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Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato 10 anni fa. Ha perso valori, forma, storia e ambizione maggioritaria, di C. Maltese

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CONFERENZA STAMPA LISTA TSIPRAS

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Con il voto delle primarie il Pd ha rottamato se stesso. Non è più il partito fondato dieci anni fa. E non solo perché oltre la metà dei 45 padri fondatori se ne sono già andati e altri seguiranno. Di quel partito ha perso i valori, la forma, il forte ancoraggio alla storia della sinistra italiana e infine l’ambizione maggioritaria. Nei fatti il Pd è diventato da unico partito strutturato d’Italia a ultima lista personale, il PdR, simile a Forza Italia di Berlusconi o alla Lega di Salvini. Si è convertito al personalismo proprio quando questo modello sembra superato dalla storia. La mutazione genetica del Pd si è dunque compiuta, come temeva Eugenio Scalfari ai tempi del duello Bersani-Renzi. Il Pd è ora un partito di centro che guarda a destra. Alle prossime elezioni sarà alleato, sia pure non dichiarato, del diavolo in persona, Silvio Berlusconi, del quale del resto Renzi condivide in pieno il programma sociale, la visione d’Italia, la retorica ottimista e finanche la posizione sull’Europa.

La leadership, lo stile, la politica e le alleanze del PdR sono del tutto chiare. Meno chiaro è il peso elettorale del nuovo soggetto. I sondaggi lo accreditano di un 25-30 per cento, sopra o sotto di poco al Movimento 5 Stelle. I dati del voto reale raccontano un’altra storia. Nella storia del Pd la partecipazione al voto delle primarie ha sempre annunciato il risultato elettorale delle elezioni successive. Le primarie del Pd di Veltroni portarono ai gazebo 3,5 milioni di persone e il partito ottenne l’anno dopo il 33,4. Con Bersani segretario il Pd scese sotto i tre milioni di voti alle primarie e ben sotto il 30 per cento alle politiche. Se questo calcolo ha un senso, e forse ne ha uno più autentico dei sondaggi, oggi il Pd di Renzi faticherebbe a toccare il 20 per cento. Naturalmente i renziani sono troppo furbi per non aver sparso alla vigilia stime talmente basse da poter festeggiare oggi il milione e 800 mila votanti. Ma si tratta di un dato assai deludente, in una fase in cui in Italia e in Europa, come testimoniano tutte le elezioni e i referendum, i popoli hanno riscoperto l’arma del voto.

Un Pd a immagine e somiglianza di Matteo Renzi, con un peso elettorale ridotto e un’alleanza organica col berlusconismo, pone le condizioni perché anche in Italia nasca un’ampia area di sinistra alternativa, com’è stato prima nella Grecia di Syriza, quindi nell’Irlanda del Sinn Fein, nella Spagna di Podemos e ora nella Francia Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Occorre che a sinistra del Pd i molti leader e partitini facciano un passo indietro, mettendo da parte i narcisismi, e due in avanti, convocando una grande assemblea unitaria, aperta alla società, alle associazioni, ai sindacati e soprattutto ai milioni di cittadini di sinistra che oggi non hanno più una casa politica. Non c’è molto tempo per i distinguo. Renzi sta per staccare la spina al governo e si rischia di andare alle prime elezioni della storia repubblicana senza una vera sinistra. Fate presto.

Curzio Maltese

Tratto dal Blog dell’ Huffington Post del 1° Maggio 2017   http://www.huffingtonpost.it/curzio-maltese/con-il-voto-delle-primarie-il-pd-ha-rottamato-se-stesso_a_22063615/

Tranquilli, non c’è solo il Presidente. La Francia, la Costituzione e l’aquila a due teste, di M. Foroni

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Marco Foroni foto 2

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Tutti a scrivere e dibattere da giorni sul prossimo Presidente della Repubblica francese, dai gossip banali da social, alle questioni politiche e di Programma. E le scontate banalità massmediatiche per far presa, audit e cronaca. Ma attenzione, perché in Francia non c’è solo il Presidente ai vertici istituzionali e la situazione è molto più complessa di ciò che sembra.

Va detto intanto che i caratteri essenziali della forma di governo francese sono, in sintesi i seguenti:

– un Presidente della Repubblica eletto dai cittadini, con funzioni di Capo dello Stato

– un Governo, guidato dal Primo ministro, nominato si dal Presidente ma politicamente responsabile di fronte al Parlamento

Un sistema quindi complesso, che il costituzionalista Duverger raffigurò (negli anni ‘80) come un’aquila a due teste, ovvero come una struttura di tipo diarchico caratterizzata da un dualismo reale, o potenziale, nell’esercizio delle funzioni di governo del paese.

Nella ripartizione delle funzioni esecutive vengono così a fronteggiarsi, di volta in volta, due soggetti che traggono entrambi la proprio fonte di legittimazione dall’elezione popolare: direttamente il Presidente e indirettamente, attraverso la fiducia della maggioranza parlamentare, il Primo ministro.

E pertanto attenzione! E’ il contesto politico che di volta in volta fa pendere l’ago della bilancia dalla parte dell’uno o dell’altro attore, venendo così a mutare addirittura assetti ed equilibri nel funzionamento del sistema. Un sistema, quello semipresidenziale francese della V Repubblica voluta da De Gaulle, il cui funzionamento appare assai variabile. E così è stato negli ultimi trenta anni quando, con volti diversi, ha realizzato importanti e corpose redistribuzioni del potere politico tra i due soggetti.

Questo perché. Perchè nella realtà la Costituzione attribuisce anche al Primo ministro rilevanti poteri di direzione politica, coerentemente alle modifiche avvenute dal 1958 che hanno visto un notevole potenziamento del ruolo dell’Esecutivo. Il Primo ministro che sembrerebbe talvolta, addirittura, la chiave di volta del sistema. In un quadro di rapporti tra poteri che non sono affatto fissati una volta per tutte dalla Costituzione.

Non si vota in Francia quindi solo per il Presidente al prossimo ballottaggio, ma anche per il Parlamento. E cosa potrebbe accadere? Che il ruolo apparentemente in ombra del Primo ministro potrebbe emergere prepotentemente, come accadde a partire dalla Presidenza di Giscar d’Estaing tra il 1974 e il 1981. Quando, dovendo tener conto di una Assemblea nazionale dove il partito gollista era nettamente prevalente, non fu totalmente libero nella scelta del Primo Ministro, e dovette designare il leader di quel partito, Jacques Chirac.

Ma addirittura, alla seconda elezione del socialista Francois Mitterand nel 1986, accadde addirittura che il parlamento avesse una maggioranza di centrodestra. Per la prima volta, quindi, il Presidente e la maggioranza parlamentare furono espressione di partiti di schieramenti opposti. E fu allora che fu inventato (dal Primo ministro Eduard Balladour) il termine cohabitation.

Periodo nel quale, seppure previsti dal dettato costituzionale, il Presidente vede notevolmente ridotto l’esercizio delle sue prerogative. Addirittura, in questo caso, il Primo ministro viene ad assumere la direzione effettiva della politica interna e la responsabilità dell’attuazione del Programma di governo.

E se tutto questo, visto anche il risultato riportato dalle forze politiche in gioco, si dovesse riproporre anche oggi? Magari a parti invertite, visto il grande risultato della Gauche di Jean-Luc Mélenchon ? Certo non si può affatto escludere. E ciò ci farebbe vedere, con occhi e attenzione differenti, e ci darebbe chiavi di lettura diverse, anche in merito alle scelte delle forze politiche di appoggiare o meno l’uno o l’altro candidato al ballottaggio. Non è tutto, come spesso accade, così facilmente scontato.

Marco Foroni

A proposito di migranti e politiche di sinistra, di L. Lecardane

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lecardane

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Premetto che non bisogna assolutamente confondere le Ong con le cooperative che gestiscono i Cie. Tra le organizzazioni non governative ci sono Medici Senza Frontiere, Emergency ed altre. Ad esempio MSF è formata da medici che si mettono in aspettativa e vanno in zone a rischio. Tutte le Ong, prima di andare in qualsiasi posto, sono precedute dall’ Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, poiché questa organizzazione internazionale è l’unica che può coordinarsi con uno Stato per aiutare i rifugiati.

Detto questo:

1) i procuratori di Catania e Trapani hanno tutto il diritto di indagare e di chiedere i mezzi per farlo; ciò che non possono fare è, quello di Catania, urlare ai quattro venti di essere sicuri che alcune ong (quelle meno conosciute) ci guadagnino e l’altro, quello di Trapani, che i migranti diventano manovalanza per la mafia, anche perché chi sbarca viene distribuito in varie regioni italiane. Debbono indagare in silenzio vista la situazione in Italia;

2) un parlamentare della Repubblica ha il diritto/dovere di chiedere conto e ragione al governo rispetto alla questione Ong, può essere criticato per questo, non insultato, ma deve andarci con i piedi di piombo;

3) se non si vuole dare mano libera a Salvini e company, bisogna avere una posizione articolata: tra dire affondiamo le barche e accogliamoli tutti io ritengo esista una posizione forte e molto più di sinistra. Accogliamoli perché scappano da carestie, guerre e persecuzioni, ma organizziamo, intanto, attraverso le organizzazioni internazionali non private, come Unhcr, Unicef etc… lo sviluppo serio del terzo mondo, il trasferimento di tecnologia e di conoscenza, il tutto gestito, non da governi nazionali, ma da persone capa ci di organizzazioni internazionali. Bisogna costruire imprese, dare la possibilità di coltivare terreni;

4) esiste una commissione parlamentare migranti a quanto pare, perché non indaga sul fenomeno? Questo sarebbe un modo per garantire le Ong pulite e dare una immagine di attenzione alle paure di alcuni.

Luca Lecardane

Su Antonio Gramsci: i “Quaderni dal carcere”, libro 5, “Letteratura e vita nazionale”, di A. Angeli

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Alberto Angeli 2

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Note informative:

Il corposo lavoro di Antonio Granisci sulla letteratura venne pubblicato nel lontano 1947 e riguardava, per la maggior parte, la Letteratura e la vita nazionale. I Suoi lavori suscitarono un grande interesse e ammirazione, anche per la considerazione che si trattava di un l’intellettuale comunista, che morì nel 1937 dopo aver passato 11 anni nelle carceri fasciste. E tuttavia, non mancarono giudizi contrastanti sul valore culturale del lavoro Gramsciano. Infatti, non pochi critici ritennero come queste note potessero formare la base per una vera e propria estetica marxista; altri, riconobbero che vi erano degli elementi interessanti per una sociologia della letteratura. Alcuni opinionisti vollero invece evidenziare come il metodo Gramsciano, di trattare i problemi estetici in senso stretto, si avvicinasse a quello tradizionale del Croce. Altri intellettuali, dopo il presunto fallimento del neorealismo, ( del quale consideravano Gramsci una specie di teorico e animatore) sostenevano, riposando il loro giudizio su un concetto più politico che letterario, che lo scopo precipuo delle note Gramsciane, era quello di privilegiare una letteratura populista a sostegno di un movimento democratico-riformista.

La diversità dei giudizi verso l’opera del Gramsci riposa su una incompleta e talvolta poco attenta considerazione del pensiero Gramsciano, così come ci è stato trasmesso senza valutare la difficoltà delle condizioni generali in cui l’opera dell’autore è stata scritta. Gramsci fu arrestato nel novembre del 1926 e condannato nel giugno del 1928, a vent’anni di carcere per «impedire a questo cervello di funzionare» . Sono queste le parole testuali del pubblico ministero. Soltanto nel febbraio del 1929, dopo diversi tentativi, gli fu dato il permesso di prendere appunti di quanto gli veniva concesso di leggere, un evento , comunque, che gli diede finalmente la possibilità di realizzare il suo piano di studio, come risulta già nel marzo del 1927 da una lettera inviata alla cognata:

Sono quattro soggetti presi in esame : A) una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel XX secolo, cioè una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro tendenze culturali e politiche, le affinità e le adesioni a gruppi di interesse secondo le correnti della cultura. Ancora: il pensiero prevalente e le modalità di rappresentarlo. B). Uno studio sulla linguistica comparata, ovvero, limitatamente alla parte metodologica e puramente teorica dell’argomento. C). Uno studio del teatro di Pirandello e delle sue commedie, senza trascurare il fenomeno inerente alla trasformazione del gusto teatrale italiano, come capacemente Pirandello ha saputo rappresentare e ha contribuito a determinare. D). Un saggio sui romanzi d’appendice e il gusto popolare italico in letteratura.

Una premessa: i quaderni raggiunsero il numero di 32 con 2.848 pagine, poi pubblicati in sei volumi, col titolo complessivo di Quaderni del carcere. Devo ricordare al proposito che c’’ è uno schema, che oltre agli argomenti nominati nella lettera alla cognata, specificamente comprende : Cavalcante Cavalcanti, ovvero la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia; e la questione della lingua in Italia: Manzoni e G. I. Ascoli.

Bisogna evidenziare che a causa delle disastrose condizioni di salute, della lentezza e irregolarità con le quali riceveva i libri e le pubblicazioni segnalate ai parenti, quando non gli venivano negati, le annotazioni di Gramsci si limitano ad essere degli appunti o richiami sparsi nei diversi quaderni; oppure semplici spunti, per una ulteriore elaborazione e sistemazione in quanto non destinati alla pubblicazione. Peraltro, si deve tener presente che questi appunti vennero pubblicati dopo 15 o 25 anni e che i suoi articoli, scritti dal 1915 al 1926, su riviste e giornali, che in parte integrano i Quaderni del carcere, furono pubblicati (in cinque volumi) dal 1954 al 1971 e cioè addirittura 40, 50 anni dopo.

L’incipit sulla letteratura e vita nazionale si apre con le famose frasi :

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi

Per Gramsci significa che bisogna assumere questo atteggiamento e vedere in quale nuovo contesto letterario-culturale-politico inserirlo. A seguito di questa procedura acquisitiva, del contenuto e del testo, secondo Gramsci due scrittori possono rappresentare (ovvero esprimere) lo stesso momento storico-sociale, ma uno può essere espressivamente artista, mentre l’altro, per incompletezza, trasformarsi in un semplice untorello. Per questa ragione, secondo Gramsci, sfumare la questione, limitandosi a descrivere ciò che i due tipi di espressione culturale rappresentano o esprimono socialmente, cioè riassumono in termini grammaticali e disciplinari, più o meno bene, le caratteristiche di un determinato momento storico-sociale, significa non sfiorare neppure il problema; e questo perché: «Un determinato momento storico non è mai omogeneo, anzi è ricco di contraddizioni». Ma ciò presuppone che si instauri una lotta, e allora “è rappresentativo del ‘momento anche chi ne esprime gli elementi ‘reazionari’ e anacronistici”, ma soprattutto: “chi esprimerà tutte le forze e gli elementi in contrasto e in lotta, cioè chi rappresenta le contraddizioni dell’insieme storico-sociale”.

Riprendendo da dove abbiamo concluso la prima parte, relativamente alla domanda che Gramsci si pone in merito alla parola d’ordine del Gentile:

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis»? Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa? assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi”

Gramsci risponde affermando che solo partendo da tali presupposti si può comprendere e quindi interpretare letterariamente il rapporto De Sanctis-Croce e valutare culturalmente le polemiche sul contenuto e forma dell’arte letteraria che coinvolge i due intellettuali, e ciò per la diversità del “metodo grammaticale” a cui diversamente ricorrono i due interpreti. Direttamente, perché rileva Gramsci, come la critica del De Sanctis sia militante, ( per la sua posizione politica ) priva di quella necessaria “freddezza linguistica” estetica, per cui diviene inevitabile una critica ad una impostazione che recupera un pensiero che appartiene ad un periodo di lotte culturali, di contrasti tra concezioni della vita antagonistiche. Per questo, allora, tutto ruota attorno alle analisi del contenuto, alla critica della «struttura» delle opere, da cui ne scaturisce una manchevolezza linguistica, che rende allora labile una linea di coerenza logica e storico-attuale delle masse, perché riduce o sminuisce il contenuto dei sentimenti rappresentati artisticamente nel la rievocazione delle esperienze della tradizione che, incondizionatamente, sono legate a questa lotta culturale: proprio in ciò allora è possibile cogliere l’aspetto qualitativo della struttura letteraria, nel quale pare consista la profonda umanità e l’umanesimo del De Sanctis, (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883 è stato uno scrittore, critico letterario, politico, Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo italiano), che rendono tanto simpatico anche oggi il critico.

Tuttavia, non si può sottacere come la riscoperta di De Sanctis da parte di Gramsci riguardi soprattutto il metodo e con esso l’impegno dell’artista e l’atteggiamento dell’uomo, che lottò per la creazione in Italia di una nuova cultura; mentre, con minore entusiasmo, Gramsci intese valutare i contenuti della sua critica, soprattutto per il contenuto «aristocratico» che in essa prevaleva. Sebbene quindi non si possa accettare la critica del De Sanctis tout court, è altrettanto evidente per Gramsci che il metodo a cui ricorrere nello svolgere una critica letteraria, propria della filosofia della prassi, è offerto dal De Sanctis, non dal Croce o da chiunque altro (meno che mai dal Carducci). E’ appunto ricorrendo alla filosofia della prassi, per acquisire una consapevolezza critica e rinnovare i caratteri di un pensiero critico moderno, a favore della quale Gramsci insiste affinché da essa si fondi la lotta per una nuova cultura, cioè per un nuovo umanesimo, una critica politica del costume, dei sentimenti e delle concezioni del mondo; solo in questo modo, con la critica estetica o puramente artistica nel fervore appassionato, sia pure nella forma del sarcasmo, il mondo si muove verso una nuova rifondazione della cultura. Per questo, ai suoi occhi, Il modello non può essere quello trasmesso da Croce, appunto perché rappresenta, in ultima analisi, una fase conservatrice e difensiva della cultura.

Al proposito, è da richiamare la particolarità del movimento creatosi intorno alla rivista la Voce (1908-16. Rivista di cultura fondata a Firenze nel 1908 da G. Prezzolini; pubblicata dapprima con periodicità settimanale, poi (1914) quindicinale, fu diretta dallo stesso Prezzolini (eccettuato un breve periodo, aprile-ottobre 1912, in cui la direzione passò a G. Papini), quindi (dicembre 1914- dicembre 1916) da G. De Robertis. Alla rivista si affiancò la Libreria della V., che pubblicò volumi e specialmente ‘quaderni’, di natura sia critico-storica, sia creativa), un movimento che ebbe una notevole importanza nel corso di quel periodo storico, che influenzò e arricchì la formazione giovanile di Gramsci, una fase di piena maturità intellettuale, che spronò la sua curiosità intellettuale affinché la sua rivista, Ordine Nuovo (1919-20 – L’Ordine Nuovo è stata una pubblicazione a periodicità variabile fondata a Torino il 1º maggio 1919 da Antonio Gramsci ed altri intellettuali socialisti torinesi (Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini). L’Ordine Nuovo dichiarava il suo programma di rinnovamento sociale e proletario nelle Battute di preludio scritte dallo stesso Tasca.), divenisse per il proletariato quello che la Voce era stata per la borghesia progressista, cioè un movimento rivolto ai fermenti dinamici della cultura e che, «lottando per una nuova cultura», promuovesse «indirettamente, anche la formazione di temperamenti artistici originali», anche se, invero, «non poteva creare artisti di una singolarità eclatante al punto da assumere il ruolo di una guida spirituale per la nascente formazione culturale nel campo della letteratura. E’ proprio con riferimento a questa considerazione, che egli sostiene come questo fenomeno si manifesti ogni volta che un nuovo gruppo sociale fa il suo ingresso nella storia con atteggiamenti egemonici.

Allora si evince come per Gramsci il problema stia proprio nella capacità di organizzare la lotta per una nuova cultura, spostando con gradualità l’accento dagli aspetti strettamente estetici a quello della critica, perseguendo l’obiettivo mediante la prassi. Nonostante questo rilievo, tale orientamento non motiva l’idea secondo la quale egli, con questa impostazione teorica, ritorni a un rozzo sociologismo, rinunciando al bagaglio teorico da lui costruito e inseparabile dagli elementi ormai acquisiti, sul piano del ragionamento e dell’analisi sia dal marxismo, che dalla moderna critica letteraria in generale. Per esempio, egli ammette la possibilità di operare una sintesi fra contenuto e forma, anche se in lui è palese una concezione diversa da quella Crociana, che però non esclude che si possa esprimere un giudizio estetico dell’opera d’arte e non soltanto culturale-storico-politico.

Muovendosi in questa prospettiva e dedicando molta attenzione alle implicazioni teoriche, approfondisce e chiarisce il presupposto, che prospetta come principio, secondo cui nell’ opera d’arte ci si deve limitare alla ricerca del carattere artistico, senza esclude che tale ricerca si rivolga anche a quella massa di sentimenti, di atteggiamenti verso la vita e delle sue tendenze, che nel concepimento dell’autore sia attivamente messa in circolo nell’opera d’arte stessa. Questa interpretazione ci induce a poter esclude che un’opera sia considerata bella per il suo contenuto morale e o politico, invece che per la sua forma, in cui il contenuto astratto si è fuso e immedesimato . E’ questo un criterio di interpretazione presente ovunque nelle pagine di letteratura e di vita nazionale, che si connette ad un’altra considerazione, anch’essa trascurata se non ignorata, anche se è stata sostenuta e fatta propria della critica letteraria marxista operante ad ogni latitudine, e cioè il principio della piena autonomia dell’ arte dalla politica.

Non spetta all’ uomo politico o a chi esercita il potere imporre una tendenza mediante la quale esercitare un’influenza sulla formazione artistico- culturale del suo tempo, determinando così le premesse perché si affermi un certo orientamento o che si formi un determinato mondo culturale, poiché ciò costituirebbe un’attività politica, non di critica artistica: se il mondo culturale, per il quale si lotta, è un fatto vivente e necessario, la sua espansività sarà irresistibile, esso troverà i suoi artisti. Ma, se nonostante la pressione, questa irresistibilità non si vede e non opera, significa che si trattava di un mondo fittizio e posticcio, elucubrazione cartacea di mediocri che si lamentano che gli uomini di maggior statura non siano d’accordo con loro. Gramsci prosegue: “Per l’uomo politico ogni immagine ‘fissata’ a priori è reazionaria”, perché egli “considera tutto il movimento nel suo divenire» e “immagina l’uomo come è e, nello stesso tempo, come dovrebbe essere per raggiungere un determinato fine; il suo lavoro consiste appunto nel condurre gli uomini a muoversi, a uscire dal loro essere presente per diventare capaci collettivamente di raggiungere il fine proposto, cioè a “confermarsi al fine”. Mentre l’artista deve avere “immagini fissate e colate nella loro forma definitiva”, perché egli «rappresenta necessariamente ciò che c’è, in un certo momento, di personale, di non-conformista, ecc, realisticamente”. Prosegue Gramsci: “perciò l’uomo politico come tale non sarà mai contento dell’artista e non potrà esserlo: lo troverà sempre in arretrato coi tempi, sempre anacronistico, sempre superato dal movimento reale”.

Fra gli studiosi di Gramsci ve ne sono alcuni che vedono in queste linee di studio e di interpretazione dell’arte della letteratura e dell’estetica non una critica generica e generale, una lettura astratta dei valori artistici al momento dominanti, ma una continuità della lezione di Croce. In questo senso molti di costoro si spingono fino a considerare l’elaborazione Gramsciana come un’ operazione di recupero degli elementi dell’ estetica e della critica Crociana, nonostante le dichiarazioni e le inequivocabili produzioni e analisi teoriche di Gramsci. Una interpretazione, quella di chi ha voluto dare del pensiero di Gramsci un approssimarsi al Croce che, invero, appare come un’operazione non conforme all’analisi che Gramsci sviluppa al proposito. Da parte di questi Studiosi si perviene a stabilire una connessione logica che muove nell’ambito dell’estetica per collegare il neoidealismo di Croce al marxismo di Gramsci; sebbene questi ne neghi in modo inequivocabile la sussistenza teorica e grammaticale; per esempio: quello di «poesia» e «non poesia», e metta in atto una rimozione di alcuni elementi incongruenti dell’estetica Crociana. Nella sostanza, essi affermano ( ma su questo si dovrà ritornare in altri studi): l’elaborazione teorica di Gramsci offre una serie di spunti importanti per una sociologia della letteratura, dalle quali si evince comunque una netta distinzione fra critica estetica e critica politica, senza per questo palesare la pretesa di avere individuato nella sua elaborazione una originale teoria estetica.

Per non rimanere nell’astratto ricorriamo ad una dimostrazione di questa “revisione”, condotta con una certa elaborazione da parte di Gramsci dell’ estetica Crociana, si rintraccia, secondo Bartolo Anglani, (Bartolo Anglani è docente di Letterature comparate all’Università di Bari, dopo aver a lungo insegnato in Francia e negli Stati Uniti. Studioso di Gramsci, al quale ha dedicato lunghi anni di ricerca, ha pubblicato anche numerosi saggi sulla letteratura del Settecento europeo: da Goldoni ad Alfieri, da Rousseau a Parini, da Baretti a Ortes), nel tentativo che Gramsci affronta in una delle sue rare critiche letterarie, riprodotte appunto nei quaderni, nell’intento di dimostrare come la distinzione operata da Croce, fra poesia e struttura, che invero non avrebbe alcuna funzione poetica, sia una distinzione fittizia. Non si tratterebbe, dice l’ Anglani, di un superamento, ma precisamente di una revisione tout court dell’estetica elaborata dal Croce.

Fino a qui il lavoro di comprensione degli studi sulla forma artistica ed estetica della letteratura, condotte da Gramsci, è stata formulata mantenendo un approccio generale, e quindi deideologizzando il contenuto della critica e delle elaborazioni, senza per questo ignorare l’aspetto mondano tra la forma espressiva, che a mezzo dell’arte si trasmette, e il suo pensiero sociale e politico, idealmente legato alla sua visione della produzione artistica. Una lettura del materiale su cui è elaborata l’ analisi di Gramsci è quella del decimo canto dell’lnferno; quel canto che, comunemente, viene chiamato “il canto di Farinata” ( Manente Degli Uberti, detto Farinata, fu uno dei principali capi dei Ghibellini a Firenze nel primo Duecento. Con l’appoggio di Federico II di Svevia nel 1248 cacciò i Guelfi, che tornarono dopo il 1250; fu uno degli artefici della disfatta guelfa di Montaperti (1260) e nel successivo convegno di Empoli fu l’unico a opporsi alla proposta di radere al suolo Firenze. Dopo Benevento (1266) i Guelfi tornarono a Firenze e i discendenti di Farinata, morto nel 1264, furono esiliati. Farinata fu accusato di eresia, processato dopo la sua morte e condannato (nel 1283 le salme di lui e della moglie furono riesumate e disperse). Le cronache ci riportano come Gramsci si fosse più volte interessato a questo canto, sul quale aveva lavorato sia prima che dopo l’incarcerazione.

Le osservazioni su cui Gramsci dispiega l’interesse possono essere riassunte secondo questo schema: nel X canto: «sono rappresentati due drammi, quello di Farinata e quello di Cavalcante, e non il solo dramma di Farinata». “Se non si tiene conto del dramma di Cavalcante, in quel girone non si vede in atto il tormento del dannato: la struttura avrebbe dovuto condurre ad una valutazione del canto più esatta, perché ogni punizione è rappresentata in atto”. “La parola più importante del verso ‘ Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno ‘ non è ‘cui’ o ‘disdegno’ ma è solo ebbe. Su ‘ebbe’ cade l’accento ‘estetico’ e ‘drammatico’ del verso ed esso è l’origine del dramma di Cavalcante, interpretato nelle didascalie di Farinata: e c’è la ‘catarsi’”. “Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia, è un elemento necessario del dramma che si è svolto”. Qui, come si coglie, Gramsci dà un’interpretazione mediante cui valorizza l’estetica dispositiva dell’atto proposto nel X canto, assimilandolo ad una espressione poetica e di forte tensione drammatica della rappresentazione.

Giuseppe Petronio, ((Marano di Napoli, 1º settembre 1909 – Roma, 13 gennaio 2003- critico letterario e accademico italiano e fervente antifascista, nel dopoguerra approdò al Marxismo e iniziò a dedicarsi a una intensa attività politico-sindacale con il Partito Socialista Italiano e in seguito con il Partito Comunista. Per lui sono stati usati i termini di “storicismo marxista”, “umanesimo laico”. Fece parte dell’Associazione per la difesa della scuola laica di Stato” Il suo pensiero è stato definito con i termini: “socialismo umanitario”, e spregiativamente quelli di “veteromarxismo” e “sociologismo”, ma un fatto è certo: egli seppe raccogliere le istanze di una società che – uscendo dalla paralisi del regime totalitario e dalla guerra – aspirava a modificarsi in senso democratico), con la sua critica alle scontate gerarchie di valore, con la sua attenzione a le forme della produzione letteraria, anche a quelle più screditate, senza con ciò negare una certa influenza del Croce che, per esempio, nella sua sintesi tra forma e contenuto e messo in guardia dall’avventurarsi meccanicamente dall’associare il giudizio storico al giudizio estetico, si pronuncia a favore di una idealizzazione dell’arte e dell’estetica, come emerge dalle pagine del Gramsci, nelle quali egli rileva gli esiti rivoluzionari dell’approccio marxista alla letteratura,

Si tratta, a ben vedere, di una tensione ideale, di un giudizio di valore sociale, tipico del sociologismo, quini non assimilabile ad una prerogativa esclusiva dell’ estetica crociana, tuttavia sempre presente negli scritti di Marx ed Engels, in specie negli sviluppi teorici e filosofici, la cui attenzione è rivolta ai problemi letterari. Essi dicono infatti che Gramsci ritorna, al di là del neoidealismo, a Hegel negando con ciò la dialettica di Croce dei distinti e sostituendola con quella degli opposti. E quando Gramsci afferma che l’arte è forma, allora è sottinteso che la forma è condizionata dal contenuto, il quale è sempre storicamente determinato. E, al proposito scrive Gramsci: “ristabilire un nesso necessario ed organico tra la forma dell’opera d’arte ed il suo contenuto, significa riaffermare la piena storicità dell’opera d’arte, cioè il nesso del tempo e dello spazio che racchiude l’essenza che lega l’arte e la storia”. Infatti, domanda Gramsci, citando un passo del Croce, che cosa vuoi dire in concreto: “rifare l’uomo» e “rinfrescare lo spirito” per far sorgere una nuova letteratura ? E Gramsci risponde cosi alla domanda : “La letteratura non genera letteratura, come le ideologie non creano ideologie, le superstrutture non generano superstrutture altro che come eredità di inerzia e di passività: esse sono generate, non per “partenogenesi» ma per l’intervento dell’elemento «maschile», è la storia, l’attività rivoluzionaria che crea il “nuovo uomo”, cioè, come in un preparato chimico, è il determinarsi di nuovi rapporti sociali che crea le condizioni delle quali l’uomo si serve per fare la storia.

Da queste considerazioni emerge in linea dialettica iI superamento del neoidealismo, anche se per il modo netto con cui è determinato non sembra impossibile conciliare, in via torica, come pretendono alcuni, il neoidealismo con il marxismo di Gramsci, come esso risulta dalla citazione riportata. Questa interpretazione rende plausibile affermare che Gramsci, dell’estetica del Croce, ha rifiutato l’impostazione generale conducendo la sua analisi a lambire solo qualche elemento, mentre la forza della sua teoria si è spinta su un piano superiore fino a raggiungere una nuova sintesi col marxismo. Tuttavia, questo non significa che Gramsci abbia elaborato un’ estetica marxiana, cosa che non risulta, dalla lettura del testo; nelle sue intenzioni, in primis se valutato come uomo politico, anche se, invero, un’estetica di questo tipo non può non prendere in considerazione la sua elaborazione.

Dunque, da queste prime riflessioni specifiche sui problemi letterari e considerato il contenuto elaborativo del suo pensiero, maturato non soltanto sui Quaderni del carcere ma anche negli articoli sull’Avanti degli anni 1915-26, non deve accogliersi come improbabile la rivelazione che ci porta a svelare come Gramsci giunga a formulare il concetto di “nazionale-popolare”, formulazione assunta per definire una letteratura che contribuisca al raggiungimento dell’unità culturale e politica della nazione, per meglio corrispondere alle esigenze intellettuali e morali del popolo. che, mentre all’estero è stata soddisfatta, non ha trovato in Italia la possibilità di venire realizzata, per il fenomeno negativo che vede gli intellettuali costituire una casta distaccata dal popolo, con spirito di corpo.

Muovendo da questa analisi storica, che lo induce a svelare come la letteratura italiana abbia un carattere prevalentemente non nazionale-popolare, Gramsci si domanda perché: “nessuno ha mai presentato questi problemi come un insieme collegato e coerente”, anche se “ognuno di essi si è ripresentato periodicamente a seconda di interessi polemici immediati “? “Ma”, continua: “ forse è vero che non si è avuto il coraggio di impostare esaurientemente la questione, perché da una tale impostazione rigorosamente critica e consequenziaria si temeva derivassero immediatamente pericoli per la vita nazionale unitaria”. Fino al 500 c’è stato un filone popolare, legato alle “forze sociali sorte col movimento di ripresa dopo il Mille e culminato nei Comuni; dopo il 500 queste forze perdono di vitalità e avviene il distacco tra intellettuali e popolo». Mentre «l’assenza di una letteratura nazionale – popolare, dovuta all’ assenza di interesse fra gli intellettuali italiani per l’attività economica e il lavoro come produzione individuale o di gruppo, ha lasciato il ‘mercato’ letterario aperto all’influsso di gruppi intellettuali di altri paesi, che, ‘popolari-nazionali’ in patria, lo diventavano in Italia, perché le esigenze e i bisogni che cercano soddisfare sono simili anche in Italia”. Insomma, secondo Gramsci, la cultura Italiana era divenuta, nel 1900, un fenomeno di provincialismo piegato alla cultura Francese.

Tra i grandi scrittori dell’epoca, egli annovera Goldoni, (Venezia, 25 febbraio 1707 – Parigi, 6 febbraio 1793) è stato un drammaturgo, scrittore, librettista e avvocato italiano, cittadino della Repubblica di Venezia) che, scrive: “è quasi unico’ nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e la Rivoluzione francese, sia per il contenuto popolare delle sue commedie, il fatto di ricorrere ad una lingua popolare nella sua espressione, per la sua mordace critica della aristocrazia corrotta e imputridita. E poi: Leopardi e Verga. Mentre al Manzoni riconosce un comportamento aristocratico e psicologico verso i singoli personaggi di origine popolana, da cui emerge una posizione “nettamente di casta pur nella sua forma religiosa cattolica; i popolani, per il Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità morale profonda; essi sono ‘animali”. Infatti, il Manzoni, ribadisce Gramsci, “trova magnanimità, pensieri, grandi sentimenti, solo in alcuni della classe alta, ma nessuno del popolo“. Fino a definire il Manzoni troppo cattolico, per pensare che la voce del popolo sia la voce di Dio: tra il popolo e Dio c’è la Chiesa, e Dio non s’incarna nel popolo, ma nella Chiesa. Che Dio s’incarni nel popolo può crederlo il Tolstoj, non il Manzoni. Certo questo atteggiamento del Manzoni è sentito dal popolo e perciò i Promessi sposi non sono mai stati popolari”. E il nostro conclude: “il suo atteggiamento verso il popolo non è popolare-nazionale, ma aristocratico, e il suo cristianesimo ondeggia tra un aristocraticismo giansenistico e un paternalismo popolaresco, gesuitico”.

In questi termini Gramsci valutava il momento storico- culturale del suo tempo, una critica verso gli scrittori italiani e la produzione letteraria del tempo, rilevando come gli scrittori italiani, tranne qualche rara eccezione, si interessassero soltanto del passato e dell’ alta cultura, mentre i sentimenti popolari non erano vissuti come propri. Ed è appunto per soddisfare i suoi bisogni di letteratura che il popolo, rileva Gramsci, si aprì ad una nuova tendenza artistica, rivolgendo la sua attenzione al romanzo d’appendice. Tuttavia, c’era un limite anche in questo ripiegamento culturale, poiché neanche il romanzo d’appendice non era nazionale, in quanto veniva da oltre Alpi, soprattutto dalla Francia, dove questo tipo di letteratura aveva e manteneva un aspetto laico e democratico.

Gramsci si esprime fiducioso affinché anche in Italia si possa creare una specie di romanzo d’appendice, a cui affidare una funzione educativo-formativa di un pensiero sociale popolare, fornendo attraverso di esso le pulsazioni necessarie ad alimentare un interesse per la cultura letteraria. Infatti: «solo dai lettori della letteratura d’appendice si può selezionare il pubblico sufficiente e necessario per creare la base culturale della nuova cultura. Mi pare che il problema sia questo: come creare un corpo di letterati che artisticamente stia alla letteratura d’appendice come Dostojevskij stava a Sue ea Soulié “. D’altro canto era questa una esigenza che Gramsci aveva avvertito già nel lontano 1918, quando, nel pieno della lotta politica, riteneva di poter trasmettere anche un nuovo interesse per una “nuova cultura”. Ed è in questo clima di lotta politica, per un rinnovamento sociale, in cui egli vede una strategia vincente del proletariato, che il concetto di «nazionale-popolare» acquista un più ampio valore ed esce dall’ambito strettamente letterario. Aprendosi alla prospettiva a favore di una concezione dell’intellettuale e della politica del proletariato e con il pensiero rivolto alle altre classi sociali subalterne, la sua idea di fondare un nuovo blocco storico, cioè l’alleanza politica necessaria per arrivare alla rivoluzione, si pone l’obiettivo per una sua affermazione storicamente durevole e trasformatrice. In questo blocco storico agli intellettuali è affidato il compito di mediatori del consenso, sono cioè il collegamento con gli altri gruppi sociali e il proletariato, in modo che questo diventi dominante e dirigente, due qualità imprescindibili per esercitare una vera egemonia. Gli scrittori, in quanto intellettuali, svolgono quindi questa funzione di mediatori del consenso, facendo maturare fra le masse una nuova coscienza tramite la letteratura, la quale è appunto nazionale-popolare, solo se riesce a esprimere le aspirazioni e i sentimenti di queste classi subalterne. L’itinerario che si deve seguire, per realizzare questa aspirazione, deve assumere questa caratteristica: la nuova letteratura deve identificarsi con una scuola artistica di origine intellettuale, come fu per il futurismo. La base, la naturale forza della nuova letteratura non può non essere storica, politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa; ciò che importa è che essa affondi le sue radici nell’ humus della cultura popolare così come è, coi suoi gusti, le sue tendenze, col suo mondo morale e intellettuale, sia pure arretrato e convenzionale.

L’azione indicata può apparire un punto di partenza non all’altezza dell’obiettivo , in sé molto debole, purtuttavia bisogna tener presente che: “lo sviluppo del rinnovamento intellettuale e morale non è simultaneo in tutti gli strati sociali”. Per esempio, nel momento considerato, il livello culturale e di coscienza del proletariato industriale era indubbiamente molto più alto di quello delle masse contadine, e il concetto di “popolo”, sulla cui esatta comprensione semantica si è appunto molto discusso, non completa e assolutizza l’inciso, dal momento che sociologicamente può sembrare molto vago, deve perciò essere esteso a comprendere tutte le masse lavorataci, tutti gli sfruttati: “l’insieme delle classi subalterne e strumentali di ogni forma di società finora esistita”. Comunque, si deve avere chiaro che non bisogna applicare meccanicamente l’invito di Gramsci a fecondare l’idea di considerare le radici nell’humus della cultura popolare “così come è”, dato che questo riflesso ideale non deve essere inteso “come qualcosa di statico, ma come un’attività in continuo sviluppo”. Alla base di questo «continuo sviluppo» ci sono altre considerazioni di Gramsci sui rapporti fra cultura, filosofia e scienza “alta” e quella riconducibile al livello popolare.

D’altro canto si deve considerare acquisito il principio secondo cui ogni strato sociale ha il suo “senso comune” e il suo “buon senso”, che sono in fondo i parametri e la concezione della vita dell’uomo tra i più diffusi. Cioè, ogni corrente filosofica deposita storicamente una sedimentazione di «senso comune”. E’ questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito, dato per scontato e di immobile, poiché si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume, valorizzando così la vita intellettuale dell’individuo. Il “senso comune” è il folclore della filosofia e mantiene un suo legame tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il senso comune crea e alimenta il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo indefinito dello spazio umano.

Il compito dell’intellettuale di sinistra consiste allora nell’ arricchire e trasformare il “senso comune”, cioè svolgere un’opera di critica della cultura e della concezione del mondo precedenti e attraverso una nuova elaborazione arrivare a un nuovo «senso comune”, mediante il quale la storia sia l’elemento forgiativo della società dovuto all’opera dell’uomo.

La pubblicazione dei Quaderni del carcere avvenuta alla fine della guerra, che rappresentano il lavoro teorico di Antonio Gramsci sui compiti ricostruttivi di una nuova idea dell’arte letteraria e sul ruolo dell’intellettuale, riprodotta nella formula: nazionali-popolari di una nuova letteratura, fu accolta con grande interesse dal mondo culturale italiano. E tuttavia, per motivi diversi e talvolta speculativi, forse soprattutto di tipo politico, il populismo, come Gramsci lo aveva esaminato, cioè “l’andata al popolo”, e che aveva criticato parlando del romanzo verista e naturalista, si riproposero con una certa facilità e prepotenza critica improntando gran parte della letteratura neorealista italiana del momento.

Giunto a questo punto di questo breve saggio , che ha ripreso e riproposto le tante citazioni da Letteratura e vita nazionale, richiamate e descritte secondo uno schema interpretativo appropriato e pertinente, con valutazioni e di circostanza, che ho ritenuto di voler valorizzare e rendere attuali, perché ritengo convintamente che l’opera di Gramsci sia ancora troppo poco nota in Italia e tra i giovani,. Ma ho anche inteso sostenere, con metodo, come non si può accusare Gramsci di idealismo.

Ho trascurato volutamente di affrontare i tanti temi della problematica Gramsciana, specie la parte relativa al suo costante interesse per il teatro di Pirandello, all’ approfondita indagine nel campo dei problemi linguistici, che hanno, per ragioni sociali e politiche, connessione con la tematica nazionale-popolare. Sono infatti dell’avviso che ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale. Proprio su questo terreno della linguistica Gramsci ha raggiunto risultati che si avvicinano ad altri studiosi della materia, presumo senza conoscerne le opere e dove “la distinzione operata da Gramsci al fine di definire la lingua nei suoi rapporti culturali e storici, e al fine di precisare i termini della sua autonomia, sembra coincidere con le più moderne teorie strutturalistiche”.

Il patrimonio teorico lasciatoci da Granisci, sui temi della letteratura, documentano l’intelligenza e l’acume dello studioso, un interesse e una conoscenza non comuni della letteratura in un uomo politico. Allora, se tante delle sue considerazioni oggi sembrano superate, dobbiamo ammettere che la colpa non è di Gramsci, ma origina dal disinteresse culturale delle èlite e degli intellettuali dell’attuale momento storico. Infatti, la società neocapitalista/ finanziarizzata, con i mass-media, tv, le moderne forme di comunicazione e trasmissione, ha reso illusoria la sua idea di una cultura nazionale-popolare, che è stata attuata nel peggiore dei modi. Eppure, anche pensando di essere i soli a crederci, Gramsci può ancora offrirci utili spunti e fare nostra la sua impostazione metodologica, perché il mondo ha estremo bisogno di comprendere il suo messaggio e trasformarlo in una concreta realtà.

Alberto Angeli

Dopo il referendum, come ripartire dal lavoro?, di V. Russo

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Vincenzo Russo

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Su Repubblica del 18-01-2017, Nadia Urbinati sostiene che alla sinistra manca innanzitutto la credibilità trovandone la prova nel risultato del 4 dicembre scorso. Non credendo nei suoi leader e nei progetti che portano avanti, in una fase di grande incertezza, gli elettori si sarebbero rifugiati nell’unica certezza rappresentata dalla Carta costituzionale del 1948 che contiene il contratto sociale tra gli italiani.
Da una politologa mi sarei aspettato: a) un discorso sulle cause per le quali, a distanza di 70 anni, tale patto è stato attuato solo parzialmente e persino le parti attuate sono messe in discussione; b) su come una forza di centro-sinistra come il Partito Democratico abbia fatto un tentativo determinato di manipolazione della Carta per ridurre la rappresentanza e le sedi partecipazione; c) un accenno alla situazione post referendum per verificare se esso abbia al margine cambiato i reali rapporti di potere, alias, modificato l’effettività dell’ordinamento costituzionale previsto dalla Carta del 1948 ed il suo effettivo funzionamento. No, inizia il suo pezzo su quello che Renzi nel momento in cui scalava il suo partito, pensava dovesse essere il progetto della nuova sinistra in un mondo in cui sarebbe finita la diade libertà/eguaglianza. Non voglio perdere tempo a fare l’esegesi del pensiero di Renzi 1000 giorni fa trattandosi di soggetto che parla a ruota libera e scrive poco, e vengo direttamente all’idea largamente condivisa anche dalla Urbinati di ripartire dal lavoro.

Certo ripartire dalla Costituzione, dal suo art. 1, cioè, dal lavoro su cui, a parole, è fondata la Repubblica va bene ma la nostra politologa non analizza bene il problema. Perché sul lavoro c’è da fare un discorso di breve termine e uno ben più serio di medio lungo termine. Nel breve bisognerebbe accelerare la ricostruzione delle zone terremotate, riparare le strade statali e comunali, ridurre i rischi del dissesto idrogeologico, mettere in sicurezza le scuole, altri edifici pubblici, investire di più in ricerca e sviluppo e nel capitale umano, alias, nella istruzione e formazione permanete, ecc.. Servirebbero 50 miliardi all’anno per almeno cinque anni. Il governo ha trovato prontamente 20 miliardi per salvare alcune banche e la Commissione europea non ha profferito parola. Il governo non pensa neanche a trovare altri trenta miliardi per i lavori pubblici menzionati sopra ma si diletta a duellare a parole sui 3-4 miliardi di manovra correttiva, secondo la Commissione, necessaria per rispettare il vincolo del deficit.
Per il medio-lungo termine il discorso sul lavoro è molto più complicato perché bisogna tener conto degli effetti delle nuove tecnologie sul futuro del lavoro oltre che delle politiche fiscali deflattive portate avanti dal Consiglio e dalla Commissione europea. Al riguardo ci sono da un lato le visioni catastrofiste sulla fine del lavoro e, dall’altro, quelle ottimistiche, secondo cui le nuove tecnologie (i robot) mentre distruggono vecchi posti di lavoro ne creano altri anche se con sfasamenti temporali più o meno ampi, anche se richiedono anticipati e consistenti investimenti nel capitale umano. Sul futuro del lavoro è stato interessante un Convegno di due giornate, organizzato dal M5S che ha presentato e valutato una ricerca indipendente affidata al Prof. Domenico De Masi. In sintesi, si tratta di questioni fondamentali di politica economica e di programmazione della crescita e dello sviluppo su cui gravano i vincoli europei del Fiscal Compact e annessi regolamenti.

La Urbinati non si occupa di questi problemi e concentra il suo discorso sulla diade libertà/uguaglianza certo importante. Ma non ci aiuta a capire la situazione né le sue tendenze evolutive/involutive. Non ci aiuta a disegnare scenari futuri e a elaborare strategie idonee per contrastare e correggere le tendenze in atto.
Intendiamoci le crescenti diseguaglianze all’interno dei Paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo confermano la fine e/o accantonamento del discorso sull’eguaglianza ma non la fine della libertà dei ricchi se 8 miliardari – secondo il recente Rapporto Oxfam – posseggono la ricchezza (o povertà) di 3,6 miliardi di esseri umani. Quindi francamente trovo che il discorso sulla fine della diade libertà/eguaglianza – analogo a quello sulla fine delle ideologie che Bobbio negava decisamente – non ci porti da nessuna parte. Non è un discorso utile al rilancio di una sinistra italiana, europea e mondiale in grado di affrontare i problemi che stanno sul tappeto e che invece dovrebbero stare sul tavolo. Non so poi dove ha trovato il discorso di Renzi che voleva recuperare gli ultimi per avvicinarli ai primi. In fatto, poi sappiamo che la misura più costosa adottata in termini di riduzione delle diseguaglianze è quella degli 80 euro mensili che riguarda le famiglie con redditi medio-bassi ma che esclude i poveri, ossia, gli ultimi perché per i poveri c’è uno specifico programma dotato di risorse di gran lunga inferiori. Più credibile sembra l’idea riportata che Renzi avesse adottato la visione del self made man, analoga a quella iniziale di Berlusconi delle tre i (internet, inglese, impresa) o, più prosaicamente, trovatevi un lavoro da soli quando, allora come ora, la tendenza storica è quella della riduzione dei posti di lavoro per via delle nuove tecnologie e delle delocalizzazioni delle imprese alla ricerca di lavoro a basso costo e di incentivi fiscali più favorevoli.
Allora se non si affrontano le questioni della libertà dei movimenti di capitale e della sfiducia degli stessi capitalisti e imprenditori nel futuro dell’Italia provata da una sistematica fuga dei capitali che perdura da circa 50 anni a oggi, ripartire dalla Costituzione e dagli artt. 1, 3 e 4 è bello sentirselo dire ma rischia di rimanere inefficace. Se non si affronta a livello europeo la questione della concorrenza fiscale senza regole – ideata deliberatamente per provocare la c.d. crisi fiscale dello Stato e tagliare il welfare – il problema del lavoro resta irrisolto. Né, a mio parere, la soluzione può venire dall’uscita dall’eurozona, dall’Unione europea o dalla NATO. Quando non c’era la piena libertà dei movimenti di capitali i soldi in Svizzera li portavano gli spalloni.
PQM bisogna battersi per la modifica del Fiscal Compact, per un uso intelligente della regola d’oro che lascerebbe fuori dal deficit strutturale gli investimenti in conto capitale, in sintesi, per la rottamazione della politica dell’austerità. Senza queste premesse, le promesse della nostra bella Costituzione rimarranno tali.

Letture suggerite: Gustavo Zagrebelsky (2013), Fondata sul lavoro. La solitudine dell’art. 1, Einaudi, Torino; Geminello Alvi (2006), Una Repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano.

Vincenzo Russo.

Tratto dal Blog personale dell’autore  http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/01/20/dopo-il-referendum-come-ripartire-da-lavoro/

Tutelare il lavoro delle nuove generazioni, rilanciare il socialismo, di M. Zanier

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Compagne e compagni,

il movimento che stiamo costruendo oggi è molto importante. Abbiamo bisogno di coinvolgere quante più persone possibile in un processo di trasformazione graduale e profondo dei meccanismi di redistribuzione della ricchezza negli strati sociali più colpiti dalla crisi economica e finanziaria in corso e privati purtroppo dei diritti storicamente acquisiti negli anni ’60 dai governi a partecipazione socialista.

Questa crisi e questa politica non colpisce tutti allo stesso modo. In questi vent’anni, le nuove generazioni hanno visto crescere la flessibilità del lavoro, diminuire i diritti acquisiti (l’ultimo drammatico colpo per noi è stato l’approvazione del Jobs Act), annullare progressivamente l’aspettativa legittima di poter costruire un futuro sicuro per comprare una casa, costruire una famiglia e mettere al mondo figli. La mia generazione, quella dei nati negli anni ’70 ha da tempo la consapevolezza amara di non poter contare mai nella vecchiaia su un reddito da pensione perché con le nuove forme di lavoro precario, le uniche che ci vengono offerte da anni da questo mercato del lavoro, non si è impiegati più continuativamente per quelle che erano le classiche 40 ore settimanali, ma molto spesso per 30 o 20 e saltuariamente, troppo spesso assunti non direttamente da un’azienda ma da un’agenzia di lavoro interinale che ti impiega per una commessa solo per il tempo che serve al datore di lavoro che cerca il personale necessario per un ben determinato periodo.

A questo si aggiunga che quelli di noi che sono stati assunti in pianta stabile da un’azienda, ovviamente dopo una lunga esperienza di precarietà in settori spesso molto diversi tra loro, spinti d un lato  dalla necessità di far fronte alle spese di ogni giorno e dall’altro dall’ambizione legittima di trovare quanto prima la tanto agognata tranquillità, avendo frequentato con passione e convinzione gli innumerevoli corsi di formazione necessari per acquisire le competenze richieste, vivono nel terrore che l’azienda che dà loro oggi da mangiare decida di trasferirsi all’estero per risparmiare sul costo del lavoro, ossia per pagare meno i dipendenti che lavorano per lei. Il caso di Almaviva è sotto gli occhi di tutti, solo per fare un’ esempio.

Chi, come me, ha attraversato per tanti anni il mercato del lavoro di oggi e si è messo in gioco con professionalità e competenza, è sicuramente cresciuto molto e ha sviluppato delle qualità un tempo inimmaginabili, perché prima il lavoro era chiuso in comparti immobili. In questo senso, la mia generazione sa svolgere bene mansioni diverse, in settori differenti e con un miglior rapporto con il cittadino che pretende giustamente un servizio di qualità. Se siamo bravi da un lato, però,  siamo sempre preparati, dall’altro lato, al peggio, perché oltre alla flessibilità che conosciamo non abbiamo la certezza di essere inseriti anche noi alla fine in un posto di lavoro stabile, contrattualizzati come si deve, con la possibilità di chiedere quando serve il miglioramento delle nostre condizioni e il riconoscimento di uno stipendio giusto con tutti gli annessi e connessi.

Oggi, compagni, chi vive e lavora senza le giuste tutele che noi socialisti abbiamo costruito negli anni’60 e che gli ultimi governi e guidati dal PD hanno progressivamente smantellato, può e deve diventare, secondo me, un quadro dirigente importante del nostro partito, come è stato negli anni ’40  e ’50 per Oreste Lizzadri. Io penso spesso a lui in questi giorni, anche se magari non condivido le sue conclusioni “fusioniste”. Penso alla sua esperienza di lotta sviluppata in età giovanile, quando costretto a lavorare il un pastificio, si è accorto che non esistevano regole a favore dei lavoratori e che tutto dipendeva dalla volontà del padrone. Erano gli anni Dieci del Novecento, bisognava avere davvero molto coraggio per mettere in piedi una battaglia sulla dignità del lavoro, ma lui lo ha fatto: ha costruito uno sciopero di tutti i pastai che è risultato vincente ed è stato portato in trionfo dai suoi compagni di lotta alla Camera del Lavoro di Gragnano, la sua zona d’origine, di cui poco dopo è eletto segretario. A soli diciassette anni.

Io che sono iscritto all’attuale PSI dalla sua fondazione e che mi sono sempre riconosciuto nella sinistra socialista, avanzando proposte costruttive negli organi in cui sono stato inserito e dando voce e spazio in rete, attraverso la creazione di blog e gruppi di discussione, ai tanti compagni e compagne che hanno idee e proposte valide e interessanti (ovviamente sistematicamente ignorati dalla dirigenza del partito ed in primo luogo dal Segretario attuale), vedo in questa nostra assemblea di oggi un’occasione importante. Riunire i socialisti nella prospettiva di un socialismo largo e diffuso nel Paese è una preoccupazione che condivido con Angelo Sollazzo ed i compagni che hanno organizzato l’evento. Dobbiamo ricostruire le basi di un Partito socialista degno di questo nome, anche facendo tesoro della fondamentale battaglia che abbiamo combattuto per la difesa della nostra Costituzione. Su questo punto vorrei essere chiaro, noi non dobbiamo partire dalla cosiddetta Grande Riforma di Bettino Craxi, che ancora sostiene suo figlio Bobo, che non si è mai realizzata e che forse è stato meglio così, ma dalla difesa del lavoro dei socialisti che hanno combattuto la battaglia antifascista e che hanno partecipato ai lavori dell’Assemblea Costituente: Vittorio Foa, Lelio Basso, Lina Merlin e soprattutto Pietro Nenni. L’ho detto anche alla conferenza stampa alla Camera il giorno della presentazione del Comitato socialista per il NO. Io che ho gestito il Blog di riferimento di questa nostra battaglia, che ci ha portato a vincere il 4 dicembre al fianco al popolo italiano contro lo scellerato tentativo del governo Renzi sostenuto dai poteri forti, vi dico, compagni, la maggior parte di chi ha partecipato con interventi e riflessioni complesse la pensa come me. Se partiamo dalla nostra Carta costituzionale non sbagliamo, se mettiamo in pratica l’articolo 1 che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, noi costruiamo davvero il socialismo necessario.

Costruire insieme l’organizzazione necessaria a creare e radicare un movimento socialista largo ha senso oggi solo se il nostro sguardo è rivolto non solo alle  categorie sociali storicamente oggetto delle nostra idea di politica, cui dobbiamo dare certamente una prospettiva di vita diversa da quella decisa dagli ultimi governi a guida PD. Le scelte del governo Renzi hanno infatti stravolto l’esistenza degli insegnanti delle scuole medie e secondarie, costretti a lasciare le case e le famiglie per un lavoro quasi sempre nell’altra parte della Paese; dei medici e degli infermieri costretti a fare i conti ogni giorno coi tagli strutturali alla sanità pubblica a fronte di uno stanziamento crescente di risorse per la sanità privata; degli impiegati delle amministrazioni locali e nazionali che lavorano con professionalità e sono troppo spesso oggetto di campagne denigratorie e generiche dei mezzi d’informazione che attaccano gli ultimi diritti acquisiti dai lavoratori, che invece, secondo me, dovrebbero essere estesi anche ai tanti impiegati delle aziende private. Tutto questo è vero ma non basta: dobbiamo puntare a conquistare il sostegno anche delle nuove generazioni: i nati negli anni ’70, ’80 e ’90, che conoscono solo la precarietà e che le politiche recenti, hanno umiliato, diviso e reso succubi di un mercato del lavoro con sempre meno tutele e diritti. È soprattutto per loro che dobbiamo ricostruire un orizzonte socialista.

Il nostro ruolo è portare nella politica attuale, tutta legata alle convenienze dei singoli governi ed alla loro breve esistenza, la programmazione dell’economia, tanto cara a Riccardo Lombardi. Per fare questo, il movimento che stiamo costruendo deve portarci quanto prima a ricostruire un Partito socialista stabilmente collocato a sinistra. E dovrà essere, penso, un partito che riparte anche dalle intuizioni di Giacomo Mancini della seconda metà degli anni ’60, che, quando noi socialisti eravamo alla guida del Paese, sosteneva che le nostre scelte politiche non potevano essere imposte dall’alto ma dovevano essere elaborate tenendo conto delle trasformazioni della società e dei problemi delle nuove generazioni.

Se vogliamo esistere e crescere come partito dobbiamo pensare ad una politica coraggiosa e seria rivolta alle nuove generazioni di lavoratori, coinvolgendole in prima persona nell’indicarci i nodi da risolvere e la strada da seguire, elaborando, a partire dalla nostra storia politica gli strumenti necessari a dare delle risposte adeguate. Sono settori di lavoro che noi, dobbiamo essere onesti, non conosciamo davvero perché sono nati e si sono sviluppati negli ultimi vent’anni, ma sono queste le frontiere del nuovo socialismo. Io sono sicuro, compagni, che ce la possiamo fare. Avanti!

Marco Zanier (Intervento all’assemblea “Socialisti in movimento” del 12/03/2017)

8 Marzo: non è la festa della donna ma una ricorrenza!, di M. Saridachi

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Marcello Sarid 2

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La giornata dell’8 marzo viene da tempo definita come Festa della Donna, un termine ormai distorto in cui non ci si ricorda più il vero significato. L’8 marzo, infatti, non è una festa, ma bensì una ricorrenza.

In principio serviva a ricordare tutte le battaglie fatte dalle donne in campo sociale, economico e politico e a tenere viva l’attenzione sulla violenza e la discriminazione che non si possono dire superate.

Una giornata che ha origini americane, negli Stati Uniti esiste dal 1909 e in Italia dal 1922 e che nasce quindi con fine nobile e lontano dalla connotazione consumistica in cui si è trasformata. E’ in quest’ottica che la Festa della donna non ha più senso, perché di certo non serve una data celebrativa per sentirsi donne.

Se la si vede da un’altra prospettiva, ovvero che l’8 marzo non è un giorno di festa, ma una celebrazione per le donne che riuscirono con forza e coraggio ad ottenere gli stessi diritti degli uomini, la parità quindi dei sessi, l’uguaglianza sul lavoro e via dicendo, potrebbe invece averne.

Perché l’8 marzo? E’ ormai versione fantasiosa diffusa che in questa data venga ricordato un incendio in una fabbrica di New York, in cui morirono un centinaio di donne. La disgrazia di certo ci fu, ma il 12 marzo e soprattutto molti anni dopo che la Giornata della donne veniva celebrata.

In realtà, il Woman’s Day negli Stati Uniti, nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale.

Non ci furono ovviamente grandi trasformazioni, se non quella di creare consapevolezza nel potere delle donne. Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino alla celebrazioni della prima giornata della donna il 28 febbraio 1909

Una svolta significativa si ebbe nel 1910 quando 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.

La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.

La prima Giornata internazionale della donna per quanto riguarda l’Italia è stata celebrata nel 1922. Ora a quasi un secolo di distanza da quella ricorrenza vogliamo ricordare alcune delle donne che ora non sono più in vita ma che durante la loro esistenza si sono impegnate davvero per cambiare il mondo e per migliorarlo.

Si tratta in questo caso di donne i cui nomi sono piuttosto noti, ma non dobbiamo dimenticare nello stesso tempo tutte le altre donne che nel completo anonimato, sia in passato che ai giorni nostri, continuano a portare avanti missioni importanti per proteggere tutta l’umanità e il Pianeta.

È per tutte loro che dovremmo recuperare la memoria storica delle reali origini della manifestazione, che non è solo un giorno in cui regalare o ricevere cioccolatini e mimose.

Margherita Hack
Nel 2013 Margherita Hack è volata tra le stelle ma nessuno di noi la dimenticherà mai soprattutto chi ha avuto l’occasione di incontrarla dal vivo e di intervistarla. Margherita Hack ha dedicato tutta la sua vita allo studio dell’astrofisica e alla scoperta dei misteri delle stelle e dell’universo. Era vegetariana dalla nascita e ha dimostrato un grande amore per gli animali. Ha sempre praticato sport fin da giovane e anche con l’avanzare degli anni non ha mai abbandonato la sua passione per la bicicletta. Leggi qui la nostra intervista a Margherita Hack.

Nadine Gordimer

ci ha lasciati nel 2014, quando aveva 91 anni. La ricordiamo come scrittrice e come donna bianca che ha lottato in prima linea contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. Ha combattuto a lungo in nome dell’uguaglianza di tutti gli uomini e ha trattato di questo tema nelle sue opere letterarie. Ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 1991 per aver sfidato gli stereotipi e per essersi opposta a qualsiasi forma di oppressione, razziale o religiosa.

Berta Cáceres

L’attivista Berta Cáceres, che da anni lottava per difendere i diritti delle popolazioni indigene dell’Honduras e che nel 2015 aveva ricevuto il prestigioso Goldman Environmental Prize, da molti considerato il Nobel per l’ambiente, è stata uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016. L’omicidio è stato collegato al suo attivismo. Era infatti impegnata da anni contro la costruzione di una diga e contro lo sfruttamento dei territori indigeni in Honduras.

Dorothy Stang

Sono passati 11 anni dalla morte di Dorothy Stang. Per tutta la vita si era battuta a fianco dei contadini dell’Amazzonia brasiliana per difendere la loro Terra. Era una suora missionaria di origini statunitensi e un personaggio scomodo per via delle sue lotte a tutela dell’ambiente e delle popolazioni brasiliane. Il 12 febbraio 2005 fu uccisa con sei colpi di pistola, quando aveva 73 anni, mentre si trovava nella città di Anapu, nello Stato del Parà.

Masika Katsuva

Masika Katsuva si è battuta per anni per difendere le donne in Congo fino a quando un infarto l’ha scontrata. Masika è stata violentata più volte durante la sua vita come se in Congo fosse la normalità. Qui infatti sono ben 400 mila le donne che ogni anno subiscono una violenza sessuale, con una media di 48 all’ora. Purtroppo nella Repubblica Democratica del Congo, lo stupro è regolarmente praticato come arma di guerra e come uno strumento per mettere a tacere l’universo femminile. Ora che Masika non c’è più, speriamo che altre donne possano lottare in difesa dei propri diritti.

Maria Montessori

Maria Montessori fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia. Fu un medico, un’educatrice e una pedagogista diventata famosa in tutto il mondo per il proprio metodo. Fin da bambina aveva mostrato interesse per le materie scientifiche, come matematica e biologia. Sì laureò alla Sapienza di Roma e si impegnò a favore dei bambini che vivevano nei quartieri poveri della capitale. Dalle sue numerose esperienze di lavoro e di vita elaborò un metodo educativo che ancora oggi viene utilizzato nelle scuole e dalle famiglie di tutto il mondo.

La nostra speranza è che le donne di tutto il mondo possano unirsi per lottare in difesa dei propri diritti e di quelli di tutta l’umanità oltre che per proteggere il Pianeta. Crediamo che l’unione faccia davvero la forza quando si tratta di arginare la violenza e di cambiare il mondo migliorandolo.

Marcello Saridachi

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Lasciate che i morti seppelliscano i morti, di R. Achilli

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Nelle parole di ieri di Bersani ci sono tutte le “ragioni” della scissione. “Non è più la Ditta”, “con Renzi non mi prendo umanamente”, “l’addio potrebbe non essere definitivo”, “credo nel centrosinistra”. Il Pd, per la componente non veltroniana degli ex Ds, nasce per prolungare, con altri mezzi, l’Ulivo a base socio-liberista ed europeista dei primi anni Novanta.

Non capiscono che il discorso del Lingotto fatto da Veltroni prefigura un partito interamente a base politica liberista, che abbandona anche i residui di solidarismo welfaristico e laburista che ancora sopravvivono in una piattaforma da economia sociale di mercato corretta con reminiscenze socialdemocratiche blande. Credono che il veltronismo non abbia la forza di conquistare il partito, che sia un fenomeno contingente che può essere distrutto con la sconfitta elettorale del 2008 e la susseguente cacciata dalla segreteria di Veltroni operata, con forza, da D’Alema. Non si accorgono che negli anni pezzi rilevanti della stessa base sociale sulla quale è stato costruito il Pd cambiano pelle.

Quel ceto medio istruito e riflessivo che negli anni Novanta forniva la base di consenso all’Ulivo chiedendo un liberalismo moderato da reti di sicurezza in caso di caduta, una ideologia dell’efficienza e della correttezza nella gestione della Cosa pubblica, un cosmopolitismo visto come motore di opportunità, esprimendo una ideologia di governismo, cioè di capacità di compromesso anche molto forte pur di rimanere dentro i meccanismi del potere, con la crisi economica degenera. L’ideologia del governismo si trasforma, con la paura di precipitare nella povertà, in conservatorismo difensivo. L’originario liberismo condito da elementi di solidarismo e l’efficientismo nella gestione degli affari e delle finanze pubbliche si trasformano in accettazione delle forme più radicali di neoliberismo, pur di rimanere agganciati al treno del potere, nel momento in cui l’Europa ci impone tale svolta.

In questa deriva, nasce il fenomeno di Renzi. Giovanilismo e rottamazione sono gli scalpi che il renzismo offre al popolo piddino per tagliare definitivamente i ponti con l’interpretazione ulivista di una sinistra moderata e di governo degli anni Novanta, ed entrare definitivamente nell’era “nuova”, senza pesi né ostacoli imbarazzanti, che potrebbero compromettere, con ricordi sbiaditi di socialdemocrazia, il nuovo “format” con il quale rimanere agganciati a potere e privilegi residui. I Sinistrati Dem, semplicemente, non capiscono la fase. Credono di essere ancora utili “coprendo” a sinistra questa operazione di svolta a destra, cercano un compromesso di sopravvivenza con il fiorentino trionfante. D’Alema, checché ne dica oggi, cerca il posto di Mr. Pesc, per uscire dalle diatribe italiche. Bersani e gli altri semplicemente una assicurazione di rimanere in pista alle elezioni. Il ragionamento della copertura a sinistra filerebbe anche, ma si scontra con la personalità, con evidenti tratti di sociopatia, tipica di Renzi. Incapace di immaginare un compromesso politico con i suoi interlocutori, Renzi vive dentro una dimensione psicologica personale di tipo salafita. Inseguendolo senza caprine la natura, i sinistrati perdono faccia, credibilità e seguito. L’unico a salvarsi parzialmente è D’Alema che, più sottile intellettualmente, capisce in anticipo l’antifona e si colloca rapidamente su una posizione di contrasto al fiorentino. Mentre Bersani ci regala le sue ineffabili metafore balbettando sul che fare al referendum, D’Alema già da mesi lavora per il No, prendendosi quella fetta i elettorato ex-Ds delusa da Renzi e rimasta ad una connessione affettiva con quell’idea di sinistra pallida che i Ds ancora incarnavano, nella loro discendenza, più attuale che effettiva, con il PCI.

Adesso, messi con le spalle al muro da un Renzi che vuole assolutamente tornare in sella, incapaci di finirlo con una strategia di logoramento che Renzi ha evitato con il congresso anticipato (mostrando peraltro più coraggio personale di loro, dimettendosi sia dal Governo che dalla segreteria) sono costretti ad uscire. Portandosi dietro le loro carabattole di sempre: l’Europa buona da riformare, gli immigrati da accogliere in quote stabilite con Juncker, l’Ulivo, il centrosinistra che fa le liberalizzazioni selvagge però, attenzione, mette in campo la social card. Sono morti che camminano, e la decomposizione gli fa perdere qualche pezzo non appena si muovono (vedi Emiliano che torna a coda bassa nel Pd). Qualcuno, magari altri morti come gli ex SEL scottiani che sognano ancora il compromesso assessorile di governo, dia loro degna sepoltura, perché in fondo per una parte della storia del Paese sono stati anche utili. Non adesso, però.

Riccardo Achilli

Non si distrugge l’idea socialista! I socialisti al fianco di Giacomo Matteotti.

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Alcuni giorni fa dei vigliacchi senza nome hanno distrutto la lapide che ricorda l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, posta a Roma nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa ed a Fratta Polesine è stata imbrattata con uno spray la locandina di un convegno a lui dedicato. Noi socialisti diciamo tutti uniti VERGOGNA! e vogliamo ricordare il suo nome e il suo sacrificio come è giusto fare, perché il suo esempio sia un monito per le giovani generazioni ed un avvertimento a tutti coloro che pensano di poter sottovalutare il ritorno del fascismo.

Nato a Fratta Polesine  il 25 maggio 1885, da una famiglia di idee socialiste, nominato nel 1920 segretario della Camera del Lavoro di Ferrara,  Giacomo Matteotti nel 1921 è l’uomo che ha pubblicato l’“Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, in cui si denunciavano per la prima volta le violenze delle squadre d’azione fasciste. Nel 1922 ha fondato, insieme a Filippo Turati e ad altri fuoriusciti dal PSI, il Partito socialista unitario (PSU), di cui è nominato segretario. Pubblicata a Londra, nel 1924, la traduzione del suo libro “Un anno di dominazione fascista”, il 30 maggio 1924, ha coraggiosamente preso la parola alla Camera dei deputati, contestando i risultati delle elezioni tenutesi il 6 aprile e denunciando con chiarezza una serie di violenze, illegalità ed abusi perpetrati dai fascisti. Quel discorso merita di essere ricordato: Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. Il 10 giugno 1924, uscendo di casa a piedi per andare a Montecitorio, viene rapito da alcune persone (che poi si sapranno essere della polizia politica fascista)  e barbaramente ucciso. Il suo corpo senza vita sarà abbandonato in un bosco nel comune di Riano a 25 Km da Roma e ritrovato alcuni giorni dopo. Il 3 gennaio 1925 in un celebre discorso alla Camera, il capo del fascismo Benito Mussolini avrebbe, di fatto giustificato anche quell’assassinio, dicendo: Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!  Giacomo Matteotti però non sarà mai dimenticato dai socialisti italiani e diventerà anzi il simbolo della lotta contro il fascismo, la violenza ed ogni forma di ingiustizia. Dopo Giuseppe Di Vagno, primo socialista ucciso dai fascisti, ci sarà la violenta distruzione della sede dell’«Avanti!», il giornale di riferimento del PSI e saranno in tanti i socialisti uccisi e incarcerati per il coraggio delle loro idee: da Rodolfo Morandi a Giuseppe Saragat a Sandro Pertini, solo per dire i più famosi tra quelli rinchiusi a lungo in carcere dal regime, poi diventati i protagonisti della Resistenza. Lelio Basso e Lina Merlin, Filippo Turati e Pietro Nenni saranno costretti a vivere confinati od a trovare rifugio all’estero. Ma ne cadranno altri purtroppo sotto il fuoco nemico: Eugenio Colorni, uno dei padri del manifesto di Ventotene che getterà in quegli anni le basi dell’Europa unita ed il coraggioso sindacalista Bruno Buozzi, sono ancora nei nostri cuori. Ma Giacomo Matteotti diventerà un simbolo per tutti. Per questo, durante la dura Guerra di Liberazione dal nazifascismo, le formazioni partigiane socialiste si sarebbero chiamate Brigate Matteotti in suo onore.

Pietro Nenni, che rimetterà in piedi il Partito socialista italiano e lo guiderà per decenni con forza, creando negli anni ‘60 i governi di centro-sinistra, dirà di lui: Chiunque aveva avvicinato Matteotti e ne aveva scrutato il pensiero e l’anima, sapeva di essere di fronte ad uno di quegli uomini che ponderano le parole e gli atti, che procedono con metodo rigoroso alla indagine dei fatti politici e sociali, ma che presa la loro via la percorrono fino in fondo, inflessibilmente. Questo morto – al quale fu a lungo contesa una tomba – domina la scena politica italiana.

Oggi che la sua lapide è stata vigliaccamente frantumata in tanti pezzi, che i suoi cocci sono stati lasciati in terra per sfregio, nel cuore di Roma, in una strada di grande traffico, senza che nessuno, ovviamente, abbia visto nulla, noi socialisti ci chiediamo stupiti: ma come è stato possibile e dove stiamo andando a finire? La scomparsa dei Partiti che hanno abbattuto il fascismo e creato la Repubblica e la democrazia produce anche questo. La cosa è gravissima e ci preoccupa molto, anche perché solo qualche giornale riporta l’appartenenza socialista del deputato Matteotti trucidato dal regime. Stiamo cadendo sempre più in basso. 

Per questo ci rivolgiamo alla società civile, ai mezzi d’informazione e a tutti voi cittadini gridando:

Non si attacca la democrazia e non si distrugge l’idea socialista!

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I compagni socialisti di Roma, la sezione PSI di Roma Centro “Rodolfo Morandi”, la sezione PSI XIV Municipio di Roma, il Circolo socialista “Andrea Costa” di Ostia Antica, il Circolo culturale “Giacomo Brodolini” Roma Nord, l’Associazione Culturale “Giacomo Matteotti” di Rovigo, i socialisti della federazione provinciale PSI di Trieste, l’Associazione “Il Socialista” di Milano, il Movimento Base Italia, Iniziativa socialista e inoltre hanno aderito numerosi altri compagni socialisti e semplici cittadini.

Firma convinto Giorgio Benvenuto presidente della Fondazione Pietro Nenni e della Fondazione Bruno Buozzi, Condividono l’iniziativa e firmano convinti Giuseppe Ciccarone ed Enzo Bartocci rispettivamente presidente e presidente onorario della Fondazione Giacomo Brodolini, “La Fondazione Lelio e Lilsli Basso si associa alla denuncia ed esprime la sua indignazione”  Elena Paciotti, presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso – ISSOCO; “La Fondazione Di Vagno si associa allo sdegno dei socialisti e dei democratici: Matteotti, come Di Vagno e tutti i Martiri del fascismo e della ideologia della violenza come strumento di lotta politica, sono patrimonio inviolabile del Paese intero” Gianvito Mastroleo presidente della Fondazione Giuseppe Di Vagno; “Apprezziamo e condividiamo la vostra iniziativa. Auspichiamo che la lapide venga ricomposta lasciando evidenti i segni dell’atto vandalico per  non dimenticare l’ultimo oltraggio alla memoria di un uomo politico che, in tempi drammatici per la democrazia nel nostro paese,  ebbe sempre il coraggio di manifestare le proprie idee assumendosene la piena responsabilità verso i lavoratori e le istituzioni” Walter Galbusera presidente della Fondazione Anna Kuliscioff;  “La figura di Matteotti dovrebbe stare a cuore non soltanto ai socialisti di ogni orientamento, ma a tutti coloro che credono nelle idee di democrazia e libertà, e che riconoscono il valore supremo dei principi di legalità e di difesa dello stato di diritto, di cui Matteotti fu uno strenuo propugnatore, e per i quali venne brutalmente assassinato per mano di sicari fascisti strettamente legati al nascente regime mussoliniano. Per questo l’attacco di chiaro segno fascista compiuto contro la lapide commemorativa di Matteotti, nel luogo in cui si consumò l’agguato omicida, costituisce un fatto grave, e non certo derubricabile a mero atto vandalico compiuto da qualche mentecatto sconsiderato. ll Circolo Carlo Rosselli di Milano si unisce allo sdegno ed alla denuncia di quanto accaduto, alla richiesta che la lapide venga prontamente ripristinata, all’invito ad una vigile attenzione verso questi inquietanti episodi, ed alla esortazione a che si proceda in modo non distratto all’individuazione dei responsabili”  Francesco Somaini presidente del Circolo Rosselli di Milano; “Il  ripugnante atto di vandalismo politico sulla lapide che ricorda uno dei più grandi  martiri della democrazia italiana mi induce a ribadire  la necessità storica della ripresa della lotta per gli ideali del socialismo, senza di cui la barbarie, in tanti modi declinata nei tempi odierni, rischia di non avere più avversari” Guido De Martino, Aderiscono il Povinciale ANPI di Roma, il Circolo ANPI don Pietro Pappagallo di Roma e il Circolo ANPI Monterotondo Edmondo Riva, sottoscrive Antonella Guarnieri storica e responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

Chiarezza sul Referendum sul Jobs Act, di C. Baldini

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Raccogliere 3 milioni di firme non è una passeggiata. Lo dico per quanti alludono che Cgil (sempre fuoco ‘amico’) avrebbe scritto un testo quesito in modo da farselo respingere. Ci vogliono menti ormai cattive o talmente arrabbiate per arrivare a formulare ipotesi che, tra l’altro, farebbero sprofondare anche la classe dirigente dell’unico sindacato storico che nel nostro Paese fa ancora il sindacato. Certo, in un Paese piddino e grillino. Che significa che anche Cgil è fatta di PD e di Grillo (soprattutto Fiom). Ma è una battaglia quotidiana che in tanti si continua con risultati alterni, ma quelli possibili. Una cultura del sospetto che non giova alla chiarezza ed alla verità. Vediamo di ripercorrere le motivazioni del testo referendario.

La materia dei licenziamenti si è evoluta negli anni . All’inizio c’era solo il licenziamento con preavviso obbligatorio. Poi si è via via affermato con l’elaborazione in Statuto della necessità per il datore di lavoro di formulare una ‘Giusta Causa’ per il licenziamento. Ma anche il diritto per il lavoratore che ritenesse arbitrario il licenziamento di ricorrere al giudice. Questo principio della ‘giusta causa’ è stato realizzato in due modi: attraverso la ‘Tutela Obbligatoria’ (art. 8 della legge 604/1966), applicabile alle imprese FINO a 15 dipendenti sulla singola unità produttiva o FINO a 60 su scala nazionale della stessa impresa.

La ‘Tutela Obbligatoria’ prevedeva l’OBBLIGO per il datore di lavoro di reintegra, ossia se il giudice dichiarava illegittimo il licenziamento, il datore di lavoro doveva riassumere oppure offrire risarcimento che, a seconda dell’anzianità di lavoro, andava dalle 3 mensilità a 6 mensilità. In tempi di vacche grasse molti sceglievano il risarcimento, perché il lavoro si trovava.
L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, invecefa un passo avanti nel campo della Tutela reale. Prevedeva infatti, sempre in caso di accertata illegittimità, per il datore di lavoro di reintegrare il lavoratore licenziato nel posto di lavoro e di corrispondergli una indennità risarcitoria pari alle retribuzioni dalla data del licenziamento sino alla reintegra. Normale direi: hai licenziato senza motivo riassumi e dai il salario perso fino a quel momento. Civiltà.

Vediamo che succede dopo. Il primo grosso attacco al concetto di giusta causa viene dalla Fornero del governo Monti.
Con la legge n. 92/2012 (Riforma Fornero) è stata modificata la disciplina contenuta nell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e sono stati introdotti distinti regimi di tutela per le diverse ipotesi di illegittimità del licenziamento. La piena tutela reale è¨ rimasta applicabile soltanto al caso di nullità del licenziamento perché discriminatorio. E’ stata poi introdotta una tutela reale “attenuata” (che comporta il diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno sino a un massimo di 12 mensilità ) nel caso in cui non ricorrono gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo “per insussistenza del fatto contestato ovvero perchè il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa” e in caso di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Quindi una rete complessa caso per caso che di fatto ha tolto tutela e avallato solo il riconoscimento di nullità per discriminazione. Che non è così semplice da provare.

Si va avanti quindi di tutela esclusivamente risarcitoria, incentrata sul diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. C’è ancora un altro caso di tutela applicabile in caso di vizio di carattere formale o procedurale e comporta il diritto del lavoratore a un’indennità risarcitoria compresa tra un minimo di 6 e un massimo di 12 mensilità . La bolgia fatta per aiutare a licenziare arbitrariamente.
Si potrà pure dire che si dovevano fare scioperi ad oltranza, ma si fece un tentativo. Deserto o quasi. Perché in Parlamento PD con Bersani accettò tutto ciò. Diventa difficile anche per un sindacato convinto scendere in piazza.
Andiamo avanti. Come siamo messi a quel punto?
҉҉҉Per tutti i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 sono tuttora in vigore questi differenti regimi di tutela previsti dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; e per i lavoratori di aziende che occupano meno di 16 dipendenti in ciascuna unità produttiva o meno di 60 su scala nazionale continua a essere in vigore la tutela obbligatoria prevista dalla legge n. 604 del 1966 (fatta salva la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio). Per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 si applica invece un nuovo regime di tutela, introdotto dal decreto legislativo n. 23 del 2015 (Jobs Act).҉҉҉

RAGIONIAMO

Il decreto legislativo Jobs Act ha quindi limitato il diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro SOLTANTO ai casi di licenziamento discriminatorio, considerato nullo o in palese falso del fatto contestato. Negli altri casi di licenziamento ILLEGITTIMO, è previsto solo un indennizzo economico, pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio (in misura comunque non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità). La predetta indennità risarcitoria è ridotta a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a dodici mensilità, in caso di vizio formale o procedurale. Per le piccole imprese, al di sotto dei 15 dipendenti, è prevista invece un’indennità da 2 a 6 mensilità. Punto

***L’obiettivo del referendum è quello di abrogare completamente quest’ultima disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 23/2015, e di abrogare nel contempo alcune parti dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori: in pratica, si vogliono abolire le modifiche introdotte con la Legge Fornero, per tornare alla vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e quindi a un UNICO REGIME DI TUTELA IN CASO DI LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO(anche in caso di licenziamento viziato solo sul piano formale), incentrato sul diritto del lavoratore alla reintegrazione e al risarcimento del danno in misura piena.**

L’obiettivo del referendum è anche quello di ESTENDERE l’ambito di applicazione della tutela prevista dall’art. 18: già per le imprese agricole con più di 5 dipendenti esiste la stessa tutela. Proprio per la Costituzione che non ammette discriminazioni tra lavoratori nelle stesse condizioni la parte considerata da alcuni propositiva, ma in realtà costituzionalmente legittima, potrebbe essere stralciata.

Sarà la Corte a pronunziarsi, il prossimo 11 gennaio, sull’ammissibilità o meno del quesito.

L’avvocatura dello Stato fa il suo mestiere a favore di Jobs act.
Noi vediamo di fare il nostro. Perché alla fine il risultato è stato anche costituzionalmente dubbio: tutele diverse a parità di mansioni e condizioni. La risultante è sempre la stessa.
Non si tratta di riportare indietro la Storia. Si tratta di equilibrare diritti e doveri nel posto di lavoro.

Buona fortuna Referendum.

Claudia Baldini