alleati, che però tardarono fino a giugno. Hitler stava perdendo il controllo, sapeva che gli Alleati stavano risalendo la penisola. La guerra la stava perdendo.

La rappresaglia che lui voleva era di 50 italiani per ogni tedesco ucciso. Furono i vari Kesserling a convincerlo a contenere a 10.

Talmente non era scontato quel tipo di rappresaglia che la comunicazione che venne data, con “l’ordine è già stato eseguito”, fu a cose fatte, le cave ardeatine vennero fatte saltare proprio per evitare sommosse cittadine. Se fosse dipeso da Kesserling soltanto non avrebbe agito così, non per bontà d’animo, ma perché era pericoloso.

A compilare l’elenco furono i fascisti locali, molto zelanti, al punto da eccedere di cinque persone. (so’ cinque in più, che faccio, lascio signò?)

La Bozen che passava per via Rasella non era fatta di mammolette. Non era una banda militare, ma un corpo di guardia altoatesino addestrato dalle SS.

Controllavano l’occupazione della città. Quindi colpire loro significava colpire l’occupazione nazista nel cuore.

Quello dei Partigiani fu quindi un atto di guerra.

Queste non sono opinioni. Questa è storia.

L’unica opinione che metto in questo scritto è che Ignazio La Russa non è degno di essere la seconda carica dello Stato nato dalle ceneri di una dittatura orribile e di una occupazione sanguinaria fatta da un Paese che trucidava e gassava.

Elisabetta Malantrucco

L’opposizione governativa. di M. Zanier

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Il governo Meloni è il primo di centro-destra della storia repubblicana trainato da una donna certo, ma soprattutto da un partito di destra con ancora la fiamma tricolore nel simbolo. C’è stato, è vero, il governo Tambroni nel 1960 durato pochi mesi a maggioranza Dc con l’appoggio esterno del Msi e ci sono stati negli anni Novanta e Duemila i governi Berlusconi con nella maggioranza Alleanza Nazionale, in cui però Fini aveva fatto un percorso diverso dall’attuale premier, ed erano trainati da Forza Italia, che è un partito sostanzialmente padronale e dalla Lega, oltreché da spezzoni dell’ex Dc.

La maggioranza uscita dalle urne il 26 settembre scorso, che hanno visto la vittoria del centro destra e al suo interno l’affermazione di Fratelli d’Italia, il partito della destra guidato da Giorgia Meloni, in posizione nettamente preminente, è stato confermato dalle ultime elezioni regionali, in cui l’astensione è stata un dato drammatico.

Da cittadino italiano che si riconosce nei valori della Costituzione nata dalla Resistenza, sono naturalmente preoccupato della piega che ha preso la nostra democrazia rappresentativa e della mancanza di un’opposizione unita, realmente propositiva ed efficace. Questo però non mi impedisce di tenere gli occhi aperti ed osservare con interesse e una certa speranza l’incertezza dei primi passi del governo in carica.

Andiamo per gradi. Come sicuramente molti di noi ricordano, fin dall’inizio Silvio Berlusconi si è mostrato contrariato a dover affidare ad un’altra persona che non fosse lui la guida del governo di centro-destra e, aggiungo io, sicuramente lo disturbava il dover prendere ordini da una formazione di destra nata dopo Forza Italia e dopo i suoi governi di centro-destra, ma molto probabilmente anche dal fatto di essere comandato da una giovane donna. Come dimenticare gli appunti velenosi che rabbiosamente scriveva il fondatore del centro-destra a favore di telecamera in Parlamento mentre si stava formando la coalizione attuale?

Questo scoglio, che un politico più accorto avrebbe potuto superare con una certa diplomazia, ossia mettendoci per un momento nei panni della Meloni, mantenendo il punto politico del governo guidato da lei ma riconoscendo all’anziano Berlusconi ancora un ruolo di facciata nel nuovo governo, magari firmando l’accordo di coalizione ad Arcore e chiamandolo al telefono ogni tanto (come pare talvolta suggerire il suo fedelissimo Gasparri) si è dimostrato un ostacolo insuperabile che affiora spesso tra le onde in tempesta in cui naviga il governo.

Ma la saggezza non è la migliore alleata di Giorgia Meloni che nei confronti di Berlusconi ha preferito mostrare il pugno duro, umiliandolo prima nella firma dell’accordo di coalizione in via della Scrofa dove ha sede il suo partito, Fratelli d’Italia, facendo capire chi comanda ora nel centro-destra, ribadendo il concetto con l’affermazione a favore di telecamere : Non sono ricattabile! e sottolineando periodicamente che la sua coalizione è coesa e che vota compatta, indipendenteme3nte da ciò che afferma il presidente di Forza Italia, evidentemente a titolo personale.

E’ per questo, credo, che Berlusconi ha fatto ad urne regionali ancora aperte quella famosa dichiarazione contro Zelensky e l’intervento militare italiano al fianco dell’Ucraina, preparando l’amaro boccone che la Meloni ha dovuto mandare giù a Kiev, col presidente ucraino che dava di fatto dell’inaffidabile a lei ed alla sua maggioranza e metteva per la seconda volta in discussione il ruolo in Europa dell’attuale governo italiano ( la prima volta era stato dopo l’altolà di Sanremo provocato soprattutto dall’alleato Matteo Salvini) che è già in difficoltà di suo agli occhi del mondo per non essere più guidato da una personalità internazionalmente riconosciuta come Mario Draghi.

Insomma: la situazione è grave ma non è seria, come direbbe Ennio Flaiano, se guardiamo bene la maggioranza governativa. Questo fa ben sperare chi, come me, si auspica la fine in tempi ragionevoli di questo strano esperimento governativo che di fatto non ha un orizzonte naturale molto lontano nel tempo, dato che non sembra voler seguire la linea degli interessi personali e aziendali di quello che è ancora il padrone del Centro Destra, ossia Silvio Berlusconi, il quale non ci sta evidentemente a ricoprire un ruolo defilato nella coalizione e che è a capo di un partito personale ed aziendale che molto probabilmente non sopravviverà alla sua dipartita.

Nella Lega, d’altronde, la leadership di Matteo Salvini, il terzo incomodo della coalizione di governo, è molto più debole di un tempo e quel partito è destinato, secondo me, dopo di lui a diventare più moderato o a tornare ad una dimensione locale.

Sulle altre componenti non mi soffermo perché il loro peso nella coalizione è poco determinante.

Il lavoro politico di un’opposizione degna di questo nome, dunque, sarebbe facilitato in partenza. Il problema è che un fronte compatto e propositivo alternativo a questo strano governo, ancora non c’è. Perché da solo il Movimento 5 Stelle non può fare molto ed è difficile ancora capire come potrà agire il Partito Democratico che sta per concludere a giorni il suo lungo ed estenuante percorso alla ricerca di un o una nuovo o nuova Segretario. Sinistra Italiana e i Verdi sono cresciuti un po’ ma non rappresentano ancora una fetta importante dell’elettorato. Manca inoltre una vera forza di sinistra, che io amerei avesse in sé i germi del migliore pensiero socialista, in grado di contribuire alla definizione di un fronte compatto e nulla purtroppo me la fa intravedere in modo significativo.

Al momento non resta quindi che osservare, non senza una qualche soddisfazione, gli elementi che nel governo in carica remano contro Giorgia Meloni, perché se non esiste ancora un’opposizione efficace, esiste per fortuna un’opposizione governativa.

Marco Zanier

Fascisti sulla Terra. di G. Polo

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Sono partiti in duemila da piazza del Popolo a Corso d’Italia. Camminando con calma, in corteo, alla testa Roberto Fiore e Giuliano Castellino, i capi di Forza Nuova. Fascisti pregiudicati. Nessuno li ha fermati. In mezz’ora sono arrivati alla sede nazionale della Cgil – passando accanto a un paio di blindati delle forze dell’ordine – hanno sfondato le porte del sindacato, iniziando a rompere tutto. Un manipolo di carabinieri li guardava, lasciando fare. Coerenti con il motto del “noi tireremo dritto” hanno imboccato il corridoio di fronte all’ingresso, sono entrati nelle stanze dei redattori della casa editrice sindacale e hanno fatto l’unica cosa che sanno fare e che hanno sempre fatto, cent’anni fa come oggi: sfasciare ogni cosa, computer e scaffali, libri e quadri, scrivanie e sedie, trasformando il lavoro in macerie. Dalla Questura, nessuna reazione. Qualcuno è salito al quarto piano, voleva bruciare la porta dell’ufficio di Maurizio Landini. Un poliziotto infiltrato tra loro li ha convinti a lasciar perdere. Dopo quaranta minuti sono usciti, imboccando la strada per Palazzo Chigi con l’intenzione di farne una romana Capitol Hill. Lì sono stati fermati. A fatica, con i Palazzi del potere sotto assedio. Dicono che il centro della città era troppo intasato per permettere alla polizia d’intervenire rapidamente. Loro, invece, si sono mossi senza problemi. E nemmeno correndo, per ore. Forse Salvini qualche eredità al Viminale l’ha lasciata. Gridavano “libertà, libertà”, ed erano migliaia. I fascisti in testa, gli altri dietro. Gli “altri” chi? “Noi siamo il popolo”, scandivano. E certamente un pezzo di popolo sono. Quello che concepisce la libertà come una proprietà personale, di cui non deve rispondere a nessuno; soprattutto, di chi non la coniuga con la responsabilità, con il dovere di vivere insieme agli altri: “mi faccio gli affari miei”, nessuna interferenza. Egoismo assoluto. Radicato nella storia italiana dei sudditi mai cittadini, stimolato dal plebiscitarismo, eccitato dal sospetto per tutto ciò che è estraneo o che turba la “comunità degli atomi solitari”, un forestiero come un vaccino. La natura profonda della destra. In “basso” è la paura di perdersi negli altri cui si reagisce cercando di spaventare tutti gli altri. In “alto” è la demagogia populista o lo squadrismo fascista che trovano consenso e rappresentanza. In “mezzo” il lavoro come luogo dello scontro, perché è lì che si definisce la cittadinanza, anche dei tanti lavoratori che non si vogliono vaccinare.Ed è su questo che ci si batte, su questo si gioca la Costituzione, materiale e formale. Non un retorico dibattito sui “nostalgici”: la discrimine non è essere figli o meno del Ventennio, il punto di demarcazione è il fascismo di oggi. Quello in idee e azioni, in carne e ossa.

Gabriele Polo

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2 Giugno 1946: dalla Monarchia costituzionale alla Repubblica. di U. Signorelli

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2 giugno. Viva la Repubblica, grazie Nenni! - Avanti

Il 2 Giugno è la festa della Repubblica, l’atto fondativo, che lo stesso popolo italiano ha decretato con il proprio voto nel referendum istituzionale del 1946.

Il vero dramma è che molti lo ignorino e che non si senta in maniera diffusa e unitaria il desiderio di festeggiare.

Osservo solo l’accettazione fredda di una festa del tutto svuotata di senso, snaturata dai soliti rituali ufficiali: parate militari, evoluzioni di frecce tricolori alla presenza delle massime autorità dello Stato.

Una Repubblica nata dalla Resistenza, fondata su una Costituzione che “ripudia” la guerra noi non la festeggiamo con i fuochi pirotecnici, i balli in piazza e i pranzi collettivi come fanno gli americani il 4 Luglio e i francesi il 14.

Assistiamo ai tentativi costanti di tutte le destre di cancellare il 25 Aprile, che ci ricorda la vittoria sul nazifascismo, come la festa intestata all’Anpi, così come il Primo Maggio sarebbe appannaggio dei sindacati, ma perché il 2 Giugno non è sentito come la festa della libertà e della democrazia?

La Repubblica è nata dopo una guerra anche civile, in cui gli italiani si sono venuti a trovare su due fronti contrapposti e la barricata non è stata abbattuta del tutto.

La nascita di una nazione è importante per il suo sviluppo successivo come quella di un bambino. Il 2 Giugno 1946 è nata la Repubblica italiana, un po’ “in sordina, senza gesti giacobini, senza rappresaglie e senza comitati di salute pubblica: Repubblica in prosa e a lumi spenti”, così Calamandrei; gli italiani hanno dato “scacco al re”in modo civile e composto: una grande prova di maturità politica e di resistenza morale, dopo 20 anni di fascismo e 3 di guerra; la penisola trasformata in un enorme campo di battaglia in cui tutta la popolazione venne coinvolta, con sofferenze e patimenti, mai prima di allora conosciuti. Una situazione che ha messo a rischio la stessa unità nazionale. Unità che la Resistenza riesce a ricomporre solo in parte, maggiormente dove spira il “vento del nord”, mentre il “regno del Sud”, liberato dagli alleati vede il riorganizzarsi dei tradizionali gruppi dominanti, fermi al potere con il beneplacito degli alleati. Un’Italia divisa geograficamente, che rischia di sfasciarsi insieme alla sconfitta della guerra fascista e che dal giugno del ’45 è guidata da un uomo integerrimo: Ferruccio Parri, messo però nella più assoluta impossibilità di agire dal ferreo controllo alleato che è responsabile in primis della mancata epurazione delle più alte sfere dello Stato e della burocrazia. Per i partiti antifascisti una reale possibilità di rinnovamento è la Costituente e la vittoria della Repubblica al Referendum istituzionale.

Anche i cattolici votano per la Repubblica, ma ben 6 degli 8 milioni di voti democristiani vanno alla monarchia; certo l’atteggiamento di De Gasperi non è adamantino, da politico avveduto lascia libertà di coscienza al proprio elettorato, ben consapevole che se la Chiesa non prende una posizione pubblica netta, è però filomonarchica tanto da ritardare il rientro in Italia di don Sturzo, sincero repubblicano. La Dc è inoltre una convinta sostenitrice del voto alle donne, in quanto le reputa maggiormente influenzabili dalla Chiesa. La monarchia sabauda, anche in questo frangente, gioca sporco, ben salda sul trono, cerca di rimandare la prova elettorale per riconquistare consenso, ben sostenuta dai partiti di destra: liberali, monarchici e fascisti, che rifanno capolino e in seguito ingrossano le fila de L’uomo qualunque di Giannini.

Anche Togliatti con la solita ambiguità e doppiezza, lascia la libertà di coscienza al proprio elettorato nella paura di perdere parte del proprio elettorato popolare, seguendo anche le direttive di Mosca che in accordo con gli alleati lasciano indeterminata la questione della monarchia.

I Socialisti sono gli unici che fanno una fortissima campagna elettorale per la Repubblica, senza se e senza ma, e Pietro Nenni con lo slogan “La Repubblica o il caos” ne è l’emblema, il vero Padre della Repubblica che si riallaccia al filo rosso socialista del Risorgimento e della Resistenza.

La fotografia lo coglie nell’ultimo infiammato appello radio per la Repubblica.

Il profilo severo di donna turrita, inserito nella scheda del referendum sulla forma istituzionale dello Stato dai fautori della Repubblica, è un’immagine classica, l’unica immagine che riescono a proporre i partiti che portano avanti la battaglia per la Repubblica.

Casa Savoia ripropone lo stemma monarchico. Una monarchia che ricorre al ridicolo del re di Maggio, ultima carta da giocare visto che ormai non si può più rimandare, mentre avrebbero dovuto, con dignità, allontanarsi dall’Italia, che hanno loro sì portato nel baratro del fascismo, della guerra e della distruzione, non solo non fanno alcun passo indietro, ma con il supporto delle gerarchie cattoliche, conducono una campagna referendaria serrata, accusando poi i fautori della Repubblica di “brogli”elettorali.

La Repubblica si e’ poi presa la sua rivincita e l’immagine di una donna giovane e bella ne è diventata la rappresentazione.

La giovane donna sorridente che alza sulla propria testa la prima pagina del Corriere della Sera in cui campeggia la scritta “è nata la Repubblica italiana” e’ pubblicata dal settimanale Il Tempo il giorno della proclamazione della Repubblica. Una foto scattata da Federico Patellani.

L’avere ignorato per 70 anni l’identità di questa donna ha reso più facile farla diventare l’icona di tutte le donne e delle loro lotte, ma, grazie ad un “crowdsourcing intorno a un sorriso”, quel bellissimo volto ha un nome e un cognome: Anna Iberti, che all’epoca aveva 24 anni e lavorava al giornale Socialista l’Avanti.

La nostra Repubblica nasce tra luci ed ombre, per questo dovremmo festeggiarla tutti nel segno dell’unità, della democrazia e della libertà.

Buon settantacinquesimo anno Repubblica Italiana!

Ulisse Signorelli

Draghi premier, chi ha vinto? di S. Valentini

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La crisi di governo aperta da Renzi non poteva che avere come inevitabile esito quello di uno spostamento verso un assetto ancora più moderato del quadro politico, con buona pace di Leu che immaginava un patto di legislatura con il Pd, 5 Stelle, con l’aggiunta dei “costruttori”, per intraprendere politiche in grado di affrontare la drammatica emergenza della pandemia in un contesto però di ripresa economica del Paese su basi più eque.

Il patto di fine legislatura tra le tre forze politiche esce a pezzi con l’avvento di Mario Draghi. Lo scopo fondamentale della apertura della crisi era quello di determinare chi avrebbe gestito il Recovery Fund, i 209 miliardi della UE. In altre parole, per quali politiche saranno spesi e soprattutto chi saranno i principali beneficiari di questo enorme fiume di denaro. Questa ripartizione della torta deve essere definita entro aprile e si intreccia con la scadenza del semestre bianco che inizia ad agosto. Dopo si entra nella fase della elezione del Presidente della Repubblica, che dovrà essere del perimetro della nuova maggioranza di Draghi, e dell’iter per l’approvazione di una legge elettorale semi proporzionale. Due atti politici fondamentali per destrutturare il blocco delle destre. I fautori del maggioritario, del bipolarismo e dell’alternanza arricceranno – virtuosi liberali – il naso, ma questa è la strada che imboccherà il nuovo governo e la maggioranza che lo sostiene. La necessità diviene virtù in politica!

Allora vista da questa ottica la crisi è tutt’altro che incomprensibile. Del resto numerosi erano stati i segnali che si andava in questa direzione. Il più importante è stato l’imponente riassetto proprietario dei maggiori media oggi sotto il ferreo controllo dei grandi gruppi monopolistici e delle oligarchie finanziarie. Mi pare allora evidente che la crisi non è solo il risultato dell’egocentrismo di Renzi. Le scelte politiche non si spiegano con una psicologia da accatto. La posta in gioco è molto grande: la collocazione internazionale dell’Italia e il suo futuro post-pandemia. Questione resa ancora più preminente e urgente dal fatto che il Presidente del Consiglio italiano è chiamato a presidiare per il 2021 il vertici del G.20.

La sconfitta di Trump ha aperto in Occidente una fase politica nuova. La destra nazionalista e populista aveva già subito in Europa una pesante sconfitta con la nascita della “maggioranza Ursula” (quella che nel 2019 ha permesso la conferma della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). Questo dato politico va assolutamente evidenziato. E in Italia, dopo il governo giallo-verde del primo Conte vi è stato un riallineamento con Francia e Germania con il Conte bis sostenuto dal Pd. Le oligarchie finanziarie, di qua e al di là dell’Atlantico, non vogliono populisti e nazionalisti al governo. La stagione in cui una parte del capitale finanziario ha fatto loro l’occhiolino, per usarli al fine di dare una base di consenso a feroci politiche neoliberiste, con la elezione di Biden, si è sostanzialmente conclusa. Ci saranno indubbiamente dei forti colpi di coda, ma le forze nazionaliste e populiste sono per ora in fase discendente. Lo ha capito molto bene Giorgetti che chiede di ricollocare la Lega su una posizione moderata e filo atlantica. Ora l’Occidente, nel bel mezzo di una drammatica crisi sanitaria, economica e sociale, ritrova i suoi cosiddetti valori comuni. Ma l’economia cinese va come un treno e quindi vi è bisogno di condurre politiche nuove per competere con il colosso asiatico e i suoi alleati, in primo luogo la Russia. Ovviamente, questa nuova situazione, non favorevole all’Occidente, non risolve i problemi. Le cancellerie europee e quella statunitense sono consapevoli che non è possibile tornare agli equilibri mondiali emersi dopo l’89. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un rovesciamento dei rapporti di forza che si sono determinati dopo il crollo dell’Urss. Il mondo è profondamente cambiato: siamo in un mondo multipolare caratterizzato dal declino statunitense come grande potenza economica. Anche l’UE, (Germania e Francia in testa) vuole dire la sua e ricercare il suo spazio per competere su scala globale con gli altri fondamentali poli dell’economia mondiale. Nazionalisti e populisti escono battuti, sconfitti, ma non per questo l’Occidente ha ritrovato la sua unità di fondo. Può sbandierare i comuni valori, ma le divisioni tra Usa e UE restano tutte e si aggravano, sono evidenti, a iniziare dai rapporti economici e commerciali da stabilire con la Cina e la Russia. La “guerra dei vaccini” si ascrive tragicamente in questo scontro politico, economico e finanziario, prima ancora di essere una emergenza sanitaria.

L’Italia non ha la storia della Francia e neppure è la Germania, locomotiva dell’economia europea. In Italia il partito trasversale atlantico e filo-americano è sempre stato molto forte e nel passato si è scontrato duramente non solo con la sinistra ma anche con le forze che puntavano decisamente all’integrazione economica europea. Il partito filo-americano, oggi rappresentato soprattutto da Renzi e forse da Giorgetti, ma anche da una parte del Pd, (si guardi la fanfara mediatica messa in piedi da Zingaretti sulla vittoria elettorale di Biden e sul mito della democrazia americana, o alle rozze campagne antirusse e anticinesi), si è però indebolito nell’ultimo periodo. Il Pd non ha una posizione strategica sulla grandi questioni geopolitiche, è appiattito sulle decisioni della Casa Bianca, condividendo molte delle scelte compiute in politica estera prima da Obama e poi da Trump, non distinguendosi da quelle più scellerate che quest’ultimo ha fatto. Il partito filo-americano si è indebolito poi anche per la massiccia presenza politica e istituzionale del Movimento 5 Stelle che ha determinato un forte appannamento dell’atlantismo italiano. Da questa situazione scaturisce la manovra degli atlantisti più intransigenti che tentano un riequilibrio che riavvicini l’Italia a Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma i 209 e rotti miliardi di euro e l’enorme debito pubblico accumulato in questi mesi sono garantiti non dagli Usa ma dalla Germania. Troppo spesso si dimentica questo aspetto essenziale. Ecco perché il confronto tra chi vuole una UE atlantista e tra chi invece vuole dare forza e velocità al progetto di vera integrazione è molto forte in seno al blocco politico, finanziario ed economico dominante in Europa.

Gli Usa hanno però i loro drammatici e straordinari problemi da affrontare. Biden è preoccupato dalla instabilità della situazione interna dovuta alla radicalità dello scontro politico in atto nel paese, che è spaccato in due come una mela, deve fare i conti con l’emergenza pandemica e con una crisi economica e sociale, ma anche di valori fondativi del paese, che forse non ha precedenti nella storia americana. Tale situazione lascia pochi margini e possibilità di iniziativa a sostegno degli “amici” europei. Tra l’altro la soluzione non può essere quella di stampare dollari all’infinito per fronteggiare la crisi economica. È una operazione che porta a un ulteriore indebitamento degli Stati Uniti proprio verso la Cina.

Dunque, l’Europa è costretta a fare da sola, per la prima volta dopo il secondo conflitto mondiale, deve camminare sulle sue gambe. Del resto l’UE, oltre a non avere un sostegno economico dagli Usa, come in passato (non credo che si attenuerà la guerra commerciale con la Germania anche se sarà condotta con altre modalità), deve sempre più fare a meno di uno strumento diplomatico e militare di pressione a Est e nel Sud del mondo come la Nato. La presenza di paesi come la Turchia complica e rende molto difficile l’utilizzo della Nato in chiave pro-UE, come strumento di tutela dei suoi interessi. In un mondo multipolare l’UE ha bisogno di una sua maggiore autonomia politica, economica e persino militare dagli Stati Uniti. Essere insomma amica di tutti e competere nello stesso tempo con tutti.

La crisi aperta da Renzi si sviluppa dunque all’interno di questo scenario, cioè la collocazione e il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro che si trova ad un bivio, da un lato la visione perseguita dall’asse strategico franco-tedesco, pur tra limiti e contraddizioni, dall’altro l’antico rapporto di subalternità con gli Usa. Naturalmente lo scontro non è ancora così netto. I margini di mediazione tra le due diverse spinte sono ancora ampi. Ma il confronto è aperto e si gioca oggi una partita che potrebbe porre una forte ipoteca sulla opzione europeista. Il Regno Unito, con la Brexit, ha fatto la sua scelta e vedremo cosa succederà nei prossimi anni in Irlanda e in Scozia. Mentre la Cdu tedesca prepara il dopo Merkel in perfetta continuità con la sua politica, respingendo le posizioni di quella parte del partito che vorrebbero una politica meno europeista. La Francia, anche quando è stata governata dalle sinistre, ha sempre fatto leva sull’orgoglio nazionale francese. L’anello debole dello scenario è l’Italia.

Non è pertanto una polemica pretestuosa quella del leader di Italia Viva che ha criticato Conte per l’intestazione della delega ai servizi segreti o per la condanna troppo tiepida dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti in quanto troppo legato a Trump, forse proprio tramite l’intelligence. La questione della collocazione internazionale dell’Italia non è punto trascurabile della crisi. Nella sua lettura occorre tenerne conto e solo qualche raro commentatore lo ha fatto. La richiesta del Ponte di Messina e del Mes, che in Europa nessun paese ha deciso di utilizzare, sono argomenti di pura propaganda per dare maggiore forza alla polemica politica. Draghi aveva già reso esplicito il suo pensiero a proposito e cioè che non riteneva opportuno chiederlo per non allarmare i mercati. Caso mai l’unico interrogativo legittimo è sapere se effettivamente Renzi sia un paladino della nuova amministrazione democratica americana o si è illuso di poterlo essere. Mi pare che Giorgetti abbia carte migliori da giocare. Comunque si vedrà strada facendo, soprattutto se sarà confermata la notizia che dalla Casa Bianca sarà candidato a Segretario generale della Nato grazie ad una vecchia promessa fatta da Obama. D’altronde i suoi rapporti con l’Arabia Saudita sono un indizio. In politica contano le azioni e quella compiuta da Renzi si colloca nel solco del partito filo-americano.

Il piatto principale però del confronto/scontro è il Recovery Fund, un mucchio di denaro che dovrà affluire dall’UE nei prossimi sei anni. Leggo che molti sostengono, soprattutto a sinistra, che Renzi sia una delle punte di diamante di questo disegno, funzionale al grande capitale. In questa analisi c’è del vero, ma chi sostiene che Renzi sia il maggior sostenitore di politiche neoliberiste nostrane dimentica che anche gran parte del Pd è funzionale a questi interessi, come anche qualcuno del Movimento 5 Stelle, per non parlare dei centristi o di Forza Italia e della Lega. Per essere più esplicito: quali discontinuità ha introdotto Zingaretti rispetto a Renzi? Forse il primo ha come referenti più i sindacati che la Confindustria? Certamente l’attuale segretario del Pd è portatore di una politica economica che contiene alcuni aspetti cari alle socialdemocrazie (aspetti e non nodi tematici fondamentali), ma non vi è stato da parte del Pd nessun ripensamento critico rispetto alle scelte fatte dal centrosinistra in questi trent’anni. La pandemia impone oggi un ulteriore indebitamento del Paese, ma subito dopo, finita l’emergenza, si tornerà a una politica liberista rigorosa. Il trattato di Maastricht è stato sospeso, non è stato abrogato!

Che siamo in piena emergenza lo ha capito molto bene la Germania della Merkel non adottando la stessa politica che aveva condotto nei confronti della Grecia o di altri paesi europei. Con una pandemia in corso, che ha un impatto sociale drammatico, non si è di sinistra perché vengono bloccati i licenziamenti, o perché si potenzia la cassa integrazione, o perché vengono distribuiti un po’ di bonus o sussidi. Misure analoghe sono state prese da quasi tutti i governi, compreso quello del vituperato Trump, quindi non da queste misure si distingue un governo di destra da uno di sinistra. Un governo di sinistra si caratterizza per interventi volti ad una più equa redistribuzione della ricchezza, per le politiche per il lavoro e l’occupazione, per investimenti strutturali nella economia green, per lo sviluppo di servizi pubblici essenziali: sanità, casa, innovazione tecnologica, formazione. Per questo sono convinto che la politica economica di Draghi, a differenza del governo Monti, non sarà, almeno nella fase emergenziale pandemica, segnata da provvedimenti “lacrime e sangue”. Non sarà insomma all’inizio una politica improntata alla pura austerità liberalista. Non è questa la fase che sta attraversando l’UE.

Lo scontro politico dunque che si è aperto con la crisi di governo non è tra riformisti e neoliberisti, cosa che Leu fatica a comprendere, ma muove dalla opzione di quali interessi economici e finanziari deve rappresentare la politica. C’è chi guarda agli Usa e continua a intrecciare i suoi legami con quelli del capitale finanziario americano, chi punta alla Germania, che già controlla, in modo diretto o indiretto, buona parte del tessuto produttivo del Nord del Paese, chi infine vuole fare affari, senza avere troppo lacci politici, con la Cina, ma anche con la Russia. Un groviglio di interessi insomma non riconducibili a una visione politica unitaria del blocco di forze dominanti. Un insieme di contraddizioni che la politica non riesce adeguatamente a mediare. Tutti vogliono mettere le mani sul malloppo che viene dall’UE, avendo però molto chiaro che la parte del leone nel dettare la ripartizione delle risorse non poteva essere prerogativa solo del Movimento 5 Stelle e Conte, insieme ad un Pd ondivago che non ha una visione strategica. Questo è il vero motivo che ha scatenato l’opposizione della Confindustria, della grande stampa e dei media, controllati appunto dalle oligarchie finanziarie, che da tempo lavoravano per giocare la carta Draghi.

L’iniziativa di Renzi, condivisa anche dal Pd (e chissà da chi altro nel centrodestra), partiva dalla necessità di procedere a un forte rimpasto di governo per ridimensionare la presenza nell’esecutivo del Movimento 5 Stelle poi, se ci scappava pure il cambio del premier tanto meglio, nessuno si sarebbe strappato i capelli. Ma il piano iniziale ha imboccato un altro sentiero. La manovra si è combinata con il ruolo di Mattarella che ha imposto tutt’altra piega alla crisi. Il Presidente della Repubblica e il suo fido Franceschini hanno determinato un esito non previsto rispetto agli obiettivi iniziali che si volevano ottenere dalla manovra. Molti commentatori hanno notato che il nome di Draghi è stato proposto da Mattarella appena poco dopo che Fico gli ha riferito l’esito negativo del suo tentativo di rimettere in piedi la maggioranza parlamentare uscente per un Conte ter. Ciò vuol dire che il Presidente della Repubblica stava preparando il “pacco” da giorni, lo aveva pianificato. Mattarella ha lasciato prima bruciare l’ipotesi Conte, e tutti quelli che si illudevano, in testa Zingaretti e Bettini (lo stratega!), di costruire una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle e con i cosiddetti “costruttori”, sono rimasti con un pugno di mosche, per poi compiere un vero e proprio colpo di mano, politico e istituzionale, da Statuto Albertino più che da Carta Costituzionale, più da monarca che da presidente di una repubblica parlamentare. Al Presidente della Repubblica non deve inoltre essere piaciuta – e non si può dargli torto – la campagna acquisti di parlamentari dal centrodestra, tra l’altro solo in parte riuscita, per tentare di formare una maggioranza di governo senza Italia Viva. Un ulteriore degrado e immiserimento della politica che Leu non ha colto. Una ennesima pagina nera del trasformismo parlamentare, questa volta con l’avallo anche della sinistra.

Con estrema abilità, da raffinato democristiano, Mattarella ha azzerato le ambizioni di tutti i principali protagonisti, ma ha fatto in modo che tutte le responsabilità della crisi fossero scaricate su Renzi, che credeva di essere il grande manovratore, ma che invece è stato manovrato come tutti gli altri protagonisti della crisi. L’argomento che ha ben chiaro il Quirinale è che si debba tenere conto della Germania che garantisce il nostro enorme debito pubblico e ci mette in mano ingenti risorse finanziarie. Mi pare più propenso quindi a raccogliere le istanze del processo di integrazione europea che vengono da Berlino. Del resto una partita simile, dalle grandi conseguenze politiche, economiche e finanziarie, persino di ordine geopolitico, non poteva essere lasciata in mano a un governicchio esposto agli umori quotidiani del Movimento 5 Stelle, di Italia Viva e di un Pd senza spina dorsale. Insomma Mattarella ha fatto lo stesso ragionamento che il Pd e Italia Viva avevano fatto su Conte e il Movimento 5 Stelle. Se non ci fossero di mezzo le drammatiche sorti del Paese sembrerebbe una commedia umoristica degli equivoci.

209 miliardi dall’UE saranno dunque gestiti da un tecnocrate della finanza europea che ha solide relazioni con i grandi gruppi monopolistici, con le banche e con le oligarchie finanziarie. Saranno quindi questi poteri forti a realizzare i progetti del Recovery Fund e nello stesso tempo dare tutte le garanzie al capitale finanziario europeo che tali progetti saranno funzionali ai suoi interessi. E non a caso i mercati volano mentre l’economia reale è in agonia. Chi meglio di Draghi può garantire questa straordinaria operazione con una maggioranza di governo in cui tutti i grandi potentati hanno un posto a tavola? L’esito della crisi conferma inoltre che il sistema istituzionale e politico europeo è un sistema a-democratico totalmente dominato dal capitale finanziario. Anche la democrazia formale oramai è stata messa in discussione. Ci vogliono altre prove politiche per capirlo?

Dalla crisi escono quindi con le ossa rotte il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu. Renzi può salvarsi solo se i suoi amici americani gli daranno un incarico di rilievo. Si dirà: Franceschini e Mattarella sono del Pd. Vero. Ma dentro il PD molti ex democristiani sono convinti che occorra ricostruire un forte partito o schieramento neocentrista che sia il polo egemone di un governo moderato e allineato alla maggioranza che governa l’UE. Una formazione che sia l’argine principale di uno schieramento politico e parlamentare impegnato prima di tutto a sbarrare la strada a quelle destre che non intendono ridurre il loro tasso di nazionalismo e di populismo. Facendo leva sulle contraddizioni della Lega l’obiettivo è di ridimensionare il loro spazio politico. Il secondo obiettivo del nuovo polo neocentrista è ridurre la base elettorale del Pd, svuotarlo politicamente e bloccare il suo pur velleitario tentativo di inglobare in modo subalterno la sinistra. Il terzo obiettivo, infine, è impedire che la sinistra possa dare vita a una formazione influente. In questo disegno strategico quindi non c’è spazio per il Pd di Zingaretti senza arte né parte. Questo disegno neocentrista, portato avanti soprattutto dal diffuso mondo ex democristiano, è funzionale, a me pare, alla strategia dell’asse Berlino-Parigi di integrazione europea. Con Draghi si intende normalizzare il quadro politico dopo i grandi guasti determinati da bipolarismo e dal vento populista figlio illegittimo del governo Monti.

In questa prospettiva non regge la critica di chi sostiene che le risorse del Recovery Fund devono essere utilizzate per realizzare progetti qualificati se effettivamente si vuole la loro approvazione da parte della Commissione europea. In questa partita ciò che veramente conta è che i progetti siano organici agli interessi e all’espansione del capitale franco-tedesco. Dunque è necessario correre, fare presto e affidarsi mani e piedi alle oligarchie finanziarie europee. L’obbligo al senso della responsabilità della politica alla fin fine si riduce a questa urgenza posta dalla finanza. Nel 2021 si ripropone insomma, sia pur in forme nuove, il metodo politico della Dc, un partito che sapeva mediare tra le diverse spinte del capitalismo italiano, tra imprese pubbliche e imprese private. Una inedita riesumazione della prima repubblica anche se i cavalli di razza di allora oggi sono dei ronzini, con le dovute eccezioni. Una nuova maggioranza politica centrista, senz’altro amica degli Usa, almeno finché non matureranno altre condizioni dettate dall’asse franco-tedesca. Un forte polo moderato ma centrista insomma che abbia lo sguardo rivolto soprattutto ai padroni dell’UE. Draghi per condurre tale politica è perfetto!

In questo disegno c’è spazio pure per Conte come leader di una parte importante del Movimento 5 Stelle e possa raccogliere anche un po’ di elettorato deluso dal Pd, in modo che, dopo la frantumazione dei partiti attuali, solo dei pezzi marginali vadano alle destre o alla sinistra. Il lavoro di costruzione di un forte polo politico centrista attorno alla figura di Draghi è un cantiere aperto e lungo la strada è indubbio che vi saranno correzioni e assestamenti, ma la via imboccata è questa. Allora una alleanza strategica tra Leu, Pd e Movimento 5 Stelle non regge alla prova delle trasformazioni politiche in corso. In primo luogo in quanto è concepita come operazione di palazzo e non come processo unitario che dovrebbe svilupparsi a partire dai territori. Basta dare una occhiata a quello che è avvenuto in questi anni nelle elezioni amministrative, comunali e regionali, e allo stato dei rapporti tra i tre partiti nei comuni dove si vota, a iniziare da Roma e Torino. In secondo luogo perché una parte dei gruppi dirigenti del Pd e del Movimento 5 Stelle perseguono altre opzioni strategiche e non si muovono nella direzione di costruire una nuova alleanza politica che sia una riesumazione di un centrosinistra, travestito dietro a delle formule amene, magari un po’ più spostato a sinistra. Vi sono contraddizioni strutturali tali in questa potenziale alleanza evocata che impedisce il decollo politico dell’operazione, non ha sufficiente credibilità e consenso elettorale, non è né vincente né centrale.

Molti sostengono che il governo è fragile. Ha una maggioranza parlamentare composita. Ma il governo, nel fronteggiare l’emergenza della pandemia, deve fare tre cose: decidere gli indirizzi e come utilizzare le risorse del Recovery Fund in accordo soprattutto con la Germania; garantire la elezione di un Presidente della Repubblica che sia dentro a questo perimetro e prospettiva del Paese; fare una legge elettorale un po’ più proporzionale, sufficiente a smontare ulteriormente l’attuale centrodestra. E per fare queste cose i numeri di partenza sono più che sufficienti. Cresceranno con il consolidarsi dell’operazione politica. Questo è il suo compito e non ha importanza come definire il governo: maggioranza Ursula, governo istituzionale o di unità nazionale, governo tecnico o politico. La debolezza politica (ma non numerica) della maggioranza parlamentare che lo sostiene è la sua forza, anche perché a questo governo non ci sono alternative se non quella del voto che la maggior parte del Parlamento e delle forze politiche non vogliono. Ma soprattutto non le vuole il grande capitale. L’unico progetto in campo – che ha 209 miliardi di motivazione convincenti – è quello di legare ancora di più il destino del Paese alla Germania. Ecco perché il partito filo-americano non si è rafforzato e alla lunga forse è destinato a soccombere. Questo passaggio della crisi di governo conferma il declino statunitense in atto. Quando invece dei Di Bella da New York, come opinionisti fissi nei Tg, ce ne sarà uno presente tutte le sere da Berlino, forse gli italiani inizieranno a comprendere dove sta andando il Paese.

Per concludere vorrei aggiungere qualche riflessione sulla sinistra. Però ho poco da dire. Posso solo affermare che è totalmente fuori fase e forse conta poco anche per questo. Dovrebbe cogliere i processi in atto, ma non è in grado di farlo. Emergono due tendenze nella martoriata, povera e divisa sinistra, entrambe prive di consistenza politica.

La prima, del tutto politicistica, utilizza l’argomento di non lasciare il governo Draghi alle destre, come se il pericolo fosse la collocazione parlamentare del suo governo. Draghi non è di destra, semplicemente è diretta espressione del potere, quello vero, che pesa e conta. L’atteggiamento da avere rispetto governo Draghi non può essere ridotto a tattica parlamentare, spacciandola per sopraffina manovra togliattiana. Leu non è il Pci e neppure tra le sue file c’è un nuovo Togliatti. La seconda tendenza è ideologica. Si ricorda giustamente cosa rappresenta in termini di potere Draghi e per questa ragione si crede che riproporrà per l’immediato una politica economica di austerità, come fecero la Bce e l’UE dieci anni fa quando soffocarono la Grecia e misero in riga tutta una serie di paesi europei, tra cui l’Italia. Ripeto, non siamo in quella fase. Una politica liberista da adottare, dopo la fine dell’emergenza pandemica, resta una prospettiva di fondo, ma non si concretizzerà nei primi mesi del governo Draghi, anzi produrrà al contrario qualche sorpresa, spiazzando la campagna ideologica di chi denuncia, ancora prima di vedere il governo all’opera, selvagge politiche antipopolari da subito, perdendo così la pochissima credibilità che ancora vanta. Per dirla in altro modo non credo che Draghi chiederà il Mes, o che voglia sopprimere il reddito di cittadinanza (caso mai lo riformerà per farne esclusivamente uno strumento di sussidio per le famiglie più povere) e tratterà con i sindacati su quota cento e soprattutto sul blocco dei licenziamenti. Prevedo che finché il Paese sarà in piena emergenza pandemica si avvarrà dell’attuale sistema emergenziale di protezione sociale per non gettare il Paese nel totale caos sociale. Il suo compito è soprattutto preparare e impostare strategicamente la nuova legislatura che sarà quella sì di “lacrime e sangue”, garantita magari da lui come Presidente della Repubblica.

La sinistra dunque cosa dovrebbe fare? Leu intanto, invece di imbarcarsi nel governo Draghi (mentre scrivo vi è qualche incertezza di Sinistra Italiana), dovrebbe marcare una forte discontinuità politica prendendo le distanze dal governo, anche considerato che ha una modestissima pattuglia di parlamentari, del tutto ininfluente per le sorti della maggioranza. Sarebbe così più credibile per poter promuovere una iniziativa politica rivolta all’insieme della sinistra, sia verso alcuni settori del Movimento 5 Stelle che del Pd, sia verso quelle forze della sinistra fuori dal Parlamento che potrebbero essere sensibili a un processo costituente di un nuovo partito. Occorre da oggi, partendo dalla condizione data, costruire una prospettiva nuova per la sinistra. Ma non mi pare però che sia questo l’intendimento. Dall’altro lato i partitini extra-parlamentari, più o meno residuali e autoreferenziali, dovrebbero sciogliersi invece di agitarsi senza costrutto nel fare spicciola propaganda ideologica. Ma l’aria che tira, anche in questo caso è pessima. Dunque la discussione sulla necessità di costruire una forza di sinistra capace di incidere sugli scenari politici italiani ed europei è rimandata, rinviata a data da destinarsi, con molta probabilità dopo le elezioni politiche.

C’è chi evoca la ripresa della lotta sociale. Ma le tensioni sociali sono già forti, dopo un anno di pandemia, e oggettivamente sono destinate a crescere nei prossimi mesi, nei prossimi due/tre anni. Dopo una prima fase di assoluta emergenza pandemica, che durerà ancora a essere ottimisti fino all’estate, si passerà inevitabilmente al ritorno a politiche rigorose per fronteggiare l’enorme debito pubblico, ma con un piano strategico del Recovery Fund approvato e avviato e con un quadro politico totalmente diverso. Vi è una penuria di risorse che si rivela anche nel caso del Recovery Fund, se non si conduce una politica vera di ridistribuzione della ricchezza e di lotta alle diseguaglianze che naturalmente non si prende in considerazione. Nonostante l’ingente flusso di finanziamenti, dopo una corposa trance iniziale, per i prossimi sei anni non arriverà a erogare che poco più di 10 miliardi all’anno tra finanziamenti a fondo perduto e risparmi di interessi, a meno che l’UE non decida altri provvedimenti. Ben poca cosa rispetto all’enormità di una crisi che ha creato una massa immane di imprese insolventi, come ricordato proprio da Draghi. Diventa allora urgente affidare al “tecnico” l’impostazione di una politica economica fortemente competitiva e selettiva, una politica di assoluto rigore e di contenimento del debito pubblico. La questione vera è quindi la ripresa della lotta politica! Per questo ci sono le condizioni oggettive per la formazione di un nuovo partito della sinistra, ma non quelle soggettive. Una volta chiarito che il Pd non giocherà più un ruolo centrale nel quadro politico italiano e sarà nel contempo ridotto, sotto il livello di guardia, il pericolo delle destre nazionaliste e populiste, e quindi verrà meno il ricatto del voto utile, forse si realizzeranno anche le condizioni soggettive per spingere alla formazione di un forte partito della sinistra che non nasca per una politica basata su un illusorio riformismo rinchiuso dentro gli steccati di un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario. Nutro fermamente questa speranza, anche se per i prossimi due o tre anni non vedo all’orizzonte nulla di buono.

P.S.

Chi è Mario Draghi? Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro, dove viene chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. È stato confermato da tutti i governi successivi: Amato I, Ciampi, Berlusconi I, Dini, Prodi I, D’Alema I e II, Amato II e Berlusconi II. In questi anni è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano.

Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatena un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Nel 2008, il Presidente emerito della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, ricordando quest’episodio, respinse l’ipotesi di vederlo sostituire Romano Prodi a Palazzo Chigi. Cossiga affermò assai esplicitamente: <<Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs>>. In questa Banca fu dal gennaio 2002 al dicembre 2005, quando divenne Governatore della Banca d’Italia, dove rimase fino alla nomina a quella Centrale Europea nel 2011.

Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, consegnate ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, lo Stato italiano ricavò all’incirca 182.000 miliardi di lire. Secondo alcune stime, il rapporto debito pubblico italiano sul Pil scese dal 125 per cento del 1991 al 115 del 2001. Fu inoltre la guida della commissione governativa che scrisse la nuova normativa in materia di mercati e finanza e per questa ragione viene informalmente chiamata legge Draghi (Decreto legislativo 24 febbraio 1998 e come ben si nota, qui ci si attiene al terrore del debito pubblico, tipica concezione della scuola neoclassica tradizionale, prekeynesiana. Quindi Draghi, svendendo le imprese pubbliche, viene considerato benemerito per aver ridotto questo debito. E poi, solo alla fine del mandato alla BCE, egli si ricorda vagamente di alcune tematiche keynesiane e accenna ad una autocritica per l’austerità caratteristica di tutta la politica economica della UE.

Ci vuole tanto a capire che siamo oramai in un sistema a-democratico dominato dal capitale finanziario e dai suoi tecnocrati? Quando la politica è incapace di prendere decisioni allora subentrano loro con l’appellativo di salvatori della Patria, ma devono solo gestire, come per il Recovery Fund, un fiume di denaro per conto delle oligarchie finanziarie europee, in particolare della Germania.

Quello di Mattarella è un colpo di mano? Sì, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. La Costituzione italiana è solo carta da sbandierare per fare retorica sull’ideologia della democrazia.

Sandro Valentini

La scelta di campo e la lezione di Togliatti. di S. Valentini

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Quando Togliatti attuò la svolta di Salerno, con il partito nuovo – di massa – ed enunciò in termini compiuti la strategia della democrazia progressiva tramite la quale realizzare l’avanzata del Pci verso il socialismo – la via italiana al socialismo – contribuendo così in modo decisivo anche al varo della Carta Costituzionale, riconfermò senza nessuna incertezza la scelta di campo con l’Urss. Non è che in Italia Togliatti volesse fare “come in Russia”, ma era cosciente che senza quel campo socialista, che svolgeva il ruolo di contrappeso all’imperialismo Usa, non si sarebbero mai determinate le condizioni per realizzare nel nostro Paese una strategia “rivoluzionaria”, democratica e socialista. E l’insieme di quelle scelte fecero grande per quarant’anni il Partito comunista italiano.
Pare che tutto questo dibattito oggi sia consegnato agli storici. Siamo in un altro mondo. Che siamo in un altro mondo è del tutto evidente, ma davvero da quel insegnamento di Togliatti non si trae oggi nessun insegnamento per la politica, per condurre una lotta incisiva per la trasformazione della società?
Purtroppo c’è voluto il corona virus per rendere esplicito e chiaro che siamo in un mondo multipolare caratterizzato da un lato dagli imperialismi (Usa – Giappone – polo franco-tedesco), con le loro drammatiche e brutali contraddizioni, in forte competizione tra loro (Trump conduce la guerra commerciale non solo alla Cina ma anche all’Europa), e dall’altro lato, dall’asse Pechino-Mosca allargato ai paesi socialisti, come Cuba e Vietnam, e a paesi che stanno lottando per liberarsi, alcuni anche militarmente, da politiche imperialiste; e infine una serie di paesi, soprattutto africani e sudamericani, che guardano con simpatia a quest’asse. E questo asse sta formando un nuovo campo, molto più forte, mi pare, del disciolto campo socialista sovietico. Questo è il risultato geopolitico oggi della globalizzazione.
Si dirà, come si fa a mettere insieme nello stesso campo la Russia con la Cina? Anche qui sarebbe bene tornare ai “fondamentali”. Gli imperialismi sono sempre più espressione del dominio del capitale finanziario, cosa assai diversa del sistema capitalistico industriale. Un capitale finanziario che usa oramai la moneta, non tanto come strumento di scambio di merci, ma come se fosse essa stessa una merce; si vende e si compra valuta, per realizzare lauti profitti, trasformati poi in rendite per nuove transazioni finanziarie speculative. Le transazioni in denaro sono oggi di gran lunga il maggiore dei “commerci” nel mondo. La Russia ha certamente introdotto forme di capitalismo monopolistico di Stato, ma di uno Stato che però lotta duramente contro le oligarchie finanziarie (si guardi ai provvedimenti duri del governo contro gli oligarchi o al giudizio articolato del Partito comunista russo, primo partito di opposizione, sulla Presidenza Putin); mentre la Cina, governata da un partito comunista, e un paese che tenta la via della trasformazione, sia pur tra limiti e contraddizioni, verso il socialismo.
Vi è quasi una divisione dei ruoli tra Pechino e Mosca. Alla Russia soprattutto quello politico e militare. Sue sono quasi tutte le importanti iniziative politiche a livello internazionale. È come se i cinesi avessero deciso di non spendere troppo in armamenti (rammento che la terza potenza nucleare per numero di testate è la Francia e non la Cina) e delegassero ai russi il compito di mantenere gli equilibri planetari politici e militari. Dal canto loro i russi utilizzano l’ombrello cinese di super potenza economica e tecnologica (nonostante che la Siberia abbia circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta) per garantirsi un livello economico e sociale di vita non molto dissimile da quello occidentale. Così tra le due potenze vi è una convergenza di interessi tali che le ha portate a stringere un’alleanza strategica.
Se si valuta con un po’ di obiettività gli avvenimenti venezuelani (altro paese strategico per le risorse del suo sottosuolo), iraniani e siriani, emerge l’incapacità delle potenze imperialistiche a risolvere in modo a loro favorevole, la situazione. Se si valuta la presenza cinese in Africa, con la realizzazione in primo luogo di grandi opere infrastrutturali, si comprende meglio l’influenza crescente di Pechino in questo continente in cui, passo dopo passo, sta soppiantamdo l’Occidente, un tempo appunto colonizzatore dell’Africa.
In questa globalizzazione fatta di cose molto diverse, in questa molteplicità della fase, sempre più evidente è – il corona virus sta lì a confermarlo, impietoso è il confronto tra Cina e Usa – il declino statunitense di super potenza dominatrice del mondo. Non è più così e non lo è già da diversi anni. E anche per questo suo declino che crescono le contraddizioni tra gli imperialismi, proprio perché non vi più un polo considerato egemone come nel passato. Gli Usa mantengono ancora un certo vantaggio in quanto sono una superpotenza militare, Germania e Giappone, come si sa, non lo sono.
Dunque vi è un campo, solido e forte, che compete su scala globale con gli imperialismi, tra l’altro sempre più divisi. Ma questo la sinistra italiana ed europea lo ha capito? Mi pare di no. C’è un divario oramai abissale tra la sinistra di tutto il mondo e quella europea, sempre più subalterna al pensiero liberale, e cosa peggiore, se si guarda a quello che succede nell’Ue, è investita da una crisi grave di consensi e di prospettiva, in particolare il Partito socialista europea, del tutto incapace di contrastare gli egoismi delle borghesie capitalistiche e il ruolo invasivo del capitale finanziario franco-tedesco.
Ecco allora che torna di grande attualità la lezione di Togliatti. Non si tratta, ovviamente, di imitare modelli altrui, ma di considerare il campo costruito da Pechino e Mosca un contrappeso formidabile per realizzare un’alternativa alle politiche neoliberiste espressione dell’assoluto dominio del capitale finanziario. Lottare, insomma, per una Europa dei popoli, come prima tappa di un processo democratico di avanzata al socialismo.
Se non si mette mano a una riforma vera e profonda dell’Ue, a iniziare dai trattati rigoristi, a dare un ruolo e capacità legislativa al Parlamento europeo per un welfare unitario e un sistema fiscale unico, se non si riforma la Bce, che diventi effettivamente la banca degli Stati Uniti d’Europa e non il punto di raccordo e di riferimento del sistema bancario e dell’alta finanza preoccupata solo di controllare l’inflazione, se non si realizza un grande piano pubblico per la ripresa e l’occupazione uscendo dai vincoli e dai lacci del debito, se non si cancella la norma della stabilità e del pareggio di bilancio (che noi in Italia abbiamo messo diligentemente in Costituzione), non vi sarà proposta che tenga, compresi gli eurobond, si continuerà a essere sempre sotto schiaffo del capitale finanziario, cioè di quella ristrettissima oligarchie che disegnano la politica e di volta in volta indicano la via da prendere.
Per condurre una lotta senza quartiere al capitale finanziario occorre una sinistra capace di farlo e che abbia, anche fuori Europa, delle alleanze forti e strategiche, per avere più peso, per contare, per influenzare e far crescere un movimento di massa per riformare dalle fondamenta l’Ue. Non una sinistra subalterna al pensiero liberaldemocratico, per cui siamo giunti al punto che all’Onu l’Europa vota sempre con gli Usa di Trump, anche quando si tratta di superare, in tempi di corona virus, tutti gli odiosi imbarchi (o sanzioni) posti da questa brutale e tragica (anche quando rasenta il ridicolo) amministrazione americana, con grande soddisfazione di chi è preoccupato delle posizioni scarsamente atlantiste del Ministro degli esteri Di Maio. Ma in nome di quali interessi l’Ue avalla le sanzioni o gli embarghi alla Russia, all’Iran, al Venezuela e a Cuba? L’omertà dei politici e dei media regna sovrana. Anche una parte consistente della cosiddetta sinistra radicale tace. Così però non si va da nessuna parte, si è solo pedine di un gioco che ha nell’ormai sperimentata maggioranza Ppe e Pse il punto di equilibrio politico voluto dal capitale.
Se la sinistra non fa una precisa scelta di campo, in quanto antimperialista ed internazionalista, e in questa quadro, in un rapporto stretto e continuo tra teoria e prassi, definisce, come fece Togliatti, una sua strategia, inevitabilmente allora il suo destino sarà, ancora per un lungo periodo, quello di restare forza ininfluente in un continente che avrebbe invece bisogno di una ben altra sinistra,altre idee e iniziative, se non vuole essere travolto dal caos del multipolarismo e dallo strapotere della Germania, come è successo alla Grecia. Occorre una sinistra quindi che si batta per una Europa rifondata e che sia solidale, stringendo forti relazioni, con tutti i progressisti della terra che si battono per un altro mondo possibile.

Sandro Valentini