coscienza di classe

Mio padre. di F. Marchi

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Mio padre è stato un partigiano, comandante di una Brigata operativa in Umbria e nell’alto Lazio. I suoi racconti di lotta e di guerra partigiana sono stati per me un grande insegnamento. Mi raccontò molte volte di quella volta in cui uccise un soldato tedesco. “Fortunatamente – diceva – non sai a chi spari, spari nel mucchio, loro sparano, tu spari. Ma quella volta non c’erano dubbi, ero stato io ad uccidere quel ragazzo. Gli tirai una bomba a mano proprio nella sua buca. Rimasi sconvolto. Era la prima volta che avevo la piena consapevolezza di avere ucciso un uomo, un altro ragazzo come me. E’ tremendo, anche se sai di stare dalla parte giusta non riesci a toglierti dalla mente quel ragazzo a cui hai tolto la vita. E sai che devi andare avanti, specie se hai la responsabilità di altri uomini. Tornai al nostro rifugio e vomitai per un giorno intero”.

Il racconto di quanto avvenuto, per la verità, sarebbe molto più cruento, ma sarebbe solo di pessimo gusto scendere in particolari. Me lo ha raccontato tante volte, forse per farmi capire che bisogna combattere con tutte le nostre forze per quello in cui crediamo ma non dobbiamo mai odiare, non dobbiamo mai perdere la nostra umanità. Per lo meno è così che l’ho interpretato.

E’ stato un combattente, un militante e un dirigente socialista per lungo tempo.
Se ne è andato quasi 17 anni fa all’età di 85 anni. Nacque il 16 aprile del 1918, lo stesso giorno (chissà, il caso) e lo stesso mese in cui è nata una persona che mi sta molto a cuore. Lo porto sempre con me, ogni giorno mi fa compagnia, è come se fosse vivo. E quando devo prendere una qualsiasi decisione penso sempre a cosa mi avrebbe detto mio padre. “Agisci sempre secondo coscienza”. “Fai sempre la cosa giusta”. Questo è stato il suo insegnamento. Questo è rimasto scolpito dentro di me come se fosse intagliato nella roccia.
Ricordo ancora la prima volta che andai con lui ad un comizio proprio a Porta San Paolo. Ero un ragazzino, mi portai dietro il pallone e cominciai a palleggiare da solo come fanno appunto i ragazzini, praticamente per tutta la durata del comizio. Mio padre si salutava con un sacco di amici e compagni, ridevano, scherzavano e parlavano, di politica, ovviamente, che a me allora annoiava terribilmente e mi chiedevo cosa ci trovasse lui di tanto appassionante. Era una manifestazione unitaria, come si diceva una volta, dei due grandi partiti della Sinistra, il PCI e il PSI. Incredibilmente, me la ricordo ancora, forse perché è stata appunto la prima della mia vita. Ricordo che c’erano tanti operai edili con il tradizionale cappello di carta di giornali sulla testa, come usavano allora, poi gli operai della Stefer con la divisa blu, quelli dell’Atac e i taxisti con i taxi (erano di colore verde e poi diventarono gialli) con le bandiere rosse.

Si allontanò diversi anni più tardi da quella sinistra in cui da sempre aveva militato, fin dagli anni dell’occupazione nazifascista. Era molto amareggiato da quello che quella sinistra stava diventando ed era già in larghissima parte diventata. Oggi, se ci fosse ancora, credo che ne sarebbe letteralmente disgustato. Da una parte penso che sia stato meglio che se ne sia andato prima di assistere a quella totale degenerazione, a quello scempio che io invece, suo figlio, ho vissuto.

Celebro così, il mio 25 aprile, Festa della Liberazione, da tempo ridotta ad una ipocrita kermesse, esattamente come il 1 Maggio e il suo maledetto “concertone”.
Tutto molto triste.

Fabrizio Marchi

L’articolo è tratto dal sito linterferenza.info al link http://www.linterferenza.info/attpol/mio-padre/?fbclid=IwAR218IoCpncW5Au7KCrSS96zbIFlpTlCZbyFqwRI5VjQFWUdabew2aB9bfo

Non possiamo essere complici dello sterminio. di C. Baldini

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baldini claudia 4

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Quattordici ministri degli esteri europei hanno finalmente trovato la forza, dopo l’appello di Papa Francesco, di chiedere la fine del massacro di Idlib.

Sono i capi delle diplomazia di Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Belgio, Estonia, Polonia, Lituania, Svezia, Danimarca, Finlandia e Irlanda.
Arriva dopo che un numero incredibile di scuole è stato colpito dai raid aerei dei russi e dei siriani e dopo le operazioni militari dei turchi.

Un milione di civili rischiano ormai di morire di stenti e privazioni, di freddo, di fame. La maggioranza di loro sono bambini. Gli assiderati dei giorni scorsi fecero scalpore, poi basta. Ma l’emergenza è assoluta, questione di ore. Quel milione di individui è ancora lì, rischiano tutti un destino atroce. E domani si aggiungeranno o si potrebbero aggiungere altri due milioni di essere umani, gli altri disperati civili che vivono a Idlib.

E il mondo dell’associazionismo c’è? La nostra società civile non ha nulla da dire? Nulla da obiettare? La nostra coscienza tace?

Ho letto le denunce di Amnesty, altre voci importanti, certamente. Ma dove siamo, noi? Impauriti dal Coronavirus non sappiamo più distinguere il reale dall’ipotetico? O siamo stati assorbiti, inghiottiti da una liquefazione della coscienza individuale e collettiva?

Questo mondo è il nostro mondo. Quello che accade è opera nostra. Dei nostri silenzi, della nostra acquiescenza, disattenzione.

Chi ha parlato di “male minore” avrà per sempre su di sé il peso, per me, di un errore enorme.
Scuole bombardate, bambini in fuga verso il nulla. Il muro turco impedisce alla popolazione di fuggire, il fuoco di Assad li incalza senza via di fuga.

Erdogan, dopo aver armato l’altra canaglia, i jihadisti, che ha tormentato questa popolazione, pensa solo ai suoi confini e al suo espansionismo.
Ma ai civili di Idlib non pensa proprio nessuno?

Io credo che sia arrivata l’ora di una grande mobilitazione nazionale per la coscienza umana di ciascuno di noi. Sottrarsi vorrebbe dire essere complici.

Fuggono verso la Grecia che li respinge con lacrimogeni. Muoiono di freddo e di polmoniti.

Scendiamo tutti in piazza per Umanità. Non importa chi ci organizzerà. Bisogna farlo.

Claudia Baldini

Un grosso schiaffo a Salvini. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Una reazione molto a caldo, ma il grosso schiaffo a Salvini in Emilia è l’unica cosa che rende veramente felice. Non sono emiliano, abito a molta distanza da quella regione. Credo che però l’alta affluenza alle urne sia stata il motivo della sonora sconfitta di Salvini che è stata pesante (ma in Emilia!!) …..una forte reazione democratica e popolare contro una campagna elettorale condotta nel modo più indegno possibile (ma del resto cosa ti vuoi aspettare da un reazionario?) , seminando odio e paura, criminalizzando intere comunità. Certo , non mi faccio illusioni: la Lega è resterà forte, la destra è maggioritaria nel paese, amministra la gran parte delle regioni. Ed ero e resto distantissimo dal PD non credendo affatto in una sua mutazione genetica a sinistra e socialista. E’ una forza organica all’attuale modello economico e sociale (ma come, con diverse declinazioni è la Lega). Ma lo schiaffo sonoro a Salvini ci voleva.

Certamente la situazione in Italia resterà incerta e confusa per molto tempo, ma credo che le elezioni anticipate si allontanino. Poi avremo modo di approfondire meglio , a mente più fredda. Resta a sinistra del PD un vasto e potenziale spazio aperto che certo una sinistra ribellistica e veterocomunista radicalmente minoritaria nella visione non potrà mai coprire ed è destinata alla piena estinzione. Come ci sarà da riflettere sul destino del 5s (che non ho mai amato).Il problema è che alla sinistra del PD c’è un potenziale spazio per una sinistra socialista alla Sanders e Corbyn , critica del “pensiero unico” e critica del capitalismo nella sua forma odierna. Il problema è di individuare le soggettività e costruire una cultura politica organica , cose notoriamente non facile nel bailamme di questo maledetto paese.

Giuseppe Giudice

La Sinistra rimetta al centro il conflitto, il lavoro, la questione sociale. di P. P. Caserta

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Quanti hanno a cuore oggi la ricostruzione di una sinistra che sia terza e autonoma dovrebbero stare attenti a non finire nel tritacarne neoliberale del movimentismo post-ideologico.

È un rischio sempre incombente, lo abbiamo visto con il M5S, lo stiamo vedendo con le sardine (anche se tra i due movimenti ci sono sia assonanze che differenze) e lo vedremo, credo, ancora in forme nuove. Non si tratta di disprezzare nessuno, ma solo di capire che non si può pensare di affidare ai movimenti post-ideologici il lavoro che è nostro. Non solo questo, in realtà. Tra le braccia di questi movimenti sono finite e finiscono molte delle speranze dei delusi della sinistra. Bisogna, allora, trovare il modo di rendere chiaro che un vasto coinvolgimento di massa non rende un movimento popolare nello scopo. I movimenti post-ideologici, figli della ritirata e della disintermediazione della politica, sono elitisti nell’essenza. Non c’è bisogno di alcuna dietrologia per affermare questo, è più che sufficiente leggerne le premesse reali. Sono movimenti organici alla polarizzazione del dibattito ideologico da tempo in essere, che riduce l”alternativa” alla falsa scelta tra un blocco nazional-populista e uno elitista, in un gioco di specchi, di legittimazione reciproca, che deve escludere una politica popolare.

Si risponde decostruendo i movimenti ma si risponde, soprattutto, essendo sinistra oltre i nominalismi, tornando nei luoghi del conflitto, mettendo al centro il Lavoro e la questione sociale, lavorando, in connessione con le migliori realtà nella scena internazionale, alla costruzione di una sinistra né populista né elitista, ma popolare ed eco-socialista.

Il fatto che la sinistra debba tornare nei luoghi del conflitto non significa che debba tornare semplicemente nei vecchi luoghi. Occorre, invece, leggere i nuovi luoghi e le nuove forme del conflitto, che è sempre in primo luogo il conflitto tra Capitale e lavoro e le cui forme mutano nel tempo. In effetti, a me pare che l’errore qui sia stato duplice: a volte la sinistra ha abbandonato i luoghi del conflitto, persino il tema del conflitto. In altri casi è tornata nei vecchi luoghi del conflitto, ma non vi ha trovato quasi più nessuno, mentre altrove, nei luoghi nuovi, la sofferenza e il risentimento crescevano, e altri avanzavano per intercettarli, rappresentarli e canalizzarli.

Questi due errori corrispondono approssimativamente alla pseudo-sinistra neoliberista e alla sinistra vetero-comunista nelle sue forme più sclerotizzate. Anche per questo c’è bisogno del Socialismo, che ha la cultura di non irrigidirsi in formule interpretative definitive e chiuse della realtà sociale. 

Il conflitto si è spostato. Le nuove forme del conflitto non sostituiscono le vecchie, vi si aggiungono. Da questo non si può prescindere e occorre riprendere il filo.

Pier Paolo Caserta

La logica della guerra. Il grande nulla nella guerra per la guerra. di G. Marigo

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Marigo Giandiego (2)

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La logica della guerra si nutre di dicotomie, contraddizioni ed assoluti categorici se così non fosse non potrebbe funzionare. Essa esige adepti e seguaci che non si pongano domande sulle altrui ragioni e che credano ciecamente di essere nel giusto (l’unico giusto possibile) e che sia loro dovere difendere le ragioni dell’una o dell’altra parte.

Scegliere fra Trump e Soleimani e fra il mondo che il Cow -boy incappucciato di bianco vede e quello che il generale islamico difendeva è sinceramente difficile ed anche per nulla interessante per me.

Entrambi sono colorati di colori cupi, grevi … a loro modo orrendi. Il Mondo migliore possibile che speriamo e nel quale crediamo è lontanissimo e diverso da tutti loro.

Eppure potremmo finire persino con il dover combattere per difendere l’uno dall’altro ed a dover credere che esista una vera  una ragione per farlo. Salvo poi, quando la storia descriverà questo periodo, scoprire d’essere stati manipolati ed usati a pretesto per il Grande Nulla della guerra per la guerra, come è sempre stato prima dell’ultima … Usati per un risiko mortale ed inutile, per un aggiustamento di posizione al tavolo del potere assoluto. Per il petrolio o il coltan, oppure il rame e le terre rare, per l’uranio o l’acqua; oppure qualsiasi altra cosa stupida e materiale che sia servita a reale pretesto … ed anche questo sarà una scusa per mascherare le ragioni d’una follia assoluta fatta di competizione e di pura rivalsa di deformato senso del possesso, dell’assurda convinzioni d’essere padroni di qualsiasi cosa. Un orrendo risvolto della natura umana?

Prendere una parte significa accettare la logica folle e demenziale che le vede contrappost, che arricchisce solamente chi dallo scontro e dalla competizione riceve linfa e vigore, chi gestisce il potere reale di questo mondo. Chi mai rischierà di morire in questo teatro degli orrori.

Aprire gli occhi sulla realtà ci porterebbe a scoprire come, stranamente, i veri burattinai della competizione pranzino assieme, frequentino gli stessi luoghi, abbiano i medesimi status simbol, abbiano i medesimi interessi e prevedano di rifugiarsi nel medesimo bunker in caso di disastro epocale.

Scopriremmo come gli interessi che muovono questa commedia tragica siano del medesimo tipo da una parte e dall’altra, anzi come essi non abbiano parte alcuna.

Le guerre alla fine son tutte uguali non le vince davvero nessuno e non risolvono nulla, eppure ogni volta ci caschiamo quando una testa di legno, un uomo di cartone, un servo burattino del potere vero si prende la briga di giocare questo gioco stupido e criminale.

Stranamente è sempre il medesimo tipo d’uomo che interpreta la parte del macellaio si chiami Giulio Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Truman Churchill, Roosevelt, Khomeini, Khamenei, Netanyahu, Soulimani o Trump,con i loro servitori sciocchi e d estimatori e le loro nefande tifoserie schierate (I Salvini e le Meloni di casa nostra, ma non solo), mentre i mercanti di armi, i generali … i venditori di anime e gli inventori di crociate traggono tutti i vantaggi possibili dal momento, finalmente a loro favorevole … ammesso che ve ne sia uno che non lo sia.

E così ci stanno trascinando in una nuova follia, con la prospettiva che la prossima guerra si combatta nuovamente con clave e sassi, ammesso di sopravvivere a quella che si sta prospettando sempre più chiaramente e che forse non ha mai finito di covare sottotraccia sin dalla fine del secondo conflitto mondiale.

La scusa per accenderla ormai è innescata, da tempo. Così come da tempo è iniziato il giochino del “dar ragione” a Putin piuttosto che a Trump o Obama A Netanyahu piuttosto che a Khamenei o a Kim Jong-Un. Figli di differenti, ma uguali oligarchie … uomini di potere e tigri di carta dalle quali dovremmo piuttosto liberarci, ma che finiamo per incensare. Chi scrive non sta con nessuno di loro e crede solamente nella Pace … ma forse saremo davvero troppo pochi ad essere convinti di questo e quel che vogliono succeda, succederà comunque.

Giandiego Marigo

L’Attualità di Walter Benjamin “ Il Capitalismo come religione “. di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Il capitalismo come religione” è un breve saggio di Walter Benjamin, invero si tratta di appunti anche se ben strutturati, scritto nel 1921, forse propedeutico a un progetto più ampio di politica, che non porterà a termine a seguito della tragica morte, avvenuta nel 1940 sulla soglia dei cinquanta anni, al confine Franco-Spagnolo ( si suicida nella notte del 25 settembre, presagendo la cattura da parte della polizia di frontiera spagnola per essere espulso dalla Spagna verso la Francia saldamente nelle mani del nazifascismo. Era in attesa del visto per gli USA che, gioco della sorte, giunse il giorno successivo). Sono anni tragici e ferocemente violenti (materia, la violenza, alla quale Benjiamin dedica molto del suo impegno con l’intento di farne un’opera mai nata) quelli ereditati dalla prima guerra mondiale, un conflitto crudele che ha travolto il significato della convivenza ed il senso dell’Europa, terminata da pochi anni, e tuttavia anni di una durezza insopportabile per chi viveva in Germania. Soprattutto tra il 1918-1919, anni funestati da una continua guerra civile a bassa intensità, che sboccò nella soluzione conosciuta come la rivoluzione di novembre, tra i vari movimenti che si contendevano il potere: le destre, che poi assumeranno il potere trasformandosi in nazisti,  e le sinistre, a loro volta divise in fazioni, ispirandosi alla rivoluzione Russa; e, ancora, le forze che si riuniranno nella provvisoria Repubblica di Weimar.

Nel breve saggio Benjamin non si limita a compiere una lettura e un’analisi della cultura di quel momento storico, ma compie una dilatazione del suo pensiero, dedicando il suo interesse allo studio di testi e nell’approfondimento degli avvenimenti del periodo, mettendo a fuoco le controversie che animano lo scontro politico e culturale in atto tra le varie forze che occupano la scena di quel periodo. Due testi, di rilevante importanza teorica, sono oggetto delle sue letture e approfondimenti: “ Il capitalismo moderno”, di Werner Sombart, scritto e pubblicato nel 1902, e “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, di Max Weber, scritto nel 1904; due testi che emblematicamente riproducono il percorso seguito dal pensiero della scuola Tedesca, che Benjamin studia e cita con sorprendente padronanza nel suo breve scritto, soprattutto con riferimento a Weber, rilevando ed evidenziando la tesi di dipendenza del capitalismo dallo spirito protestante.

A sostegno della centralità del capitalismo come artefice dei fenomeni sociali e politici, nel suo lavoro di  studio e riflessione Benjamin si spinge a compiere una ricognizione concettuale della fenomenologia di Husserl, dalla quale estrae e sintetizza quanto rappresentato nelle riflessioni del filosofo Austriaco, quella dell’illimitatezza del desiderio che costituisce la forma di vita che il capitalismo diffonde nel mondo, un richiamo sul quale può quindi aprire la sua riflessione su quanto, nello stesso periodo, Sombart elabora in materia di capitalismo moderno, pervenendo a distinguere tra “mentalità economica precapitalistica”,  invero, “ equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di beni necessari all’uomo”, e “ capitalismo”, intesa tale forma come una organizzazione economica di scambio, caratterizzata da una nuova collaborazione  dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico. Più precisamente, per Sombart, ciò che si deve considerare immanente all’idea di organizzazione capitalistica “è il semplice aumento della quantità di denaro, quale scopo unico e oggettivo del capitalismo”.

D’altro canto anche per Karl Marx, ( del quale Sombart conosce le teorie economiche, studiate con attenzione essendo allora un socialista impegnato ), il modo di produzione capitalista si contraddistingue per l’accumulazione di lavoro inerte, vale a dire di “denaro”, prescindendo dai mezzi allo scopo impiegati per conseguire, mediante lo sfruttamento del lavoro, tale risultato. Allora, per Sombart, la formula del plusvalore si rovescia, si trasforma, per cui il fine dell’economia non ha più il significato di vivere bene, ma creare valore, in linea di principio indefinito e illimitato. Il valore, nella concezione capitalistica, diviene direttamente una forma sociale, un sistema mediante cui creare unità nel processo produttivo, da cui il valore prende forma e dissolve ogni differenza di ruoli per assumere una propria visibilità nella matrice del denaro. Per questo la finalità alla quale tendere è rivolta a creare la massima quantità possibile di valore, cioè di denaro, che  costituisce il simbolo  del potere.

Seguendo questa interpretazione ne scaturisce l’immagine dell’uomo incapace di una propria auto determinazione, perché intrappolato in un ruolo di consumatore e dominato dall’idea “che il tenore di vita debba essere conforme al proprio ceto sociale”, e quindi adeguato allo status di classe sociale alla quale sente di appartenere.  Qui Sombart evidenzia la natura delle forme sociali alle quali l’uomo piega i propri desideri: il lusso e il nutrimento. Per Sombart, rileva Benjamin, l’uomo non si è proposto di lavorare per trarne un profitto, nè per diventare ricco, questo perché il lusso, l’agiatezza, sono generi che appartengono a speciali  categorie sociali in quanto richiedono una responsabilità verso Dio e gli uomini. Ciò indurrà Benjamin ad affermare, verso la fine della sua analisi, che il capitalismo non ha vie d’uscita, nessuna via comunitaria, nel senso di un collettivismo, un Noi, ma si afferma come individuale-materiale. D’altro canto, ci ricorda Benjamin, riportando e interpretando il pensiero della tradizione culturale da lui presa in considerazione, il concetto di economia è radicalmente diverso da quello di denaro, possedendo il quale si accede a quella parte sociale che gode del benessere e del lusso e questo avviene nonostante che l’uomo non sia separabile dalle proprie azioni, come non lo è dalle sue cose e dal lavoro, un concetto eminentemente capitalista. Insomma, secondo la tradizione cristiano-economica l’uomo non lavora solo per il denaro poiché ciò che può essere donato, tempo e vita del lavoratore, richiede reciprocità, lealtà, il senso del dovere e responsabilità.  A sostegno di quanto affermato ci soccorre  quanto scritto nel saggio “La grande trasformazione “ ( di Karl Polanyi edito da Einaudi ), precisamente il riferimento alla rivoluzione industriale: “separare il lavoro dalle altre attività della vita ed assoggettarlo alle leggi del mercato significa annullare tutte le forme organiche”, a voler significare un riduzione delle relazioni sociali rispetto alle strutture totali, a segnare quindi un limite alla libertà dell’individuo nel suo rapporto con le istituzioni sociali e politiche in cui egli si muove e agisce ( al proposito si veda anche Axel Honneth “ Il diritto della libertà” edito Mondadori ).

Weber su quanto fino ad ora richiamato si esprime con minore nettezza, poiché per lui l’attività costituisce un insieme di tecniche e orientamenti, quando non un calcolo assiduo, che definisce “un agire sobrio, riflessivo, costante, ma anche audace” ( vedi “Etica protestante…….. ), non quindi uno spontaneismo selvaggio, o l’irrazionalità, per cui, pur mettendo in luce l’ambivalenza, ne evidenzia una relazione tra insorgere del capitalismo e spirito protestante, luterano e calvinista. E tuttavia, l’irrazionalità possiede dei sentimenti, un legame eterico con certe rappresentazioni religiose che, secondo Weber, spinge gli uomini a fare denaro come espressione dell’essere, attenti alle proprie faccende. Si tratta insomma di idee, di un’etica tesa a valorizzare la professione, a dare senso e significato al dovere, quindi non una sovrastruttura di condizioni economiche, afferma Weber in polemica con Marx. Weber si muove quindi nell’ambito di una fiducia nella potenza spirituale della modernità, nella quale non manca di cogliere i segnali di tendenze autodistruttive, e quindi una presagita perdita del senso religioso e la derubricazione degli enunciati morali dal contesto in cui egli colloca la sua opera. Ecco allora che alla razionalità procedurale si deve pervenire solo se si è propensi a conservare comunque la coscienza normativa, quale struttura dello spirito, per non perdere il senso religioso. Si tratta quindi di una base, quella della razionalizzazione, sulla quale salire esorcizzando ogni incantesimo originato dalle tendenze distruttive (delle quali scrive Habermas ) e rendere riconoscibile il senso religioso di questa razionalizzazione decodificando i segnali della modernità.

Nel saggio di Benjamin, che raccoglie gli scritti politici (1919-1940), è posta la domanda se nel capitalismo è possibile ravvisarvi una religione, poiché, secondo la lettura del lavoro di Weber, scrive Benjamin, il capitalismo è una conformazione determinata dalla religione, ovvero un fenomeno fondamentalmente religioso, in quanto “il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Per Benjamin si tratta di una religione culturale, forse radicalizzata, un genuino riferimento al culto o a un rito ( come lo definisce Habermas ) poiché carico di gesti, di forme, di pratiche, insomma non proprio una vera teologia, in quanto il capitalismo non  ubbidisce a nessuna “dottrina evangelica” essendo geneticamente disponibile a vestire qualsiasi abito fornito dalla stoffa del profitto, che Benjamin assimila all’”utilitarismo”, da noi oggi identificato con il liberismo. Un culto, quindi, che si svolge senza pietà, ininterrottamente, e che tuttavia genera un’ambiguità demoniaca, cioè anche debito. Al proposito Bemjamin scrive “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”, immane coscienza della colpa, questo perché dal debito non ci si redime (purifica) , cioè nell’ “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere Dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione è impossibile, poiché “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Noi diremmo: autodistruzione, quale scatenamento del capitale nella forma della finanziarizzazione globalizzata.

In sostanza, per Benjamin “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo, la religione, non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi”, più chiaramente “l’estensione della disperazione a stato religioso del mondo, da cui attendere la salvezza”. L’uomo si ritrova nella completa solitudine, in uno stato psicologico di colpa, che trascende ogni implicazione di Dio nel destino dell’uomo.   La relazione tra denaro e colpa all’interno delle religioni pagane contiene già la “demoniaca ambiguità” di una colpa che è in sé già sempre debito. Al proposito soccorre il richiamo di Benjamin a Nietzsche, Marx e Freud, che gli consente di giocare la carta della colpa, poiché già Nietzsche afferma che il “basilare concetto morale di ‘colpa ha preso origine dal concetto molto materiale di ‘debito’ e riconduce genealogicamente l’origine dei concetti morali di colpa, coscienza e dovere alla sfera del diritto delle obbligazioni”. Parimenti in Marx “il capitalismo, che non inverte la rotta, diviene, con interessi ed interessi composti che sono funzioni della colpa, socialismo”.

Insomma, seguendo questa logica (sic) anche il socialismo [“nella sua versione industrialista e progressista, ipostatizzante la tecnica e lo sviluppo materiale delle forze produttive”] “appartiene al dominio sacerdotale di questo culto”. Partecipa al culto. Per rafforzare questo assunto Benjamin scrive: “il capitalismo è una religione di mero culto, senza dogma”. Si tratta di un rilievo che del resto si ritrova in Marx, precisamente nel terzo volume de “Il Capitale”, al termine del cap. 35° sul tema dei metalli preziosi e il corso dei cambi, in cui è leggibile quanto segue: “il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema creditizio è essenzialmente protestante. Come carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto un’esistenza sociale. E’ la fede che rende beati [ forse si riferisce  alla dottrina di Lutero]. La fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici personificazioni del capitale autovalorizzantesi. Ma come il protestantesimo non riesce ad emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario” (Editori Riuniti, p.690). Qui si coglie una certa vicinanza a Weber, una vicinanza ma solo come eco, poiché il capitalismo si sviluppa in occidente senza una vera concorrenza, ma anzi prevalendo sul cristianesimo, così che al completamento del percorso della storia possiamo affermare che il cristianesimo si è trasformato in capitalismo. Ovviamente  manca qualcosa per raggiungere l’illimitatezza, e con essa superare l’angoscia che ce la rende necessaria, anche con un impegno sistematico, che poi è  la “mancanza di una via di uscita comunitaria, non individuale-materiale”.

 Il saggio di Benjamin è stato negligentemente trascurato benché costituisca un’analisi insuperata riguardo al rapporto dell’economia capitalista e  la religione. Ancora, dunque, non è stata data risposta alla ricerca condotta da Benjamin su questo tema, per cui non possiamo chiamarci fuori, senza trascendere il contenuto della sua analisi sul capitalismo nel rapporto con la religione.   Certamente, l’attuale fase del capitalismo non va confusa con le precedenti, “ ancora orientate all’interno di un’economia della scarsità, dove al culto del mercato bastavano le merci. Ora, le merci non bastano più”. Ora le merci non sono più sufficienti per sostenere il nuovo Dio, il consumismo globalizzato.  Il nuovo demone a cui l’uomo non ha ancora trovato una risposta per esorcizzarlo.

Alberto Angeli

“Conflitto di classe” e “lotta di classe”. di P. P. Caserta

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Pier Paolo Caserta

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A sinistra del PD, come è noto, c’è il vuoto. Ora, poiché il PD non è sinistra, ne dovrebbe conseguire, per via di sillogismo, che la sinistra è ridotta a vuoto, al Nulla.

La Sinistra è nichilista? Autolesionista?

In primissimo luogo, non c’è sinistra senza visione conflittualistica della società.

Se, almeno in Italia (anche altrove non mancano le difficoltà ma va un po’ meglio), da un punto di vista politico la sinistra è nulla, significa che non c’è nessuno o quasi capace di farsi interprete di  una visione conflittualistica, di far propria una visione conflittualistica in modo adeguato ai tempi.

Capita che qualcuno mi rimproveri, anche da sinistra, di parlare “ancora” di lotta di classe, sarei antico. Hanno ragione e hanno torto. In realtà penso si debba distinguere tra “conflitto di classe” e “lotta di classe”. Il conflitto di classe è nelle cose, è un dato, è nella società, c’è sempre, in ogni epoca, in forma specifica, e la nostra epoca non fa eccezione. La lotta di classe è, invece, il risultato della decisione consapevole di farsi carico del conflitto di classe, per affrontarlo. Perciò hanno ragione e hanno torto. Hanno torto perché il conflitto di classe esiste eccome, hanno ragione perché la lotta di classe è stata addormentata, deviata, con un’efficacia forse senza precedenti. La sinistra che non risponde su questo piano è una sinistra che si adatta, che si lascia incantare, sedurre, sviare, che si conforma e si annulla nel conformismo (compreso l’anti-salvinismo), che si assottiglia e si spegne mentre rincorre appena qualche sbiadito feticcio.

Pier Paolo Caserta

Io resto con Corbyn e Mc Donnell. di G. Giudice

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Giudice Giuseppe

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Perché sono socialisti veri. Sono compagni seri perché hanno saputo fare una seria autocritica, Sono pienamente disponibili a farsi da parte, ma hanno dichiarato che il loro dovere è garantire che la nuova classe dirigente dovrà garantire la continuità del programma (che resta , soprattutto in una fase come questa, il più avanzato ed organico progetto per la sinistra e per la rifondazione del socialismo democratico vero (che è rottura con la le derive neoliberali dei vari establishment socialdemocratici europei (che hanno prodotto una forte caduta dei loro consensi).

Del resto, da un sondaggio la maggior parte della popolazione apprezza i vari punti di quel programma. “non siamo stati in grado , però, dice lo stesso Corbyn , di trasformare quel consenso sociale, in un consenso maggioritario al nostro partito (che comunque ha preso più di 10 milioni di voti. Ed ha anche indicato i motivi di questa mancata trasformazione. Dalla proposta (che lui stesso ha dovuto sorbire) di un secondo referendum sulla Brexit, alla difficoltà di recuperare un rapporto con quelle aree che sono state colpite dalla desertificazione industrale, che, come dice Corbyn, fu il frutto di una precisa volontà politica , già negli anni ’80, da parte della Thatcher (ed accettata poi da Blair) di puntare tutto sulla finanziarizzazione dell’economia. E comunque , rimando alla lettura dell’artcolo, del senso di impotenza di queste popolazioni che hanno subito un profondo rifiuto delle politica.

Del resto viste dall’interno , le cose sono molto più complesse da come sono viste in Italia. E come non dimenticare la campagna martellante contro la dirigenza del Labour con le risibili accuse di “bolscevismo” , antisemitismo e via discorrendo. Sulla UE. Corbyn , in diverse interviste , ha sempre espresso la sua profonda criticità verso la UE, vista come fonte delle politiche neoliberiste, di austerità e contestato la subalternità delle socialdemocrazie a tali impostazioni. Lui voleva infatti una Brexit che mantenesse l’unione doganale (insomma la vecchia Cee) e rifiutasse le regole del mercato unico.

Sappiamo che, anche tra i suoi sostenitori, come Nomentum , che comunque ha svolto un prezioso lavoro presso i giovani precari del nuovo proletariato del terziario, si voleva un ritorno nella UE nell’illusione che una vittoria laburista potesse innescare un processo di riforma profonda della UE stessa. Comunque c’è da dire che tra il 60% dei giovano dai trentacinque anni in giù ha votato Labour. E non è cosa da poco. E davanti a Johnson non vi saranno giorni tranquilli. Comunque spero ardentemente che la nuova dirigenza del Labour (e vi sono le condizioni per sperarlo) vada avanti lungo le linee indicate dal programma. Resta sempre un fondamentale punto di riferimento.

Giuseppe Giudice

Per i cittadini del NO “liberi e consapevoli”, di P. Gonzales

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gonzales

Il quotidiano la Stampa riporta che Alessandro Di Battista (Movimento 5 Stelle), durante una incontro con gli operai presso la fabbrica di Riva di Chieri, alla specifica domanda se i Cinque Stelle andranno al governo avrebbe risposto: “Io non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti”.
La sua affermazione risulta grave e non veritiera se non a uso e consumo per coloro che ritengono che tutti siano intelligenti e trasparenti se votano i loro candidati o partiti e sono, invece, non a posto con la testa se votano e preferiscono altri candidati e partiti.
Personalmente non mi ritengo di rientrare nella categoria degli italiani a cui fa riferimento e, quindi, rinvio a lui tale affermazione ricordandogli che nel suo incarico e ruolo dovrebbe “fare cultura” e opporre ragionamenti meno legati a considerazioni basate sugli umori del momento per raccattare qualche voto in più e far presa sulla pancia dei cittadini.
Quali sono gli elementi che ha seriamente, profondamente e professionalmente valutato ed esaminato il deputato-psicologo Di Battista per affermare di aver visto e, ovviamente, incontrato molti cittadini “rincoglioniti”? Quali sono le sue ragioni, su cosa si fondono? Che ambienti frequenta?
Ricordo a me stesso, prima che al deputato Di Battista, che sarebbe ora di abbandonare i “vaffa day” e di non fare catalogazioni offensive nei confronti dei suoi connazionali (tutti, nessuno escluso!).
Il voto del 4 dicembre 2016 è stato un risultato non tanto e non solo per la campagna fatta dai movimenti e partiti contrari alla deforma costituzionale, ma è stato il voto di intelligenze libere e capaci di ragionare senza condizionamenti.
Le ragioni del NO sono state quelle dei vari giuristi e dei vari Comitati per il NO, non dei partiti o dei movimenti come i 5 Stelle!
Il merito va attribuito soprattutto al lavoro dei Comitati per il NO ed è loro ascrivibile e non ai partii del NO che hanno espresso la loro contrarietà principalmente per andare contro Renzi ed a quel PD ed ai suoi alleati!
La battaglia sui contenuti e sulle libertà che venivano ad essere intaccate e limitate dalla “deforma renziana” sono state portate avanti dai Comitati per il NO ed hanno convinto la stragrande maggioranza degli italiani, gioventù compresa.
E’ possibile, onorevole Di Battista, che in poco più di 24 mesi la maggioranza degli italiani si sia “rincoglionita”?
Credo, invece, che in questi 24 mesi i cittadini siano diventati più saggi, più attenti e più consapevoli nel valutare le proposte politiche e le persone che si candidano a governare questo nostro Paese che, ancora oggi, vorremmo difenderlo dagli assalti dei qualunquisti e del loro vuoti messaggi elettoralistici!

Paolo Gonzales

Dedicato a chi gioisce per la presenza del simbolo socialista, di A. Potenza

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Aldo Potenza

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Ovviamente nessuno sinceramente può pensare che il PSI da solo possa eleggere qualcuno, sarebbe solo un atto di pura testimonianza che non guasterebbe, ma non consentirebbe l’elezione di qualche parlamentare considerata anche in passato la condizione necessaria per esprimere una presenza politica, ma, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, non sufficiente a causa delle scelte compiute.
Ciò detto sono altrettanto convinto che se il simbolo fosse presentato a sostegno di FI, Lega e Fratelli d’Italia, nessuno farebbe salti di gioia e lo voterebbe. Quindi oltre alla presenza del simbolo conta l’alleanza politica che si propone.

Fatta questa premessa, ci sono socialisti che hanno contrastato la legge elettorale precedente e quella attuale; che hanno votato NO al referendum confermativo delle modifiche costituzionali; che hanno avversato la così detta buona scuola; che hanno fortemente criticato il job act; che hanno avversato il PD renziano quando ha considerato i corpi intermedi fastidiosi intralci alla politica con la sola esclusione della Confindustria, ed altro ancora.

In altre parole, questi compagni hanno avversato una politica, peraltro sostenuta dall’attuale PSI, frutto della guida renziana del PD che ha portato la sinistra nell’attuale disastrosa condizione.
Mi sia consentito di osservare che proporre ancora l’alleanza con il PD, anche se questa volta viene proposta assieme ad altri e con l’esposizione del simbolo, politicamente altro non è che la continuità di una politica che abbiamo avversato e che con le varie elezioni che si sono succedute è stata ampiamente bocciata anche dall’elettorato (Sicilia etc….). Dove sarebbe la novità?

Non basta la retorica del simbolo, questo deve rappresentare una cesura politica con il passato, altrimenti all’inganno del partito corsaro, mai esistito,si prosegue con l’appello a sostenere un simbolo dietro il quale si nasconde una continuità politica che rappresenta il motivo di tanti abbandoni, di molte divisioni e degli insuccessi elettorali del partito di riferimento ovvero il PD.
Mi dispiace compagni io non gioisco, anzi.

Alla domanda che spesso viene rivolta, ma ora che altro avremmo potuto fare, rispondo mestamente non chiedetelo a noi, ma a chi vi ha ridotto in queste condizioni a partire dal 2013 e alla rinuncia a svolgere una autonoma azione parlamentare.

Aldo Potenza