coscienza di classe

«Non ci è concessa la libertà di stampa? Ce la prendiamo». Storia della rivista antifascista «Non Mollare», di N. Corrado

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Non Mollare” fu il primo periodico clandestino antifascista, stampato senza cadenza fissa (Esce quando può) a Firenze tra il gennaio e l’ottobre del 1925. Cessò le pubblicazioni dopo 22 numeri.Con lo stesso nome riprese le pubblicazioni come rivista dal 1945 al 1961.
A partire dal gennaio 1925, un gruppo d’intellettuali salveminiani – Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi e lo stesso Salvemini – dopo l’esperienza fiorentina del “Circolo della cultura”, destinata ad essere bruscamente interrotta da una violenta incursione delle camicie nere nella sede del circolo in Borgo Santi Apostoli, e quella ancor più rischiosa di Italia Libera, decise di dare vita ad un «foglio clandestino di battaglia».
Il titolo, come ricorda Gaetano Salvemini richiamandosi ad un racconto di Ernesto Rossi, venne suggerito da Nello Rosselli.

Avevamo passato in rassegna i nomi dei periodici italiani e stranieri che conoscevamo, risalendo fino a quelli del Risorgimento. Nessuno ci sembrava adatto per la testata del giornaletto che volevamo fare. In mancanza di meglio ci eravamo fermati sul nome “Il Crepuscolo”. Ma non eravamo soddisfatti. Poteva dar luogo ad equivoci […], dal sostantivo si sarebbe potuto trarne l’aggettivo “crepuscolari”, con il quale non ci sarebbe certo piaciuto di essere qualificati… Fu Nello Rosselli finalmente a suggerire: Chiamiamolo “Non Mollare”. E tutti fummo subito d’accordo”.
Gli scopi del “Non Mollare”, nelle intenzioni dei suoi fondatori, non erano tanto quelle di costituire un quotidiano di informazione, ma soprattutto quelle di disobbedire alle proibizioni impartite dal governo fascista, esercitando il diritto a promuovere il libero pensiero.
Regolarmente venivano stampate due o tremila copie, grazie al contributo volontario dei lettori e, nel giro di poco tempo, il giornale clandestino iniziò a circolare rapidamente.
“Chi riceve il bollettino”, si avvertono i lettori, “è moralmente impegnato a farlo circolare”. La distribuzione includeva i capoluoghi maggiori del centro-nord. Spettava a Rossi recapitare i pacchi del giornale ad amici che si chiamavano Riccardo Bauer, Umberto Morra di Lavriano, Gino Luzzatto, Camillo Berneri, Umberto Zanotti Bianco. Provvidenziale era il tramite ferroviario, assicurato, attraverso adepti devoti, dal ferroviere Traquandi. I contenuti vertevano su argomenti elementari, orecchiabili. Un posto rilevante assumeva la diffidenza verso gli oppositori ufficiali del fascismo, acquattati sulle pendici dell’ Aventino. Il giornale li considera verbosi, irresoluti, mollicci e attendisti.

Il numero 5, del febbraio 1925, tirò 25.000 copie grazie alla pubblicazione del memoriale di Filippo Filippelli, direttore del quotidiano fascista “Corriere Italiano” e proprietario dell’automobile sulla quale era stato ucciso Giacomo Matteotti, in cui Mussolini venne chiamato in causa come mandante dell’assassinio di Matteotti.

E un mese più tardi, nel n. 7, appariva una lettera in cui un capomanipolo della milizia fascista affermava che era stato il generale De Bono, “il senatore puttaniere”, ad ordinare che il deputato Giovanni Amendola venisse bastonato dagli squadristi.
“Il Duce deve vivere”, auspica il “Non mollare” nel suo numero 17, uno degli ultimi. “Deve vedere abbattuto, per volontà del popolo, il catafalco di delitti su cui si è innalzato. Deve trascinare nell’ ergastolo la catena al piede”.

Nell’aprile del 1925 i fascisti trovarono alcuni pacchetti del giornale nello studio di tre avvocati fiorentini. A questo punto per il gruppo del “Non mollare” l’esilio divenne una via obbligata.

Alcuni redattori della rivista “Non mollare”. Da sinistra a destra: Nello Traquandi, Tommaso Ramorino, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Luigi Emery, Nello Rosselli.

Nicolino Corrado

Reddito di cittadinanza – una ipotesi di lavoro per ritrovare il ruolo della sinistra, di A. Angeli

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“Reddito di cittadinanza, per l’Italia unica speranza. Onestà e dignità subito”: con questo slogan, cantato dalla testa del corteo del M5S, si è svolta sabato 20 maggio la marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza. Questo punto del programma dei cinquestelle non sembra suscitare nella sinistra del nostro paese alcun interesse. Anzi, si coglie una alquanto sorprendente noncuranza, quasi un fastidioso silenzio. In verità alcune voci si sono spinte fino a dichiarare la richiesta poco realistica, se non valutata poco interessante, per la difficile sostenibilità economica. Altri propongo invece, come alternativa, un reddito minimo garantito ( reddito di inclusione) guardato come un indispensabile ampliamento del welfare, a cui associare politiche orientate verso il pieno impiego in una visione di complementarietà dei due temi. Entrambe le proposte partono dalla considerazione che annota il basso tasso di occupazione, la lentezza con cui viaggia l’economia e la forte esposizione debitoria del paese, trascurando il fatto che ciò costituisce un ostacolo molto serio alla introduzione di un reddito minimo garantito di tipo universalistico.

Su questa materia sono varie e articolate le ipotesi alle quali riferirsi, anche se condizionate dal modo con cui è pensato il reddito minimo. Ad esempio:

a) garantire un reddito minimo a chi non ha un lavoro, ovvero risulta indigente;

b) mettere in atto forme di lotta alla povertà mediante una rete di protezione minima, che garantisca la sussistenza, legando gli adeguamenti alla rilevazione dell’ISTAT sui dati del minimo vitale;

c) riorganizzare e ridisegnare il sistema del welfare creando un unico referente per la gestione del sociale e delle risorse economiche.

Ovviamente, cassa integrazione e sussidi di disoccupazione, già esistenti e basati sulla contribuzione obbligatoria, continuerebbero a persistere sotto il Ministero del Lavoro e della Previdenza. Il reddito garantito dovrebbe quindi rivolgersi a chi ha esaurito o non ha accesso ai due strumenti: a) e b), destinandolo alle persone in cerca prima occupazione o indigenti

Seguendo l’andamento della disoccupazione richiamando i dati ISTAT, possiamo rilevare che il tasso di disoccupazione è stabile all’11,9%, mentre risulta in lieve calo quella giovanile. La fotografia dell’Istat effettuata su gennaio 2017 evidenzia che le persone in cerca di occupazione erano 3.097.000, in aumento di 2.000 unità su dicembre 2016 e di 126.000 unità su gennaio 2016. E’ il caso di ricordare che a gennaio 2016 il tasso di disoccupazione era all’11,6%. L’Istat ci spiega che  l’aumento dei disoccupati rispetto all’anno precedente insieme all’aumento degli occupati (236.000 rispetto a gennaio 2016) è dovuto al calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni pari a -461.000.

Sul fronte della disoccupazione giovanile Il tasso cala invece al 37,9% dal 39,2% di dicembre, quindi un -1,3 punti. Ne risulta che l’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni, sul totale dei giovani della stessa classe di età, risulta pari al 10,1%, risultando in calo di 0,6 punti rispetto a dicembre. Il tasso di occupazione dei 15-24enni permane stabile, mentre quello di inattività cresce di 0,6 punti.

Dal dato di gennaio si rileva che gli occupati crescono di 30.000 unità rispetto a dicembre, conseguendo quindi un +0,1% in percentuale e di 236.000 unità su gennaio 2016 ( dato assoluto) e +1 in percentuale. Tale aumento mensile, si rileva dalla nota dell’Istat, riguarda gli uomini e considera gli ultracinquantenni. Inoltre, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 risulta pari al 57,5% , cioè un +0,1 punti percentuali rispetto a dicembre. Gli occupati sono a quota 22.856.000. Per completare il dato prendiamo in considerazione quelli forniti dall’Eurostat , sull’andamento della disoccupazione dell’eurozona, che risulta stabile al 9,6% a gennaio 2017 rispetto a dicembre, mentre scende da 8,2% a 8,1% nella UE dei 28 ( includendo l’Inghilterra ) segnando in cifra il miglior risultato da gennaio 2009). Il dato italiano si attesta al quarto posto più alto dopo Grecia (23%), Spagna (18,2%) e Cipro (14,1%). Nel mese di gennaio, seguendo i dati dell’Eurostat, il tasso più basso si è rilevato a favore della Repubblica Ceca (3,4%) e della Germania (3,8%). Un dato positivo è Il calo della disoccupazione giovanile: nella zona euro passa dal 19,3% al 17,7%; mentre nella UE- dei 28 Paesi , passa dal 21,7% al 20%. Vale rilevare al proposito che in Italia resta la terza più alta d’Europa , dopo Grecia (45,7%) e Spagna (42,2%).

I dati ISTAT sulla difficile situazione sociale del Paese rilevata al 2015 stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale. Se accettiamo la definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020, le persone che si trovano almeno in una delle condizioni adottate , sono indicate secondo il rischio o situazione: di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

La quota è sostanzialmente equiparabile a quella rilevata al 2014 (era al 28,3%) che, in sintesi, segnala un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e il calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); permane invariata stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

Il Mezzogiorno risulta l’area più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale: il dato ISTAT segnala che nel 2015 le persone coinvolte sale al 46,4%, dal 45,6% dell’anno precedente; quota che risulta in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%), mentre la cifra che riguarda il Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.

Ancora: la rilevazione Istat segnala come le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti, sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale ( passano al 43,7% del 2015 dal 40,2% del 2014), quota che sale al 48,3% (dal 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l’inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013, dopo il calo registrato dal 2009 (complessivamente -12% che diventa -10% se si considera l’aggiustamento per dimensione e composizione familiare, cioè il reddito equivalente). Inoltre, la metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013; nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Fra le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro, una su due dispone di non più di 29.406 euro se si tratta di lavoro dipendente e di non più di 28.556 euro nel caso di lavoro autonomo. Per le famiglie che vivono prevalentemente di pensione o trasferimenti pubblici la somma scende a 19.487 euro.

Includendo gli affitti figurativi, si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale; il 20% più povero solo il 7,7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.

BREVE LETTURA DEGLI GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI OPERANTI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO

Nella tradizione della famiglia italiana il ruolo preminente del capofamiglia, cioè della figura che con il suo lavoro garantiva all’intero nucleo familiare il reddito necessario al suo sostentamento, ha decisamente influenzato l’evoluzione e l’orientamento giuridico dei sistemi di assistenza alla famiglia. Accadeva così che, se, per varie ragioni, l’unico percettore del reddito si fosse trovato nella condizione di non poter più provvedere a questa funzione, al sistema sociale vigente era affidato il compito di attivarsi secondo le condizioni che il sistema previsto. Questa caratteristica, comune alla maggioranza degli stati occidentali, è andata evolvendo nel corso del tempo, in specie dagli anni 60 in poi, in quanto è andata diffondendosi una cultura più aperta al ruolo della donna nel concorrere all’acquisizione di una parte del reddito familiare.

Con la nascita dello stato democratico e l’adozione della Carta Costituzionale, la struttura della società Italiana si regge quindi sul dettato previsto dall’art. 1 della Carta, che sintetizza inequivocabilmente il nuovo percorso socio-politico sul quale il Paese intende muoversi, affermando che:” che l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La Repubblica riconosce il diritto di ogni cittadino ad avere un lavoro e assume l’impegno affinché possa essere garantito a tutti, favorendo l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, attraverso l’eliminazione di quegli impedimenti di ordine economico e sociale che ostacolano la libertà dei cittadini e creano ingiuste disuguaglianze tra gli stessi.

Il lavoro, che la Carta riconosce come un diritto, diviene, al contempo, un dovere di ogni cittadino, al quale si richiede di contribuire al progresso materiale e spirituale della società, in specie se lo stesso abbia uno stato psico-fisico con lo renda capace al lavoro. In corrispondenza a tale contributo al lavoratore uomo o donna è previsto sia riconosciuta e assicurata una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’assistenza libera e dignitosa. Nel caso uno di essi diventi temporaneamente o permanentemente inabile al lavoro a causa di infortunio, malattia, invalidità o vecchiaia, invero, per motivi estranei alla sua volontà, venga meno il rapporto lavorativo, è riconosciuto Il diritto a ricevere l’assistenza dello Stato, in modo da non essere privato dei mezzi adeguati alle proprie esigenze di vita. Serve rilevare come l’ordinamento italiano preveda molteplici forme di assistenza al lavoratore disoccupato sotto forma di ammortizzatori sociali. In genere si tratta di sussidi economici di durata prestabilita per legge e di importo normalmente inferiore alla retribuzione prima percepita.

La dottrina che è venuta formandosi nel tempo in materia sociale, ha riformulato la nozione di “ammortizzatori sociali”, ritenendo estranee a tale sistema le indennità corrisposte in ragione dell’incapacità e inabilità lavorativa secondo le seguenti categorie : ad es. indennità per malattia o infortunio, pensioni di invalidità. Mentre ricomprende, invece, quelle che assistono il lavoratore in caso di interruzione o sospensione involontaria del rapporto lavorativo, erogate per un periodo d tempo ritenuto indispensabile al reperimento di una nuova occupazione o alla ripresa di quella sospesa, affinché il lavoratore non rimanga totalmente privo di risorse di sussistenza.

Il sistema degli ammortizzatori sociali è composto da molteplici strumenti. Nel tempo sono intervenute modifiche legislative che hanno accresciuto le differenze nelle modalità di applicazione di misure a sostegno del reddito e delle indennità. Generalmente gli ammortizzatori sociali sono classificati in tre categorie:

a) In caso di sospensione del rapporto di lavoro: trattamenti di integrazione al reddito (Cassa integrazione guadagni ordinaria

b) CIGO, e cassa integrazione guadagni straordinaria, CIGS) inclusi i trattamenti specifici per il settore agricolo e edile. In questa classe di interventi sono inclusi gli interventi in deroga della CIGS e i contratti di solidarietà nonché l’indennità di disoccupazione per i lavoratori sospesi.

c) b) In caso di cessazione del rapporto di lavoro: indennità di mobilità e indennità di disoccupazione.

d) c) Misure temporanee a sostegno dei lavoratori a tempo determinato, apprendisti e parasubordinati in regime di monocommittenza

Altri strumenti annoverabili come Ammortizzatori Sociali ed i relativi interventi di sostegno al reddito adottati sia a livello nazionale che a livello regionale, come accedere e le novità 2017:

-Assegno familiare (ANF) è una prestazione economica erogata ai lavoratori dipendenti in base a composizione famiglia (almeno due soggetti) e redditi dichiarati, che devono posizionarsi al di sotto dei

-Sussidio SIA, sussidio di inclusione attiva, potenziamento agevolazione per determinate tipologie di nucleo familiare, nuovi modelli di domanda;

-Cassa integrazione erogata dall’INPS e comprende: Sussidi agricoli, CISOA,DMAG e riguarda lavoratori agricoli, ( operai, impiegati, quadri e apprendisti, compresi i soci delle cooperative, apprendisti.

-Reddito Inclusione ( REI ) Al proposito è stato siglato il memorandum d’intesa sul reddito di inclusione (Rei) tra il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’Alleanza contro la povertà e il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Si tratta delle linee guida che definiscono i dettagli della nuova misura di contrasto alla povertà introdotta – in sostituzione di SIA, Carta Acquisti e ASDI – dal disegno di legge n. 2494, ovvero la Delega recante norme relative al contrasto della povertà, in termini di limiti di intervento e i requisiti per l’accesso al sussidio e di misure di supporto a livello…

-Maggiorazione assegno social

-Naspi durante il tirocinio, che non è un’attività lavorativa, di conseguenza il reddito che ne deriva è cumulabile con la Naspi: l’indicazione è contenuta nelle Linee Guida sul tirocinio.

-Pensione sociale e sussidi compatibili

-Sussidi ai terremotati: i beneficiari al sussidio sono i lavoratori delle zone colpite dal terremoto dello scorso anno (24 agosto e 26 ottobre 2016) e che, a causa di tale evento, hanno dovuto interrompere l’attività: Ministero del Lavoro e Regioni hanno siglato la Convenzione che consentirà di erogare fino a 4 mesi di sussidi a dipendenti, lavoratori autonomi, anche titolari di impresa, professionisti iscritti a qualsiasi forma obbligatoria di previdenza e assistenza e collaboratori coordinati e continuativi. Sospensione contributi sisma: domanda INPS L’indennità verrà erogata entro un limite di spesa…

-Reddito di inclusione,

-Ricollocamento disoccupati: si tratta di 30 mila disoccupati italiani, estratti a caso, (tra coloro che percepiscono la NASpI da almeno 4 mesi), stanno arrivando le prime lettere per beneficiare dell’assegno di ricollocamento.

-NASPI è possibile presentare la richiesta dopo aver sottoscritto un accordo di conciliazione non presso la DTL

-Sussidio Fondo integrazione salariale (FIS)

-Sussidi erogati dalle Regioni e dai comuni: i nuovi requisiti restano invariati rispetto al 2015 e 2016. Lo comunica l’INPS, con circolare 55/2017,

-APe Social,

-NASpI 2017, (assicurazione sociale per l’impiego )

-Dis-coll stabile, estesa a ricercatori e dottorati, così Il sussidio di disoccupazione Dis-Coll diventa strutturale:

-Premio alla nascita, la domanda, in via telematica, deve essere rivolta all’INPS e solo dopo il settimo mese di gravidanza

-Lavoratori Socialmente Utili-

-Assegno di natalità

-Assegni Familiari in part-time

-Fondo solidarietà personale del credito

Quelli elencati sono solo alcuni degli strumenti a cui la politica sociale del Paese ricorre, una diffusa e smagliata rete di interventi, che ingloba anche una mini serie di altre provvidenze che sfuggono alla contabilità generale, poiché la fonte di spesa è gestita direttamente dai Comuni o dalle Regioni. Ad esempio: sconti su metano, immondizia, integrazioni o interventi sociali a sostegno delle famiglie impossibilitate a pagare un canone d’affitto, altre iniziative difficili da rendicontare.  Tutto ciò, il sistema del Welfare nel suo complesso, ha una spesa che, direttamente o indirettamente, poggia sul bilancio dello Stato. Una lettura dei conti evidenzia come il Welfare del nostro Paese sia il più caro d’Europa.

Brevemente: la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 444,396 mld di euro, venendo a gravare per il 54,13% sulla spesa statale comprensiva degli interessi sul debito, rappresentando il 27,34% del PIL; un dato che ci proietta nella prima fila Europea. Una spesa enorme, inimmaginabile la possibilità di sostenerla per il futuro a favore delle giovani generazioni, sulle quali grava già l’enormità del debito pubblico.

Il Ministro Poletti afferma con convinzione che il sistema tiene e prospetta una sostenibilità nel tempo, sia sul versante delle pensioni che dei conti pubblici. Ma se stiamo alle cifre, guardando i dati del welfare del 2014, di cui si può disporre delle entrate tributarie, si replica con le stesse cifre pari a 444,507 mld, per ripetere questa performance occorrono tutti i contributi sociali per pensioni e prestazioni temporanee, quelli dell’Inail, tutta l’rpef, l’ires, lirap e kl 36% dell’Isos. Vale a dire tutte le imposte dirette, così che la restante spesa pubblica si finanzia con le imposte indirette.

Secondo i dati dell’IPNS la spesa pensionistica di tutte le gestioni è stata per il 2015 pari a 217,895 mld di euro, con un incremento rispetto al 2014 dello 0,82%, un dato contenuto dal basso livello dell’inflazione e all’applicazione della sentenza della Consulta in relazione alla rivalutazione, che il Governo Renzi ha applicato in termini riduttivi. C’è poi da considerare l’applicazione dei provvedimenti Fornero, da cui è pervenuta una spinta per le pensioni anticipate, che ha consentito nel 2015 il pensionamento di circa il 74% degli aspiranti sul dato del 2014.

La spesa reale, sottratte le entrate contributive a favore dello Stato da quella effettiva dei lavoratori e datori di lavoro, si attesa a quota 172,214 mld. che scende ulteriormente se si sottrae quanto incassa lo stato direttamente, la spesa totale si attesta a 159,164 mld di euro.

Un altro campo di spesa è quello dell’assistenza che nel 2015 ha riguardato circa 4.040.626 assistiti e 4.265.233 di altri assistiti mediante integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, quindi un totale di 8.305.859 beneficiari, vale a dire il 51,34% dei pensionati. Nella sostanza, il costo totale degli interventi assistenziali vale nel 2015 all’incirca 103,00 mld.

Se volessimo completare la riflessione su questa parte, riportando quanto negli altri Paesi dell’Europa viene fatto per il Welfare e speso per il sostegno alle politiche sociali, sicuramente ciò sarebbe utile ma ci allontanerebbe dal nostro proposito che, in definitiva, resta quello di capire come muoverci nella direzione di una politica a favore del reddito di cittadinanza. A ciò si lega il quadro delle risorse economiche e dove cercarle e a quale fasce di società destinare l’intervento. Un intervento, si badi bene, che si pone in alternativa al reddito di inclusione, su cui l’attuale Governo e la maggioranza che lo sostiene si stanno muovendo con atti decisivi.

D’altro canto una rapida attenzione alla contabilità ci rende immediato l’ordine dei fattori su cui costruire anche una minima ipotesi. Infatti, partendo dall’analisi effettuata finora, è possibile svolgere un calcolo riguardo al costo di un eventuale reddito di base incondizionato e pari a 600,00 Euro mensili, cioè all’anno 7.200,00 Euro netti, pari alla soglia di povertà accettata statisticamente. Si potrebbe poi proseguire per fasce di indigenza, adottando i dati forniti dall’ISTAT, fino all’ultima fascia della povertà assoluta che, a seconda della condizione del calcolo, fornirebbe una cifra che oscillerebbe dai 32,346 mld di euro a quella massima di 46,356 mld.

In conclusione di questa riflessione, sulla base dei calcoli statistici che qui non sono riprodotti, anche per il fatto che in certi casi i dati sono purtroppo approssimati e non aggregabili per mancanza di indagini e analisi ( e anche per non appesantire questa breve nota), è evidente una insostenibilità economica concreta di un eventuale progetto volto ad introdurre il reddito di cittadinanza universalistico. Un rilievo che non è privo di alternative, che potrebbero però profilarsi nel caso di un sistematico e profondo riordino di tutto il Welfare e di una revisione del sistema fiscale, in specie per la parte delle deduzioni e detrazioni che, secondo una linea presente in molti economisti, possono essere riaggiornate con notevoli risparmi per l’erario e lo Stato.

Quindi, la storia non dovrebbe finire qui. Chi scrive ritiene che nonostante le difficoltà del bilancio pubblico, i dati della disoccupazione, la diffusa povertà ed esclusione sociale, la lentezza che l’economia registra e la difficoltà in cui si trova il sistema bancario; insomma nonostante il paese non viva uno dei suoi momenti migliori anche la sola riflessione riguardante l’introduzione del reddito di cittadinanza implica un cambio ideologico e di mentalità, al punto da potersi considerare una svolta rivoluzionaria del pensiero della sinistra.

La sociologia – e la storia della sinistra – ci ricorda come la maggior parte delle persone lavora solamente per guadagnarsi un reddito per vivere; il lavoro non è fine a se stesso ma è finalizzato solo ad ottenere una remunerazione. Sicuramente uno strumento di difesa come quello individuato nel reddito di cittadinanza, conferirebbe coraggio al cittadino, una maggiore fiducia e credibilità verso le istituzioni, e a nessuno verrebbe la tentazione di ottenere profitti a discapito di altri.

Certo, questa prospettiva introduce problemi di grande rilevanza sia sotto l’aspetto dell’equità che di quello della giustizia e della coerenza. Intanto con la parola universalità già si introduce un tema delicato che riguarda una delicata questione relativa alla definizione di cittadino. Sappiamo che  la cittadinanza italiana è regolata dal cosiddetto “ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. Nella sostanza, tale concetto significa che è cittadino italiano chi nasce da genitori con cittadinanza italiana, o se è nato sul territorio italiano con entrambi i genitori ignoti o apolidi oppure se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale appartengono. Infine, acquisisce cittadinanza italiana per nascita anche il figlio di ignoti trovato nel territorio italiano nel momento in cui non viene provato il possesso di un’altra cittadinanza. La stessa normativa stabilisce delle eccezioni, dando la possibilità di acquisire la cittadinanza attraverso lo “ius soli”, diritto di territorio; infine, vi è la possibilità di acquisire la cittadinanza tramite il matrimonio se si è in presenza di determinati requisiti il coniuge, che sia straniero o apolide, di cittadino italiano, acquisisce la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risiede legalmente per 2 anni in Italia. Questi sono alcuni casi che presuppongono comunque una presa di coscienza della diversità di normativa, più favorevole, che viene applicata in altri Paesi dell’Europa.

D’altro canto, in un mercato del lavoro sempre più flessibile e precarizzato come l’esperienza del nostro paese ci ricorda, dove diventa sempre più facile perdere anziché trovare un nuovo lavoro, un dispositivo di reddito di cittadinanza permetterebbe al cittadino posto fuori dal mercato di avere una continuità economica per i periodi in cui il mercato non offre possibilità di reimpiego; ciò costituirebbe un aiuto positivo innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso. Sempre per quanto concerne il livello sociale, attraverso un dispositivo di questo genere, è possibile prevenire l’esclusione sociale degli individui con un reddito non continuo ed esiguo, ovviamente mantenendo un rigido controllo sugli utenti del beneficio per evitare comportamenti tesi a violare la natura e lo scopo specifico del reddito di cittadinanza

Questo comporta un ‘controllo’ sulla effettiva disponibilità a lavorare e ad accettare le proposte di lavoro che gli Enti preposti alla formazione e assistenza al quel cittadino formuleranno al proposito. Questo rischio è richiamato con forza da coloro che contrastano o sono decisamente contrari all’introduzione del reddito di cittadinanza. I beneficiari potranno quindi decidere se un lavoro è coerente con le proprie competenze, decidere se trasferirsi o meno per lavorare, e non essere obbligati a farlo. Con la presenza di un dispositivo di questo genere, è possibile combattere il lavoro nero, ci sarebbero meno presupposti per incoraggiarlo, in quanto si è dotati di un minimo vitale e anche perché, nel momento in cui si compie il reato, vi è la sospensione del sussidio.

Dopo aver esposto le caratteristiche principali del sistema attuale delle politiche per il sociale del nostro paese e delle sue lacune, dagli ammortizzatori sociali ai fenomeni di precarietà, disoccupazione ed esclusione sociale, senza ignorare le difficoltà politiche e poi quelle economiche, si può concludere sostenendo che il reddito di cittadinanza si prospetta come una variabile politica innovativa e concettualmente ( ed economicamente ) percorribile. Poiché, incamminandosi su questa strada, la sinistra può ritrovare il ruolo che la storia le ha assegnato, essendo questo il terreno del sistema sociale su cui ha costruito la lotta e la prospettiva del cambiamento politico. Qui, può recuperare il suo ruolo e ritrovare il consenso necessario per porsi come l’unica alternativa al populismo .

Alberto Angeli 
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NB: i dati sono rilevati da:

INPS, ISTAT, Banca d’Italia, Eurostat, OO.SS., Centro Studi Conf.a

Il 1° Maggio 1947, nel racconto di Serafino Petta, ultimo sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra

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Portella della Ginestra

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Due giorni fa, al “Giornale di Sicilia”, l’ultimo sopravvissuto all’eccidio dei lavoratori avvenuto a Portella della Ginestra il 1° Maggio 1947 ha lasciato la sua testimonianza importante, che vogliamo ricordare anche noi per capire il valore del 1° Maggio che quest’anno CGIL, CISL e UIL hanno deciso di festeggiare uniti proprio in quella località, per non dimenticare. Questo il suo racconto:

“Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari”, racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Pett, l’ultimo sopravvissuto alla strage di contadini di Portella della Ginestra, che fece 12 morti e 27 feriti.

“Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito – continua -. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare”.

“A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari – spiega Petta -. Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame”.

“Un mese dopo successe però una cosa importante – dice con orgoglio – Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ’52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti”.

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La fonte di questo articolo è consultabile al link  http://palermo.gds.it/2017/04/30/portella-della-ginestra-la-strage-negli-occhi-dellultimo-sopravvissuto-ora-la-mafia-e-nei-palazzi_659736/

Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato 10 anni fa. Ha perso valori, forma, storia e ambizione maggioritaria, di C. Maltese

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CONFERENZA STAMPA LISTA TSIPRAS

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Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato dieci anni fa. E non solo perché oltre la metà dei 45 padri fondatori se ne sono già andati e altri seguiranno. Di quel partito ha perso i valori, la forma, il forte ancoraggio alla storia della sinistra italiana e infine l’ambizione maggioritaria. Nei fatti il Pd è diventato da unico partito strutturato d’Italia a ultima lista personale, il PdR, simile a Forza Italia di Berlusconi o alla Lega di Salvini. Si è convertito al personalismo proprio quando questo modello sembra superato dalla storia. La mutazione genetica del Pd si è dunque compiuta, come temeva Eugenio Scalfari ai tempi del duello Bersani-Renzi. Il Pd è ora un partito di centro che guarda a destra. Alle prossime elezioni sarà alleato, sia pure non dichiarato, del diavolo in persona, Silvio Berlusconi, del quale del resto Renzi condivide in pieno il programma sociale, la visione d’Italia, la retorica ottimista e finanche la posizione sull’Europa.

La leadership, lo stile, la politica e le alleanze del PdR sono del tutto chiare. Meno chiaro è il peso elettorale del nuovo soggetto. I sondaggi lo accreditano di un 25-30 per cento, sopra o sotto di poco al Movimento 5 Stelle. I dati del voto reale raccontano un’altra storia. Nella storia del Pd la partecipazione al voto delle primarie ha sempre annunciato il risultato elettorale delle elezioni successive. Le primarie del Pd di Veltroni portarono ai gazebo 3,5 milioni di persone e il partito ottenne l’anno dopo il 33,4. Con Bersani segretario il Pd scese sotto i tre milioni di voti alle primarie e ben sotto il 30 per cento alle politiche. Se questo calcolo ha un senso, e forse ne ha uno più autentico dei sondaggi, oggi il Pd di Renzi faticherebbe a toccare il 20 per cento. Naturalmente i renziani sono troppo furbi per non aver sparso alla vigilia stime talmente basse da poter festeggiare oggi il milione e 800 mila votanti. Ma si tratta di un dato assai deludente, in una fase in cui in Italia e in Europa, come testimoniano tutte le elezioni e i referendum, i popoli hanno riscoperto l’arma del voto.

Un Pd a immagine e somiglianza di Matteo Renzi, con un peso elettorale ridotto e un’alleanza organica col berlusconismo, pone le condizioni perché anche in Italia nasca un’ampia area di sinistra alternativa, com’è stato prima nella Grecia di Syriza, quindi nell’Irlanda del Sinn Fein, nella Spagna di Podemos e ora nella Francia Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Occorre che a sinistra del Pd i molti leader e partitini facciano un passo indietro, mettendo da parte i narcisismi, e due in avanti, convocando una grande assemblea unitaria, aperta alla società, alle associazioni, ai sindacati e soprattutto ai milioni di cittadini di sinistra che oggi non hanno più una casa politica. Non c’è molto tempo per i distinguo. Renzi sta per staccare la spina al governo e si rischia di andare alle prime elezioni della storia repubblicana senza una vera sinistra. Fate presto.

Curzio Maltese

Tratto dal Blog dell’ Huffington Post del 1° Maggio 2017   http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/con-il-voto-delle-primarie-il-pd-ha-rottamato-se-stesso_a_22063615/

Su Antonio Gramsci: i “Quaderni dal carcere”, libro 5, “Letteratura e vita nazionale”, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Note informative:

Il corposo lavoro di Antonio Granisci sulla letteratura venne pubblicato nel lontano 1947 e riguardava, per la maggior parte, la Letteratura e la vita nazionale. I Suoi lavori suscitarono un grande interesse e ammirazione, anche per la considerazione che si trattava di un l’intellettuale comunista, che morì nel 1937 dopo aver passato 11 anni nelle carceri fasciste. E tuttavia, non mancarono giudizi contrastanti sul valore culturale del lavoro Gramsciano. Infatti, non pochi critici ritennero come queste note potessero formare la base per una vera e propria estetica marxista; altri, riconobbero che vi erano degli elementi interessanti per una sociologia della letteratura. Alcuni opinionisti vollero invece evidenziare come il metodo Gramsciano, di trattare i problemi estetici in senso stretto, si avvicinasse a quello tradizionale del Croce. Altri intellettuali, dopo il presunto fallimento del neorealismo, ( del quale consideravano Gramsci una specie di teorico e animatore) sostenevano, riposando il loro giudizio su un concetto più politico che letterario, che lo scopo precipuo delle note Gramsciane, era quello di privilegiare una letteratura populista a sostegno di un movimento democratico-riformista.

La diversità dei giudizi verso l’opera del Gramsci riposa su una incompleta e talvolta poco attenta considerazione del pensiero Gramsciano, così come ci è stato trasmesso senza valutare la difficoltà delle condizioni generali in cui l’opera dell’autore è stata scritta. Gramsci fu arrestato nel novembre del 1926 e condannato nel giugno del 1928, a vent’anni di carcere per «impedire a questo cervello di funzionare» . Sono queste le parole testuali del pubblico ministero. Soltanto nel febbraio del 1929, dopo diversi tentativi, gli fu dato il permesso di prendere appunti di quanto gli veniva concesso di leggere, un evento , comunque, che gli diede finalmente la possibilità di realizzare il suo piano di studio, come risulta già nel marzo del 1927 da una lettera inviata alla cognata:

Sono quattro soggetti presi in esame : A) una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel XX secolo, cioè una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro tendenze culturali e politiche, le affinità e le adesioni a gruppi di interesse secondo le correnti della cultura. Ancora: il pensiero prevalente e le modalità di rappresentarlo. B). Uno studio sulla linguistica comparata, ovvero, limitatamente alla parte metodologica e puramente teorica dell’argomento. C). Uno studio del teatro di Pirandello e delle sue commedie, senza trascurare il fenomeno inerente alla trasformazione del gusto teatrale italiano, come capacemente Pirandello ha saputo rappresentare e ha contribuito a determinare. D). Un saggio sui romanzi d’appendice e il gusto popolare italico in letteratura.

Una premessa: i quaderni raggiunsero il numero di 32 con 2.848 pagine, poi pubblicati in sei volumi, col titolo complessivo di Quaderni del carcere. Devo ricordare al proposito che c’’ è uno schema, che oltre agli argomenti nominati nella lettera alla cognata, specificamente comprende : Cavalcante Cavalcanti, ovvero la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia; e la questione della lingua in Italia: Manzoni e G. I. Ascoli.

Bisogna evidenziare che a causa delle disastrose condizioni di salute, della lentezza e irregolarità con le quali riceveva i libri e le pubblicazioni segnalate ai parenti, quando non gli venivano negati, le annotazioni di Gramsci si limitano ad essere degli appunti o richiami sparsi nei diversi quaderni; oppure semplici spunti, per una ulteriore elaborazione e sistemazione in quanto non destinati alla pubblicazione. Peraltro, si deve tener presente che questi appunti vennero pubblicati dopo 15 o 25 anni e che i suoi articoli, scritti dal 1915 al 1926, su riviste e giornali, che in parte integrano i Quaderni del carcere, furono pubblicati (in cinque volumi) dal 1954 al 1971 e cioè addirittura 40, 50 anni dopo.

L’incipit sulla letteratura e vita nazionale si apre con le famose frasi :

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi

Per Gramsci significa che bisogna assumere questo atteggiamento e vedere in quale nuovo contesto letterario-culturale-politico inserirlo. A seguito di questa procedura acquisitiva, del contenuto e del testo, secondo Gramsci due scrittori possono rappresentare (ovvero esprimere) lo stesso momento storico-sociale, ma uno può essere espressivamente artista, mentre l’altro, per incompletezza, trasformarsi in un semplice untorello. Per questa ragione, secondo Gramsci, sfumare la questione, limitandosi a descrivere ciò che i due tipi di espressione culturale rappresentano o esprimono socialmente, cioè riassumono in termini grammaticali e disciplinari, più o meno bene, le caratteristiche di un determinato momento storico-sociale, significa non sfiorare neppure il problema; e questo perché: «Un determinato momento storico non è mai omogeneo, anzi è ricco di contraddizioni». Ma ciò presuppone che si instauri una lotta, e allora “è rappresentativo del ‘momento anche chi ne esprime gli elementi ‘reazionari’ e anacronistici”, ma soprattutto: “chi esprimerà tutte le forze e gli elementi in contrasto e in lotta, cioè chi rappresenta le contraddizioni dell’insieme storico-sociale”.

Riprendendo da dove abbiamo concluso la prima parte, relativamente alla domanda che Gramsci si pone in merito alla parola d’ordine del Gentile:

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi”

Gramsci risponde affermando che solo partendo da tali presupposti si può comprendere e quindi interpretare letterariamente il rapporto De Sanctis-Croce e valutare culturalmente le polemiche sul contenuto e forma dell’arte letteraria che coinvolge i due intellettuali, e ciò per la diversità del “metodo grammaticale” a cui diversamente ricorrono i due interpreti. Direttamente, perché rileva Gramsci, come la critica del De Sanctis sia militante, ( per la sua posizione politica ) priva di quella necessaria “freddezza linguistica” estetica, per cui diviene inevitabile una critica ad una impostazione che recupera un pensiero che appartiene ad un periodo di lotte culturali, di contrasti tra concezioni della vita antagonistiche. Per questo, allora, tutto ruota attorno alle analisi del contenuto, alla critica della «struttura» delle opere, da cui ne scaturisce una manchevolezza linguistica, che rende allora labile una linea di coerenza logica e storico-attuale delle masse, perché riduce o sminuisce il contenuto dei sentimenti rappresentati artisticamente nel la rievocazione delle esperienze della tradizione che, incondizionatamente, sono legate a questa lotta culturale: proprio in ciò allora è possibile cogliere l’aspetto qualitativo della struttura letteraria, nel quale pare consista la profonda umanità e l’umanesimo del De Sanctis, (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883 è stato uno scrittore, critico letterario, politico, Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo italiano), che rendono tanto simpatico anche oggi il critico.

Tuttavia, non si può sottacere come la riscoperta di De Sanctis da parte di Gramsci riguardi soprattutto il metodo e con esso l’impegno dell’artista e l’atteggiamento dell’uomo, che lottò per la creazione in Italia di una nuova cultura; mentre, con minore entusiasmo, Gramsci intese valutare i contenuti della sua critica, soprattutto per il contenuto «aristocratico» che in essa prevaleva. Sebbene quindi non si possa accettare la critica del De Sanctis tout court, è altrettanto evidente per Gramsci che il metodo a cui ricorrere nello svolgere una critica letteraria, propria della filosofia della prassi, è offerto dal De Sanctis, non dal Croce o da chiunque altro (meno che mai dal Carducci). E’ appunto ricorrendo alla filosofia della prassi, per acquisire una consapevolezza critica e rinnovare i caratteri di un pensiero critico moderno, a favore della quale Gramsci insiste affinché da essa si fondi la lotta per una nuova cultura, cioè per un nuovo umanesimo, una critica politica del costume, dei sentimenti e delle concezioni del mondo; solo in questo modo, con la critica estetica o puramente artistica nel fervore appassionato, sia pure nella forma del sarcasmo, il mondo si muove verso una nuova rifondazione della cultura. Per questo, ai suoi occhi, Il modello non può essere quello trasmesso da Croce, appunto perché rappresenta, in ultima analisi, una fase conservatrice e difensiva della cultura.

Al proposito, è da richiamare la particolarità del movimento creatosi intorno alla rivista la Voce (1908-16. Rivista di cultura fondata a Firenze nel 1908 da G. Prezzolini; pubblicata dapprima con periodicità settimanale, poi (1914) quindicinale, fu diretta dallo stesso Prezzolini (eccettuato un breve periodo, aprile-ottobre 1912, in cui la direzione passò a G. Papini), quindi (dicembre 1914- dicembre 1916) da G. De Robertis. Alla rivista si affiancò la Libreria della V., che pubblicò volumi e specialmente ‘quaderni’, di natura sia critico-storica, sia creativa), un movimento che ebbe una notevole importanza nel corso di quel periodo storico, che influenzò e arricchì la formazione giovanile di Gramsci, una fase di piena maturità intellettuale, che spronò la sua curiosità intellettuale affinché la sua rivista, Ordine Nuovo (1919-20 – L’Ordine Nuovo è stata una pubblicazione a periodicità variabile fondata a Torino il 1º maggio 1919 da Antonio Gramsci ed altri intellettuali socialisti torinesi (Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini). L’Ordine Nuovo dichiarava il suo programma di rinnovamento sociale e proletario nelle Battute di preludio scritte dallo stesso Tasca.), divenisse per il proletariato quello che la Voce era stata per la borghesia progressista, cioè un movimento rivolto ai fermenti dinamici della cultura e che, «lottando per una nuova cultura», promuovesse «indirettamente, anche la formazione di temperamenti artistici originali», anche se, invero, «non poteva creare artisti di una singolarità eclatante al punto da assumere il ruolo di una guida spirituale per la nascente formazione culturale nel campo della letteratura. E’ proprio con riferimento a questa considerazione, che egli sostiene come questo fenomeno si manifesti ogni volta che un nuovo gruppo sociale fa il suo ingresso nella storia con atteggiamenti egemonici.

Allora si evince come per Gramsci il problema stia proprio nella capacità di organizzare la lotta per una nuova cultura, spostando con gradualità l’accento dagli aspetti strettamente estetici a quello della critica, perseguendo l’obiettivo mediante la prassi. Nonostante questo rilievo, tale orientamento non motiva l’idea secondo la quale egli, con questa impostazione teorica, ritorni a un rozzo sociologismo, rinunciando al bagaglio teorico da lui costruito e inseparabile dagli elementi ormai acquisiti, sul piano del ragionamento e dell’analisi sia dal marxismo, che dalla moderna critica letteraria in generale. Per esempio, egli ammette la possibilità di operare una sintesi fra contenuto e forma, anche se in lui è palese una concezione diversa da quella Crociana, che però non esclude che si possa esprimere un giudizio estetico dell’opera d’arte e non soltanto culturale-storico-politico.

Muovendosi in questa prospettiva e dedicando molta attenzione alle implicazioni teoriche, approfondisce e chiarisce il presupposto, che prospetta come principio, secondo cui nell’ opera d’arte ci si deve limitare alla ricerca del carattere artistico, senza esclude che tale ricerca si rivolga anche a quella massa di sentimenti, di atteggiamenti verso la vita e delle sue tendenze, che nel concepimento dell’autore sia attivamente messa in circolo nell’opera d’arte stessa. Questa interpretazione ci induce a poter esclude che un’opera sia considerata bella per il suo contenuto morale e o politico, invece che per la sua forma, in cui il contenuto astratto si è fuso e immedesimato . E’ questo un criterio di interpretazione presente ovunque nelle pagine di letteratura e di vita nazionale, che si connette ad un’altra considerazione, anch’essa trascurata se non ignorata, anche se è stata sostenuta e fatta propria della critica letteraria marxista operante ad ogni latitudine, e cioè il principio della piena autonomia dell’ arte dalla politica.

Non spetta all’ uomo politico o a chi esercita il potere imporre una tendenza mediante la quale esercitare un’influenza sulla formazione artistico- culturale del suo tempo, determinando così le premesse perché si affermi un certo orientamento o che si formi un determinato mondo culturale, poiché ciò costituirebbe un’attività politica, non di critica artistica: se il mondo culturale, per il quale si lotta, è un fatto vivente e necessario, la sua espansività sarà irresistibile, esso troverà i suoi artisti. Ma, se nonostante la pressione, questa irresistibilità non si vede e non opera, significa che si trattava di un mondo fittizio e posticcio, elucubrazione cartacea di mediocri che si lamentano che gli uomini di maggior statura non siano d’accordo con loro. Gramsci prosegue: “Per l’uomo politico ogni immagine ‘fissata’ a priori è reazionaria”, perché egli “considera tutto il movimento nel suo divenire» e “immagina l’uomo come è e, nello stesso tempo, come dovrebbe essere per raggiungere un determinato fine; il suo lavoro consiste appunto nel condurre gli uomini a muoversi, a uscire dal loro essere presente per diventare capaci collettivamente di raggiungere il fine proposto, cioè a “confermarsi al fine”. Mentre l’artista deve avere “immagini fissate e colate nella loro forma definitiva”, perché egli «rappresenta necessariamente ciò che c’è, in un certo momento, di personale, di non-conformista, ecc, realisticamente”. Prosegue Gramsci: “perciò l’uomo politico come tale non sarà mai contento dell’artista e non potrà esserlo: lo troverà sempre in arretrato coi tempi, sempre anacronistico, sempre superato dal movimento reale”.

Fra gli studiosi di Gramsci ve ne sono alcuni che vedono in queste linee di studio e di interpretazione dell’arte della letteratura e dell’estetica non una critica generica e generale, una lettura astratta dei valori artistici al momento dominanti, ma una continuità della lezione di Croce. In questo senso molti di costoro si spingono fino a considerare l’elaborazione Gramsciana come un’ operazione di recupero degli elementi dell’ estetica e della critica Crociana, nonostante le dichiarazioni e le inequivocabili produzioni e analisi teoriche di Gramsci. Una interpretazione, quella di chi ha voluto dare del pensiero di Gramsci un approssimarsi al Croce che, invero, appare come un’operazione non conforme all’analisi che Gramsci sviluppa al proposito. Da parte di questi Studiosi si perviene a stabilire una connessione logica che muove nell’ambito dell’estetica per collegare il neoidealismo di Croce al marxismo di Gramsci; sebbene questi ne neghi in modo inequivocabile la sussistenza teorica e grammaticale; per esempio: quello di «poesia» e «non poesia», e metta in atto una rimozione di alcuni elementi incongruenti dell’estetica Crociana. Nella sostanza, essi affermano ( ma su questo si dovrà ritornare in altri studi): l’elaborazione teorica di Gramsci offre una serie di spunti importanti per una sociologia della letteratura, dalle quali si evince comunque una netta distinzione fra critica estetica e critica politica, senza per questo palesare la pretesa di avere individuato nella sua elaborazione una originale teoria estetica.

Per non rimanere nell’astratto ricorriamo ad una dimostrazione di questa “revisione”, condotta con una certa elaborazione da parte di Gramsci dell’ estetica Crociana, si rintraccia, secondo Bartolo Anglani, (Bartolo Anglani è docente di Letterature comparate all’Università di Bari, dopo aver a lungo insegnato in Francia e negli Stati Uniti. Studioso di Gramsci, al quale ha dedicato lunghi anni di ricerca, ha pubblicato anche numerosi saggi sulla letteratura del Settecento europeo: da Goldoni ad Alfieri, da Rousseau a Parini, da Baretti a Ortes), nel tentativo che Gramsci affronta in una delle sue rare critiche letterarie, riprodotte appunto nei quaderni, nell’intento di dimostrare come la distinzione operata da Croce, fra poesia e struttura, che invero non avrebbe alcuna funzione poetica, sia una distinzione fittizia. Non si tratterebbe, dice l’ Anglani, di un superamento, ma precisamente di una revisione tout court dell’estetica elaborata dal Croce.

Fino a qui il lavoro di comprensione degli studi sulla forma artistica ed estetica della letteratura, condotte da Gramsci, è stata formulata mantenendo un approccio generale, e quindi deideologizzando il contenuto della critica e delle elaborazioni, senza per questo ignorare l’aspetto mondano tra la forma espressiva, che a mezzo dell’arte si trasmette, e il suo pensiero sociale e politico, idealmente legato alla sua visione della produzione artistica. Una lettura del materiale su cui è elaborata l’ analisi di Gramsci è quella del decimo canto dell’lnferno; quel canto che, comunemente, viene chiamato “il canto di Farinata” ( Manente Degli Uberti, detto Farinata, fu uno dei principali capi dei Ghibellini a Firenze nel primo Duecento. Con l’appoggio di Federico II di Svevia nel 1248 cacciò i Guelfi, che tornarono dopo il 1250; fu uno degli artefici della disfatta guelfa di Montaperti (1260) e nel successivo convegno di Empoli fu l’unico a opporsi alla proposta di radere al suolo Firenze. Dopo Benevento (1266) i Guelfi tornarono a Firenze e i discendenti di Farinata, morto nel 1264, furono esiliati. Farinata fu accusato di eresia, processato dopo la sua morte e condannato (nel 1283 le salme di lui e della moglie furono riesumate e disperse). Le cronache ci riportano come Gramsci si fosse più volte interessato a questo canto, sul quale aveva lavorato sia prima che dopo l’incarcerazione.

Le osservazioni su cui Gramsci dispiega l’interesse possono essere riassunte secondo questo schema: nel X canto: «sono rappresentati due drammi, quello di Farinata e quello di Cavalcante, e non il solo dramma di Farinata». “Se non si tiene conto del dramma di Cavalcante, in quel girone non si vede in atto il tormento del dannato: la struttura avrebbe dovuto condurre ad una valutazione del canto più esatta, perché ogni punizione è rappresentata in atto”. “La parola più importante del verso ‘ Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno ‘ non è ‘cui’ o ‘disdegno’ ma è solo ebbe. Su ‘ebbe’ cade l’accento ‘estetico’ e ‘drammatico’ del verso ed esso è l’origine del dramma di Cavalcante, interpretato nelle didascalie di Farinata: e c’è la ‘catarsi’”. “Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia, è un elemento necessario del dramma che si è svolto”. Qui, come si coglie, Gramsci dà un’interpretazione mediante cui valorizza l’estetica dispositiva dell’atto proposto nel X canto, assimilandolo ad una espressione poetica e di forte tensione drammatica della rappresentazione.

Giuseppe Petronio, ((Marano di Napoli, 1º settembre 1909 – Roma, 13 gennaio 2003- critico letterario e accademico italiano e fervente antifascista, nel dopoguerra approdò al Marxismo e iniziò a dedicarsi a una intensa attività politico-sindacale con il Partito Socialista Italiano e in seguito con il Partito Comunista. Per lui sono stati usati i termini di “storicismo marxista”, “umanesimo laico”. Fece parte dell’Associazione per la difesa della scuola laica di Stato” Il suo pensiero è stato definito con i termini: “socialismo umanitario”, e spregiativamente quelli di “veteromarxismo” e “sociologismo”, ma un fatto è certo: egli seppe raccogliere le istanze di una società che – uscendo dalla paralisi del regime totalitario e dalla guerra – aspirava a modificarsi in senso democratico), con la sua critica alle scontate gerarchie di valore, con la sua attenzione a le forme della produzione letteraria, anche a quelle più screditate, senza con ciò negare una certa influenza del Croce che, per esempio, nella sua sintesi tra forma e contenuto e messo in guardia dall’avventurarsi meccanicamente dall’associare il giudizio storico al giudizio estetico, si pronuncia a favore di una idealizzazione dell’arte e dell’estetica, come emerge dalle pagine del Gramsci, nelle quali egli rileva gli esiti rivoluzionari dell’approccio marxista alla letteratura,

Si tratta, a ben vedere, di una tensione ideale, di un giudizio di valore sociale, tipico del sociologismo, quini non assimilabile ad una prerogativa esclusiva dell’ estetica crociana, tuttavia sempre presente negli scritti di Marx ed Engels, in specie negli sviluppi teorici e filosofici, la cui attenzione è rivolta ai problemi letterari. Essi dicono infatti che Gramsci ritorna, al di là del neoidealismo, a Hegel negando con ciò la dialettica di Croce dei distinti e sostituendola con quella degli opposti. E quando Gramsci afferma che l’arte è forma, allora è sottinteso che la forma è condizionata dal contenuto, il quale è sempre storicamente determinato. E, al proposito scrive Gramsci: “ristabilire un nesso necessario ed organico tra la forma dell’opera d’arte ed il suo contenuto, significa riaffermare la piena storicità dell’opera d’arte, cioè il nesso del tempo e dello spazio che racchiude l’essenza che lega l’arte e la storia”. Infatti, domanda Gramsci, citando un passo del Croce, che cosa vuoi dire in concreto: “rifare l’uomo» e “rinfrescare lo spirito” per far sorgere una nuova letteratura ? E Gramsci risponde cosi alla domanda : “La letteratura non genera letteratura, come le ideologie non creano ideologie, le superstrutture non generano superstrutture altro che come eredità di inerzia e di passività: esse sono generate, non per “partenogenesi» ma per l’intervento dell’elemento «maschile», è la storia, l’attività rivoluzionaria che crea il “nuovo uomo”, cioè, come in un preparato chimico, è il determinarsi di nuovi rapporti sociali che crea le condizioni delle quali l’uomo si serve per fare la storia.

Da queste considerazioni emerge in linea dialettica iI superamento del neoidealismo, anche se per il modo netto con cui è determinato non sembra impossibile conciliare, in via torica, come pretendono alcuni, il neoidealismo con il marxismo di Gramsci, come esso risulta dalla citazione riportata. Questa interpretazione rende plausibile affermare che Gramsci, dell’estetica del Croce, ha rifiutato l’impostazione generale conducendo la sua analisi a lambire solo qualche elemento, mentre la forza della sua teoria si è spinta su un piano superiore fino a raggiungere una nuova sintesi col marxismo. Tuttavia, questo non significa che Gramsci abbia elaborato un’ estetica marxiana, cosa che non risulta, dalla lettura del testo; nelle sue intenzioni, in primis se valutato come uomo politico, anche se, invero, un’estetica di questo tipo non può non prendere in considerazione la sua elaborazione.

Dunque, da queste prime riflessioni specifiche sui problemi letterari e considerato il contenuto elaborativo del suo pensiero, maturato non soltanto sui Quaderni del carcere ma anche negli articoli sull’Avanti degli anni 1915-26, non deve accogliersi come improbabile la rivelazione che ci porta a svelare come Gramsci giunga a formulare il concetto di “nazionale-popolare”, formulazione assunta per definire una letteratura che contribuisca al raggiungimento dell’unità culturale e politica della nazione, per meglio corrispondere alle esigenze intellettuali e morali del popolo. che, mentre all’estero è stata soddisfatta, non ha trovato in Italia la possibilità di venire realizzata, per il fenomeno negativo che vede gli intellettuali costituire una casta distaccata dal popolo, con spirito di corpo.

Muovendo da questa analisi storica, che lo induce a svelare come la letteratura italiana abbia un carattere prevalentemente non nazionale-popolare, Gramsci si domanda perché: “nessuno ha mai presentato questi problemi come un insieme collegato e coerente”, anche se “ognuno di essi si è ripresentato periodicamente a seconda di interessi polemici immediati “? “Ma”, continua: “ forse è vero che non si è avuto il coraggio di impostare esaurientemente la questione, perché da una tale impostazione rigorosamente critica e consequenziaria si temeva derivassero immediatamente pericoli per la vita nazionale unitaria”. Fino al 500 c’è stato un filone popolare, legato alle “forze sociali sorte col movimento di ripresa dopo il Mille e culminato nei Comuni; dopo il 500 queste forze perdono di vitalità e avviene il distacco tra intellettuali e popolo». Mentre «l’assenza di una letteratura nazionale – popolare, dovuta all’ assenza di interesse fra gli intellettuali italiani per l’attività economica e il lavoro come produzione individuale o di gruppo, ha lasciato il ‘mercato’ letterario aperto all’influsso di gruppi intellettuali di altri paesi, che, ‘popolari-nazionali’ in patria, lo diventavano in Italia, perché le esigenze e i bisogni che cercano soddisfare sono simili anche in Italia”. Insomma, secondo Gramsci, la cultura Italiana era divenuta, nel 1900, un fenomeno di provincialismo piegato alla cultura Francese.

Tra i grandi scrittori dell’epoca, egli annovera Goldoni, (Venezia, 25 febbraio 1707 – Parigi, 6 febbraio 1793) è stato un drammaturgo, scrittore, librettista e avvocato italiano, cittadino della Repubblica di Venezia) che, scrive: “è quasi unico’ nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e la Rivoluzione francese, sia per il contenuto popolare delle sue commedie, il fatto di ricorrere ad una lingua popolare nella sua espressione, per la sua mordace critica della aristocrazia corrotta e imputridita. E poi: Leopardi e Verga. Mentre al Manzoni riconosce un comportamento aristocratico e psicologico verso i singoli personaggi di origine popolana, da cui emerge una posizione “nettamente di casta pur nella sua forma religiosa cattolica; i popolani, per il Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità morale profonda; essi sono ‘animali”. Infatti, il Manzoni, ribadisce Gramsci, “trova magnanimità, pensieri, grandi sentimenti, solo in alcuni della classe alta, ma nessuno del popolo“. Fino a definire il Manzoni troppo cattolico, per pensare che la voce del popolo sia la voce di Dio: tra il popolo e Dio c’è la Chiesa, e Dio non s’incarna nel popolo, ma nella Chiesa. Che Dio s’incarni nel popolo può crederlo il Tolstoj, non il Manzoni. Certo questo atteggiamento del Manzoni è sentito dal popolo e perciò i Promessi sposi non sono mai stati popolari”. E il nostro conclude: “il suo atteggiamento verso il popolo non è popolare-nazionale, ma aristocratico, e il suo cristianesimo ondeggia tra un aristocraticismo giansenistico e un paternalismo popolaresco, gesuitico”.

In questi termini Gramsci valutava il momento storico- culturale del suo tempo, una critica verso gli scrittori italiani e la produzione letteraria del tempo, rilevando come gli scrittori italiani, tranne qualche rara eccezione, si interessassero soltanto del passato e dell’ alta cultura, mentre i sentimenti popolari non erano vissuti come propri. Ed è appunto per soddisfare i suoi bisogni di letteratura che il popolo, rileva Gramsci, si aprì ad una nuova tendenza artistica, rivolgendo la sua attenzione al romanzo d’appendice. Tuttavia, c’era un limite anche in questo ripiegamento culturale, poiché neanche il romanzo d’appendice non era nazionale, in quanto veniva da oltre Alpi, soprattutto dalla Francia, dove questo tipo di letteratura aveva e manteneva un aspetto laico e democratico.

Gramsci si esprime fiducioso affinché anche in Italia si possa creare una specie di romanzo d’appendice, a cui affidare una funzione educativo-formativa di un pensiero sociale popolare, fornendo attraverso di esso le pulsazioni necessarie ad alimentare un interesse per la cultura letteraria. Infatti: «solo dai lettori della letteratura d’appendice si può selezionare il pubblico sufficiente e necessario per creare la base culturale della nuova cultura. Mi pare che il problema sia questo: come creare un corpo di letterati che artisticamente stia alla letteratura d’appendice come Dostojevskij stava a Sue ea Soulié “. D’altro canto era questa una esigenza che Gramsci aveva avvertito già nel lontano 1918, quando, nel pieno della lotta politica, riteneva di poter trasmettere anche un nuovo interesse per una “nuova cultura”. Ed è in questo clima di lotta politica, per un rinnovamento sociale, in cui egli vede una strategia vincente del proletariato, che il concetto di «nazionale-popolare» acquista un più ampio valore ed esce dall’ambito strettamente letterario. Aprendosi alla prospettiva a favore di una concezione dell’intellettuale e della politica del proletariato e con il pensiero rivolto alle altre classi sociali subalterne, la sua idea di fondare un nuovo blocco storico, cioè l’alleanza politica necessaria per arrivare alla rivoluzione, si pone l’obiettivo per una sua affermazione storicamente durevole e trasformatrice. In questo blocco storico agli intellettuali è affidato il compito di mediatori del consenso, sono cioè il collegamento con gli altri gruppi sociali e il proletariato, in modo che questo diventi dominante e dirigente, due qualità imprescindibili per esercitare una vera egemonia. Gli scrittori, in quanto intellettuali, svolgono quindi questa funzione di mediatori del consenso, facendo maturare fra le masse una nuova coscienza tramite la letteratura, la quale è appunto nazionale-popolare, solo se riesce a esprimere le aspirazioni e i sentimenti di queste classi subalterne. L’itinerario che si deve seguire, per realizzare questa aspirazione, deve assumere questa caratteristica: la nuova letteratura deve identificarsi con una scuola artistica di origine intellettuale, come fu per il futurismo. La base, la naturale forza della nuova letteratura non può non essere storica, politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa; ciò che importa è che essa affondi le sue radici nell’ humus della cultura popolare così come è, coi suoi gusti, le sue tendenze, col suo mondo morale e intellettuale, sia pure arretrato e convenzionale.

L’azione indicata può apparire un punto di partenza non all’altezza dell’obiettivo , in sé molto debole, purtuttavia bisogna tener presente che: “lo sviluppo del rinnovamento intellettuale e morale non è simultaneo in tutti gli strati sociali”. Per esempio, nel momento considerato, il livello culturale e di coscienza del proletariato industriale era indubbiamente molto più alto di quello delle masse contadine, e il concetto di “popolo”, sulla cui esatta comprensione semantica si è appunto molto discusso, non completa e assolutizza l’inciso, dal momento che sociologicamente può sembrare molto vago, deve perciò essere esteso a comprendere tutte le masse lavorataci, tutti gli sfruttati: “l’insieme delle classi subalterne e strumentali di ogni forma di società finora esistita”. Comunque, si deve avere chiaro che non bisogna applicare meccanicamente l’invito di Gramsci a fecondare l’idea di considerare le radici nell’humus della cultura popolare “così come è”, dato che questo riflesso ideale non deve essere inteso “come qualcosa di statico, ma come un’attività in continuo sviluppo”. Alla base di questo «continuo sviluppo» ci sono altre considerazioni di Gramsci sui rapporti fra cultura, filosofia e scienza “alta” e quella riconducibile al livello popolare.

D’altro canto si deve considerare acquisito il principio secondo cui ogni strato sociale ha il suo “senso comune” e il suo “buon senso”, che sono in fondo i parametri e la concezione della vita dell’uomo tra i più diffusi. Cioè, ogni corrente filosofica deposita storicamente una sedimentazione di «senso comune”. E’ questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito, dato per scontato e di immobile, poiché si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume, valorizzando così la vita intellettuale dell’individuo. Il “senso comune” è il folclore della filosofia e mantiene un suo legame tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il senso comune crea e alimenta il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo indefinito dello spazio umano.

Il compito dell’intellettuale di sinistra consiste allora nell’ arricchire e trasformare il “senso comune”, cioè svolgere un’opera di critica della cultura e della concezione del mondo precedenti e attraverso una nuova elaborazione arrivare a un nuovo «senso comune”, mediante il quale la storia sia l’elemento forgiativo della società dovuto all’opera dell’uomo.

La pubblicazione dei Quaderni del carcere avvenuta alla fine della guerra, che rappresentano il lavoro teorico di Antonio Gramsci sui compiti ricostruttivi di una nuova idea dell’arte letteraria e sul ruolo dell’intellettuale, riprodotta nella formula: nazionali-popolari di una nuova letteratura, fu accolta con grande interesse dal mondo culturale italiano. E tuttavia, per motivi diversi e talvolta speculativi, forse soprattutto di tipo politico, il populismo, come Gramsci lo aveva esaminato, cioè “l’andata al popolo”, e che aveva criticato parlando del romanzo verista e naturalista, si riproposero con una certa facilità e prepotenza critica improntando gran parte della letteratura neorealista italiana del momento.

Giunto a questo punto di questo breve saggio , che ha ripreso e riproposto le tante citazioni da Letteratura e vita nazionale, richiamate e descritte secondo uno schema interpretativo appropriato e pertinente, con valutazioni e di circostanza, che ho ritenuto di voler valorizzare e rendere attuali, perché ritengo convintamente che l’opera di Gramsci sia ancora troppo poco nota in Italia e tra i giovani,. Ma ho anche inteso sostenere, con metodo, come non si può accusare Gramsci di idealismo.

Ho trascurato volutamente di affrontare i tanti temi della problematica Gramsciana, specie la parte relativa al suo costante interesse per il teatro di Pirandello, all’ approfondita indagine nel campo dei problemi linguistici, che hanno, per ragioni sociali e politiche, connessione con la tematica nazionale-popolare. Sono infatti dell’avviso che ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale. Proprio su questo terreno della linguistica Gramsci ha raggiunto risultati che si avvicinano ad altri studiosi della materia, presumo senza conoscerne le opere e dove “la distinzione operata da Gramsci al fine di definire la lingua nei suoi rapporti culturali e storici, e al fine di precisare i termini della sua autonomia, sembra coincidere con le più moderne teorie strutturalistiche”.

Il patrimonio teorico lasciatoci da Granisci, sui temi della letteratura, documentano l’intelligenza e l’acume dello studioso, un interesse e una conoscenza non comuni della letteratura in un uomo politico. Allora, se tante delle sue considerazioni oggi sembrano superate, dobbiamo ammettere che la colpa non è di Gramsci, ma origina dal disinteresse culturale delle èlite e degli intellettuali dell’attuale momento storico. Infatti, la società neocapitalista/ finanziarizzata, con i mass-media, tv, le moderne forme di comunicazione e trasmissione, ha reso illusoria la sua idea di una cultura nazionale-popolare, che è stata attuata nel peggiore dei modi. Eppure, anche pensando di essere i soli a crederci, Gramsci può ancora offrirci utili spunti e fare nostra la sua impostazione metodologica, perché il mondo ha estremo bisogno di comprendere il suo messaggio e trasformarlo in una concreta realtà.

Alberto Angeli

Riflessione sulla sinistra, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

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Certo e’ che in questo periodo nella variegata sinistra c’e’ fermento, da qualunque angolature la si veda e’ in atto un ricco e anche variegato dibattito. Vorrei dire la mia. Dall’angolatura di uno di sinistra, dirigente di un sindacato, senza tessera di partito da dieci anni.

Vorrei inizialmente sgomberare il campo da una cazzata che sento spesso ripetere ma tale e’ anche se ripetuta. Mi riferisco alla questione autonomia del sociale e autonomia della politica. Questa e’ una stupidaggine. Non esistono lotte e conflitti senza produrre rappresentanza e sintesi , non esiste rappresentanza, per la sinistra, senza lotte e conflitti. Chi continua a perseverare su questo dualismo e’ ipocrita. Non a caso la Coalizione sociale che aveva proposto Landini e’ per esempio fallita. Fallita nel momento in cui Landini ha negato di rapportare questa anche ad una rappresentanza e sintesi politica.

Io che agisco nel sociale e le mie compagne e i miei compagni dell’Unione Inquilini le nostre cose le facciamo in piena autonomia e senza dipendere da nessuno , ma sentiamo anche la mancanza di una rappresentanza politica che sappia fare sintesi delle nostre lotte e produca innalzamento dei diritti sociali e sappia garantire la possibilita’ di produrre alternativa allo stato di cose presenti.
Da questo punto di vista io non ho bisogno di una sinistra che al massimo produce o propone una rappresentanza di tipo identitaria, come se la partecipazione alle elezioni rappresentasse solo l’occasione di affermare una mera diversità.

Ne’ tanto meno, ho bisogno di una sinistra che si presenti con un orizzonte di una parola che nel cittadini tutti e’ assai squalificata: centro sinistra. Questa parola per i piu’ rappresenta e sintetizza i guasti sociali prodotti negli ultimi 20 anni. Ed in ultimo ancora nessuno riesce a spiegarmi nel centrosinistra chi sarebbe il.centro e chi la sinistra, questo come elementare elemento di chiarezza. 
Insomma ho cercato di rappresentare dubbi e impressioni che mi attraversano e con i quali quotidianamente mi rapporto. Per esempio ogni volta che si rinvia uno sfratto esultiamo giustamente ma poi ? La prospettiva deve essere solo il prossimo picchetto? E il prossimo rinvio fino a quando non verra’ eseguito? Ci piace questa forma di conflitto ma senza che questo produca la politica , politica abitativa che garantisce il passaggio da casa a Casa e cosi’ siamo spuntati e a volte involontariamente riversiamo su quella famiglia la nostra voglia di conflitto. Ma quella famiglia desidera conquistare il passaggio da casa a Casa e noi su questa cosa ci sbattimento la testa e diventiamo impotenti perché a volte oltre il conflitto solidale non andiamo.

Massimo Pasquini

Segretario generale dell’Unione Inquilini

Nascita dei Movimenti e del movimentismo, un pensiero minoritario o un’alternativa ai partiti ?, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Uno strano fenomeno sembra pervadere la vita politica del nostro Paese, i partiti della tradizione repubblicana cambiano la loro natura di massa ( seguendo il lessico Weberiano) e al loro posto nascono movimenti, circoli, comitati, raggruppamenti. Insomma, alla tipica rappresentanza dei partiti si va sostituendo quella del movimentismo. Un contagio, si badi bene, che colpisce pure la tradizione della chiesa, delle parrocchie, nel passato animatrici di comitati parrocchiali e di gruppi per la preparazione catechistica. Questa propensione al movimentismo, dunque, sembra non avere preferenze di colore o collocazione politica, nasce a sinistra come a destra della rappresentanza politica. Ma, mentre per la destra politica la costituzione di un movimento politico non costituisce l’abbandono di una ideologia, questo non vale per la sinistra, la quale sembra muoversi in un orizzonte di superamento del marxismo come ideologia “ufficiale”, uccidendo contestualmente ciò che di più profondo la legava alla concezione Gramsciana della forma partito.

La scissione dal PD della parte costituitasi in MDP, quindi alla nascita di un nuovo movimento, non pare ai più attenti osservatori che abbia portato alla produzione di un altro “pensiero forte”, cioè strutturalmente definito e abbastanza univoco nella sua interpretazione e applicazione ai tradizionali modelli di rappresentanza partitica. Così anche per quella parte di socialisti ( PSI) che, a seguito del risultato referendario, si sono definiti “Movimento”, vale la domanda se ciò possa qualificarsi come un “pensiero forte”, cioè strutturato in termini di prospettiva e di valenza politica

Chi scrive rimane ad ogni modo convinto che non per questo le sinistre, tanto “di movimento” quanto quelle che ancora mantengono un legame con la tradizione/partitica, abbiano rinunciato o tagliato completamente le radici della tradizione ideologica su cui hanno fondato la loro esistenza. Questo rilievo vale soprattutto per quelle forze della sinistra radicale, quella parte della sinistra purista, che si è formata tra il post-strutturalismo di suolo francese (Foucault, Deleuze, Guattari), e con una dose della scuola di Francoforte (Marcuse) alla quale è associabile la speculazione politico-filosofica post-operaista di Toni Negri, esegeta di Spinoza, e Michael Hardt, per arrivare fino a Marcuse, tra i più ricordati filosofi del ‘900; e poi Foucault, filosofo critico del potere costituito e delle sue articolazioni,

Se lo stato delle cose è quello descritto, questa la domanda: la sinistra non è più nella condizione di rappresentare un’alternativa al capitalismo? Oppure si deve essere indotti a pensare che il momentaneo passaggio al movimentismo costituisca una scelta momentanea, una sosta per riflettere e rielaborare una progetto su cui ricostruire il Partito della sinistra?. Un progetto su cui si deve scommettere, per il semplice fatto che al di là delle critiche, come quelle di Jean Claude Michèa ed altri, il pensiero che prevale all’interno delle sinistre, sia riformiste che radicali, si fonda sul pensiero filosofico Marxiano e sulla consistente forza culturale del progetto Gramsciano.

Se si prende in esame la più influente tematizzazione della forma partito del XX secolo, contenuta nello scritto di Lenin Che fare?, si scopre che – per Lenin – il partito funziona come l’intelletto agente di Aristotele, che giunge a noi dal di fuori: “Solo l’intelligenza giunge dall’esterno e solo essa è divina, perché l’attività corporea non ha nulla in comune con la sua attività”. Nella grammatica Aristotelica, l’intelligenza, cioè l’anima, sta al corpo, simbolicamente, come il partito sta alla classe proletaria, come appunto indicato da Lenin. In questa fase storica, ci possiamo spingere allora a dare una più compiuta valenza al pensiero Aristotelico per cui è il partito che sta agli elettori, al corpo sociale, In tale passo Aristotele sembra conferire una certa equidistanza tra la forma e la sostanza dell’anima, di tipo Platonico, per intenderci. Così come la storia del rapporto partito/classe, nella cultura contemporanea del nostro Paese, fluttua tra l’idea di un partito costituito ( quindi costituzionale) e auto-organizzato per rispondere ad un progetto di classe, e l’idea invece che il partito sia superato e arretrato rispetto alla necessità di rappresentare i movimenti che si organizzano spontaneamente su temi e rivendicazioni tra le più diverse. Così che il partito diviene informe e senza vita. Tutto questo avviene con tutte le possibili variazioni intermedie, tra le quali un’idea di tipo kantiano, secondo cui l’intelligenza che il partito rappresenterebbe sarebbe da intendersi piuttosto come un giudizio riflettente che come un giudizio determinante.

Da tutto questo ne discende dunque che il Partito perde il suo significato, non essendo più né un’appendice della classe, né la sua sola salvezza, ma qualcosa come una rappresentazione, a partire dai dati di realtà portati alla politica dalla cosiddetta “società civile”. Nonostante questa condizione, rimane che in ognuno di questi casi, il partito è indiscutibilmente un’intelligenza, e l’idea/pensiero di sostituirlo con il movimento, che può associarsi all’idea della «mobilitazione cognitiva», da questo punto di vista, risulta minoritaria e limitativa rispetto alla capacità espressiva e rappresentativa del soggetto Partito.

Per continuare con Lenin: “La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni”.

Ancora: “La coscienza socialista è un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente. Ciò significa – per Kautsky, le cui parole appaiono a Lenin «profondamente giuste e importanti» – che la coscienza socialista non è il risultato diretto della lotta di classe proletaria, ma un’aggiunta a essa da fuori”.

Per Lenin: “Socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse………

Il termine Parteiverdrossenheit in tedesco significa insoddisfazione per i partiti e spesso si accompagna alla più generale espressione Politikverdrossenheit, che indica lo stesso sentimento, esteso alla politica. Queste definizioni esemplificano la fine del protagonismo della società di massa, che si forma in Europa all’inizio del Novecento, quando nella cultura europea si afferma anche una tendenza “irrazionalista”: filosofi, letterati, artisti, politici condividono un’attenzione nuova per le componenti irrazionali dell’uomo (l’inconscio, gli istinti, gli impulsi primordiali e irriflessi) e attribuiscono ad esse un ruolo preponderante nell’orientamento della vita individuale e collettiva. Oligarchie, gruppi dirigenti inamovibili, caste autoreferenti, assumono la guida dei grandi e piccoli partiti di massa. La democrazia partecipata, elezioni universali estese anche alle donne, nuovi soggetti e superamento dell’individualismo, nascita dei grandi partiti e formazione di ristrette cerchie di dirigenti, nuova classe politica. L’Europa occidentale vive una grande rivoluzione e si muove in universo di cambiamenti sociali orizzontali diffusi e profondi.

Nel 1921 Freud pubblicò un libretto, di circa cento pagine, chiamato Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Era quello un periodo in cui stavano nascendo le lotte operaie organizzate, le grandi ideologie, le dittature. In Austria si assiste agli effetti della disgregazione dell’Impero asburgico, avvenuta alla fine del 1918; in Italia nascono il Partito Nazionale Fascista e il Partito Comunista Italiano, mentre in Germania Adolf Hitler diventa leader del Partito nazionalsocialista tedesco. Freud cominciò ad interessarsi sempre di più ai comportamenti delle masse, affrontando i temi sociologici in chiave psicoanalitica. Prendendo spunto dal testo di Gustave Le Bon, Psicologia delle Folle, Freud cominciò a riflettere sulla psicologia collettiva, cercando di dimostrare che i fenomeni che regolano la vita di gruppo non sono poi così lontani dalle scoperte psicoanalitiche relative ai processi individuali. Vi sono anzitutto due tipi di masse: quella occasionale, transitoria, non organizzata e quella organizzata (e dunque “artificiale”), che proprio per questo è destinata a durare di più nel tempo (un esempio ne sono la Chiesa e l’esercito). L’ “anima della massa” viene dunque descritta come elementare e passionale, incline alle illusioni, essendo il Super Io temporaneamente accantonato, a vantaggio di un legame di tipo quasi ipnotico, che fa scatenare le pulsioni, perdere lo spirito critico, sentire un senso di onnipotenza e di impunità. Gli individui che fanno parte di una massa perdono dunque autonomia ed equilibrio, ma acquisiscono la sensazione di essere forti, in quanto parte di un tutto organizzato, che rassicura e protegge.

La nascita del citizen (cittadino ) offre ai partiti l’opportunità di superare il concetto di massa dando vita a nuove forme di rappresentanza politica che, lentamente ma costantemente, pervengono al superamento della forma partito di massa, per costituire nuovi soggetti rappresentativi della società, passando quindi da una forma organizzativa verticale a quella orizzontale, con l’intento di raccogliere ed intercettare gli umori e le rivendicazioni dell’elettore/cittadino che spesso si organizza in movimenti portatori di rivendicazioni specifiche ed espressione di un sentimento antipartitico e anti stato, spesso associato ad una critica durissima contro la casta politica privilegiata e aristocratica, ritenuta troppo costosa e politicamente incapace ad attuare le necessarie trasformazioni richieste dalla terribile crisi socio/economica in cui si dibatte la società italiana.

Lungo l’arco del XX e gli inizi del XXI secolo si sono registrate trasformazioni dei Partiti, DC,PCI,PLI,PRI,MSI, PIUSP, e i tanti altri che hanno cambiato nome, modificato alla radice la loro struttura organizzativa adeguandola alle novità segnate dal progresso della moderna società, anche se con lentezza e talvolta con poche modifiche delle linee politiche, con lo scopo di meglio poter rispondere alle controverse riforme elettorali tentate per adeguare il soggetto politico alle aspettative della moltitudine, che segnalava la nascita un nuovo ordine inserito nella globalizzazione, a cui occorreva dare una diversa risposta in termini di egemonia politica.

Quindi non più il Partito di massa, non più praticabile l’esperienza del partito del cittadino guidato da una èlite politica, ma un nuovo esperimento con il quale testare la novità del coinvolgimento movimentista dell’opinione pubblica. Questa sembra essere la novità di questo inizio del XXI secolo, sulla quale occorre riflettere per capire quale orientamento prenderà la società del presente e quella che si appresta ad esplorare il futuro.

I confini dell’analisi non finiscono qui, poiché il vero spirito del pensiero del riformismo contemporaneo si situa nell’ambito di questa didattica politico-filosofica che, nel corso della storia, ha portato a sintesi la tendenza culturale del pensiero che si richiama alla sinistra sia radicale che conflittuale/riformista, che si manifesta con una certa forza ed in modi rappresentativi diversi nel nostro Paese. In definitiva, si tratta di riconoscere alla tendenza movimentista un orientamento transitorio all’interno della mobilitazione politica, poiché si rivolge a forze diverse: militanti, studenti, dirigenti, gruppi sociali, sindacati, che si muovono seguendo una logica di frastagliamento degli obiettivi e si presentano come movimenti minoritari, se comparati alla problematiche della società nel suo complesso e all’interno delle stesse classi che, guardate secondo le categorie della sinistra, risultano comunque subalterne al potere.

Per il fatto quindi che si sono raggiunti livelli di intensa contraddizione ( poca importa stabilire qui se ciò influenzi o meno il potere costituito economico e politico), la realtà delle cose ci spinge ad analizzare e comprendere le ragioni di questo minoritarismo originato del movimentismo, che si scopre essere divenuto lo strumento politico del nostro tempo. Non si guardi a questa pretesa contemporanea come ad una forzatura intellettualistica, filosofica o astratta, giacché la connotazione e la qualificazione sociale e culturale della materia qui sollevata coinvolge pienamente la vita politica, le lotte quotidiane e le prospettive che, con i movimenti, si intendono indicare al paese e alle classi sociali delle quali si sentono i rappresentanti. Il proposito di pervenire ad una comprensione del fenomeno è irrinunciabile, poiché risolvere oggi il punto, cioè come esprimere un pensiero maggioritario passando dai movimenti, se non altro nell’ambito della sinistra, diviene il tema e l’obiettivo culturale e politico per il quale lavorare, ciò per evitare quel processo di fraintendimento ( e frazionamento) sub-culturale verso cui stiamo indirizzando l’attenzione della classe lavoratrice e della sinistra democratica.

Sconfitta con il referendum l’idea del partito unico ed il proposito maggioritario che ne costituiva l’humus, anziché utilizzare la struttura del partito tradizionale, organizzato territorialmente ed “elemento imprescindibile nello stato moderno”, per usare il lessico Gramsciano, l’ala scissionista del PD ha optato per la costituzione di un movimento, MDP, in cui è stato possibile raccogliere le diverse correnti ideali che animano l’area frazionista. Una scissione non improvvisata e tuttavia sorprendente, poiché maturata lungo un percorso durante il quale molti provvedimenti, oggi contestati con durezza, sono stati approvati proprio con il consenso di gran parte dei fuoriusciti dal PD.

A questo punto è il caso di affermare: niente di nuovo, niente di reale, se intendiamo cercare un senso dottrinale o declinare a una novità metafisica la scelta di costituire un movimento politico, anche se indicativamente chiamato Democratico e Progressista. Una risposta minimale ad una crisi diffusa ad ogni livello: economico, sociale politico, alla quale il movimento DP, mancando di quella caratteristica identitaria del partito di classe, non ha acquisito in questo passaggio la fondamentale titolarità ad esercitare tale ruolo.

D’altro canto si deve considerare che i movimenti si distinguono dai partiti per una peculiarità loro immanente, in quanto si costituiscono per esercitare una pressione sociale limitata ad un tema specifico, anche se per la consequenzialità della sua natura, può in effetti influenzare tematiche più generali. Si prenda l’esempio dei movimenti ecologisti, animalisti, ambientalisti o di carattere sociale e civile. Spesso le forme attraverso cui sono sostenute le rivendicazioni assumono il carattere manicheo, di contrasto con altri movimenti portatori di contenuti rivendicativi opposti. Ecco, allora, che la funzione della politica, intesa come studio della situazione umana, dal singolo al collettivo, per cercare, proporre, imporre soluzioni, si evolve nel Partito, quale soggetto e sede di rappresentanza degli interessi collettivi e dei conflitti, impossibile da sostenersi nell’ambito di un movimento.

Il caso, o il fenomeno, qui esposto sembra interessare solo il nostro Paese. M5S, Forza Italia, Lega, molti gruppi della sinistra radicale, ma anche della destra estrema, il nuovo MDP e, se vogliamo essere obiettivi, anche lo stesso PD, con i suoi Circoli in luogo delle tradizionali sezioni, ha più vicinanza ad un movimento che ad un partito tradizionale. Quindi, più movimentismo che partiti. Se volgiamo lo sguardo verso Paesi dell’Europa occidentale non troviamo riferimenti di questa importanza e rilevanza.

Allora, dobbiamo chiederci da cosa origini la diversità dell’Italia, su questo tema della nascita di un orientamento movimentista, che decostruisce la funzione dei Partiti e del loro ruolo. Il sillogismo che ne discende individua nell’inettitudine della politica, nel gruppo dirigente, nelle aristocrazie che si sono impossessate dei Partiti, il fallimento del soggetto politico, che si è trasformato nel fallimento dei partiti.

In questa sede non è possibile cedere alla tentazione di aprire un filone di ricerca finalizzata alla comprensione dei processi sociali e politici che hanno determinato la fine dei partiti tradizionali, il superamento delle loro ideologie, l’obliterazione delle loro idee, poichè, come in un procedere apotropaico sono le oligarchie del potere politico a spezzare ogni legame con le masse, i cittadini. Si tratta di rendere evidente, non appena ci si svegli dal sonno della ragione, indotto artificialmente dai media e dalle élite intellettuali al servizio dell’informazione, come le vecchie ed eterne questioni divengano attuali, così i conti richiedono di essere fatti mettendo in atto il tentativo di tradurre in politica e nella realtà sociale i valori della modernità.

Nella paralisi dell’azione politica che si è costretti a registrare, a cui si associa la mancanza d’immaginazione e di prospettive, le risposte politiche di questo presente storico sono gli archetipi di un atteggiamento “astorico”, per cui si finisce con l’esaltare sia la perdita del valore educativo/gnoseologico del rapporto con il passato, sia la rinuncia a pensare ad un futuro inteso come storia da costruire da parte di tutti e di ognuno.

Alberto Angeli

Dopo il referendum, come ripartire dal lavoro?, di V. Russo

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Vincenzo Russo

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Su Repubblica del 18-01-2017, Nadia Urbinati sostiene che alla sinistra manca innanzitutto la credibilità trovandone la prova nel risultato del 4 dicembre scorso. Non credendo nei suoi leader e nei progetti che portano avanti, in una fase di grande incertezza, gli elettori si sarebbero rifugiati nell’unica certezza rappresentata dalla Carta costituzionale del 1948 che contiene il contratto sociale tra gli italiani.
Da una politologa mi sarei aspettato: a) un discorso sulle cause per le quali, a distanza di 70 anni, tale patto è stato attuato solo parzialmente e persino le parti attuate sono messe in discussione; b) su come una forza di centro-sinistra come il Partito Democratico abbia fatto un tentativo determinato di manipolazione della Carta per ridurre la rappresentanza e le sedi partecipazione; c) un accenno alla situazione post referendum per verificare se esso abbia al margine cambiato i reali rapporti di potere, alias, modificato l’effettività dell’ordinamento costituzionale previsto dalla Carta del 1948 ed il suo effettivo funzionamento. No, inizia il suo pezzo su quello che Renzi nel momento in cui scalava il suo partito, pensava dovesse essere il progetto della nuova sinistra in un mondo in cui sarebbe finita la diade libertà/eguaglianza. Non voglio perdere tempo a fare l’esegesi del pensiero di Renzi 1000 giorni fa trattandosi di soggetto che parla a ruota libera e scrive poco, e vengo direttamente all’idea largamente condivisa anche dalla Urbinati di ripartire dal lavoro.

Certo ripartire dalla Costituzione, dal suo art. 1, cioè, dal lavoro su cui, a parole, è fondata la Repubblica va bene ma la nostra politologa non analizza bene il problema. Perché sul lavoro c’è da fare un discorso di breve termine e uno ben più serio di medio lungo termine. Nel breve bisognerebbe accelerare la ricostruzione delle zone terremotate, riparare le strade statali e comunali, ridurre i rischi del dissesto idrogeologico, mettere in sicurezza le scuole, altri edifici pubblici, investire di più in ricerca e sviluppo e nel capitale umano, alias, nella istruzione e formazione permanete, ecc.. Servirebbero 50 miliardi all’anno per almeno cinque anni. Il governo ha trovato prontamente 20 miliardi per salvare alcune banche e la Commissione europea non ha profferito parola. Il governo non pensa neanche a trovare altri trenta miliardi per i lavori pubblici menzionati sopra ma si diletta a duellare a parole sui 3-4 miliardi di manovra correttiva, secondo la Commissione, necessaria per rispettare il vincolo del deficit.
Per il medio-lungo termine il discorso sul lavoro è molto più complicato perché bisogna tener conto degli effetti delle nuove tecnologie sul futuro del lavoro oltre che delle politiche fiscali deflattive portate avanti dal Consiglio e dalla Commissione europea. Al riguardo ci sono da un lato le visioni catastrofiste sulla fine del lavoro e, dall’altro, quelle ottimistiche, secondo cui le nuove tecnologie (i robot) mentre distruggono vecchi posti di lavoro ne creano altri anche se con sfasamenti temporali più o meno ampi, anche se richiedono anticipati e consistenti investimenti nel capitale umano. Sul futuro del lavoro è stato interessante un Convegno di due giornate, organizzato dal M5S che ha presentato e valutato una ricerca indipendente affidata al Prof. Domenico De Masi. In sintesi, si tratta di questioni fondamentali di politica economica e di programmazione della crescita e dello sviluppo su cui gravano i vincoli europei del Fiscal Compact e annessi regolamenti.

La Urbinati non si occupa di questi problemi e concentra il suo discorso sulla diade libertà/uguaglianza certo importante. Ma non ci aiuta a capire la situazione né le sue tendenze evolutive/involutive. Non ci aiuta a disegnare scenari futuri e a elaborare strategie idonee per contrastare e correggere le tendenze in atto.
Intendiamoci le crescenti diseguaglianze all’interno dei Paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo confermano la fine e/o accantonamento del discorso sull’eguaglianza ma non la fine della libertà dei ricchi se 8 miliardari – secondo il recente Rapporto Oxfam – posseggono la ricchezza (o povertà) di 3,6 miliardi di esseri umani. Quindi francamente trovo che il discorso sulla fine della diade libertà/eguaglianza – analogo a quello sulla fine delle ideologie che Bobbio negava decisamente – non ci porti da nessuna parte. Non è un discorso utile al rilancio di una sinistra italiana, europea e mondiale in grado di affrontare i problemi che stanno sul tappeto e che invece dovrebbero stare sul tavolo. Non so poi dove ha trovato il discorso di Renzi che voleva recuperare gli ultimi per avvicinarli ai primi. In fatto, poi sappiamo che la misura più costosa adottata in termini di riduzione delle diseguaglianze è quella degli 80 euro mensili che riguarda le famiglie con redditi medio-bassi ma che esclude i poveri, ossia, gli ultimi perché per i poveri c’è uno specifico programma dotato di risorse di gran lunga inferiori. Più credibile sembra l’idea riportata che Renzi avesse adottato la visione del self made man, analoga a quella iniziale di Berlusconi delle tre i (internet, inglese, impresa) o, più prosaicamente, trovatevi un lavoro da soli quando, allora come ora, la tendenza storica è quella della riduzione dei posti di lavoro per via delle nuove tecnologie e delle delocalizzazioni delle imprese alla ricerca di lavoro a basso costo e di incentivi fiscali più favorevoli.
Allora se non si affrontano le questioni della libertà dei movimenti di capitale e della sfiducia degli stessi capitalisti e imprenditori nel futuro dell’Italia provata da una sistematica fuga dei capitali che perdura da circa 50 anni a oggi, ripartire dalla Costituzione e dagli artt. 1, 3 e 4 è bello sentirselo dire ma rischia di rimanere inefficace. Se non si affronta a livello europeo la questione della concorrenza fiscale senza regole – ideata deliberatamente per provocare la c.d. crisi fiscale dello Stato e tagliare il welfare – il problema del lavoro resta irrisolto. Né, a mio parere, la soluzione può venire dall’uscita dall’eurozona, dall’Unione europea o dalla NATO. Quando non c’era la piena libertà dei movimenti di capitali i soldi in Svizzera li portavano gli spalloni.
PQM bisogna battersi per la modifica del Fiscal Compact, per un uso intelligente della regola d’oro che lascerebbe fuori dal deficit strutturale gli investimenti in conto capitale, in sintesi, per la rottamazione della politica dell’austerità. Senza queste premesse, le promesse della nostra bella Costituzione rimarranno tali.

Letture suggerite: Gustavo Zagrebelsky (2013), Fondata sul lavoro. La solitudine dell’art. 1, Einaudi, Torino; Geminello Alvi (2006), Una Repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano.

Vincenzo Russo.

Tratto dal Blog personale dell’autore  http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/01/20/dopo-il-referendum-come-ripartire-da-lavoro/

60° Trattato di Roma, di S. Valentini

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sandro-valentini 2

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Vedo parecchia confusione nelle celebrazioni dei Trattati di Roma. Si confonde Unione Europea, Euro ed Europa.

L’Europa è una entità politica e culturale e geografica che va dagli Urali ai Pirenei, da Capo Nord a Pantelleria. La costruzione degli Stati Uniti d’Europa non può assolutamente prescindere da questo tratto distintivo. Lo sapeva bene Altiero Spinelli con il suo Manifesto di Ventotene e non a caso non era molto entusiasta di questa UE. Ma nessuno lo rammenta.

A proposito di Ue si dice che senza questa unione non ci sarebbero stati oltre 60 anni di pace nel vecchio continente. Grande bugia. La pace in Europa è stata garantita purtroppo dalla guerra fredda, con la divisione del Continente tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia.
L’Ue di oggi non è la figlia dei Trattati di Roma, bensì del Trattato di Mastricht del 1992 firmato da 12 Paesi, tra cui l’Italia, da cui si partì per giungerte agli attuali 27 paesi.

Un trattato fortemente ispirato al liberalismo politico ed economico e alla supremazia del mercato. Altro che Repubblica fondata sul lavoro come recita la nostra Costituzione!
L’euro è stato adottato solo da alcuni paesi dell’Unione. La Ue ha due velocità nelle politiche monetariste quindi già esiste.

Nella costruzione dell’area dell’euro in questi anni non si è tenuto conto in modo sufficiente di realizzare politiche fiscali, sociali, ecc.

Quando si afferma che si vuole ristrutturare l’UE occore dire fino in fondo tutta la verità. L’UE ho rappresenta un passaggio per costruire gli Stati Uniti d’Europa, cioè un’Europa dei popoli o è destinata a divenire sempre più una delle principali centrali di potere del capitale finanziario nell’epoca della globalizzazione capitalistica.

In questo ambito si pone la questione sia del governo europeo, espressione di un parlamento che abbia poteri sostanziali che delle sorti dell’Alleanza Atlantica e della Nato. Un’Europa che non ha una sua totale autonomia politica e militare, che includa anche l’aspetto non secondario della sicurezza, non sarà mai un’entità unitaria sovrana.

Basta perciò con le ipocrisie di un europeismo che non pone al centro della sua attività la crescita e il benessere dei popoli europei.

Sandro Valentini

Errori da evitare, di F. Somaini

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Francesco Somaini

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“Campo Progressista” di Pisapia, Sinistra Italiana (più “Possibile”?), scissionisti del Pd (che hanno dato vita ad art. 1 Mdp con pezzi della vecchia Sel), la vecchia Rifondazione Comunista, i Verdi… Forse perfino i “Socialisti in Movimento” (che hanno appena sancito la loro rottura col piccolo ed inguardabile Psi nenciniano)….. Alla Sinistra del Pd renziano – che tutti (salvo pochi nostalgici oltranzisti dell’Ulivo, e salvo quel che resta della minoranza interna di quel partito) considerano ormai perduto ad ogni possibilità di coinvolgimento in serie politiche progressive (in quanto trasformato ormai irrimediabilmente in un agente di irricevibili politiche neoliberiste e anche post-democratiche) -, la situazione appare oggettivamente quanto mai variegata. C”è tutto un fermento di proposte e di ragionamenti politici, e un mondo di forze, grandi e piccole, che sono entrate in fibrillazione. Basti dire che rispetto ai soggetti che ho sopra ricordato sto sicuramente dimenticando qualcuno, per non parlare poi di coloro che si muovono in ordine sparso, a titolo più o meno individuale, o a nome di sparuti gruppetti….Ora, se queste realtà avviassero un ragionamento concreto sui contenuti delle scelte politiche da mettete in campo per arginare, contrastare e infine capovolgere le derive del Renzismo (e di tutto il Pd), e per creare in Italia le condizioni di una stagione politica nuova, non sarebbe troppo difficile, io ritengo, trovare un terreno utile di confronto e di convergenza. La recente esperienza del referendum coostituzionale di dicembre, in cui si è salvata la Repubblica, e in cui indubbiamente importante è stato l’apporto di questa Sinistra variegata e diffusa, dimostra ad esempio che sui valori della Costituzione (che a leggerla bene contiene già in sé moltissime indicazioni per l’attuazione di una vera politica progressiva e redistributrice) le possibilità di una convergenza costruttiva, che torni a parlare ai cittadini, a tutelare i più deboli, e a coinvolgere i cittadini stessi in una nuova intensa stagione partecipativa, non mancano affatto. Uno sforzo di dialogo e di confronto sui temi e sulle prospettive politiche, per aggregare queste realtà sarebbe dunque quanto mai auspicabile. Da parte di molti continuano però a prevalere atteggiamenti di diffidenza reciproca. Si insiste con il pretendere “esami del.sangue”,’ con il rivendicare la propria superiore purezza o coerenza politica con il rinfacciare agli altri gli errori e le scelte sbagliate (che indubbiamente ci sono state) del passato. E così ci si accusa vicendevolmente di massimalismo giacobino di “poltronismo” ministerialista, di radicalismo estremo o di complicità col nemico, evitando di misurarsi davvero sui contenuti e sulle proposte concrete. Di questo passo, il rischio che alle prossime scadenze politiche, il mondo alla Sinistra del Pd si presenti con un’offerta politica frammentata in “n” proposte contrapposte e rivali appare assai alto. Possibile che il buon senso e la ragionevolezza siano del tutto scomparsi? Il frazionismo, il settarismo, gli atteggiamenti puerili sono stati sempre un problema nella storia della Sinistra italiana. Sarebbe bello che oggi si invertisse questa tendenza, e che anziché dividersi sul “chi” si è (o si è stati), ci cominciasse a confrontare sul “cosa” fare e sul “come” farlo. Ieri a Firenze, presso la Fondazione Circolo Rosselli, una bellissima iniziativa promossa da Valdo Spini (a nome del Movimento di Azione di Laburista) e da Rosa Fioravante (dei “Pettirossi”) ha provato ad indicare un percorso alternativo, fondato proprio sull’approfondimento di contenuti (si è parlato infatti di energia, di giovani e Mezzogiorno, di Europa della diseguaglianza…). E proprio ragionando concretamente sui temi, si è ben compreso ancora una volta come la cultura socialista sia quella più attrezzata, sul piano degli ancoraggi valoriali e della lucidità intellettuale nell’analisi dei problemi, per additare un percorso e un cammino che tutta la Sinistra dovrebbe provare ad intraprendere. Ne uscirà qualcosa di buono? Come sempre, chi vivrà, vedrà.

Francesco Somaini

Presidente del Circolo Roselli di Milano.