coscienza di classe

Tutelare il lavoro delle nuove generazioni, rilanciare il socialismo, di M. Zanier

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Compagne e compagni,

il movimento che stiamo costruendo oggi è molto importante. Abbiamo bisogno di coinvolgere quante più persone possibile in un processo di trasformazione graduale e profondo dei meccanismi di redistribuzione della ricchezza negli strati sociali più colpiti dalla crisi economica e finanziaria in corso e privati purtroppo dei diritti storicamente acquisiti negli anni ’60 dai governi a partecipazione socialista.

Questa crisi e questa politica non colpisce tutti allo stesso modo. In questi vent’anni, le nuove generazioni hanno visto crescere la flessibilità del lavoro, diminuire i diritti acquisiti (l’ultimo drammatico colpo per noi è stato l’approvazione del Jobs Act), annullare progressivamente l’aspettativa legittima di poter costruire un futuro sicuro per comprare una casa, costruire una famiglia e mettere al mondo figli. La mia generazione, quella dei nati negli anni ’70 ha da tempo la consapevolezza amara di non poter contare mai nella vecchiaia su un reddito da pensione perché con le nuove forme di lavoro precario, le uniche che ci vengono offerte da anni da questo mercato del lavoro, non si è impiegati più continuativamente per quelle che erano le classiche 40 ore settimanali, ma molto spesso per 30 o 20 e saltuariamente, troppo spesso assunti non direttamente da un’azienda ma da un’agenzia di lavoro interinale che ti impiega per una commessa solo per il tempo che serve al datore di lavoro che cerca il personale necessario per un ben determinato periodo.

A questo si aggiunga che quelli di noi che sono stati assunti in pianta stabile da un’azienda, ovviamente dopo una lunga esperienza di precarietà in settori spesso molto diversi tra loro, spinti d un lato  dalla necessità di far fronte alle spese di ogni giorno e dall’altro dall’ambizione legittima di trovare quanto prima la tanto agognata tranquillità, avendo frequentato con passione e convinzione gli innumerevoli corsi di formazione necessari per acquisire le competenze richieste, vivono nel terrore che l’azienda che dà loro oggi da mangiare decida di trasferirsi all’estero per risparmiare sul costo del lavoro, ossia per pagare meno i dipendenti che lavorano per lei. Il caso di Almaviva è sotto gli occhi di tutti, solo per fare un’ esempio.

Chi, come me, ha attraversato per tanti anni il mercato del lavoro di oggi e si è messo in gioco con professionalità e competenza, è sicuramente cresciuto molto e ha sviluppato delle qualità un tempo inimmaginabili, perché prima il lavoro era chiuso in comparti immobili. In questo senso, la mia generazione sa svolgere bene mansioni diverse, in settori differenti e con un miglior rapporto con il cittadino che pretende giustamente un servizio di qualità. Se siamo bravi da un lato, però,  siamo sempre preparati, dall’altro lato, al peggio, perché oltre alla flessibilità che conosciamo non abbiamo la certezza di essere inseriti anche noi alla fine in un posto di lavoro stabile, contrattualizzati come si deve, con la possibilità di chiedere quando serve il miglioramento delle nostre condizioni e il riconoscimento di uno stipendio giusto con tutti gli annessi e connessi.

Oggi, compagni, chi vive e lavora senza le giuste tutele che noi socialisti abbiamo costruito negli anni’60 e che gli ultimi governi e guidati dal PD hanno progressivamente smantellato, può e deve diventare, secondo me, un quadro dirigente importante del nostro partito, come è stato negli anni ’40  e ’50 per Oreste Lizzadri. Io penso spesso a lui in questi giorni, anche se magari non condivido le sue conclusioni “fusioniste”. Penso alla sua esperienza di lotta sviluppata in età giovanile, quando costretto a lavorare il un pastificio, si è accorto che non esistevano regole a favore dei lavoratori e che tutto dipendeva dalla volontà del padrone. Erano gli anni Dieci del Novecento, bisognava avere davvero molto coraggio per mettere in piedi una battaglia sulla dignità del lavoro, ma lui lo ha fatto: ha costruito uno sciopero di tutti i pastai che è risultato vincente ed è stato portato in trionfo dai suoi compagni di lotta alla Camera del Lavoro di Gragnano, la sua zona d’origine, di cui poco dopo è eletto segretario. A soli diciassette anni.

Io che sono iscritto all’attuale PSI dalla sua fondazione e che mi sono sempre riconosciuto nella sinistra socialista, avanzando proposte costruttive negli organi in cui sono stato inserito e dando voce e spazio in rete, attraverso la creazione di blog e gruppi di discussione, ai tanti compagni e compagne che hanno idee e proposte valide e interessanti (ovviamente sistematicamente ignorati dalla dirigenza del partito ed in primo luogo dal Segretario attuale), vedo in questa nostra assemblea di oggi un’occasione importante. Riunire i socialisti nella prospettiva di un socialismo largo e diffuso nel Paese è una preoccupazione che condivido con Angelo Sollazzo ed i compagni che hanno organizzato l’evento. Dobbiamo ricostruire le basi di un Partito socialista degno di questo nome, anche facendo tesoro della fondamentale battaglia che abbiamo combattuto per la difesa della nostra Costituzione. Su questo punto vorrei essere chiaro, noi non dobbiamo partire dalla cosiddetta Grande Riforma di Bettino Craxi, che ancora sostiene suo figlio Bobo, che non si è mai realizzata e che forse è stato meglio così, ma dalla difesa del lavoro dei socialisti che hanno combattuto la battaglia antifascista e che hanno partecipato ai lavori dell’Assemblea Costituente: Vittorio Foa, Lelio Basso, Lina Merlin e soprattutto Pietro Nenni. L’ho detto anche alla conferenza stampa alla Camera il giorno della presentazione del Comitato socialista per il NO. Io che ho gestito il Blog di riferimento di questa nostra battaglia, che ci ha portato a vincere il 4 dicembre al fianco al popolo italiano contro lo scellerato tentativo del governo Renzi sostenuto dai poteri forti, vi dico, compagni, la maggior parte di chi ha partecipato con interventi e riflessioni complesse la pensa come me. Se partiamo dalla nostra Carta costituzionale non sbagliamo, se mettiamo in pratica l’articolo 1 che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, noi costruiamo davvero il socialismo necessario.

Costruire insieme l’organizzazione necessaria a creare e radicare un movimento socialista largo ha senso oggi solo se il nostro sguardo è rivolto non solo alle  categorie sociali storicamente oggetto delle nostra idea di politica, cui dobbiamo dare certamente una prospettiva di vita diversa da quella decisa dagli ultimi governi a guida PD. Le scelte del governo Renzi hanno infatti stravolto l’esistenza degli insegnanti delle scuole medie e secondarie, costretti a lasciare le case e le famiglie per un lavoro quasi sempre nell’altra parte della Paese; dei medici e degli infermieri costretti a fare i conti ogni giorno coi tagli strutturali alla sanità pubblica a fronte di uno stanziamento crescente di risorse per la sanità privata; degli impiegati delle amministrazioni locali e nazionali che lavorano con professionalità e sono troppo spesso oggetto di campagne denigratorie e generiche dei mezzi d’informazione che attaccano gli ultimi diritti acquisiti dai lavoratori, che invece, secondo me, dovrebbero essere estesi anche ai tanti impiegati delle aziende private. Tutto questo è vero ma non basta: dobbiamo puntare a conquistare il sostegno anche delle nuove generazioni: i nati negli anni ’70, ’80 e ’90, che conoscono solo la precarietà e che le politiche recenti, hanno umiliato, diviso e reso succubi di un mercato del lavoro con sempre meno tutele e diritti. È soprattutto per loro che dobbiamo ricostruire un orizzonte socialista.

Il nostro ruolo è portare nella politica attuale, tutta legata alle convenienze dei singoli governi ed alla loro breve esistenza, la programmazione dell’economia, tanto cara a Riccardo Lombardi. Per fare questo, il movimento che stiamo costruendo deve portarci quanto prima a ricostruire un Partito socialista stabilmente collocato a sinistra. E dovrà essere, penso, un partito che riparte anche dalle intuizioni di Giacomo Mancini della seconda metà degli anni ’60, che, quando noi socialisti eravamo alla guida del Paese, sosteneva che le nostre scelte politiche non potevano essere imposte dall’alto ma dovevano essere elaborate tenendo conto delle trasformazioni della società e dei problemi delle nuove generazioni.

Se vogliamo esistere e crescere come partito dobbiamo pensare ad una politica coraggiosa e seria rivolta alle nuove generazioni di lavoratori, coinvolgendole in prima persona nell’indicarci i nodi da risolvere e la strada da seguire, elaborando, a partire dalla nostra storia politica gli strumenti necessari a dare delle risposte adeguate. Sono settori di lavoro che noi, dobbiamo essere onesti, non conosciamo davvero perché sono nati e si sono sviluppati negli ultimi vent’anni, ma sono queste le frontiere del nuovo socialismo. Io sono sicuro, compagni, che ce la possiamo fare. Avanti!

Marco Zanier (Intervento all’assemblea “Socialisti in movimento” del 12/03/2017)

Con l’ANPI il 10 Febbraio a Roma per difendere gli spazi sociali e culturali

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Venerdì 10 marzo alle ore 16 in Campidoglio, si terrà una manifestazione sulla tristemente famosa delibera 140/2015 che ha portato in questi giorni alle minacce di sgombro di moltissime realtà sociali e culturali della città di Roma quali la Casa delle donne, la scuola popolare di musica di Testaccio, l’associazione Cielo, la Casa dei diritti sociali e molti altri centri di aggregazione con funzioni sostanzialmente pubbliche sono già state private dei loro locali, pensiamo al Circolo Gianni Bosio di tradizione orale sgombrato dal Rialto.

Conformemente al nostro deliberato congressuale, che avrete presente, e in continuità e coerenza con la nostra battaglia per la difesa e l’attuazione dei principi fondamentali della Costituzione, che prevede il libero sviluppo della persona umana quale singoli e nelle formazioni sociali, la presidenza provinciale invita tutti gli iscritti ad essere presenti in piazza per sollecitare una soluzione positiva e ragionevole, che non può essere dettata da principi economici. La nuova delibera comunale n.19/2017 é peraltro del tutto insufficiente non portando alcuna sostanziale modifica alla 140. Invitiamo pertanto tutti gli associati a partecipare e ad essere presenti, rivendicando il nostro impegno per la realizzazione di un ordinamento costituzionale impegnato alla giustizia sociale, impegno che dovrà caratterizzare anche le manifestazioni celebrative della vittoria sul nazifascismo e della Liberazione.

Presidenza ANPI Roma

8 Marzo: non è la festa della donna ma una ricorrenza!, di M. Saridachi

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La giornata dell’8 marzo viene da tempo definita come Festa della Donna, un termine ormai distorto in cui non ci si ricorda più il vero significato. L’8 marzo, infatti, non è una festa, ma bensì una ricorrenza.

In principio serviva a ricordare tutte le battaglie fatte dalle donne in campo sociale, economico e politico e a tenere viva l’attenzione sulla violenza e la discriminazione che non si possono dire superate.

Una giornata che ha origini americane, negli Stati Uniti esiste dal 1909 e in Italia dal 1922 e che nasce quindi con fine nobile e lontano dalla connotazione consumistica in cui si è trasformata. E’ in quest’ottica che la Festa della donna non ha più senso, perché di certo non serve una data celebrativa per sentirsi donne.

Se la si vede da un’altra prospettiva, ovvero che l’8 marzo non è un giorno di festa, ma una celebrazione per le donne che riuscirono con forza e coraggio ad ottenere gli stessi diritti degli uomini, la parità quindi dei sessi, l’uguaglianza sul lavoro e via dicendo, potrebbe invece averne.

Perché l’8 marzo? E’ ormai versione fantasiosa diffusa che in questa data venga ricordato un incendio in una fabbrica di New York, in cui morirono un centinaio di donne. La disgrazia di certo ci fu, ma il 12 marzo e soprattutto molti anni dopo che la Giornata della donne veniva celebrata.

In realtà, il Woman’s Day negli Stati Uniti, nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale.

Non ci furono ovviamente grandi trasformazioni, se non quella di creare consapevolezza nel potere delle donne. Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino alla celebrazioni della prima giornata della donna il 28 febbraio 1909

Una svolta significativa si ebbe nel 1910 quando 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.

La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.

La prima Giornata internazionale della donna per quanto riguarda l’Italia è stata celebrata nel 1922. Ora a quasi un secolo di distanza da quella ricorrenza vogliamo ricordare alcune delle donne che ora non sono più in vita ma che durante la loro esistenza si sono impegnate davvero per cambiare il mondo e per migliorarlo.

Si tratta in questo caso di donne i cui nomi sono piuttosto noti, ma non dobbiamo dimenticare nello stesso tempo tutte le altre donne che nel completo anonimato, sia in passato che ai giorni nostri, continuano a portare avanti missioni importanti per proteggere tutta l’umanità e il Pianeta.

È per tutte loro che dovremmo recuperare la memoria storica delle reali origini della manifestazione, che non è solo un giorno in cui regalare o ricevere cioccolatini e mimose.

Margherita Hack
Nel 2013 Margherita Hack è volata tra le stelle ma nessuno di noi la dimenticherà mai soprattutto chi ha avuto l’occasione di incontrarla dal vivo e di intervistarla. Margherita Hack ha dedicato tutta la sua vita allo studio dell’astrofisica e alla scoperta dei misteri delle stelle e dell’universo. Era vegetariana dalla nascita e ha dimostrato un grande amore per gli animali. Ha sempre praticato sport fin da giovane e anche con l’avanzare degli anni non ha mai abbandonato la sua passione per la bicicletta. Leggi qui la nostra intervista a Margherita Hack.

Nadine Gordimer

ci ha lasciati nel 2014, quando aveva 91 anni. La ricordiamo come scrittrice e come donna bianca che ha lottato in prima linea contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. Ha combattuto a lungo in nome dell’uguaglianza di tutti gli uomini e ha trattato di questo tema nelle sue opere letterarie. Ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 1991 per aver sfidato gli stereotipi e per essersi opposta a qualsiasi forma di oppressione, razziale o religiosa.

Berta Cáceres

L’attivista Berta Cáceres, che da anni lottava per difendere i diritti delle popolazioni indigene dell’Honduras e che nel 2015 aveva ricevuto il prestigioso Goldman Environmental Prize, da molti considerato il Nobel per l’ambiente, è stata uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016. L’omicidio è stato collegato al suo attivismo. Era infatti impegnata da anni contro la costruzione di una diga e contro lo sfruttamento dei territori indigeni in Honduras.

Dorothy Stang

Sono passati 11 anni dalla morte di Dorothy Stang. Per tutta la vita si era battuta a fianco dei contadini dell’Amazzonia brasiliana per difendere la loro Terra. Era una suora missionaria di origini statunitensi e un personaggio scomodo per via delle sue lotte a tutela dell’ambiente e delle popolazioni brasiliane. Il 12 febbraio 2005 fu uccisa con sei colpi di pistola, quando aveva 73 anni, mentre si trovava nella città di Anapu, nello Stato del Parà.

Masika Katsuva

Masika Katsuva si è battuta per anni per difendere le donne in Congo fino a quando un infarto l’ha scontrata. Masika è stata violentata più volte durante la sua vita come se in Congo fosse la normalità. Qui infatti sono ben 400 mila le donne che ogni anno subiscono una violenza sessuale, con una media di 48 all’ora. Purtroppo nella Repubblica Democratica del Congo, lo stupro è regolarmente praticato come arma di guerra e come uno strumento per mettere a tacere l’universo femminile. Ora che Masika non c’è più, speriamo che altre donne possano lottare in difesa dei propri diritti.

Maria Montessori

Maria Montessori fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia. Fu un medico, un’educatrice e una pedagogista diventata famosa in tutto il mondo per il proprio metodo. Fin da bambina aveva mostrato interesse per le materie scientifiche, come matematica e biologia. Sì laureò alla Sapienza di Roma e si impegnò a favore dei bambini che vivevano nei quartieri poveri della capitale. Dalle sue numerose esperienze di lavoro e di vita elaborò un metodo educativo che ancora oggi viene utilizzato nelle scuole e dalle famiglie di tutto il mondo.

La nostra speranza è che le donne di tutto il mondo possano unirsi per lottare in difesa dei propri diritti e di quelli di tutta l’umanità oltre che per proteggere il Pianeta. Crediamo che l’unione faccia davvero la forza quando si tratta di arginare la violenza e di cambiare il mondo migliorandolo.

Marcello Saridachi

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Ritrovare l’unità, di C. Baldini

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Un Renzi qualunque senza alcuna cultura ha potuto imbrogliare o plagiare tanta gente. Gente che in gran parte proveniva dalla Storia, a volte dal PCI. Egli ha continuato il discorso berlusconiano del superamento delle differenze destra e sinistra. E i babbei della sinistra gli hanno creduto. Bisognerà pure capire che il peccato originale sta nella nascita dello stesso PD, che via via ha sposato più gli interessi di Confindustria che dei lavoratori.

Converrà rinfrescare che la Destra c’è ed ha convinto la Sinistra che lei non serve.

Sono di sinistra coloro che pensano che le diseguaglianze non siano accettabili e che un governo e una società debbano operare per ridurle, soprattutto ponendo in essere una condizione di eguaglianza di opportunità per tutti i cittadini. Sono di sinistra coloro che pensano che il mercato libero e sregolato insito nella globalizzazione, produca non solo diseguaglianze, ma anche ingiustizie e questi ritengono sia necessario dare delle regole al mercato, garantendo una competizione equa, e che debba essere indirizzato a conseguire obiettivi collettivi e non soltanto arricchimenti personali.

L’alternativa di sinistra si può costruire solo nel momento in cui si abbia una cultura politica di sinistra e si recuperino dei valori storicamente appartenenti alle sinistre europee; quando si progetti un welfare in grado di consentire a tutti di avere assistenza, previdenza, una formazione culturale adeguata e un lavoro dignitoso.

Se non si va in questa direzione, si perde un grande pezzo di quella che è stata la sinistra in questo continente.

Una prospettiva di sinistra la si costruisce attorno a una politica economica diversa, che comunque contenga aspetti keynesiani cioè di intervento dello Stato in molte attività che costituiscono bene comune e necessario. Certo, occorre tenere conto delle costrizioni e degli accordi a livello europeo, anzi lavorare dall’interno per cambiarli. Per questo è nata Sinistra Italiana. Che non avrà certo problemi ad accordi programmatici con qualunque forza lavori in questa direzione.

La cosa grave è che non vedo la volontà nemmeno da parte del cosiddetto nuovo centrosinistra o DP di ricostruire una cultura politica adeguata, all’altezza delle sfide europee, internazionali e naturalmente anche italiane.

Anche il sistema elettorale fa parte di questa cultura politica.

Gli elettori devono poter scegliere i candidati, e da questo punto di vista i collegi uninominali sono insuperabili, restituendo loro potere invece che lasciarlo solo ai dirigenti di partito. I tanto vituperati sistemi proporzionali possono essere molto buoni: ricordiamoci che tutta l’Europa adotta sistemi elettorali proporzionali, tranne la Francia e la Gran Bretagna, e che è il caso di comprendere che resta il sistema in grado di garantire maggiormente la rappresentanza degli orientamenti dei cittadini.

Dovremmo ragionare già da qui, in rete, noi di Sinistra Italiana con i compagni di Possibile. Così come ne abbiamo discusso a Bologna il 18 dicembre. Se la base è in grado di trovare comuni giudizi ed azzardare comuni proposte , avremmo già fatto un primo passo verso un partito unito. Perchè non scordiamo che dobbiamo poi parlare la stessa lingua sul territorio. Io ci credo.
Ed è così, solo se la gente si fida, che ci schioderemo dagli 0,.

E la nostra opposizione si farà sentire.

Claudia Baldini

Non si distrugge l’idea socialista! I socialisti al fianco di Giacomo Matteotti.

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Alcuni giorni fa dei vigliacchi senza nome hanno distrutto la lapide che ricorda l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, posta a Roma nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa ed a Fratta Polesine è stata imbrattata con uno spray la locandina di un convegno a lui dedicato. Noi socialisti diciamo tutti uniti VERGOGNA! e vogliamo ricordare il suo nome e il suo sacrificio come è giusto fare, perché il suo esempio sia un monito per le giovani generazioni ed un avvertimento a tutti coloro che pensano di poter sottovalutare il ritorno del fascismo.

Nato a Fratta Polesine  il 25 maggio 1885, da una famiglia di idee socialiste, nominato nel 1920 segretario della Camera del Lavoro di Ferrara,  Giacomo Matteotti nel 1921 è l’uomo che ha pubblicato l’“Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, in cui si denunciavano per la prima volta le violenze delle squadre d’azione fasciste. Nel 1922 ha fondato, insieme a Filippo Turati e ad altri fuoriusciti dal PSI, il Partito socialista unitario (PSU), di cui è nominato segretario. Pubblicata a Londra, nel 1924, la traduzione del suo libro “Un anno di dominazione fascista”, il 30 maggio 1924, ha coraggiosamente preso la parola alla Camera dei deputati, contestando i risultati delle elezioni tenutesi il 6 aprile e denunciando con chiarezza una serie di violenze, illegalità ed abusi perpetrati dai fascisti. Quel discorso merita di essere ricordato: Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. Il 10 giugno 1924, uscendo di casa a piedi per andare a Montecitorio, viene rapito da alcune persone (che poi si sapranno essere della polizia politica fascista)  e barbaramente ucciso. Il suo corpo senza vita sarà abbandonato in un bosco nel comune di Riano a 25 Km da Roma e ritrovato alcuni giorni dopo. Il 3 gennaio 1925 in un celebre discorso alla Camera, il capo del fascismo Benito Mussolini avrebbe, di fatto giustificato anche quell’assassinio, dicendo: Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!  Giacomo Matteotti però non sarà mai dimenticato dai socialisti italiani e diventerà anzi il simbolo della lotta contro il fascismo, la violenza ed ogni forma di ingiustizia. Dopo Giuseppe Di Vagno, primo socialista ucciso dai fascisti, ci sarà la violenta distruzione della sede dell’«Avanti!», il giornale di riferimento del PSI e saranno in tanti i socialisti uccisi e incarcerati per il coraggio delle loro idee: da Rodolfo Morandi a Giuseppe Saragat a Sandro Pertini, solo per dire i più famosi tra quelli rinchiusi a lungo in carcere dal regime, poi diventati i protagonisti della Resistenza. Lelio Basso e Lina Merlin, Filippo Turati e Pietro Nenni saranno costretti a vivere confinati od a trovare rifugio all’estero. Ma ne cadranno altri purtroppo sotto il fuoco nemico: Eugenio Colorni, uno dei padri del manifesto di Ventotene che getterà in quegli anni le basi dell’Europa unita ed il coraggioso sindacalista Bruno Buozzi, sono ancora nei nostri cuori. Ma Giacomo Matteotti diventerà un simbolo per tutti. Per questo, durante la dura Guerra di Liberazione dal nazifascismo, le formazioni partigiane socialiste si sarebbero chiamate Brigate Matteotti in suo onore.

Pietro Nenni, che rimetterà in piedi il Partito socialista italiano e lo guiderà per decenni con forza, creando negli anni ‘60 i governi di centro-sinistra, dirà di lui: Chiunque aveva avvicinato Matteotti e ne aveva scrutato il pensiero e l’anima, sapeva di essere di fronte ad uno di quegli uomini che ponderano le parole e gli atti, che procedono con metodo rigoroso alla indagine dei fatti politici e sociali, ma che presa la loro via la percorrono fino in fondo, inflessibilmente. Questo morto – al quale fu a lungo contesa una tomba – domina la scena politica italiana.

Oggi che la sua lapide è stata vigliaccamente frantumata in tanti pezzi, che i suoi cocci sono stati lasciati in terra per sfregio, nel cuore di Roma, in una strada di grande traffico, senza che nessuno, ovviamente, abbia visto nulla, noi socialisti ci chiediamo stupiti: ma come è stato possibile e dove stiamo andando a finire? La scomparsa dei Partiti che hanno abbattuto il fascismo e creato la Repubblica e la democrazia produce anche questo. La cosa è gravissima e ci preoccupa molto, anche perché solo qualche giornale riporta l’appartenenza socialista del deputato Matteotti trucidato dal regime. Stiamo cadendo sempre più in basso. 

Per questo ci rivolgiamo alla società civile, ai mezzi d’informazione e a tutti voi cittadini gridando:

Non si attacca la democrazia e non si distrugge l’idea socialista!

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I compagni socialisti di Roma, la sezione PSI di Roma Centro “Rodolfo Morandi”, la sezione PSI XIV Municipio di Roma, il Circolo socialista “Andrea Costa” di Ostia Antica, il Circolo culturale “Giacomo Brodolini” Roma Nord, l’Associazione Culturale “Giacomo Matteotti” di Rovigo, i socialisti della federazione provinciale PSI di Trieste, l’Associazione “Il Socialista” di Milano, il Movimento Base Italia, Iniziativa socialista e inoltre hanno aderito numerosi altri compagni socialisti e semplici cittadini.

Firma convinto Giorgio Benvenuto presidente della Fondazione Pietro Nenni e della Fondazione Bruno Buozzi, Condividono l’iniziativa e firmano convinti Giuseppe Ciccarone ed Enzo Bartocci rispettivamente presidente e presidente onorario della Fondazione Giacomo Brodolini, “La Fondazione Lelio e Lilsli Basso si associa alla denuncia ed esprime la sua indignazione”  Elena Paciotti, presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso – ISSOCO; “La Fondazione Di Vagno si associa allo sdegno dei socialisti e dei democratici: Matteotti, come Di Vagno e tutti i Martiri del fascismo e della ideologia della violenza come strumento di lotta politica, sono patrimonio inviolabile del Paese intero” Gianvito Mastroleo presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno; “Apprezziamo e condividiamo la vostra iniziativa. Auspichiamo che la lapide venga ricomposta lasciando evidenti i segni dell’atto vandalico per  non dimenticare l’ultimo oltraggio alla memoria di un uomo politico che, in tempi drammatici per la democrazia nel nostro paese,  ebbe sempre il coraggio di manifestare le proprie idee assumendosene la piena responsabilità verso i lavoratori e le istituzioni” Walter Galbusera presidente della Fondazione Anna Kuliscioff;  “La figura di Matteotti dovrebbe stare a cuore non soltanto ai socialisti di ogni orientamento, ma a tutti coloro che credono nelle idee di democrazia e libertà, e che riconoscono il valore supremo dei principi di legalità e di difesa dello stato di diritto, di cui Matteotti fu uno strenuo propugnatore, e per i quali venne brutalmente assassinato per mano di sicari fascisti strettamente legati al nascente regime mussoliniano. Per questo l’attacco di chiaro segno fascista compiuto contro la lapide commemorativa di Matteotti, nel luogo in cui si consumò l’agguato omicida, costituisce un fatto grave, e non certo derubricabile a mero atto vandalico compiuto da qualche mentecatto sconsiderato. ll Circolo Carlo Rosselli di Milano si unisce allo sdegno ed alla denuncia di quanto accaduto, alla richiesta che la lapide venga prontamente ripristinata, all’invito ad una vigile attenzione verso questi inquietanti episodi, ed alla esortazione a che si proceda in modo non distratto all’individuazione dei responsabili”  Francesco Somaini presidente del Circolo Rosselli di Milano; “Il  ripugnante atto di vandalismo politico sulla lapide che ricorda uno dei più grandi  martiri della democrazia italiana mi induce a ribadire  la necessità storica della ripresa della lotta per gli ideali del socialismo, senza di cui la barbarie, in tanti modi declinata nei tempi odierni, rischia di non avere più avversari” Guido De Martino, Aderiscono il Povinciale ANPI di Roma, il Circolo ANPI don Pietro Pappagallo di Roma e il Circolo ANPI Monterotondo Edmondo Riva, sottoscrive Antonella Guarnieri storica e responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

Chiarezza sul Referendum sul Jobs Act, di C. Baldini

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Raccogliere 3 milioni di firme non è una passeggiata. Lo dico per quanti alludono che Cgil (sempre fuoco ‘amico’) avrebbe scritto un testo quesito in modo da farselo respingere. Ci vogliono menti ormai cattive o talmente arrabbiate per arrivare a formulare ipotesi che, tra l’altro, farebbero sprofondare anche la classe dirigente dell’unico sindacato storico che nel nostro Paese fa ancora il sindacato. Certo, in un Paese piddino e grillino. Che significa che anche Cgil è fatta di PD e di Grillo (soprattutto Fiom). Ma è una battaglia quotidiana che in tanti si continua con risultati alterni, ma quelli possibili. Una cultura del sospetto che non giova alla chiarezza ed alla verità. Vediamo di ripercorrere le motivazioni del testo referendario.

La materia dei licenziamenti si è evoluta negli anni . All’inizio c’era solo il licenziamento con preavviso obbligatorio. Poi si è via via affermato con l’elaborazione in Statuto della necessità per il datore di lavoro di formulare una ‘Giusta Causa’ per il licenziamento. Ma anche il diritto per il lavoratore che ritenesse arbitrario il licenziamento di ricorrere al giudice. Questo principio della ‘giusta causa’ è stato realizzato in due modi: attraverso la ‘Tutela Obbligatoria’ (art. 8 della legge 604/1966), applicabile alle imprese FINO a 15 dipendenti sulla singola unità produttiva o FINO a 60 su scala nazionale della stessa impresa.

La ‘Tutela Obbligatoria’ prevedeva l’OBBLIGO per il datore di lavoro di reintegra, ossia se il giudice dichiarava illegittimo il licenziamento, il datore di lavoro doveva riassumere oppure offrire risarcimento che, a seconda dell’anzianità di lavoro, andava dalle 3 mensilità a 6 mensilità. In tempi di vacche grasse molti sceglievano il risarcimento, perché il lavoro si trovava.
L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, invecefa un passo avanti nel campo della Tutela reale. Prevedeva infatti, sempre in caso di accertata illegittimità, per il datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato nel posto di lavoro e di corrispondergli una indennità risarcitoria pari alle retribuzioni dalla data del licenziamento sino alla reintegra. Normale direi: hai licenziato senza motivo riassumi e dai il salario perso fino a quel momento. Civiltà.

Vediamo che succede dopo. Il primo grosso attacco al concetto di giusta causa viene dalla Fornero del governo Monti.
Con la legge n. 92/2012 (Riforma Fornero) è stata modificata la disciplina contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e sono stati introdotti distinti regimi di tutela per le diverse ipotesi di illegittimità del licenziamento. La piena tutela reale è¨ rimasta applicabile soltanto al caso di nullità del licenziamento perché discriminatorio. E’ stata poi introdotta una tutela reale “attenuata” (che comporta il diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno sino a un massimo di 12 mensilità ) nel caso in cui non ricorrono gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo “per insussistenza del fatto contestato ovvero perchè il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa” e in caso di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Quindi una rete complessa caso per caso che di fatto ha tolto tutela e avallato solo il riconoscimento di nullità per discriminazione. Che non è così semplice da provare.

Si va avanti quindi di tutela esclusivamente risarcitoria, incentrata sul diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. C’è ancora un altro caso di tutela applicabile in caso di vizio di carattere formale o procedurale e comporta il diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 6 e un massimo di 12 mensilità . La bolgia fatta per aiutare a licenziare arbitrariamente.
Si potrà pure dire che si dovevano fare scioperi ad oltranza, ma si fece un tentativo. Deserto o quasi. Perché in Parlamento PD con Bersani accettò tutto ciò. Diventa difficile anche per un sindacato convinto scendere in piazza.
Andiamo avanti. Come siamo messi a quel punto?
҉҉҉Per tutti i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 sono tuttora in vigore questi differenti regimi di tutela previsti dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; e per i lavoratori di aziende che occupano meno di 16 dipendenti in ciascuna unità produttiva o meno di 60 su scala nazionale continua a essere in vigore la tutela obbligatoria prevista dalla legge n. 604 del 1966 (fatta salva la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio). Per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 si applica invece un nuovo regime di tutela, introdotto dal decreto legislativo n. 23 del 2015 (Jobs Act).҉҉҉

RAGIONIAMO

Il decreto legislativo Jobs Act ha quindi limitato il diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro SOLTANTO ai casi di licenziamento discriminatorio, considerato nullo o in palese falso del fatto contestato. Negli altri casi di licenziamento ILLEGITTIMO, è previsto solo un indennizzo economico, pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio (in misura comunque non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità). La predetta indennità risarcitoria è ridotta a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a dodici mensilità, in caso di vizio formale o procedurale. Per le piccole imprese, al di sotto dei 15 dipendenti, è prevista invece un’indennità da 2 a 6 mensilità. Punto

***L’obiettivo del referendum è quello di abrogare completamente quest’ultima disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 23/2015, e di abrogare nel contempo alcune parti dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: in pratica, si vogliono abolire le modifiche introdotte con la Legge Fornero, per tornare alla vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e quindi a un UNICO REGIME DI TUTELA IN CASO DI LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO(anche in caso di licenziamento viziato solo sul piano formale), incentrato sul diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno in misura piena.**

L’obiettivo del referendum è anche quello di ESTENDERE l’ambito di applicazione della tutela prevista dall’art. 18: già per le imprese agricole con più di 5 dipendenti esiste la stessa tutela. Proprio per la Costituzione che non ammette discriminazioni tra lavoratori nelle stesse condizioni la parte considerata da alcuni propositiva, ma in realtà costituzionalmente legittima, potrebbe essere stralciata.

Sarà la Corte a pronunziarsi, il prossimo 11 gennaio, sull’ammissibilità o meno del quesito.

L’avvocatura dello Stato fa il suo mestiere a favore di Jobs act.
Noi vediamo di fare il nostro. Perché alla fine il risultato è stato anche costituzionalmente dubbio: tutele diverse a parità di mansioni e condizioni. La risultante è sempre la stessa.
Non si tratta di riportare indietro la Storia. Si tratta di equilibrare diritti e doveri nel posto di lavoro.

Buona fortuna Referendum.

Claudia Baldini

Lo spartiacque, di C. Baldini

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Pietro Ingrao disse:
“SEL è l’unica forza unitaria della sinistra che può ambire a governare il paese ed essere protagonista di un cambiamento reale”

Vorrei che scoprissimo questa anima che Pietro vedeva in Sel o Sinistra Italiana. Io non credo che Pietro Ingrao intendesse si dovesse continuare con il centro sinistra. Perchè Ingrao non era più rimasto a far parte dei DS? Perché la svolta della Bolognina lo preoccupava? Le risposta non è perchè lui fosse un comunista di vecchio stampo. Lui era un grande social-comunista, con ben chiari quelli che erano i cancri del nostro vivere e ben deciso ad andare in senso opposto.

Parlare di SEL era allora come dire Vera Sinistra, aperta, inclusiva verso ogni persona, movimento, associazione o partito che si organizzasse per una politica sociale innanzitutto ed economica volta all’uguaglianza dei diritti, alla giustizia sociale, alla difesa ambientale, alla redistribuzione del reddito. La forbice era troppo aperta allora.

Oggi è rotta. Ciò significa che Pietro aveva ragione e il PD torto. Un torto derivante dalla devianza verso non più obiettivi di giustizia sociale e sostegno agli ultimi, ma ad esercitare il potere insieme a chi già lo possedeva sia economico che finanziario.
Ed in questo, non solo dalle parole di Pietro, ma da quelle di Berlinguer che vedeva lontano, sono sorretta nella mia consapevolezza:

“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di clientela e di potere ”
” I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le Istituzioni, gli enti, gli ospedali, le università, la Rai e alcuni grandi giornali”
“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.”

Da tempo il Partito Democratico che pure aveva illuso molti di noi, ha deviato pesantemente dal socialismo. Ha distrutto la stessa ideologia socialista predicando che non hanno senso le parole destra e sinistra e dandone valida prova. Conta solo sui plebisciti a favore del Capo e non condivide nulla della politica economica aticapitalista e liberista pur mediata in socialdemocrazia. E’ vero, quando dico Partito Democratico potrei dire, tranne una piccolissima parte.

Benvenga allora quella piccolissima parte, ancora forse con idee socialiste in testa a discutere con noi e fare cose buone per il Paese. Noi siamo aperti. Siamo chiusi totalmente ai partiti, persone, movimenti che sbeffeggiano il socialismo e il popolo sovrano. Non si è socialisti perchè si è entrati nel PSE. Anzi, a ben guardare quel partito è la copia del PD. Come lo è quello francese

Al male di partito, si è aggiunto in questi ultimi tempi il male del Berlusconismo continuato in Renzismo. Se in un partito, che alcuni insistono a chiamare impropriamente di sinistra, si è giunti a tanto, non capisco proprio chi teorizza unità della sinistra includento quel partito.
Lo spartiacque per me è chiaro: noi dobbiamo ritrovare la nostra gente, il nostro popolo, ci vorrà tempo, ci vogliono belle intelligenze e comprendere fino in fondo che significa Questione Morale.Quindi dobbiamo guardare a chi ci assomiglia nei nostri valori, non a chi ci snobba e ci usa come stampella.

Cerchiamo di andare al congresso uniti. Sì, va bene, cerchiamo, è indispensabile, ma la questione è di spessore, è vitale Socialismo o Liberismo nei valori, nel convivere, in economia.
Tutti dovrebbero fare lo sforzo di capire che l’unica cosa che manca al Paese è un Partito di sinistra, SOCIALISTA, non certo dei centri o delle destre. Se tutti crediamo che ci voglia , unità si trova , altrimenti io non vedo purtroppo una seria unità.

Claudia Baldini.

Facciamo un po’ di conti a sinistra dopo il referendum, di S. Valentini

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Quasi tutti i commentatori e molti politici che pascolano, nonostante il No al 60%, tranquillamente nelle televisioni e in tutti i media possibili, fanno molta fatica ad ammettere che questa non è la stata la vittoria del popolo sul “palazzo”, dominato dai poteri forti, italiani, europei e internazionali, a cominciare dall’alta finanza, bensì, avvertono, è stata la vittoria di 5 Stelle, della Lega, del populismo. Ora occorre porre subito riparo, contrastare adeguatamente l’eversione populista, questo movimento “anti-sistema”. Ma le cose stanno veramente così?
Dallo studio dei flussi elettorali emergono alcuni dati significativi. Tre sono quelli che mi hanno più colpito, al di là delle tante chiacchiere.

Il primo, 25 elettori su 100 del Pd hanno votato No; il secondo, 16 elettori su 100 di Forza Italia hanno votato Si, non compensando le perdite del Pd a sinistra, verso il No delle ragioni appunto della sinistra: Il terzo, la stragrande maggioranza dei giovani e della popolazione in età media hanno votato No, il Sì prevale, di poco, solo tra gli elettori oltre i 64 anni. Questo sta a significare che la proposta di “cambiamento” dell’Italia avanzata da Renzi ha ottenuto consensi soprattutto tra gli anziani e i pensionati e che la sua famigerata “maggioranza silenziosa” altro non è che una minoranza molto rumorosa, dal momento che il 64% degli incerti e di quelli che in questi anni non sono andati a votare hanno espresso un chiaro voto per il No e non credo che siano tutti attratti dal “populismo” di 5 Stelle o della Lega.

Emerge dall’analisi del voto un dato politico che pochi dicono e mettono in evidenza: il ruolo decisivo della sinistra nel successo per il No che si può quantificare tra il 12 e il 16 per cento, non mi pare poco! 
Ed è da questo dato che occorre ripartire per ragionare sul futuro della sinistra e di conseguenza del Paese. Si dice che Renzi ha un omogeneo 40%. Anche questo è un dato non esatto. Il Pci di Berlinguer prese al referendum sulla scala mobile il 47% e lo perse per il disimpegno della destra migliorista, a iniziare da Napolitano, e prese subito dopo nelle elezioni politiche il 27%! Attenzione dunque, per tutti, a riportare il voto dei referendum sul eventuale orientamento politico degli italiani. Questo ragionamento, ovviamente, vale per tutti, quindi anche per la sinistra. Per questo parlo di un 12/16 per cento potenziale. La questione è come trasformare questo bacino elettorale sul referendum in un voto chiaramente di sinistra.

Credo che per questo obiettivo occorrano che si realizzino alcune condizioni; in mancanza delle quali il rischio è ripercorrere strade già battute, di andare incontro ad altre sonore sconfitte e brutte delusioni.
La prima. Occorre costruire un nuovo soggetto politico, non una semplice lista elettorale; un nuovo soggetto politico che non sia però la sommatoria soprattutto del ceto politico esistente a sinistra. La sommatoria infatti somma le debolezze, non dà forza, nuova linfa. E un soggetto politico lo si costruisce avviando da subito un percorso costituente dal basso verso l’alto, non con gruppi dirigenti locali e nazionale già precostituito. Per questo, come sostiene il Sindaco di Napoli De Magistris, bisogna partite dai territori, dalle realtà di movimento, da chi in questi anni ha condotto appunto sul territorio battaglie importanti per la pace, il lavoro, i beni comuni, la tutela dell’ambiente. Una fase costituente di cui eventualmente la lista elettorale è un passaggio e non l’approdo.
In questo processo, seconda condizione, è necessario coinvolgere tutti, tutti quelli che ci stanno, senza pregiudizi, ad iniziare da chi ricopre responsabilità importanti, dirigenti sindacali e dell’associazionismo, amministratori locali e regionali, intellettuali.
La terza condizione, non meno importante, è quella di avere una linea chiara in grado di candidare la sinistra come forza credibile al governo del Paese, di essere alternativa al centrodestra, a 5 Stelle e a qualsiasi tentativo di rivincita del renzismo di riproporci l’avventura neocentrista del partito della nazione. Non abbiamo bisogno di una sinistra identiraria chiusa nel suo recinto, ancora una volta minoritaria che si accontenta del solito 3 per cento, ma abbiamo bisogno di una sinistra che mentre si costruisce e si rafforza, nel vivo della lotta e con un robusto radicamento sociale, costruisce un campo democratico e progressista con tutti quei soggetti politici interessati al suo progetto di non consegnare l’Italia senza combattere ad altri o magari nuovamente allo stesso Renzi. Per questo massima attenzione al dibattito e allo scontro in atto nel Pd; là c’è un pezzo non irrinunciabile al nostro progetto.

Una domanda è però d’obbligo. Sarà capace il ceto politico che oggi a in mano le sorti future della sinistra italiana a fare tutto ciò? Questo è il vero punto di domanda. Senza questa condizione continueremo a vivacchiare nella marginalità del dibattito politico, Ad accontentarci magari di aver migliorato la nostra percentuale elettorale passando dal 3 al 4 per cento mentre il potenziale del nostro bacino elettorale come ci dice il referendum è a due cifre. Emergerà a sinistra una nuova leadership in grado di compiere questo salto di qualità. Questa è per l’oggi la scommessa politica.

Alessandro Valentini

La legge di bilancio ignora le politiche abitative, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

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La legge di Bilancio che sarà approvata oggi al Senato con il voto di fiducia (ad un governo dimissionario) ci consegna una legge di bilancio che a mia memoria, per la prima volta non contempla nessuna, nessuna, nessuna norma che abbia anche solo superficialmente a che fare con le politiche abitative.

Zero euro per programmi di aumento di offerta di alloggi a canone sociale. Zero euro per il fondo contributo affitto, in assoluta continuità con la legge di stabilità per il 2016. Fondo morosità incolpevole che dai circa 60 milioni di euro del 2016 viene ridotto a 36 milioni di euro (ovvero un contributo, per i soli sfrattati per morosità del 2015, pari a circa 50 euro mensili).

In questo modo il Governo condanna per i prossimi tre anni le 700.000 famiglie collocate nelle graduatorie a continuare ad abitare le graduatorie, senza alcuna prospettiva.

In questo modo si condannano le 350.000 famiglie che avevano diritto al contributo affitto al baratro dello sfratto per morosità per l’azzeramento del contributo affitto.

In questo modo si condannano le circa 60.000 famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto per morosità, e che avrebbero il diritto a ricevere un contributo di 12.000 euro per stipulare un nuovo contratto ed uscire dallo sfratto, a subire l’onta di poter, al massimo e per una parte minoritaria di loro ad avere un contributo medio mensile di circa 50 euro per uscire dallo sfratto per morosità.

Quanta miserevole e sciatta politica vedo in Italia.

Ma non è solo il Governo che segna una assoluta indifferenza sulla questione abitativa e sul livello di precarietà raggiunta, a ruota Regioni e Comuni, nessuno escluso, perseguono la stessa strada.

Avanti con l’ipocrisia sparsa a piene mani l’importante è fare il presepe con due palestinesi, coppia di fatto e baraccati che esprimevano una speranza, che oggi le amministrazioni, centrali e locali, fanno morire.

Massimo Pasquini (Segretario nazionale dell’Unione Inquilini)

Poche considerazioni sul referendum, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Questo voto ha una rilevanza sotto numerosi aspetti, ci consegna la lettura di un Paese che forse non conoscevamo granché. E’ evidentemente un voto di classe, il No è stato portato avanti, oltre che da una piccola élite intellettuale illuminata (penso ad esempio ai costituzionalisti schierati per il No, ai tanti appelli venuti dal mondo accademico) soprattutto da quel largo schieramento sociale che i “benefici” delle riforme renziane non lo hanno visti, o hanno addirittura visto peggiorare le loro condizioni: disoccupati di lungo periodo e giovani inoccupati ben lontani dagli illusori bricolage delle politiche per il lavoro fai-da-te: ti do’ un voucher e poi te la vedi tu come spendertelo in un mondo di squali come quello del sistema formativo; ceti medi che sprofondano verso la povertà e vivono l’assillo della minaccia quotidiana di perdere il lavoro, piccola borghesia in parziale proletarizzazione ed angariata da un carico fiscale tutt’altro che in riduzione, insegnanti deportati in puro stile titino in giro per l’Italia ed umiliati dal Rondolino di turno, dipendenti pubblici che non si sono accontentati della mancetta degli 85 euro, perché non vedono valorizzato il loro lavoro quotidiano e sono umiliati dalla retorica della burocrazia soffocante, precari sempre più precarizzati e partite IVA prese in giro con la modesta riformicchia a loro dedicata.

Non è un caso, ed è la cartina di tornasole del connotato di classe di questo voto, che i risultati più netti arrivino dal Mezzogiorno, dall’area territoriale, cioè, che più di tutte raccoglie la sofferenza sociale del nostro Paese. E che ci insegna una grande lezione di dignità e riscatto. Tutti noi pensavamo che il voto al Sud sarebbe stato manovrato ed inquinato dai feudatari del voto, quando non addirittura dalle organizzazioni criminali. Il 67% del No in Calabria, i risultati di province come Salerno e Napoli ci parlano di un Sud ben più autonomo ed arrabbiato di quanto pensassimo. I meccanismi consociativi affogano nella progressiva riduzione delle risorse finanziarie necessarie per ungere le ruote. La spending review diventa il killer di una classe politica notabiliare meridionale che da sempre garantiva di attaccare il ciuccio dove voleva il padrone. Abbandonato a sé stesso dal Governo Renzi, che prima ha svuotato il Fondo Sviluppo e Coesione per altri fini, e poi ha rivenduto banali riprogrammazioni dei fondi strutturali già assegnati come miracolistici Masterplan, il Sud lancia la sua voce di dolore, ma anche di dignità. E ricorda alla politica che niente, in questo Paese, può essere fatto senza dedicare sforzi e progettualità vera al grande malato.

Dentro questo voto soffiano molti venti: sicuramente il vento della stanchezza, di un Paese allo stremo, per otto anni di crisi alternata a stagnazione, e di assenza di prospettive di riscatto a breve. Questo Paese non ha accettato la retorica del cambiamento continuo, dell’innovazione per l’innovazione, proposta dai renziani. A Bagnoli, ad esempio, servono condizioni di abitabilità decenti, ambiente, lavoro e legalità, non le futuristiche strutture immaginate da Renzi per chiudere l’infinita storia della riconversione dell’ex polo siderurgico. E così in tutte le Bagnoli che ricoprono questo Paese, anche in un Nord che ha perso il suo connotato mitico di locomotiva economica, e che oggi lotta fra aziende che chiudono, condizioni lavorative sempre più disastrose, disgregazione di quel tessuto di coesione sociale che era garantito dal vecchio modello distrettuale, oggi preso letteralmente a mazzate dalla concorrenza dal lato dei costi esercitata dai Paesi emergenti (spesso operanti addirittura dentro la casa distrettuale, vedi Prato ed il distretto parallelo e clandestino dei cinesi) e dall’incapacità morale e progettuale dei rampolli odierni dell’imprenditoria settentrionale nel proporre un patto sociale e produttivo fatto di coesione, compartecipazione, innovazione e qualità. La disgregazione dell’impianto contrattuale, per inseguire un modello americano di competitività aziendale, non rilancia la produttività perché scarica semplicemente sul salario i mancati guadagni di redditività dell’azienda. La burocrazia confindustriale è fra i principali sconfitti di questo voto, perché ha creduto, attraverso la riforma costituzionale, di trasferire alle istituzioni pubbliche il modello padronale-efficientistico ed accentratore, oramai obsoleto, che rappresenta la base culturale della nostra borghesia. Questo modello di governance, che esclude la cogestione e il dialogo organizzativo interno, è il principale responsabile, insieme ad un sistema creditizio asfittico e politicizzato ed allo smantellamento della grande impresa pubblica che faceva innovazione radicale, della spoliazione industriale del Paese e dell’asfissia del nostro processo di accumulazione. Non è stato permesso, a questo modello perdente, di trasferirsi nella sfera costituzionale.

Se soffia il vento della stanchezza, soffia anche quello della rabbia e del rancore, e la nostra classe dirigente farebbe bene a stare molto attenta, perché gonfia le vele del populismo, e preannuncia rese dei conti ben più violente di quelle di un voto referendario. Nei tanti renziani che oggi sfogano la delusione per la sconfitta richiamando il modello-Renzi e prendendosela con un Paese che non lo avrebbe capito, o che non avrebbe il coraggio di seguirlo, è assente ogni consapevolezza razionale minima circa ciò che sta montando dentro il Paese reale. I sistemi politici ed ideologici che spingono popolazioni intere verso miti futuristici e mete gloriose, incuranti delle sofferenze sociali ed individuali che tale processo innesca, sono destinati al crollo. E’ vero per gli Khmer Rossi ed è vero anche per il renzismo.

L’unico modo per sconfiggere il populismo è quello di scendere al livello delle ansie, delle paure, delle frustrazioni, delle sofferenze che lo alimentano. Sapendo dare a queste la priorità rispetto al disegno generale ed agli obiettivi futuri. Dicendo che Ventotene, che il multiculturalismo dell’immigrazione, che il pareggio strutturale di bilancio, che la crescita della curva di produttività, sono meno importanti della cura del bene comune, della preoccupazione per dare lavoro al giovane di Polistena, della tutela dell’ospedale pubblico dal rischio di chiusura, della garanzia di condizioni di sicurezza pubblica per chi vive nelle tante Tor Bella Monaca delle nostre città devastate e “americanizzate”, dove i meno abbienti vengono ghettizzati in periferie sempre più lontane e squallide. Arroccarsi su una presunta superiorità del progetto sulle persone (quand’anche essa fosse reale, e non è il caso del renzismo) su una spinta ad andare avanti per andare avanti, a riformare per riformare (quale che sia il costo da pagare) e su una politica fatta di oscuro tecnicismo ed opacità nella gestione del potere (opacità che la deforma-Boschi, con le sue cervellotiche procedure legislative, avrebbe accresciuto) consegnerà il Paese a Grillo, forse ad un Grillo alleato con Salvini.

Per questo serve un progetto collettivo, che sia però basato sull’analisi delle condizioni di vita dei singoli, in grado di restituire speranze rispetto ai loro obiettivi esistenziali. Per tale progetto, il tecnicismo oligarchico renziano è chiaramente inadeguato. Il populismo lo è altrettanto. Solo la sinistra è in grado di recuperare, nella sua tradizione culturale che vede nel partito e nel sindacato gli aggregatori della domanda sociale, e i produttori di una élite politica in grado di produrre coscienza di classe (rimettendo insieme i pezzi di classe frammentati attorno ad un progetto di rinascita comune) e dare una indicazione sul “che fare”, una speranza per il futuro.

Riccardo Achilli