Dopo il referendum, come ripartire dal lavoro?, di V. Russo

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Vincenzo Russo

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Su Repubblica del 18-01-2017, Nadia Urbinati sostiene che alla sinistra manca innanzitutto la credibilità trovandone la prova nel risultato del 4 dicembre scorso. Non credendo nei suoi leader e nei progetti che portano avanti, in una fase di grande incertezza, gli elettori si sarebbero rifugiati nell’unica certezza rappresentata dalla Carta costituzionale del 1948 che contiene il contratto sociale tra gli italiani.
Da una politologa mi sarei aspettato: a) un discorso sulle cause per le quali, a distanza di 70 anni, tale patto è stato attuato solo parzialmente e persino le parti attuate sono messe in discussione; b) su come una forza di centro-sinistra come il Partito Democratico abbia fatto un tentativo determinato di manipolazione della Carta per ridurre la rappresentanza e le sedi partecipazione; c) un accenno alla situazione post referendum per verificare se esso abbia al margine cambiato i reali rapporti di potere, alias, modificato l’effettività dell’ordinamento costituzionale previsto dalla Carta del 1948 ed il suo effettivo funzionamento. No, inizia il suo pezzo su quello che Renzi nel momento in cui scalava il suo partito, pensava dovesse essere il progetto della nuova sinistra in un mondo in cui sarebbe finita la diade libertà/eguaglianza. Non voglio perdere tempo a fare l’esegesi del pensiero di Renzi 1000 giorni fa trattandosi di soggetto che parla a ruota libera e scrive poco, e vengo direttamente all’idea largamente condivisa anche dalla Urbinati di ripartire dal lavoro.

Certo ripartire dalla Costituzione, dal suo art. 1, cioè, dal lavoro su cui, a parole, è fondata la Repubblica va bene ma la nostra politologa non analizza bene il problema. Perché sul lavoro c’è da fare un discorso di breve termine e uno ben più serio di medio lungo termine. Nel breve bisognerebbe accelerare la ricostruzione delle zone terremotate, riparare le strade statali e comunali, ridurre i rischi del dissesto idrogeologico, mettere in sicurezza le scuole, altri edifici pubblici, investire di più in ricerca e sviluppo e nel capitale umano, alias, nella istruzione e formazione permanete, ecc.. Servirebbero 50 miliardi all’anno per almeno cinque anni. Il governo ha trovato prontamente 20 miliardi per salvare alcune banche e la Commissione europea non ha profferito parola. Il governo non pensa neanche a trovare altri trenta miliardi per i lavori pubblici menzionati sopra ma si diletta a duellare a parole sui 3-4 miliardi di manovra correttiva, secondo la Commissione, necessaria per rispettare il vincolo del deficit.
Per il medio-lungo termine il discorso sul lavoro è molto più complicato perché bisogna tener conto degli effetti delle nuove tecnologie sul futuro del lavoro oltre che delle politiche fiscali deflattive portate avanti dal Consiglio e dalla Commissione europea. Al riguardo ci sono da un lato le visioni catastrofiste sulla fine del lavoro e, dall’altro, quelle ottimistiche, secondo cui le nuove tecnologie (i robot) mentre distruggono vecchi posti di lavoro ne creano altri anche se con sfasamenti temporali più o meno ampi, anche se richiedono anticipati e consistenti investimenti nel capitale umano. Sul futuro del lavoro è stato interessante un Convegno di due giornate, organizzato dal M5S che ha presentato e valutato una ricerca indipendente affidata al Prof. Domenico De Masi. In sintesi, si tratta di questioni fondamentali di politica economica e di programmazione della crescita e dello sviluppo su cui gravano i vincoli europei del Fiscal Compact e annessi regolamenti.

La Urbinati non si occupa di questi problemi e concentra il suo discorso sulla diade libertà/uguaglianza certo importante. Ma non ci aiuta a capire la situazione né le sue tendenze evolutive/involutive. Non ci aiuta a disegnare scenari futuri e a elaborare strategie idonee per contrastare e correggere le tendenze in atto.
Intendiamoci le crescenti diseguaglianze all’interno dei Paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo confermano la fine e/o accantonamento del discorso sull’eguaglianza ma non la fine della libertà dei ricchi se 8 miliardari – secondo il recente Rapporto Oxfam – posseggono la ricchezza (o povertà) di 3,6 miliardi di esseri umani. Quindi francamente trovo che il discorso sulla fine della diade libertà/eguaglianza – analogo a quello sulla fine delle ideologie che Bobbio negava decisamente – non ci porti da nessuna parte. Non è un discorso utile al rilancio di una sinistra italiana, europea e mondiale in grado di affrontare i problemi che stanno sul tappeto e che invece dovrebbero stare sul tavolo. Non so poi dove ha trovato il discorso di Renzi che voleva recuperare gli ultimi per avvicinarli ai primi. In fatto, poi sappiamo che la misura più costosa adottata in termini di riduzione delle diseguaglianze è quella degli 80 euro mensili che riguarda le famiglie con redditi medio-bassi ma che esclude i poveri, ossia, gli ultimi perché per i poveri c’è uno specifico programma dotato di risorse di gran lunga inferiori. Più credibile sembra l’idea riportata che Renzi avesse adottato la visione del self made man, analoga a quella iniziale di Berlusconi delle tre i (internet, inglese, impresa) o, più prosaicamente, trovatevi un lavoro da soli quando, allora come ora, la tendenza storica è quella della riduzione dei posti di lavoro per via delle nuove tecnologie e delle delocalizzazioni delle imprese alla ricerca di lavoro a basso costo e di incentivi fiscali più favorevoli.
Allora se non si affrontano le questioni della libertà dei movimenti di capitale e della sfiducia degli stessi capitalisti e imprenditori nel futuro dell’Italia provata da una sistematica fuga dei capitali che perdura da circa 50 anni a oggi, ripartire dalla Costituzione e dagli artt. 1, 3 e 4 è bello sentirselo dire ma rischia di rimanere inefficace. Se non si affronta a livello europeo la questione della concorrenza fiscale senza regole – ideata deliberatamente per provocare la c.d. crisi fiscale dello Stato e tagliare il welfare – il problema del lavoro resta irrisolto. Né, a mio parere, la soluzione può venire dall’uscita dall’eurozona, dall’Unione europea o dalla NATO. Quando non c’era la piena libertà dei movimenti di capitali i soldi in Svizzera li portavano gli spalloni.
PQM bisogna battersi per la modifica del Fiscal Compact, per un uso intelligente della regola d’oro che lascerebbe fuori dal deficit strutturale gli investimenti in conto capitale, in sintesi, per la rottamazione della politica dell’austerità. Senza queste premesse, le promesse della nostra bella Costituzione rimarranno tali.

Letture suggerite: Gustavo Zagrebelsky (2013), Fondata sul lavoro. La solitudine dell’art. 1, Einaudi, Torino; Geminello Alvi (2006), Una Repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano.

Vincenzo Russo.

Tratto dal Blog personale dell’autore  http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2017/01/20/dopo-il-referendum-come-ripartire-da-lavoro/

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