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Le ragioni del NO. Considerazioni su una riforma che non si poteva fare, di R. Culatti

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Ho espresso più volte il mio dissenso radicale sulla riforma costituzionale, da molti costituzionalisti (per esempio Felice Carlo Besostri), denominata “deforma”, ancora di più se messa in relazione e connessa con l’italicum, la nuova legge elettorale, estremamente maggioritaria e lesiva del fondamentale principio di rappresentatività sancito dalla Costituzione.

Voglio chiarire che non m’importa nulla, perché di secondaria importanza, se al referendum confermativo, previsto per il prossimo autunno, accanto ai NO di principio, come il mio rivolti contro i contenuti di un nuovo impianto istituzionale, per giunta male espressi, ci saranno NO politici, cioè contro Renzi e la sua politica degli ultimi anni, per altro da lui istigati come reazione, quando ha trasformato il referendum in plebiscito pro o contro la sua persona.

In primo luogo, anche per me come per altri, ogni considerazione di merito sulla “deforma” e sull’italicum, per quanto fondata possa essere, perde di peso se messa a confronto con l’arroganza di un parlamento di usurpatori di democrazia, nominati od eletti con premio di maggioranza in attuazione di una legge elettorale poi dichiarata incostituzionale. Un parlamento, di conseguenza, sostanzialmente non rappresentativo e delegittimato, nonostante la Corte costituzionale, arrampicandosi sugli specchi, abbia concesso il placet alla sua sopravvivenza ed alla continuazione del potere di emanare leggi, evidentemente non preoccupata di evitare un’intera stagione legislativa fasulla, anche se produttrice di conseguenze giuridiche, che sarà castigata dalla Storia, oltre che dalla dottrina giuridica contemporanea, pressoché unanime sull’enormità di questa posizione fino a definire “devastante” il ricorso al principio di “continuità dello Stato”, ispiratore della Consulta, purtroppo senza la possibilità di individuare, a posteriori, strumenti per rimediare.

Aggiungo che il nostro è un parlamento di senatori e deputati, alcuni rinfrancati dal consenso della Corte, altri semplicemente spinti da una volontà usurpatrice, tutti (nessuno escluso) con la pretesa di elaborare e votare o far votare uno sconvolgimento radicale della Costituzione, che fu, nel 1947 (non si dimentichi!), frutto del lavoro di un’assemblea costituente rappresentativa del popolo intero. Non basta attenersi al rispetto della rigidità della Costituzione, sancito dagli articoli 138 e 139 della Carta del ’48, o dei principi riconosciuti dalla dottrina giuridica come inviolabili, per ritenere di avere mano libera per il resto, cioè per modificare radicalmente l’impianto istituzionale dello Stato. E ciò, ancora una volta, a prescindere dal merito, cioè dal contenuto e dalla portata delle modifiche, per altro anche errate nell’impianto normativo scritto.

La Costituzione repubblicana si può anche rivoluzionare e farne sostanzialmente un’altra, ma ciò è materia di competenza dell’intero popolo italiano; quindi da delegare ad un’assemblea costituente eletta con sistema proporzionale, in modo che tutte le istanze culturali e politiche siano rappresentate, in ragione diretta del loro peso numerico.

Roberto Culatti

Casa , ci dicono sempre : dove stanno i soldi? , di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

A oltre trent’anni dalla prima legge sul condono edilizio, la 47/85 varata dal Governo presieduto da Bettino Craxi, in Italia rimangono ancora 5.392.716 domande da evadere: si tratta di poco più di un terzo rispetto al totale di quelle presentate, che ammonta a 15.431.707. Il dato emerge dal Rapporto del Centro Studi Sogeea, illustrato in Senato in occasione del convegno Trent’anni di condono edilizio in Italia: criticità, prospettive e opportunità.
Il dossier è stato redatto reperendo i dati di tutti i capoluoghi di provincia, di tutti i Comuni con una popolazione superiore ai 20.000 abitanti e di un campione ponderato e rappresentativo del 10% di quelli con popolazione inferiore a tale cifra.
Si può stimare che i mancati introiti per le casse del nostro Paese siano pari a 21,7 miliardi di euro. Il dato si ottiene sommando quanto non incassato per oneri concessori, oblazioni, diritti di istruttoria e segreteria, sanzioni da danno ambientale. Per dare un’idea più precisa dell’entità di tale cifra si possono fare alcune proporzioni: stiamo parlando di denaro equivalente a circa 1,4 punti del Prodotto Interno Lordo italiano oppure pari a due terzi della legge di stabilità 2015 o ancora in linea con il Pil di una nazione come l’Estonia.
Entrando nel dettaglio delle singole realtà territoriali, Roma è nettamente in testa alla graduatoria sia delle istanze presentate sia delle pratiche ancora da terminare. Per ciò che riguarda il totale delle domande, la Capitale ne conta 599.793 e precede Milano (138.550), Firenze (92.465), Venezia (89.000), Napoli (85.495), Torino (84.926), Bologna (62.393), Palermo (60.485), Genova (48.677) e Livorno (45.344). Sul fronte del numero delle istanze ancora da evadere, invece, Roma ne ha 213.185, vale a dire quasi quattro volte Palermo (55.459). Sul gradino più basso del podio troviamo Napoli (45.763), che si attesta davanti a Bologna (42.184). Più staccate Milano (25.384), Livorno (23.368), Arezzo (22.781), Pescara (20.984), Catania (20.249) e Fiumicino (20.055), unico Comune non capoluogo di provincia ad entrare nelle prime dieci posizioni. Solo lo 0,9% dei Comuni del nostro Paese non è stato interessato dalle richieste di sanatoria in materia di abusi.
Passando all’analisi dei mancati introiti per ciascuna delle voci da prendere in considerazione, si possono così suddividere: 10,3 miliardi di oblazioni (cifra da ripartire a metà fra Stato e Comuni e a cui vanno aggiunti 160 milioni alle Regioni in base alla Legge 326/03); 6,7 miliardi di oneri concessori; 1,5 miliardi di diritti di segreteria; 2,1 miliardi di diritti di istruttoria; 1,1 miliardi di risarcimenti per danno ambientale. Anche in questo caso, a livello di Comuni la graduatoria è nettamente capeggiata da Roma: la Capitale vanta circa 800 milioni di euro di mancate riscossioni.
Si possono aggiungere altre voci che vanno a incrementare ulteriormente una cifra già di per sé ragguardevole. Si può ipotizzare che circa il 30% delle quasi 5 milioni e mezzo di domande ancora da istruire darebbe luogo a un adeguamento della rendita catastale dei relativi immobili. Per i Comuni ne conseguirebbe un consistente aumento degli introiti derivanti ad esempio dalla tassazione riguardante Imu e Tasi.
Non solo. Si innescherebbe un volano virtuoso anche per i professionisti: gli studi di ingegneri, architetti e geometri si troverebbero di fronte a una mole di lavoro quantificabile in altri 11 miliardi di euro+IVA, con lo Stato che di conseguenza potrebbe contare su un ulteriore gettito di circa 2 miliardi di euro. E ancora. Si può stimare che per circa 540.000 immobili che devono ricevere la concessione edilizia in sanatoria verrebbe presentata domanda per rientrare nel cosiddetto Piano Casa: ne conseguirebbero altri 1,3 miliardi di euro di oneri concessori e un ulteriore notevole indotto per i professionisti del settore.
Portare a termine la lavorazione delle domande di condono ancora inevase e incassare le spettanze rappresenterebbe per i Comuni una preziosissima fonte finanziaria. Considerando la consistenza dei tagli lamentata spesso dagli enti locali nei trasferimenti di denaro da parte di Stato e Regioni, le notevoli cifre di cui si è parlato potrebbero essere restituite ai cittadini sotto forma di servizi.
Lo stretto rapporto esistente, ad esempio, tra abusivismo edilizio e dissesto idrogeologico è di tutta evidenza ed è drammaticamente testimoniato da quanto accade in vaste zone del nostro Paese con cadenze sempre più preoccupanti. Quasi il 90% dei Comuni italiani è a elevato rischio di frane e alluvioni e addirittura 7 Regioni e 51 Province presentano un territorio a totale pericolosità idraulica. Ben 7 milioni di persone potrebbero trovarsi da un momento all’altro in condizioni di estrema insicurezza a fronte di fenomeni meteorologici di intensità leggermente superiore al normale”.
Va da sé la necessità di arrestare la cementificazione selvaggia del territorio e inasprire i vincoli paesaggistici e ambientali, ma concludere l’iter delle pratiche di condono consentirebbe anche di avviare una seria campagna di demolizioni di ciò che è stato costruito in spregio delle leggi e del buon senso. E ancora. Il denaro incassato permetterebbe ai Comuni di realizzare interventi che in certi territori possono cambiare totalmente le prospettive di vita di migliaia di cittadini: argini per fiumi e torrenti, canali di scolo per la pioggia, impianti idrovori, consolidamento della piantumazione.

Massimo Pasquini

Segretario nazionale Unione Inquilini

Quale socialismo oggi, di P. Gonzales

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gonzales

Mi permetto di sottoporre le seguenti mie riflessioni sulla polemica sorta in merito alle candidature sui Municipi qui a Roma.
“Tutti gli strati sociali più vivi e dinamici della struttura cittadina chiedono che la futura gestione politico-amministrativa crei le migliori condizioni per realizzare un percorso diverso dal passato.
Ciò potrà realizzarsi attraverso la partecipazione attiva di tutte le componenti dello schieramento di sinistra e con la disponibilità, da parte della sua classe dirigente, ad ascoltare le idee, le proposte e le analisi che provengono dai vari settori della società romana quale espressione della coscienza democratica della città.
Il Partito Socialista romano intende continuare su questa strada e far corpo con l’azione politica delle altre componenti di sinistra per pervenire alla vittoria della tornata elettorale e poter amministrare la città per raggiungere un comune obiettivo: scrivere la nuova storia di Roma.
E’ nostro impegno primario richiamare e soffermarci su tutti gli aspetti della vita e dei problemi cittadini in modo meticoloso e preciso.
Aspetti cittadini che riguardano, ad esempio: la salute, l’igiene, la cultura, il tempo libero, i rifiuti, l’assistenza, i servizi sociali, il verde e l’ambiente, i lavori pubblici, le politiche di solidarietà, l’assetto del territorio, i trasporti urbani, il rapporti con il personale comunale, i rapporti con le società partecipate e, soprattutto, l’impostazione del bilancio cittadino.

Cosa limita questo mio ragionamento?

Il limite riguarda il fatto che è opinione comune, oramai, che i compagni eletti nelle file del PD anche alle recenti consultazioni elettorali politiche non hanno un peso tale da poter incidere nelle svolte decisive del nostro Paese e della città.

E su questo noi militanti siamo spesso sollecitati a ricordare il contributo socialista, nel passato e nel presente, solo attraverso alcune figure e, per alcuni versi, solo attraverso due segretari: Bettino Craxi e Nencini.

Non è così care compagne e cari compagni!

Il Partito Socialista ha avuto tante figure di primo piano nel panorama politico socialista e nazionale. Abbiamo avuto non poche “leaderships” capaci di assicurare una elaborazione politica coerente con i valori socialisti.

Perché ricordare solo Craxi e Nencini?

Le battaglie di altri compagni quali Nenni, De Martino e Giacomo Mancini, straordinario protagonista della politica nazionale e della sinistra italiana che ha avuto la forza degli ideali, sono forse minori o da dimenticare?
Il nostro corpo di militanti avverte che la “centralità” socialista è presente e non può essere messa nel dimenticatoio dei volumi di storia o essere riferita a pochi suoi segretari.

In ogni occasione del passato il PSI è stato in grado di dare risposte adeguate e democratiche avanzate alle crisi che il Paese ha attraversato nel mentre, oggi, altre forze politiche fanno in modo di avere i nostri voti, ma non il nostro contributo di idee e proposte anche attraverso il riconoscimento di candidature a livello di presidente di Municipi.

Una presenza concordata e ridotta di rappresentanti nelle liste quasi come ospiti e certamente in posti di “seconda scelta” non aiuta, ma non possiamo e dobbiamo solo limitarci a deboli opposizioni.

Questo è uno dei punti snodali che il PSI, romano e non, deve affrontare oggi se vuole raggiungere risultati tali da poter meglio posizionarsi nel panorama delle formazioni politiche che tendono a far si che i socialisti possano aspirare solo ad un ruolo comprimario, al premio di rappresentanza e, soprattutto, a non essere più portatori di voti per il Partito socialista stesso.

L’autonomia politica si conquista con le azioni quotidiane e non si chiede l’autorizzazione per poterla rappresentare.

I compagni Nenni, De Martino e Mancini (e in particolare quest’ultimo) al di là della percentuale che il PSI esprimeva a livello elettorale e parlamentare, non mi risulta abbiano mai chiesto a nessun altro partito o ai compagni socialisti (segretari o non) all’interno del PSI stesso, l’autorizzazione o il permesso a rappresentare le loro idee e le loro proposte in modo autonomo.

Ci vuole coraggio, fermezza e convinzione nelle proprie idee e le compagne socialiste ed i compagni socialisti sono abituati al dibattito sulle idee e alla libertà di pensiero.

Facciamo in modo che si apra un confronto politico ampio con il PD e con il suo candidato sindaco che, se non erro, ha accolto con grande soddisfazione e disponibilità il nostro apporto in un pubblico dibattito organizzato da noi socialisti.

Se non è di parola in questa fase sarà difficile che possa mantenere la parola data nel momento in cui sarà stato eletto sindaco con i voti socialisti.

E’ bene rifletterci, compagne e compagni, e questo è il mio invito verso tutti: dirigenti e militanti.

Paolo Gonzales

Attacco alla Costituzione, una lunga storia, di L. Canfora

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luciano canfora

L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).

Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).

Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.

Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».

L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.

La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.

Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.

Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto monarchico.

La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.

Luciano Canfora

articolo pubblicato sul quotidiano “il manifesto” e consultabile al link http://ilmanifesto.info/attacco-alla-costituzione-una-lunga-storia/

Il bicchiere di petrolio, di R. Donini

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Pubblichiamo sulle nostre pagine l’ interessante riflessione di Roberto Donini sull’esito dell’ultimo Referendum, ospitata sulla rivista “l’interferenza” di cui condividiamo molte posizioni critiche e molti spunti di dibattito. La nostra scelta vuole essere anche un gesto di solidarietà e di aiuto nei confronti di quella testata che in rete porta avanti coraggiosamente un confronto articolato e fuori dagli schemi dell’informazione tradizionale e che ora purtroppo è sotto attacco dei media.

La Redazione.

l'interferenza

Per una lettura del fallimento del referendum.

Il referendum contro le trivellazioni non è dunque arrivato al quorum – 31,19% generale (32,15% in Italia) 15,5 mln di votanti-   ciò cosa significa sul piano reale (tecnico), ideale-ideologico e politico? Scomporrei il tutto in tre domande: perché le persone sono così disaffezionate alle consultazioni (comprese oramai quelle elettorali)? Come viene condotta la discussione l’informazione politica? I veri motivi di potere, lontani dai quesiti referendari come dai programmi politici? Proviamo a costruire un filo o meglio un bicchiere.

Bicchiere mezzo pieno. Nonostante il caos informativo, dovuto allo stato miserrimo della propaganda dei media ma anche e soprattutto alla fine di sedi politiche di discussione e informazione popolare come erano i partiti di massa, quasi la metà dei votanti alle elezioni politiche-amministrative c’è “stato”. Significa che comunque sopravvive una “resistenza antropologica”, più che politica, un istinto a difendere il proprio cervello dalle idiozie somministrate dal pensiero dominante e “corretto”. Certo la maggioranza viene coinvolta nella deriva astensionista ma è una semplificazione demagogica che porterà “ruina” a colui che la arruola tra le sue fila. La realtà è più complessa.

Bicchiere. Il quesito referendario, nella sua veste giuridica, riguardava la fine (il termine temporale) dei contratti di concessione alle piattaforme entro le 12 miglia nautiche. Invece qual’era l’entità reale del problema? I motivi veri e “volgarissimi” dell’indizione del referendum? Infine la prospettiva concreta del petrolio mediterraneo? L’entità reale è ridicola: si tratta di poche decine di piattaforme di cui molte ferme, un buon numero improduttive, cioè diseconomiche, costando assai più di quello che producono, infine alcune (sotto alla decina) produttive di gas naturale. Interessante è capire le motivazioni “frondiste” dell’indizione. Perché ad indire il referendum sono state regioni del PD (capofila Emiliano in Puglia) o comunque di (cosiddetto) centro-sinistra? Perché, per imbrogli (inchiesta attorno al ministro Guidi) o sciatteria tecnico-burocratica (le cose avvengono pure o soprattutto per caso nel “sottobosco” ministeriale italiano), nei contratti (con le aziende petrolifere)  ci si è dimenticato (o si è omesso) di precisare il piccolo dettaglio, di chi e quando vanno smantellate le piattaforme improduttive (quasi tutte) ovvero chi ci mette la “grana” per farlo. Lì si è aperta la querelle interna al “partito che non esiste” (PD) che è poi stata “politicizzata”. Tuttavia l’argomento trova, infine, spiegazione “macroeconomica”, cioè più vasta e prospettica, arrivando al petrolio, al fatto. Primo, nel mediterraneo c’è poco petrolio e continuare a trivellare in mare, cioè in condizione di investimenti maggiori, è cosa già fallita (si pensi che sta fallendo la stessa trivellazione, ben più ricca di quantità estratte, del mare del nord); secondo, la diseconomia nasce dal prezzo “deflattivo” del petrolio: giusto ieri l’Arabia Saudita (litigando con l’Iran) ha confermato l’aumento della produzione con ulteriore calo dei prezzi. In pratica il petrolio, estratto a “terra”, “te lo tirano appresso” e non c’è argomento, nell’attuale economia globale, di “petrolio nazionale” che possa tenere.

Bicchiere mezzo vuoto. Nei due referendum del giugno 2011 sull’acqua pubblica e nucleare,  nonostante  il medesimo imbarazzo e disimpegno delle forze politiche, si travolsero privatizzatori e nuclearisti. Certo occorre ricordare l’effetto emotivo di Fukushima ma in generale c’è un dato ora non presente: allora si organizzò il movimento per l’acqua e si ri-organizzò il più antico movimento antinuclearista, insomma nonostante la già putrefazione dei partiti ci fù un soggetto militante. La politica di palazzo apparve per quello che è: chiacchiere. Ora mi pare che le chiacchiere e una speranza simbolica, fideistica, fatta di mari limpidi e generiche perorazioni naturalistiche ed edonistiche (prendiamoci la tintarella) non abbiano rovesciato il “disimpegno” ed elevato i ricordati e  bassi contenuti reali del quesito. Il problema della ricostruzione di un soggetto stabile è avere una chiara e razionale visione dove inquadrare le banalità, insomma rispondere alle emozioni-idiote di “petrolio nazionale” e agli “11.000 licenziamenti” non con le emozioni-foto di acque cristalline ma offrendo un altro modello economico in grado di sbarazzarsi della catena maggiore: “petrolio-auto”.

Bicchiere rotto. Poi senti, ieri sera, la demagogia di Renzi, il bollettino della vittoria, e capisci che, come si dice a Napoli, “sta ‘nguaiato”. Invece di mantenere un profilo basso, attacca le regioni e il suo principale avversario di “fronda”. Lui sa che il petrolio italiano è finito (per fortuna non è quasi mai iniziato) e che gli 11000 perderanno il lavoro ma preferisce buttarla in caciara per guadagnare qualche decimale “oggi” a fini interni. Ricorre a tutti i trucchi da baraccone e arruola nel “partito della nazione che non esiste” pure chi ha votato ma la realtà al di sotto delle lodi adulatorie è miseranda. Renzi e tutto il burattiname prodottosi attorno (prima/dopo) la “letterina dall’Europa” (5.8.2011) vive cirenaicamente “giorno per giorno”, con l’ingrato compito del ciarlatano di far credere che un precipizio sia una pianura. La cosa più interessante (sintomatica, direbbe uno psichiatra) e paradossale dell’ignobile discorso di ieri sera è che con l’ipocrita mozione degli affetti ha cercato di rendere il dramma della realtà (licenziamenti, ragazzo che avrebbe voluto votare) ma poi è prevalsa, proprio nel pronunciarla, “l’autoreferenzialità”, il rissoso parapiglia con le regioni e gli insulti con Emiliano. Dunque se guardiamo meglio, criticamente, dal bicchiere rotto della politica si vedono i nervosismi dei suoi attori incapaci di governare la frattura dalla realtà e ridotti, pirandellianamente, a cercarsi un autore per farsi apprezzare dai poteri veri. Purtroppo, come segnalavamo, negli stessi cocci fluttano indefiniti i soggetti “oppositivi” privi di una teoria del reale che dia alla prassi una continuità di battaglia.

Roberto Donini

articolo tratto dal sito  de l’interferenza

Jobs act e la dignità del lavoro, di V. Martino

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Vincenzo Martino 1

Sono passati ormai due anni dal decreto Poletti, primo capitolo del Jobs Act con il quale è stato liberalizzato il ricorso ai contratti a tempo determinato. Da allora il diritto del lavoro italiano è stato riscritto e completamente destrutturato. In attuazione della legge delega n. 183/2014, sono stati emanati dal governo ben otto decreti legislativi delegati, con i quali tra l’altro:

– è stato pressoché abolito l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori per gli assunti con contratto a tutele crescenti (cioè tutti gli assunti a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015), i quali non potranno praticamente mai essere reintegrati nel loro posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo;

– è stato introdotta in molti casi la possibilità di demansionare il dipendente;

– è stato legittimato il controllo a distanza sugli strumenti di lavoro, prevedendo anche l’utilizzabilità a fini disciplinari dei dati raccolti.

Le norme su demansionamento e controlli a distanza si applicano non solo ai nuovi assunti, ma a tutti e da subito. Non si può certo dire, dunque, che il governo Renzi non abbia fatto le riforme. Il problema è: come le riforme sono state fatte? Gli obiettivi propagandati dal governo erano quelli di creare nuova occupazione e di combattere il precariato. Quanto al primo obiettivo, i dati ci dicono che, al formidabile aumento di potere attribuito al datore di lavoro, non si è accompagnato un significativo aumento dell’occupazione complessiva.

E dire che il governo è stato generosissimo con le imprese, regalando incentivi a pioggia. La decontribuzione è già stata peraltro ridotta: quando cesserà del tutto l’effetto boomerang sarà inevitabile. Quelle ingenti risorse potevano dunque essere meglio impiegate. Anche il secondo obiettivo, quello di limitare il ricorso a forme di lavoro precario, sembra essere destinato ad un flop clamoroso. Già il contratto a tutele crescenti, per come è strutturato, costituisce esso stesso una sorta di ossimoro negoziale: è un contratto stabile e precario nello stesso tempo.

Ma i dati confermano nel contempo la tenuta delle assunzioni a termine e l’esplosione del lavoro accessorio. forma estrema di precariato. Se a ciò si aggiunge la scarsità di risorse destinate agli ammortizzatori sociali, si può tranquillamente affermare che la flexsecurity in salsa nostrana è ben lontana dai modelli nord europei ai quali si è finto di ispirarsi. Preso atto della gravità dell’attacco ai diritti dei lavoratori, la Cgil non si limita a protestare, ma finalmente formula una propria autonoma proposta di nuovo Statuto del lavoro.

Si tratta di una proposta molto complessa e ambiziosa, composta di ben 95 articoli destinata a divenire una proposta di legge di iniziativa popolare dopo la consultazione di cinque milioni di iscritti, ai quali in queste settimane viene richiesto il mandato per sostenerla anche con specifici quesiti referendari. Il testo, molto articolato anche perché vuol dare una risposta all’altezza dei tempi, si compone di tre parti.

Il titolo I sancisce diritti dei lavoratori a portata universale, configurabili in gran parte come diritti di cittadinanza, che valgono per tutti a prescindere dalla natura subordinata, parasubordinata ovvero autonoma del rapporto. Si tratta di norme tendenzialmente precettive, che garantiscono il diritto ad un lavoro dignitoso; ad un compenso equo e proporzionato; a condizioni ambientali sicure; al riposo ed alla conciliazione tra vita professionale e familiare; alla non discriminazione ed alle pari opportunità tra generi; alla riservatezza ed all’informazione; a forme di tutela assistenziale e pensionistica; ed altri diritti ancora.

Nel titolo II, destinato al diritto sindacale, si affronta finalmente la storica questione della piena attuazione dell’art. 39, seconda parte, della Costituzione, al fine di restituire centralità ed effettività alla rappresentanza sindacale e nel contempo di garantire l’efficacia generale (erga omnes) della contrattazione collettiva.

Nel titolo III , infine, si ripristinano i diritti cancellati o ridotti in questi anni, a cominciare dall’apparato sanzionatorio in caso di licenziamento illegittimo, nella cui disciplina riacquista piena centralità la reintegrazione nel posto di lavoro.

Un progetto ambizioso e di lungo respiro, dunque, che speriamo abbia le gambe per marciare. Ci sarà certo chi dirà che si vuole ritornare al passato: ma è indice di modernità togliere i diritti, incentivare la precarietà e l’insicurezza, dare il via libera ad ogni possibile abuso da parte delle imprese? Ed inoltre: è servito a qualcosa?

Vincenzo Martino

Avvocato giuslavorista, vice-presidente di AGI, Avvocati Giuslavoristi Italiani

tratto dal sito http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/10/jobs-act-e-la-dignita-del-lavoro/2448580/

Referendum contro le trivelle, non fossilizziamoci, di G. Martinotti

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Si vota il 17 aprile nel silenzio dei media. Le mistificazioni del governo e i pericoli dell’energia fossile. Al prossimo referendum un Sì contro le trivelle per cambiare paradigma

 

Quando si vota

Mancano ormai poco meno di quattro settimane al voto popolare che domenica 17 aprile 2016 vedrà i cittadini italiani recarsi alle urne per esprimere il proprio parere sulle trivellazioni in mare. Sostenuto da innumerevoli associazioni e movimenti No Triv, e promosso da ben nove regioni dal sud al nord, questoreferendum abrogativo, tra i pochi strumenti di democrazia diretta che la nostra Costituzione ancora prevede, chiederà ai cittadini di fermare le trivelle, mettendo progressivamente fine all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani. Inoltre, il prossimo referendum rappresenta uno spauracchio fastidioso per quella politica governativa costruita sull’egoismo personale e sulla logica dello sfruttamento e del massimo consumo. La censura mediatica a livello nazionale, forzata sporadicamente dalla disinformazione, è il segno tangibile delle paure di un establishment che per mezzo della legge di Stabilità e del decreto Sblocca Italia tenta di asservire i diritti, l’ambiente e la salute pubblica al sistema del profitto privato.

Il quesito referendario

I promotori del referendum chiedono di cancellare, grazie all’unico quesito dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale sui 6 presentati, l’assurda norma che, rinnovando in automatico le concessioni fino all’esaurimento delle scorte, consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Per realizzare questo obbiettivo, basterà rispondere con un Sì al testo del quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”». Hanno diritto di voto tutti i cittadini italiani maggiorenni, anche residenti all’estero, e domenica 17 aprile si voterà in tutta Italia. Perché il referendum sia valido sarà necessario raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto e, a tale proposito, la vergognosa propaganda pro-astensione del Partito Democratico è essenzialmente strumentale agli interessi delle lobby.

Royalties, concessioni e risorse

Partendo proprio dal presupposto che gli idrocarburi presenti sul territorio nazionale dovrebbero essere considerati come patrimonio dello Stato, è bene sapere che le aziende estrattrici di petrolio e gas versano cifre irrisorie nelle casse pubbliche. Tramite concessioni, aiuti e sconti vari, le fonti fossili del nostro Paese, già dannose di per sé, vengono svendute alle multinazionali che sono tenute a pagare solo il 7% del valore del petrolio estratto e il 10% del gas. Oltretutto, in questo conteggio non figura la metà di quanto estratto, perché il materiale fino ad un limite di 80 milioni di metri cubi di gas, e di 50 mila tonnellate di petrolio, non è soggetto a royalties. Questo significa che il totale dei proventi per lo Stato derivati dalle estrazioni dell’ultimo anno non arrivano a 350 milioni di euro. Un vero e proprio regalo alle compagnie petrolifere, alle quali viene concesso il privilegio di sfruttare una quantità di fonti fossili che, in ogni caso, non possono assicurare all’Italia l’indipendenza energetica. Infatti secondo gli esperti, il fabbisogno nazionale potrebbe essere assicurato dal totale del petrolio per 7 settimane, e fino a un massimo di 6 mesi per quanto riguarda il gas. E se volessimo considerare anche le riserve probabili, come hanno fatto in una intervista gli scienziati del CNR critici con la politica energetica del governo, trivellando a tappeto tutto il nostro territorio la totalità degli idrocarburi estratti non sarebbe comunque sufficiente per più di 25 mesi. Siamo dunque ancora una volta molto lontani dalle più rosee previsioni del governo Renzi.

Pericoli e lavoro

Le trivellazioni petrolifere e di gas vanno avanti da decenni nei nostri mari mettendo a rischio ecosistemi fragili e dal raro significato storico e paesaggistico. In questo contesto, i dati recentemente resi pubblici per la prima volta in un dettagliato rapporto di Greenpeace raccontano una realtà senz’altro preoccupante. Nell’Adriatico, a quanto emerge dai monitoraggi e dalle analisi chimico-fisiche dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), commissionati peraltro dall’ENI, “i sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati”, al punto che la maggioranza delle piattaforme stesse “presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle normative comunitarie”. Metalli pesanti, sostanze tossiche e cancerogene che, risalendo la catena alimentare, sempre più spesso ritroviamo nei nostri piatti o nelle acque che utilizziamo. La Basilicata, per esempio, è una regione ricca di petrolio ma, allo stesso tempo, è la più povera d’Italia e ha una percentuale di morti per tumore superiore alla media nazionale. In una inchiesta realizzata dal Corriere della Sera nel 2013, il legame tra inquinamento, attività di estrazione e malattie è riassunto perfettamente, mentre si sottolinea che le aziende agricole della regione si sono dimezzate nell’arco di soli 10 anni. Come in Francia per quel che riguarda l’energia nucleare, anche in Italia molti incidenti di “secondo piano”, e varie anomalie, vengono ufficialmente nascosti. Molti degli impianti infatti pur essendo largamente automatizzati sono obsoleti, e alcuni dei giacimenti risalgono addirittura agli anni ’70. Sul versante lavoro con una vittoria del Sì non verrebbe perso neppure un posto, liberando gradualmente il territorio dal ricatto delle aziende petrolifere che ormai da anni preferiscono la tecnologia ai lavoratori. Chi rischia invece di essere ulteriormente danneggiata dall’attività a tempo indeterminato delle trivelle è una biodiversità dal valore inestimabile. L’economia fondata sul turismo e sulla pesca impiega nel nostro Paese più di 3 milioni di persone, arrivando a contare per circa il 20% del PILnazionale. Secondo gli operatori dei due settori, da tempo in fase di mobilitazione per sostenere il Sì al referendum, le piattaforme sono indubbiamente dannose.

Incidenti e mistificazioni

Sono passati più di sei anni dal disastro ambientale provocato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP nel Golfo del Messico, ma i danni sono ancora profondi e ben visibili. Questo tipo di incidenti però non sono così lontani da noi, sia in ordine di tempo che di spazio, ed hanno un altissimo potenziale distruttivo per la natura. Solo una decina di giorni fa, un guasto alle condotte sottomarine di una piattaforma offshore britannica avrebbe provocato uno sversamento di greggio nei pressi delle isole tunisine Kerkennah, e la marea nera scaturita dall’incidente si troverebbe in questo momento a non più di 100 chilometri da Lampedusa. In questo senso il PD, cercando di boicottare il voto popolare, mostra chiaramente come le sue politiche neoliberiste siano antitetiche a uno sviluppo territoriale, economico e culturale, basato sulla qualità e sul rispetto dell’ambiente. Tagli lineari e austerità per tutti noi, favoritismi fiscali e normativi per le compagnie petrolifere che vogliono investire a basso costo nel nostro Paese, come documenta Italian Offshore. Al di là delle narrazioni tossiche, alle quali il premier ci ha ormai abituati, l’esecutivo, decidendo di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative in un“election day”, ha letteralmente sperperato una quantità di denaro pubblico esorbitante. E pensare che proprio Renzi, al tempo del referendum sull’acqua pubblica, fu in prima fila nel chiedere a Berlusconi un tale accorpamento. Ma si sa, la coerenza nel PD non è di casa. Debora Serracchiani, vice-segretaria del partito, in un paio di anni è passata dalla difesa del mare Adriatico dai rischi delle trivellazioni petrolifere, all’attacco dei principi democratici in nome delle trivelle. E come se non bastasse, all’ultimo congresso dei “giovani democratici”, il presidente del Consiglio si è lanciato a sostegno dell’astensionismo sfoderando una serie di argomentazioni grottesche e mostrando per l’ennesima volta il suo disprezzo per la democrazia e per il popolo, che già era stato ampiamente evidenziato dalla mancanza di una qualsiasi campagna di informazione a favore dei cittadini. Tempestati da un fiume di retorica, che va dalle non meglio precisate speculazioni dei nostri vicini croati all’invasione dei nostri mari da parte di una miriade di petroliere, siamo stati abbandonati al sentito dire. Con un serio piano di rinnovamento energetico, e alla luce della costante diminuzione del consumo di energie fossili, l’importazione di petrolio scomparirà progressivamente come le mistificazioni del governo.

Un Sì per cambiare paradigma

Quello che serve oggi al nostro Paese è un radicale cambio di paradigma. Il petrolio e il gas, misero regalo nelle mani delle multinazionali, non convengono né all’ecosistema né all’economia. L’atteggiamento retogrado del governo, che punta su risorse tanto nocive quanto irrilevanti, mette in serio pericolo il futuro energetico dell’Italia. Liberi dal giogo politico dei fossili, per il quale l’Italia ha “investito” un 60% in meno in energia pulita rispetto agli altri paesi, e dalla scellerata logica del profitto “costi quel che costi”, i nostri territori avrebbero una potenzialità enorme per rilanciare una modernizzazione fatta di ricerca, innovazione e fonti rinnovabili, le stesse che quest’anno ci porteranno a produrre il 40% dell’elettricità totale. È possibile ottenere l’indipendenza energetica passando a un modello di sviluppo nel quale l’uso e la produzione di energie alternative vengono inquadrati in una dinamica di riduzione dei consumi e di risparmio energetico, proiettandoci così verso un futuro sostenibile in linea con gli impegni presi dall’Italia alla COP21 di Parigi e lontano dalle catastrofiche guerre del petrolio. Il 17 aprile votiamo Sì per fermare le trivelle e per cambiare il nostro presente, assicurandoci un futuro.

Giampaolo Martinotti

 

tratto dal sito:  http://popoffquotidiano.it/2016/03/24/referendum-contro-le-trivelle-non-fossilizziamoci/

Alma, il socialismo e le Unioni civili, di M. Foroni

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Marco Foroni foto 2
Era il lontano 1988. E in quell’anno fu presentata per la prima volta una proposta di legge per regolamentare le “Famiglie di fatto”. Sono passati quasi trenta anni da quella preziosa iniziativa di un deputato, e la ricordo ancora bene. E quel deputato era una donna, una socialista, una compagna straordinaria e il suo nome era Agata Alma Cappiello.
Dopo un approfondito dibattito con varie associazioni e l’Arcigay, Alma presentò la Proposita di legge (PdL N. 2340, Disciplina della famiglia di fatto, 12 febbraio 1988) per il riconoscimento delle convivenze tra “persone”. La Proposta di Legge non venne mai calendarizzati tra i lavori del Parlamento.
La proposta di Alma, che ebbe ampia risonanza sulla stampa (che con una semplificazione giornalistica parlò di “matrimonio di serie b”), mirava a riconoscere i diritti della famiglia di fatto anche alle coppie omosessuali.
Una Proposta di Legge che nei contenuti anticipava le sentenze della Corte Costituzionale (Sentenza 138/2010) e della Corte di Cassazione (Sentenza n. 4184/2012, depositata il 15 marzo 2012) nel riconoscere “ per formazione sociale (art. 2 Costituzione) ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Brillante avvocato milanese, ma di origini napoletane, Alma non dimenticò mai la vera essenza del socialismo, quella fatta dai diritti civili, in particolare per le donne e per le minoranze, come la comunità lgbt.
Alma non c’è più ormai da dieci anni, ci ha lasciato troppo presto ancora giovane a soli cinquantotto anni, dopo essere transitata nel centrosinistra, dove sperava di poter condurre ancora le sue battaglie per i diritti civili.
Nel 1988, quasi trenta anni fa, c’era una donna nella politica capace di pensare a due uomini che convivono come una “famiglia di fatto”. Una donna di una bellezza stordente, di una bravura e con una passione politica unica, che ho conosciuto e che ricordo con affetto e ammirazione. Agata Alma Cappiello, pasionaria socialista.
Marco Foroni

I clerico fascisti, i grillini e la violazione dei Diritti umani, di M. Foroni

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Nel mentre in molti si dilettano in questi giorni a commentare, a discutere, e a scaricarsi gli uni verso gli altri le responsabilità sulla mancata approvazione della legge sulla regolamentazione delle Unioni civili, è sempre utile ricordarci e a ricordare ai parlamentari (tutti) che mentre loro giocano su questioni di potere e di regolamenti, umiliano aspetti giuridico-etici che riguardano la vita di milioni di persone. E non solo.
Perché anche se loro (tutti), i parlamentari della Repubblica (eletti con una legge incostituzionale, giova ricordarlo) fanno finta di non sapere, l’Italia deve introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso. E semplicemente perché lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo. Nella scorsa estate, infatti, i giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali (Case of Oliari and Others v. Italy, (Applications nos. 18766/11 and 36030/11, 21 July 2015).
Nel dettaglio, giova sapere che la Corte ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, quello sul “diritto al rispetto della vita familiare e privata”. Il giudizio è stato emesso all’unanimità nell’ambito del caso sollevato da Oliari e altri contro l’Italia. Nella motivazione, tra l’altro, si legge: “La Corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile; un’unione civile o una partnership registrata sarebbe il modo più adeguato per riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso“.
La sentenza della Corte arrivò dopo diverse determinazioni del Parlamento europeo in materia, l’ultima del 9 giugno 2015, quando è stata approvata (con 341 voti favorevoli, 281 contrari e 81 astensioni) una Relazione in cui si chiede di riconoscere i diritti delle famiglie gay, dove il Parlamento stesso “prende atto dell’evolversi della definizione di famiglia” (Rapporto sull’uguaglianza di genere in Europa)
La Corte ha condannato lo Stato italiano al risarcimento per ognuno dei ricorrenti 5 mila euro per danni morali. La Corte ha sottolineato, inoltre, che tra i Paesi membri del Consiglio d’Europa c’è la tendenza a riconoscere i matrimoni omosessuali, con 25 su 47 stati che hanno adottato una legislazione in tal senso, e ha ricordato che la Corte Costituzionale italiana ha invitato ripetutamente a creare una protezione legale anche in Italia.
E in effetti, le sentenze della Corte Costituzionale (Sentenza 138/2010) e della Corte di Cassazione (Sentenza n. 4184/2012, depositata il 15 marzo 2012) riconoscono “per formazione sociale (art. 2 Costituzione) ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Fuori dalla Costituzione della Repubblica e con i Diritti umani violati, nel non rispetto della vita familiare e privata. A questo siamo. A questo non sanno, o non vogliono, dare forma giuridica. Perchè il Parlamento (come recita la nostra Costituzione) non governa, ma approva le leggi. Che lo ricordino, loro, i nostri parlamentari. Tutti.
Marco Foroni

Il 24 Febbraio a Roma discutiamo del diritto all’abitare

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Unione Inquilini striscione

Lontano dai riflettori e dallo “scandalismo” della stampa, il tessuto urbanistico e sociale di Roma continua a lacerarsi nel silenzio e nella indifferenza.Per ribadire il nostro NO ai tentativi di “terziarizzazione” del centro storico, alla dismissione e all’abbandono del patrimonio pubblico!
Pretendiamo l’autorecupero degli stabili pubblici abbandonati e la rigenerazione sociale dei quartieri!
Dibattito/Confronto
24 febbraio 2016 ore 17
presso il palazzo “auto recuperato” di via Gustavo Modena 40 (Trastevere).
coordina Renato Rizzo, Unione Inquilini Roma
intervengono:
Paolo Berdini (urbanista)
Guido Lanciano (segretario Unione Inquilini di Roma)
Fabrizio Nizi (Action-diritti in movimento)
Salvatore Di Cesare (cooperativa di autorecupero vivere 2000)
Fabio Alberti (“deliberiamo Roma”)
Mirella Belvisi (urbanista)
Luigi Tamborrino (centro culturale Rialto)
Mario Furfaro (SEL)
Giovanni Barbera (Partito Rifondazione Comunista)

Con invito esteso a Stefano Fassina (candidato della sinistra) a Roberto Morrassut (candidato primarie PD) e al Movimento 5 Stelle.

promuovono
Unione Inquilini, Cooperativa Vivere 2000, Comitato Inquilini Centro Storico.