Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

Si vis pacem para bellum. di R. Papa

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Noi che abbiamo vissuto protetti dall’art 11 della Costituzione.

Noi che siamo scesi in piazza contro la guerra in Vietnam.

Noi che abbiamo pensato ad un mondo pacifico e pacificato

Noi non ci siamo resi conto che la realtà andava verso un’altra meta.

Noi che ci siamo affidati, per scelta, al Patto Atlantico (4 aprile 1949) ma potevamo scegliere di stare sotto la protezione del Patto di Varsavia, ci troviamo oggi ad interrogarci sulla necessità di apprestare una difesa del nostro mondo e di chiederci se la scelta “pacifista” sia la strada giusta o come io ritengo quella di essere “contro la guerra”. Questa scelta però presuppone di dotarci di un esercito nazionale e/o europeo. Che sia in grado di contrastare eventuali attacchi da parte di “Stati canaglia”.

Il risorgente imperialismo russo con l’invasione dell’Ucraina, il mai sopito terrorismo islamico con l’attacco di Hamas ad Israele, il nuovo protagonismo dell’Iran e della Cina impongono anche a noi che “siamo contro la guerra” di predisporre, una volta venuto meno il dialogo e le relazioni diplomatiche, efficaci risposte anche armate.

L’ipocrisia che per decenni abbiamo accettato la narrazione sugli “eserciti di pace” l’altra faccia dell’esportazione della democrazia, hanno reso il nostro mondo debole e permeabile alle azioni, per ora avversarie, domani nemiche.

Forse abbiamo troppo presto elaborato la paura della guerra, accettando che sulle nostre strade stazionino mezzi dell’esercito. Da due anni a questa parte abbiamo visto il nostro mondo scivolare lentamente verso una guerra: prima l’Ucraina, poi Israele, ora lo Yemen. Tre situazioni che potrebbero diventare, se già non lo sono, esplosive. Senza contare i tanti conflitti armati in giro per il mondo che hanno fatto dire a Papa Francesco di “terza guerra mondiale a pezzetti”.

L’Italia spende per la difesa NATO (il famoso obiettivo 2%) solo l’1,46 del Pil, era l’1,51% nel 2022, il picco lo abbiamo toccato nel 2020 con l’1,59.

Secondo il governo neppure quest’anno potremmo raggiungere l’obiettivo del 2% e il Pd (l’ala movimentista-pacifista) ringrazia.

Magari, dicono, rinviando di cinque anni…chissà cosa ne pensano, e come gioiscono, i vari terrorismi islamici e i rinati neoimperialismi!

Oggi non si tratta di difendere le armi, ma di dotare i paesi del Patto NATO di un sistema difensivo tale da funzionare da deterrenza verso possibili e “prevedibili” nemici. Dimenticandoci troppo spesso che l’obiettivo del 2% è stato sottoscritto da governi di centrosinistra e centrodestra.

Siamo un paese che dimentica la propria storia troppo spesso e per il quale risulta più facile fare appello ai “valori”. E allora si tira fuori una volta il valore dell’antifascismo e un’altra del pacifismo. E intanto intorno a noi rinascono venti neonazisti e venti di guerra. Oggi abbiamo la necessità di ridefinire il nostro “antifascismo” e “pacifismo” in funzione di conflitti e guerre che non possiamo ignorare e che ce lo ricordano i milioni di morti sui vari scenari di guerra, perché ci piaccia o meno “siamo tutti coinvolti”.

Siamo un Paese che oltre a vivere sul presente, in questo presente vive alla giornata “tra l’acqua santa e l’acqua minerale”(cit. Leo Longanesi)

Roberto Papa

Palazzina LAF. La storia di una sconfitta ( e di una grande civiltà oltraggiata). di A. Castronovi

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Ho visto Palazzina LAF, il film italiano diretto e interpretato da Michele Riondino al suo debutto da regista. Il film è tratto da ” Fumo sulla città” , libro dello scrittore Alessandro Leogrande che avrebbe dovuto anche firmare la sceneggiatura ma che purtroppo durante la lavorazione del film è venuto a mancare. Il film racconta la tragedia di una città , Taranto, e dei suoi figli sfortunati, simboleggiati nelle figure umane sfigurate e abbruttite rinchiuse in un reparto-confino dell’ex ILVA, a sua volta erede dell’Italsider, la fabbrica d’acciaio di Stato più grande d’Europa, che doveva rappresentare il simbolo del riscatto del Mezzogiorno e di una delle sue più importanti città, erede dell’antica civiltà greco-mediterranea: la spartana Taranto. Quella Taranto che dette i natali ad illustri intellettuali come Aristosseno, musicista e filosofo pitagorico uno dei principali allievi di Aristotele; Livio Andronico, il ” poeta religioso” di Roma; Archita, filosofo della corrente dei Pitagorici, amico di Platone, allievo di Pitagora, ed illustre matematico, scienziato, astronomo, musicista, politico e stratega. Le scuole della città ce li ricordano ancora tramandandone la memoria con licei e scuole ad essi intitolati . Io mi sono diplomato in uno di questi . Quella stessa Taranto i cui paesaggi e bellezze naturali furono cantati e resi immortali da Virgilio nelle Georgiche e da Orazio nelle sue Odi.

Nel film questa città non si vede, non si percepisce, ma si vede il mostro che l’ha mangiata e deturpata, si vede la terra avvelenata che uccide la pastorizia, si vedono pezzi della sua degradata periferia, i Tamburi, quartiere reso famoso per le vittime da avvelenamento causate dal fumo nero che lo sovrasta. In questo quartiere era andato a vivere il protagonista del film, Caterino Lamanna, un operaio appena promosso a capo-squadra in cambio di servigi da rendere come spia dell’azienda e inviato nel reparto-confino della LAF, dove erano rinchiusi e mobbizzati decine di lavoratori e di sindacalisti che non si erano arresi e sottomessi alla disciplina di fabbrica.

È un film di denuncia di un episodio scandaloso della storia del conflitto sociale e di classe in Italia, conflitto rimosso e dimenticato dalla coscienza nazionale, ma che un tempo nutriva le speranze di riscatto sociale di un popolo e dei suoi ceti subalterni. Taranto è una città martirizzata ancora oggi da uno sviluppo disumano, cresciuto come un cancro da quella fabbrica disumana in cui ho visto nascere i primi metal-mezzadri, secolari contadini e braccianti che si trasformavano improvvisamente in operai, pur rimanendo contadini nell’anima. Ho visto negli anni ’70 i grandi cortei operai sfilare in città con le bandiere rosse e riempire le sue piazze. E ricordo i brividi e la commozione che ti davano quelle immagini.

Un futuro e una speranza sembravano possibili. Poi tutto è finito. Inesorabilmente. Poi è arrivata la normalizzazione neoliberale. Il socialismo buttato nella pattumiera della storia, la lotta di classe diventata un residuo del passato. Il mondo del lavoro viene così cacciato nell’inferno che nella ex-ILVA è rappresentato dalla Palazzina LAF. Ma quella palazzina è il reparto-confino di una storia intera , la storia del novecento, del secolo delle rivoluzioni sociali e proletarie, del secolo delle sue sconfitte e dei suoi tradimenti, di un secolo di cui si vuole cancellare persino la memoria nelle nuove generazioni. Diciamocelo. I nostri avversari sono stati “bravi”.Ci hanno sconfitto nella lotta di classe e stanno cancellando la memoria stessa delle lotte dei vinti anche nei suoi figli. Ma la Storia, come profetizzava Benjamin, sta alle nostre spalle con le sue macerie, e basta uno sguardo rivolto al passato per riconoscerla. È questa la chiave attraverso cui i rejetti possono redimersi e risollevarsi, riprendendosi il proprio posto nella storia. È l” Apocalisse” – Rivelazione che i vincitori di oggi temono: la resurrezione e il ritorno dei vinti.

Antonio Castronovi

Articolo già pubblicato su “L’interferenza”.

https://www.linterferenza.info/cultura/palazzina-laf-la-storia-sconfitta-grande-civilta-oltraggiata/?fbclid=IwAR34DKzBmss9Xxfl5q_2zWBKZeMGVQk0if-MOZgcgKx4fNPykc37NQUvHoE

La svolta autoritaria, di A. Valentini

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Molti a sinistra allarmati gridano alla svolta autoritaria. CGIL e UIL tentano timidamente di rialzare la testa e promuovono uno sciopero generale (8 ore di sciopero) molto articolato, che tra l’altro non coinvolge alcuni settori pubblici considerati vitali. Ma nonostante uno sciopero così blando, il Governo Meloni, addirittura Salvini invocano la precettazione, i media – fatte poche eccezioni – e quasi tutto il sistema dei partiti – espressione della metà degli elettori – si scagliano contro il diritto di sciopero e contro le due Confederazioni che hanno deciso una modesta mobilitazione sindacale, mentre sarebbero necessarie ben altre mobilitazioni di lotta per tutelare il mondo del lavoro, drammaticamente colpito dalla crisi e dai provvedimenti di un Governo perfettamente in linea con i falchi neoliberisti dalla Ue. Come del tutto inadeguata è stata la reazione dell’opposizione alla proposta costituzionale del centrodestra della elezione diretta del premier. Se tale proposta costituzionale dovesse essere realizzata l’Italia sarebbe l’unico paese al mondo ad avere un simile sistema istituzionale. Da qui il “grido di dolore”, l’allarme, il pericolo di una svolta autoritaria. Pare che nessuno si sia accorto che la svolta già c’è stata e si è affermata nel corso degli ultimi trent’anni. Con l’ascesa del dominio del capitale finanziario, ascesa sancita dal trattato di Maastricht, si è realizzato in Italia, come in tutto l’Occidente, un sistema politico a-democratico che ha messo in discussione anche il diritto di sciopero, regolandolo con molti limiti e restrizioni. La Costituzione è stata manomessa, attenzione non tanto nei principi fondamentali (nessuno è così sprovveduto da metterli in discussione) ma negli articoli successivi che regolano la loro attuazione. Dunque, le scelte di questo Governo sono il risultato di politiche in cui paritarie sono le responsabilità sia del centrodestra sia del centrosinistra. Si guardi, per fare un solo esempio, alla politica estera schiacciata sull’atlantismo e con tutti i media a sostenerla. Gridare allora alla svolta autoritaria quando tutti i buoi sono scappati dalla stalla politicamente significa solo mettersi lungo la striscia del susseguirsi di pesanti atti che hanno smantellato tutte le conquiste politiche, economiche, sociali e democratiche della prima Repubblica, che hanno condotto a questo sistema a-democratico, in cui le decisioni che contano sono prese da una ristretta élite finanziaria per giunta fuori dall’Italia. Se non è autoritarismo questo sistema non so che significato dare al concetto di autoritarismo. Una vera forza di cambiamento rivoluzionario allora invece di gridare al lupo, che si è già mangiato quasi tutto quello che c’era da mangiare, dovrebbe attrezzarsi di una strategia che contrasti tale sistema politico a-democratico espressione del capitale finanziario.

Comunque pur con i tanti e tanti limiti alla sciopero della CGIL e UIL aderisco. Meglio poco, anzi pochissimo del tutto insufficiente, che niente. Ma la strada da percorrere non è sicuramente questa.

Sandro Valentini

È la solita storia. di D. Lamacchia

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È la vecchia storia del dominio sugli altri popoli esercitato con la violenza. Sin dalla scoperta del Nuovo Mondo. È noto come Spagnoli, Portoghesi, Olandesi, Inglesi, francesi, Italiani abbiano dominato col colonialismo gli stati americani, indiani ed africani, con genocidi, schiavitù e razzismo. È noto come successivamente specie gli USA si siano resi protagonisti di ulteriori crimini politici e umanitari. Vale la pena ricordare l’intervento sanguinario in Vietnam, gli interventi golpisti in America Latina come quello in Cile a supporto di forze reazionarie nei vari siti del mondo, l’uso spregiudicato della forza per imporre i propri interessi come in Iraq, in Libia, in Afghanistan.

Perché’ nacque lo Stato d’Israele? Per lo stesso motivo, garantire i propri interessi nell’area che si vedevano surclassati dal dominio dell’allora URSS. Il “cane da guardia” qualcuno ha definito Israele.

Sia chiaro, non ci sarebbe piaciuta di più l’URSS. È insopportabile non il legittimo volere di uno Stato indipendente di Israele, è insopportabile la maniera di imporre il proprio volere a discapito di un altro popolo con l’obiettivo dichiarato, in particolare di alcune fazioni, di volerlo completamente annientare.

Come è noto a nulla sono valsi i tentativi difficilissimi di trovare accordi di convivenza e di ripartizione territoriale. Nonostante le dichiarazioni ONU sono continuati gli insediamenti illegittimi imposti con la forza. A nulla sono valse le proteste legittimissime dei Palestinesi, sin dagli inizi, ad essi. Alle proteste seguivano ritorsioni con bombe e armi modernissime e micidialissime contro lanci di pietre e fionde. Sono nella memoria di tutti gli episodi di Sabra e Chatila. Cosa resta da fare se la politica fallisce? Cosa resta da fare se si vuole che la politica fallisca? Non si possono eludere queste domande ad esse va data risposta! Sia chiaro la risposta non è l’uso delle armi o il terrore. Il terrore chiama terrore, è sotto i nostri occhi. Mi chiedo, come è possibile che questo non venga alla coscienza della dirigenza e del popolo israeliano. Cosa maturerà dopo i massacri odierni nella coscienza di un giovane palestinese di Gaza che si vede cancellare il suo futuro da una forza opprimente se non odio e volere di vendetta? Cosa centro io si chiederà con il terrore di Hamas, perché colpire me? Questo profondo senso di subita ingiustizia quale stato di coscienza politica potrà far maturare?

Necessita quindi che cessino immediatamente gli attacchi che si cominci ancora una volta un tentativo difficile di mediazione.  Consapevoli che in gioco non ci sono solo le questioni territoriali ma una visione del gioco politico basato sull’aberrante assunto: “o domini o sei dominato”. L’assunto che ha visto da secoli prevalere nelle politiche occidentali. Non è forse ora di far prevalere il principio anch’esso occidentale di “Liberta’, fraternità, eguaglianza”, non è giunto il momento che la Politica si faccia contaminare da un pizzico di “fantasia” per un esercizio del potere finalizzato al bene comune anziché’ a logiche di dominio?

Questo è lo sparti acque tra una logica di sinistra e una di destra! La Sinistra deve su questi temi riconquistare una sua logica identitaria senza tentennamenti, pena la sua sconfitta definitiva.

Donato Lamacchia

Due popoli, due Stati. Non ci sono alternative. di A. Angeli.

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La parola pogrom non doveva esistere in ebraico. Nel nuovo Israele, l’idea stessa che gli ebrei venissero assassinati in massa, con i loro figli massacrati davanti ai loro occhi, avrebbe dovuto essere relegata nel regno dell’amara memoria. Era solo nell’Europa orientale dell’esilio che gli ebrei avrebbero dovuto fuggire dai tormentatori decisi a ucciderli, solo lì si sarebbero nascosti nell’oscurità, cercando di trattenere il fiato per non emettere suoni traditori. Una volta che avessero avuto uno Stato proprio, dove potessero finalmente difendersi, non ci sarebbe stato bisogno di parlare di pogrom, se non nei libri di storia.

Ma è stato un pogrom quello che si è verificato in Israele lo scorso fine settimana, molteplici pogrom in realtà, letali come quelli che hanno sterminato gli ebrei di lingua yiddish all’inizio del secolo scorso o, secondo schemi ripetitivi, nei secoli precedenti. Gli ebrei ricordano ancora il pogrom di Kishinev del 1903, una calamità ricordata nelle poesie recitate ancora oggi. A Kishinev furono assassinati 49 ebrei. Sabato scorso, almeno 1.200 persone sono state messe a morte, molte in modi troppo sadici e brutali per essere descritti  in una breve riflessione . Purtroppo, la parola pogrom non è più riferibile agli eventi storici degli ebrei, poiché proprio quel popolo, oggi costituitosi in uno Stato democratico, Israele, si muove su questa scala di annichilimento del valore umano assalendo con il suo potente esercito un popolo che non ha nessuna responsabilità della feroce e animalesca strage compiuta da gruppi omicidi delle milizie di Hamas.

L’ONU, l’Europa e tanti altri paesi democratici hanno espresso la loro solidarietà ad Israele e condannato con durezza la carneficina di innocenti e il rapimento di oltre 150 israeliani chiedendone l’immediata liberazione, riconoscendo ad Israele il diritto di reagire, per scovare e punire duramente i colpevoli e liberare gli ostaggi. Ma ora questa parte del mondo sta seriamente giudicando  pericolosa la reazione Israeliana, una vendetta che si sta consumando mediante bombardamenti a tappeto di un’aera sovraffollata da milioni di persone, colpendo indiscriminatamente ospedali, scuole, abitazioni civili in cui trovano una morte terribile bambini, anziani donne e uomini senza responsabilità alcuna dei massacri di cittadini Israeliani compiuti da Hamas, un movimento terroristico che si muove in una logica di lotta senza quartiere contro lo Stato di Israele, per la sua completa estinzione.

Solo dopo molti giorni di bombardamenti compiuti alla cieca, Israele si è decisa ad invitare la popolazione a lasciare gran parte del territorio di Gaza, cioè  quanto rimaneva delle loro case, della loro vita e ad aprire un canale umanitario per consentire a questo  popolo di essere assistito al minimo vitale. La parola pogrom trova qui, di nuovo, la sua tremenda attualità, un contesto di inumana similitudine su cui non possiamo tacere e non esprimere la nostra preoccupazione riguardo al futuro di Gaza e del suo popolo. Infatti, non si tratta solo di scacciare oltre un milione e mezzo di incolpevoli cittadini oltre i nuovi confini indicati da Israele, spingendoli ai confini di un altro Stato, l’Egitto, che non sembra affatto disponibile ad accoglierli, ma di sapere cosa vorrà fare di quel territorio una volta compiuta la missione militare, e quindi capire quale sia il disegno di Israele. E qui il tema della caccia ai capi di Hamas diventa cruciale, poiché i veri comandanti delle milizie risiedono negli stati che finanziano e sorreggono Hamas, verso i quali il mondo:  ONU, USA Europa, Russia, Turchia,  si sta rivolgendo per una mediazione volta a liberare gli ostaggi, sempre che sopravvivano ai combattimenti che, si presume, si svolgeranno sul terreno di Gaza una volta che l’IDF farà il suo ingresso. La parte più seria della preoccupazione non  è se Israele riuscirà a sconfiggere Hamas  quanto se l’incendio non si allargherà verso il Libano, con gli Hezbollah  già in attivo  con il lancio di razzi e l’IRAN,  i cui capi proprio in queste ore non hanno mancato di esprimere bellicosi messaggi di guerra.

L’altra, motivata, preoccupazione è generata dal fallimento di Bibi” Netanyahu, un incapace assoluto, che ha portato il suo Paese nella guerra, dopo avere tentato di subordinate l’ordinamento giudiziario all’esecutivo  e spaccato il Paese, sottovalutato il ruolo di Hamas e inseguito una politica di insediamenti sul territorio palestinese alimentando così il giusto risentimento di quel popolo. Ma il vero punto critico della situazione è cosa Israele si aspetta da questa guerra una volta che  sarà conclusa, quali rapporti intenderà costruire con Gaza e la Cisgiordania, con il popolo palestinese, come pensa reagiranno i Paesi Arabi e i vari Regni con i quali aveva tentato intese chiamate “Abramo”, i quali sicuramente saranno indotti a ripensare e rimandare a tempi meno carichi di tensione gli approcci di distensione, non proprio di pace. Sempre che, nel frattempo, le cose non precipitino e il mondo si trovi con il Medio Oriente scatenato contro l’occidente a fianco dell’alleanza Russia, Cina, India, Brasile Sudafrica, meglio conosciuta come BRICS.  

La coalizione di governo che si è formata, sempre sotto la guida di Netanyahu, con la formazione di un gabinetto di guerra, dovrà dare molte risposte e risolvere tanti quesiti  in un momento tra i più difficili per Israele. Ne va della sua sopravvivenza. Certamente, spetterà al nuovo governo dare le risposte giuste a problemi complessi, come quello di una convivenza con il popolo Palestinese nel rispetto reciproco delle proprie convinzioni sociali, civili e religiose, ma soprattutto dei confini che dovranno segnare il territorio su cui ciascuno sarà libero di esercitare la propria, autonoma politica, amministrativa e giuridica. Eppure, su questa questione ci sono divisioni verticali e molti dubbi su questa possibile soluzione politica di due Stati due popoli, tanto che importanti Università Americane, Inglesi, Francesi,  e in altri Paesi sono diventate centro di manifestazioni studentesche  pro Hamas e contro Israele. Anche nel nostro paese si sono avuti scontri, confronti e, specie nei talk show, le posizioni spesso rendono introspettiva la posizione dei contendenti, fino a risultare squilibrata, quando non stupida e incomprensibile.

La ferocia commessa da Hamas il 7 ottobre ha reso molto più difficile invertire questo ciclo mostruoso. Potrebbe volerci una generazione. Richiederà un impegno condiviso per porre fine all’oppressione palestinese in modi che rispettino il valore infinito di ogni vita umana. Richiederà ai palestinesi di opporsi con forza agli attacchi contro i civili ebrei, e agli ebrei di sostenere i palestinesi quando resistono all’oppressione in modi umani – anche se i palestinesi e gli ebrei che adottano tali misure rischieranno di diventare paria tra la loro stessa gente. Richiederà nuove forme di comunità politica, in Israele-Palestina e nel mondo, costruite attorno a una visione democratica abbastanza potente da trascendere le divisioni tribali. Lo sforzo potrebbe fallire. Ha già fallito in passato. L’alternativa è scendere, con le bandiere sventolanti, all’inferno.

Alberto Angeli

Perché il socialismo italiano non è mai stato riformista. di G. Giudice

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Quando Bettino Craxi nel 1981 definì il sua corrente come “riformista” , al posto di “autonomista” , Riccardo Lombardi rispose che nel PSI non era mai esistita una corrente riformista. Affermando che lo stesso Filippo Turati definì la sua corrente “Critica Sociale” e non riformista. Ancora più esplicita Anna Kuliscioff nel condannare il termine riformista. Che invece fu fatto proprio da Bissolati e Bonomi (che si ispiravano a Bernstein) espulsi dal partito , perchè sostennero la guerra di Libia. E furono espulsi con il pieno consenso di Turati. Kuliscioff e Matteotti (che fu il più duro). Quindi il termine riformismo è una pura invenzione della pubblicistica. Non erano riformisti socialisti democratici come Jaurès (che espresso una critica forte a Bernstein), non lo erano affatto gli austro-marxisti come Bauer e Adler. Non furono riformisti né Morandi , né Saragat. Quest’ultimo socialista marxista democratico , definì il riformismo ed il massimalismo entrambi come “malattie dell’infanzia del socialismo” e il boscevismo come “malattia della pubertà”. SE è vero che Turati cercò un compromesso con Giolitti per fare approvare alcune leggi a favore dei lavoratori, rifiutò sempre l’appoggio organico dei socialisti ad un governo liberale, nè tantomeno un loro ingresso nel governo. E tuttavia ricevette critiche (con Giolitti non si tratta!) dalla sua amata compagna Anna Kuliscioff, da Giacomo Matteotti e Giuseppe Modigliani. Comunque è nell’austromarxismo che si possono trovare meglio le spiegazione per il rifiuto del termine riformismo. Otto Bauer e Max Adler operano una chiara distinzione tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale. La rivoluzione politica è un atto (“la presa della Bastiglia”, la conquista del Palazzo d’Inverno) tipico delle rivoluzioni borghesi. La rivoluzione sociale è un processo volto a trasformare radicalmente la società e costruire una società socialista superando il capitalismo. non va confuso con il “putshismo”.Quindi il socialismo democratico è intrinsecamente rivoluzionario. Il carattere processuale certo implica delle gradualità, ma non è certo riducibile ad una somma di riforme che si accumulano su se stesse. E’ invece segnato da rotture di equilibri di potere, e di costruzione di nuovi equilibri, che sconta anche il tentativo degli interessi offesi di reagire anche in modo violento. Ma a questa violenza si reagisce con l’allargamento degli spazi di democrazia dal basso e consiliare che si integrano dialetticamente con la democrazia rappresentativa. Per Bauer , ad una offensiva violenta della borghesia contro un governo socialista, democraticamente eletto, si possono usare misure di emergenza atte a ridurre all’impotenza queste reazioni. Ma mai a restringere gli spazi di democrazia o addirittura ad annullarli. Anzi l’allargamento della democrazia, degli spazi di autogoverno popolare e dei lavoratori è l’antidoto più forte rispetto alla reazione. Qui si manifesta la enorme distanza dal bolscevismo che pone l’accento sulla necessità di reprimere la classe espropriata con la dittatura del partito unico (avanguardia politica e militare e la soppressione di ogni forma di democrazia e libertà). IN effetti questa è, in fondo, solo una giustificazione ideologica a quella che di fatto è stata la dittatura “sul” proletariato e sull’intera società che è poi la base su cui si è sviluppato lo stalinismo. Famosa la risposta di Rosa Luxembourg a questa tesi: ” compito del proletariato giunto al potere non è affatto quella di abolire ogni democrazia, ma di costruire una democrazia socialista fondata su democrazia e libertà illimitate”. E Bauer ed Adler si pongono il problema non dell’estizione dello stato. Quanto di una profonda e radicale modifica, in senso democratico , dello stato stesso. Dell’esercito, della polizia, della burocrazia. Gilles Martinet, riprenderà , dopo molti anni , tali temi , nel suo fortunato opuscolo “la conquista dei poteri” . In cui conia il termine “riformismo rivoluzionario” che poi Lombardi farà proprio. Il termine riformismo si reimpone , nel secondo dopoguerra, con il manifesto della SPD di Bad Godesberg, con il quale si rinuncia al superamento del capitalismo , a favore del compromesso sociale tra movimento operaio e capitalismo. Ma il PSI, già autonomista , con Nenni e Lombardi rifiuta e critica quel manifesto. Come fanno anche le tendenze più a sinistra delle socialdemocrazie. Poi il termine riformismo oggi ha perso ogni significato reale. Un socialista serio che si è sempre dichiarato riformista, Giorgio Ruffolo, scrisse 20 anni fa, che il termine era diventato inutilizzabile, perché aveva subito un vero e proprio “rovesciamento semantico” . Del resto se si definisce riformista un liberale di destra come Calenda, se si definisce riformista Renzi !!!! se in Europa c’è un gruppo parlamentare (a cui appartengono i nostri fascisti) che si chiama “conservatori e riformisti” vuol dire che il termine va gettato nell’immondizia. E comunque il PSI , per larghissima parte della sua storia , non è stato riformista. Certo viene poi un Martelli qualsiasi che afferma “Bettino non è stato allevo di Nenni – già massimalista- quanto piuttosto di Saragat, un vero liberalsocialista. Ignorando che Saragat non è mai stato liberal-socialista. Ha scritto una delle più penetranti critiche a “socialismo liberale” di Rosselli. Pur restando in ottimi rapporti. Del resto Rosselli oggi non si definirebbe certo riformista.

Giuseppe Giudice

Il campo largo. di M. Zanier

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Se c’è una cosa che sembra stia riuscendo alle opposizioni è la creazione del campo largo, ossia la confluenza delle differenti posizioni su temi importanti che disegnano la fattibilità di un campo alternativo al centro destra. Recentemente infatti PD, Movimento 5 Stelle, Azione e Sinistra italiana hanno trovato l’accordo sul salario minimo a 9 euro l’ora per tutti, mettendo nell’angolo il governo delle destre.

Il nuovo Pd a guida Schlein che sta finalmente rilanciando la componente di sinistra di quel partito, si trova frequentemente su temi concreti come le vertenze operaie più significative e la drammatica situazione lavorativa vissuta da milioni di precari. Il campo progressista presidiato dal Movimento 5 Stelle di Conte ha promosso una grande manifestazione nazionale per contrastare il precariato che ha visto la presenza anche di altri leader del centro-sinistra come la Schlein e Fratoianni. Dal canto suo, Sinistra italiana dà voce quotidianamente a molte vertenze dei lavoratori precari e porta avanti un programma radicalmente alternativo al populismo del centro destra.

In questo scenario il piccolissimo PSI mi sembrava aver preso dopo tanto tempo la via migliore: ridiscutere la sua linea negli Stati generali del socialismo con i socialisti iscritti e non iscritti. Un po’ come la Costituente socialista degli inizi. Avevo anche deciso di contribuire al suo dibattito interno ma poi il Segretario Maraio si è messo in testa di andare contro il campo largo con una sua dichiarazione che mi ha lasciato di sasso, affermando che la Schlein doveva cambiare linea e abbandonare i 5 Stelle al loro destino, evidentemente considerandoli il male assoluto.

Il sondaggio SWG de La 7 di stasera fotografa però un panorama ben diverso: il 64 % degli iscritti al PD è graniticamente d’accordo con la Segretaria Schlein nel portare avanti il campo largo col M5S.

Se si costruisce questo campo delle opposizioni in accordo su molti punti con le piattaforme di due grandi sindacati confederali come CGIL e UIL, secondo me i socialisti non possono girarsi dall’altra parte ma stare dentro le contraddizioni del mondo del lavoro, con la propria storia migliore, i propri valori, il proprio contenuto teorico.

Io personalmente voglio fare così, nel mio piccolo, perché credo l’unica cosa da fare con un governo di destra pericoloso sia sostenere le opposizioni che si contrappongono davvero al governo Meloni, lasciando il Psi attuale alla sua strada. Perché ho ben chiaro in mente l’esempio di Giacomo Brodolini, che all’epoca del centro sinistra organico degli anni Sessanta, da Ministro del Lavoro impegnato nella costruzione dello Statuto dei Lavoratori, andò ad ascoltare gli operai che facevano un picchetto per difendere il loro posto di lavoro per capire i loro problemi reali ed elaborare, da socialista, delle soluzioni politiche serie e conseguenti.

Marco Zanier

Elogio dell'”impolitico”. di D. Lamacchia

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La mente corre a quell’intervista di Scalfari a Enrico Berlinguer a fine Luglio ’81, “I partiti non fanno più politica” così si espresse Enrico proprio all’inizio dell’intervista.

In quella frase c’era la chiave di tutta la sua concezione dello Stato e della sua riflessione politica di quegli anni: la morte della politica e la abdicazione del ceto politico al dettato costituzionale di rifondare l’Italia sul piano morale e istituzionale. Lo Stato era diventato null’altro che un terreno di conquista per un ceto politico che rincorreva ormai solo potere e consenso estorto con corruttele, pratiche consortili, abusi, senza finalità progettuali. La “questione morale” era diventata così centrale da non poter più essere elusa ma affrontata con decisione, pena il degrado della democrazia.

Cosa aveva generato una simile deriva? Si potrebbe dire che con la fine del “boom economico” e dell’industrializzazione del paese, cominciò quella trasformazione dell’assetto strutturale del sistema di produzione che col tempo verrà definito” rivoluzione digitale”. Era finito un ciclo espansivo che fu caratterizzato da un conflitto di classe che si espresse con le lotte operaie e le rivendicazioni sociali. Il ceto politico rispecchiava quel clima e ne seguiva di pari passo i contenuti e le progettualità tutte ispirate ai contenuti Costituzionali. Con l’era digitale cominciò a scomparire un ceto sociale rappresentato dai lavoratori delle fabbriche e dei luoghi di lavoro più in generale. La scolarizzazione di massa aveva consentito insieme alle ristrutturazioni aziendali l’allargarsi di un ceto medio terziarizzato e più soggetto all’evolversi dei processi tecnologici e alle sue precarizzazioni del posto di lavoro. Vennero gli anni della “flessibilità”, della fine della “scala mobile. Sul piano politico si arrivò alla stagione del “pentapartito”. Sistema che incarnò in modo implacabile l’era del degrado. Un tentativo di riformare il sistema con la proposta di “Moro” di sbloccare il sistema, finì con il brutale assassinio dello stesso. In sostanza il ceto politico dimostrò l’incapacità di sapersi autoriformare.

Fu allora che a prendere le redini in mano fu la Magistratura. Si avviò cioè quella lunga stagione chiamata di “Mani pulite”. Si smantellò così il sistema dei partiti e si concluse quella che fu chiamata “prima Repubblica”.

A rappresentare emblematicamente la scena fu la fuga di Craxi ad Hammamet.

La sinistra non fu in grado di interpretare le “nuove situazioni” e non ebbe la capacità di offrire una proposta che consentisse di ricevere quel consenso che avrebbe potuto avviare il paese su binari di salvezza. A quel ceto politico moderato e neo precario e a quel ceto operaio in declino non fu offerta una proposta che potesse unirli in un programma di cambiamento. Venne a crearsi così un vasto ceto di scontenti che presto si tramutò in vasto ceto disilluso, disorientato, abbandonato. In una parola si costituì un vasto ceto “impolitico” alla mercè di illusionisti.

In questo clima nacque il “Berlusconismo”. Tutto divenne “merce” in un misto di antistatalismo scambiato per liberismo, di populismo scambiato per “democrazia diretta”, di degrado culturale scambiato per libertà e creatività, dell’immagine scambiata per sostanza.

Ma come in tutte le favole c’è sempre uno “scorpione” che punge sé stesso. Così accadde che i “media” che lo resero potente lo declassarono a figura minore. Altri lo soppiantarono nel circo della politica- spettacolo senza valori.

Oggi con la sua morte, purtroppo non si chiude un ciclo ma siamo all’apice del trionfo dell’”impoliticità” dal momento che al governo ci sono coloro che dell’impoliticità sono il massimo della rappresentanza.

Sono essi coloro che meglio rappresentano l’anti costituzionalismo, eredi contro cui la Costituzione fu scritta e che rimane un baluardo delle speranze nate sui monti e nelle galere con sacrificio di sangue per un paese veramente libero e maturo. A ricordarcelo ci sono uomini come Pertini, Ciampi, Ingrao. Ci sono uomini come Falcone e Borsellino e quanti altri sono morti per realizzare quella Costituzione contro coloro che la vorrebbero affossare con la cultura dell’antistato.

Loro si che sono un esempio per la nazione non Berlusconi, pace all’anima sua.

Donato Lamacchia

La pace una priorità, se vogliamo salvare il mondo. di A. Angeli

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Provate a scrivere per esteso la cifra: trecentomila miliardi di dollari, ( poco meno del 350% del PIL mondiale). A tanto ammontava il debito globale detenuto da famiglie, imprese, banche e governi alla fine del 2022. Un peso enorme, che già all’inizio di questo 2023 è andato aumentando a causa della guerra e che grava come un masso sulle spalle dei debitori, alle prese con il rialzo dei tassi di interesse resosi necessario per sconfiggere l’inflazione ( una sfida ben lontana dall’essere vinta ). C’è di che essere preoccupati: se un paese è inadempiente verso i suoi creditori è un grosso problema per i suoi cittadini, ma se sono molti paesi ad andare in default, è il mondo a precipitare nella crisi.

Se guardiamo agli anni ’80, il default in America Latina determinò l’iperinflazione, rivolte di popolo e instabilità in molti paesi: Argentina, Brasile, Perù. Oggi, 2023, il mondo si trova sull’orlo di un’altra crisi del debito e con oltre 56 guerre attive, di cui quella scatenata dalla Russia contro l’Ucraina deve considerarsi la più pericolosa, sia per la stabilità dell’ordine geopolitico mondiale sia per i riflessi economici e finanziari legati all’andamento dell’interscambio internazionale, su cui grava l’inflazione, la crisi energetica e la fornitura di materie prime e la conseguente crisi della containerizzazione. Una crisi nelle mani dei leader del mondo, gli unici che riunendosi potrebbero concordare e sostenere le necessarie misure per impedire una catastrofe, poiché si stanno manifestando i segnali della recessione in Germania e un default del bilancio americano, se non interverrà un accordo tra democratici e liberali. E questi leader dovrebbero utilizzare la cassetta degli attrezzi in cui sono stati risposti gli strumenti che contribuirono a superare la crisi del debito latinoamericano, specie la parte delle misure che indussero i creditori a condividere il dolore del rigore e ad accettare meno di quanto fosse il loro credito.

Molti paesi si erano esposti eccessivamente e avevano un debito insostenibile anche prima che il Covid 19 spargesse le sue spore nel mondo ( il debito Italiano a fine 2022 registrava un 150,3 % sul pil ). La pandemia ha aggravato questa situazione spingendo molti paesi a deliberare nuovi debiti per rimanere a galla e fare fronte al rallentamento del commercio internazionale. Poi la guerra in Ucraina, crisi energetica, prezzi alle stelle, inflazione, scarsità nei rifornimenti. Ora, l’aumento dei tassi di interesse ha notevolmente ampliato il costo del servizio di quel debito. Si stima che 56 paesi siano in difficoltà debitoria o a rischio, più del doppio rispetto al 2015. Una situazione pesante, che condiziona la struttura del bilancio, imponendo ai paesi indebitati di spendere una quota del bilancio nazionale a ridurre il debito e a pagare gli interessi su quello rimanente. E quando i paesi devono dedicare una parte rilevante delle entrate del governo al servizio del debito, si trovano con meno risorse per pagare le necessità di base come la formazione, i trasporti, la prevenzione e le cure sanitarie , l’energia, insomma i servizi necessari per il funzionamento di un’economia e per la cura dei propri cittadini. Né hanno abbastanza da investire per il futuro: nei sistemi sanitari per prepararsi alla prossima pandemia o nella transizione energetica verde. D’altro canto anche gli investitori stranieri, se avvertono rischi di perdere molto denaro su larga scala, adatteranno la loro condotta di investitori alla nuova situazione, con effetti imprevedibili sui mercati finanziari.

Agli inizi del 2023 ci sono stati alcuni progressi nelle riunioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington, una circostanza che ha messo a confronto tutti gli attori: banche multilaterali di sviluppo, istituzioni finanziarie private e di settore, prestatori sovrani ( con i big di Cina e USA), per trovare una soluzione su come accelerare la ristrutturazione del debito e superare i colli di bottiglia nel processo di rianamento. Questa nuova Tavola rotonda sul debito sovrano globale, guidata dal FMI, dalla Banca mondiale e dall’India, l’attuale presidente del Gruppo dei 20, ha raggiunto un accordo su alcune questioni, anche se molto che rimane irrisolto su come verrà effettuata la ristrutturazione.

Seguendo il detto: qualsiasi progresso è una buona notizia, o la speranza è l’ultima a morire, il mondo si attende novità su questo fronte, mentre indugia su quello che rappresenta l’incognita più pericolosa e la questione prioritaria : il fronte di guerra della Russia contro l’Ucraina. Allora, seguendo la logica, si può dire che il debito può attendere. Mentre la pace deve essere ora la priorità assoluta, e un’occasione per i paesi irretiti nelle maglie del debito di impegnarsi con più decisione per una tregua, prima fase del confronto per raggiungere la pace e definire il nuovo equilibrio globale che, realisticamente, dovrà sostituire il vecchio ordine già messo in discussione fin dal 2008 e poi nel 2014, con l’aggressione Russa alla Georgia e poi con l’occupazione della Crimea. Sono gli scontri geopolitici una delle ragioni principali per cui i negoziati sul debito sono impantanati. In questo processo di ridefinizione dell’ordine geopolitico globale, in cui includere il debito globale e la ricerca della pace, la presenza della Cina costituirebbe un segno di quanto le cose siano cambiate dagli anni ’90, quando la Cina era principalmente un mutuatario. Oggi è il più grande creditore bilaterale del mondo . In questo nuovo panorama, è molto più difficile raggiungere un accordo su chi dovrebbe essere rimborsato e su quale lunghezza temporale definire il rimborso. La Cina, che ha prestato circa 900 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo negli ultimi 10 anni, principalmente per progetti infrastrutturali nell’ambito della sua Belt and Road Initiative, è stata riluttante a concedere la riduzione del debito, a meno che gli obbligazionisti commerciali e le banche multilaterali di sviluppo non adottino lo stesso criterio. Purtroppo, tutte le iniziative che la Cina ha intrapreso nello corso di questi ultimi anni, dalla emergenza virale, alla via della seta, dalla soluzione del debito alla ambigua proposta di pace sulla guerra scatenata dalla Russia con l’occupazione della Crimea, non segnalano nulla di confortante e di positivo. Certo, l’America, prima con Trump e oggi con Biden, ha al suo attivo rilevanti responsabilità, si potrebbe dire imperdonabili scelte politiche, che la Cina non poteva non interpretare come vere e proprie sfide, sia su Taiwan, che su il contenzioso sul commercio transfrontaliero dei chip e la guerra dei dazi.

I nostro globo è oggi avvolto da un immenso calore, e non è solo il prodomo di un collasso climatico, ma il segnale di un disastro politico globale che i leader dei paesi più importanti sembrano incapaci di gestire e affrontare con la dovuta intelligenza e lungimiranza. Bisognerebbe ricorrere all’imperativo categorico di Kant:” è il solo e unico principio a priori della ragione, che comanda alla volontà di essere buona in se stessa, cioè di agire prescindendo da qualunque inclinazione sensibile e da qualunque fine particolare, assumendo un punto di vista universale”

Alberto Angeli

Ha un futuro la destra italiana? di M. Zanier

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Quando si guarda al Governo Meloni, spesso si è preoccupati del rischio di una lunga sterzata a destra della politica italiana e più di un osservatore ha gridato all’inizio di un nuovo Ventennio. Se è comprensibile la preoccupazione di molti per le politiche sociali e culturali di destra che possano ledere diritti fondamentali e non ascoltare le richieste provenienti dagli strati sociali più bassi, sulla longevità di questa maggioranza o sulla riproducibilità in futuro di questa coalizione di centro-destra nutro molte perplessità.

La coalizione che il 25 settembre 2022 ha vinto le elezioni politiche ottenendo il 44% dei voti con un’astensione che ha superato il 63% dei votanti, era costituita del 26% di Fratelli d’Italia, la Lega ferma al 9%, Forza Italia all’8% e Noi Moderati che non raggiungeva l’1%.

Se questo raggruppamento si chiama di Centro-Destra è per la presenza di Forza Italia e, in misura minore dei centristi di destra di Maurizio Lupi (che ha raccolto anche i voti democristiani dell’Udc di Lorenzo Cesa), che bilanciano in senso moderato i due partiti più schiettamente di Destra che sono Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e la Lega di Matteo Salvini, che sono la maggioranza relativa e orientano questa coalizione in modo nuovo rispetto al passato. Ma queste sono cose note.

Quello su cui si riflette molto poco, secondo me, è che l’anello debole di questa maggioranza di governo è costituita dai moderati, ossia da Forza Italia soprattutto che è modellata da sempre sulla persona del suo leader, Silvio Berlusconi, che è nato nel 1936 e non può essere immortale e che non presuppone un vero ricambio generazionale al suo interno, nonostante si diano molto da fare Maurizio Gasparri, Antonio Tajani e il giovane Alessandro Cattaneo. Nessuno in quel partito, questa è una certezza, può prendere il posto per quell’elettorato di Berlusconi, che è il carismatico padrone del suo partito e che continua ad orientare molte testate giornalistiche oltreché il suo apparato di emittenti televisive. Quando lui non ci sarà più un giorno (gli auguro lontano), il suo partito sarà destinato a sciogliersi come neve al sole o a ridimensionarsi fortemente anche e soprattutto come immaginario popolare per quell’elettorato ed i suoi deputati, senatori e amministratori locali non potranno essere automaticamente “saltare il fosso” come hanno fatto alcuni di loro oggi entrando in Fratelli d’Italia, perché non è automatico che chi ha votato un partito moderato e padronale voti un partito postfascista come quello guidato da Giorgia Meloni. Non è così che funziona.

Senza l’8% di Forza Italia, i democristiani di destra che rendono presentabile questa coalizione di nostalgici, non si aggregheranno, credo, automaticamente al carrozzone di Giorgia Meloni e Salvini (anche lui mi pare insidiato all’interno della Lega da una nuova generazione di amministratori locali ambiziosi) e lei non potrà andare lontano, non avendo matematicamente i numeri per governare ancora. Quindi mettiamo da parte la paura di una lunga e salda coalizione di Destra-Centro. Questa perciò rischia di essere per la Meloni la prima e l’unica occasione di stare al governo del Paese.

Anche perché i moltissimi che l’hanno votata nel 2022, giocandosi così l’ultima carta, sperando cioè che l’unica persona che non era mai stata alle leve del comando, potesse dare loro delle risposte e delle soluzioni definitive, si renderanno presto conto che non potrà essere così. Perché è contro l’aumento dei salari più bassi, perché dovrà ancora proseguire le politiche sull’immigrazione impostate negli anni passati dato che lo chiedono gli industriali che hanno bisogno di manodopera strutturale, perché i suoi esponenti di spicco parlano con disprezzo dei giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza mandandoli a zappare nei campi, senza tanti giri di parole e attaccano i diritti delle coppie omosessuali che in una certa misura hanno votato (incautamente direi) per il centro-destra.

Ovviamente lo sgretolamento a fine legislatura della coalizione guidata dalla Meloni non risolve al mio avviso il problema di una rappresentanza politica degna e responsabile.

Il fronte progressista che ha fatto un salto di qualità prima con la conferma di Giuseppe Conte a capo di un Movimento 5 Stelle ancorato ad una proposta progressista, poi con l’elezione di Elly Schlein al vertice del Partito Democratico che si pone in grande discontinuità col moderatismo di Enrico Letta e si collega alle richieste della CGIL da un lato, del popolo arcobaleno dall’altro e fa cartello sul salario minimo con le altre opposizioni. Ma non basta. Bisogna ripartire, secondo me, dai territori, dalla Scuola e dalla Salute pubblica, dalla difesa dell’ambiente, dai luoghi di lavoro, prendendo una posizione ferma nei confronti delle aziende che delocalizzano e licenziano operai ed impiegati da un giorno all’altro, in contesti spesso meno combattivi della realtà operaia della GKN che da qualche anno sta facendo scuola. C’è bisogno a sinistra di una visione del futuro, di un’idea di trasformazione graduale e profonda della società che a me piace chiamare ancora Socialismo.

Marco Zanier.