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Il lavoro al tempo del PD, di C. Baldini

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Ci voleva la cosiddetta sinistra al governo per distruggere l’equilibrio delle parti che fanno ‘lavoro’
Oggi sentiamo imprenditori che, a parole, appaiono suadenti, gentili, sempre sorridenti. Ne hanno ben motivo: dopo la ‘Riforma del lavoro’ (occhio alle riforme renziane!!) fanno quello che vogliono. Non c’è limite, non c’è controllo.
Dal non assumere se hai una tessera sindacale o se non garantisci di non volere figli o se non accetti i voucher, al poter licenziare dopo tre anni e riassumere per godere degli sgravi fiscali a pioggia.

La Riforma ha fatto regredire i diritti del lavoratore al primo dopoguerra , sempre sotto ricatto di licenziamento, creato lavoratori ‘schiavi’ che accettano di tutto pur di lavorare. Ad ogni ingiusta decisione del governo , invochiamo scioperi e mobilitazioni. Non è facile mobilitare lavoratori quando sono ricattati, sono finiti i tempi dei grandi sacrifici, anche perchè son finiti i tempi dei grandi sindacalisti. E un sindacato come la Cgil, che pure rimane il solo ancora ad alzare la voce, è scivolato arrampicandosi per i gradini del palazzo.

E se non c’è qualcuno che ti chiama , che dice dei no, che ti esorta a lottare, ti senti solo. Tante le tessere sindacali non rinnovate, ma è bene, pur criticando e lottando per cambiare le cose, ricordare che il sindacato siamo noi.
Noi dovremmo andare a protestare contro patti non graditi. Non ridare la tessera. Farci sentire. Se muore la Cgil, è più dura per tutti. Avremmo dovuto non mollare la lotta contro la Riforma del lavoro . Cofferati non l’avrebbe mollata. Ma Cofferati si è anche sempre reso interprete dell’autonomia dal partito.

E’ indubbio che c’è uno scadimento nella formazione di una dirigenza cresciuta all’interno del palazzo rispetto a chi aveva anche lavorato nel mondo reale. Si instaura un rapporto di fiducia diverso con gli iscritti. E si capisce di più quando si deve proseguire con ogni mezzo la lotta. La lotta che pone in modo arbitrario e contro i lavoratori , una legge che in un mese ha spazzato via lotte di anni.
E a poco serve, per ridare fiducia, proporre referendum e legge per recuperare lo Statuto.

Chiunque può vedere che cosa è diventato lavorare al tempo di Renzi. Ma potrei dire al tempo del PD, perchè tutti hanno votato il jobs act, tutti hanno votato la riforma indecente della scuola, tutti hanno votato i tagli alla sanità e tutti voteranno l’Ape.
Che poi si oppongano forse alla Riforma Costituzionale mi fa piacere , ma non mi fa mutare il giudizio. E questo scivolamento netto a destra era già in embrione alla nascita del PD, fusione che stranamente ha fatto soccombere la parte maggioritaria e prevalere la parte democristiana.

Per questo io sarei più favorevole a lavorare a sinistra e buttarsi a ricostruire una Sinistra unitaria, più che a pensare a continuare un centro sinistra-destra con il PD. Perchè il PD è qualcosa che non contiene più i buoni semi della sua tradizione ma è ‘contaminato’ fortemente da valori opposti. Ed un piccolo partito di sinistra che ponga come centro della sua strategia ancora l’alleanza col PD è destinato a diventare PD per sopravvivere.

Ne vediamo le applicazioni nei consigli regionali dove nulla distingue l’operato di Sel da quello del PD. Perchè quando fai un’alleanza non c’è mai scritto che accettaeranno il jobs act o la deforma della scuola o i tagli alla sanità. Ci sono solo buone cose nei programmi elettorali.

Allora è meglio pochi ma buoni. E se son buoni, cresceranno.
Intanto votiamo NO.
Ma pensiamo anche a come proporci ad un Paese che vota NO alla Deforma Costituzionale e alle Trivelle. Perchè che si vinca o si perda o non si raggiunga il quorum come per le trivelle, sono tanti che dicono NO a questo modo di governare.

Claudia Baldini

Alla CGT sciopero di solidarietà per la morte di Ahmed El Danf, operaio, ucciso da un crumiro durante un picchetto davanti la sua azienda, la Gls di Piacenza. del Coordinamento Sindacale CGT – CLS

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Comunicato per tutte le Lavoratrici e Lavoratori della CGT- CLS
Il Coordinamento RSU unitario Filcams CGIL- Fisascat CISL- Uiltucs UIL della
CGT – CLS , dopo i fatti accaduti a Piacenza, presso l’azienda Gls Logistica, esprime
cordoglio e solidarietà per l’operaio sindacalista travolto da un camion durante il
presidio organizzato davanti ai cancelli dell’azienda, sciopero indetto per il mancato
rispetto da parte dell’azienda degli accordi sottoscritti tra le parti.
Inoltre, l’indignazione sui gravi fatti avvenuti è unanime, si condanna ogni forma di
violenza fisica, ma è altrettanto vero che tale episodio denuncia le attuali condizioni
del mondo del lavoro a cui i Lavoratori e Lavoratrici sono sottoposti.
L’assenza e l’insufficienza di tutele generano continue tensioni tra le Imprese e i
Lavoratori, nonché continui ricatti per tutta quella forza lavoro costretta ad
accettare un lavoro sempre più povero.
Gli effetti della politica Europea e Nazionale continua a ridurre salari e diritti,
moltiplicando forme contrattuali di precariato, strumenti di sfruttamento
legalizzato, con nessun parametro di riferimento verso la dignità umana.
E’ inammissibile perdere la vita in tali circostanze, l’Italia è una Repubblica fondata
sul lavoro e dovrebbe essere sufficiente per far intervenire le Istituzioni
all’osservanza di tale principio, affinché venga garantito un lavoro che possa essere
dignitoso per tutti i Lavoratori e Lavoratrici.
Il Coordinamento Sindacale CGT – CLS per solidarietà e fermezza nel
ripudiare tali atteggiamenti:
DICHIARA LO SCIOPERO di 1 ORA A FINE TURNO PER IL GIORNO MARTEDI’ 20 SETTEMBRE 2016

Coordinamento RSU unitario Filcams CGIL- Fisascat CISL- Uiltucs UIL della
CGT – CLS

Lavoro e casa due diritti precari nell’era del job act, di M. Pasquini

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Massimo Pasquini

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Due parole per dire: questione lavoro e questione abitativa due elementi complementari e ineludibili per il Governo e per noi.
L’Italia o meglio il Governo, compresi quelli che si sono succeduti negli ultimi anni, ha abbracciato e sostenuto con ogni mezzo la estrema precarizzazione del lavoro, ha esaltato il precariato anzi lo ulteriormente affinato arrivando fino al lavoro accessorio quello pagato ( si fa per dire) con i voucher. Eppure dovremmo capire bene quello che sta accadendo in quanto spesso si sottovaluta la questione abitativa e in particolare il nesso tra la precarietà abitativa e la questione lavoro.
La domanda è: come può un governo ultraliberista pensare di affrontare la disoccupazione e la stagnazione economica con i lavori a termine, con la mobilità sospinta a piene mani ( vedi scuola e doccenti mandati da Palermo dove risiedono a insegnare nelle valli bergamasche) se abbiamo un Paese immobilizzato da una percentuale di abitazioni in proprietà elevatissima , intorno al 90 per cento?
Per fare esempi: la Germania, checchè se ne dica, è ancora la locomotiva economica, non solo ha un tasso di disoccupazione molto inferiore al nostro, non solo ha stipendi molto più elevati di quelli corrisposti in Italia ma ha il 65 per cento delle famiglie in locazione. E’ un caso se i Paesi dove la crisi ha aggredito di più i ceti popolari e il ceto medio sono Italia, Grecia e Spagna, tutti paesi con elevatissima percentuale di abitazioni in proprietà?
Come può Renzi spacciare una ripresa economica basata su mobilità e voucher se poi le lavoratrici e i lavoratori hanno case in proprietà o vivono in case di proprietà con i genitori.
Per tornare ai lavoratori della scuola ma come fa un insegnante andare da Palermo alle Valli Bergamasche se lascia una casa di proprietà e deve andare a trovare un affitto che peserà non meno del 50 per cento del suo stipendio.
E’ forse un caso il successo , si fa per dire perchè è una aberrazione etica e sociale definire questi un lavoro, se 1,7 milioni di lavoratari hanno come unico reddito quello dei voucher e non a caso per “lavori” che si svolgono in loco ovvero dove vivono.
E’ pura follia pensare politiche di precarietà abitativa e lavorativa se non si abbandonano le politiche di spinta all’acquisto, e si abbandonano di fatto politiche che aumentino l’offerta di alloggi sociali a canone sociale o agevolato.
Appare del tutto evidente che un Paese immobilizzato da una cosi alta proprietà edilizia non possa avere alcun futuro economico e sostenibile se non si abbandonano le politiche di cementificazione del territorio e di sostegno esclusivo alla rendita immobilare e alla speculazione.
Questa è secondo me una evidente contraddizione che Renzi non risce a sciogliere e che rende evidente il suo fallimento, se non basando il tutto con politche repressive anche di carattere istituzionale.
E’ un peccato che la sinistra tratti la questione abitativa con tale sufficienza e pressapochismo.

Massimo Pasquini

(Segretario generale dell’Unione Inquilini)

Avanti, di C. Baldini

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Per costruire una sinistra europea ci vogliono altri presupposti. Il primo è che si riesca a costruire una sinistra unitaria anti-liberista negli Stati Sovrani.
Il secondo che il sindacato torni a fare la sua parte di difesa dei lavoratori e dei disoccupati, rifiutando accordi indecenti e lesivi della stessa dignità ei lavoratori e dei precari. Si rifiuta e si chiama alla lotta. La Francia ci ha insegnato che si può fare. Non importa se le maggioranze approvano in parlamento, è importante che nei posti di lavoro le persone abbiano fiducia nel sindacato e proseguire la lotta.
Non si piegò la Cgil davanti a Berlusconi, chi fa parte del sindacato deve guardare la tutela di chi lo paga per stare lì. Spero di farmi capire.
Il terzo presupposto è tentare di rianimare quei movimenti che avevano gran parte radici nell’area PD che avevano dato la riscossa contro la destra.
Se la strada è questa ed è lunga sicuramente, possiamo però dire che stiamo costruendo una Sinistra Unitaria. Unitaria significa , pluralismo di vedute, entro um manifesto programmatico condiviso, ma che si riconoscono nell’azione di un singolo Partito. In fondo il Pci era questo. Il Pd non è nato con questa connotazione , ma come partito di centro-sinistra. Debole perché da una fusione di DNA differenti a freddo. Chiunque poteva scegliere di starci per convenienza e infatti Renzi ha lavorato per questo. Non ha scelto Forza Italia perché Berlusconi era inamovibile, ma è andato a farsi consigliare . Si è creato gli sponsor e si è messo in carriera. erto che ha bisogno del supporto della base zoccolo del vecchio DS, ma è una base che non potrà reggere a lungo. Quindi da una parte la politica degli 80 euro e dall’altra qualche soldo ai diciottenni(forse) per gli smart o tablet. Sotto campagne elettorali, come Berlusconi, tira fuori Irpef e quel che seve. Con che soldi? Eh, chiedendo flessibilità all’Europa e aumentando il debito. Se non l’avrà li prenderà dalle pensioni o dalla sanità.

Ed ora una seria domanda a Sinistra Italiana : vi pare un centro sinistra restare alleati con il PD? Da Verdini a Fratoianni? Beh , avete un bello stomaco. Fate pure. Voterò diversamente, anche se mi dispiace per il Paese.
Io sono certa che se invece SI ingranasse la marcia a sinistra, parlerebbe altro linguaggio e a tanti giovani.
E c’è bisogno in Europa che si ricostituisca una Sinistra, per osteggiare TTIP e guerre. Parlare seriamente di migrazione e fare.
Stabilire gli Statuti del lavoro insieme al Sindacato europeo.
Potremmo anche contare su collaborazioni eccellenti come quelle di D’Alema o Cofferati, stimati in Europa da tutti. Solo noi rottamiamo le persone valide. Poi votiamo Sala sindaco.
Questa è una riflessione personale, se ancora qualcuno mi risponde male e offensivo, lo banno, senza nemmeno dirlo.  Perché il rispetto che io porto per gli altri mi è dovuto.

Claudia Baldini

Scuola che fare? di L. Garofalo

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Da poche ore sono stati ufficializzati gli esiti della mobilità interprovinciale nella scuola e mi pare che ci sia chi esulta per il trasferimento ottenuto nelle vicinanze di casa propria (avendone tutte le ragioni, ovviamente), attribuendo i meriti al MIUR ed al ministro Giannini, di fatto già santificata. Ciò è un torto, nel senso che è un ragionamento errato e deviante: un diritto non può essere spacciato come un favore elargito arbitrariamente, a discrezione di qualche “santo”, per quanto potente esso sia.
Insomma, se hai raggiunto finalmente lo scopo della tua vita, la tanto attesa ed agognata stabilità professionale e persino la vicinanza della sede lavorativa, questo risultato non è certo ascrivibile al governo in carica, ma è evidentemente un tuo diritto finalmente riconosciuto e a lungo negato. Nel contempo, ci sarebbe da obiettare che la presunta “stabilità lavorativa” è ormai un miraggio proprio a causa della legge 107/2015, che ha di fatto precarizzato il ruolo docente, inquadrando la categoria nei famigerati Piani Triennali dell’Offerta Formativa, allo scadere dei quali il DS potrebbe anche non confermarti, ovvero dichiararti in stato di esubero o non più funzionale alle esigenze della scuola in cui hai prestato servizio fino ad allora.
È a quel punto che si prospetterebbe un’amara destinazione: finire nei famigerati “ambiti territoriali”, una sorta di calderoni da cui i presidi e gli Uffici Scolastici andrebbero ad attingere il personale di cui hanno bisogno come se fosse un “mercato delle vacche”. A ciò si aggiunga la controversa questione della “premialità” dei “più meritevoli” tra i docenti, in base a meccanismi o a criteri fissati dai “comitati di valutazione”, che non tengono affatto in considerazione il valore dell’insegnamento svolto in classe, nella misura in cui esaltano e privilegiano ben altri valori ed altre prerogative, per lo più funzionali alla politica promossa dal preside nella propria scuola. Perché, se non si fosse ancora compreso, è appunto di questo che si tratta: di politica, concepita soprattutto in termini clientelari, ovvero di gestione aziendalista, manageriale, affaristica della scuola, di corruttele, malaffare, favoritismi, assistenzialismi. Altro che efficientismo, meritocrazia ed altre simili baggianate, che sono fiabe per i bimbi.
Dunque, che fare? È il quesito che mette in difficoltà o in imbarazzo soprattutto chi è onesto intellettualmente. Potrei cavarmela rispondendo in modo evasivo, senza sciogliere il nodo cruciale posto dal fatidico interrogativo, che è un nervo scoperto. Rispondo sinceramente: non lo so. Se servisse scendere in piazza, manifestare, lottare, credo che converrebbe farlo. So che la famigerata “buona scuola” è in vigore, malgrado gli scioperi e le proteste (vane) del mondo della scuola.
I burattinai hanno verificato che la nostra “reazione” non sarebbe durata a lungo e che fosse un fuoco di paglia dei sindacati di categoria. Infatti, le proteste, le polemiche esternate con gli strumenti a nostra disposizione, soprattutto Internet e i social, le assemblee auto-convocate, le manifestazioni di piazza sfidando le forze dell’ordine in assetto antisommossa, tutto ciò non è servito a nulla. Le nostre lotte e le nostre proteste non sono servite ad arrestare gli infami propositi del governo e di chi lo sponsorizza. La legge 107/2015 è ormai una triste realtà con cui occorre fare i conti: la “chiamata diretta dei presidi” è passata sotto spoglie neanche tanto mentite: “chiamata per competenze”.
Il “merito” è un nome sostitutivo con cui si premieranno i servi e i leccapiedi.
Per cui ritengo che convenga restare vigili nei collegi dei docenti, pronti a reagire, magari creando un fronte unito e compatto nel corpo docente. Se possibile. Ed è esattamente questo il principale elemento di criticità e vulnerabilità della categoria docente: l’assenza di coesione interna, di solidarietà corporativa. Nelle alte sfere del potere lo sanno. Come lo sanno i presidi, che su tale punto debole insistono. Sanno che ci possono dividere facilmente, innescando contese miserabili, litigi come quelli tra i capponi di Renzo (o Renzi) nei Promessi Sposi. Basta ventilare premi di pochi spiccioli in più.
Lucio Garofalo

L’impatto liberista, di C. Baldini

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Dagli anni ’90 in poi è subdolamente cambiata la civiltà del vivere, del convivere e la faccia della democrazia, reale. Quando l’ unico metro di valutazione divengono il Pil e le borse, significa che dal lato economico si scatena la corsa al Pil , aumentando competitivita, indipendente dal degrado della qualità della vita e dall’altra non si ha interesse a reinvestire in economia ma la si delega in perdita alla gestione politica.
Subdolamente perché i più speravano che solo la classe operaia dovesse come al solito pagare ed invece grazie alla crisi finanziaria indotta, tutte le categorie stanno soffrendo. Tutti coloro che non hanno accesso alle informazioni che contano, non possono arricchirsi o sopravvivere mediante clic che spostano le regole del gioco al giusto potere.

Quindi diviene meno importante produrre beni o servizi per investire e dare economia reale, piuttosto che aggiungere ricchezza a ricchezza.
E non importa se quel clic manda un Paese fallito o in dittatura, finché rende va bene.

Non è che la trasformazione sia giunta di improvviso , preparata per tempo dalla decisione Usa dell’accorpamento banca commerciale – banca affari. Veniva li a Bretton Woods sancito l’impiego del risparmio per investimento finanziario. Cadeva quindi due capisaldi dell’ economia reale : il credito territoriale e il possesso delle azioni industriali per sostenere le imprese nella loro crescita. Un patto insostituibile per lo sviluppo di un Paese: io compro azioni Fiat perché aiuto il lavoro per tutti. Ora compri e vendi per speculare, al di là della rappresentatività dell’azione. È un po’ come giocare alla roulette rossa sulla sopravvivenza di una economia e dei suoi addetti.
Non è un caso che Sanders pretenda la separazione bancaria, il rigido controllo della Fed sulle società quotate e la drastica limitazioni delle transazioni speculative. Difficile, sì, ma socialismo.
Dalla Cina all’ America, dall’ Europa agli Emirati Arabi, chi detiene leadership sulla Finanza globale, governa il mondo. È dallo scontro e convenienza tra essi che cadono governi, si fanno guerre per il possesso di aree di influenza, si usano dittatori, terroristi e false democrazie al fine di mantenere in equilibrio gli stessi poteri sulla pelle di chi non li ha. Non c’è infatti alcun motivo militare di continuare l’ accerchiamento da parte della coalizione alla Siria, se non quello di sottrarre influenza politica alla Russia. Una volta ci si minacciava con i missili, ora con il controllo del mercato. La strizzatina d’ occhio del fascista Erdogan a Putin è un avviso di sfratto alle 24 basi americane in Turchia. Il massacro dei Curdi ed ogni violazione dei diritti sono effetti collaterali. La posta è il controllo del mercato. E i terroristi nativi e foraggiati da Arabia Saudita e lasciati fare in Turchia sono uno strumento nello scontro di potere.

Anche la debole Europa,inetta e mediocre partecipa al piatto e al sistema attraverso i Ttp.
È ovvio che dovessero sparire le ideologie e la politica dovesse cambiare per non decidere. Perciò non abbiamo teste autonome ,potere politico, ma solo pedine politiche nello scacchiere internazionale. Lo stesso Obama, nonostante le buone intenzioni., ha dovuto soggiacere al mostro creato negli anni di Reagan , Bush e Thatcher.
In Europa non esiste un Paese socialista: la Grecia è alla gogna senza influenza e senza onore.

In Italia, dove abbiamo un Paese diviso tra pubblico,mantenuto col clientelismo, e privato con ogni diritto perduto, né il Pci del dopo Berlinguer, né la Cgil del dopo Cofferati che si è crogiolata nell’ identificazione col Pd, hanno valutato la portata di sconvolgimenti che venivano dalla globalizzazione. Si sono adeguati al concetto di massima competizione, pensando alla qualità decisamente scartata a favore del basso costo.
Non mi spiego diversamente la calata di braghe di D’Alema, Fassino, Chiamparino inquadrati nel New deal malefico della fusione a freddo veltroniana. Fusione con chi questo mercato globale lo incensava, avendo il capitalismo fissato nel suo DNA. Tutto ciò ha portato da Treu, Biagi in poi ad accordi disattesi da difendere con lotte continue per farli rispettare. E Cgil , anche isolata, si è riparata nel Pd, dopo il 2008, con un silenzio assenso colpevole e traditore dei suoi valori. Abbiamo perso il contatto con il degrado culturale e sociale nelle fabbriche, negli uffici. E come al solito bersagliati anziché sorretti a ricompattarsi e porsi riferimento per la difesa dei diritti ci siamo ripiegati sulle singole difese aziendali e sui soli contratti. Pare che qualcosa cambi , ma è molto tardi.

Nel pubblico dopo un perdurare ancora di clientelismo, è precipitato tutto. Niente contratti, furbetti a volte difesi, dirigenti intatti.

Abbiamo ancora la forza e il coraggio di cambiare il nostro palazzo per tornare alla lotta? Non so, ma non c’è scelta è non perché spariamo noi, ma perché nessuno è ora più in grado di noi di tentare.
L’ultima nefandezza del Jobs act ha allargato la faglia tra la dirigenza e la base. Anche qui solo Landini e pochi altri hanno capito. Basta analizzare bene come il Jobs act sia un atto pro poteri forti del mercato. Si è interrotta la fidelizzazione del lavoratore con il suo posto di lavoro che non significava solo stabilità, ma attaccamento e collaborazione. Ha rotto un modesto equilibrio di poteri tra impresa e lavoratori faticosamente conquistato, lo tiene perennemente sulla porta di uscita.

Da Pomigliano in poi con l’ appoggio politico e dei sindacati soliti, Marchionne rappresenta sul mercato dell’usato auto la mano della Finanza e ancora il pd lo loda.

Bisogna tornare all’ origine. Non so come.
E la sinistra non ha finito il suo ruolo. Ma anche qui è sfacelo. Ovviamente,venendo a mancare dalla sinistra il partito maggiore in politica di destra impegnato con ominicchi e furbetti è normale. Quello che non è normale è avere gente che si dice di sinistra, ma vuole alleanze con Verdini.

Non vedo una grande volontà di tentare, di unirsi di rendersi credibili. In fondo dobbiamo trarre forza e unità da chi ripartì dopo la Resistenza anche se era più semplice. Volendo, ora, abbiamo maestri e strumenti culturali alle spalle da far prevalere sui piccoli uomini che abbiamo dentro

In fondo giochiamo il futuro di un Paese che potrebbe anche dare una svolta in Europa.

Claudia Baldini

La Costituzione di Lelio Basso, l’eguaglianza possibile e l’attacco ai nostri diritti, di M. Zanier

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Attribuiva grande valore al movimento di resistenza non solo perché aveva combattuto per la libertà e la giustizia ma perché essendo stata una lotta di popolo aveva promosso la partecipazione delle masse alle scelte politiche del Paese”. Così Aldo Aniasi [1], partigiano in Valsesia e nella Repubblica dell’Ossola, dirigente socialista di livello e poi sindaco di Milano inquadrava un aspetto centrale del pensiero di Lelio Basso.

Resistenza, lotta di popolo, partecipazione delle masse possono sembrare a noi oggi cose circoscritte nel tempo della guerra di liberazione e lontane dai nostri giorni ma invece costituiscono ancora l’intelaiatura di alcuni articoli molto importanti della nostra Costituzione, il n. 3 e il n. 49, che proprio Basso ha contribuito in modo determinante a scrivere e costruire nella loro forma definitiva.

Come ha detto lucidamente Stefano Rodotà[2]: “Contraddizione e conflitto, e partecipazione dei lavoratori, ci conducono così al capolavoro istituzionale di Basso (assistito dalla fiduciosa sapienza giuridica di Massimo Severo Giannini): all’art.3 della Costituzione, e soprattutto a quel suo secondo comma sull’eguaglianza sostanziale che innesta sul tronco istituzionale la contraddizione sociale, che forza le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione. Si precisano così le modalità dell’intreccio tra lotta politica e strumenti istituzionali, e il ruolo di questi strumenti nel processo rivoluzionario”.Chiarendo senza possibilità di dubbi quello che Basso immaginava col termine “rivoluzionario”: “Un processo le cui caratteristiche diventano più chiare nel momento in cui il riferimento alla legalità non allude ad un “dopo”, ad una legalità rivoluzionaria che si pone come momento terminale, successivo alla presa del potere realizzata per vie diverse, ma diventa una delle componenti essenziali di una lotta politica e sociale, qualificando così modalità e caratteri di quel processo.”

La commemorazione di Stefano Rodotà, è chiaramente più ampia di questi pochi passaggi, abbraccia un periodo più vasto che comprende l’impegno di Basso nell’Assemblea Costituente, ma anche il suo contributo nel 1976 alla stesura del documento fondante del diritto delle Nazioni Unite, la cosiddetta Carta d’Algeri, in cui lui individua un legame sostanziale tra la rimozione degli ostacoli materiali per l’individuo indicata nell’art. 3 della Costituzione italiana e quelli per i i popoli nella carta del 1976. E questo ci riporta al momento iniziale del nostro ragionamento, alle parole del partigiano Aldo Aniasi che vedeva nel socialismo di Basso un processo in divenire per portare attraverso la lotta di popolo le masse alla partecipazione democratica del potere.

Ma chi era in quegli anni Lelio Basso e cosa aveva significato il suo pensiero negli anni precedenti la lotta di liberazione e la Resistenza? La domanda non è delle più semplici ma è estremamente importante perché ci permette di ricostruire le origini di un’elaborazione teorica tra le più significative del Novecento che tanto ha influenzato negli anni successivi gli sviluppi e l’affermazione di una politica di classe che è stata uno degli aspetti migliori del socialismo italiano del dopoguerra.

Tra i molteplici studi che si sono susseguiti negli anni su di lui, segnalo per tanti motivi l’ultimo ampio lavoro di Chiara Giorgi[3]che ne ricostruisce il percorso dalla sua formazione alla costruzione passo dopo passo della nostra Carta costituzionale nei lavori dell’Assemblea Costituente.

Basso, che apparteneva alla generazione di Piero Gobetti, Rodolfo Morandi e Carlo Rosselli, ossia di coloro che sentivano sulle loro spalle il peso e la responsabilità di una generazione da reimpostare seguendo gli insegnamenti di Antonio Labriola e Rodolfo Mondolfo, fin dai primi saggi negli anni Venti ha espresso una consapevolezza rara del dover dare vita ad un processo che facesse rinascere su basi nuove il socialismo italiano partendo sia da una lettura attenta dell’opera di Marx che dalla necessità di registrare la coscienza di classe del proletariato. Fin da questi primi scritti, il cammino delle masse proletarie si configura come una pressione del lavoro sul capitale e della classe lavoratrice sullo sviluppo della grande industria. Negli anni insomma dell’affermazione vittoriosa e tronfia del fascismo, con la negazione dei diritti essenziali ed il controllo del regime sulla classe operaia, Lelio Basso, afferma che “il socialismo dev’essere non solo lo sbocco cosciente della rivoluzione proletaria, ma anche la realizzazione del pensiero filosofico del proletariato”. Saranno queste le premesse dell’antifascismo di classe degli anni Trenta, quel Centro socialista interno diretto da Rodolfo Morandi e costruito clandestinamente con Eugenio Colorni, Lucio Luzzatto ed Eugenio Curiel che avrebbe impostato, con maggiore consapevolezza del gruppo di Giustizia e Libertà ormai falcidiato dal regime, le premesse di classe della futura Resistenza e della collaborazione tra socialisti e comunisti per la creazione di un futuro democratico del Paese.

È questo il terreno da cui nasce e si sviluppa in lui la necessità di fare posto alla partecipazione popolare alla democrazia unita alla tutela dei diritti inviolabili della persona umana nell’ordinamento del nuovo Stato italiano. Per questo si batterà con successo nell’Assemblea Costituente per costruire l’impianto dell’articolo 3 e dell’articolo 49 in relazione a quanto espresso nell’articolo 1, ossia normare l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e la loro possibilità di associarsi liberamente per partecipare alle scelte politiche della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Se entriamo ora nelle pieghe della scrittura della Carta costituzionale, diventano ancora più appassionanti le sue posizioni e le sue battaglie per far passare i principi del socialismo e del rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo, visto come parte di un insieme di lavoratori che hanno il diritto di trasformare progressivamente i rapporti di forza che ancora determinano l’esclusione dai processi decisionali.

L’articolo 3

Tutti conosciamo, credo, il testo dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Ma dietro questo articolo forse non molti di noi sanno quanto lavoro c’è stato da parte dei costituenti ed in particolare di Lelio Basso, che è riuscito a fare affermare alla nostra Costituzione che non si realizzerà l’uguaglianza affermata nel primo comma (“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) , se lo Stato italiano non avrà rimosso gli ostacoli che impediscono ai suoi cittadini di avere la sostanziale uguaglianza (comma due).  Ed essendo in contrasto il comma due (ci sono ostacoli da rimuovere per realizzare l’uguaglianza ) col comma uno (tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge) esiste nell’art. 3 la concezione dei rapporti di forza sociali da modificare progressivamente in uno Stato democratico, di chiara derivazione marxista, che Basso espresse più tardi [4] con queste parole: “riconosce che in Italia c’è un ordine sociale di fatto che è in contrasto con l’ordine giuridico”.  Se la definizione dell’eguaglianza sostanziale che spetta di diritto ai cittadini si configura come un processo in divenire, è anche la critica della definizione di “uomo naturale e isolato” che il suo contributo in Assemblea costituente contesta, affermando che la persona è al centro dei rapporti umani e sociali e si afferma all’interno del contesto sociale. Ed  anche questo è evidentemente un concetto di derivazione marxista che lui porta dentro la legge fondamentale del nuovo Stato italiano.  Non si capisce la portata delle affermazioni contenute nell’art. 3 se non si tiene presente la visione politica complessiva di Basso che nel 1947 [5] espresse con queste parole: “Noi pensiamo che la democrazia si difende […] non cercando di impedire o ostacolare i poteri dello Stato, ma al contrario, facendo partecipare tutti i cittadini alla vita dello Stato […]. Solo se noi otterremo che tutti siano effettivamente messi in condizione di partecipare alla gestione economica e sociale della vita collettiva, noi realizzeremo veramente una democrazia”.

L’articolo 49

L’altro articolo della nostra costituzione sul quale dobbiamo soffermarci è il 49, che recita:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

 Anche qui l’impegno di Basso è stato fondamentale e già da una prima lettura se ne può scorgere il nesso profondo con quanto sancito dall’art.3. Ma nondimeno è legato strettamente con quanto scritto nell’art. 1, secondo cui la sovranità appartiene a tutto il popolo.  È con il riconoscimento ai partiti del ruolo di strumenti democratici per determinare la partecipazione della democrazia, si badi bene, a tutti i partiti, non solo quelli al governo ma anche quelli all’opposizione che in questo articolo si rende manifesto quanto espresso nell’articolo 1 legando ad essi la sovranità popolare, il carattere democratico della forma repubblicana, il riconoscimento di partecipare tutti con le proprie idee e convinzioni politiche alle scelte del governo ed alle osservazioni dell’opposizione, perché entrambe portate avanti da partiti che sono riconosciuti dalla nostra Costituzione perché espressione della libera associazione dei cittadini (che l’articolo 3 afferma essere tutti uguali davanti alla legge senza distinzioni e dunque tutti in grado di esprimere una propria idea politica e di partecipare delle scelte dello Stato). Per Basso i partiti consentono di superare la vecchia logica de sistema parlamentare di impostazione liberale, perché esprimono “le differenze effettive del popolo reale”. Sono i partiti, banditi ricordiamolo sempre dal regime fascista contro il quale i nostri costituenti hanno lottato e Basso con loro, i massimi garanti che questa unitaria volontà corrisponda quanto più possibile agli interessi della popolazione. Sono essi il tramite fra la sovranità popolare riconosciuta dall’art. 1 quale fondamento dello Stato italiano e gli organi deputati a realizzare la sua volontà in forma di legge.

La riforma Renzi- Boschi ed il ruolo dei socialisti

Ricostruito il percorso che ha portato il massimo costituente socialista ad inserire nella Carta costituzionale il riconoscimento dell’inviolabilità dei diritti di ogni cittadino ad esprimere una propria opinione, il ruolo dello Stato che riconoscendo l’esistenza di un ordine sociale difforme da quanto affermato come diritto inviolabile di tutti si deve impegnare a rimuovere gli ostacoli che vi si frappongono, il ruolo dei partiti come espressione massima della volontà popolare e portatori delle diverse istanze della gente che vive quotidianamente le difficoltà più diverse e vuole contribuire col voto a determinare le scelte politiche nazionali dei singoli governi, come potrebbe essere possibile che i socialisti oggi sostengano le ragioni della riforma Renzi-Boschi che di fatto toglie la voce alla gran parte dei cittadini, non riconosce valide e degne di nota le opinioni differenti dal partito che con una risicata maggioranza potrebbe controllare l’intero Parlamento, stravolto peraltro nella sua forma e nelle sue funzioni dall’abolizione di fatto dei contrappesi necessari presenti nella formulazione di una Camera e di un Senato con pari dignità giuridica ed introduce parlamentari nominati direttamente dal Presidente del Consiglio?  Per me tutto questo se per un comune cittadino è inaccettabile, deve esserlo a maggior ragione per chi si definisce nel socialismo, nei suoi principi, nei suoi obiettivi, nel suo orizzonte di trasformazione sociale complessiva attraverso passaggi graduali ed il metodo democratico del confronto delle idee diverse.

Per mantenere la democrazia in Italia, continuare a far sentire ciascuno la nostra voce, confrontarci sui problemi reali e trovare delle soluzioni possibili, al Referendum di ottobre diciamo NO all’attacco del governo Renzi ai nostri diritti in nome della nostra bella inimitabile Costituzione, amata e studiata in tante parti del mondo.

Marco Zanier.


[1] Aldo Aniasi, “Maestro di socialismo”, intervento pubblicato in “Lelio Basso”, edizioni Punto Rosso 2012, p. 137

[2] Stefano Rodotà, “Vocazione costituente” (estratti dal discorso commemorativo tenuto il 15 novembre 1988 presso la sala Zuccari del Senato della Repubblica) ora in “Lelio Basso”, ed. Punto Rosso cit., p. 47

[3] Chiara Giorgi, “Un socialista del Novecento. Uguaglianza libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso”, Carocci editore, 2015

[4] Lelio Basso, “Interventi”, a cura di F. Livorsi, “Stato e Costituzione”, atti del convegno organizzato dalla Fondazione Basso- ISSOCO e dal Comune di alessandria, Marsilio, 1977, p. 130

[5] Lelio Basso, AC, A, 6 marzo 1947

Alcune impressioni sul voto, di R. Achilli

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achilli riccardo

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Per Renzi l’esito di questo voto è una Caporetto, con inevitabili riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione che si allarga agli strati moderati e centristi dell’elettorato forzista non decolla. A Milano, che era il laboratorio di quanto il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.

Mi pregio solo di ricordare che non abbiamo vinto noi. Noi in questo scenario non ci siamo. Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo economico e dell’aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). E rispetto alla quale come sinistra saremo chiamati a fare opposizione, non a cercare nicchie di utopistica collaborazione. Qui non c’è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l’umore profondo del nostro Paese.

Va anche detto che la base elettorale del M5S è radicalmente isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l’ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di centro destra, e dalla voglia di castigare il simbolo della Milano da bere in salsa renziana. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l’ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.

Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi, ma francamente la vedo dura che questo scontro produca risultati. Perché l’unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D’Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo “mediatori”, in questi mesi (e tra l’altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D’Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all’italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.

Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D’altro canto, Lega e Fratelli d’Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell’ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch’essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.

Quindi, insomma, personalmente non vedo grandi motivi positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione personale di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova. E che ci costringe un’altra volta a guardare alle dinamiche interne del Pd, per quanto poco promettenti esse siano.

Riccardo Achilli

11 giugno 1984- il silenzio assenso, di C. Baldini

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Claudia Baldini 2

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Conoscete tutti quel detto che recita ‘Chi tace, acconsente’. Quante volte l’avremo usato per indicare uno status ben preciso : se non ti va bene quello che dico o che faccio ,devi dirlo , urlarlo, unirti ad altri per acquistare forza ed impedirmelo. Se dici sì , va bene , significa che stai con me.

Se non dici nulla è come se stessi con me. Guardate che, raramente una frase, in così poche parole, racconta l’atteggiamento umano dinanzi alle scelte da compiere.

Conosco le obiezioni, le faccio sempre a me stessa, ma non funzionano, tipo ‘ mi sono stancato, diciamo sempre le stesse cose, non importa nulla a nessuno, ecc..’  Non serve obiettare ai fini del risultato, possiamo solidarizzare con lo sconforto, la stanchezza, ma starete sempre con chi ha scelto al vostro posto. Così, quando i berlusconiani nascondevano la testa nella sabbia, dinanzi alle nefandezze e alle frottole della classe dirigente, oppure dicevano che era colpa dei magistrati, oppure che uno con i suoi soldi fa quello che gli pare, anche incentivare la prostituzione, in realtà si voleva dire : non importa, basta che faccia la politica che serve a me, il mio interesse economico o di potere.

Ecco, questo atteggiamento opportunista è quello che ha prevalso anche in troppi dirigenti comunisti di allora, perché sarebbe stato troppo difficile ed impopolare affrontare in toto la Questione morale.
Ad esempio, perché mai i concorsi erano vinti sempre da quell’architetto? Perché tacevano i commissari? Perché quel semplice assessore è riuscito a farsi la villa? I compagni di sala consiliare , tacevano.
Pensavano male,ma tacevano. E così, di silenzio in silenzio, siamo arrivati al capolinea. Il capolinea che viviamo oggi in tutti i gangli che abbiamo lottato per costruire e che ora dobbiamo ricostruire. Per quell’opportunismo che Enrico conosceva bene all’interno del suo partito, del nostro partito.

Bisognerà pertanto sfrondare, tagliare teste. Perché ora bisogna fare una secca inversione, per il bene dei cittadini futuri. Puntare alla Questione Morale noi, di sinistra, perché è nostro grande patrimonio da riscoprire e concretizzare. Noi non ne facciamo una questione di ‘Noi siamo onesti e voi no’, noi ne facciamo un valore politico per la Sinistra, che avvolga sempre ogni punto di programma, che lo tuteli nella sua realizzazione, che guidi la scelta delle candidature. Poi spetta alla base reimparare la partecipazione e il controllo. Smettere con la delega perenne.

Il PD renziano, in particolare, è la massima espressione della negazione dei valori berlingueriani, dovrà pagare tutto questo. Ma non può pagare, se non andiamo a votare. Basta astenersi.
A ottobre ci sarà un referendum che vale il riscatto di tutti noi.

Perché il non voto è un Silenzio Assenso assoluto. Il bivio è aspro: o si torna ad occuparci della cosa pubblica, innanzitutto salvando la democrazia, poi esercitando un controllo puntiglioso sull’ Amministrazione di essa, o scivoleremo sempre più giù.

Lo dobbiamo promettere solennemente oggi, in questo giorno tristissimo, per quelli di noi che hanno ancora negli occhi il comizio di Padova dove ancora una volta Enrico denunciava il malaffare non solo della DC, ma serpeggiante già da allora nel PCI.

Avanti, cari compagni, caricarsi in spalla la Questione Morale, così bene e pervicacemente riproposta dal NOSTRO amatissimo avo.

Claudia Baldini

Il socialismo che manca e l’approfondimento necessario, di M. Zanier

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Alle ultime elezioni amministrative i socialisti hanno ottenuto risultati inferiori all’1 %. Perché succede questo? io una risposta ce l’ho: la gente non capisce più a che serva votare un socialista perché quasi sempre si trova di fronte a persone reclutate all’ultimo momento che confondono la laicità pura e semplice e l’apertura al pensiero liberale come i tratti forti e distintivi dell’essere socialista. Il socialismo storico, se mi permettete, è un’altra cosa: un pensiero bellissimo che parte dalle contraddizioni del presente per configurare un orizzonte altro della società in cui viviamo attraverso passaggi graduali e riforme strutturali largamente condivise da ampi strati della popolazione stando dalla parte dei lavoratori.
Occorre ripartire dalla formazione politica, dallo studio dei testi, dal socialismo marxista di Lelio Basso, dalle analisi della fase di Francesco De Martino, dalla utopia concreta di Pietro Nenni per realizzare le riforme necessarie al Paese. Occorre avere un partito sganciato dal governo Renzi e dai poteri forti. Occorre ripartire tutti insieme dal No al Referendum di ottobre, partecipando davvero alla raccolta firme del Comitato Socialista per il No.
Solo così potremmo tornare a parlare a strati diversi della popolazione, chiedere agli operai, agli intellettuali, agli studenti, ai tecnici, agli impiegati pubblici e privati di avanzare delle proposte per realizzare un cambiamento delle priorità della politica, che è insieme giusto e necessario. Ripartire dalla politica significa innanzitutto lavorare seriamente dentro il nostro gruppo di compagne e compagni, come una volta, quando c’era il dibattito e le sezioni portavano in alto le richieste elaborate dalla base, riprendere il filo del confronto costruttivo tra militanti e cittadini sulla base delle piattaforme socialiste e del nostro grande patrimonio di idee e di proposte. Ripartiamo da qui, tutti insieme, riprendiamoci il nostro partito, chiudiamo la porta al governo Renzi ed ascoltiamo i problemi seri del Paese. O diamo oggi delle risposte credibili e serie a chi si aspetta il vero cambiamento o non potremo più chiamarci socialisti.

Marco Zanier.